Quando in Romania si parlava di calcio
Storie di talenti, memoria e ricostruzione
Testo di Fiore Massimo
Sui campi consumati dell’Est Europa, dove l’erba porta ancora le cicatrici del tempo, il calcio in Romania e Bulgaria ha imparato presto a convivere con la nostalgia. È stato un gioco capace di far battere il cuore ad intere generazioni, di riempire stadi come cattedrali e di regalare eroi destinati a diventare memoria prima ancora che leggenda. Oggi quel pallone fatica a rotolare va più lento, ma ogni rimbalzo conserva l’eco di notti mondiali, di dribbling irripetibili e di un amore che, nonostante tutto, rifiuta di spegnersi.
La storia del calcio in Romania è un mosaico complesso e tormentato, composto da talento cristallino, interferenze politiche oscure e da un’incessante ricerca di identità nazionale. Oggi il movimento fatica a ritrovare l’antico splendore, appare smarrito e fragile, ma esiste un passato in cui la Romania appartiene all’élite mondiale del calcio. Un’epoca in cui il Paese siede allo stesso tavolo di giganti come Brasile, Argentina e Uruguay. La Romania è una delle pochissime nazionali capaci di partecipare consecutivamente alle prime tre edizioni dei Campionati del Mondo, Uruguay 1930, Italia 1934 e Francia 1938. Un risultato che ancora oggi assume i contorni di un’impresa straordinaria. Il vero architetto di quel miracolo sportivo è Re Carol II. Salito al trono nel 1930 dopo un audace colpo di Stato, Carol si rivelò una figura dalle mille contraddizioni, eccentrico collezionista di francobolli, amante del lusso sfrenato, ma dotato di una volontà ferrea e di una visione politica lucida. Intuisce prima di molti altri il potere del calcio come strumento di coesione nazionale e diventa il motore della spedizione verso il primo, storico Mondiale in Uruguay. All’epoca i calciatori rumeni sono dilettanti, uomini comuni che lavorano come operai, molti nelle raffinerie di petrolio di Ploiești. Per rendere possibile l’impossibile, il Sovrano interviene personalmente, con un decreto reale garantisce ai giocatori tre mesi di congedo retribuito e la certezza assoluta di ritrovare il proprio posto di lavoro al ritorno. Non si ferma lì, partecipa alla selezione dei convocati e trasforma il torneo in una vera e propria questione di Stato. Il viaggio verso il Sudamerica diventa un’avventura leggendaria. La squadra si imbarca a Genova sul transatlantico Conte Verde, che per l’occasione si trasforma in un campo di allenamento galleggiante. Tra le onde dell’Atlantico, i rumeni si allenano sui ponti della nave insieme a Francia, Belgio e successivamente Brasile, condividendo spazi e sogni con figure destinate alla leggenda come Jules Rimet, il padre della Coppa del Mondo. Una volta sbarcati in Uruguay, vissero il contrasto brutale del calcio pionieristico. Debuttano vincendo 3 a 1 contro il Perù allo stadio Pocitos davanti a soli 300 spettatori, record negativo di affluenza ancora imbattuto nella storia dei Mondiali. Pochi giorni dopo vengono travolti per 4 a 0 dai padroni di casa e futuri campioni dell’Uruguay nello Stadio del Centenario, gremito questa volta da 80.000 persone. Nonostante l’eliminazione, Carol II continua a investire nello sport, costruisce stadi e getta le basi per la professionalizzazione del movimento. Il suo regno però finisce nell’ombra. Travolto dalla Seconda Guerra Mondiale e dagli scandali legati alla relazione con Magda Lupescu, nel 1940 viene costretto all’esilio. Con l’avvento del regime comunista, il suo ruolo di pioniere viene cancellato dai libri di storia e riscoperto solo in tempi recenti. Dopo i fasti degli anni Trenta, la Romania scivolò in un lungo letargo internazionale, interrotto soltanto dalla fugace apparizione a Messico ‘70. Bisogna attendere gli anni Novanta per assistere a una nuova fioritura, nasce una “Generazione d’Oro” guidata dall’immenso talento di Gheorghe Hagi, capace di partecipare a tre Mondiali consecutivi, nel 1990, 1994 e 1998, e di incantare il pianeta, al punto di essere sopranominato il “Maradona dei Carpazi”. Sul fronte dei club, il punto più alto arriva il 7 maggio 1986, quando lo Steaua Bucarest sconfisse il Barcellona a Siviglia e alzò la Coppa dei Campioni. Fù un’impresa leggendaria, segnata dai quattro rigori parati da Helmuth Duckadam, un record che lascia l’intero Paese senza parole davanti ai televisori. Tuttavia, quel successo matura nel clima soffocante della dittatura di Nicolae Ceaușescu, dove lo sport diventa strumento di propaganda. Il calcio viene dominato dal dualismo tra lo Steaua, legata al Ministero della Difesa e protetta da Valentin Ceaușescu, figlio del dittatore, e la Dinamo Bucarest, espressione del Ministero degli Interni e della polizia segreta. Le cronache raccontano episodi di corruzione sistemica, come la finale di Coppa di Romania del 1988, quando lo Steaua abbandona il campo per protesta ma riceve comunque il trofeo per decisione federale. A livello internazionale scoppia lo scandalo della Scarpa d’Oro 1987, vinta da Rodion Camataru grazie a un numero sospetto di gol frutto di partite truccate dal regime. Nonostante le ombre, la qualità dei giocatori resta indiscutibile. Il culmine della nazionale arriva nel 1994, quando la squadra capitanata da Hagi raggiunge i quarti di finale del Mondiale statunitense, elimina l’Argentina e cade solo ai rigori contro la Svezia. Quel gruppo, con Gica Popescu, Dan Petrescu e Ilie Dumitrescu, rimane una pagina indelebile, oggi difficilmente eguagliabile. Dopo il 2000, il calcio rumeno precipita in una crisi profonda. La privatizzazione post-comunista porta i club nelle mani di “nuovi ricchi” spesso coinvolti in scandali giudiziari, generando fallimenti e scissioni. Il caso più emblematico è la battaglia legale per l’identità dello Steaua, oggi divisa tra la FCSB di Gigi Becali e la CSA Steaua dell’esercito, impegnate a contendersi marchi, trofei e memoria storica. In questo scenario desolante, la speranza riparte ancora una volta da Gheorghe Hagi. Nel 2009 investe oltre 10 milioni di euro dei propri risparmi per fondare un’accademia su un terreno che un tempo era un campo di mais vicino a Costanza. L’obiettivo è chiaro, crescere una nuova generazione capace di riportare la Romania ai massimi livelli. L’accademia diventa un modello di eccellenza mondiale, da cui escono giocatori come Ianis Hagi e Cristian Manea. I risultati confermano il valore del progetto, circa metà della nazionale maggiore recente e gran parte dell’Under 21 semifinalista all’Europeo 2019 provengono dal suo vivaio. Eppure, gli episodi di corruzione continuano a minare l’esistenza del calcio rumeno. Nel 2011 il presidente della federazione arbitri Vasile Avram viene arrestato per una tangente di 19.000 euro; già nel 2009 il suo predecessore Gheorghe Constantin finì in manette per un sistema di corruzione ancora più vasto. Lo scandalo venne considerato solo la punta dell’iceberg. Simbolicamente, il giorno dopo l’arresto, la Romania subì il veto di Olanda e Finlandia per l’ingresso nell’area Schengen, ufficialmente a causa dell’alto tasso di corruzione. Ma la Romania non è sola in questo declino. Anche la vicina Bulgaria vive una crisi profonda, se non peggiore. Il ricordo del quarto posto a USA ‘94 e delle gesta di Hristo Stoichkov appartiene ormai a un’altra era. Il calcio bulgaro rimane intrappolato in un sistema divorato dalla criminalità organizzata, segnato da omicidi, fallimenti clamorosi come quello del CSKA Sofia e stadi vuoti. Mentre altri Paesi balcanici investono in infrastrutture e giovani, la Bulgaria resta ferma, prigioniera del proprio passato. Così, tra ceneri e speranze, il calcio dell’Est continua a oscillare tra grandezza e declino, come una vecchia gloria che lucida i trofei del passato mentre il mondo intorno costruisce il futuro. Al di là della crisi che oggi ne oscura i fasti, la storia di queste terre custodisce capitoli che chiedono di essere riportati alla luce, testimonianze di un passato in cui il calcio balcanico sapeva farsi leggenda, trasformando ogni partita in un evento epico e sacro.
Nel cuore della pianura rumena, il villaggio di Scornicești non era una località come le altre, era il luogo di nascita del “Genio dei Carpazi”, il Conducator Nicolae Ceaușescu. All’interno dell’ambizioso e controverso programma di sistematizzazione, volto a trasformare i villaggi rurali in moderni centri agro-industriali, Scornicești divenne la vetrina del regime, un laboratorio a cielo aperto del socialismo reale. Al centro di questa trasformazione forzata brillava una creatura nata nell’estate del 1972, l’FC Olt Scornicești. Quella che sulla carta era la modesta squadra di una comunità rurale, inizialmente chiamata Victorul Scornicești, iniziò una scalata fulminea senza precedenti nelle gerarchie del calcio nazionale. Sostenuto da un palese appoggio politico e da quello che le fonti definiscono un “aiuto extra”, il club scalò rapidamente tutte le divisioni, ottenendo promozioni consecutive fino a raggiungere il vertice del calcio rumeno. L’ascesa fu costellata di episodi surreali, come la celebre vittoria per 18 a 0 ottenuta nell’ultima giornata della stagione 1977-78 contro l’Electrodul Slatina. Si narra che il presidente del club, Dumitru Dragomir, temendo che la differenza reti non fosse sufficiente a causa di un malinteso sul risultato di un’altra partita, fece tornare i giocatori dagli spogliatoi sul terreno di gioco per continuare a segnare a partita ormai finita. Divenuta ufficialmente FC Olt Scornicești nel 1980, la squadra visse il suo periodo d’oro nella massima serie, Divizia A, raggiungendo addirittura il quarto posto nella stagione 1981-82 e giocando in uno stadio moderno da 13.500 posti, una capienza sproporzionata per le dimensioni reali della località. Tuttavia, il destino del club era indissolubilmente legato a quello del suo protettore, con la Rivoluzione del dicembre 1989 e l’esecuzione di Ceaușescu, il castello di carta crollò. Privato del sostegno politico e finanziario, il club fu immediatamente escluso dalla Divizia A dalla Federazione calcio rumena nel 1990, segnando l’inizio di una rapida e inesorabile decadenza.
La storia dello Steaua Bucarest, oggi ufficialmente FCSB a causa di una lunga disputa legale, non è solo la cronaca di una squadra di calcio, ma il racconto dell’ascesa e della caduta di un colosso sportivo legato a doppio filo con la storia del regime comunista rumeno e con l’apice del calcio dell’Est Europa. Il club nacque il 7 giugno 1947 con il nome di ASA București (Associazione Sportiva dell’Esercito), per decreto del Ministro della Difesa. Come accadeva in molti paesi del blocco sovietico, ogni ministero aveva la sua squadra, lo Steaua rappresentava l’esercito, mentre la Dinamo Bucarest rappresentava il Ministero degli Interni ovvero la polizia segreta della Securitade. Il nome Steaua, che significa “Stella” venne adottato ufficialmente nel 1961, accompagnato dalla stella rossa sul petto, simbolo del legame indissolubile con lo Stato. Il momento più alto della storia del club e dell’intero calcio rumeno avvenne a metà degli anni ‘80. Sotto la guida di Emerich Jenei e con una squadra composta da soli giocatori rumeni, lo Steaua divenne una corazzata imbattibile. Il culmine fu la Finale della Coppa dei Campioni del 1986 a Siviglia contro il Barcellona, dopo 120 minuti sullo 0 a 0, si andò ai rigori. Il portiere Helmuth Duckadam compì un’impresa leggendaria, parando quattro rigori su quattro ai giocatori catalani. Lo Steaua divenne la prima squadra dell’Europa dell’Est a vincere la Coppa dei Campioni. Tra il 1986 e il 1989, lo Steaua stabilì un record mondiale impressionante, 104 partite consecutive senza sconfitte in campionato. In quegli anni, al nucleo storico si aggiunse il giovane talento Gheorghe Hagi, che trascinò la squadra a un’altra finale di Coppa dei Campioni nel 1989, poi persa contro il Milan di Sacchi. Con la caduta del regime di Ceaușescu nel 1989, il legame tra esercito e club si indebolì. Nei primi anni 2000, l’imprenditore Gigi Becali prese il controllo della società, ma la transizione non fu mai del tutto trasparente. L’Esercito Rumeno ha reclamato la proprietà del nome, del marchio e del palmarès, accusando Becali di aver “rubato” l’identità del club. I tribunali hanno dato ragione all’esercito. Oggi esistono due entità. La squadra di Becali, che gioca in massima serie ma ha dovuto cambiare nome in FBCS Steaua. Mentre lo CSA Steaua rimane la squadra di proprietà del Ministero della Difesa, ripartita dalle serie inferiori, che detiene ufficialmente il nome e i trofei storici del più titolato club rumeno.
La storia della Dinamo Bucarest comincia il 14 maggio 1948, in un Paese che sta cambiando volto e in un calcio che diventa rapidamente uno strumento di potere. Il club nasce dalla fusione tra l’Unirea Tricolor e il Maccabi Ciocanul e viene immediatamente identificato come la squadra del Ministero degli Affari Interni. Non è solo una definizione formale, fin dai primi giorni, alla Dinamo si respira un clima militaresco, fatto di disciplina ferrea e obiettivi non negoziabili. Il secondo posto non è contemplato. I giocatori sono considerati ufficiali a tutti gli effetti e una semplice violazione del regolamento, un ritardo, una notte di festeggiamenti di troppo, può tradursi in una punizione o addirittura in un periodo di guarnigione. In questo contesto rigido e autoritario, la Dinamo cresce in fretta. Il club scala rapidamente le gerarchie del calcio romeno, conquista il primo titolo nazionale nel 1955 e diventa la prima squadra del Paese a partecipare alla Coppa dei Campioni, proiettando Bucarest su una ribalta fino ad allora impensabile. È l’inizio di una lunga stagione di successi. Gli anni Sessanta e Settanta rappresentano l’età dell’oro. La Dinamo domina il campionato e costruisce un’identità forte, incarnata da figure destinate a entrare nella leggenda dei “Câinii roșii”. Cornel Dinu diventa il volto dell’eleganza e della versatilità, collezionando 454 presenze e attraversando intere generazioni. Davanti, Dudu Georgescu si afferma come uno dei centravanti più prolifici d’Europa, vincendo due Scarpe d’Oro grazie a un istinto sotto porta che non concede appelli. In quegli anni la rivalità con lo Steaua Bucarest supera il confine dello sport. Da una parte la Dinamo, espressione del Ministero degli Interni; dall’altra lo Steaua, protetta dal Ministero della Difesa. Il derby diventa una battaglia simbolica, una guerra fredda giocata su un campo di calcio ma spesso decisa altrove, tra pressioni politiche e decisioni arbitrali controverse. L’episodio più emblematico arriva nella finale di Coppa di Romania del 1988, lo Steaua abbandona il campo per protesta, il trofeo viene inizialmente assegnato alla Dinamo, ma finisce poi nelle mani degli avversari per intervento diretto di Valentin Ceaușescu. Il punto più alto del prestigio internazionale arriva nella stagione 1983-84. La Dinamo diventa la prima squadra romena a raggiungere una semifinale di Coppa dei Campioni, eliminando i campioni in carica dell’Amburgo prima di arrendersi al Liverpool. È il momento in cui il club si sente davvero parte dell’élite europea. Poi arriva il 1989, la rivoluzione, la fine del regime. Per la Dinamo è l’inizio di una nuova fase, segnata da una privatizzazione dolorosa e da equilibri improvvisamente fragili. Gli anni Novanta portano ancora successi sportivi, ma anche il giorno più nero della storia del club, il 5 ottobre 2000, durante un’amichevole, il capitano Cătălin Hîldan muore in campo. È uno shock collettivo. La tifoseria reagisce trasformando il dolore in memoria, la curva nord viene intitolata a lui e la maglia numero 11 viene ritirata per sempre. Negli ultimi decenni, però, la Dinamo entra in una spirale di declino. Gestioni finanziarie instabili, debiti accumulati verso società riconducibili agli stessi proprietari e ripetute procedure di insolvenza logorano il club dall’interno. Il punto più basso arriva nel 2022, con la prima storica retrocessione in seconda divisione, un evento impensabile per una squadra che aveva sempre vissuto ai vertici del calcio romeno. Tra scandali grotteschi, come il presunto scambio d’identità tra i gemelli Edgar ed Edelino Ié, la Dinamo acquistò il gemello più forte, ma le venne recapitata la brutta copia del fratello meno dotato. Quella della Dinamo è una quotidiana lotta per la sopravvivenza economica, la Dinamo Bucarest resta oggi un marchio ferito ma carico di storia. A tenerlo in vita è soprattutto la sua tifoseria, che continua a sostenere la squadra con ostinazione e orgoglio, decisa a non lasciare scomparire la propria “Haita”, il branco.
La storia del Rapid Bucarest non è solo una cronaca di vittorie e sconfitte, è la storia di un club che nasce tra i binari e le officine ferroviarie di Grivița, respirando l’odore del ferro e del carbone. Fondato ufficialmente il 25 giugno 1923 da un gruppo di operai, il club mosse i suoi primi passi come CFR București, ma alcune fonti ne rintracciano le radici già nel 1922. Le prime divise erano leggendarie, un color ciliegia vivo, ricavato dalle tovaglie e dalle tende dei vagoni ristorante delle ferrovie romene. Bastava guardarle per capire che il Rapid era una squadra nata dal lavoro e dal sogno di uomini semplici. Nel 1936, il club assunse il nome di Rapid, ispirandosi al Rapid Vienna, dopo aver ricevuto in dono un carico di attrezzature dal club austriaco. Gli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale furono il primo grande periodo d’oro. Il Rapid divenne il “re delle coppe”, vincendo sei Coppe di Romania consecutive tra il 1937 e il 1942. A guidare la squadra in quegli anni era Iuliu Baratky, la “meraviglia bionda di Giulești”, capace di trasformare ogni partita in uno spettacolo e di segnare in tutte e quattro le ripetizioni della finale di coppa del 1940 contro il Venus. Quello stesso anno il Rapid si qualificò per la finale della Coppa Mitropa, la prima volta per una squadra romena, ma la guerra mondiale impedì di giocare la partita. Il Rapid non fu mai una squadra facile da controllare. Durante il regime comunista, mentre Steaua e Dinamo godevano della protezione dell’Esercito e della Securitate, il Rapid conservò la sua identità operaia, spesso ostacolata dalle istituzioni e dalle decisioni arbitrali. La sua storia è punteggiata da episodi di folklore che raccontano lo spirito ribelle della squadra, l’inno leggendario, scritto dal poeta Adrian Păunescu insieme a Victor Socaciu su un pezzo di cartone recuperato allo stadio Giulești, durante un allenamento scherzoso col portiere Manu; o Dan Coe, il “Ministro della Difesa”, capitano del primo titolo nazionale del 1967, elegante e potente in campo, morto in circostanze misteriose a Colonia nel 1981, poco dopo aver criticato il regime comunista a Radio Free Europe. Gli anni successivi portarono nuovi successi, sotto la guida di allenatori come Mircea Lucescu e Mircea Rednic, con titoli conquistati nel 1999 e nel 2003. Ma il cammino del Rapid non è mai stato lineare, nel 2016 il club fallì, precipitando in un periodo buio che sembrava poter cancellare decenni di storia. Eppure, come un treno che non si ferma mai, la passione dei tifosi non venne meno. Ex leggende come Daniel Pancu e Daniel Niculae si impegnarono per rifondare il club, risalendo dalle categorie inferiori con una determinazione che sembrava scritta nel DNA di Giulești. Nel 2021, il Rapid tornò finalmente nella massima serie, un ritorno trionfale che conferma come, nonostante tutto, il cuore di questa squadra continui a battere forte.
Lo Sportul Studențesc București, fondato l’11 febbraio 1916 dal matematico Traian Lalescu, si staglia nella storia del calcio rumeno come uno dei club più antichi e carichi di tradizione, nato come associazione sportiva per studenti universitari e riuscendo, nonostante i cambi di denominazione nel dopoguerra tra Sparta, Știința e Politehnica, a riconquistare il nome originario nel 1969, mantenendo così un legame indissolubile con il mondo accademico che ne ha caratterizzato l’identità fin dagli esordi; il periodo di massimo splendore coincide con la metà degli anni ‘80, quando la squadra, soprannominata “Gașca Nebună” per il suo gioco spettacolare e imprevedibile, ospitò tra le sue fila Gheorghe Hagi, il più grande calciatore rumeno di sempre, che tra il 1983 e il 1987 siglò 109 gol in Divizia A, diventando capocannoniere nel 1985 e nel 1986 e trascinando il club al miglior piazzamento della sua storia, il secondo posto nella stagione 1985/86, mentre sul palcoscenico europeo lo Sportul ha rappresentato la Romania in diverse edizioni della Coppa UEFA, centrando risultati di rilievo per una squadra di medie dimensioni, tra cui il raggiungimento del terzo turno nella stagione 1987/88, la storica vittoria casalinga per 1-0 contro l’Inter di Milano il 20 settembre 1984, sfide memorabili come il debutto europeo di Marian Mihail contro lo Schalke 04 nel 1976, il confronto contro l’Hellas Verona nel 1987 e il pirotecnico pareggio per 4 a 4 contro il Neuchatel Xamax nel 1985; la storia del club è costellata anche da curiosità che ne rivelano il carattere unico, come il caso di Ionuț Șerban, trasferitosi alla Dinamo Bucarest e trasformato in “ostaggio” contrattuale a causa di una clausola che obbligava la Dinamo a versare un milione di euro all’ex proprietario dello Sportul Vasile Șiman, oppure il legame con lo Stadionul Regie, inaugurato nel 1920 e sede delle gare casalinghe per 94 anni, teatro della prima finale di Coppa di Romania nel 1939 persa 2 a 0 contro il Rapid Bucarest davanti a 12.000 spettatori; ai titoli minori, come la Coppa dei Balcani vinta nel 1979, si affianca una tradizione di fucina di talenti che ha visto passare campioni del calibro di Mircea Lucescu, Dorin Mateuț e Marcel Coraș, e se oggi il club milita nelle serie inferiori, la sua eredità rimane scolpita nella memoria del calcio rumeno come simbolo di passione, creatività e continuità accademica, capace di raccontare attraverso la sua storia oltre un secolo di sport e di vita universitaria.
Nel cuore dell’Oltenia, dove la passione per il calcio brucia con un’intensità quasi palpabile, la storia dell’Universitatea Craiova si intreccia con gloria, tragedie e un’identità che sembra scolpita nel tempo; fondata nel 1948 come Electroputere Craiova, la squadra nacque con risorse modeste ma con una missione chiara, incarnare lo spirito del sud della Romania e sfidare lo strapotere dei club della capitale, e il primo grande capitolo di questa epopea è segnato da Ion Oblemenco, il leggendario “Tunarul”, il Cannone, che con il suo sinistro micidiale non solo mise a segno 170 reti ma guidò il club al primo storico titolo nazionale nel 1974, un condottiero che sfidò persino la morte tornando in campo dopo un’ulcera perforata per vincere nuovamente la classifica cannonieri, e la sua vita, così legata al calcio, si concluse tragicamente nel 1996 in Marocco, stroncato da un malore in panchina dopo che gli era stato annullato un gol, lasciando parole struggenti, “Mi fa male tutto...”, mentre oggi lo stadio di Craiova porta orgogliosamente il suo nome come tributo eterno; negli anni ‘80 emerse la leggenda della “Craiova Maxima”, una generazione di talenti che, con Ilie Balaci, la Meraviglia Bionda, al centro del progetto, scrisse pagine memorabili raggiungendo la semifinale europea della Coppa UEFA 1982-83, e trasformando lo stadio in una bolgia di 50.000 spettatori pronti a spingere i propri eroi, eliminati solo per la regola dei gol in trasferta dopo due pareggi contro il Benfica; Balaci, oltre a essere il cuore pulsante della squadra, regalava momenti di ilarità e complicità, soprannominando i compagni con nomi bizzarri come “Babane” per Silviu Lung e “Paraliticul” per Rodion Cămătaru, mentre lui stesso si faceva chiamare “Cioara” perché cresciuto in un quartiere popolare. Proprio in quegli anni si consolidò un curioso legame con Napoli, due città del sud che condividono colori bianco e azzurro e un’identità ribelle contro il nord e le capitali del potere; tuttavia, dopo l’ultimo titolo conquistato nel 1991, l’Universitatea Craiova precipitò in un vortice di problemi gestionali e finanziari conseguenti alla caduta del comunismo, e da lì nacque la ferita più dolorosa per i tifosi, la divisione del club, che oggi esiste sotto due sigle, la CSU Craiova, sostenuta dalle autorità locali e proprietaria del marchio storico, e l’FC U Craiova 1948, legata alla famiglia Mititelu, dando vita a una vera e propria “guerra civile” tra i supporter un tempo uniti; controversie legali e privatizzazioni hanno portato persino tribunali internazionali come quello di Losanna a dover decidere su questioni delicate, come il pagamento dei debiti verso vecchi giocatori quali Josip Mišić, confermando che la successione sportiva non è solo una questione legale ma coinvolge il nome, i colori e la memoria storica percepita dai tifosi, rendendo l’Universitatea Craiova non solo una squadra, ma un simbolo di identità, passione e resistenza del calcio del sud della Romania.
Nel cuore del Banat e della Crișana, la rivalità tra Arad e Timișoara, nota come il “West Derby”, rappresenta una delle pagine più accese del calcio rumeno, un duello che va ben oltre il campo e che intreccia storia, identità cittadina e orgoglio regionale; l’UTA Arad, fondata nel 1945 dal barone Francisc von Neuman, nacque ispirandosi all’Arsenal di Londra, adottandone i colori biancorossi e replicandone lo stile dello stadio, e con il soprannome di “Campioana Provinciei” dominò il dopoguerra vincendo sei titoli nazionali e realizzando l’impresa storica di eliminare i campioni in carica del Feyenoord dalla Coppa dei Campioni 1970-71, una gloria interrotta da un lungo declino iniziato negli anni ‘80 e culminato nello scioglimento del 2014, prima che la passione dei tifosi ridonasse vita al club, permettendogli di tornare nella massima serie nel 2020; dall’altra parte della rivalità, la Politehnica Timișoara incarna lo spirito accademico, essendo stata fondata nel 1921 dall’Università Politecnica, e nonostante gli anni turbolenti noti come “anni ABBA”, caratterizzati da continue promozioni e retrocessioni, la “Poli” regalò notti magiche in Europa, eliminando colossi come il Celtic e l’Atlético Madrid, prima di cadere nel fallimento del 2012 e affrontare una complessa disputa sull’identità del marchio, oggi portata avanti dalla squadra sostenuta dai tifosi, la SSU Politehnica; se l’UTA ha dominato il XX secolo, il XXI appartiene al CFR Cluj, fondato nel 1907 dai ferrovieri sotto l’amministrazione austro-ungarica, che trascorse decenni nelle serie inferiori prima della trasformazione del 2002, quando con l’arrivo della proprietà Pászkány il club divenne una potenza europea, vincendo otto titoli di Liga I tra il 2008 e il 2022, inclusi cinque consecutivi, e firmando imprese leggendarie in Champions League come la vittoria del 2008 all’Olimpico contro la Roma e quella del 2012 all’Old Trafford contro il Manchester United; il genio di Pitești si manifesta nell’Argeș Pitești, fondato nel 1953 come Dinamo, indissolubilmente legato a Nicolae Dobrin, il “Principe di Trivale”, che guidò il club a due titoli nazionali nel 1972 e nel 1979 e attirò l’attenzione del Real Madrid, bloccato però dal regime comunista, mentre dopo il fallimento del 2013 e scandali di corruzione, il marchio recuperato dal comune riportò la squadra in Liga I nel 2020; l’Oțelul Galați, fondato nel 1964, rappresenta la forza industriale della Moldavia e visse momenti di gloria internazionale già nel 1988 con la vittoria sulla Juventus in Coppa UEFA, raggiungendo il culmine nel 2010-11 quando, con uno dei budget più bassi del campionato, vinse il suo unico titolo nazionale, diventando il primo club della regione a riuscirci, per poi fallire nel 2016 e rinascere grazie ai tifosi, tornando nel calcio d’élite nel 2023; infine, il Farul Costanza, storico club della Dobrugia fondato nel 1920, dopo decenni di risultati altalenanti e il fallimento del 2016, ha vissuto una svolta epocale nel 2021 con la fusione con il Viitorul, l’accademia di eccellenza fondata da Gheorghe Hagi, e sotto la guida tecnica dello stesso Hagi ha conquistato il suo primo storico titolo di Liga I nella stagione 2022-23, completando una rinascita basata sulla valorizzazione dei giovani talenti; questi club, ciascuno con la propria storia fatta di vittorie e cadute, scandali e riscatti, sono come fenici che, nonostante le fiamme dei fallimenti finanziari e delle retrocessioni, trovano sempre il modo di risorgere dalle proprie ceneri, alimentati dall’instancabile passione delle comunità locali che li hanno generati e continuano a sostenerli.
Attraversando il confine nella Dobrugia, laddove le acque del Danubio segnano il passo tra due terre sorelle e rivali, il vento porta con sé i frammenti di un’altra epopea ferita. Superata la frontiera, ci si ritrova immersi nel racconto di altre gloriose compagini che un tempo fecero sognare un’intera nazione, ma che oggi sembrano prigioniere di un letargo infinito. Squadre nate dal marmo e dal mito, capaci di spaventare le grandi d’Europa, appaiono ora incapaci di scuotersi di dosso la polvere di un declino che pare non avere fine, faticando a ritrovare la luce persino entro i confini domestici. Eppure, tra le rovine di un presente incerto, batte ancora il cuore di una tradizione profonda. Quella che segue è una breve cronaca dei giganti bulgari, una storia di stelle cadenti, aquile indomite e di un pallone che, in questa parte di Balcani, ha saputo essere leggenda.
Il calcio bulgaro ha tessuto una trama fatta di gloria imperiale, cadute drammatiche e rinascite leggendarie. La storia di questo sport in Bulgaria non è solo una cronaca di gol e trofei, ma un riflesso delle tensioni politiche e dell’identità nazionale di un intero popolo. Al centro di questo universo si staglia l’Eterno Derby di Sofia tra il CSKA e il Levski. Fondato nel 1948, il CSKA Sofia nacque come la squadra dell’Esercito bulgaro, simbolo dell’autorità e del potere comunista durante il periodo di sovietizzazione. La sua epopea europea raggiunse l’apice nei primi anni ‘80, dopo aver eliminato i campioni in carica del Liverpool, i “Rossi” affrontarono il Bayern Monaco nella semifinale della Coppa Campioni 1981/82, arrivando a condurre per 3 a 0 dopo soli 18 minuti in una serata carica di elettricità allo stadio Vasil Levski. Nonostante il successo per 4 a 3 dell’andata, il sogno si infranse al ritorno a Monaco con un netto 4 a 0. Oggi il CSKA, il club più titolato del Paese, lotta per la sua sopravvivenza dopo un fallimento economico che lo ha costretto a ripartire dalle divisioni inferiori, come una fenice che rifiuta di morire. Dall’altra parte della barricata c’è il Levski Sofia, fondato nel 1914 e intitolato all’eroe nazionale Vasil Levski. Conosciuto come “la squadra del popolo”, il Levski ha rappresentato storicamente l’anima nazionalista e, durante il regime, fu posto sotto l’egida del Ministero degli Interni. I “Blu” vantano il record di non essere mai retrocessi e sono stati la prima squadra bulgara a raggiungere la fase a gironi della UEFA Champions League nel 2006 alle spese del Chievo Verona. La rivalità con il CSKA toccò un punto di non ritorno nel 1985, durante una finale di Coppa di Bulgaria segnata da una rissa furiosa che portò lo Stato a sciogliere temporaneamente entrambi i club, costringendoli a cambiare nome in Sredets e Vitosha. Quell’episodio rischiò di stroncare la carriera di giovani talenti come Hristo Stoichkov, poi Pallone d’Oro nel 1994. Mentre i giganti di Sofia si scontravano, lo Slavia Sofia scriveva le proprie pagine dorate. Fondato nel 1913, lo Slavia è il terzo club più importante della nazione, capace di vincere 7 campionati e 8 coppe nazionali. Uno dei suoi successi più prestigiosi è la Coppa dei Balcani 1987-1988, vinta superando i rumeni dell’Argeș Pitești in una finale dominata con un complessivo 6 a 1. In quegli anni, anche club come lo Sliven si misero in luce nella competizione, travolgendo squadre come il Samsunspor per 7 a 0 prima di cedere in semifinale proprio allo Slavia. Un altro tassello fondamentale è il Botev Plovdiv, il club più antico ancora in attività, fondato nel 1912. I “Canarini” di Plovdiv vantano un record memorabile contro il Bayern Monaco nella Coppa delle Coppe 1984/85, dopo una sconfitta per 4 a 1 in Germania, riuscirono a battere i giganti bavaresi per 2 a 0 davanti a 30.000 spettatori. In tempi moderni, l’egemonia calcistica si è spostata verso est con l’ascesa del Ludogorets Razgrad. Dalla sua promozione nella massima serie, il club ha dominato il campionato e si è distinto in Europa, diventando la prima squadra bulgara a vincere un girone di UEFA Europa League nel 2013-14, eliminando la Lazio agli ottavi di finale. Il Ludogorets detiene inoltre il record di punti e gol segnati per una squadra bulgara nei gironi di Champions League. Il legame tra sport e politica rimane un elemento distintivo, mentre il Lokomotiv Sofia è storicamente associato ai lavoratori ferroviari e a simpatie di sinistra, molte tifoserie organizzate bulgare oggi manifestano orientamenti di estrema destra, riflettendo la complessità sociale del Paese. Il calcio bulgaro è come un antico arazzo balcanico, i suoi fili non sono fatti di trionfi europei ma polvere di stadi di periferia, dove ogni trama racconta di un potere che cerca di controllare il gioco e di un popolo che, attraverso il tifo, cerca la propria libertà.
Il calcio in queste terre non è mai stato solo un gioco, ma un mosaico complesso di talento cristallino e ombre fitte, dove il miracolo di Siviglia e le mani di Duckadam si intrecciano inevitabilmente con il respiro soffocante delle dittature e i loro stadi-vetrina. Eppure, nonostante i fallimenti, le scissioni e i “castelli di carta” crollati sotto il peso della storia, batte ancora il cuore di una tradizione profonda. È l’anima del “Maradona dei Carpazi” che continua a incantare, o quella di un “Principe di Trivale” che non poté mai lasciare il proprio regno. Oggi la Romania e la Bulgaria sono come vecchie glorie che lucidano i trofei del passato mentre il mondo corre verso il futuro, ma non sono ancora pronte a spegnersi. La speranza rinasce dove un tempo c’era solo un campo di mais, trasformato in un’accademia di sogni, o nel ritorno di club che, come fenici alimentate dalla passione dei tifosi, risorgono dalle proprie ceneri. Perché finché ci sarà una curva che canta tra l’odore del ferro e del carbone, o un’aquila che si leva in volo sopra stadi di periferia, il calcio balcanico resterà un racconto epico e sacro, un arazzo i cui fili, intessuti di polvere e gloria, non smetteranno mai di narrare la leggenda.
Bibliografia
Cinacchio, Cristiano. Bucarest tra fotbal e politica: squadre, stadi, personaggi... ed una partita leggendaria. Urbone Publishing, 2021.
Galleri, Gianni. Balkan Football Club. Bottega Errante Edizioni, 2024.
Galleri, Gianni. Curva Est: il calcio balcanico. Urbone Publishing, 2018.
Belli, Fabio, e Marco Piccinelli. C’eravamo tanto a(r)mati: storie di calcio della Germania Est. Rogas Edizioni, 2021.
Biondi, Adam. Calcio sovietico: storia del football in URSS. Urbone Publishing, 2020.
Crepaldi, Giuseppe. Zavarov: il furetto del fango. Urbone Publishing, 2020.
Gullà, Francesco. Puskás: l’uomo che ha fatto grande il calcio. Urbone Publishing, 2016.
Vandini, Roberto. La stella rossa di Belgrado: storia di un club e di un popolo. Urbone Publishing, 2021.
Zamboni, Massimo. Nessuna voce dentro: un’estate a Berlino Ovest. Einaudi, 2017.
Sitografia sul Calcio dell’Est Europa (Romania e Bulgaria)
East Journal - Sport: www.eastjournal.net/category/sport
Rivista Contrasti: www.rivistacontrasti.it
Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa: www.balcanicaucaso.org
L’Ultimo Uomo: www.ultimouomo.com
Storie di Calcio: storiedicalcio.altervista.org
Urbone Publishing: www.urbone.eu
Transfermarkt Italia (Romania): www.transfermarkt.it/superliga/startseite/wettbewerb/RO1
Transfermarkt Italia (Bulgaria): www.transfermarkt.it/parva-liga/startseite/wettbewerb/BU1