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Livello 6
 



Indagine socio-culturale sul calcio dei nostri giorni.

Testo di Fiore Massimo


Il calcio, così come lo conosciamo oggi, nasce come gioco, e non è un caso che l’acronimo F.I.G.C. significhi Federazione Italiana Giuoco Calcio. Già la parola stessa “giuoco” richiama un’attività libera, spontanea, fine a sé stessa. Il vocabolario Treccani lo definisce come “qualsiasi attività liberamente scelta a cui si dedichino, singolarmente o in gruppo, bambini o adulti, senza altri fini immediati che la ricreazione e lo svago, sviluppando nello stesso tempo capacità fisiche, manuali e intellettive.” Tuttavia, il calcio di oggi è qualcosa di molto diverso da questo concetto originario. Nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, esso si è trasformato in un universo complesso, dove gli interessi economici e politici hanno soppiantato l’aspetto ludico e spontaneo della disciplina. Da semplice gioco di strada, è diventato una delle più potenti industrie globali, capace di muovere miliardi, di influenzare governi e di determinare gli umori delle masse. Il calcio è entrato così a far parte della vita sociale e culturale dell’uomo, assumendo una valenza quasi antropologica. È un linguaggio universale, comprensibile in ogni angolo del pianeta. Chiunque, anche il bambino che gioca con una palla improvvisata, può riconoscersi in esso, perché bastano diciassette semplici regole per comprenderlo e sentirsi parte di una comunità più ampia. Ma proprio questa universalità ha generato fenomeni contrastanti. Da un lato, il calcio è divenuto un mezzo di aggregazione, un collante sociale capace di unire persone di età, culture e condizioni diverse sotto un’unica bandiera, quella della propria squadra. Essere tifosi significa spesso appartenere, condividere valori, emozioni, speranze e persino un’identità territoriale. In molte città, il legame tra la squadra e il territorio si traduce in un sentimento di campanilismo forte e coeso, in cui la difesa dei colori locali diventa sinonimo di orgoglio civico. Dall’altro lato, però, questo stesso sentimento può degenerare in contrapposizione e violenza. Il tifo, da espressione di passione, può trasformarsi in fanatismo; il gruppo ultras, da luogo di coesione giovanile, in spazio di scontro politico o religioso. Gli stadi diventano teatri di conflitti, le partite occasioni di tensioni sociali e disordini di ordine pubblico. E così il “giuoco” perde la sua natura di divertimento e libertà, diventando un’arena dove si riflettono le frustrazioni, le rivalità e persino le discriminazioni di una società divisa. Non è un caso che le vicende del calcio abbiano varcato la soglia dei parlamenti e dei ministeri, diventando affare politico e mediatico. Spesso, come dimostra la storia, il calcio è stato anche strumento di distrazione di massa, utilizzato dalle élite per deviare l’attenzione collettiva da problemi sociali o decisioni impopolari. Un vero e proprio “psicodramma collettivo” capace di sospendere, almeno per novanta minuti, le preoccupazioni del mondo reale.

Il Calcio, dalle Origini Storiche al Fenomeno Sociale.

Eppure, non tutto è negativo. Il calcio conserva ancora esempi di solidarietà e impegno sociale. Dalle iniziative dei tifosi del Rayo Vallecano, che sostengono i membri più bisognosi della loro comunità, all’esperienza della Democracia Corinthiana in Brasile, che negli anni Ottanta fece del calcio un simbolo di libertà e partecipazione, lo sport dimostra di poter essere anche veicolo di valori positivi. In fondo, forse, il segreto del calcio sta proprio nella sua duplice natura, gioco e spettacolo, libertà e potere, passione e contraddizione. È lo specchio della società contemporanea, con tutte le sue luci e le sue ombre. Ma se torniamo a considerarlo per ciò che era all’origine – un giuoco, un momento di incontro e di gioia condivisa – forse potremo ancora riscoprire il suo significato più autentico, quello di un linguaggio universale che unisce, emoziona e fa sognare. Non sempre il calcio è stato simbolo di unione e fratellanza tra i popoli. Anzi, nella storia non mancano esempi in cui il pallone ha rappresentato motivo di scontro e divisione. In negativo, si ricordano i fatti del 1969 tra El Salvador e Honduras, quando una serie di partite valide per le qualificazioni ai Mondiali contribuì ad accendere la cosiddetta “guerra delle cento ore”. Allo stesso modo, la battaglia del “Maksimir”, agli inizi degli anni Novanta, tra tifoserie serbe e croate, divenne l’episodio simbolo dell’imminente conflitto etnico che avrebbe devastato i Balcani. Eppure, il calcio non nacque per dividere, ma per unire. La sua origine risiede nel desiderio dell’uomo di trovare una forma di espressione sociale e culturale, un modo per sentirsi parte di una comunità. Il football moderno vide la luce nella metà dell’Ottocento in Inghilterra, nel pieno della rivoluzione industriale. I lavoratori, grazie alla riduzione delle ore di lavoro e ai primi giorni di riposo settimanale, cominciarono ad avere tempo libero e cercarono nuove forme di svago e aggregazione. Nacque così la necessità di organizzare attività ricreative collettive, e tra queste il gioco della palla con i piedi si diffuse rapidamente nei quartieri popolari. In un primo momento, il calcio era un gioco rude e disordinato, spesso caratterizzato da scontri fisici e da un entusiasmo incontrollato. Tuttavia, la sua popolarità attirò anche le classi superiori, che vi intravidero un mezzo di competizione regolata e nobile, adatto alla formazione morale e fisica dei giovani. Nelle grandi scuole britanniche – Harrow, Rugby, Charterhouse – il calcio trovò la sua prima forma organizzata. Proprio nel college di Rugby, nel 1823, avvenne un episodio destinato a entrare nella leggenda, uno studente, William Webb Ellis, durante una partita di football, prese il pallone tra le mani e corse verso la linea di fondo avversaria. Quel gesto ribelle diede origine a un nuovo sport, che prese il nome della città stessa, Rugby. Per differenziarsi da quella nuova disciplina, al Trinity College di Cambridge venne redatto un codice di regole che definiva il football come gioco esclusivamente con i piedi. Su quella base, nel 1857 nacque lo Sheffield Club, il primo club calcistico non universitario, seguito cinque anni dopo dal Notts County, la società più antica tuttora esistente. Da quel momento, il calcio iniziò una crescita inarrestabile, diffondendosi in tutta l’Inghilterra e poi nel mondo. Ma lo sport, in realtà, è sempre stato molto più di una semplice competizione fisica. Fin dall’antichità, ha rappresentato un fenomeno culturale e sociale. Già gli antichi Greci, durante le Olimpiadi, sospendevano le guerre per permettere agli atleti di gareggiare in pace, riconoscendo nel gesto sportivo un valore sacro e comunitario. Questo bisogno di appartenenza e di confronto è profondamente radicato nell’essere umano. L’uomo, in quanto animale sociale, ha sempre sentito la necessità di far parte di un gruppo, di condividere con altri un senso di identità comune. Dalle centurie romane, che si sfidavano per dimostrare la propria forza, fino ai villaggi che si contendevano l’egemonia del territorio, la storia è piena di esempi in cui la competizione fisica è stata espressione di coesione e rivalità al tempo stesso. Il calcio, dunque, è l’erede moderno di questa antica esigenza, una forma di confronto simbolico, in cui la vittoria e la sconfitta assumono significati che vanno oltre il campo di gioco. È un linguaggio universale che unisce e divide, che entusiasma e commuove, ma che, nel profondo, continua a rappresentare ciò che era fin dall’inizio, un modo per sentirsi parte di qualcosa di più grande di sé stessi.
La storia del calcio è una lunga e affascinante avventura che attraversa i secoli, le culture e le civiltà. Quello che oggi è considerato lo sport più popolare e seguito al mondo affonda le proprie radici in tempi antichissimi, quando l’uomo iniziò a usare la palla come strumento di gioco, di addestramento e di aggregazione sociale.

Storia di un Gioco che Unisce i Popoli.

Già nell’antica Roma, infatti, si praticava una disciplina chiamata harpastum, conosciuta anche come “gioco della palletta”. Si trattava di un gioco di squadra che utilizzava una palla di dimensioni simili a quelle moderne e prevedeva l’obiettivo di strappare la palla agli avversari, da cui deriva il suo stesso nome, legato al verbo greco harpázō, che significa “strappare via, portare via”. Non si trattava soltanto di un passatempo, ma di un vero esercizio fisico, utile ad allenare la destrezza, la forza e la resistenza.
I romani avevano importato l’harpastum dal mondo greco, dove questa attività era già diffusa come parte integrante della formazione dei giovani e dei soldati. Con il tempo, il gioco divenne uno degli esercizi prediletti dai gladiatori e dai legionari, tanto che, durante le campagne militari, non era raro assistere a sfide improvvisate tra soldati romani e popolazioni locali. In un impero vasto e multietnico, il gioco con la palla si rivelò un momento di svago e, allo stesso tempo, di contatto culturale. Ma le origini del calcio risalgono a epoche ancora più remote. In Cina, già nel II millennio avanti Cristo, si giocava a un’attività chiamata Tsu’Chu, che significa letteralmente “calciare la palla”. In questa pratica, utilizzata come addestramento militare, i soldati dovevano colpire con i piedi una palla di cuoio riempita di piume, cercando di farla passare attraverso piccoli fori in reti tese tra due pali. Si trattava di un esercizio che richiedeva precisione, coordinazione e spirito di squadra. Nel vicino Giappone, intorno al III secolo a.C., si sviluppò una disciplina simile chiamata Cuju, anch’essa legata all’allenamento fisico dei soldati. Questi antichi giochi orientali dimostrano come l’idea di muovere una palla con i piedi sia stata, sin dalle origini, un modo per unire la preparazione fisica al divertimento collettivo. Durante il Medioevo, il gioco della palla continuò a essere praticato in diverse forme in tutta l’Europa. Fin dall’anno Mille, nella Francia del Nord e in Cornovaglia, si giocava alla soule (o choule), un gioco caotico e collettivo che coinvolgeva centinaia di partecipanti appartenenti a villaggi o parrocchie rivali. Non esistevano limiti di tempo, né regole precise, l’obiettivo era portare la palla in un punto prestabilito del territorio avversario, e per farlo si ricorreva spesso a scontri fisici durissimi. Le partite di soule potevano durare ore e trasformarsi in veri e propri spettacoli popolari, nei quali il gioco e la lotta si mescolavano in modo primordiale. In Italia, un gioco molto simile e più evoluto fece la sua comparsa a Firenze, dove nel XII secolo nacque il celebre calcio fiorentino. Questo sport divenne presto uno degli intrattenimenti più amati dai giovani nobili e dagli aristocratici della città. Le partite si disputavano nelle piazze principali, come Santa Croce, e attiravano grandi folle di spettatori. Il calcio fiorentino era caratterizzato da un forte spirito agonistico e da un notevole impiego fisico, tanto che si diceva fosse una via di mezzo tra il calcio e la lotta. Nel XVI secolo, il calcio fiorentino conobbe il suo massimo splendore. Nel 1521, si ha notizia di una partita giocata addirittura all’interno delle mura vaticane, alla presenza di Papa Leone X, grande appassionato di questo sport. Nei secoli successivi, la tradizione si estese anche a Roma, nel Settecento, le famiglie aristocratiche dei Belvedere e dei Rospigliosi si sfidavano in partite cittadine che ricordano, per spirito e rivalità, i moderni derby. I primi giocavano nel cortile vaticano, i secondi al Quirinale. Con il passare del tempo, tuttavia, il calcio fiorentino cadde in disuso. Bisognerà attendere i primi anni del Novecento perché questo antico gioco venisse riscoperto e rivalutato come rievocazione storica, dando origine al “Calcio Storico Fiorentino”, che ancora oggi viene celebrato ogni anno in occasione delle festività cittadine. Mentre in Italia si riscoprivano le proprie tradizioni, in Inghilterra si stava codificando il football moderno. A metà dell’Ottocento, infatti, nelle scuole e nei college britannici nacquero le prime regole ufficiali del gioco. Nel 1857 fu fondato lo Sheffield Club, considerato il primo club calcistico al mondo, e nel 1863 nacque la Football Association, che stabilì definitivamente le regole del calcio come sport distinto dal rugby. Da quel momento, il football si diffuse rapidamente in tutto il mondo, assumendo ovunque caratteristiche e sfumature locali. In Italia, il calcio approdò negli ultimi decenni dell’Ottocento e conobbe un’espansione travolgente. La sua forza stava nella semplicità, bastava un pallone e un po’ di spazio per giocare. Divenne presto lo sport più amato, capace di unire persone di ogni età e classe sociale. Durante il regime fascista, Benito Mussolini comprese il potenziale politico e simbolico del calcio, trasformandolo nello sport nazionale per eccellenza. Il governo investì nella costruzione di stadi, promosse la figura del “calciatore superuomo” e fece del successo sportivo una questione d’onore nazionale. In quegli anni, l’Italia vinse due Campionati del Mondo consecutivi (1934 e 1938), e il calcio divenne strumento di propaganda e orgoglio patriottico. Con la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale, il calcio tornò a essere ciò che da sempre rappresentava per gli italiani, un simbolo di unità e di rinascita. Dalle macerie del conflitto nacquero nuove squadre, nuovi campioni e una passione popolare che non si sarebbe mai più spenta. Oggi il calcio è un fenomeno globale, seguito da miliardi di persone. Ma dietro la modernità degli stadi, delle televisioni e dei contratti miliardari, continua a vivere l’anima antica di un gioco semplice, nato per divertire e per unire. Dall’harpastum dei legionari al Tsu’Chu dei soldati cinesi, dal calcio fiorentino alle sfide moderne di Serie A, il calcio non ha mai smesso di essere ciò che era fin dall’inizio, un linguaggio universale, capace di parlare a tutti, di emozionare e di raccontare la storia stessa dell’uomo.

Dall’Aggregazione Sociale al Fenomeno del Consumo.

A partire dagli anni Sessanta, il calcio ha smesso di essere soltanto uno sport per diventare un vero e proprio specchio della società. In quegli anni, le squadre non rappresentavano più soltanto un insieme di giocatori, ma incarnavano identità collettive radicate nei quartieri, nelle città e nelle classi sociali. A Milano, ad esempio, l’Inter e il Milan non erano soltanto due club rivali, erano due mondi contrapposti. I tifosi interisti, chiamati “Bauscia”, rappresentavano la borghesia cittadina, elegante e orgogliosa, mentre i “Casciavit”, i milanisti, erano l’espressione del proletariato, degli operai e della gente comune. Il calcio diventava così un luogo simbolico di riconoscimento sociale, in cui le differenze di classe trovavano una forma di rappresentazione pacifica e rituale. Negli anni Settanta e Ottanta, le curve degli stadi assunsero un ruolo di straordinaria importanza culturale. Diventarono laboratori sociali e politici, punti di incontro per giovani che cercavano un senso di appartenenza e di identità in un periodo storico segnato da forti tensioni ideologiche. La curva non era solo il cuore pulsante del tifo, era un microcosmo sociale, capace di creare linguaggi, simboli e stili di vita propri. In quegli anni nacquero i movimenti ultras, caratterizzati da un forte spirito di gruppo e da un’identità collettiva che travalicava i confini del semplice sostegno sportivo. Con il passare del tempo, tuttavia, il volto delle curve cambiò. Da spazio di aggregazione e passione condivisa, si trasformarono progressivamente in luoghi di scontro e violenza. La nascita del fenomeno hooligans in Inghilterra e le tensioni etniche che attraversavano le curve dell’Europa dell’Est influenzarono anche l’ambiente italiano. Gli ultras, spesso animati da ideali politici o da appartenenze territoriali forti, vennero sempre più percepiti come gruppi pericolosi, e la figura del tifoso cominciò a essere associata a quella del teppista. La risposta delle istituzioni fu rigida. Nel tentativo di ristabilire l’ordine e garantire la sicurezza negli stadi, si introdussero leggi e controlli sempre più severi. Il momento simbolico di questa trasformazione fu l’istituzione, negli anni Duemila, della tessera del tifoso, nata come strumento di prevenzione e identificazione dei soggetti ritenuti pericolosi. Quella che avrebbe dovuto essere una misura di sicurezza divenne, nel tempo, uno strumento di controllo e fidelizzazione, più utile alle società per vendere abbonamenti e gadget che per tutelare la vera passione sportiva. Parallelamente, il calcio stava cambiando pelle. Il tifoso tradizionale, che viveva il calcio come rito collettivo, veniva lentamente sostituito da una nuova figura, il consumatore di sport. Gli stadi si svuotavano mentre cresceva il pubblico delle Pay TV, dei centri commerciali sportivi, dei gadget ufficiali. Il tifo, un tempo fatto di canti, bandiere e sacrificio, si trasformava in un’esperienza mediatica e commerciale. Non più tifosi, ma fans o addirittura clienti, spettatori passivi di uno spettacolo confezionato e venduto come un prodotto d’intrattenimento. Alcuni club, per sopravvivere nella complessa economia del calcio moderno, hanno addirittura spinto i propri sostenitori a partecipare a forme di azionariato popolare o di crowdfunding. In teoria, iniziative nate per rafforzare il legame tra società e tifosi; in pratica, spesso ridottesi a strumenti per raccogliere fondi, senza offrire reali poteri decisionali a chi contribuiva. Il tifoso, insomma, paga per sentirsi parte del club, ma resta spettatore ai margini, escluso dalle scelte e dalle strategie che riguardano la squadra del cuore. Eppure, nonostante la mercificazione crescente del calcio, l’essere umano continua ad avere un bisogno profondo di aggregazione e appartenenza. Fin dall’antichità, le persone si sono riunite in gruppi, clan o comunità per condividere idee, valori, passioni. Il calcio, in questo senso, rimane un riflesso della natura sociale dell’uomo, un linguaggio universale che parla di identità, di emozione e di partecipazione. Oggi, mentre gli stadi diventano teatri moderni e le squadre multinazionali, la passione autentica dei tifosi resiste ancora, anche se soffocata dal rumore del marketing e dalle logiche del profitto. Perché dietro ogni bandiera, ogni coro, ogni abbraccio sugli spalti, c’è qualcosa che nessuna Pay TV potrà mai vendere, l’emozione condivisa di sentirsi parte di una comunità.

Dalle Bandiere alle Maglie, il Senso di Appartenenza.

A difesa dei propri sistemi di aggregazione, l’uomo ha da sempre combattuto guerre e conflitti per la salvaguardia di saperi, identità e territori. Queste lotte affondano le proprie radici nella storia più antica dell’umanità, quando la sopravvivenza e l’appartenenza a un gruppo erano elementi imprescindibili per la vita stessa. Già nella civiltà greca, il sistema delle polis, le città-Stato,  rappresentava la prima forma di organizzazione politica e sociale fondata sul concetto di identità collettiva. Ogni polis custodiva gelosamente la propria indipendenza, difendendola con fierezza. Le forme di governo oscillavano tra democrazia e tirannia, ma in entrambi i casi vi erano accese diatribe e guerre per la difesa del territorio e della propria ragion di Stato. L’appartenenza non era solo geografica, era culturale, spirituale e simbolica. Durante il periodo monarchico e imperiale romano, questo senso di appartenenza si tradusse nella grande spinta espansionistica dell’Impero. Gli scontri e le conquiste avevano come fine ultimo l’affermazione del potere di Roma e della sua civiltà, simboleggiata dall’aquila imperiale. Dai territori del Lazio fino alle più remote regioni d’Europa, le legioni romane combattevano per difendere e ampliare il dominio di un popolo che aveva fatto dell’unità e dell’identità il proprio marchio di grandezza. Con il Medioevo, l’idea di aggregazione trovò una nuova forma nel sistema feudale. Gli uomini si radunavano attorno al proprio “signore”, non solo per protezione, ma per devozione e senso di appartenenza. Le comunità si stringevano intorno ai castelli, simboli di potere e di sicurezza, e per distinguersi dai feudi vicini iniziarono a comparire le cotte d’armi e gli stemmi araldici, segni visivi che indicavano l’origine, la famiglia o il territorio di appartenenza. Nel corso del IX secolo, gli scontri tra feudi si fecero sempre più frequenti, si combatteva per difendere le mura del proprio castello, per conquistare nuove terre o per proteggere i raccolti dalle incursioni dei briganti. In questo clima, nacquero i primi stendardi e vessilli che identificavano le signorie e le città. Quei simboli, tramandati nei secoli, sono giunti fino a noi sotto forma di stemmi civici o, curiosamente, crest calcistici, a testimonianza di come la simbologia dell’appartenenza sia rimasta costante nel tempo, solo mutando contesto. Con l’avvento delle signorie e la comparsa dei cavalieri di ventura, il bisogno di adesione e di riconoscimento divenne ancora più forte. Nacque allora un vero e proprio senso civico e municipale, si era pronti a combattere e a morire per il proprio signore o per la propria città. Bardati in armature lucenti, con scudi dipinti e piume colorate, i cavalieri sfoggiavano stemmi e colori che raccontavano la loro fedeltà. L’araldica divenne il linguaggio dell’onore e della lealtà, un codice simbolico che legava indissolubilmente uomini e territori, persone e ideali. Questo desiderio di misurarsi con altri uomini non era soltanto dettato dalla necessità di difendere la propria terra, ma anche da un impulso più profondo, quello di onorare il proprio valore. Non a caso, nel Rinascimento, si cominciarono a organizzare scontri e tornei che avevano perso la loro funzione militare, trasformandosi in giostre o combattimenti per gioco, dove la competizione era simbolo di coraggio e destrezza. Emblematico fu l’episodio della Disfida di Barletta, avvenuto nel 1503 nella piana di Corato. Qui si affrontarono tredici cavalieri francesi, guidati da Guy La Motte, contro un gruppo di italiani eterogenei provenienti da tutta la penisola, capeggiati da Ettore Fieramosca. I francesi, elegantemente vestiti con uniformi omogenee e lo stemma gigliato di Francia, si contrapponevano agli italiani, bardati nelle più disparate armature e contraddistinti da stemmi e colori diversi. Per distinguere i propri compagni in battaglia, gli italiani legarono al braccio una fascia azzurra, ricavata dal velo di una statua della Vergine Maria. Quella stoffa, simbolo di unità e di fede, divenne il segno distintivo di una squadra improvvisata ma determinata, passata alla storia come la “Armata Brancaleone”. Nonostante le previsioni sfavorevoli, gli italiani vinsero lo scontro, ribaltando il destino e consacrando il colore azzurro come emblema di riscatto e di orgoglio nazionale. Secoli più tardi, in ricordo di quell’impresa, la Casa Savoia riprese proprio quel colore, inserendolo nel bordo dello stemma reale sul tricolore del Regno d’Italia. Da allora, l’azzurro è divenuto il colore ufficiale della nazionale italiana di calcio, un’eredità simbolica che collega il passato cavalleresco al moderno spirito sportivo. Così, dalle bandiere medievali agli stemmi sportivi, dalle cotte d’armi alle maglie da gioco, l’uomo ha sempre trovato nel colore e nel simbolo un modo per affermare la propria identità collettiva. Cambiano le epoche, cambiano le armi e i campi di battaglia, ma resta immutata la necessità di sentirsi parte di un gruppo, di una storia, di un ideale più grande. Perché in fondo, come nei tornei medievali o nei moderni stadi, non si combatte mai solo per vincere, ma per difendere ciò che si è, ciò che si rappresenta e ciò in cui si crede.

Il Calcio come Specchio della Società.

Il calcio odierno abbraccia molte sfere della vita sociale e culturale, tanto da spingere a domandarsi perché così tante persone nutrano una passione tanto profonda per questo sport e perché, talvolta, tale passione degeneri in comportamenti violenti o irrazionali. Il calcio, in molti casi, sembra essere divenuto un surrogato moderno capace di colmare i vuoti lasciati da altre grandi forze aggreganti del passato, come la politica o la religione. Per alcuni individui, rappresenta una valvola di sfogo, un modo per evadere dalle frustrazioni della vita quotidiana. Tuttavia, questo stesso meccanismo può trasformarsi in fanatismo, generando atteggiamenti antisociali e forme di violenza collettiva che nulla hanno a che vedere con lo spirito originario del gioco. Un esempio emblematico di questa commistione tra sport, religione e identità sociale è rappresentato dal celebre “Old Firm” di Glasgow, il derby più antico del mondo e uno dei più carichi di significato della storia del calcio. In Scozia, infatti, la religione ha da sempre costituito un pilastro fondamentale della vita pubblica e privata, e questo si riflette in modo evidente nel confronto tra le due squadre della città, il Celtic, simbolo della massiccia comunità cattolica di origine irlandese, e i Rangers, storicamente legati alla cittadinanza protestante. Quella tra Celtic e Rangers non è una semplice rivalità sportiva, è il riflesso di una frattura secolare, che affonda le proprie radici ben prima della nascita dei due club. La Scozia, infatti, nel XVI secolo, attraversò un periodo di forti tensioni religiose durante il movimento di riforma protestante. Fino ad allora cattolica, la nazione adottò il protestantesimo come religione ufficiale, generando conflitti e divisioni che avrebbero segnato la società scozzese per i secoli successivi. All’inizio del Novecento, la situazione si aggravò ulteriormente con l’arrivo in Scozia di migliaia di immigrati cattolici provenienti dall’Irlanda del Nord, in fuga dalla povertà e dalle discriminazioni. L’integrazione fu tutt’altro che semplice, i nuovi arrivati furono accolti con sospetto e ostilità, soprattutto dai protestanti, che vedevano in loro una minaccia ai propri privilegi economici e sociali. In questo contesto, la fondazione del Celtic Football Club, voluta nel 1887 da frati maristi con l’obiettivo di sostenere la comunità cattolica irlandese di Glasgow, assunse un valore fortemente identitario e politico. Le maglie biancoverdi, le croci celtiche e il quadrifoglio, simboli distintivi del Celtic, divennero emblemi di un’appartenenza che andava ben oltre il calcio, rappresentavano l’orgoglio e la resistenza di una comunità marginalizzata. Dall’altra parte, i Rangers, con la loro tradizione protestante e unionista, incarnavano la parte più conservatrice e monarchica della città. La contrapposizione si trasformò così in un vero e proprio duello sociale e religioso, cattolici contro protestanti, repubblicani contro unionisti, socialisti contro conservatori. Ogni incontro tra le due squadre diventò un palcoscenico in cui riaffioravano tensioni antiche, dove la partita di calcio era solo il pretesto per riaffermare identità collettive contrapposte. Le tensioni più forti esplosero tra le due guerre mondiali, quando la borghesia protestante accentuò le discriminazioni nei confronti della popolazione cattolica, negandole l’accesso a lavori pubblici e a case popolari. Questa ingiustizia sociale alimentò il risentimento e rese il calcio l’unico spazio in cui la comunità cattolica poteva trovare riscatto, visibilità e orgoglio. Col passare del tempo, la rivalità tra Celtic e Rangers divenne una sorta di rito identitario collettivo, un riflesso delle divisioni che attraversavano la società scozzese. Il derby di Glasgow non rappresentava più solo una sfida sportiva, ma una battaglia simbolica tra due visioni del mondo, tra due modi diversi di vivere la fede, la politica e la vita stessa. Ancora oggi, sebbene i tempi siano cambiati e il calcio sia divenuto un fenomeno globalizzato, la partita dell’Old Firm conserva un’aura di intensità e di tensione unica, a testimonianza di quanto lo sport possa farsi specchio delle fratture e delle passioni umane. In fondo, il calcio non è mai soltanto un gioco, è una forma moderna di espressione collettiva, dove si riflettono le speranze, le rabbie e le identità di intere comunità.

Il Derby di Mostar, Quando il Calcio È Solo un Pretesto.

Qualcosa di molto simile a ciò che accade a Glasgow si ripete, con toni ancora più drammatici, in Bosnia ed Erzegovina, nella città di Mostar, un luogo dove il calcio ha smesso da tempo di essere soltanto un gioco. Qui, la rivalità tra HSK Zrinjski Mostar e FK Velež Mostar non si limita al rettangolo di gioco, rappresenta due mondi inconciliabili, due anime della stessa città divisa dalla storia, dalla religione e dalla politica. Da una parte, ci sono i tifosi dello Zrinjski, espressione della comunità cattolico-croata; dall’altra, i sostenitori del Velež, storicamente legati alla componente musulmana e socialista della popolazione. Le due squadre incarnano ideali, appartenenze e memorie collettive profondamente radicate, una fede religiosa e culturale che travalica i confini dello sport, tanto che la partita viene spesso definita come “il derby più pericoloso del mondo”. La storia di questa rivalità affonda le radici nel XX secolo, intrecciandosi con i drammatici avvenimenti che hanno segnato la ex Jugoslavia. Tutto ebbe un punto di svolta nel 1993, quando la città di Mostar fu divisa fisicamente e socialmente dalla guerra tra le popolazioni musulmane bosniache e cattolico-croate. Lo Stari Most, il celebre “ponte vecchio” che da secoli univa le due sponde del fiume Neretva, divenne il simbolo di una frattura insanabile. Da allora, le due comunità si sono guardate in cagnesco da un lato all’altro del ponte, e la rivalità calcistica è divenuta il riflesso quotidiano di quella divisione. Le origini dei due club raccontano molto di questa dicotomia. L’HŠK Zrinjski Mostar nacque nel 1905, fondato da un gruppo di nobili di origine croata. Nel corso degli anni, la società divenne il punto di riferimento sportivo e culturale dell’élite cattolico-croata, ma anche, nel periodo della Seconda guerra mondiale, un simbolo vicino ai movimenti nazionalisti ustascia di Ante Pavelić. Con la nascita della Jugoslavia socialista di Tito, il club venne duramente punito per le sue simpatie politiche, nel 1945 fu bandito dai campionati e rimase inattivo per quasi cinquant’anni, fino alla dissoluzione dello Stato jugoslavo nel 1992. Sul fronte opposto, il Velež Mostar, fondato anch’esso nel 1905,  rappresentava fin dalle origini la parte operaia e musulmana della città. Durante l’epoca jugoslava, divenne uno dei club più popolari del Paese, grazie alla sua forte identità socialista e antifascista. Per decenni, il Velež incarnò l’ideale della fratellanza jugoslava, accogliendo giocatori di tutte le etnie, in aperto contrasto con il carattere esclusivo dello Zrinjski. Con la guerra degli anni Novanta e la successiva pulizia etnica, Mostar venne spaccata in due, lo Zrinjski riprese vita nella parte ovest, controllata dai croati, mentre il Velež fu confinato nella zona est, abitata prevalentemente da musulmani bosniaci. Persino lo stadio cittadino divenne terreno di contesa, il Velež, che un tempo giocava nello storico impianto Bijeli Brijeg, dovette abbandonarlo, poiché si trovava nel settore croato, e fu costretto per anni a disputare le partite casalinghe in campi di fortuna o nella zona avversaria, sotto costante tensione. Oggi, oltre alle differenze nei risultati sportivi, le due squadre si distinguono per simboli, linguaggio e cultura. I giocatori dello Zrinjski sono soprannominati “Plemići”, ossia gli aristocratici, e i loro sostenitori appartengono agli “Ultras Zrinjski”, gruppo noto per la sua forte impronta nazionalista. I tifosi del Velež, invece, si definiscono “Rođeni”, cioè i nativi, e sono organizzati nella leggendaria “Red Army”, che rappresenta ancora oggi la maggioranza della popolazione di Mostar. Gli scontri tra le due tifoserie sono spesso violenti e incontrollabili. In queste occasioni, il calcio passa in secondo piano, mentre emergono antichi rancori etnici, religiosi e politici. Le autorità faticano, o forse non vogliono davvero, mantenere l’ordine, anche tra le forze dell’ordine, molti agenti sono cittadini di Mostar e, come tali, divisi da sentimenti di appartenenza contrapposti. Il derby di Mostar non è quindi soltanto una partita di calcio, è la rappresentazione di una città ancora ferita, un luogo dove ogni gol e ogni coro risvegliano i fantasmi del passato. Da un lato e dall’altro dello Stari Most, la passione calcistica si confonde con la memoria della guerra, dimostrando come lo sport, in certi contesti, possa diventare il linguaggio attraverso cui un popolo continua a raccontare, e a rivivere, la propria storia.

Oltre il Calcio, Fede, Identità e Odio nelle Curve del Mondo.

Simili tensioni, dove lo sport diventa il pretesto per scontri ideologici, religiosi e culturali, si ritrovano anche in Israele, patria del Bnei Sakhnin, principale club calcistico arabo-israeliano del Paese. La squadra, simbolo di una comunità a maggioranza palestinese, è spesso oggetto di un odio profondo che travalica il campo da gioco e si riversa nelle curve e nelle strade. Ogni trasferta del Bnei Sakhnin, la cui città d’origine sorge non lontano da San Giovanni d’Acri, si trasforma in un derby ideologico, più che sportivo. Gli avversari non sono semplicemente rivali calcistici, ma rappresentanti di un mondo diverso, di un’identità contrapposta. La sfida più accesa è quella contro il Beitar Gerusalemme, club storicamente vicino ai movimenti sionisti ultranazionalisti e all’estrema destra israeliana. Quando il Bnei Sakhnin gioca al Teddy Stadium di Gerusalemme, lo spettacolo è sconcertante, i cori e gli insulti non hanno nulla a che vedere con la rivalità sportiva tradizionale. Gli oltraggi sono razzisti, religiosi e politici, e iniziano con il fischio d’inizio per non cessare fino al novantesimo minuto. Nei momenti peggiori, la tensione sfocia nella violenza vera e propria, aggressioni, disordini, distruzioni. Non di rado, alcuni membri de “La Familia”, il gruppo ultras più radicale del Beitar, arrivano a bruciare copie del Corano in segno di disprezzo verso gli avversari arabi. La dinamica è tristemente simile a quella di altre rivalità europee dove il calcio diventa un campo di battaglia identitaria. Un esempio emblematico è il “De Klassieker”, il derby tra Ajax Amsterdam e Feyenoord Rotterdam, una delle sfide più violente e cariche di significati politici e sociali del continente. Il primo incontro risale al 1921, e da allora sono state giocate oltre 150 sfide, quasi tutte segnate da episodi di violenza. Gli scontri tra le due tifoserie hanno visto treni incendiati, autobus assaltati, cariche di polizia e lanci di oggetti. Il punto più tragico si toccò nel 1997, durante la cosiddetta “Battaglia di Beverwijk”, quando un tifoso dell’Ajax fu pestato a morte dai sostenitori del Feyenoord. La rivalità riflette una frattura profonda tra due città e due culture, Amsterdam, liberale, cosmopolita e con una forte identità ebraica; Rotterdam, portuale, operaia, più vicina a posizioni conservatrici e nazionaliste. Non a caso, i tifosi del Feyenoord si sono spesso distinti in negativo per cori e striscioni antisemiti, inneggianti persino alle camere a gas e alla Shoah. Uno degli episodi più inquietanti avvenne quando alcuni ultrà di Rotterdam impiccarono simbolicamente un manichino con la maglia del portiere Kenneth Vermeer, “colpevole” di aver lasciato l’Ajax per trasferirsi al Feyenoord. Un gesto di odio che trovò eco in Italia nel 1996, quando un gruppo di tifosi dell’Hellas Verona, travestiti da adepti del Ku Klux Klan, appese in curva un manichino nero raffigurante il calciatore Maickel Ferrier, accompagnato da un cartello con l’invito a “usarlo per pulire lo stadio”. Il manichino rimase esposto per quasi tutto il secondo tempo, senza che nessuno intervenisse, anzi, tra gli spalti si levò l’applauso di molti spettatori. Nei Paesi Bassi, la violenza e l’odio calcistico non si limitano al “De Klassieker”. Particolarmente temuti sono anche i tifosi dell’ADO Den Haag, noti per la loro ideologia antisemita e per la brutalità dei loro comportamenti. La curva più calda, la “North Side”, è protagonista di numerosi episodi di violenza dentro e fuori dai confini nazionali, tanto da destare preoccupazioni a livello europeo. Anche in Ungheria, le rivalità calcistiche si intrecciano con le divisioni politiche e religiose. A Budapest, il derby tra il Ferencváros e l’MTK assume una forte valenza identitaria, il Ferencváros è sostenuto dai gruppi nazionalisti di estrema destra, mentre l’MTK, il Magyar Testgyakorlók Köre, rappresenta storicamente la comunità ebraica della capitale. Ogni incontro tra le due squadre è un riflesso delle tensioni latenti nella società ungherese, dove il passato e il presente si confondono in un’unica, pericolosa miscela di sport, politica e memoria.

Derry City, il calcio nella terra dei “Troubles”.

Non molto diverse sono le motivazioni che contraddistinguono la tormentata storia del Derry City Football Club e dei suoi tifosi nell’Irlanda del Nord. Le radici di questa rivalità, che va ben oltre il campo da gioco, affondano nel clima politico e religioso che, dagli anni Sessanta in poi, ha dilaniato l’Ulster. L’episodio più drammatico risale al 30 gennaio 1972, quando la città di Derry, così chiamata dagli irlandesi cattolici, mentre per gli inglesi è Londonderry, divenne teatro di una delle pagine più oscure della storia britannica, il “Bloody Sunday”, la domenica di sangue. Quel giorno, durante una manifestazione organizzata dai cattolici per chiedere il rispetto dei diritti umani e la liberazione dei prigionieri politici, tra cui Bobby Sands, simbolo della resistenza repubblicana, un reparto di paracadutisti della Royal Air Force aprì il fuoco sulla folla, senza alcuna giustificazione, uccidendo quattordici persone. Quel tragico evento segnò per sempre la memoria collettiva dell’Irlanda e dell’Europa, tanto da essere ricordato nella cultura popolare, ad esempio nella celebre canzone “Sunday Bloody Sunday” del gruppo irlandese U2, che trasformò quel massacro in un inno universale contro la violenza politica. Le tensioni, tuttavia, avevano origini più lontane. Il malcontento sociale affondava le radici nella mancata unificazione dell’isola d’Irlanda nel 1921, quando la nascita dell’Irlanda del Nord sancì la divisione tra una parte cattolica e repubblicana e una protestante e unionista, fedele alla Corona britannica. Già nel 1968, le proteste dei cattolici per il diritto al voto e contro le discriminazioni in materia di lavoro e alloggi avevano portato a scontri violenti con la polizia e con i protestanti. Con il passare degli anni, il conflitto degenerò in una vera e propria guerra civile non dichiarata, quella che la storia ricorda come i “Troubles”, e Derry divenne il cuore pulsante dell’opposizione cattolica. In questo clima di odio e divisione, anche il calcio finì inevitabilmente per essere coinvolto. La squadra cittadina, i “Candystripes”, così soprannominati per le loro maglie a strisce bianche e rosse, militava nella Irish Football League sin dagli anni Sessanta. Tuttavia, verso la fine di quel decennio, iniziarono a emergere problemi di natura politica e settaria. Derry, essendo una città di confine a maggioranza cattolica e repubblicana, era considerata dalle autorità britanniche un luogo potenzialmente pericoloso, teatro di rivolte e manifestazioni. Per arginare i “Troubles” e ridurre i punti di aggregazione dei cattolici, il governo di Sua Maestà — su decisione dell’allora primo ministro Margaret Thatcher — vietò ai cittadini di riunirsi nello storico Brandywell Stadium, imponendo al club di disputare le partite casalinghe nella vicina Coleraine, località a maggioranza protestante. Una mossa che, nei fatti, isolò completamente la squadra dal proprio pubblico. In quel periodo, precisamente nella stagione 1965/66, il Derry City aveva perfino partecipato alla Coppa dei Campioni, ma pochi anni dopo la Federazione calcistica nordirlandese (IFA) ne decretò l’esclusione dai tornei ufficiali. Dietro la decisione, come riportato da fonti dell’epoca, si celava la volontà politica di evitare che un club a maggioranza cattolica e repubblicana rappresentasse l’Irlanda del Nord nelle competizioni europee. Così, per tredici lunghi anni, il Derry City fu bandito dal calcio ufficiale per motivazioni religiose e politiche, aggravate dai sospetti, mai del tutto smentiti, che tra i suoi sostenitori vi fossero militanti dell’IRA. Fu allora che la società decise di reagire con coraggio e di intraprendere un percorso inedito, chiese l’ammissione alla League of Ireland, il campionato della Repubblica d’Irlanda (Eire). Dopo lunghe trattative, con il consenso della IFA e dell’UEFA, il Derry City ottenne il permesso di giocare nel torneo della nazione confinante. Nacque così un caso unico nel mondo del calcio, una squadra nordirlandese, ma a tutti gli effetti “straniera” nel proprio Paese, trovò una nuova casa al di là del confine, simbolo di resistenza, identità e appartenenza. Ancora oggi, ogni partita del Derry City non è solo un incontro sportivo, ma un atto di memoria collettiva, il racconto di una città che ha saputo trasformare il dolore e la divisione in un simbolo di unità e orgoglio. Qualcosa di simile accade a Cipro, più precisamente nella zona occupata dall’esercito turco. L’Anorthosis Famagosta, fondato nel 1911, rappresenta una delle realtà più prestigiose del calcio cipriota. La storia del club si intreccia drammaticamente con quella politica dell’isola: il 20 luglio 1974, le forze turche a seguito della volontà greco-cipriota di sostenere l’Enosis (accorpamento del territorio cipriota alla Grecia) invasero la parte settentrionale di Cipro, occupando tra le altre la città di Famagosta. Costretti a lasciare la loro sede storica, squadra e tifosi operarono come “rifugiati” del calcio, giocando le partite a Larnaca. Lo stesso accade per la meno nota Nea Salamis Famagosta la quale fu fondata nel 1948, come parte di un movimento sportivo legato alla comunità greco-cipriota ma con forti legami ideologici di sinistra. Dopo l’invasione turca del 1974, la città di Famagosta fu occupata, e il club fu costretto come i più illustri concittadini a trasferirsi nella parte sud dell’isola.

Il calcio come religione, fede, rituali e comunità.

Il calcio, oltre a riflettere contrapposizioni sociali e religiose, può essere considerato esso stesso un fenomeno paritetico, capace di creare legami profondi tra le persone. Nel saggio di Nicola Righetti, “Tra simboli sacri e rituali, il calcio come religione”, si analizza come il sociologo francese Émile Durkheim abbia messo in relazione il mondo del sacro con quello del profano, mostrando come l’uomo contemporaneo associ pratiche quotidiane a forme di religiosità e sacralità. Per Durkheim, la religione non riguarda solo Dio o il divino, ma è un fenomeno che coinvolge una collettività ritualmente riunita attorno a qualcosa di sacro. Non c’è differenza, ad esempio, tra i cristiani che celebrano il Natale e i cittadini che partecipano alle celebrazioni della fondazione dello Stato, entrambi i casi manifestano forme di ritualità e partecipazione comunitaria. Questo approccio permette di riconoscere tracce di sacralità anche nel mondo civile e mondano. Tifare per una squadra di calcio funziona in modo analogo, unisce, avvicina e fa sentire parte di una comunità. Esultare per un gol insieme a sconosciuti è simile a partecipare a una funzione religiosa, la gioia e l’emozione diventano collettive, condivise. Il calcio, come altri sport di squadra, è un forte collante sociale, capace di livellare le differenze, allo stadio svaniscono le gerarchie sociali, e non importa se si è direttori, impiegati o operai; resta soltanto la fede nella propria squadra, che unisce tutti allo stesso modo. E questa fede si manifesta in mille modi concreti. Ci sono i cori incessanti delle curve, come i tifosi del Liverpool che intonano “You’ll Never Walk Alone” prima di ogni partita, o i sostenitori del Boca Juniors che riempiono La Bombonera di tamburi, trombe e bandiere, creando un’atmosfera quasi sacra. Ci sono i rituali della domenica, quando intere famiglie si vestono dei colori sociali, sventolano sciarpe e dipingono il volto, e persino i bar di quartiere diventano piccoli templi dove il rito della partita viene osservato religiosamente. Alcuni tifosi hanno vere e proprie collezioni di reliquie, come maglie firmate dai giocatori, palloni di partite storiche o biglietti di match indimenticabili, oggetti che non si venderebbero mai perché custodiscono un valore emotivo sacro. Come in una religione, la fedeltà a una squadra è considerata quasi sacra. Passare a sostenere un’altra squadra è visto come un tradimento, una forma di debolezza, non si tratta solo di una scelta sportiva, ma di una rinuncia a un legame emotivo e identitario che porta con sé un senso di codardia rispetto alla propria “missione” di tifoso. Il calcio ha anche i suoi riti collettivi, l’invasione delle coreografie, gli striscioni che coprono interi settori dello stadio, i tamburi che scandiscono il tempo dei cori. Per esempio, durante il derby di Milano, i tifosi dell’Inter e del Milan srotolano bandiere lunghe decine di metri e intonano cori che passano di generazione in generazione. Ai tifosi del Celtic di Glasgow non importa se si giochi in Champions League o in campionato, prima di ogni partita, anche loro come accade a Liverpool, in ogni settore, il coro “You’ll Never Walk Alone” risuona come un mantra, un rituale collettivo che rafforza il senso di appartenenza. In definitiva, la distanza tra religione e fede calcistica è sorprendentemente sottile. Il confine tra le due sfere diventa un contesto socio-culturale, che permea la vita quotidiana e la storia moderna, mostrando come il calcio non sia soltanto uno sport, ma un vero e proprio fenomeno di identità, fede e comunità, in cui i cori, le sciarpe e le reliquie diventano simboli sacri della passione condivisa.

Millwall vs West Ham, rivalità sociale e calcistica.

Londra, periferia est. L’aria è satura di umidità e odore di fumo e birra. Nei vicoli del porto, tra vecchi magazzini e cantieri navali, due mondi si preparano a uno degli scontri più antichi e feroci del calcio inglese, Millwall contro West Ham. Non è solo una partita, è identità, classe sociale, fede calcistica. I tifosi del Millwall, figli della working-class dei magazzini di stoccaggio della fabbrica C. & E. Morton & Co., si muovono come un branco compatto. Indossano sciarpe azzurre e bianche, che ricordano le divise dei loro antenati lavoratori portuali, e cantano cori che riecheggiano tra i vicoli, "No one likes us, we don’t care!" – nessuno ci sopporta, e a noi non importa.Ogni parola è un grido di appartenenza, un richiamo alla loro storia di operai, di leoni che hanno difeso il loro territorio.  Dall’altra parte, gli Hammers, figli dei cantieri navali della Thames Ironworks, con le maglie azzurro e amaranto e i martelli stilizzati sul petto, rispondono con cori altrettanto feroci,
“Forever blowing bubbles!”,  un inno che celebra i sogni, la speranza, e quel senso di comunità che unisce tutti gli hammers, dal direttore d’ufficio all’operaio. Nei loro striscioni si leggono messaggi di fedeltà e orgoglio, mentre le mani si alzano per salutare simbolicamente la squadra, come se fosse una messa laica in cui il pallone diventa oggetto di culto. Quando le due tifoserie si incontrano, l’atmosfera si carica di tensione. Non servono gli spalti, il conflitto può scoppiare nei vicoli, nelle stazioni dei treni, sulle banchine della metropolitana. Negli anni Settanta e Ottanta, queste tensioni diedero vita all’hooliganismo, con gruppi organizzati, le Firms, pronti a sfidarsi per affermare la supremazia sugli spalti e nel quartiere. Il Millwall contava sui Bushwackers, gli F-Troops e i Treatment, mentre il West Ham aveva la leggendaria Inter City Firm, che lasciava biglietti da visita negli scontri, “Congratulazioni, avete incontrato l’IFC”. Ma il calcio non è
solo decorazioni, ma reliquie di una fede calcistica tramandata solo violenza, è anche rito e devozione. Gli striscioni non sono di generazione in generazione. Ogni partita è una celebrazione, un Natale laico, si cantano inni, si sventolano bandiere, si agitano sciarpe come si agitano candele in processione. I tifosi portano tatuaggi dei colori della squadra, maglie sbiadite, sciarpe consumate, tutto ricorda un legame sacro, invisibile ma indissolubile. La rivalità, però, ha radici storiche profonde. Alcuni storici parlano dello sciopero nazionale del maggio 1926, quando i lavoratori del porto e dei cantieri si schierarono su fronti opposti. Altri ritengono che la tensione sia nata semplicemente dalla vicinanza territoriale e dalla competizione per l’identità operaia. Qualunque sia la verità, il risultato è lo stesso, due tifoserie separate da pochi chilometri, ma da un oceano di orgoglio e storia sociale. Nel tempo, questa tradizione si è consolidata, ogni derby è un rito collettivo, un campo di battaglia simbolico, una festa di comunità e violenza ritualizzata. I cori, i martelli, le sciarpe, i colori e i vessilli diventano strumenti di appartenenza, mentre la fede calcistica si trasforma in religione laica, non si sceglie, si eredita, si vive, si difende. E chi cambia squadra? Viene visto come traditore, come chi rinuncia alla propria missione. Non è solo calcio. È storia sociale, cultura popolare, religione della classe operaia. E ogni volta che il Millwall affronta il West Ham, la città di Londra si ferma, i vicoli si riempiono di cori, striscioni e colori, e per un paio d’ore il calcio diventa l’unico rito in cui tutti, per una volta, sono leoni o martelli, uniti da una passione che trascende il campo.

Hooligans, passione calcistica e violenza.

Il legame tra calcio e violenza affonda le sue radici nel fenomeno degli hooligans, anche se, ancor prima della loro formazione, si registravano furibonde risse nel football dei pionieri. Secondo Ilaria Minucci, sul sito di Sport Magazine, la nascita degli hooligans può essere seguita dall’origine fino all’opposizione attuata dal governo inglese negli anni Novanta. Il termine “hooligan” ha diverse possibili origini, alcuni lo collegano all’espressione Hooley’s gang, una banda di malviventi attiva nel quartiere londinese di Islington, mentre altri lo fanno risalire al cognome del criminale irlandese Patrick Hooligan, noto per il suo consumo eccessivo di alcol e per la sua attività nella malavita locale. Il fenomeno degli hooligans si sviluppò intorno ai primi anni Sessanta. In questo periodo, negli stadi inglesi comparve un nuovo tipo di tifoso, strettamente legato al movimento skinhead, che in breve si diffuse in tutta Europa. Questi gruppi non erano violenti solo negli stadi, gli skinhead si scontravano anche al di fuori del contesto calcistico, nutrendo rancore verso chi non condivideva il loro stile di vita. Gli scontri avvenivano nei quartieri, nei centri commerciali e nelle periferie; solo successivamente gli stadi diventarono il palcoscenico principale delle loro manifestazioni. Un elemento costante tra gli hooligans era il consumo di alcol, più importante di qualsiasi appartenenza politica o a un gruppo specifico. A partire dagli anni Settanta, gli hooligans iniziarono a essere riconosciuti e segnalati dai media inglesi. Per contenerli, vennero schierati imponenti contingenti di polizia, ma la violenza non si fermava. Nel 1974, a seguito della morte di un tifoso del Blackpool, furono adottate misure restrittive, senza però riuscire a fermare gli episodi sempre più cruenti. Tra le manifestazioni più violente si ricordano gli scontri tra West Ham e Millwall e, soprattutto, la strage del 29 maggio 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, durante la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, in cui persero la vita trentanove tifosi. Dopo questo tragico episodio, i club inglesi furono banditi dalle competizioni europee e si accordarono con il governo di Margaret Thatcher per porre fine al fenomeno, ormai riconosciuto come un problema sociale noto come “hooliganismo”. Il Parlamento inglese si interrogò sulle soluzioni più efficaci per proteggere il calcio nazionale, ma le forze dell’ordine faticavano sempre più a contenere il movimento, che si stava espandendo anche all’estero al seguito della nazionale inglese. Alcune tifoserie adottarono una tattica nota come “take the end”, ossia l’occupazione del settore avversario per mettere in fuga la tifoseria nemica, l’ultimo gradino della violenza nel tifo calcistico, agevolato dall’impreparazione delle forze dell’ordine e degli steward. Sia che si trattasse di squadre di club o della nazionale, gli hooligans erano considerati sgraditi ambasciatori del calcio inglese, seminando violenza e distruzione in tutta Europa. La mancanza di leggi specifiche per i reati da stadio nei paesi in cui si recavano facilitava i loro comportamenti, così come misure preventive limitate, come la polizia a cavallo o le telecamere. I disordini si manifestavano sempre più fuori dagli stadi, alimentati dal consumo di alcol, che trasformava anche i tifosi più “discreti” in veri e propri strumenti di violenza. Per contrastare questo fenomeno, nel 1985 il governo britannico emanò lo Sporting Events Act, che vietava la vendita e il possesso di alcol negli stadi, nelle aree limitrofe e sui mezzi di trasporto pubblici, prevedendo fino a tre mesi di reclusione per i trasgressori. Successivamente furono limitate le trasferte ai tifosi più esagitati, con l’obbligo di firma presso le stazioni di polizia durante i match, e introdotta la tessera del tifoso per monitorarne i movimenti. Venne anche istituito il daspo, che prevedeva l’allontanamento dagli stadi per oltre dieci anni per chi si fosse macchiato di violenze. Nonostante le difficoltà applicative, queste misure sembrano aver funzionato, il calcio inglese tornò a eccellere a livello mondiale, anche se oggi alcune situazioni rimangono rischiose. L’esperienza degli hooligans ha lasciato un segno indelebile, ricordando quanto la passione sportiva possa degenerare se non controllata.

Derby e Conflitti nei Balcani e in Grecia.

In un’altra area d’Europa, uno dei retroscena sociali più evidenti legati al calcio si manifesta ad Atene, dove la rivalità tra le due principali comunità della città supera di gran lunga il contesto sportivo. Da una parte c’è l’Olympiakos, squadra del Pireo, quartiere portuale di Atene, i cui tifosi provengono principalmente dagli operai e da famiglie di umili origini. Dall’altra, il Panathinaikos, fondato nel 1908, rappresenta invece la borghesia ateniese di inizio secolo. La particolarità di questa rivalità risiede nel fatto che entrambe le società sono polisportive, l’accesa ostilità non si limita al calcio, ma si estende anche al basket, alla pallanuoto e al volley. Il derby di Atene, noto come il confronto tra gli “Eterni Nemici”, è un duello senza compromessi, dove il popolo greco si divide tra due fazioni, «o spartani o ateniesi», senza vie di mezzo. Gli scontri tra i tifosi dell’Olympiakos, detti “Thrilos” (leggende), e quelli del Panathinaikos, i “Trypilli”, riconoscibili per il trifoglio bianco verde sulle maglie e sciarpe, sfociano spesso in guerriglia urbana. Le radici di tale ostilità affondano nel tempo, già negli anni ’30, i tifosi dell’Olympiakos portarono allo stadio bare adornate dai colori dei rivali, un gesto che segnò la genesi di una rivalità feroce. I disordini, spesso incontrollabili, si riversano inevitabilmente nelle strade di Atene, dove la polizia di Stato, l’Ellīnikī Astynomia, fatica a mantenere l’ordine. Non meno violenti sono gli scontri con i tifosi dell’AEK, “Athlītikī Enōsis Kōnstantinoupoleōs”, nati dagli immigrati turchi rifugiatisi ad Atene dopo la guerra balcanica del 1913. Vicini alla sinistra radicale, i sostenitori dell’AEK si confrontano con l’Olympiakos, i cui fan sono spesso vicini al movimento di estrema destra “Alba Dorata”.
Anche a Salonicco il calcio diventa teatro di contrapposizioni accese. Nei primi anni del Novecento esisteva una sola squadra, l’Iraklis, ma divergenze socio-economiche portarono alla nascita dell’Aris, con colori giallo neri mutuati dal vessillo di Bisanzio, e del PAOK, fondato dai rifugiati di Costantinopoli, con il nero e il bianco delle “Aquile nere”. La città si divide in tre anime, l’Iraklis domina la zona est, Aris il nord-ovest, PAOK il sud. Mostrare simboli delle squadre rivali nei quartieri sbagliati, soprattutto durante i campionati, può essere estremamente pericoloso; agguati e violenze tra tifosi sono purtroppo frequenti. Gli ultras del PAOK, noti per la loro aggressività, e quelli dell’Aris, che prediligono uno scontro alla pari, incarnano la pericolosità del tifo cittadino. Nel cuore dei Balcani, Belgrado rappresenta uno dei teatri più rischiosi del calcio mondiale. Il derby tra Stella Rossa e Partizan, noto come il “Derbi Eterno”, è tra le stracittadine più intense, a differenza di altri derby influenzati da motivazioni politiche, religiose o geografiche, qui a contendersi il primato sono le tifoserie in nome dell’onore cittadino. La Stella Rossa, fondata dalle gerarchie comuniste come squadra del popolo, e il Partizan, nato come club dell’esercito, nel tempo hanno subito una radicalizzazione politica di destra. Negli anni ’90, alcune frange degli ultras contribuirono alla formazione di gruppi paramilitari serbi al seguito dell’esercito federale jugoslavo. Tra questi, le “Tigri di Arkan”, guidate dal criminale di guerra Željko Ražnatović, noto come Comandante Arkan, si resero responsabili di massacri e genocidi in Croazia e Bosnia. Contemporaneamente, Arkan sfruttò il calcio per rafforzare il consenso popolare, diventando presidente dell’OFK Obilić, squadra che riuscì a partecipare alla Champions League grazie a stratagemmi burocratici, sebbene sotto l’ombra delle minacce e delle intimidazioni agli avversari. Il 15 gennaio 2000, Arkan venne assassinato, e l’Obilić cadde rapidamente nel dimenticatoio calcistico. In Croazia, durante la guerra serbo-croata, si verificarono alleanze sorprendenti, i Bad Boys della Dinamo Zagabria e la Torcida dell’Hajduk Spalato unirono le forze in nome del nazionalismo, evidenziando come, a trent’anni dalla guerra, le tensioni etniche e sociali rimangano radicate. Tra Atene, Salonicco e Belgrado, il calcio appare come una lente privilegiata per osservare le dinamiche sociali, politiche e culturali dei Balcani e della Grecia. Le rivalità sportive, lungi dall’essere semplici competizioni, diventano spesso espressione di antichi odi, appartenenze e conflitti mai del tutto risolti.

Quartieri e Potere, Il Dramma delle Barras in Sud America.

In Sudamerica, il calcio non è solo sport, è specchio della società. In Argentina, il dualismo tra River Plate e Boca Juniors ha radici profondamente sociali, considerato uno scontro tra ricchi e poveri. I derby argentini rappresentano una supremazia all’interno dei barrios, i quartieri popolari delle città. Il destino volle che River e Boca nascessero nello stesso paese, nella stessa città, nello stesso quartiere, persino negli stessi vicoli. All’inizio del Novecento, i sostenitori erano vicini di casa, percorrevano le stesse strade, condividevano gli stessi angoli. Ma la comunità durò poco, presto nacque la rivalità. I tifosi del River, provenienti dalla ricca borghesia bonaerense, sono chiamati “Millionarios” per la loro disponibilità economica e il prestigio sociale. Quelli del Boca, originari della classe operaia dell’omonimo quartiere La Boca, sono chiamati “Xeneises”, i genovesi, in omaggio agli emigrati liguri che fondarono il club. Così, il “Superclásico” non è solo una partita, è una lotta di classe, uno scontro tra operai e benestanti, due mondi vicini geograficamente, ma distanti anni luce. Questa rivalità travalica il calcio e penetra nella società. Chi resta fedele alle proprie radici e chi cerca soldi e fama, spesso va oltre il ragionevole, sfociando nella violenza. Il periodo più critico fu tra gli anni Settanta, con il passaggio dal Peronismo alla dittatura militare. La tragedia più nota avvenne il 23 giugno 1968, settantuno tifosi del Boca persero la vita al Monumental, la casa dei Millionarios, schiacciati contro una saracinesca chiusa. Una ferita aperta ancora oggi, simbolo di un odio che supera ogni ragione. Non solo il Superclásico è teatro di violenza. Il derby di Avellaneda tra Racing Club e Independiente e quello di Rosario tra Newell's Old Boys e Rosario Central mostrano come le “barra bravas” trasformino le partite in battaglie urbane. Le barrabravas nascono negli anni Cinquanta, dai gruppi di ultras delle periferie più povere, e crescono fino a diventare vere e proprie mafie, coinvolte in droga, riciclaggio e protezione dei giocatori, spesso con la complicità della polizia. A differenza dell’Europa, in Argentina i tifosi violenti influenzano anche le decisioni dei club, dagli acquisti dei giocatori ai risultati delle partite, guidati dai politici corrotti che li usano per i propri interessi. Il calcio diventa allora un intreccio di violenza, denaro e potere. L’esempio più celebre resta la “Mano de Dios” del 1986, dove la vittoria argentina ai Mondiali messicani contro l’Inghilterra diventa rivincita simbolica per una nazione ferita dalla guerra delle Falkland, una comunità che si ritrova compatta nel tifo, dai politici ai gauchos, ricchi e poveri.
In Colombia, il calcio è spesso diventato uno specchio deformante della società. Negli stadi, dove la passione dovrebbe unire, le tifoserie organizzate, gli “ultras”, si trasformano in guerriglie urbane. Uno degli ultimi scontri tra Independiente Medellín e Atlético Nacional si concluse in una tragedia, accoltellamenti, pestaggi, sparatorie. Il bilancio fu di due morti e un centinaio di feriti. La violenza delle tifoserie non nasce dal nulla, è intrecciata con la malavita e la corruzione delle istituzioni. La storia della Colombia con il calcio internazionale racconta molto di più. Nel 1986 il paese avrebbe dovuto ospitare i Mondiali, ma fu costretto a cedere il titolo al Messico. Dietro alla decisione c’era la criminalità organizzata, i Narcos non volevano infrastrutture che potessero ostacolare il traffico di droga. Politici e multinazionali ci avrebbero guadagnato, mentre la popolazione avrebbe pagato il prezzo di un progetto mai realizzato. Il 25 ottobre di quell’anno, il presidente Belisario Betancourt lo annunciò alla nazione in appena 99 parole, “Non possiamo organizzare il Mondiale”. Un’ammissione lapidaria che mostrava quanto la violenza e gli interessi criminali potessero soffocare il sogno di un’intera nazione.
Spostandosi in Brasile, tuttavia, il calcio ha una storia diversa. Qui, tra europei, africani e popolazioni indigene, il pallone ha funzionato come collante sociale, superando le differenze etniche e classiste. Le Torcidas, gruppi di tifosi organizzati, non erano solo un fenomeno sportivo, erano spazi di espressione culturale, sociale e anche politica. Donne e omosessuali partecipavano attivamente, combattendo discriminazioni e promuovendo un senso di comunità che il calcio da solo non avrebbe potuto creare. Negli anni della dittatura militare, le gradinate brasiliane divennero piattaforme di protesta e messaggi sociali. Un esempio straordinario fu la “Democracia Corinthiana” degli anni ’80, il club Corinthians lasciò ogni decisione nelle mani dei giocatori, che votavano collettivamente su allenamenti, tattiche e scelte della squadra. Guidati da Sócrates, il centrocampista carismatico della nazionale, i calciatori trasformarono il loro ruolo in un atto di responsabilità civica, diffondendo messaggi di democrazia e partecipazione politica tra i tifosi. Le maglie del Corinthians si trasformarono in strumenti di attivismo, “Dia 15 vote”, ricordavano, spronando i cittadini a esercitare il diritto di voto.
Il calcio, dunque, è stato in Sud America molto più di un semplice gioco, può essere strumento di oppressione o di liberazione. In Colombia ha mostrato le sue ombre più cupe, intrecciandosi con la criminalità e la corruzione; in Brasile, invece, ha aperto spazi di democrazia e solidarietà. Tra violenza e speranza, tra stadi insanguinati e maglie che diventano manifesti di libertà, il pallone racconta una verità fondamentale, la società si riflette su ogni campo, e le sfide che affrontiamo dentro e fuori dagli stadi determinano il nostro destino collettivo.

Calcio e Impegno Sociale, Storie di Rayo e S.kt Pauli.

A Vallecas, quartiere popolare alla periferia di Madrid, il calcio non è solo uno sport, è identità, comunità e lotta sociale. Il Rayo Vallecano, squadra di quartiere che è riuscita a coronare il sogno di competere nel massimo campionato spagnolo, sfidando i grandi colossi di Barcellona, Siviglia e Madrid, rappresenta molto più di una semplice squadra. Essere tifoso del Rayo significa appartenere a un progetto collettivo, essere parte dei Bukaneros, gruppo di sostenitori che unisce la passione per il calcio a un impegno concreto nella vita sociale del barrio. Raccolte fondi per gli abitanti in difficoltà, aiuto ai più indigenti, attenzione alle fragilità della comunità, tutto questo definisce l’essenza di chi tifa Rayo. Tra le storie più toccanti, c’è quella di Willy Agbonavbare, ex portiere nigeriano del Rayo, caduto in miseria mentre cercava di curare prima il cancro della moglie e poi il proprio. Grazie all’aiuto dei tifosi, Willy riuscì a ricongiungersi con la famiglia pochi giorni prima di morire, trasformando il gesto di solidarietà in leggenda all’interno della comunità del Rayo. La squadra è oggi considerata una delle più popolari e politicamente impegnate al mondo, insieme al St. Pauli di Amburgo, incarnando l’idea che il calcio possa superare il semplice folklore e diventare motore di coesione sociale. Spostandosi in Germania, ad Amburgo, troviamo un altro esempio di calcio che va oltre il campo, l’FC Sankt Pauli, squadra dell’omonimo quartiere a luci rosse. Seconda squadra della città, il Sankt Pauli ha vissuto rarissimi momenti di gloria sportiva, ma nel tempo è diventato un vero e proprio culto, simbolo di un calcio politicizzato, inclusivo e impegnato nella società. Qui il tifoso non è un semplice spettatore, ma un socio attivo, partecipando al processo di gestione e valorizzazione del club. I colori marrone e il Jolly Roger sul crest societario non sono semplici simboli, rappresentano un ideale politico chiaro, fatto di integrazione culturale, lotta contro le discriminazioni, supporto alla comunità LGBT e sostegno ai più poveri. Il Sankt Pauli è parte integrante della cultura musicale e letteraria della città, della libertà sessuale e del movimento Punk europeo. I tifosi hanno storicamente ostacolato l’espansione commerciale del quartiere, difendendo spazi di socialità e condivisione, trasformando lo stadio in una piazza di cambiamento e ribellione sociale. Per chi volesse approfondire, il libro di Marco Petroni, St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo, racconta in dettaglio questa esperienza unica. In Spagna come in Germania, Rayo Vallecano e Sankt Pauli dimostrano che il calcio può essere molto più di un gioco, può diventare un mezzo per cambiare la società, costruire comunità e affermare valori che trascendono la vittoria sul campo.

Quando il Calcio Incontra la Storia.

In Spagna il "Super clasico" tra Real Madrid e Barcellona va oltre il calcio stesso, rappresentando un'intersezione complessa di identità culturali, politiche ed economiche che riflettono le dinamiche sociali e storiche del paese. Dal punto di vista sociologico, questa partita incarna una serie di elementi che vanno oltre il campo, riconducendo ad aspetti culturali, politici ed economici. Il derby spagnolo non è una semplice partita di calcio, ma una parte integrante dell'identità nazionale e regionale. Real Madrid e Barcellona rappresentano rispettivamente la capitale castigliana e la Catalogna, due regioni con una lunga e travagliata storia. Le partite tra queste squadre simboleggiano le tensioni e le rivalità tra le diverse identità culturali, presenti nelle “Spagne” come erano chiamate tra il 1936 e 1939 per mostrare l’eterogeneità socio-politica dello stato. Il Real Madrid di estrazione franchista, conseguentemente filo monarchico legato alla destra, si rappresenta nel PME (Partido Monárquico Español) come un partito conservatore, a difesa dei valori tradizionali e patriottici, mentre i catalani (Mes que un Club) abbracciano la volontà separatista della regione, culminata nel 2017 con imponenti manifestazioni di piazza. Per quanto riguarda la Catalogna esiste anche una selezione nazionale non riconosciuta dalla FIFA la quale disputa solo incontri amichevoli e non ufficiali. Questo conflitto sportivo ha radici storiche profonde, che risalgono agli anni Trenta del secolo scorso. In sintesi, il confronto tra Real Madrid e Barcellona più che una partita di calcio si configura come uno scontro tra due identità nazionali "autonome" che vanno ben al di la del mero evento sportivo. La stessa cosa accade a nord della Spagna dove la squadra dell'Athletic Bilbao rappresenta ed interpreta il desiderio di autonomia e successione del paese basco "Euzkadi". Nel corso del Ventesimo secolo, organizzazioni come l'ETA (Euskadi Ta Askatasuna) hanno condotto una campagna di violenza armata per l'indipendenza basca, causando morte e distruzione, stessa condizione si è rivelata nella curva dei supporter di Bilbao.
Un ancor più accesa esasperazione sociale e politica il calcio la trovò nel 1969, in quella che divenne tristemente famosa come "La guerra del Calcio", ricordata nel celebre libro di Ryszard Kapuściński.  Al tempo la rivalità tra Honduras ed El Salvador, paesi confinanti, era già presente a causa di questioni territoriali e sociali. Tuttavia, la tensione raggiunse il culmine durante la Coppa del Mondo FIFA 1970, quando le due nazionali si incontrarono in una serie di partite decisive per le qualificazioni al mondiale messicano. La prima partita si disputò l’8 giugno 1969, vinse l’Honduras per 1 a 0, al termine della gara la figlia di un generale salvadoregno Amelia Bolaños si suicidò non resistendo all’onta della sconfitta. La seconda gara venne disputata il 15 giugno in terra salvadoregna, ai giocatori dell’Honduras fu impedito di riposare, una folla urlante si era ammassata sotto l’albergo dove alloggiava la nazionale ospite, scoppiarono degli incidenti e un addetto dell’hotel fu addirittura linciato. La partita del giorno successivo termino con la vittoria per 3-0 a favore dei “Pulgarcitos de America”. La tensione era altissima, la situazione provocatoria, l’inno honduregno fu fischiato e al posto della bandiera fu issato un cencio di stoffa stracciata, ci furono due morti e centinaia di automobili bruciate. Il decisivo spareggio fu giocato il 26 giugno a Città del Messico dove vinse El Salvador per 3 a 2. La guerra vera, nel senso del conflitto armato, scoppiò il 14 luglio successivo e durò 100 ore, fino a quando l’esercito di El Salvador accettò di ritirarsi definitivamente dall’Honduras.
Lascio a Kapuscinski la narrazione dei fatti,
“El Salvador è lo Stato più piccolo dell’America centrale, ha la maggior densità di popolazione di tutto il continente americano. Ci si sta stretti, tanto più che la maggior parte delle terre si trova nelle mani di quattordici grandi clan di latifondisti. (...) Due terzi della popolazione rurale non possiedono terra. Parte di quei poveri senza terra sono emigrati anni fa nell’Honduras, dove la terra di nessuno abbondava. (...) Fu un’emigrazione silenziosa e illegale, ma tollerata per anni dal governo honduregno. (...) Negli anni’60 sorsero delle agitazioni tra i contadini dell’Honduras che chiedevano terra. Il governo emanò un decreto di riforma agraria, e (...) intendeva dividere tra i contadini dell’Honduras la terra occupata dai contadini di El Salvador. Ciò significava che trecentomila emigrati salvadoregni dovevano ritornarsene in patria dove non possedevano niente. Ma il governo oligarchico del Salvador rifiutò di accogliere tutta quella gente, temendo una rivoluzione contadina”. (tratto da “Goal” sito di Federico Casotti). La guerra iniziò quattro giorni dopo il termine della partita, con una continua escalation di violenze e incidenti iniziati subito dopo il termine della gara. Il 18 luglio 1969 l’esercito salvadoregno invase il vicino Honduras, ci furono circa due mila morti tra i militari e quattro mila tra i civili. La guerra terminò dopo sole cento ore per intervento degli Stati Uniti che, imposero lo “Status quo ante” minacciando i due stati di severe sanzioni economiche. L’ironia della sorte volle che nel 1982 entrambe le nazionali dei due paesi centroamericani partecipassero  al Mondiale di “España ‘82”.

Calcio e Potere, Dinamo, CSKA e le Squadre del Controllo.
Per comprendere fino a che punto il calcio abbia permeato la società, è necessario guardare al rapporto tra le squadre e gli organi di potere. Nel cuore dell’Europa orientale, fino agli anni Novanta, molte squadre non erano semplici club sportivi, erano strumenti di propaganda politica, estensioni del potere statale o militare, mascherate da squadre di calcio. Nell’ex Unione Sovietica, il nome Dinamo evocava immediatamente l’autorità del Ministero dell’Interno. Squadre come Dinamo Minsk, Dinamo Tbilisi, Dinamo Mosca e Dinamo Kiev non rappresentavano solo città, ma un sistema politico e di controllo sociale. La Dinamo Tbilisi, simbolo di orgoglio georgiano, raggiunse addirittura la gloria internazionale vincendo la Coppa delle Coppe nel 1981. Altri esempi erano la Dinamo Bucarest in Romania, i “cani” della polizia, la Dinamo Zagabria in Jugoslavia e la Dynamo České Budějovice in Cecoslovacchia, tutte legate ai rispettivi Ministeri dell’Interno. In Albania, la Dinamo Tirana era addirittura creazione personale del dittatore Enver Hoxha. La Germania Est non era da meno. La Dynamo Dresda, sostenuta dalla polizia locale, si contrapponeva alla temibile Dinamo Berlino, incarnazione politica della STASI, la polizia segreta di Erich Mielke. La Dinamo Berlino vinse dieci titoli consecutivi della DDR con l’appoggio diretto delle autorità, diventando simbolo di un regime autoritario. In molti di questi casi, i colori sociali, spesso bianco e azzurro, richiamavano quelli del Ministero dell’Interno, trasformando ogni partita in un’esibizione di potere e fedeltà politica. Non solo le Dinamo erano strumenti del controllo, squadre affiliate all’esercito, come CSKA Mosca, CSKA Sofia e il cecoslovacco Dukla Praga, mostravano la forza militare dei rispettivi stati. Questi club servivano a ricordare, a ogni vittoria, che lo sport poteva essere veicolo di prestigio internazionale e strumento di consenso interno. Accanto alle squadre statali, fiorirono le società aziendali, radicate nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro. La Torpedo Mosca era legata alla fabbrica automobilistica ZIL, mentre in Italia la Juventus incarnava il potere della famiglia Agnelli e della FIAT. Altri esempi includono il Wolfsburg della Volkswagen e lo Shochaux di Montbéliard, fondato da Jean-Pierre Peugeot, così come le squadre farmaceutiche tedesche Bayer Leverkusen e Uerdingen, e il PSV Eindhoven, espressione dei lavoratori della Philips. Molte squadre nacquero anche come attività ricreativa per dipendenti ferroviari, dal sudamerica con il Ferro Carril Oeste, fino alle Zeleznicar jugoslave, passando per la famosa Lokomotiv Mosca e altre compagini come Cluj, Rapid Bucarest, Lech Poznan e Rapid Vienna. Queste squadre avevano una caratteristica comune, non si fondavano su etnia, religione o appartenenza politica, ma sul lavoro. La loro composizione multietnica e pluriconfessionale rifletteva la realtà dei luoghi di lavoro da cui provenivano. Solo con l’avvento del professionismo il legame con l’azienda di riferimento cominciò a diluirsi.
Anche in Italia, al di là della Juventus, esistevano squadre “aziendali” o joint-venture ante litteram, il Vicenza, legato alla tessile Lanerossi; il Foggia-Incedit, collegato allo Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato; il Talmone Torino, la Simmenthal Monza e l’OZO Mantova. Queste società testimoniano come il calcio, fin dai primi decenni del Novecento, non fosse solo un gioco, ma un vero e proprio riflesso del potere politico, economico e sociale del tempo. In definitiva, Dinamo, CSKA, squadre aziendali e ferroviarie non erano soltanto squadre di calcio, erano strumenti di identità, propaganda, orgoglio industriale e coesione sociale. Il campo diventava così una scena in cui si giocavano molto più che partite, ma anche le dinamiche del potere, del lavoro e della politica.

Calcio e Società, Tra Passione, Politica e Trasformazioni.

Un altro aspetto fondamentale del calcio nel tessuto sociale contemporaneo è rappresentato dalla sua progressiva commercializzazione, alimentata dall’ingresso di grandi capitali nel sistema sportivo. Questo fenomeno non ha cambiato solo il modo in cui le squadre si finanziano, ma ha trasformato radicalmente i rapporti tra club e tifosi, accentuando una politicizzazione sempre più marcata, spesso finalizzata all’accaparramento di voti. Se in Italia il fenomeno ha raggiunto dimensioni particolarmente evidenti, anche in paesi come Brasile e Argentina se ne trovano esempi altrettanto significativi. Uno dei casi più emblematici resta il Milan di Silvio Berlusconi, dove i successi sportivi si sono intrecciati con l’ascesa del neo-partito liberale “Forza Italia”, braccio politico dello stesso imprenditore. In Italia, le tifoserie si sono schierate politicamente in maniera sempre più evidente, a sinistra troviamo Livorno, Ternana, Perugia, Genoa e Ravenna; alla destra appartengono soprattutto Lazio, Hellas Verona, Treviso, Padova e Triestina. All’estero, il legame tra calcio e politica assume forme differenti e talvolta sorprendenti. In Spagna, squadre come Athletic Bilbao e Barcellona sono diventate simboli di autonomia o secessione, mentre a Siviglia l’astio tra estremisti di destra del Betis e quelli di sinistra del F.C. Siviglia racconta un confronto sociale e ideologico costante. In Algeria, la Jeunesse Sportive de Kabylie (JSK) negli anni Settanta ha incarnato l’autodeterminazione etnica berbera, con il suo nome che, simbolicamente, significa “Je Suis Kabylie”. In Germania, la memoria della ex Germania Est emerge nelle tifoserie neo-naziste, contrapposte a gruppi di estrema sinistra e antifascisti come quelli dell’Union Berlino, del Werder Brema e del Sankt Pauli di Amburgo. Il calcio, come emerge chiaramente, è uno specchio della società. Riflette politica, religione, lavoro, violenza, sociologia e psicologia, raccontando l’evoluzione della storia degli ultimi centocinquant’anni. Ma la domanda rimane, è possibile che uno sport possa permeare così profondamente la vita delle persone, fino a diventare quasi innaturale? Basta osservare comportamenti ridicoli e frustrati di chi sfoga le proprie debolezze sugli spalti, trasformando un gioco nato come svago in un microcosmo di interessi economici, marketing e potere.
Il calcio odierno ha radicalmente mutato il modo di vivere la partita. Un tempo, attendere la domenica pomeriggio con la radiolina in mano significava vivere un rituale collettivo, unire generazioni e condividere emozioni familiari e sociali. Oggi, la pay TV e la frenesia mediatica hanno allungato e dilatato l’attesa, trasformando un semplice momento di svago in un prodotto da consumare, spesso privo di quello spirito sportivo genuino che lo aveva reso universale. Anche il calcio giovanile ha subito profondi cambiamenti. Non si cresce più tra le strade o negli oratori, ma nelle strutturate scuole calcio, dove l’attenzione si concentra su vittoria, posizionamento in classifica e riconoscimento sociale, a scapito dello sviluppo fisico, psicologico e sociale dei giovani. Ansia da prestazione e frustrazione individuale sono sempre più frequenti, mentre i valori originari del gioco rischiano di perdersi.
Il calcio ha modificato anche il rapporto di genere nello sport. Tradizionalmente maschile, oggi sta assistendo a una crescita significativa del calcio femminile, con maggiore visibilità e partecipazione, sebbene permangano discriminazioni e disparità economiche e mediatiche rispetto agli uomini. Le calciatrici lottano ancora per pari opportunità, risorse e riconoscimento, ma la crescita di audience, sponsorizzazioni e partecipazione giovanile lascia intravedere un futuro promettente, trasformando il calcio femminile in un simbolo di emancipazione sociale e culturale.
In definitiva, il calcio continua a essere più di un gioco. È una lente attraverso cui osservare la società, con tutte le sue contraddizioni, fragilità e speranze. È uno specchio che riflette passione e dedizione, ambizioni e frustrazioni, mostrando la straordinaria capacità di questo sport di influenzare vite e comunità, un gol alla volta.

Conclusione.

Le partite sono solo la punta di un iceberg, la faccia visibile di un mondo che con lo sport ha ormai poco a che fare. Al di sotto, ci sono compensi astronomici destinati ai calciatori, mentre un ricercatore pluri-laureato guadagna poco più di mille euro al mese. Il calcio si è insinuato ovunque, nelle aziende, nelle famiglie, nella politica, persino nelle banche. Come un virus camaleontico, ha saputo evolversi, generare nuove varianti e cavalcare ogni onda possibile. Pare quasi che sia diventata la migliore forma aziendale e finanziaria mai concepita sul pianeta. Ecco perché il calcio non è uno specchio deformato della realtà, è, piuttosto, uno specchio nitidissimo di una realtà già di per sé deformata. Osservandolo, possiamo cogliere con chiarezza alcune patologie sociali. Qui, l’abilità o il talento non bastano, bisogna essere unici, trasformarsi in un brand, per se stessi e, inevitabilmente, per il proprio procuratore. Con la diffusione planetaria di questo “virus” e la rivoluzione tecnologica dei media, il calcio ha subito una nuova metamorfosi. In Europa, in particolare, il connubio tra nuovi media, denaro e marketing ha trasformato lo sport in un meccanismo in cui il tifoso diventa semplice fruitore. Sponsor, volumi finanziari colossali, eventi mondiali come i Mondiali del Qatar – un paese dove la cultura calcistica era pressoché inesistente – hanno dimostrato come il calcio si pieghi ai dettami del re denaro. È ormai incontestabile, il calcio è sempre più contaminato dagli “affari” e si è trasformato in uno spettacolo di fruizione, scappato dai confini culturali e dai vincoli dello sport novecentesco. È qualcosa di completamente nuovo, una fusione tra arcaico e postmoderno, il ritorno ai “panem et circenses”, depurati dalla violenza cruenta, fruiti però in chiave digitale all’interno di un’offerta di intrattenimento diversificata e onnipresente.
E in mezzo a tutto questo, un dialogo semplice, quasi surreale, “Papà, mi compri la maglietta di Grundill468?” “Chi è?” “Non lo so! Credo sia un calciatore del Manchester Virtual Athletic, forse della Play, o di quello reale …” “Papà, io non lo so! Ma i miei compagni ce l’hanno!”

Ecco il calcio di oggi, un mondo dove la realtà e la finzione si confondono, dove il talento diventa merce, e dove le nuove generazioni vivono l’intrattenimento digitale come unico ponte tra gioco, identità e appartenenza.

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