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MONDIALE 1994- STATI UNITI

La decisione di organizzare i Mondiali del 1994 fu presa nel luglio del 1988 a Zurigo, quando gli Stati Uniti ottennero più voti rispetto agli altri candidati, Marocco e Brasile. Un ruolo significativo nell’assegnazione e nell’organizzazione del torneo lo ebbe Henry Kissinger, già presente misteriosamente durante il Mondiale del 1978. L’ex segretario di Stato americano aveva compreso l’importanza dello sport come strumento di diplomazia internazionale. Negli anni Settanta, ad esempio, aveva favorito la cosiddetta “ping pong diplomacy”, che contribuì a migliorare i rapporti tra Stati Uniti e Cina. Con la stessa visione intuì il potenziale del calcio come mezzo per rafforzare l’influenza culturale e politica degli Stati Uniti a livello globale, nonostante la limitata tradizione calcistica del Paese. Il Mondiale del 1994 si svolse negli Stati Uniti dal 17 giugno al 17 luglio e si rivelò un successo straordinario. Registrò oltre tre milioni e mezzo di spettatori complessivi, con una media di quasi sessantanovemila a partita, stabilendo un record ancora imbattuto. Le partite si disputarono in nove città, tutte dotate di grandi stadi. Il più importante fu il Rose Bowl di Pasadena, in California, che ospitò la finale. Le altre sedi furono San Francisco con lo Stanford Stadium, Los Angeles con il Dodger Stadium, San Diego con il Jack Murphy Stadium, Dallas con il Cotton Bowl, Detroit con il Pontiac Silverdome, Chicago con il Soldier Field, Orlando con il Citrus Bowl e Boston con il Foxboro Stadium. A causa del fuso orario, molte gare si giocarono al mattino o nel primo pomeriggio per favorire gli spettatori europei. Le alte temperature e l’umidità penalizzarono così la condizione fisica dei giocatori. Nonostante i timori legati alla scarsa tradizione calcistica del Paese, il torneo fu un successo. Fu anche l’ultima edizione con il formato a ventiquattro squadre, dato che dal 1998 il Mondiale passò a trentadue partecipanti. Dal punto di vista sportivo il torneo fu vinto dal Brasile, che superò l’Italia in finale ai calci di rigore dopo lo 0 a 0 dei tempi regolamentari e supplementari. Decisivo fu l’errore di Roberto Baggio dal dischetto, che consegnò ai verdeoro la loro quarta Coppa del Mondo. L’Argentina di Diego Maradona fu eliminata agli ottavi di finale, travolta anche dallo scandalo doping che vide il “Pibe de Oro” risultato positivo dopo la partita con la Grecia. La Colombia, attesa come una delle possibili sorprese, uscì già nella fase a gironi. Il suo Mondiale fu segnato dalla tragica vicenda di Andrés Escobar, ucciso a Medellín pochi giorni dopo l’autogol che aveva favorito la vittoria degli Stati Uniti. Le rivelazioni furono la Bulgaria, trascinata da Hristo Stoichkov fino alla semifinale, e la Svezia, che conquistò un inatteso terzo posto. Le qualificazioni furono tra le più lunghe e complesse della storia, con centoquarantasette nazionali iscritte, un record per l’epoca. Dall’Europa arrivarono tredici squadre, tra cui la Germania campione in carica, l’Italia, la Spagna, il Belgio, la debuttante Grecia, oltre a Bulgaria, Romania, Svezia, Norvegia, Svizzera, Irlanda, Olanda e Russia. Rimasero invece clamorosamente escluse l’Inghilterra e la Francia. Dal Sudamerica si qualificarono Brasile, Argentina, Colombia e Bolivia, che tornò a disputare il Mondiale dopo quarantaquattro anni di assenza, mentre l’Uruguay rimase fuori. Dal Nord America si presentarono gli Stati Uniti, già qualificati come Paese ospitante, e il Messico. L’Africa fu rappresentata da Nigeria, al debutto assoluto, Camerun e Marocco, entrambe alla terza partecipazione. L’Asia portò per la prima volta l’Arabia Saudita e l’oramai abituale Corea del Sud, mentre l’Oceania non ottenne posti diretti poiché l’Australia perse lo spareggio con l’Argentina. La mascotte del Mondiale fu “Striker”, the World Cup Pup, un simpatico cagnolino di razza beagle vestito con la divisa a stelle e strisce, creato dalla Warner Bros. Il pallone ufficiale era invece “l’Adidas Questra”, più leggero e veloce dei suoi predecessori. Il suo nome, che significava “ricerca” o “corsa verso le stelle”, richiamava lo spazio e le imprese della NASA, proprio negli anni in cui si celebrava l’anniversario dello sbarco sulla Luna. Divenne così iconico che Adidas ne produsse varianti per la Champions League e per le Olimpiadi negli anni successivi.

ARGENTINA 1994

Il cammino dell’Argentina verso il Mondiale di USA ’94 non fu affatto semplice. Inserita nel gruppo 1 sudamericano, arrivò solo seconda e dovette conquistare il pass per la manifestazione attraverso uno spareggio intercontinentale. Nel girone affrontò Colombia, Paraguay e Perù. L’ultima partita, disputata a Buenos Aires il 5 settembre 1993, rimase leggendaria: la Colombia di Valderrama e Asprilla travolse l’albiceleste con un clamoroso 5 a 0 al Monumental, infliggendo la peggior sconfitta casalinga della sua storia. Quella batosta sconvolse il Paese e Diego Maradona la definì “un’umiliazione nazionale”. In quel percorso l’Argentina vinse entrambi gli incontri con il Perù, espugnò Asunción battendo il Paraguay per 3 a 1 ma non andò oltre lo 0 a 0 nel ritorno a Buenos Aires. Contro la Colombia perse in casa e in trasferta, compromettendo la qualificazione diretta. Per affrontare lo spareggio contro l’Australia, la federazione argentina richiamò in nazionale Maradona, che mancava dalla Selección da oltre due anni. L’andata a Sydney terminò 1 a 1, mentre il ritorno al Monumental si concluse 1 a 0 grazie a un’autorete provocata da Batistuta. Maradona, tornato leader in campo, trascinò la squadra alla qualificazione. Al Mondiale la squadra, guidata da Alfio “Coco” Basile, si presentò con grandi aspettative. In attacco schierava Batistuta, Caniggia e Maradona, un tridente capace di incutere timore a chiunque. Inserita nel gruppo “D” con Nigeria, Grecia e Bulgaria, esordì con un netto 4 a 0 contro i greci, firmato da una tripletta di Batistuta e da un gol di Maradona. Proprio dopo quella rete, Diego corse verso la telecamera urlando e mostrando uno sguardo acceso, quasi spiritato, quell’immagine divenne un’icona del torneo. Nel secondo incontro l’Argentina superò la Nigeria per 2 a 1 con una doppietta di Caniggia e si confermò tra le principali candidate al titolo. Quella fu però l’ultima apparizione in nazionale di Maradona. Dopo la partita con la Grecia risultò infatti positivo all’efedrina. La FIFA lo squalificò e l’Argentina rimase improvvisamente senza il suo simbolo. Senza Diego, la squadra crollò: perse 2 a 0 contro la Bulgaria nell’ultima gara del girone e agli ottavi fu eliminata dalla Romania di Gheorghe Hagi, soprannominato il “Maradona dei Balcani”, che vinse 3 a 2 in una delle partite più spettacolari del Mondiale. Nonostante la breve avventura, l’Argentina era considerata una delle squadre più forti in assoluto e, senza lo scandalo legato a Maradona, molti la ritenevano tra le possibili vincitrici. L’eliminazione contro la Romania fu vissuta come una tragedia sportiva in patria: Maradona non giocò, Caniggia non fu schierato titolare e la difesa non riuscì a contenere la fantasia di Hagi. In sintesi, il Mondiale 1994 per l’albiceleste fu una storia di alti e bassi: dalla sconfitta umiliante contro la Colombia e lo spareggio con l’Australia, al ritorno di Maradona e all’entusiasmo delle prime partite, fino alla caduta improvvisa con lo scandalo doping e l’eliminazione precoce, che portarono la squadra a essere duramente contestata al suo ritorno in patria.

ARABIA SAUDITA 1994

L’Arabia Saudita giunse ai Mondiali per la prima volta nella sua storia. Partecipò a un lungo cammino di qualificazione e, sotto la guida del tecnico brasiliano Felipe Scolari, riuscì a compiere una storica impresa. Dopo aver superato il primo turno del girone eliminatorio, travolgendo il Macao con due vittorie per 6 a 0 e 8 a 0, vinse anche le partite interne contro Malesia e Kuwait, pareggiando invece le gare di ritorno. Con questi risultati si classificò al primo posto del gruppo “E” e ottenne l’accesso al girone finale, disputato interamente a Doha, in Qatar. In quel girone erano presenti sei squadre: Corea del Sud, Corea del Nord, Iran, Iraq, Giappone e Arabia Saudita. La nazionale araba ottenne due vittorie contro Iran e Corea del Nord e tre pareggi contro Corea del Sud, Giappone e Iraq, piazzandosi al primo posto con dieci punti. In questo modo conquistò per la prima volta la partecipazione a una Coppa del Mondo, un traguardo storico per il Paese e per tutto il calcio arabo. Negli Stati Uniti, la nazionale dei “Falchi del Deserto” fu inserita nel gruppo “F” insieme a Olanda, Belgio e Marocco. All’esordio perse 2 a 1 contro gli Orange, ma seppe subito rialzarsi battendo il Marocco con lo stesso risultato. Il momento più memorabile arrivò nella terza gara contro il Belgio, quando Saeed Al Owairan segnò un gol destinato a entrare nella leggenda dei Mondiali. Partendo dalla propria metà campo, superò cinque avversari in una corsa travolgente e realizzò una rete che venne subito paragonata a quella di Diego Maradona contro l’Inghilterra nel 1986. Quel capolavoro regalò all’Arabia Saudita una storica vittoria per 1 a 0 e la qualificazione agli ottavi di finale. Il sogno si interruppe nel turno successivo contro la Svezia, che si impose per 3 a 1 grazie alla sua esperienza e alla maggiore forza fisica. Nonostante l’eliminazione, l’Arabia Saudita lasciò un’ottima impressione, sia per la qualità del suo gioco sia per la grinta dimostrata dai suoi calciatori.

BELGIO 1994

Per il Belgio il Mondiale del 1994 rappresentò la decima partecipazione complessiva e la quarta consecutiva dal 1982. La nazionale belga, che era stata l’ultima ad affrontare la Germania dell’Est due anni prima, fu inserita nel girone “4” delle qualificazioni europee, dove incrociò anche il destino dell’ultima Cecoslovacchia, che durante le qualificazioni assunse la denominazione di Repubblica Ceca. I “Diavoli Rossi” esordirono con una vittoria per 1 a 0 contro Cipro, per poi affermarsi con la debuttante Isole Fær Øer con un netto 3 a 0 a Toftir. Successivamente vinsero le gare interne contro Romania, Galles, Cecoslovacchia e ancora contro Fær Øer. In trasferta, invece, furono sconfitti a Cardiff e a Bucarest, mentre a Bruxelles ottennero un pareggio ininfluente contro quella che ormai era diventata la Repubblica Ceca. Fu una qualificazione sofferta ma meritata, che confermò il Belgio come una presenza stabile sulla scena internazionale. Inserito al Mondiale nel gruppo “F” con Arabia Saudita, Olanda e Marocco, il Belgio iniziò il torneo con passo sicuro. All’esordio superò il Marocco 1 a 0 grazie a un gol di Marc Degryse, mentre nella seconda gara sconfisse l’Olanda con lo stesso risultato grazie alla rete di Philippe Albert. La vittoria sugli olandesi rimase uno dei momenti più esaltanti della spedizione. Con due successi in tasca, i “Diavoli Rossi” si presentarono all’ultima gara già qualificati, ma persero sorprendentemente 1 a 0 contro l’Arabia Saudita, puniti dallo storico gol di Saeed Al Owairan. Questa sconfitta li costrinse a chiudere il girone al terzo posto, dietro proprio ai sauditi e agli eterni rivali olandesi. Passarono comunque agli ottavi di finale come una delle migliori terze, dove affrontarono la Germania campione in carica. Nonostante una prova offensiva coraggiosa, la squadra di Paul Van Himst fu sconfitta 3 a 2: le reti di Rudi Völler e Jürgen Klinsmann fecero la differenza, mentre i belgi andarono a segno con Georges Grün e Philippe Albert. L’eliminazione arrivò con onore, al termine di una delle partite più spettacolari del torneo. Nonostante l’uscita agli ottavi, il Belgio confermò ancora una volta la propria solidità a livello internazionale, proseguendo una tradizione di presenze costanti e di buon livello livello ai Mondiali negli anni ’80 e ’90.

BOLIVIA 1994

La Bolivia visse una delle pagine più belle della sua storia calcistica qualificandosi ai Mondiali del 1994 dopo 44 anni di assenza dall’ultima partecipazione del 1950. La squadra, guidata dallo spagnolo Xabier Azkargorta, fu inserita nel girone di qualificazione sudamericano numero “2” con Brasile, Uruguay, Ecuador e Venezuela. Il cammino degli andini iniziò con una vittoria per 7 a 1 contro i “Viñotintos” a Caracas. Il momento più memorabile arrivò il 25 luglio 1993, quando la Bolivia, anche grazie all’altitudine, sconfisse il Brasile 2 a 0 a La Paz: fu la prima sconfitta verdeoro in una qualificazione mondiale. Lo stadio Hernando Siles, situato a 3.600 metri di altitudine, divenne il fortino della “Verde”, che sfruttò al massimo le difficoltà degli avversari nel giocare in altura. La Bolivia vinse ancora 3 a 1 contro l’Uruguay e 1 a 0 contro l’Ecuador. Con vittorie fondamentali su Brasile, Venezuela ed Ecuador, e infliggendo un altro pesantissimo 7 a 0 al malcapitato Venezuela, raccolse anche un pareggio con l’Ecuador e una pesante sconfitta per 6 a 0 a Recife contro il Brasile. Alla fine chiuse il girone al secondo posto con 11 punti, dietro al Brasile, ottenne così la qualificazione diretta alla Coppa del Mondo. Tra i protagonisti delle qualificazioni emerse Marco Antonio Etcheverry, fantasista di grande tecnica, considerato uno dei migliori giocatori sudamericani dell’epoca. Al Mondiale, negli Stati Uniti, la Bolivia fu inserita nel gruppo “C” insieme a Germania, Spagna e Corea del Sud. Esordì il 17 giugno 1994 nel match inaugurale contro la Germania campione del mondo al Soldier Field di Chicago. La partita si concluse 1 a 0 per i tedeschi, ma la Bolivia giocò con grande dignità. Tuttavia, l’incontro fu segnato dall’espulsione di Etcheverry, entrato nel secondo tempo e cacciato dopo pochi minuti per un fallo duro: un episodio che privò la squadra del suo uomo più talentuoso per il resto del torneo. Nella seconda partita pareggiò 0 a 0 contro la Corea del Sud, ottenendo così il suo primo punto nella storia dei Mondiali. Nell’ultima gara del girone perse 3 a 1 contro la Spagna: l’unico gol boliviano fu segnato da Erwin Sánchez, che diventò il primo calciatore della Bolivia a realizzare una rete in una Coppa del Mondo. Con un solo punto conquistato, la Bolivia chiuse all’ultimo posto nel girone e venne eliminata, rimase il rammarico di non aver potuto schierare Etcheverry, con lui in campo forse si sarebbe potuto scrivere una altra storia.

BRASILE 1994

Il Brasile arrivò ai Mondiali di USA ’94 dopo una fase di qualificazione sofferta e segnata dalle polemiche. Nel girone sudamericano i carioca furono inseriti con Bolivia, Venezuela e Uruguay. Il 25 luglio 1993, in altura a La Paz, subì una clamorosa sconfitta per 2 a 0 contro la Bolivia: la stampa locale parlò di una vera e propria “vergogna nazionale”. La qualificazione si decise all’ultima giornata, il 17 ottobre 1993, al Maracanã, in un match ad altissima tensione contro l’Uruguay. Dopo aver pareggiato in trasferta con Ecuador e Paraguay e vinto tutte le altre partite, il Brasile si giocò tutto davanti al suo pubblico. In quella gara, il protagonista assoluto fu Romário, richiamato in extremis dal CT Carlos Alberto Parreira dopo mesi di esclusione per motivi disciplinari. Il numero 11 rispose sul campo con una doppietta che regalò ai verdeoro la vittoria per 2 a 0 e il pass per i Mondiali. Dopo la partita, Romário non mancò di provocare: “Mi devono ringraziare di averli portati al Mondiale.” Un aneddoto che sarebbe rimasto inciso nella memoria del calcio brasiliano. Il Brasile si presentò negli Stati Uniti con enormi pressioni sulle spalle. Non vinceva la Coppa del Mondo da ventiquattro anni, dai tempi del mitico 1970 di Pelé, e in patria si discuteva se quella squadra fosse troppo “europeizzata”, troppo tattica, e poco fedele al tradizionale futebol arte. Eppure, tra le sue fila figuravano campioni straordinari: Romário, Bebeto, Dunga, Taffarel, Cafu e Branco. Il modulo scelto da Parreira era un 4-4-2 compatto e disciplinato, lontano dallo stile fantasioso del passato, ma estremamente efficace. Inserito nel girone “B” insieme a Svezia, Camerun e Russia, il Brasile esordì il 20 giugno a Stanford battendo la Russia per 2 a 0, grazie alle reti di Bebeto e Raí su rigore. Nella seconda partita superò il Camerun per 3 a 0, con gol di Romário, Bebeto e Márcio Santos. L’ultima gara del girone, già qualificato, si concluse 1 a 1 contro la Svezia, gli scandinavi passarono in vantaggio con Kenneth Andersson, ma furono raggiunti dal solito Romário. Agli ottavi di finale, i verdeoro affrontarono i padroni di casa degli Stati Uniti a Stanford, vincendo di misura 1 a 0 con una rete di Bebeto al 72º minuto, al termine di una partita più difficile del previsto. Nei quarti di finale contro l’Olanda, il Brasile vinse 3 a 2 in una delle partite più emozionanti del torneo. Fu in quella occasione che Bebeto, dopo aver segnato, corse verso la bandierina e mimò il gesto della culla per celebrare la nascita del figlio. Romário e Mazinho si unirono a lui in una delle esultanze più iconiche della storia dei Mondiali. In semifinale, il 13 luglio al Rose Bowl di Pasadena, il Brasile ritrovò ancora la Svezia. Dopo una gara complessa e tesa, Romário decise l’incontro con un colpo di testa a dieci minuti dalla fine, regalando alla Seleção la finale mondiale. A fine partita, il campione non risparmiò una frecciata ai compagni, “Se non fosse per me, il Brasile sarebbe già a casa.” Un commento ironico, ma anche simbolo del suo carattere e della sua autostima smisurata. La finale si giocò il 17 luglio 1994, sempre al Rose Bowl di Pasadena, contro l’Italia. Fu una sfida tattica, bloccata e povera di emozioni, che si concluse 0 a 0 anche dopo i tempi supplementari. Per la prima volta nella storia dei Mondiali, il titolo venne deciso ai calci di rigore. Il Brasile vinse 3 a 2, con l’errore decisivo di Roberto Baggio, che calciò alto l’ultimo tiro dal dischetto. Il capitano Dunga, a lungo criticato dalla stampa brasiliana, sollevò la Coppa del Mondo con un gesto di liberazione e rivincita verso chi non aveva mai creduto in lui. La vittoria di USA ’94 segnò la nascita del Brasile moderno, meno spettacolare, ma più concreto e organizzato tatticamente. Romário fu eletto miglior giocatore del torneo, consacrando la sua figura tra i più grandi attaccanti della storia. In patria, quel trionfo fu vissuto come una liberazione, la fine di un’attesa durata oltre due decenni. Il Brasile tornò finalmente sul tetto del mondo, pronto ad aprire un nuovo ciclo vincente che avrebbe riportato la Seleção al centro del calcio mondiale.

BULGARIA 1994

La Bulgaria tornò ai Mondiali dopo una pausa di quattro anni, non essendosi qualificata per Italia ’90. Per i bulgari fu un momento storico, la nazionale raggiunse sorprendentemente il quarto posto, segnando una delle pagine più gloriose del calcio del paese. Inserita nel Gruppo “6” delle qualificazioni UEFA, la Bulgaria affrontò avversari temibili come Francia, Austria, Finlandia, Israele e Grecia. Il cammino verso gli Stati Uniti non fu semplice: la squadra dovette lottare fino all’ultima giornata, dimostrando carattere e resilienza. La prima fase del girone vide la Bulgaria vincere 3 a 0 in trasferta contro la Finlandia e 2 a 0 in casa contro la Francia, ma subire una sconfitta per 2 a 0 in trasferta contro la Svezia. Seguì un’altra vittoria in trasferta contro Israele e una battuta d’arresto a Vienna contro l’Austria, che sembrava compromettere il cammino verso i Mondiali. Nel girone di ritorno, però, arrivarono risultati migliori: vittorie contro Finlandia e Austria e pareggi con Israele e Svezia. Il momento decisivo arrivò il 20 novembre 1993, nell’ultima partita del girone, quando la Bulgaria affrontò la Francia a Parigi. In uno stadio carico di tensione e speranza, la nazionale bulgara vinse 2 a 1 grazie alle reti di Hristo Stoichkov ed Emil Kostadinov, in una partita destinata a diventare leggendaria. La vittoria non solo consegnò alla Bulgaria il secondo posto nel girone, davanti alla Francia, ma sancì la qualificazione diretta ai Mondiali. L’esultanza dei tifosi bulgari fu memorabile: Sofia si trasformò in un’unica grande festa e i giocatori furono acclamati come eroi nazionali. Negli Stati Uniti, i “Leoni Bulgari” furono inseriti in un girone complicato con Germania, Argentina e Grecia. L’esordio fu difficile, la Bulgaria venne sconfitta 3 a 0 dalla Nigeria. Il secondo incontro, però, fu spettacolare, Bulgaria a Grecia 4 a 0, con due reti di Stoichkov, più i gol di Letchkov e Borimirov, dimostrando subito il potenziale offensivo della squadra. Il vero capolavoro arrivò nella terza partita, contro l’Argentina: 2 a 0 per la Bulgaria, gol di Stoichkov e Sirakov, un’impresa memorabile che stupì il mondo intero. L’ultima partita del girone contro la Germania terminò 1 a 1, permettendo alla Bulgaria di qualificarsi agli ottavi come seconda del girone. Negli ottavi di finale, la Bulgaria affrontò il Messico. Dopo un match intenso, terminato 1 a 1 ai tempi supplementari con reti di Stoichkov e Garcia Aspe, la Bulgaria vinse ai rigori per 3 a 1, con i messicani che sbagliarono quasi tutti i tiri dal dischetto. Nei quarti di finale si scrisse la leggenda, la Bulgaria superò la Germania 2 a 1, ribaltando il pronostico. I tedeschi erano passati in vantaggio con un rigore di Matthäus, ma la rimonta arrivò grazie ai gol di Stoichkov e Letchkov. Dopo il gol, Stoichkov alzò le braccia in segno di sfida, un gesto che divenne simbolo della rinascita del calcio bulgaro. Con questa vittoria, la Bulgaria approdò in semifinale per la prima volta nella sua storia. La semifinale contro l’Italia fu drammatica: nonostante una prestazione generosa e intensa, la Bulgaria fu sconfitta 2 a 1, vedendo sfumare il sogno della finale mondiale. Il ct Dimitar Penev aveva costruito la squadra su una difesa solida e un contropiede rapido, sfruttando l’eccezionale capacità tecnica di Stoichkov, autentico leader e finalizzatore implacabile. Al suo fianco, Yordan Letchkov brillava per forza fisica e inserimenti offensivi, mentre Emil Kostadinov offriva velocità e incisività sulle fasce. La Bulgaria giocava principalmente con un 4 - 4 - 2 flessibile, capace di trasformarsi in 4 - 3 - 3 in fase offensiva, combinando aggressività e creatività. Stoichkov vinse il Pallone d’Oro del torneo, mentre l’intera rosa rimase nella memoria collettiva dei tifosi come la “generazione dorata” del calcio bulgaro. Ancora oggi, il cammino della Bulgaria negli USA rimane un punto di riferimento per il calcio del paese, un esempio di coraggio, talento e resilienza, pur sapendo che quella luce si sarebbe spenta troppo presto.

CAMERUN 1994

Dopo la straordinaria cavalcata del 1990, quando la nazionale camerunense raggiunse i quarti di finale con Roger Milla come simbolo indelebile del calcio africano, il Camerun era considerato la squadra più temuta di tutto il continente. Tuttavia, le qualificazioni per i Mondiali di USA ’94 si rivelarono tutt’altro che semplici. I “Leoni Indomabili” superarono il primo turno vincendo il girone “B”, travolgendo lo Swaziland per 5 a 0 e battendo lo Zaire 2 a 1. Nelle partite di ritorno ottennero due pareggi per 0 a 0 con entrambe le squadre, risultati sufficienti per chiudere il girone al comando. Inizialmente nel gruppo era stata inserita anche la Liberia, che però si ritirò poco prima dell’inizio delle qualificazioni. Nel secondo turno il Camerun superò la Guinea, vincendo entrambe le gare di andata e ritorno, poi sconfisse lo Zimbabwe a domicilio, pur venendo battuto ad Harare nel ritorno. In ogni caso, il percorso fu sufficiente per ottenere la qualificazione alla fase finale. Negli Stati Uniti il Camerun si presentò con gran parte dei protagonisti di Italia ’90. C’erano ancora François Omam-Biyik, autore del leggendario gol all’Argentina, e l’inossidabile Roger Milla, tornato in nazionale a 42 anni. Gli eroi di quattro anni prima erano ancora lì, solidi, esperti, ma anche logori e appagati. Tuttavia, il Camerun del 1994 arrivò al Mondiale in pieno caos. Il tecnico francese Henri Michel, già commissario tecnico di Francia e Costa d’Avorio, lasciò la squadra a poche settimane dall’inizio del torneo dopo duri contrasti con la federazione e continue ingerenze politiche. Al suo posto fu nominato Léonard N’seke, allenatore locale senza esperienza internazionale, costretto a prendere in mano un gruppo diviso e nervoso. I giocatori giunsero al ritiro in ritardo, alcuni senza scarpe da gara, altri con uniformi non coordinate. Le promesse di premi e compensi non furono mantenute, e durante la preparazione scoppiarono scioperi e minacce di abbandono. A peggiorare la situazione, nello spogliatoio riemerse la storica rivalità tra i due portieri simbolo del Camerun: Joseph-Antoine Bell e Thomas N’Kono. Bell, ormai 38enne, fu scelto come titolare, mentre N’Kono, eroe di Italia ’90, guardava in silenzio dalla panchina. L’esordio contro la Svezia, al Pontiac Silverdome di Detroit, sembrò riaccendere la magia. In uno stadio coperto, tra il frastuono dei tifosi africani e la curiosità del pubblico americano, il Camerun giocò con cuore e coraggio. Segnarono Omam-Biyik e David Embé, ma la Svezia rispose due volte e il match si concluse con un pareggio per 2 a 2. Sembrava il preludio di un’altra avventura vibrante, ma era solo un’illusione. Contro il Brasile di Romário e Bebeto, i Leoni provarono a resistere. Per un tempo ci riuscirono, ma poi il talento dei sudamericani fece la differenza. Joseph-Antoine Bell, ancora titolare, venne espulso per un’uscita scomposta, e il Camerun crollò per 3 a 0. Fu la fine delle speranze di qualificazione, e anche l’inizio del caos tecnico. Il giovane Jacques Songo’o, subentrato tra i pali e preferito a N’Kono, divenne da quel giorno il portiere designato per il futuro, ma la scelta fece esplodere le tensioni già latenti. Il Camerun, disorientato e spaccato, non riuscì più a ritrovare equilibrio.  All’ultima giornata, a Stanford, il Camerun affrontò la Russia già eliminata e senza motivazioni. Quella partita rimase nella storia per un motivo preciso, l’attacante russo del Logroñés, Oleg Salenko segnò cinque gol, stabilendo un record tuttora imbattuto ai Mondiali. Il risultato finale fu impietoso, 6 a 1. Eppure, anche nel giorno più amaro, i Leoni Indomabili lasciarono il loro segno. L’unico gol camerunense fu opera di Roger Milla, quarantadue anni e due mesi, tornato in nazionale per volere diretto del presidente Paul Biya. Quando Milla superò il portiere russo e si mise a danzare accanto alla bandierina del corner, fu l’ultimo su ballo mondiale, lo stadio esplose. Non contava più il punteggio, quel gesto era il simbolo di un uomo e di un continente che non volevano arrendersi. Con quella rete, Milla divenne il marcatore più anziano nella storia dei Mondiali, un primato che ancora oggi resiste. Al ritorno a Yaoundé non ci furono feste né accoglienze trionfali. Il Camerun aveva raccolto un solo punto, subito nove gol e perso la credibilità conquistata quattro anni prima. La stampa nazionale parlò di “vergogna organizzata” più che di fallimento sportivo. Ma, a ben vedere, quel Mondiale mise in luce un problema più profondo, il talento, da solo, non bastava più. Serviva una struttura solida, una federazione capace di sostenere la squadra e pianificare il futuro. Tuttavia, il 1994 segnò la fine del ciclo eroico dei “Leoni Indomabili”, ma anche l’inizio di una nuova consapevolezza. Negli anni successivi il Camerun si seppe ricostruire, fino a raggiungere il trionfo olimpico del 2000 e la vittoria nella Coppa d’Africa del 2002. Al ritorno in patria, Roger Milla pronunciò una frase destinata a restare nella memoria collettiva del calcio africano: “Un leone può essere stanco, ma non dimentica mai come ruggire.”

COLOMBIA 1994

Se l’epilogo di una sventurata autorete è stato la causa della morte di Andrés Escobar, allora forse sarebbe stato meglio non partecipare a quel Mondiale. All’inizio degli anni Novanta, la Colombia ha vissuto un momento unico della propria storia calcistica. Sotto la guida del tecnico Francisco “Pacho” Maturana, il calcio colombiano è diventato sinonimo di talento, orgoglio e rivoluzione tattica. La nazionale, dopo aver partecipato al Mondiale del 1990 ed aver impressionato il mondo con il suo gioco elegante e coraggioso, ha cercato la conferma definitiva con la qualificazione a USA ’94. Era una squadra piena di talento, personalità e dramma, un mix di tecnica raffinata e tensione emotiva, costruito intorno a una generazione d’oro che aveva incantato il mondo. Su tutti spiccava Carlos Valderrama, capitano, leader e simbolo della squadra. Con la sua chioma bionda, che lo faceva assomigliare più a “Napo Orso Capo” che ad un calciatore, e con il passo lento ma magnetico, Valderrama è stato il cuore del gioco colombiano. Regista atipico, non correva, faceva muovere i compagni. Ogni azione passava dai suoi piedi, e la squadra viveva dei suoi tempi e del suo genio. Accanto a lui, l’attaccante più spettacolare della squadra: Faustino Asprilla, esploso con il Parma in Italia. Imprevedibile, arrogante e geniale, era capace di un dribbling folle e, un minuto dopo, di un errore clamoroso. La sua velocità e fantasia hanno terrorizzato le difese di tutto il continente. A completare il centrocampo, Freddy Rincón, giocatore moderno, forte fisicamente ma anche tecnicamente raffinato, il perfetto equilibrio tra forza e intelligenza tattica. In attacco c’era Adolfo “El Tren” Valencia, soprannominato così per la sua corsa potente e inarrestabile. Poi lui, Andrés Escobar, il volto tragico del Mondiale. Difensore elegante, corretto e disciplinato, Escobar è stato considerato “il cavaliere del calcio colombiano”. Il suo stile pulito e la sua calma erano il simbolo di una Colombia che voleva vincere con dignità. Purtroppo, a USA ’94 mancava René “El Escorpión” Higuita, il portiere che non sembrava un portiere, ma un autentico supereroe d’altri tempi. Pochi mesi prima della Coppa del Mondo, Higuita fu arrestato per aver fatto da intermediario in uno scambio di prigionieri tra i cartelli della droga e la polizia. Un gesto che lui stesso definì “di umanità”, ma che gli costò l’esclusione dalla nazionale. In quegli anni, il calcio colombiano viveva sotto forti pressioni. Alcuni club, come l’Atlético Nacional di Medellín e l’América de Cali, erano collegati ai cartelli della droga, e molti giocatori vivevano tra minacce, paure e compromessi. In quel contesto, il calcio non era solo uno sport: era una via di fuga, una bandiera di speranza per un Paese ferito. Il tecnico Francisco Maturana rivoluzionò il modo di pensare il calcio in Sudamerica. Insisteva sul possesso palla, sulla calma, sull’uscita pulita dalla difesa. Ripeteva spesso ai suoi giocatori, “Non dobbiamo correre più degli altri, dobbiamo pensare meglio degli altri.” La Colombia del 1993 giocò con leggerezza, per il piacere del gioco più che per la necessità della vittoria. Era una squadra che sapeva emozionare e, soprattutto, rappresentare un popolo. La Colombia iniziò il suo cammino verso i Mondiali con un pareggio casalingo contro il Paraguay, poi ottenne una vittoria a Lima per 1 a 0 contro il Perù. In estate sconfisse l’Argentina 2 a 1 a Barranquilla, in una partita vibrante e combattuta. Seguirono un altro pareggio contro il Paraguay e una vittoria ancora contro il Perù.  Ma quello che accadde il 5 settembre 1993 a ha dell’incredibile. La Colombia scrisse una pagina indelebile della sua storia calcistica piegando l’Argentina per 5 a 0 allo stadio Monumental di Buenos Aires. Quella sera, l’intera Colombia esplose di gioia. Le strade di Bogotá, Medellín e Cali si riempirono di gente in festa. I giornali titolarono “La Colombia è regina del mondo.” L’entusiasmo fu tale che il governo proclamò un giorno di celebrazione nazionale. Per un attimo, un Paese ferito dalla violenza ritrovò unità e orgoglio attraverso il calcio. La Colombia arrivata prima nel proprio girone si qualificava per la terza volta a un campionato del mondo. Tutto il popolo colombiano credeva che il sogno potesse continuare. Quando la Colombia mise piede negli Stati Uniti, era attesa come una delle possibili rivelazioni del Mondiale. I giornali di tutto il mondo avevano parlato di “calcio champagne”, di un talento sudamericano capace di sfidare le grandi potenze europee. Pelé, in un’intervista alla vigilia del torneo, incautamente profetizzò “La Colombia può vincere il Mondiale”. Quella frase, che doveva essere un elogio, si trasformò presto in una maledizione. Il debutto della Colombia, il 18 giugno 1994 a Pasadena, contro la Romania, segnò l’inizio del declino. La squadra di Maturana apparve tesa, frenata, lontana dalla spavalderia mostrata nelle qualificazioni. La Romania di Hagi, veloce e cinica, colpì con precisione chirurgica. Il risultato finale fu 3 a 1 per i daci,  fu un colpo durissimo soprattutto per il morale della squadra che ben sperava in un'altra sorte. All’interno del gruppo colombiano la tensione esplose. Le pressioni esterne, le minacce di alcuni ambienti legati al narcotraffico e le aspettative di un intero Paese trasformarono il sogno in paura. Diversi giocatori raccontarono, anni dopo, che durante il torneo avevano ricevuto telefonate minacciose. Il calcio, ancora una volta, divenne un campo di battaglia che andava oltre lo sport. Nella seconda partita, contro gli Stati Uniti, la Colombia era costretta a vincere per restare in corsa. Ma la pressione era ormai insopportabile. Al 34° minuto del primo tempo, un cross innocuo dalla destra trovò la deviazione più sfortunata del mondo, quella del difensore Andrés Escobar. La palla finì nella propria rete. Il pubblico americano esultò, ma sul volto di Escobar si lesse subito il dramma, sapeva cosa significava quell’errore, in quel momento, per la Colombia. La squadra provò a reagire, ma senza forza né convinzione. Il match si chiuse 2 a 1 per gli Stati Uniti, e con esso tramontarono le speranze di qualificazione. L’ultima partita, vinta inutilmente contro la Svizzera, servì solo a rendere meno amara la classifica finale: la Colombia uscì ai gironi, un fallimento clamoroso per chi, pochi mesi prima, aveva umiliato l’Argentina. Il ritorno in patria fu silenzioso, amaro, segnato dalla vergogna e dalla paura. Il Paese che aveva celebrato i suoi eroi un anno prima cercò colpevoli. E, purtroppo, li trovò. Nella notte tra il 1° e il 2 luglio 1994, a Medellín, Andrés Escobar fu assassinato davanti a un locale, dopo una discussione innescata con dei tifosi a riguardo il suo autogol. Venne freddato da una raffica di colpi di pistola. Aveva solo 27 anni. La notizia scosse il mondo intero. Escobar era stato l’uomo più corretto e rispettato di quella squadra, un simbolo di educazione e fair play. Il suo funerale, seguito da più di 120.000 persone, si trasformò in una marcia silenziosa di dolore e orgoglio. Un cartello, portato da un bambino, riassunse tutto, “Gracias por tu juego limpio, Andrés”.

COREA DEL SUD 1994

La Corea del Sud si qualificò per la quarta volta consecutiva, dopo il 1954, 1986 e 1990. Il percorso non fu facile: le qualificazioni asiatiche furono molto lunghe e combattute. Nel primo turno la Corea dovette incontrarsi con: Bahrein, Libano, Hong Kong e India. Vinse tutte le gare pareggiando una sola partita contro il Bahrein. Nel gruppo finale giocato interamente in Qatar a Doha tra il 15 e il 28 ottobre del 1993, fu una lotta all’ultimo sangue e la Corea riuscì a qualificarsi solo nell’ultima gara. Vinse due partite contro Iran e Corea del Nord, ne pareggiò altre due contro Arabia Saudita e Iraq, venendo sconfitta per 1 a 0 dal Giappone. Fu proprio l’ultima gara, quella contro i fratelli della Corea del Nord a decidere le sorti della qualificazione, ma solo a discapito di un risultato negativo da parte del Giappone. Il Giappone stava battendo l’Iraq e stava per qualificarsi. Ma all’ultimo minuto, l’Iraq pareggiò 2 a 2. Quel gol fece balzare la Corea del Sud al secondo posto, qualificandola ai Mondiali! In Corea del Sud questo episodio è ricordato come il “Miracolo di Doha”. Giunta al mondiale per il rotto della cuffia la Corea del Sud fu inserita nel gruppo “C” con Germania, Bolivia e Spagna. Il Mondiale tuttavia, inizio bene con un pareggio per 2 a 2 contro la Spagna, per gli asiatici andarono a segno Hong Myung-bo a cinque minuti dalla fine e Seo Jung-won a tempo scaduto. Nella seconda gara del 23 giugno a Boston le Tigri d’oriente non andarono oltre lo 0 a 0 con la Bolivia. L’ultima partita con la Germania divenne fondamentale, ma davanti allo strapotere dei tedeschi, la Corea dovette cedere le armi venendo sconfitta per 3 a 2. Le reti dei coreani furono di Hwang Sun-hong e di Hong Myung-bo.I soli 2 punti non bastarono agli asiatici di qualificarsi tra le migliori terze, venendo eliminati forse immeritatamente.

EIRE 1994

L’avventura dell’Eire ai Mondiali del 1994 rappresentò uno dei momenti più alti nella storia del calcio irlandese. Fu la seconda partecipazione consecutiva dopo Italia ’90 e, come allora, la squadra guidata da Jack Charlton seppe trasformare la propria energia popolare e la sua identità combattiva in un racconto sportivo pieno di orgoglio, cuore e passione. L’Irlanda arrivò a USA ’94 dopo un percorso di qualificazione difficile e combattuto. Inserita nel Gruppo “3” europeo, insieme a: Spagna, Danimarca, Lituania, Lettonia, Albania e Irlanda del Nord, la squadra di Charlton dovette lottare fino all’ultima giornata per strappare il pass mondiale. L’Eire costruì il proprio successo sulla solidità difensiva e sulla compattezza del gruppo. Nella prima gara di qualificazione si impose per 2 a 0 contro l’Albania, seguita dal successo per 4 a 0 contro la neonata Lettonia. Arrivarono poi due pareggi a reti bianche, contro la Danimarca a Copenaghen e contro la Spagna a Madrid. Il 31 marzo 1993, nel derby di Dublino, gli irlandesi travolsero i cugini dell’Ulster per 3 a 0. Nel ritorno con la Danimarca, tra le mura amiche, pareggiarono 1 a 1, mentre nelle successive gare si imposero 2 a 1 a Tirana contro l’Albania, 1 a 0 a Vilnius contro la Lituania e 2 a 0 a Riga contro la Lettonia. Seguì un’altra vittoria casalinga, 2 a 1 contro la Lituania, ma anche l’unica sconfitta del girone, 3 a 1 contro la Spagna a Dublino. Infine, il pareggio conclusivo per 1 a 1 a Belfast contro l’Irlanda del Nord sigillò la qualificazione. L’Eire chiuse il girone al secondo posto con 15 punti, a pari merito con la Danimarca ma con una migliore differenza reti complessiva, 19 gol segnati contro i 15 dei danesi, conquistando così il biglietto per gli Stati Uniti. Bobby Charlton, inglese di nascita ma irlandese d’adozione, divenne un eroe popolare. La sua filosofia calcistica, basata sul pressing alto, sui lanci lunghi e sul gioco diretto, veniva spesso criticata dai puristi, ma funzionò perfettamente con lo spirito della squadra: pochi fronzoli, tanto cuore e sacrificio. Al Mondiale, l’Eire venne inserita nel Gruppo “E”, uno dei più equilibrati di tutto il torneo, insieme a Italia, Messico e Norvegia. Tutte e quattro le squadre conclusero la fase a gironi con 4 punti e la stessa differenza reti, una situazione mai vista prima nella storia dei Mondiali. Il debutto degli irlandesi avvenne il 18 giugno 1994 a New York. Di fronte c’era l’Italia di Arrigo Sacchi, una delle grandi favorite per la vittoria finale. Dopo soli undici minuti, l’Irlanda passò in vantaggio grazie a Ray Houghton, ala dell’Aston Villa, che con un pallonetto beffò Pagliuca. Quel gol, segnato da un giocatore nato in Scozia da genitori irlandesi, divenne il simbolo dell’“Irlanda globale” di Charlton, fatta di emigrati e figli della diaspora. Dopo il vantaggio, l’Eire resistette con ordine, grazie a una difesa solida e all’eroismo di Paul Mc Grath, che annullò Roberto Baggio per tutta la partita. L’incontro terminò 1 a 0 e lo Yankee Stadium si trasformò in una festa completamente verde, gremito dai tifosi irlandesi accorsi in massa dagli Stati Uniti e dall’Europa. La seconda partita, contro il Messico a Orlando, si giocò in condizioni climatiche estreme, con oltre 40 gradi e un’umidità soffocante. L’Irlanda apparve stremata e perse 2 a 1, nonostante il gol di John Aldridge, che rispose alla doppietta di Luis García Postigo. Charlton fu costretto a far schierare i giocatori con asciugamani bagnati attorno al collo per evitare il collasso. Nonostante la sconfitta, la squadra mantenne intatte le possibilità di qualificazione. Nell’ultima gara del girone, contro la Norvegia a East Rutherford, bastava un pareggio per passare il turno. L’Irlanda giocò una partita accorta e chiuse sullo 0 a 0, garantendosi l’accesso agli ottavi di finale come una delle migliori terze classificate. Il 4 luglio, a Orlando, il sogno si infranse. L’Eire affrontò l’Olanda in un clima nuovamente torrido. La superiorità tecnica degli olandesi emerse fin da subito: due errori difensivi permisero a Dennis Bergkamp e Wim Jonk di portare il punteggio sul 2 a 0 già nel primo tempo. L’Irlanda, stanca e priva di lucidità, non riuscì più a reagire. Al ritorno in patria, tuttavia, i giocatori furono accolti come eroi. La folla si riversò per le strade di Dublino per salutare “Big Jack” Charlton e i suoi uomini, che avevano reso orgoglioso un Paese intero. Durante il torneo, la squadra irlandese divenne una delle più amate anche dai tifosi neutrali. Il loro spirito allegro, i canti, i tamburi e le birre condivise con i sostenitori di ogni nazione trasformarono le città americane in piccole feste itineranti color verde. Un episodio curioso fu l’introduzione del celebre coro “You’ll never beat the Irish!” dei Wolfe Tones, che accompagnò ogni partita e divenne un vero inno identitario per la squadra e per gli emigrati irlandesi sparsi nel mondo. La partecipazione a USA ’94 rappresentò la fine di un ciclo. Dopo il Mondiale, Jack Charlton si avviò verso il ritiro, e l’Irlanda non riuscì a qualificarsi per Francia ’98. Ma la sua eredità rimase profonda: per la prima volta nella storia, gli irlandesi avevano la certezza di poter competere con i grandi, di poter scrivere pagine di calcio mondiale con lo stesso orgoglio delle nazioni più titolate.

GERMANIA 1994

Dopo tre finali consecutive, due ai Mondiali e una agli Europei, la Germania arrivò alla kermesse americana come una delle grandi favorite. In quanto campione del mondo in carica, la Mannschaft fu ammessa direttamente alla fase finale, senza disputare le qualificazioni. Negli anni precedenti al torneo, la squadra tedesca giocò solo partite ufficiali durante l’Europeo di Svezia 1992, dove venne sconfitta in finale dalla sorprendente Danimarca, e una serie di amichevoli di lusso contro Brasile, Uruguay, Messico, Scozia e Ghana. Al Mondiale del 1994 la Germania fu guidata da Berti Vogts, già assistente di Franz Beckenbauer nel trionfo del 1990. Nella partita inaugurale del torneo, disputata il 17 giugno 1994 a Chicago, la Germania affrontò la Bolivia, che mise in seria difficoltà i campioni in carica. I tedeschi riuscirono a imporsi solo per 1 a 0, grazie a una rete di Jürgen Klinsmann, attaccante del Monaco 1860. Nella seconda gara, contro la Spagna, fu ancora Klinsmann a segnare per i tedeschi, rispondendo alla rete iniziale del basco Goikoetxea. La sfida terminò 1 a 1. Nella terza e ultima partita del girone, decisiva per il passaggio del turno, la Germania superò la Corea del Sud per 3 a 2, con una doppietta dello stesso Klinsmann e un gol di Karl-Heinz Riedle. Nonostante il vantaggio di tre reti, i tedeschi subirono una rimonta parziale che mise in luce qualche fragilità difensiva. Agli ottavi di finale, la Germania incontrò un coriaceo Belgio, ma riuscì comunque a prevalere per 3 a 2. Dopo il vantaggio siglato al sesto minuto da Rudi Völler, i belgi pareggiarono due minuti più tardi con Georges Grün. All’undicesimo minuto arrivò il nuovo vantaggio tedesco con Jürgen Klinsmann, mentre al quarantesimo ancora Völler mise al sicuro il risultato. Nel finale, Philippe Albert accorciò le distanze per i fiamminghi, ma non bastò, la Germania si qualificò ai quarti Il 10 luglio 1994, a New York, la Germania affrontò i sorprendenti bulgari di Hristo Stoichkov, una delle rivelazioni del torneo. Dopo essere passati in vantaggio con un rigore di Lothar Matthäus, i tedeschi subirono la rimonta: prima Stoichkov su punizione, poi Letchkov di testa firmarono il definitivo 2 a 1. La Germania, campione del mondo uscente, venne così eliminata e fece ritorno in patria tra la delusione generale. Il Mondiale di USA 1994 segnò la fine del ciclo dorato iniziato con Beckenbauer e conclusosi con Vogts. Pur ricca di talento e di esperienza, la Germania non riuscì a esprimere il gioco compatto e determinato che l’aveva resa vincente quattro anni prima. L’eliminazione per mano della Bulgaria mise in evidenza la necessità di un rinnovamento profondo, aprendo la strada a una nuova generazione di calciatori che avrebbe riportato i tedeschi ai vertici del calcio mondiale negli anni successivi.

GRECIA 1994

La Grecia ebbe un legame storico e profondo con i Giochi Olimpici e con lo sport in generale. Culla dei Giochi antichi, aveva ospitato i primi Giochi Olimpici moderni ad Atene nel 1896. Tuttavia, per partecipare a un campionato del mondo di calcio dovette attendere ben sessantaquattro anni dalla loro istituzione. Come diceva il maestro Alberto Manzi: “Non è mai troppo tardi”. La nazionale ellenica giunse al Mondiale vincendo il Gruppo “5” delle qualificazioni europee, classificandosi al primo posto davanti alla Russia, anch’essa qualificata. La Grecia vinse entrambe le partite contro l’Islanda per 1 a 0, fece lo stesso contro il Lussemburgo, 2 a 0 ad Atene e 3 a 1 nel Granducato, pareggiò 0 a 0 in casa con l’Ungheria e vinse 1 a 0 al Nepstadion di Budapest. Contro la Russia ottenne un pareggio per 1 a 1 a Mosca e una vittoria per 1 a 0 ad Atene. Fu un percorso trionfale, che per la prima volta proiettò gli ellenici nel nuovo continente, verso la loro prima partecipazione mondiale. Una volta giunti al Mondiale, però, le cose si rivelarono più difficili del previsto. I greci pagarono la loro inesperienza e la limitata qualità tecnica, venendo sconfitti in tutte le partite. Non riuscirono a ottenere nemmeno un punto né a segnare una sola rete. All’esordio furono battuti 4 a 0 dall’Argentina, in quella che rimase la partita dell’ultimo gol di Diego Armando Maradona con la maglia dell’Albiceleste. Il ricordo dei suoi occhi spiritati nell’esultanza fece il giro del mondo, ma quella verve non era frutto della sola adrenalina agonistica, pochi giorni dopo, infatti, si scoprì che il campione argentino era risultato positivo al doping. Cinque giorni più tardi, la Grecia subì un’altra pesante sconfitta, ancora per 4 a 0, stavolta contro la Bulgaria di Stoichkov. Infine, nell’ultimo incontro contro la Nigeria, gli africani si limitarono a un più sobrio 2 a 0, completando così il triste bilancio di un Mondiale senza reti né punti per gli ellenici. Il Mondiale del 1994 rappresentò per la Grecia il primo passo sulla scena mondiale, un’esperienza dura ma fondamentale per la crescita del calcio ellenico. Da quel debutto amaro nacquero la consapevolezza e la maturità che, dieci anni più tardi, avrebbero condotto la stessa nazione a scrivere una delle più grandi imprese della storia del calcio europeo: la vittoria del Campionato Europeo del 2004. Dai campi americani del ’94 ai trionfi di Lisbona, la Grecia dimostrò che anche i sogni più lontani potevano diventare realtà grazie a determinazione, disciplina e spirito di squadra. Ma negli Stati Uniti, nel 1994, le cose andarono davvero male.

ITALIA 1994

Il cammino dell’Italia verso il Mondiale del 1994 fu un viaggio denso di tensioni, di genio e di polemiche, un racconto che ancora oggi vive nella memoria collettiva come una delle epopee più controverse e romantiche del calcio azzurro. Tutto ebbe inizio con le qualificazioni, in un gruppo che vedeva gli “Azzurri” di Arrigo Sacchi affrontare Svizzera, Scozia, Portogallo, Estonia e Malta. In quelle qualificazioni si iniziarono a intravedere nazionali di Stati appena nati o rinati dopo la dissoluzione dell’Europa dell’Est. Una di queste fu l’Estonia, che prese parte al girone dell’Italia. Il cammino azzurro fu subito in salita. L’Italia non partì bene e dovette accontentarsi di un pareggio per 2 a 2 in casa, a Cagliari, contro la Svizzera. Il successivo 0 a 0 con la Scozia e la vittoria di misura per 2 a 1 al Ta’Qali, contro Malta, accesero le prime polemiche. Sacchi, reduce dal suo Milan rivoluzionario, cercò di imporre alla Nazionale i principi del pressing, della zona e dell’organizzazione collettiva, ma molti giocatori e giornalisti lo accusarono di eccessiva rigidità tattica e di non valorizzare i talenti individuali. La vittoria di Porto per 3 a 1 contro il Portogallo e il 6 a 1 casalingo contro Malta diedero ossigeno alla classifica azzurra. L’Italia vinse poi le restanti partite di andata e ritorno contro l’Estonia, la gara interna con i lusitani per 1 a 0 e il convincente 3 a 1 di Roma contro la Scozia. Nonostante la sconfitta a Berna del 1º maggio 1993, l’Italia si qualificò come vincente del gruppo “1” europeo con 16 punti, davanti alla Svizzera, seconda con 15. La squadra di Arrigo Sacchi era costruita sull’ossatura del suo Milan: Baresi, Maldini, Costacurta, Donadoni, Albertini. L’allenatore escludeva spesso giocatori più istintivi o fantasiosi, come Vialli, in nome della compattezza. La filosofia del “noi” sopra l’“io” lo contrappose inevitabilmente a Roberto Baggio, simbolo del talento individuale. Tra i due il rapporto fu teso fin dall’inizio, Sacchi pretendeva disciplina e sacrificio tattico, mentre Baggio chiedeva libertà creativa. Il loro dualismo accompagnò tutta la spedizione americana, fino a diventare la metafora di un eterno conflitto tra sistema e genio. Inserita nel gruppo “E” con Irlanda, Messico e Norvegia, l’Italia faticò sin dall’esordio. La sconfitta per 1 a 0 contro l’Irlanda, rete di Ray Houghton dell’Aston Villa, mise subito la squadra con le spalle al muro. Nel secondo incontro, a New York contro la Norvegia, arrivò uno degli episodi più discussi del torneo: l’espulsione del portiere Gianluca Pagliuca, la prima di un estremo difensore nella storia dei Mondiali, per fallo da ultimo uomo sul norvegese Tore Flo. Sacchi, costretto a inserire il secondo portiere Marchegiani, decise di sostituire proprio Roberto Baggio per mantenere l’equilibrio tattico. La decisione scatenò l’indignazione di tifosi e giornalisti. Baggio, furioso, mormorò a fine gara: “Ma questo è matto!”. Più tardi confessò di aver avuto la sensazione di dover “giocare da solo contro tutti”. Quella frase, a metà tra sfogo e profezia, segnò una frattura che solo il campo avrebbe potuto ricomporre. L’Italia vinse comunque 1 a 0 grazie a una rete dell’altro Baggio, Dino. Nella terza partita, a Washington contro il Messico, l’Italia faticò più del previsto e riuscì a strappare un pareggio per 1 a 1, alla rete di Daniele Massaro rispose il messicano Marcelino Bernal. Curiosamente, al termine del girone, tutte le squadre si trovarono appaiate a quattro punti, con la stessa differenza reti. L’Italia passò agli ottavi di finale come una delle migliori terze, grazie alla vittoria nello scontro diretto con la Norvegia. Negli ottavi, il 5 luglio a Boston contro la Nigeria, gli “Azzurri” si trovarono sull’orlo del baratro. Sotto di un gol, con il cronometro che correva verso la fine, sembrava tutto perduto. Ma a pochi minuti dal termine si accese il genio di Roberto Baggio, con un tiro in scivolata mise il pallone alle spalle del portiere nigeriano Rufai, pareggiando all’ottantottesimo minuto. Nei tempi supplementari, ancora Baggio realizzò su calcio di rigore il gol del sorpasso. L’Italia vinse 2 a 1 e tornò a credere in se stessa. In quella stessa partita Pagliuca, tornato titolare, dopo essere stato salvato dal palo su un tiro nigeriano, baciò il legno in segno di gratitudine. Quel gesto spontaneo, umano e quasi scaramantico, divenne un’immagine simbolo del Mondiale, l’istante in cui la fortuna sembrò tornare dalla parte degli Azzurri. Protagonista di quell’epico incontro fu anche l’arbitro messicano Arturo Brizio Carter, che espulse Gianfranco Zola dopo pochi minuti dal suo ingresso in campo, per un presunto fallo o una simulazione in area nigeriana. Per l’attaccante sardo, che quel giorno compiva ventotto anni, era il debutto in un Mondiale. L’espulsione, giudicata eccessiva da molti, gli costò due giornate di squalifica e pose fine al suo torneo. Ai quarti di finale contro la Spagna, l’atmosfera fu incandescente. La partita, disputata al Foxboro Stadium di Boston, fu durissima, con falli a ripetizione e tensione crescente. Baggio, ancora una volta decisivo, segnò il gol del 2 a 1 nel finale, ma la gara passò alla storia per un episodio tragico e controverso: la gomitata di Mauro Tassotti a Luis Enrique, che cadde a terra col naso rotto e il volto coperto di sangue. L’arbitro ungherese Puhl non vide l’episodio e non intervenne. L’Italia vinse 2 a 1, ma il gesto costò caro a Tassotti. In assenza del VAR, la sanzione arrivò solo dopo la revisione televisiva, otto giornate di squalifica, una delle più severe mai inflitte. L’altra rete degli Azzurri fu segnata da Dino Baggio. In semifinale contro la Bulgaria di Stoichkov e Letchkov, Roberto Baggio firmò una doppietta meravigliosa nel primo tempo. L’Italia vinse 2 a 1 e raggiunse la finale, ma il suo campione si infortunò al flessore, un problema muscolare che lo avrebbe limitato nella partita più importante della carriera. La finale di Pasadena, il 17 luglio 1994, si giocò in un caldo torrido, con oltre trenta gradi sul terreno di gioco. Italia e Brasile, le due nazioni più titolate del mondo, si affrontarono in una gara bloccata e tattica. Finì 0 a 0 dopo 120 minuti. Ai rigori, Pagliuca parò il tiro di Marcio Santos e sembrò poter ripetere l’impresa del 1982, ma Baresi e Massaro sbagliarono. Quando toccò a Roberto Baggio, con l’Italia ormai spalle al muro, il destino fu spietato. Il suo rigore volò alto, oltre la traversa, e si perse nel cielo californiano. Quel pallone, disperso nell’aria immobile di Pasadena, divenne il simbolo di un sogno svanito e di una sconfitta non ignobile. Baggio rimase immobile, con la maglia abbassata sugli occhi e lo sguardo perso nel vuoto: un’immagine che racchiuse l’essenza dell’eroe tragico. L’Italia di USA ’94 rimase nel cuore degli italiani come un gruppo tormentato ma valoroso, una squadra che seppe soffrire e resistere, spinta dal genio solitario di un uomo che, pur nella sconfitta, divenne leggenda. Era un’Italia sospesa tra disciplina e ispirazione, tra metodo e talento, tra Sacchi e Baggio: due visioni opposte di intendere il calcio, che per un’estate fecero sognare un Paese intero.

MAROCCO 1994

In Africa ben quaranta squadre erano in lizza per conquistare soltanto tre posti ai Mondiali. Il Marocco riuscì nell’impresa, qualificandosi per la terza volta nella sua storia. Inserito nel gruppo “F” continentale, vinse il girone con 10 punti, davanti a Tunisia, Etiopia, Benin e Malawi; quest’ultimo si ritirò ancora prima dell’inizio delle qualificazioni. Nella prima gara i “Leoni dell’Atlante” si imposero per 5 a 0 contro l’Etiopia. Seguirono una vittoria a Cotonou, in Benin, per 1 a 0, e un pareggio per 1 a 1 contro la Tunisia. Nelle partite di ritorno il Marocco vinse ancora per 1 a 0 ad Addis Abeba contro l’Etiopia, travolse il Benin con un largo 5 a 0 casalingo e chiuse in bellezza allo stadio “Mohamed V” con uno 0 a 0 contro la Tunisia. Si qualificò così alla seconda fase come primo del girone. Nella fase successiva il Marocco fu inserito nel tragico “Girone B della morte”, insieme a Senegal e Zambia. Fu proprio in occasione di una partita valevole per la qualificazione tra Senegal e Zambia che, il 27 aprile 1993, l’aereo De Havilland Canada DHC-5 Buffalo dell’aeronautica militare zambiana, su cui viaggiava la nazionale dei “Chipolopolo”, si inabissò nell’Oceano Atlantico al largo della costa gabonese. La tragedia spazzò via un’intera generazione di talentuosi calciatori zambiani, morirono tutti i passeggeri e i cinque membri dell’equipaggio. L’unico superstite fu Kalusha Bwalya, stella della nazionale e giustiziere dell’Italia alle Olimpiadi di Seul del 1988. Scampò al disastro soltanto per una coincidenza fortunata, avendo preso un altro volo. Fu lui, affiancato da nuovi compagni determinati a onorare la memoria dei caduti, a guidare la rinascita orgogliosa dei Chipolopolo. Sei mesi dopo la tragedia, a Casablanca, allo Zambia di Bwalya sarebbe bastato un pareggio per volare ai Mondiali, ma un gol del marocchino Abdeslam Laghrissi spense i sogni della squadra africana. Gli zambiani protestarono furiosamente per l’arbitraggio del gabonese Jean-Fidèle Diramba, accusato di aver diretto la gara a senso unico, con decisioni giudicate oltre i limiti della correttezza sportiva. Non a caso, per molto tempo, nello Zambia la parola “gabon” fu usata come sinonimo di disgrazia. Dopo quella drammatica parentesi, il Marocco vinse entrambe le partite contro il Senegal, perse 4 a 0 a Lusaka contro lo Zambia e vinse in casa la gara decisiva a domicilio già citata in precedenza. Giunto negli Stati Uniti, il Marocco fu inserito nel gruppo “F”, dove però perse tutte le partite. La prima, contro il Belgio, terminò 1 a 0; la seconda, contro gli esordienti dell’Arabia Saudita, si concluse 2 a 1, con la rete marocchina di Mohammed Chaouch; nella terza e ultima gara, i nordafricani furono sconfitti dall’Olanda sempre per 2 a 1, con gol di Hassan Nader, allora attaccante del Farense nel campionato portoghese. Quando la squadra rientrò a Casablanca dopo l’eliminazione al primo turno, trovò un’accoglienza fredda. La stampa e i tifosi erano delusi, e pesanti critiche furono rivolte all’allenatore e alla Federazione, ritenuti i principali responsabili della disfatta in terra americana. Alcuni giocatori raccontarono in seguito che, il volo di ritorno dagli Stati Uniti fu “silenzioso e malinconico”, ma privo di tensioni interne. “Ci sentivamo frustrati, non umiliati”, dichiarò Mustapha Hadji. Il portiere Badou Zaki, da leader esperto, pronunciò un breve discorso all’aeroporto di Casablanca, “Abbiamo perso, ma il Marocco non si ferma. Il nostro calcio tornerà più forte”.

MESSICO 1994

Il Mondiale del 1994, disputato negli Stati Uniti, rappresentò per il Messico molto più di una semplice partecipazione sportiva, fu un ritorno alla vita, una vera e propria redenzione collettiva. Dopo gli anni della sospensione, delle accuse e della vergogna, la Tricolor tornò sul palcoscenico del mondo per dimostrare che la sua passione non si era mai spenta. Sei anni prima, nel 1988, la FIFA aveva punito duramente la federazione messicana per lo scandalo dei cosiddetti “Cachirules”. Così venne chiamato il caso che scosse il calcio messicano, quando si scoprì che la nazionale Under 20 aveva deliberatamente schierato almeno quattro giocatori maggiorenni durante le qualificazioni per la Coppa del Mondo giovanile del 1989. La vicenda si concluse con una pesante squalifica da parte della FIFA: tutte le nazionali messicane vennero escluse dalle competizioni internazionali per due anni, dal 1988 al 1990. Il bando, tuttavia, ebbe anche un effetto paradossalmente benefico. Da quella crisi nacque una profonda riforma, vennero riorganizzate le strutture, introdotti nuovi regolamenti e si puntò su una generazione di calciatori più disciplinata e consapevole. Quando, nel 1992, iniziarono le qualificazioni per i Mondiali di USA ’94, il Messico era pronto a riprendersi ciò che sentiva di aver perso ingiustamente, la propria dignità calcistica. Il cammino verso il Mondiale fu netto e autoritario. Inserito nel girone “A” della CONCACAF con Costa Rica, Honduras e Saint Vincent Grenadine, il Messico dominò dall’inizio alla fine: quattro vittorie, un pareggio e una sola sconfitta, con ventidue gol segnati e appena tre subiti, numeri da grande squadra. Nelle partite d’andata vinse 4 a 0 sia contro i fragilissimi di Saint Vincent sia contro la Costa Rica, e si impose 2 a 0 sull’Honduras. Al ritorno perse 2 a 0 a San José contro la Costa Rica, pareggiò 1 a 1 con l’Honduras e travolse per 11 a 0 gli sprovveduti isolani di Saint Vincent. Nel girone finale eliminatorio concluse al primo posto con 10 punti, 17 reti segnate e 5 subite, ottenendo così la qualificazione diretta al Mondiale. Con l’Honduras vinse 3 a 0 in trasferta e 3 a 1 in casa, contro El Salvador si impose 2 a 1 fuori e 3 a 1 tra le mura amiche, mentre con il Canada trionfò 4 a 0 a Città del Messico e 2 a 1 a Toronto. In panchina sedeva Miguel Mejía Barón, tecnico meticoloso e capace di unire la tecnica latina alla disciplina tattica. In campo brillavano uomini come Luis García, Alberto García Aspe, Ramón Ramírez e il portiere più eccentrico e colorato del pianeta, Jorge Campos. Campos, con le sue maglie sgargianti, disegnate da lui stesso, con delle maniche larghissime che ricordavano le ali di un condor, incarnò lo spirito di quella rinascita. Estroso, agile e spettacolare, era capace di parate impossibili e, quando serviva, sapeva giocare anche da attaccante nel campionato messicano. La sua figura anticonvenzionale divenne presto un’icona pop e un simbolo della fantasia latinoamericana. Quando la Tricolor mise piede negli Stati Uniti, l’impressione fu quella di un Mondiale “in casa”. Le tribune di Washington e Orlando si tinsero di verde, bianco e rosso. Centinaia di migliaia di tifosi messicani, provenienti da ogni angolo del paese e dalle comunità ispaniche degli USA, trasformarono ogni partita in una festa nazionale. Si raccontò che, in alcune città americane, le partite del Messico avessero superato per affluenza e tifo perfino quelle della nazionale statunitense. Il sorteggio, però, non fu benevolo. Il Messico finì nel gruppo “E”, uno dei più duri ed equilibrati del torneo, insieme a Italia, Irlanda e Norvegia. Esordì con una sconfitta di misura contro la Norvegia per 1 a 0, ma si riscattò subito battendo l’EIRE per 2 a 1 grazie a una doppietta di García Postigo. Nella terza partita, contro l’Italia di Arrigo Sacchi, il Messico sfoderò coraggio e organizzazione, strappando un prezioso pareggio per 1 a 1 con il gol di Marcelino Bernal. Nonostante tutte le squadre del girone terminassero a 4 punti, il Messico concluse al primo posto per la migliore differenza reti. Agli ottavi di finale il destino dei Quetzalcóatl li mise di fronte alla sorprendente Bulgaria di Hristo Stoichkov. Fu una partita intensa, giocata con il cuore da entrambe le squadre. García Aspe portò in vantaggio il Messico su rigore, ma Stoichkov pareggiò con una delle sue micidiali punizioni. I tempi supplementari non bastarono a spezzare l’equilibrio, e tutto si decise ai rigori. Lì, la fortuna voltò le spalle ai messicani: tre errori dal dischetto li condannarono all’eliminazione. Uscirono tra le lacrime, ma con la consapevolezza di aver ritrovato la propria dignità. Al rientro in patria, il capitano García Aspe dichiarò: “Abbiamo perso, ma a testa alta. Il mondo sa di nuovo chi siamo”.

NIGERIA 1994

Quello del 1994 fu il primo Mondiale nella storia della Nigeria. La squadra sorprese tutti per talento, personalità e straordinaria fisicità, sia durante le qualificazioni sia nella fase finale negli Stati Uniti. Negli anni ’90 la Nigeria visse il suo miglior periodo calcistico. Pochi mesi prima del Mondiale aveva vinto la Coppa d’Africa imponendosi per 2 a 1 in finale contro lo Zambia. Possedeva una generazione irripetibile di talenti: Jay-Jay Okocha, Rashidi Yekini, Emmanuel Amunike, Daniel Amokachi, Sunday Oliseh, Finidi George e il carismatico Stephen Keshi come capitano. Il commissario tecnico era Clemens Westerhof, un olandese metodico e severo, soprannominato “The Boss of Bosses”. Nella prima fase di qualificazione la Nigeria fu inserita nel gruppo “D” insieme a Sudafrica, Congo, São Tomé e Libia. Queste ultime due si ritirarono prima dell’inizio delle partite. La Nigeria vinse tre gare su quattro, pareggiandone una, con sette reti realizzate e nessuna subita. Batté il Sudafrica per 4 a 0, pareggiò 0 a 0 a Johannesburg e sconfisse il Congo 1 a 0 in casa e 2 a 0 in trasferta. Nella seconda fase fu inserita in un girone molto equilibrato. Perse 2 a 1 ad Abidjan contro la Costa d’Avorio, ma si riscattò vincendo 4 a 1 nella gara di ritorno. Contro l’Algeria vinse 4 a 1 in casa e le bastò un pareggio 1 a 1 ad Algeri per qualificarsi, in una partita giocata in un clima infuocato davanti a oltre 60.000 tifosi algerini. L’arbitro dovette essere scortato fuori dal campo, mentre i giocatori nigeriani si chiusero nello spogliatoio per oltre un’ora, mentre fuori volavano sassi e bottiglie. Da quel momento nacque il mito dei “Super Eagles”. Negli Stati Uniti la Nigeria fu inserita nel gruppo “D” insieme a Grecia, Bulgaria e Argentina. Nella gara d’esordio le “Aquile” si imposero con un netto 3 a 0 sulla fortissima Bulgaria di Stoichkov, grazie alle reti di Yekini, Amokachi e Amunike. Nella seconda partita subirono una sconfitta in rimonta contro l’Argentina. Gli africani erano passati in vantaggio con Samson Siasia, ma una doppietta di Claudio Caniggia ribaltò il risultato. Nella terza e ultima gara la Nigeria dominò completamente la Grecia dal punto di vista tattico e fisico, vincendo 2 a 0 con i gol di Amokachi e George Finidi. Bulgaria, Argentina e Nigeria conclusero tutte  pari a 6 punti, ma gli africani passarono come primi del girone grazie alla migliore differenza reti. La Bulgaria arrivò seconda e l’Argentina si qualificò come migliore terza. Il 5 giugno 1994 allo stadio di Boston la Nigeria affrontò l’Italia in una partita destinata a diventare iconica. Le “Aquile” passarono in vantaggio al 26° minuto con Amunike e resistettero fino all’88°, quando Roberto Baggio pareggiò. Nei tempi supplementari, ancora Baggio segnò su rigore, firmando il sorpasso degli azzurri e condannando la Nigeria a un’eliminazione tanto dolorosa quanto immeritata. Dopo l’eliminazione scoppiò una lite tra la federazione e i giocatori per i premi promessi. Yekini e Keshi guidarono una protesta chiedendo “rispetto per gli eroi d’Africa”. La frase finì su tutti i giornali e scatenò un vero caos mediatico. Rimasero però nella memoria anche alcuni episodi curiosi del Mondiale. L’allenatore Westerhof aveva imposto regole rigide: “Niente musica, niente donne, niente birra”. Ma i giocatori nigeriani adoravano l’afrobeat e il reggae, soprattutto Fela Kuti e Bob Marley. Così Jay-Jay Okocha e Sunday Oliseh nascosero una piccola radio nello spogliatoio, dentro una valigia medica. Ogni sera, dopo l’allenamento, la accendevano sottovoce per ascoltare Fela Kuti. Un giorno Westerhof li scoprì e disse: “Se volete sentire musica, vincete la prossima partita e vi concederò un’ora di festa.” Batterono la Bulgaria 3 a 0 e il CT mantenne la promessa. Da allora, prima di ogni partita, nello spogliatoio dei Super Eagles risuonò “Water No Get Enemy”, diventata un inno non ufficiale della squadra. Un altro episodio curioso fu quello del portiere titolare, Peter Rufai, soprannominato “Dodo Mayana”, che arrivò in ritardo ad un allenamento perché era andato a messa. Westerhof voleva punirlo, ma il fisioterapista, anche lui molto devoto, spiegò che Rufai aveva pregato per la vittoria della Nigeria. L’olandese, superstizioso, cambiò subito idea e commentò: “Se prega per vincere, può giocare anche in pigiama!” Un altro episodio curioso fu quello del “pollo magico”. Prima della gara d’esordio contro la Bulgaria, l’albergo servì del pollo a pranzo. Yekini, molto superstizioso, lo rifiutò perché, secondo un detto yoruba, “l’aquila non mangia ciò che vola basso.” I compagni lo presero in giro e lui rispose: “Domani segnerò e vedrete che ho ragione.” Il giorno dopo realizzò il primo storico gol mondiale della Nigeria e da quel momento nessuno toccò più pollo fino alla fine del torneo. Quando la squadra tornò a Lagos, nonostante la sconfitta con l’Italia, fu accolta da centinaia di migliaia di tifosi all’aeroporto Murtala Mohammed. Le strade erano bloccate da cortei spontanei, bandiere, tamburi e danze. Yekini pianse di commozione, mentre Westerhof, emozionato, dichiarò: “Non ho mai visto un popolo ringraziare così i propri figli”.

NORVEGIA 1994

Quando la Norvegia conquistò la qualificazione al Mondiale del 1994, il mondo del calcio rimase sorpreso, squadra di quarta fascia, senza grandi stelle e con un passato povero di successi, riuscì nell’impresa di vincere il girone europeo “2”, lasciandosi alle spalle potenze come l’Olanda e l’Inghilterra. Per quasi mezzo secolo la nazionale scandinava era rimasta ai margini del grande calcio. Dal 1938, anno della sua prima e unica partecipazione a un Mondiale, non era più riuscita a tornare sulla scena internazionale. Poi arrivò Egil “Drillo” Olsen, e tutto cambiò. Allenatore-filosofo e teorico dell’analisi statistica applicata al calcio, Olsen fu un innovatore nel senso più puro del termine. Credeva che il calcio fosse scienza e logica, non improvvisazione. Il suo “Drillo-football” si basava su schemi precisi, calcoli, e una ferrea disciplina tattica. Niente giocate estetiche o dribbling inutili: solo efficacia, ordine e ripartenze letali. Un calcio “scientifico”, come amava definirlo lui stesso, che inizialmente suscitò critiche tra i puristi, ma che in campo funzionò alla perfezione. Sotto la sua guida, una nazionale composta in gran parte da semi-professionisti divenne un gruppo coeso e sorprendentemente competitivo. Sulla carta, la Norvegia partiva senza speranze: l’Olanda e l’Inghilterra erano considerate di un altro livello. Eppure, quella campagna di qualificazione si trasformò in una favola sportiva. La partenza fu esplosiva: 10 a 0 contro San Marino, una goleada che scosse l’Europa. Il 23 settembre 1993, a Oslo, arrivò l’impresa più clamorosa: la vittoria per 2 a 1 contro la grande Olanda di Bergkamp e Koeman. Nella gara di ritorno contro i sammarinesi, i norvegesi furono più clementi, vincendo “solo” 2 a 0. Poi, la notte di Wembley. Contro l’Inghilterra, davanti a 80.000 spettatori, la Norvegia strappò un prezioso 1 a 1 che fece tremare i tabloid britannici. Da quel momento, tutto il Paese cominciò a credere davvero al sogno. Batterono la Turchia per 3 a 1, e il 2 giugno 1993, in un ululato collettivo di gioia, sconfissero ancora l’Inghilterra a Oslo per 2 a 0. Nemmeno la trasferta di Rotterdam spaventò i norvegesi: lo 0 a 0 contro l’Olanda sembrò la conferma definitiva che quella squadra era ormai pronta a competere con chiunque. Le ultime due partite chiusero il cerchio: 3 a 0 in casa e 1 a 0 in Polonia. Solo nell’ultima giornata, a Istanbul, arrivò una sconfitta ormai ininfluente, la qualificazione era già acquisita. La Norvegia vinse sette partite su dieci, ne pareggiò due e ne perse soltanto una, con un bottino di 25 gol segnati e appena 5 subiti. La notte della matematica qualificazione a Oslo fu una festa nazionale: le strade si riempirono di bandiere rosse, bianche e blu. Quando la Norvegia mise piede negli Stati Uniti, portò con sé l’entusiasmo e l’orgoglio di un Paese intero. Fu inserita nel Gruppo “E”, uno dei più difficili di sempre: Italia, Irlanda e Messico. Un girone di ferro, dove ogni dettaglio poteva fare la differenza. La prima gara, contro il Messico, segnò un momento storico: la Norvegia vinse 1 a 0 grazie al gol di Kjetil Rekdal, conquistando la sua prima vittoria mondiale dopo cinquantasei anni. Nella seconda partita, contro l’Italia, la squadra di Olsen giocò con coraggio ma venne sconfitta per 1 a 0, nonostante la superiorità numerica dopo l’espulsione di Pagliuca. Contro l’Irlanda, nell’ultima sfida del girone, non andò oltre lo 0 a 0. Alla fine, tutte le quattro squadre terminarono con gli stessi punti: quattro a testa. Una situazione senza precedenti nella storia dei Mondiali. Ma la differenza reti premiò Italia e Messico. La Norvegia, pur avendo perso una sola partita, fu eliminata per il minor numero di gol segnati. Quando la squadra tornò in patria, nonostante l’amarezza, venne accolta come una vincitrice. Per un Paese che aveva atteso quasi sessant’anni, la qualificazione e la dignitosa partecipazione al Mondiale rappresentarono un trionfo. I giornali parlarono di “miracolo sportivo nordico”, e il tecnico Egil Olsen fu celebrato come un eroe nazionale. Quel 1994 segnò l’inizio di una nuova era per il calcio norvegese. Da lì a pochi anni, la nazionale si sarebbe qualificata anche per Francia ’98 e per gli Europei del 2000. Ma tutto cominciò in quella calda estate americana, quando un gruppo di uomini venuti dal freddo imparò a far sognare un Paese intero. Fu l’anno in cui la Norvegia tornò a credere in se stessa, l’anno in cui il Nord trovò la sua voce nel coro del calcio mondiale. E nel silenzio dei fiordi, tra il vento e la neve, nacque la certezza che anche le nazioni piccole possono sfidare i giganti e farlo a testa alta.

OLANDA 1994

Dopo il trionfo all’Europeo del 1988 e la deludente esperienza al Mondiale di Italia ’90, l’Olanda si ritrovò spaccata in due, da una parte i “veterani” del gruppo di Van Basten, Gullit, Rijkaard e Koeman, dall’altra i giovani emergenti come Bergkamp, Overmars e Davids, desiderosi di spazio e protagonismo. Dopo il Mondiale del 1990 si succedettero vari allenatori: Leo Beenhakker, Dick Advocaat e, per un breve periodo, anche Rinus Michels come direttore tecnico. Il gruppo era fortissimo ma instabile, e la Federazione olandese (KNVB) temeva di non qualificarsi per il Mondiale statunitense. L’Olanda si qualificò come seconda con 15 punti alle spalle della sorprendente Norvegia, superando di due punti la forte Inghilterra. La qualificazione iniziò subito in salita, con una sconfitta per 2 a 1 a Oslo contro la Norvegia e un rocambolesco 2 a 2 a Rotterdam con la Polonia. Le prime vittorie arrivarono contro la Turchia, battuta per 3 a 1 sia in casa sia in trasferta, mentre con San Marino fu una passeggiata: un largo 6 a 0 non lasciò spazio a interpretazioni. La partita più impegnativa fu quella di Wembley contro l’Inghilterra, terminata con un vivace pareggio per 2 a 2. Seguì un altro pareggio, 0 a 0 contro la Norvegia tra le mura amiche, e una larghissima vittoria per 7 a 0 contro San Marino. La partita decisiva fu quella al Feyenoord Stadium di Rotterdam contro l’Inghilterra, dove gli “Orange” si imposero per 2 a 0 con le reti di Dennis Bergkamp e Ronald Koeman. Nell’ultima gara arrivò un’altra vittoria, 3 a 1 contro la Polonia, che permise agli olandesi di staccare il sospirato pass per il Mondiale. Giunta alla sua sesta partecipazione, negli Stati Uniti l’Olanda fu inserita nel gruppo “F” con Belgio, Arabia Saudita e Marocco. Fu un girone stranissimo, alla fine tutte le squadre terminarono con 6 punti, tranne il Marocco, che rimase fermo al palo. L’Olanda passò come prima grazie alla migliore differenza reti. Nella prima gara, l’Olanda tenne a battesimo l’Arabia Saudita, che giocò un’ottima partita. Gli arabi segnarono per primi con Fuad Amin, ma gli “orange” ribaltarono il risultato con Wim Jonk e Donald Taument per il 2 a 1 finale. Nella seconda gara si giocò il classico derby del Benelux contro il Belgio, un match teso e fisico, deciso dal gol del belga Philippe Albert per l’1 a 0 finale in favore dei “diavoli rossi”. Rijkaard e Koeman litigarono in campo per una marcatura non chiusa a dovere, dopo la partita, i due dovettero essere separati nello spogliatoio. Nella terza gara, la vittoria per 2 a 1 contro il Marocco non nascose tutte le pecche e l’apparente fragilità degli olandesi. L’Olanda segnò con Dennis Bergkamp e Bryan Roy, mentre per i magrebini accorciò le distanze Hassan Nader. Agli ottavi di finale i Paesi Bassi affrontarono l’Eire e disputarono finalmente la loro migliore partita del torneo, vincendo con un convincente 2 a 0, le reti di Bergkamp e Jonk. Un fatto curioso di quella partita fu che, i giocatori trovarono un grosso serpente sul campo da gioco poco prima del fischio d’inizio. Ai quarti di finale affrontarono il Brasile in una partita davvero spettacolare. Il Brasile andò subito avanti di due reti, ma fu raggiunto dagli olandesi grazie ai gol di Bergkamp e Winter, prima che Branco segnasse il definitivo 3 a 2 in favore dei sudamericani. Dopo l’eliminazione l’Olanda tornò a casa con orgoglio ma anche con molte domande aperte. Il torneo segnò l’addio di Rijkaard alla nazionale, che Gullit aveva già salutato prima del torneo. Si registrò il declino di Koeman e Wouters, ma anche la nascita definitiva di Dennis Bergkamp come stella mondiale. La stampa scrisse che “l’Olanda era uscita con onore, ma senza anima”. Da quell’esperienza nacque la nuova generazione che poi incantò a Francia ’98 con Louis Van Gaal e gli “orange moderni”.

ROMANIA 1994

All’inizio degli anni ’90 la Romania stava cambiando profondamente. La caduta del regime di Ceaușescu nel 1989 aveva lasciato un Paese ferito ma pieno di speranza. Anche il calcio ne risentì, molti giocatori poterono finalmente trasferirsi all’estero, rompendo il vecchio isolamento imposto dal regime. Fu così che emerse una generazione straordinaria: Gheorghe Hagi, Gică Popescu, Dan Petrescu, Florin Răducioiu, Ilie Dumitrescu, Florin Prunea e Miodrag Belodedici, reduci da anni difficili ma uniti da un forte orgoglio nazionale. Il commissario tecnico era Anghel Iordănescu, un tecnico colto e metodico, che prese in mano la squadra dopo l’Europeo del 1992, succedendo a Mircea Răducan. La Romania iniziò le qualificazioni nel 1992 con due vittorie larghe e convincenti, 7 a 0 contro le Isole Faroe a Bucarest, con doppietta di Hagi e un gol da lontano rimasto scolpito nella memoria dei tifosi, 5 a 1 a Bucarest contro il Galles, con due doppiette di Hagi e Lupescu. Nell’ottobre dello stesso anno la Romania inciampò a Bruxelles, perdendo 1 a 0 contro il Belgio, per poi rifarsi prontamente battendo Cipro per 4 a 1. A seguire arrivarono un pareggio contro la Cecoslovacchia e un’altra vittoria contro Cipro. Il nuovo anno, il 1993, iniziò con una brutta sconfitta a Praga per 5 a 2 contro la Cecoslovacchia, ma infine tre vittorie consecutive, contro Belgio, Far Oer e Galles, permisero alla Romania di qualificarsi per la sesta volta a un Mondiale. Al torneo iridato la Romania si comportò in modo eccellente, vinse il proprio gruppo “A” davanti a tutti. Si impose il 18 giugno 1994 a Pasadena per 3 a 1 contro la Colombia, con una doppietta di Florin Răducioiu e una rete di Gheorghe Hagi. Nella seconda partita venne malamente sconfitta per 4 a 1 dalla Svizzera; la rete della bandiera fu ancora di Hagi. Nella terza gara del girone eliminatorio la Romania si impose per 1 a 0 contro i padroni di casa degli Stati Uniti, grazie a una rete di Dan Petrescu. Passata agli ottavi di finale, incrociò le sorti dell’Argentina, rimasta orfana di Maradona dopo la squalifica per doping. Molti pensavano che l’Albiceleste, pur priva del suo fuoriclasse, avrebbe avuto vita facile. Invece, quella fu una delle più grandi partite della storia dei Mondiali. La Romania vinse 3 a 2 al termine di uno spettacolo assoluto. Ilie Dumitrescu segnò una doppietta, il primo gol su punizione, il secondo dopo un assist perfetto di Hagi, e poi lo stesso Hagi realizzò il terzo gol con un tiro rasoterra dopo un triangolo da manuale con Dumitrescu. L’Argentina reagì con Balbo e Batistuta, ma non bastò. Hagi giocò una partita straordinaria, danzando sul pallone e incantando il pubblico americano. Alla fine, persino i tifosi argentini gli tributarono un applauso: era nato il “Maradona dei Carpazi”. Dopo quella vittoria, la Romania entrò nella leggenda. Per la prima volta nella sua storia raggiunse i quarti di finale di un Mondiale. Ai quarti affrontò la Svezia a Stanford, in California, in una partita equilibrata e drammatica. Il match terminò 1 a 1 nei tempi regolamentari, con gol di Thomas Brolin per gli scandinavi e di Florin Răducioiu per i rumeni. Ai supplementari la Romania passò in vantaggio ancora con Răducioiu, ma fu raggiunta da Kennet Andersson a pochi minuti dalla fine, dopo un errore difensivo dei rumeni. Ai calci di rigore la Svezia vinse 5 a 4. Miodrag Belodedici, uno dei veterani, sbagliò il penalty decisivo. USA ’94 rimase il punto più alto nella storia del calcio rumeno. Quella squadra non vinse la Coppa del Mondo, ma conquistò il cuore del mondo intero con il suo calcio tecnico, creativo e pieno di passione.

RUSSIA 1994

Dopo la dissoluzione dell’URSS nel dicembre 1991, la neonata Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) giocò insieme all’Europeo 1992. Per le qualificazioni a USA ’94, però, ogni ex repubblica sovietica formò la propria nazionale. La Russia fu considerata erede legale dell’URSS e ne ereditò il posto nel girone di qualificazione. Inserita nel gruppo “5” europeo, la Russia esordì con cinque vittorie, due pareggi e una sola sconfitta. Iniziò con un filotto di quattro vittorie di fila: contro l’Islanda per 1 a 0, contro il Lussemburgo per 2 a 0, contro l’Ungheria per 3 a 0 e chiuse con un 4 a 0 in casa dei ducali lussemburghesi. Seguirono due pareggi, per 1 a 1 con Grecia e Islanda, la pratica qualificazione fu chiusa l’8 settembre 1993 con un pesante 3 a 1 sull’Ungheria al Nepstadion di Budapest. Infine, con la qualificazione già acquisita, arrivò un’ininfluente sconfitta ad Atene contro la Grecia. Negli Stati Uniti la Russia fu inserita nel gruppo “B” con Svezia, Camerun e Brasile. Arrivata nel nuovo continente, la squadra era circondata da mille polemiche, diversi giocatori di spicco, come Kanchelskis, Mostovoi, Yuran e Kulkov, avevano rifiutato la convocazione dopo scontri con il commissario tecnico Sadyrin, ma in realtà era per non entrare a far parte della nuova organizzazione statale del “Grande Orso”. Il clima nello spogliatoio era teso e l’opinione pubblica russa risultava divisa sul sostegno o meno alla squadra. Inoltre, il girone era molto ostico, con due squadre che sarebbero poi arrivate in semifinale. L’avversario della prima gara, disputata il 20 giugno 1994 a Stanford, non era certo dei più abbordabili, i russi dovettero affrontare i futuri campioni del mondo del Brasile, nonostante una buona prestazione in cui tennero in mano le redini del gioco per gran parte della partita, furono sconfitti per 2 a 0. La seconda gara contro la Svezia mise invece in evidenza tutte le lacune della formazione russa, passata in vantaggio dopo soli quattro minuti con un calcio di rigore realizzato da Oleg Salenko, la Russia fu raggiunta, sorpassata e infine surclassata da un’ottima Svezia. Affrontò poi il Camerun già da eliminato, ma la partita rimase nella storia per un fatto ben preciso. La Russia chiuse la sua avventura americana con una vittoria travolgente e con un nome destinato a entrare nella leggenda del calcio mondiale. Oleg Salenko. Il centravanti russo, che all’epoca militava nel Logroñés in Spagna e fino a pochi giorni prima era pressoché sconosciuto al grande pubblico, mise a segno cinque reti in una sola partita, un record assoluto nella storia dei Mondiali. A farne le spese fu un Camerun irriconoscibile, travolto 6 a 1 al termine di novanta minuti senza storia. La partita, disputata allo Stanford Stadium di Palo Alto davanti a oltre 70.000 spettatori, fu dominata dal primo all’ultimo minuto dalla squadra di Pavel Sadyrin. Senza più nulla da perdere dopo le sconfitte con Brasile e Svezia, i russi giocarono con leggerezza e determinazione, mettendo finalmente in mostra il talento dei propri uomini d’attacco. Il primo gol arrivò al 15°, quando il reintegrato Kanchelskis inventò un assist preciso per Salenko, che batté Songo’o con freddezza. Al 41° lo stesso attaccante trasformò un rigore con sicurezza, poi, tre minuti dopo, calò il tris approfittando di una difesa africana completamente in disordine. Dopo l’intervallo, la Russia continuò a spingere, al 46° Salenko realizzò il quarto gol personale e al 72° Radchenko firmò il quinto. Il pubblico applaudì, divertito e incredulo. Ma la serata di grazia del numero 9 non era ancora finita: al 75°, su un contropiede perfetto, Salenko mise dentro anche il sesto goal, entrando definitivamente nella leggenda. Il Camerun salvò l’onore soltanto nel finale, quando Roger Milla, a 42 anni, si congedò dal palcoscenico mondiale segnando la rete della bandiera, un record anche per lui come giocatore più anziano ad aver mai realizzato un gol ai Campionati del Mondo. Il gol del veterano africano strappò un applauso di simpatia, ma non attenuò la disfatta di una squadra apparsa confusa e priva d’idee. La Russia chiuse così il suo primo Mondiale da nazione indipendente con una vittoria che non bastò per la qualificazione, ma che restò nella memoria. Salenko, capocannoniere a sorpresa del torneo con sei reti complessive, consegnò al calcio russo una pagina di gloria inattesa. Quando la Russia tornò a casa dal Mondiale del 1994, l’atmosfera non fu affatto trionfale, nonostante la goleada contro il Camerun. Le aspettative erano moderate ma comunque significative, la squadra, erede della tradizione sovietica, contava su buoni giocatori, molti dei quali militavano già nei campionati europei. L’allenatore Sadyrin venne licenziato poco dopo il ritorno e la Federazione calcistica russa avviò una riorganizzazione profonda, cercando di creare una nuova generazione di giocatori. La Russia non riuscì a qualificarsi né a Euro 1996 né ai Mondiali del 1998, segno di un periodo di grande instabilità sportiva.

SPAGNA 1994

La Spagna arrivò ai Mondiali di USA 1994 con l’ambizione di scrollarsi di dosso l’etichetta di eterna incompiuta. Reduce da anni di buone generazioni e delusioni clamorose, la “Roja” volle finalmente lasciare un segno tangibile in un grande torneo. Il cammino verso gli Stati Uniti non fu semplice, ma si concluse positivamente: inserita nel gruppo “3” di qualificazione europea insieme a Irlanda, Danimarca, Irlanda del Nord, Lituania, Lettonia e Albania, la Spagna alternò momenti di brillantezza a fasi di incertezza. Dopo la vittoria per 3 a 0 sull’Albania a Siviglia, la squadra iberica iniziò un percorso incerto con tre stentati pareggi per 0 a 0 a Belfast, Riga e Dublino, per poi riprendersi in pieno inverno con un netto 5 a 0 casalingo contro la Lettonia. Seguì la sconfitta per 1 a 0 contro la Danimarca, ma all’inizio del 1993 la Roja inanellò cinque vittorie consecutive che le assicurarono la qualificazione al Mondiale americano: vinse 3 a 1 contro l’Irlanda del Nord, 2 a 0 a Vilnius contro la Lituania, 5 a 1 in Albania, 3 a 1 a Dublino contro l’Eire e infine 1 a 0 al Pizjuán di Siviglia contro i campioni d’Europa della Danimarca. Per le Furie Rosse segnò Fernando Hierro, nonostante la squadra avesse giocato in dieci uomini per quasi tutta la gara dopo l’espulsione del portiere Zubizarreta. Quella vittoria, ottenuta con un eroico improvvisato portiere, José Luis Caminero, che si alternò con Hierro tra i pali in emergenza, fu considerata il simbolo del carattere ritrovato della squadra. Con la qualificazione in tasca, la Spagna si presentò negli Stati Uniti con un gruppo di grande talento: Zubizarreta in porta, Hierro e Nadal in difesa, Caminero e Luis Enrique a centrocampo e, in avanti, il carisma di Julio Salinas affiancato da un giovane ma già ispirato Pep Guardiola, anche se non titolare fisso. Inserita nel gruppo “C” con Germania, Corea del Sud e Bolivia, la Roja debuttò con un pareggio 2 a 2 contro i sudcoreani dopo essere stata raggiunta nei minuti finali; per gli spagnoli segnarono Julio Salinas e Andonì Goikoetxea. Seguì un altro 1 a 1 contro la Germania, campione del mondo in carica, in una partita dura e tattica in cui il basco Goikoetxea segnò ancora e divenne rapidamente il simbolo della nuova Spagna di Clemente. La vittoria decisiva arrivò contro la Bolivia, un 3 a 1 netto con doppietta di Caminero e rigore trasformato da Guardiola. Agli ottavi di finale la Spagna trovò la Svizzera e la superò 3 a 0 con autorevolezza, mostrando un calcio concreto e disciplinato che fece credere ai tifosi in un possibile ingresso tra le grandi potenze del mondo. Le reti furono siglate da Begiristain su rigore, poi da Hierro e Luis Enrique. Ai quarti, però, la storia prese una piega amara: a Washington, il 9 luglio 1994, la Spagna affrontò l’Italia di Arrigo Sacchi in una sfida carica di tensione e rivalità. Gli iberici giocarono una partita coraggiosa e generosa, ma pagarono a caro prezzo gli errori sotto porta. Dopo il pareggio di Caminero, che aveva risposto al vantaggio di Dino Baggio, la gara sembrò avviata verso i tempi supplementari, finché all’88° Roberto Baggio trafisse Zubizarreta con una delle sue magie. Ma l’episodio che segnò per sempre quella partita fu un altro: un intervento durissimo di Mauro Tassotti su Luis Enrique in piena area di rigore, con un colpo di gomito che gli ruppe il setto nasale. L’arbitro ungherese Sandor Puhl non vide nulla e non assegnò il rigore, scatenando l’indignazione della Spagna. Quell’immagine, del volto insanguinato di Luis Enrique che urlava verso il direttore di gara, rimase impressa nella memoria collettiva come simbolo dell’ingiustizia e della sfortuna che da sempre sembravano accompagnare la “Roja” nei grandi tornei. Al ritorno in patria, la nazionale fu accolta con orgoglio misto a rabbia: si riconobbe il valore della squadra e la crescita mostrata, ma si parlò a lungo dell’arbitraggio e del cosiddetto “furto di Boston”. L’episodio di Tassotti ebbe un seguito storico, il difensore italiano fu squalificato per otto giornate, dalla prova televisiva, un VAR “ante litteram” una delle punizioni più dure mai inflitte a un giocatore per un fallo non sanzionato durante la partita. Nonostante l’amarezza, quel Mondiale segnò un punto di svolta per la Spagna; la sensazione era chiara, la “Roja” non era più la cenerentola di sempre, bensì una squadra pronta a reclamare il proprio posto tra le grandi del calcio mondiale.

STATI UNITI 1994

Gli Stati Uniti arrivarono al Mondiale di USA 1994 con un misto di entusiasmo e scetticismo. Era la quinta partecipazione, la seconda consecutiva dopo “Italia ‘90”, per di più lo facevano da paese ospitante, in un contesto in cui il calcio era ancora uno sport marginale rispetto a baseball, basket e football americano. La federazione americana, la US Soccer, aveva ottenuto l’organizzazione del torneo nel 1988 con l’obiettivo dichiarato di rilanciare definitivamente il soccer nel paese. La squadra allenata dal giramondo Bora Milutinović fu costruita con un’attenta pianificazione e tanto spirito di sacrificio. Non avendo disputato incontri di qualificazione, nel marzo del 1991 gli Stati Uniti parteciparono e vinsero la “North America Cup” dopo aver pareggiato per 2 a 2 contro il Messico e aver battuto il Canada per 2 a 0; nel maggio seguente sconfissero l’Uruguay per 1 a 0 nella “World Series of Soccer”. Si aggiudicarono anche la prima edizione della CONCACAF Gold Cup, superando nel girone eliminatorio, Trinidad e Tobago per 2 a 1, Guatemala 3 a 0 e Costa Rica 3 a 2, in semifinale il Messico per 2 a 0 e in finale l’Honduras 4 a 3 ai tiri dal dischetto dopo lo 0 a 0 dei tempi supplementari. Nel 1992 gli Stati Uniti disputarono la prima edizione della “U.S. Cup”, voluta per promuovere ulteriormente il calcio nel paese, aggiudicandosi il girone all’italiana con Italia, Eire e Portogallo, con due vittorie e un pareggio contro gli italiani; nella “U.S. Cup” del 1993 chiusero al terzo posto, sconfitti da brasiliani e tedeschi, ma vittoriosi con l’Inghilterra per 2 a 0. Nella squadra americana spiccavano giocatori come Tony Meola, portiere carismatico e capitano; Alexi Lalas, difensore, chitarrista, dallo stile aggressivo e con la sua inconfondibile chioma rossa; Tab Ramos, raffinato centrocampista di origine uruguaiana; Cobi Jones, simbolo della nuova generazione; e l’attaccante Eric Wynalda, dotato di ottima tecnica e velocità. Inseriti nel gruppo “A” insieme a Colombia, Romania e Svizzera, gli Stati Uniti sapevano di non poter contare sull’esperienza internazionale, ma compensarono con organizzazione e spirito di squadra. La squadra statunitense nelle prime tre partite del girone eliminatorio utilizzo una maglia molto particolare, un tessuto di simil-Jeans con stampate delle stelle bianche. Il debutto avvenne il 18 giugno al Pontiac Silverdome di Detroit contro la Svizzera e terminò 1 a 1; Wynalda segnò un magnifico calcio di punizione che divenne uno dei gol più belli della fase a gironi. La partita che fece esplodere l’entusiasmo del pubblico americano fu però la seconda, il 22 giugno al Rose Bowl di Pasadena, quando gli Stati Uniti batterono a sorpresa la Colombia per 2 a 1. L’autogol di Andrés Escobar al 35°, nel tentativo di anticipare Earnie Stewart, e il raddoppio dello stesso Stewart al 52° regalarono agli americani una vittoria storica; nei minuti finali Valencia accorciò per i sudamericani, ma la festa era già iniziata sugli spalti. Quella partita, non sarà ricordata solo per il trionfo sportivo, ma purtroppo anche per il tragico epilogo, di pochi giorni dopo quando Andres Escobar venne assassinato a Medellín per il suo autogoal e il suo nome rimase per sempre legato a quel dramma. Gli Stati Uniti chiusero il girone con una sconfitta per 0 a 1 contro la Romania, ma il bottino di quattro punti bastò per qualificarsi agli ottavi di finale, un risultato che superò ogni aspettativa. Il 4 luglio, giorno dell’Indipendenza americana, la nazionale affrontò al Rose Bowl il Brasile davanti a quasi novantamila spettatori. Vestiti di un particolarissima divisa a striche ondulate biancorosse, gli americani ressero fino al 72° minuto, quando una rete di Bebeto infranse i sogni di un’intera nazione. Gli Stati Uniti avevano dimostrato al mondo di poter competere, ma soprattutto avevano acceso una fiamma che da allora non si spense più, trasformando per sempre il rapporto tra l’America e il calcio. Di lì a poco nacque la “Major League Soccer”, e molti dei protagonisti di USA 1994 diventarono i primi volti simbolo del nuovo campionato americano.

SVEZIA 1994

Nell’estate del 1994 la Svezia visse uno dei momenti più luminosi della sua storia sportiva. In un Mondiale dominato dai giganti del calcio, la nazionale scandinava, partita in silenzio tra le outsider, seppe conquistare un sorprendente terzo posto. Fece meglio soltanto nel 1958, nel Mondiale casalingo, quando arrivò fino alla finale contro il Brasile. Ma quella era un’altra epoca, con altri protagonisti: Liedholm, Gren e Nordahl. Quello americano fu il torneo della sorpresa, del coraggio e del gioco collettivo, ma soprattutto segnò il ritorno della Svezia tra le grandi potenze del calcio mondiale. Negli anni Ottanta la Svezia aveva conosciuto un lungo periodo di declino. Dopo il Mondiale del 1978 e l’Europeo del 1992 giocato in casa, serviva una svolta. A guidarla verso la rinascita fu Tommy Svensson, allenatore metodico, silenzioso e rispettato, figlio di Nils Svensson, che aveva vestito la maglia gialloblù nel leggendario Mondiale del 1958. Il suo approccio era chiaro: compattezza, disciplina e spirito di squadra. La sua Svezia era un gruppo solido e umile, capace di coniugare fisicità e organizzazione. Nel gruppo spiccavano Thomas Ravelli, portiere eccentrico e carismatico; Jonas Thern, capitano e cervello tattico; Kennet Andersson e Martin Dahlin, coppia d’attacco possente e complementare; infine Tomas Brolin, il numero dieci geniale, simbolo di una generazione destinata a lasciare il segno. Durante le qualificazioni la Svezia mostrò una solidità sorprendente. Vinse il proprio girone davanti a Francia e Bulgaria, segnando 19 reti e subendone appena 8. Conquistò sei vittorie, tre pareggi e subì una sola sconfitta. Debuttò vincendo in Finlandia per 1 a 0, poi superò la Bulgaria per 2 a 0 e inflisse un pesante 3 a 1 a Israele a Tel Aviv. La prima battuta d’arresto arrivò al Parco dei Principi di Parigi, dove fu sconfitta 2 a 0 dalla Francia. Ma la squadra non si lasciò scoraggiare: nella primavera del 1993 tornò a vincere 1 a 0 contro l’Austria e travolse Israele con un netto 5 a 0. Seguirono tre pareggi per 1 a 1 contro Francia, Austria e Bulgaria, prima di chiudere il cammino con una vittoria per 3 a 2 sulla Finlandia. Il pass per gli Stati Uniti era conquistato. Quando la squadra di Svensson atterrò oltreoceano, pochi credevano in un miracolo scandinavo. Ma il Mondiale americano stava per raccontare una delle più belle storie del calcio nordico. La Svezia fu inserita nel Gruppo “B”, insieme a Brasile, Camerun e Russia. La prima gara, contro il Camerun, si concluse 2 a 2, con gli svedesi costretti due volte a rimontare grazie alle reti di Martin Dahlin e Roger Ljung. Poi arrivò la vittoria contro la Russia, un netto 3 a 1 che mise in mostra la forza offensiva e la sicurezza della squadra. Segnarono Brolin su rigore, e ancora Dahlin, autore di una doppietta. Nell’ultima partita del girone, contro il Brasile, la Svezia ottenne un prezioso pareggio per 1 a 1. Alla rete di Kennet Andersson rispose Romário, ma il punto bastò per qualificarsi agli ottavi da imbattuti. Agli ottavi di finale la Svezia affrontò la sorprendente Arabia Saudita. Fu una partita dominata dall’inizio alla fine, 3 a 1 il risultato conclusivo, con una rete di Dahlin e una doppietta di Andersson. Ai quarti l’attendeva la Romania di Gheorghe Hagi, una delle rivelazioni del torneo. Fu una delle partite più emozionanti e drammatiche di USA ’94. Nei tempi regolamentari finì 1 a 1, Brolin per la Svezia, Răducioiu per la Romania. Nei supplementari i romeni passarono ancora con Răducioiu, ma all’ultimo respiro Kennet Andersson trovò il pareggio. Ai rigori, Thomas Ravelli, veterano dai riflessi infiniti, divenne leggenda. Parò due tiri decisivi, quelli di Belodedici e Petrescu,  regalando alla Svezia la semifinale mondiale. La sfida si concluse 7 a 6 per gli scandinavi, e quella notte, a Stoccolma, nessuno dormì. In semifinale la Svezia ritrovò il Brasile, la stessa squadra affrontata nel girone. Fu una gara tattica, tesa, giocata con rispetto reciproco. Per quasi novanta minuti gli svedesi resistettero con disciplina, ma a dieci minuti dalla fine un colpo di testa di Romário spense il sogno. La Svezia perse 1 a 0, ma uscì tra gli applausi del pubblico americano. Nella finale per il terzo posto, la squadra di Svensson travolse una Bulgaria ormai appagata, vincendo 4 a 0 e chiudendo il Mondiale con una medaglia di bronzo che brillava come oro. Il rientro in patria fu trionfale. All’aeroporto di Stoccolma una folla immensa accolse la squadra come un gruppo di eroi. Il Re di Svezia li ricevette ufficialmente, e le immagini dei giocatori sul balcone del municipio, con le medaglie al collo e la folla in delirio, entrarono per sempre nella memoria collettiva del Paese.

SVIZZERA 1994

La Svizzera arrivò al Mondiale di USA 1994 con l’obiettivo di confermare la buona impressione lasciata nelle qualificazioni e riscattare ventiquattro anni di assenza, l’ultima partecipazione risaliva all’Inghilterra nel 1966. Inserita nel gruppo “1” di qualificazione europea insieme a Italia, Portogallo, Scozia, Malta ed Estonia, si qualificò come seconda. Iniziò il proprio cammino in modo molto positivo, vincendo con un secco 6 a 0 contro l’Estonia e un brillante 3 a 1 sulla Scozia. A Cagliari ottenne un pareggio per 2 a 2 contro l’Italia, per poi tornare a vincere a Berna contro Malta per 3 a 0. Nella prima partita del nuovo anno 1993 pareggiò 1 a 1 contro il Portogallo, per poi vincere 2 a 0 contro Malta e 1 a 0 contro l’Italia, a seguire un pareggio con la Scozia, una larga vittoria contro l’Estonia e infine l’unica sconfitta per 1 a 0 a Oporto contro il Portogallo. Arrivata negli USA, la squadra elvetica fu inserita nel gruppo “A” insieme a Romania, Stati Uniti e Colombia, un raggruppamento equilibrato che prometteva partite combattute. Il debutto avvenne il 18 giugno a Detroit contro gli Stati Uniti, con un pareggio per 1 a 1 che permise agli elvetici di mostrare solidità e capacità di tenere testa a una squadra in grande forma e spinta dal calore del pubblico di casa; la rete per i confederati fu segnata dall’attaccante dello Young Boys Berna, Georges Bregy. Il match successivo contro la Romania fu il migliore giocato dalla Svizzera al Mondiale: la “Nati” si impose per 4 a 1 contro la forte Romania di Hagi, con reti di Alain Sutter, Stéphane Chapuisat e una doppietta di Adrian Knup; per i romeni segnò il solito Gheorghe Hagi. Nonostante la sconfitta per 2 a 0 contro la Colombia nell’ultima partita della fase a gironi, la Svizzera si qualificò agli ottavi come seconda del girone. Al turno successivo affrontò la Spagna, una sfida difficile che mise in luce i limiti offensivi della squadra rossocrociata, e subì un pesante 3 a 0. Eliminata, il Mondiale americano lasciò tuttavia alla Svizzera ricordi di maturità, compattezza e gioco di squadra, insieme alla consapevolezza che la tradizione elvetica, fatta di organizzazione e ordine tattico, poteva permettere al paese di competere anche ai massimi livelli internazionali, sebbene fosse ancora lontana dalla potenza offensiva delle squadre più blasonate.

Qualificazioni Coppa del Mondo 1994

Qualificati come ospitanti: USA
Qualificati come titolari: Germania

Gruppo Europa 1 [Italia, Svizzera]
16.08.92 "Tallinn" Estonia - Svizzera 0-6
09.09.92 "Berna" Svizzera - Scozia 3-1
14.10.92 "Cagliari" Italia - Svizzera 2-2
14.10.92 "Glasgow" Scozia - Portogallo 0-0
25.10.92 "La Valletta" Malta - Estonia 0-0
18.11.92 "Glasgow" Scozia - Italia 0-0
18.11.92 "Berna" Svizzera - Malta 3-0
19.12.92 "La Valletta" Malta - Italia 1-2
24.01.93 "La Valletta" Malta - Portogallo 0-1
17.02.93 "Glasgow" Scozia - Malta 3-0
24.02.93 "Porto" Portogallo - Italia 1-3
24.03.93 "Palermo" Italia - Malta 6-1
31.03.93 "Berna" Svizzera - Portogallo 1-1
14.04.93 "Trieste" Italia - Estonia 2-0
17.04.93 "La Valletta" Malta - Svizzera 0-2
28.04.93 "Lisbona" Portogallo - Scozia 5-0
01.05.93 "Berna" Svizzera - Italia 1-0
12.05.93 "Tallinn" Estonia - Malta 0-1
19.05.93 "Tallinn" Estonia - Scozia 0-3
02.06.93 "Aberdeen" Scozia - Estonia 3-1
19.06.93 "Porto" Portogallo - Malta 4-0
05.09.93 "Tallin" Estonia - Portogallo 0-2
08.09.93 "Aberdeen" Scozia - Svizzera 1-1
22.09.93 "Tallinn" Estonia - Italia 0-3
13.10.93 "Porto" Portogallo - Svizzera 1-0
13.10.93 "Roma" Italia - Scozia 3-1
10.11.93 "Porto" Portogallo - Estonia 3-0
17.11.93 "Milano" Italia - Portogallo 1-0
17.11.93 "La Valletta" Malta - Scozia 0-2
17.11.93 "Zurigo" Svizzera - Estonia 4-0

Gruppo Europa 2 [Norvegia, Paesi Bassi]
09.09.92 "Oslo" Norvegia - San Marino 10-0
23.09.92 "Poznan" Polonia - Turchia 1-0
23.09.92 "Oslo" Norvegia - Paesi Bassi 2-1
07.10.92 "Serravalle" San Marino - Norvegia 0-2
14.10.92 "Londra" Inghilterra - Norvegia 1-1
14.10.92 "Rotterdam" Paesi Bassi - Polonia 2-2
28.10.92 "Ankara" Turchia - San Marino 4-1
18.11.92 "Londra" Inghilterra - Turchia 4-0
16.12.92 "Istanbul" Turchia - Paesi Bassi 1-3
17.02.93 "Londra" Inghilterra - San Marino 6-0
24.02.93 "Utrecht" Paesi Bassi - Turchia 3-1
10.03.93 "Serravalle" San Marino - Turchia 0-0
24.03.93 "Utrecht" Paesi Bassi - San Marino 6-0
31.03.93 "Smirne" Turchia - Inghilterra 0-2
28.04.93 "Londra" Inghilterra - Paesi Bassi 2-2
28.04.93 "Oslo" Norvegia - Turchia 3-1
28.04.93 "Lódz" Polonia - San Marino 1-0
19.05.93 "Serravalle" San Marino - Polonia 0-3
29.05.93 "Chorzów" Polonia - Inghilterra 1-1
02.06.93 "Oslo" Norvegia - Inghilterra 2-0
09.06.93 "Rotterdam" Paesi Bassi - Norvegia 0-0
08.09.93 "Londra" Inghilterra - Polonia 3-0
22.09.93 "Oslo" Norvegia - Polonia 1-0
22.09.93 "Bologna" San Marino - Paesi Bassi 0-7
13.10.93 "Rotterdam" Paesi Bassi - Inghilterra 2-0
13.10.93 "Poznan" Polonia - Norvegia 0-3
27.10.93 "Istanbul" Turchia - Polonia 2-1
10.11.93 "Istanbul" Turchia - Norvegia 2-1
17.11.93 "Bologna" San Marino - Inghilterra 1-7
17.11.93 "Poznan" Polonia - Paesi Bassi 1-3

Gruppo Europa 3 [Spagna, Irlanda(Eire)]
22.04.92 "Siviglia" Spagna - Albania 3-0
28.04.92 "Belfast" Irlanda del Nord - Lituania 2-2
26.05.92 "Dublino" Irlanda - Albania 2-0
03.06.92 "Tiranë" Albania - Lituania 1-0
12.08.92 "Riga" Lettonia - Lituania 1-2
26.08.92 "Riga" Lettonia - Danimarca 0-0
09.09.92 "Dublino" Irlanda - Lettonia 4-0
09.09.92 "Belfast" Irlanda del Nord - Albania 3-0
23.09.92 "Vilnius" Lituania - Danimarca 0-0
23.09.92 "Riga" Lettonia - Spagna 0-0
14.10.92 "Copenaghen" Danimarca - Irlanda 0-0
14.10.92 "Belfast" Irlanda del Nord - Spagna 0-0
28.10.92 "Vilnius" Lituania - Lettonia 1-1
11.11.92 "Tirana" Albania - Lettonia 1-1
18.11.92 "Belfast" Irlanda del Nord - Danimarca 0-1
18.11.92 "Siviglia" Spagna - Irlanda 0-0
16.12.92 "Siviglia" Spagna - Lettonia 5-0
17.02.93 "Tirana" Albania - Irlanda del Nord 1-2
24.02.93 "Siviglia" Spagna - Lituania 5-0
31.03.93 "Copenaghen" Danimarca - Spagna 1-0
31.03.93 "Dublino" Irlanda - Irlanda del Nord 3-0
14.04.93 "Copenaghen" Danimarca - Lettonia 2-0
14.04.93 "Vilnius" Lituania - Albania 3-1
28.04.93 "Dublino" Irlanda - Danimarca 1-1
28.04.93 "Siviglia" Spagna - Irlanda del Nord 3-1
15.05.93 "Riga" Lettonia - Albania 0-0
25.05.93 "Vilnius" Lituania - Irlanda del Nord 0-1
26.05.93 "Tirana" Albania - Irlanda 1-2
02.06.93 "Copenhagen" Danimarca - Albania 4-0
02.06.93 "Riga" Lettonia - Irlanda del Nord 1-2
02.06.93 "Vilnius" Lituania - Spagna 0-2
09.06.93 "Riga" Lettonia - Irlanda 0-2
16.06.93 "Vilnius" Lituania - Irlanda 0-1
25.08.93 "Copenaghen" Danimarca - Lituania 4-0
08.09.93 "Tirana" Albania - Danimarca 0-1
08.09.93 "Dublino" Irlanda - Lituania 2-0
08.09.93 "Belfast" Irlanda del Nord - Lettonia 2-0
22.09.93 "Tirana" Albania - Spagna 1-5
13.10.93 "Copenaghen" Danimarca - Irlanda del Nord 1-0
13.10.93 "Dublino" Irlanda - Spagna 1-3
17.11.93 "Belfast" Irlanda del Nord - Irlanda 1-1
17.11.93 "Siviglia" Spagna - Danimarca 1-0

Gruppo Europa 4 [Romania, Belgio]
22.04.92 "Bruxelles" Belgio - Cipro 1-0
06.05.92 "Bucuresti" Romania - Isole Faroe 7-0
20.05.92 "Bucuresti" Romania - Galles 5-1
03.06.92 "Toftir" Isole Faroe - Belgio 0-3
16.06.92 "Toftir" Isole Faroe - Cipro 0-2
02.09.92 "Praga" Cecoslovacchia - Belgio 1-2
09.09.92 "Cardiff" Galles - Isole Faroe 6-0
23.09.92 "Kosice" Cecoslovacchia - Isole Faroe 4-0
14.10.92 "Bruxelles" Belgio - Romania 1-0
14.10.92 "Nicosia" Cipro - Galles 0-1
14.11.92 "Bucarest" Romania - Cecoslovacchia 1-1
18.11.92 "Bruxelles" Belgio - Galles 2-0
29.11.92 "Larnaca" Cipro - Romania 1-4
13.02.93 "Nicosia" Cipro - Belgio 0-3
24.03.93 "Limassol" Cipro - Cecoslovacchia 1-1
31.03.93 "Cardiff" Galles - Belgio 2-0
14.04.93 "Bucarest" Romania - Cipro 2-1
25.04.93 "Limassol" Cipro - Isole Faroe 3-1
28.04.93 "Ostrava" Cecoslovacchia - Galles 1-1
22.05.93 "Bruxelles" Belgio - Isole Faroe 3-0
02.06.93 "Kosice" Cecoslovacchia - Romania 5-2
06.06.93 "Toftir" Isole Faroe - Galles 0-3
16.06.93 "Toftir" Isole Faroe - Cecoslovacchia 0-3
08.09.93 "Cardiff" Galles - Cecoslovacchia 2-2
08.09.93 "Toftir" Isole Faroe - Romania 0-4
13.10.93 "Bucarest" Romania - Belgio 2-1
13.10.93 "Cardiff" Galles - Cipro 2-0
27.10.93 "Kosice" Cecoslovacchia - Cipro 3-0
17.11.93 "Cardiff" Galles - Romania 1-2
17.11.93 "Bruxelles" Belgio - Cecoslovacchia 0-0

Gruppo Europa 5 [Grecia, Russia]
13.05.92 "Atene" Grecia - Islanda 1-0
03.06.92 "Budapest" Ungheria - Islanda 1-2
09.09.92 "Lussemburgo" Lussemburgo - Ungheria 0-3
07.10.92 "Reykjavik" Islanda - Grecia 0-1
14.10.92 "Mosca" Russia - Islanda 1-0
28.10.92 "Mosca" Russia - Lussemburgo 2-0
11.11.92 "Salonicco" Grecia - Ungheria 0-0
17.02.93 "Athinai" Grecia - Lussemburgo 2-0
31.03.93 "Budapest" Ungheria - Grecia 0-1
14.04.93 "Lussemburgo" Lussemburgo - Russia 0-4
28.04.93 "Mosca" Russia - Ungheria 3-0
20.05.93 "Lussemburgo" Lussemburgo - Islanda 1-1
23.05.93 "Mosca" Russia - Grecia 1-1
02.06.93 "Reykjavik" Islanda - Russia 1-1
16.06.93 "Reykjavik" Islanda - Ungheria 2-0
08.09.93 "Budapest" Ungheria - Russia 1-3
08.09.93 "Reykjavik" Islanda - Lussemburgo 1-0
12.10.93 "Lussemburgo" Lussemburgo - Grecia 1-3
27.10.93 "Budapest" Ungheria - Lussemburgo 1-0
17.11.93 "Athinai" Grecia - Russia 1-0

Gruppo Europa 6 [Svezia, Bulgaria]
14.05.92 "Helsinki" Finlandia - Bulgaria 0-3
09.09.92 "Helsinki" Finlandia - Svezia 0-1
09.09.92 "Sofia" Bulgaria - Francia 2-0
07.10.92 "Stoccolma" Svezia - Bulgaria 2-0
14.10.92 "Parigi" Francia - Austria 2-0
28.10.92 "Vienna" Austria - Israele 5-2
11.11.92 "Ramat Gan" Israele - Svezia 1-3
14.11.92 "Parigi" Francia - Finlandia 2-1
02.12.92 "Ramat Gan" Israele - Bulgaria 0-2
17.02.93 "Ramat Gan" Israele - Francia 0-4
27.03.93 "Vienna" Austria - Francia 0-1
14.04.93 "Vienna" Austria - Bulgaria 3-1
28.04.93 "Parigi" Francia - Svezia 2-1
28.04.93 "Sofia" Bulgaria - Finlandia 2-0
12.05.93 "Sofia" Bulgaria - Israele 2-2
13.05.93 "Pori" Finlandia - Austria 3-1
19.05.93 "Stoccolma" Svezia - Austria 1-0
02.06.93 "Stoccolma" Svezia - Israele 5-0
16.06.93 "Helsinki" Finlandia - Israele 0-0
22.08.93 "Stoccolma" Svezia - Francia 1-1
25.08.93 "Vienna" Austria - Finlandia 3-0
08.09.93 "Tampere" Finlandia - Francia 0-2
08.09.93 "Sofia" Bulgaria - Svezia 1-1
13.10.93 "Sofia" Bulgaria - Austria 4-1
13.10.93 "Parigi" Francia - Israele 2-3
13.10.93 "Stoccolma" Svezia - Finlandia 3-2
27.10.93 "Ramat Gan" Israele - Austria 1-1
10.11.93 "Vienna" Austria - Svezia 1-1
10.11.93 "Ramat Gan" Israele - Finlandia 1-3
17.11.93 "Parigi" Francia - Bulgaria 1-2

Gruppo 7 del Sud America [Colombia, Argentina]
01.08.93 "Barranquilla" Colombia - Paraguay 0-0
01.08.93 "Lima" Perù - Argentina 0-1
08.08.93 "Asunción" Paraguay - Argentina 1-3
08.08.93 "Lima" Perù - Colombia 0-1
15.08.93 "Asunción" Paraguay - Perù 2-1
15.08.93 "Barranquilla" Colombia - Argentina 2-1
22.08.93 "Buenos Aires" Argentina - Perù 2-1
22.08.93 "Asunción" Paraguay - Colombia 1-1
29.08.93 "Buenos Aires" Argentina - Paraguay 0-0
29.08.93 "Barranquilla" Colombia - Perù 4-0
05.09.93 "Lima" Perù - Paraguay 2-2
05.09.93 "Buenos Aires" Argentina - Colombia 0-5
31.10.93 "Sydney" Australia - Argentina 1-1
17.11.93 "Buenos Aires" Argentina - Australia 1-0

Gruppo 8 del Sud America [Brasile, Bolivia]
18.07.93 "Guayaquil" Ecuador - Brasile 0-0
18.07.93 "Puerto Ordaz" Venezuela - Bolivia 1-7
25.07.93 "La Paz" Bolivia - Brasile 2-0
25.07.93 "San Cristóbal" Venezuela - Uruguay 0-1
01.08.93 "San Cristóbal" Venezuela - Brasile 1-5
01.08.93 "Montevideo" Uruguay - Ecuador 0-0
08.08.93 "Quito" Ecuador - Venezuela 5-0
08.08.93 "La Paz" Bolivia - Uruguay 3-1
15.08.93 "La Paz" Bolivia - Ecuador 1-0
15.08.93 "Montevideo" Uruguay - Brasile 1-1
22.08.93 "La Paz" Bolivia - Venezuela 7-0
22.08.93 "San Paolo" Brasile - Ecuador 2-0
29.08.93 "Montevideo" Uruguay - Venezuela 4-0
29.06.93 "Recife" Brasile - Bolivia 6-0
05.09.83 "Belo Horizonte" Brasile - Venezuela 4-0
05.09.93 "Guayaquil" Ecuador - Uruguay 0-1
12.09.93 "Montevideo" Uruguay - Bolivia 2-1
12.09.93 "Ciudad Guayana" Venezuela - Ecuador 2-1
19.09.93 "Guayaquil" Ecuador - Bolivia 1-1
19.09.93 "Rio de Janeiro" Brasile - Uruguay 2-0

America del Nord e Centro Gruppo 9 [Messico]
1° turno preliminare
22.03.92 "Castries" Santa Lucia - Saint Vincent 1-0
29.03.92 "Kingstown" Saint Vincent - Santa Lucia 3-1
21.03.92 "Santo Domingo" Repubblica Dominicana - Porto Rico 1-2
29.03.92 "San Juan" Porto Rico - Repubblica Dominicana 1-1
2° turno preliminare
26.04.92 "Hamilton" Bermuda - Haiti 1-0
25.05.92 "Port-au-Prince" Haiti - Bermuda 2-1
23.05.92 "Kingston" Giamaica - Porto Rico 2-1
30.05.92 "San Juan" Porto Rico - Giamaica 0-1
19.04.92 "Willemstad" Antille Olandesi - Antigua 1-1
26.04.92 "St. John's" Antigua - Antille Olandesi 3-0
26.04.92 "Georgetown" Guyana - Suriname 1-2
25.05.92 "Paramaribo" Suriname - Guyana 1-1
19.04.92 "Bridgetown" Barbados - Trinidad-Tobago 1-2
31.05.92 "Port of Spain" Trinidad-Tobago - Barbados 3-0
1° round – Zona centroamericana
19.07.92 "Cd. Guatemala" Guatemala - Honduras 0-0
26.07.92 "Tegucigalpa" Honduras - Guatemala 2-0
16.08.92 "Panama" Panama - Costa Rica 1-0
23.08.92 "San José" Costa Rica - Panama 5-1
19.07.92 "Managua" Nicaragua - El Salvador 0-5
23.07.92 "San Salvador" El Salvador - Nicaragua 5-1
1° round – Zona caraibica
02.08.92 "Paramaribo" Suriname - Saint Vincent 0-0
30.08.92 "Kingstown" Saint Vincent - Suriname 2-1
14.06.92 "St. John's" Antigua - Bermuda 0-3
04.07.92 "Hamilton" Bermuda - Antigua 2-1
05.07.92 "Port of Spain" Trinidad-Tobago - Giamaica 1-2
16.08.92 "Kingston" Giamaica - Trinidad-Tobago 1-1
2° round – Gruppo A
08.11.92 "Kingstown" Saint Vincent - Messico 0-4
08.11.92 "San José" Costa Rica - Honduras 2-3
15.11.92 "CD. de Mexico" Messico - Honduras 2-0
15.11.92 "Kingstown" Saint Vincent - Costa Rica 0-1
22.11.92 "CD. de Mexico" Messico - Costa Rica 4-0
22.11.92 "Kingstown" Saint Vincent - Honduras 0-4
28.11.92 "Tegucigalpa" Honduras - Saint Vincent 4-0
29.11.92 "San José" Costa Rica - Messico 2-0
05.12.92 "Tegucigalpa" Honduras - Costa Rica 2-1
06.12.92 "Cd. de Mexico" Messico - Saint Vincent 11-0
13.12.92 "Tegucigalpa" Honduras - Messico 1-1
13.12.92 "San José" Costa Rica - Saint Vincent 5-0
2° round – Gruppo B
18.10.92 "Kingston" Giamaica - Canada 1-1
18.10.92 "Hamilton" Bermuda - El Salvador 1-0
25.10.92 "San Salvador" El Salvador - Canada 1-1
25.10.92 "Hamilton" Bermuda - Giamaica 1-1
01.11.92 "Toronto" Canada - Giamaica 1-0
01.11.92 "San Salvador" El Salvador - Bermuda 4-1
08.11.92 "Vancouver" Canada - El Salvador 2-3
08.11.92 "Kingston" Giamaica - Bermuda 3-2
15.11.92 "Burnaby" Canada - Bermuda 4-2
22.11.92 "Kingston" Giamaica - El Salvador 0-2
06.12.92 "Hamilton" Bermuda - Canada 0-0
06.12.92 "San Salvador" El Salvador - Giamaica 2-1
Round finale
04.04.93 "San Salvador" El Salvador - Messico 2-1
04.04.93 "Tegucigalpa" Honduras - Canada 2-2
11.04.93 "Vancouver" Canada - El Salvador 2-0
11.04.93 "CD. de Mexico" Messico - Honduras 3-0
18.04.93 "Vancouver" Canada - Honduras 3-1
18.04.93 "CD. de Mexico" Messico - El Salvador 3-1
25.04.93 "Tegucigalpa" Honduras - El Salvador 2-0
25.04.93 "CD. de Mexico" Messico - Canada 4-0
02.05.93 "San Salvador" El Salvador - Canada 1-2
02.05.93 "Tegucigalpa" Honduras - Messico 1-4
09.05.93 "Toronto" Canada - Messico 1-2
09.05.93 "San Salvador" El Salvador - Honduras 2-1

Africa Gruppo 10 [Nigeria – Marocco - Camerun]
1° round – Sottogruppo A
09.10.92 "Tlemcen" Algeria - Burundi 3-1
25.10.92 "Bujumbura" Burundi - Ghana 1-0
20.12.92 "Accra" Ghana - Algeria 2-0
17.01.93 "Bujumbura" Burundi - Algeria 0-0
31.01.93 "Kumasi" Ghana - Burundi 1-0
26.02.93 "Tlemcen" Algeria - Ghana 2-1
Sottogruppo B
11.10.92 "Kinshasa" Zaire - Liberia 4-2
18.10.92 "Yaoundé" Camerun - Swaziland 5-0
25.10.92 "Lobamba" Swaziland - Zaire 1-0
10.01.93 "Kinshasa" Zaire - Camerun 1-2
17.01.93 "Somhlolo" Swaziland - Camerun 0-0
31.01.93 "Kinshasa" Zaire - Swaziland n/p
01.03.93 "Yaoundé" Camerun - Zaire 0-0
Sottogruppo C
09.10.92 "Harare" Zimbabwe - Togo 1-0
11.10.92 "Cairo" Egitto - Angola 1-0
25.10.92 "Lomé" Togo - Egitto 1-4
20.12.92 "Harare" Zimbabwe - Egitto 2-1
10.01.93 "Luanda" Angola - Zimbabwe 1-1
17.01.93 "Lomé" Togo - Zimbabwe 1-2
18.01.93 "Luanda" Angola - Egitto 0-0
31.01.93 "Cairo" Egitto - Togo 3-0
31.01.93 "Harare" Zimbabwe - Angola 2-1
14.02.93 "Luanda" Angola - Togo n/p
28.02.93 "Lomé" Togo - Angola 0-1
15.04.93 "Lione" Egitto - Zimbabwe 0-0
Sottogruppo D
10.10.92 "Lagos" Nigeria - Sudafrica 4-0
25.10.92 "Johannesburg" Sudafrica - Congo 1-0
20.12.92 "Brazzaville" Congo - Nigeria 0-1
16.01.93 "Johannesburg" Sudafrica - Nigeria 0-0
31.01.93 "Brazzaville" Congo - Sudafrica 0-1
27.02.93 "Enugu" Nigeria - Congo 2-0
Sottogruppo E
10.10.92 "Abidjan" Costa d'Avorio - Botswana 6-0
25.10.92 "Niamey" Niger - Costa d'Avorio 0-0
20.12.92 "Gaborone" Botswana - Niger 0-1
17.01.93 "Gaborone" Botswana - Costa d'Avorio 0-0
31.01.93 "Abidjan" Costa d'Avorio - Niger 1-0
28.02.93 "Niamey" Niger - Botswana 2-1
Sottogruppo F
11.10.92 "Casablanca" Marocco - Etiopia 5-0
11.10.92 "Tunisi" Tunisia - Benin 5-1
25.10.92 "Addis Abeba" Etiopia - Tunisia 0-0
25.10.92 "Cotonou" Benin - Marocco 0-1
20.12.92 "Tunisi" Tunisia - Marocco 1-1
20.12.92 "Addis Abeba" Etiopia - Benin 3-1
17.01.93 "Addis Abeba" Etiopia - Marocco 0-1
17.01.93 "Cotonou" Benin - Tunisia 0-5
31.01.93 "Rabat" Marocco - Benin 5-0
31.01.93 "Tunisi" Tunisia - Etiopia 3-0
28.02.93 "Cotonou" Benin - Etiopia 1-0
28.02.93 "Casablanca" Marocco - Tunisia 0-0
Sottogruppo G
11.10.92 "Libreville" Gabon - Mozambico 3-1
25.10.92 "Maputo" Mozambico - Senegal 0-1
19.12.92 "Libreville" Gabon - Senegal 3-2
17.01.93 "Maputo" Mozambico - Gabon 1-1
30.01.93 "Dakar" Senegal - Mozambico 6-1
27.02.93 "Dakar" Senegal - Gabon 1-0
Sottogruppo H
11.10.92 "Lusaka" Zambia - Tanzania 2-0
11.10.92 "Tananarive" Madagascar - Namibia 3-0
25.10.92 "Mwanza" Tanzania - Madagascar 0-0
25.10.92 "Windhoek" Namibia - Zambia 0-4
19.12.92 "Mwanza" Tanzania - Namibia 2-0
20.12.92 "Tananarive" Madagascar - Zambia 2-0
16.01.93 "Mwanza" Tanzania - Zambia 1-3
17.01.93 "Windhoek" Namibia - Madagascar 0-1
30.01.93 "Lusaka" Zambia - Namibia 4-0
27.02.93 "Lusaka" Zambia - Madagascar 3-1
Sottogruppo I
20.12.92 "Conakry" Guinea - Kenya 4-0
27.02.93 "Nairobi" Kenya - Guinea 2-0
Round finale – Gruppo A
16.04.93 "Tlemcen" Algeria - Costa d'Avorio 1-1
02.05.93 "Abidjan" Costa d'Avorio - Nigeria 2-1
03.07.93 "Lagos" Nigeria - Algeria 4-1
18.07.93 "Abidjan" Costa d'Avorio - Algeria 1-0
25.09.93 "Lagos" Nigeria - Costa d'Avorio 4-1
08.10.93 "Algeri" Algeria - Nigeria 1-1
Gruppo B
18.04.93 "Casablanca" Marocco - Senegal 1-0
04.07.93 "Lusaka" Zambia - Marocco 2-1
17.07.93 "Dakar" Senegal - Marocco 1-3
07.08.93 "Dakar" Senegal - Zambia 0-0
26.09.93 "Lusaka" Zambia - Senegal 4-0
10.10.93 "Casablanca" Marocco - Zambia 1-0
Gruppo C
18.04.93 "Yaoundé" Camerun - Guinea 3-1
02.05.93 "Conakry" Guinea - Zimbabwe 3-0
04.07.93 "Harare" Zimbabwe - Camerun 1-0
18.07.93 "Conakry" Guinea - Camerun 0-1
26.09.93 "Harare" Zimbabwe - Guinea 1-0
10.10.93 "Yaoundé" Camerun - Zimbabwe 3-1

Gruppo Asiatico 11 [Arabia Saudita, Corea del Sud]
1° round
Gruppo A
22.05.93 "Amman" Giordania - Yemen 1-1
22.05.93 "Amman" Pakistan - Cina 0-5
24.05.93 "Amman" Giordania - Iraq 1-1
24.05.93 "Amman" Yemen - Pakistan 5-1
26.05.93 "Amman" Giordania - Cina 0-3
26.05.93 "Amman" Yemen - Iraq 1-6
28.05.93 "Amman" Pakistan - Iraq 0-8
28.05.93 "Amman" Yemen - Cina 1-0
30.05.93 "Amman" Giordania - Pakistan 3-1
30.05.93 "Amman" Iraq - Cina 1-0
12.06.93 "Chengdu" Yemen - Giordania 1-1
12.06.93 "Chengdu" Cina - Pakistan 3-0
14.06.93 "Chengdu" Iraq - Giordania 4-0
14.06.93 "Chengdu" Pakistan - Yemen 0-3
16.06.93 "Chengdu" Cina - Giordania 4-1
16.06.93 "Chengdu" Iraq - Yemen 3-0
18.06.93 "Chengdu" Iraq - Pakistan 4-0
18.06.93 "Chengdu" Cina - Yemen 1-0
20.06.93 "Chengdu" Pakistan - Giordania 0-5
20.06.93 "Chengdu" Cina - Iraq 2-1
Gruppo B
23.06.93 "Teheran" Iran - Oman 0-0
23.06.93 "Teheran" Taiwan - Siria 0-2
25.06.93 "Teheran" Oman - Siria 0-0
25.06.93 "Teheran" Iran - Taiwan 6-0
27.06.93 "Teheran" Oman - Taiwan 2-1
27.06.93 "Teheran" Iran - Siria 1-1
02.07.93 "Damasco" Oman - Iran 0-1
02.07.93 "Damasco" Siria - Taiwan 8-1
04.07.93 "Damasco" Siria - Oman 2-1
04.07.93 "Damasco" Taiwan - Iran 0-6
06.07.93 "Damasco" Taiwan - Oman 1-7
06.07.93 "Damasco" Siria - Iran 1-1
Gruppo C
09.04.93 "Doha" Qatar - Indonesia 3-1
09.04.93 "Doha" Corea del Nord - Vietnam 3-0
11.04.93 "Doha" Corea del Nord - Singapore 2-1
11.04.93 "Doha" Qatar - Vietnam 4-0
13.04.93 "Doha" Corea del Nord - Indonesia 4-0
13.04.93 "Doha" Vietnam - Singapore 2-3
16.04.93 "Doha" Qatar - Singapore 4-1
16.04.93 "Doha" Vietnam - Indonesia 1-0
18.04.93 "Doha" Indonesia - Singapore 0-2
18.04.93 "Doha" Qatar - Corea del Nord 1-2
24.04.93 "Singapore" Indonesia - Qatar 1-4
24.04.93 "Singapore" Vietnam - Corea del Nord 0-1
26.04.93 "Singapore" Singapore - Corea del Nord 1-3
26.04.93 "Singapore" Vietnam - Qatar 0-4
28.04.93 "Singapore" Indonesia - Corea del Nord 1-2
28.04.93 "Singapore" Singapore - Vietnam 1-0
30.04.93 "Singapore" Singapore - Qatar 1-0
30.04.93 "Singapore" Indonesia - Vietnam 2-1
02.05.93 "Singapore" Singapore - Indonesia 2-1
02.05.93 "Singapore" Corea del Nord - Qatar 2-2
Gruppo D
07.05.93 "Beirut" Libano - India 2-2
07.05.93 "Beirut" Hong Kong - Bahrein 2-1
09.05.93 "Beirut" Bahrein - Corea del Sud 0-0
09.05.93 "Beirut" Libano - Hong Kong 2-2
11.05.93 "Beirut" Hong Kong - India 2-1
11.05.93 "Beirut" Libano - Corea del Sud 0-1
13.05.93 "Beirut" Libano - Bahrein 0-0
13.05.93 "Beirut" India - Corea del Sud 0-3
15.05.93 "Beirut" Hong Kong - Corea del Sud 0-3
15.05.93 "Beirut" Bahrein - India 2-1
05.06.93 "Seul" Corea del Sud - Hong Kong 4-1
05.06.93 "Seul" Bahrein - Libano 0-0
07.06.93 "Seul" India - Bahrein 0-3
07.06.93 "Seul" Corea del Sud - Libano 2-0
09.06.93 "Seul" Hong Kong - Libano 1-2
09.06.93 "Seul" Corea del Sud - India 7-0
11.06.93 "Seul" India - Libano 1-2
11.06.93 "Seul" Bahrein - Hong Kong 3-0
13.06.93 "Seul" Corea del Sud - Bahrein 3-0
13.06.93 "Seul" India - Hong Kong 3-1
Gruppo E
01.05.93 "Kuala Lumpur" Macao - Arabia Saudita 0-6
01.05.93 "Kuala Lumpur" Malesia - Kuwait 1-1
03.05.93 "Kuala Lumpur" Macao - Kuwait 1-10
03.05.93 "Kuala Lumpur" Malesia - Arabia Saudita 1-1
05.05.93 "Kuala Lumpur" Kuwait - Arabia Saudita 0-0
05.05.93 "Kuala Lumpur" Malesia - Macao 9-0
14.05.93 "Riyad" Kuwait - Malesia 2-0
14.05.93 "Riyad" Arabia Saudita - Macao 8-0
16.05.93 "Riad" Kuwait - Macao 8-0
16.05.93 "Riad" Arabia Saudita - Malesia 3-0
18.05.93 "Riad" Macao - Malesia 0-5
18.05.93 "Riyadh" Arabia Saudita - Kuwait 2-0
Gruppo F
08.04.93 "Tokyo" Giappone - Thailandia 1-0
08.04.93 "Tokyo" Sri Lanka - EAU 0-4
11.04.93 "Tokyo" Giappone - Bangladesh 8-0
11.04.93 "Tokyo" Thailandia - Sri Lanka 1-0
13.04.93 "Tokyo" Sri Lanka - Bangladesh 0-1
13.04.93 "Tokyo" Thailandia - Emirati Arabi Uniti 0-1
15.04.93 "Tokyo" Giappone - Sri Lanka 5-0
15.04.93 "Tokyo" Bangladesh - Emirati Arabi Uniti 0-1
18.04.93 "Tokyo" Giappone - Emirati Arabi Uniti 2-0
18.04.93 "Tokyo" Thailandia - Bangladesh 4-1
28.04.93 "Dubai" Thailandia - Giappone 0-1
28.04.93 "Dubai" Emirati Arabi Uniti - Sri Lanka 3-0
30.04.93 "Dubai" Bangladesh - Giappone 1-4
30.04.93 "Dubai" Emirati Arabi Uniti - Thailandia 2-1
03.05.93 "Dubai" Emirati Arabi Uniti - Bangladesh 7-0
03.05.93 "Dubai" Sri Lanka - Thailandia 0-3
05.05.93 "Dubai" Bangladesh - Thailandia 1-4
05.05.93 "Dubai" Sri Lanka - Giappone 0-6
07.05.93 "Dubai" Bangladesh - Sri Lanka 3-0
07.05.93 "Dubai" Emirati Arabi Uniti - Giappone 1-1
2° round
15.10.93 "Doha" Corea del Nord - Iraq 3-2
15.10.93 "Doha" Arabia Saudita - Giappone 0-0
16.10.93 "Doha" Iran - Corea del Sud 0-3
18.10.93 "Doha" Corea del Nord - Arabia Saudita 1-2
18.10.93 "Doha" Giappone - Iran 1-2
19.10.93 "Doha" Iraq - Corea del Sud 2-2
21.10.93 "Doha" Corea del Nord - Giappone 0-3
22.10.93 "Doha" Iran - Iraq 1-2
22.10.93 "Doha" Corea del Sud - Arabia Saudita 1-1
24.10.93 "Doha" Iraq - Arabia Saudita 1-1
25.10.93 "Doha" Giappone - Corea del Sud 1-0
25.10.93 "Doha" Iran - Corea del Nord 2-1
28.10.93 "Doha" Corea del Sud - Corea del Nord 3-0
28.10.93 "Doha" Arabia Saudita - Iran 4-3
28.10.93 "Doha" Iraq - Giappone 2-2

Oceania Gruppo 12 [nessuno]
1° round
Sottogruppo A
11.07.92 "Honiara" Isole Salomone - Tahiti 1-1
04.09.92 "Honiara" Isole Salomone - Australia 1-2
11.09.92 "Papeete" Tahiti - Australia 0-3
20.09.92 "Brisbane" Australia - Tahiti 2-0
26.09.92 "Newcastle" Australia - Isole Salomone 6-1
09.10.92 "Papeete" Tahiti - Isole Salomone 4-2
Sottogruppo B
07.06.92 "Christchurch" Nuova Zelanda - Figi 3-0
27.06.92 "Port Vila" Vanuatu - Nuova Zelanda 1-4
01.07.92 "Auckland" Nuova Zelanda - Vanuatu 8-0
12.09.92 "Suva" Fiji - Vanuatu 3-0
19.09.92 "Suva" Fiji - Nuova Zelanda 0-0
26.09.92 "Port Vila" Vanuatu - Fiji 0-3
2° round
30.05.93 "Auckland" Nuova Zelanda - Australia 0-1
06.06.93 "Melbourne" Australia - Nuova Zelanda 3-0
31.07.93 "Edmonton" Canada - Australia 2-1
15.08.93 "Sydney" Australia - Canada 2-1 (dts; Australia vince 4-1 ai rigori) L'Australia è costretta a disputare uno spareggio con la seconda squadra del Gruppo 1 del Sud America


CAMPIONATO MONDIALE DI CALCIO 1994 (USA)

PRIMA FASE

Gruppo A
18.06.94 "Detroit" USA – Svizzera 1-1
18.06.94 "Los Angeles" Colombia – Romania 1-3
22.06.94 "Detroit" Svizzera – Romania 4-1
22.06.94 "Los Angeles" USA – Colombia 2-1
26.06.94 "Los Angeles" USA – Romania 0-1
26.06.94 "San Francisco" Svizzera – Colombia 0-2

Gruppo B
19.06.94 "Los Angeles" Camerun – Svezia 2-2
20.06.94 "San Francisco" Brasile – Russia 2-0
24.06.94 "San Francisco" Brasile – Camerun 3-0
24.06.94 "Detroit" Russia – Svezia 1-3
28.06.94 "Detroit" Brasile – Svezia 1-1
28.06.94 "San Francisco" Russia – Camerun 6-1

Gruppo C
17.06.94 "Chicago" Germania – Bolivia 1-0
17.06.94 "Dallas" Spagna – Corea del Sud 2-2
21.06.94 "Chicago" Germania – Spagna 1-1
23.06.94 "Boston" Bolivia – Corea del Sud 0-0
27.06.94 "Dallas" Germania – Corea del Sud 3-2
27.06.94 "Chicago" Bolivia – Spagna 1-3

Gruppo D
21.06.94 "Boston" Argentina – Grecia 4-0
21.06.94 "Dallas" Nigeria – Bulgaria 3-0
25.06.94 "Boston" Argentina – Nigeria 2-1
26.06.94 "Chicago" Grecia – Bulgaria 0-4
30.06.94 "Dallas" Argentina – Bulgaria 0-2
30.06.94 "Boston" Grecia – Nigeria 0-2

Gruppo E
18.06.94 "New York" Italia – Irlanda 0-1
19.06.94 "Washington" Norvegia – Messico 1-0
23.06.94 "New York" Italia – Norvegia 1-0
24.06.94 "Orlando" Irlanda – Messico 1-2
28.06.94 "Washington" Italia – Messico 1-1
28.06.94 "New York" Irlanda – Norvegia 0-0

Gruppo F
19.06.94 "Orlando" Belgio – Marocco 1-0
20.06.94 "Washington" Paesi Bassi – Arabia Saudita 2-1
25.06.94 "Orlando" Belgio – Paesi Bassi 1-0
25.06.94 "New York" Marocco – Arabia Saudita 1-2
29.06.94 "Orlando" Marocco – Paesi Bassi 1-2
29.06.94 "Washington" Belgio – Arabia Saudita 0-1

FASE FINALE

Ottavi di finale
02.07.94 "Chicago" Germania – Belgio 3-2
02.07.94 "Washington" Svizzera – Spagna 0-3
03.07.94 "Dallas" Svezia – Arabia Saudita 3-1
03.07.94 "Los Angeles" Romania – Argentina 3-2
04.07.94 "Orlando" Paesi Bassi – Irlanda 2-0
04.07.94 "San Francisco" Brasile – USA 1-0
05.07.94 "Boston" Nigeria – Italia 1-2 d.t.s.
05.07.94 "New York" Messico – Bulgaria 1-3 rig.

Quarti di finale
09.07.94 "Boston" Italia – Spagna 2-1
09.07.94 "Dallas" Paesi Bassi – Brasile 2-3
10.07.94 "New York" Bulgaria – Germania 2-1
10.07.94 "San Francisco" Svezia – Romania 5-4 rig.

Semifinali
13.07.94 "New York" Bulgaria – Italia 1-2
13.07.94 "Los Angeles" Svezia – Brasile 0-1

Finale per il terzo posto
16.07.94 "Los Angeles" Bulgaria – Svezia 0-4

Finale
17.07.94 "Los Angeles" Brasile – Italia 3-2 rig.


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