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Sabbia ed erba - Bibliomax

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Subbuteo and Football Tales
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“Polvere, sole e porte bianconere, il calcio oltre l’erba”

Dal campetto della scuola elementare agli stadi di Malta, Cipro e le isole estreme del Nord Europa,  memorie di calcio sulla terra nuda, tra coraggio, polvere e ricordi d’infanzia.

Testo di Fiore Massimo

C’è una terra che non dimentica i passi dei bambini. Una terra rossa, dura, che trattiene il calore e restituisce memoria. Il campetto di calcio della scuola elementare delle suore era così, non un luogo, ma una soglia. Bastava attraversarla perché la campanella smettesse di suonare e il mondo cambiasse forma. Mi ricordo quel campo in terra battuta come si ricordano le isole viste una sola volta. Durante la ricreazione correvo lì con i miei compagni, ma dentro ero già altrove. Mi sembrava di essere a Malta. Non lo dicevo a nessuno, perché certi viaggi non hanno bisogno di testimoni, eppure nella mia testa vestivo la maglia degli Hibernians Paola, del Floriana o dello Sliema Wanderers, squadre nate sulla sabbia, che come la nazionale maltese giocavano su campi asciutti, nudi, fedeli alla terra. Il caldo era un personaggio aggiunto. Il sole picchiava dall’alto come un avversario scorretto e la salsedine, anche se lontana dal mare, sembrava restare addosso alla pelle. In quell’isola mediterranea l’erba non attecchiva, non per incuria, ma per destino. L’erba è un lusso del Nord, pensavo. Qui il calcio cresce sulla terra nuda, come un arbusto testardo.
Quel ricordo di poesia pedatoria mi assale ogni volta che rivedo le immagini di quei campi, la terra battuta segnata con linee bianche e rigide, tracciate come su un campo da tennis; le porte dipinte a strisce bianche e nere, per non sparire nell’arido paesaggio maltese e nel cremisi della sabbia. Ricordo che da bambino mi chiedevo perché fossero così, oggi lo so, erano fari. Senza di loro, il campo si sarebbe mangiato tutto.
Rivedo le fotografie sgranate degli incontri internazionali al Empire Stadium, di Gżira. Malta contro l’Inghilterra, undici uomini contro un impero. E poi Malta contro la Germania Ovest, lo storico 0 a 0. Uno zero che pesava come una vittoria. Un risultato che sembrava dire, potete anche venire fin qui, ma non passerete. Ogni scivolata sollevava polvere, ogni rinvio era un atto di sopravvivenza.
Ma non era solo Malta, anche Cipro viveva la stessa poesia ruvida, campi spelacchiati o del tutto privi d’erba, nella parte greca come in quella occupata dai turchi. Stessa terra, stesso destino. Ricordi di partite dure, di tackle che non finivano mai puliti. A ogni contrasto si alzava una nube secca e improvvisa, e fermarsi un secondo per strofinarsi gli occhi era parte del gioco. Gli isolani lo facevano senza pensarci, come un gesto naturale; gli ospiti europei invece si fermavano davvero, accecati, spaesati, come se il campo li stesse respingendo. I tacchetti non affondavano nel terreno, restavano in superficie, lucidi, quasi inutili. Non c’era presa, non c’era appoggio sicuro. Scivolare era normale. Cadere pure. Rialzarsi, d’obbligo. A volte quei campi sembravano davvero quello della memorabile partita fantozziana tra scapoli e ammogliati, dove il campo è il vero avversario. Ma qui non c’era farsa, c’era epica. Perché su quella terra battuta il calcio non faceva ridere. Faceva memoria.
Fino agli anni Settanta e, in molti casi, fino agli anni Ottanta inoltrati, in vaste zone d’Europa il prato verde era più un’aspirazione che una realtà. In paesi mediterranei come Malta e in misura diversa, a Cipro, in Grecia e nel Sud Italia, così come nelle regioni estreme del Nord, il calcio di prima divisione e persino quello delle nazionali si giocava spesso su superfici dure, terra battuta, sabbia pressata, cemento spolverato, ghiaia, fango. Non era folclore né arretratezza, ma adattamento. Il calcio si piegava alla geografia. Nel Mediterraneo era il sole a vincere sull’erba. A Malta, fino all’inizio degli anni Ottanta, la nazionale e le squadre della First Division disputarono regolarmente partite ufficiali su campi durissimi, spesso in cemento ricoperto di sabbia. L’Empire Stadium di Gżira fu per decenni il centro di questo mondo ruvido, una superficie irregolare, polverosa, che sotto la luce accecante diventava quasi monocroma. In quel paesaggio bruciato, dove la polvere si sollevava a ogni scivolata e il pallone lasciava scie secche, nacque uno dei segni più riconoscibili del calcio maltese di quegli anni, le porte dipinte a strisce bianche e nere. Non era una scelta estetica, ma una necessità. Il bianco da solo si perdeva nella sabbia, nel riverbero del sole, nelle nuvole di polvere che spesso oscuravano l’area di rigore. Le strisce servivano a rendere la porta visibile quando tutto il resto tremolava, per i portieri, per gli attaccanti, perfino per gli arbitri. Nei pomeriggi di controluce, quelle porte sembravano galleggiare nel campo, punti fermi in un paesaggio instabile. E forse anche per questo apparivano più piccole, più severe, come se non invitassero al gol ma lo respingessero. Su quel campo, e davanti a quelle porte, Malta scrisse alcune delle pagine memorabili della sua storia calcistica. Nel 1979, durante le qualificazioni a Euro 1980, fermò sullo 0 a 0 la Germania Ovest, futura campione d’Europa. Nello stesso ciclo batté la Grecia 2 a 0, sempre all’Empire Stadium, su quella superficie dura e sabbiosa che molti avversari definivano ingiocabile. Le porte bianconere restavano lì, immobili, come confini invalicabili.
La costruzione del Ta’ Qali National Stadium segnò l’ingresso dell’erba naturale/artificiale nel calcio maltese. Inaugurato nel 1980 grazie anche a finanziamenti libici, Ta’ Qali rappresentò una cesura storica, l’Empire chiuse poco dopo, e con esso scomparvero anche quelle porte striate, sostituite da pali bianchi, più eleganti, più europei. Ma meno raccontabili.
Il pallone tocca terra e alza una nuvola di sabbia chiara. A Malta, per gran parte del Novecento, il calcio non è cresciuto sul verde, ma su un rettangolo duro, secco, quasi ostile, il campo dell’Empire Stadium di Gżira, una superficie di cemento o sabbia pressata cosparsa di granelli fini, dove la nazionale affrontava club inglesi, tedeschi e italiani sotto un sole che cuoceva il terreno come una lastra. In un’epoca in cui il prato era già sinonimo di calcio internazionale, l’isola continuava ad ospitare le sue partite più importanti su un fondo color beige, più vicino a una piazza d’armi che a un campo da gioco. La base dura, quasi cementizia, garantisce durata e drenaggio sommario, ma trasformava ogni contrasto in una collisione con il selciato. Sopra, uno strato di sabbia pressata cercava di ammorbidire l’impatto, senza riuscirci davvero, bastavano pochi passi decisi perché la superficie si rigasse, lasciando micro-solchi e avvallamenti in cui il pallone trovava traiettorie imprevedibili. Da lontano, il campo dell’Empire appariva come un deserto geometrico, incastonato tra tribune ripide e il profilo del porto. Le linee, tirate a calce sul fondo chiaro, resistevano finché il vento e le scivolate non le mangiavano via, costringendo a ritocchi frequenti. A ogni scatto, i tacchetti producevano un suono secco, mentre la sabbia si infilava nelle scarpe e in ogni piega della calza. Quando il sole era alto, il terreno irradiava calore; quando pioveva, lo strato superficiale si trasformava in una pellicola scivolosa appoggiata sul duro, una combinazione che rendeva le caviglie vulnerabili e il controllo del corpo un esercizio di equilibrio continuo.
Il pallone, su quella superficie, aveva un comportamento tutto suo. Rasoterra, acquistava velocità in maniera innaturale, come se scorresse su una pista; ma bastava un avvallamento minimo per deviarlo di qualche centimetro, abbastanza per mettere fuori causa un difensore o un portiere. I rimbalzi erano bassi, tesi, spesso “sporchi”, il tiro da fuori area che altrove sarebbe stato routine, a Gżira diventava un’incognita, un compromesso tra tecnica del tiratore e capriccio del fondo. Gli estremi difensori imparavano presto a non fidarsi di nulla, si tuffavano in anticipo, trattenevano il corpo dietro il pallone, abituati all’idea che il terreno potesse tradirli all’ultimo istante. Anche lo stile collettivo cambiava. Il fraseggio corto, tanto caro alle scuole tecniche continentali, era un rischio calcolato, un passaggio di cinque metri poteva trasformarsi in un invito al contropiede, se un granello o una piccola buca deviava la palla verso l’avversario. Le squadre maltesi e le grandi nazionali in trasferta finivano per piegarsi alla logica del campo, palla alta, lanci lunghi, seconde palle, cross tesi in area. Il gioco diretto non era solo scelta tattica, ma adattamento, meglio cercare la sponda di un centravanti e giocare sulla seconda palla che affidare il destino di un’azione a un rimbalzo imprevedibile a centrocampo. Il corpo dei giocatori pagava il prezzo del compromesso. Le ginocchia, le cosce, i fianchi portavano spesso i segni delle scivolate, abrasioni, bruciature, escoriazioni che le foto d’epoca non possono restituire fino in fondo. I contrasti in scivolata venivano dosati con estrema prudenza, non era solo tattica, era istinto di conservazione. Un placcaggio disperato poteva significare due settimane fermo per una ferita infetta o per una contusione profonda, in un calcio dove le rose erano corte e le protezioni limitate. I portieri, da parte loro, sceglievano con cura i tuffi, quelli “di scuola inglese”, spettacolari, lasciavano il posto a interventi più essenziali, spesso restando in piedi fino all’ultimo.
Eppure, su quell’asfalto travestito da campo da calcio, sono passate alcune serate memorabili del pallone maltese. La leggendaria e già ricordata partita contro la Germania Ovest nel 1979, finita 0 a 0, è rimasta scolpita non solo per il risultato clamoroso ma anche per le immagini di campioni abituati ai prati perfetti costretti a fare i conti con un fondo totalmente alieno. Lo stesso vale per le gare di club europei negli anni Settanta, quando le squadre inglesi e scozzesi arrivavano a Gżira convinte di una passeggiata e si ritrovavano a combattere, oltre che contro l’avversario, contro il rimbalzo, la sabbia, il vento che portava granelli negli occhi. La svolta arrivò solo a inizio anni Ottanta, con il Ta’ Qali National Stadium. I quotidiani maltesi ricordano la partita del dicembre 1981 come il primo incontro organizzato dalla federazione su un campo in erba, un evento che segnò simbolicamente l’ingresso di Malta nell’era del prato. È il passaggio da un calcio di cemento e sabbia a uno più conforme agli standard UEFA, con un manto che, pur imperfetto, cambia radicalmente il modo di allenarsi e di giocare.
Oggi Ta’ Qali ha un manto moderno, rinnovato più volte, e le strutture di allenamento dell’isola parlano il linguaggio dell’erba, naturale o artificiale, che accomuna il resto d’Europa. Ma ogni volta che si parla con chi ha visto l’Empire Stadium dal vivo, il racconto torna sempre lì, al rumore secco dei tacchetti sul fondo duro, alla sabbia nelle scarpe, alle ginocchia sbucciate e a quel rimbalzo maligno che, per una generazione di calciatori maltesi, è stato il vero, ingombrante protagonista del gioco.
A Cipro la transizione fu meno traumatica ma non meno complessa. Nei villaggi e nei piccoli stadi, fino agli anni Ottanta e Novanta, i campi sterrati o semi-sterrati erano comuni. Tuttavia la nazionale e le squadre di vertice cercarono il prima possibile superfici erbose, seppur spesso irregolari, mal drenate, talvolta ridotte a fango o polvere a seconda della stagione. Stadi come il GSE di Famagosta o il Tsirio di Limassol ospitarono partite internazionali su manti fragili, lontani dalla perfezione, ma raramente su sterrato puro. A Cipro il problema non era l’assenza dell’erba, quanto la sua vulnerabilità. In Grecia, soprattutto nelle isole e nelle province più remote, squadre di prima divisione giocarono fino agli anni Novanta su campi duri o spelacchiati, mentre la nazionale, tra gli anni Sessanta e Settanta, disputò alcune gare in stadi periferici con superfici che oggi apparirebbero primitive. Anche qui il calcio non imponeva standard, li subiva.
Ma se nel Sud era il caldo a uccidere l’erba, nel Nord era il freddo a impedirle di nascere. In Inghilterra e Scozia, per decenni, l’inverno trasformò i campi in paludi di fango o distese ghiacciate. In Scandinavia, dove l’erba entra in dormienza per metà dell’anno, il problema fu ancora più radicale. Nelle Isole Faer Oer, fino agli anni Ottanta, il calcio si giocava quasi esclusivamente su campi in ghiaia o sabbia pressata, battuti dal vento oceanico. Il pallone correva veloce, rimbalzava alto, e controllarlo era un atto di adattamento più che di tecnica. Anche all’estremo nord, dove la terra sembra finire e il vento che arriva dal polo ferisce come una lama sottile e alza nuvole di polvere grigia si gioca al football. In Groenlandia il calcio non comincia sul verde, ma su un rettangolo di sabbia e ghiaia vulcanica compattata, un campo che sembra più una spianata per mezzi pesanti che il teatro di un gioco. Le linee bianche, tirate la sera prima, al mattino sono già morsicate dal vento. A bordo campo non ci sono curve, distinti, panchine coperte, solo rocce, case colorate aggrappate alla collina e il rumore secco del mare, poco più in là. Qui una scivolata non è un gesto tattico, è una ferita annunciata. Il terreno è duro, scabro, irregolare. Basta uno sguardo basta una foto per capire che ogni metro è una sorpresa, piccoli sassolini affiorano, chiazze più morbide si alternano a zone in cui la sabbia è tirata come cemento. Non esistono zolle d’erba, né ciuffi da maledire.
L’estetica, su questi campi, è un lusso. Il controllo orientato diventa arte di sopravvivenza, il primo tocco non serve a preparare il dribbling, ma a impedire al pallone, che corre veloce di scappare via da questa terra lontana. Anche i suoni sono diversi. Non c’è il fruscio dell’erba sotto i tacchetti, ma un “crunch” secco, ripetuto, quasi metallico. Ogni passo solleva il ricordo di un vulcano, polvere che si attacca alle calze, ai pantaloni, ai volti sudati. Quando un giocatore cade, il campo risponde con un suono ruvido, e a terra resta la striscia che pare di un’ustione, come se si fosse grattato con la carta vetrata. I contrasti in scivolata, qui, sono rari, non è solo paura del dolore, è economia del corpo. La stagione è breve, gli infortuni non si possono sprecare. Il gioco assume una forma diversa, adattata, al clima. Le squadre evitano, quando possono, le trame basse e ricamate. I passaggi corti sono misurati con cura maniacale, sapendo che basta un granello fuori posto per trasformare un appoggio semplice in un errore fatale. Così il pallone prende spesso la via dell’alto, con lanci lunghi, o alla “Viva al parroco”. Eppure, anche qui, su questi campi senza erba, il calcio non perde la sua poesia. Cambia solo dizionario. Non ci sono scatti sulla fascia “a tutta velocità”, ma accelerazioni misurate, perché un appoggio sbagliato può portare la caviglia a piegarsi su una buca nascosta. Non c’è il dribbling stretto sul prato liscio, ma quella finta di corpo che basta a mandare fuori tempo un difensore che ha paura, come te, di finire per terra. La tecnica si misura nella capacità di dominare l’errore del terreno, di anticipare il cattivo rimbalzo prima ancora che avvenga. Pantaloni lunghi, ginocchiere, sottotute e pantacollant a proteggere un corpo sempre al limite dell’infortunio. Cadere qui fa male e poi si fatica a rialzarsi, il freddo e il dolore fanno la loro parte, ma tuttavia è sempre una partita di calcio. Ogni gara è una negoziazione continua con l’ambiente. Il vento cambia la traiettoria dei cross, spinge il pallone dove vuole lui. La luce, in certe giornate, arriva di taglio, riflessa dal ghiaccio che resiste ai margini del campo, e abbaglia portieri e difensori. Il freddo rende le mani rigide, le guance rosse, il fiato visibile nelle nuvole che si dissolvono appena fuori dalla bocca. È un calcio in cui il meteo non è uno sfondo, ma il primo avversario in distinta.
Più a Sud, ma molto più a Sud, dove il sole picchia sul Sahel come un martello, trasformando la terra rossa in una fornace. In Africa, lontano dagli stadi luccicanti della CAF, delle coppe continentali o quelli del Mondiale sudafricano, il calcio vero respira ancora su campi sterrati, rettangoli di polvere e sabbia battuta, sparsi tra i villaggi del Kenya, i quartieri diroccati di Khartoum, le colline etiopi e gli slum nigeriani. Qui non c’è erba da accudire, solo un fondo irregolare di terra arida, solcato da buche lasciate dalle piogge stagionali. A Omdurman, sobborgo di Khartoum in Sudan, i campi sono solo di terra nuda si gioca tra macerie di edifici bombardati e alberi secchi che fanno da palo, ragazzi scalzi inseguono una palla sgonfia, la polvere si alza in spirali alte, copre i volti sudati, entra negli occhi. Eppure ridono, nella povertà, “Il calcio è il nostro battito cardiaco”, dice un cronista locale, raccontando come questi “dirt field” terreni di argilla, hanno tenuto unita la comunità dopo il conflitto, con partite improvvisate che durano fino al tramonto. Più a sud, in Kenya, club come il Kahawa Pride FC disputano intere stagioni su spianate polverose ai margini di Nairobi. Il terreno è secco, croccante sotto i tacchetti, ogni passaggio solleva una nuvola che acceca i difensori, e il pallone rimbalza basso, traditore, deviato da un sasso o da una buca nascosta. I portieri imparano a non tuffarsi mai per primi, anche qui come al Nord il contatto con la terra è una contusione garantita e preferiscono parate in due tempi, con i piedi ben piantati. Mi vola il ricordo allo stile di Thomas N’Kono. “Non puoi costruire dal basso”, spiega un allenatore in un documentario, qui vince chi domina con fisicità, chi calcia lungo e lotta agonisticamente, forgiando talenti grezzi che un giorno, “forse”, sbarcheranno in Premier League. In Etiopia, sui terreni aridi vicino ad Abala, o in Uganda tra le capanne di Igamba, i bambini giocano con palle di stracci su sabbia pura, circondati da capre e colline brulle. Il gioco è caos creativo, niente fuori-giochi, sì a dribbling strettissimi per domare rimbalzi imprevedibili. Una deviazione minima trasforma un tiro innocuo in un gol, e le scivolate sono rade, meglio un intervento di spalla che un ginocchio spellato. La tecnica individuale, quel marchio africano, nasce qui, il controllo morbido al primo tocco, la finta che anticipa il rimbalzo cattivo, la resistenza a correre per ore sotto un sole che spacca le pietre. A Zanzibar o in Tanzania, campi come lo Stade Diego Matokeo, sabbia rossa senza un filo d’erba, ospitano tornei locali che attirano molti spettatori assiepati su mucchi di terra. L’aria è densa di polvere, il vento la spinge in folati che cambiano le traiettorie dei cross. In Malawi o nelle periferie di Lagos in Nigeria, ragazzi percorrono Kilometri a piedi per un provino, calciando palle di plastica su “pascoli” condivisi con le mucche. Alcuni di loro, a volte … … ma è solo una favola, passano dal cemento nudo alla nazionale, ma sono pochi i fortunati di una nazione ricca di talenti. O pensate ai bimbi del Kilimanjaro, scalzi su polvere vulcanica, che sviluppano una resistenza sovrumana correndo tra buche e sassi. Mentre la CAF impone erba ibrida negli stadi d’elite per i grandi tornei, i campi sterrati restano il vivaio del calcio africano, ruvidi, ostili, ma forgiatori di leggende. Qui la polvere non è un difetto, è la tela su cui si dipinge il particolar stile del continente, tecnico, fisico, imprevedibile. Se la vita ti dà terra arida, impara a farla tua, è la lezione che l’Africa insegna al pallone, da Khartoum a Nairobi, generazione dopo generazione. Anche nella “ricca” storia calcistica del Nord Africa i campi sterrati senza erba sono comuni nelle divisioni inferiori, di Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto, mentre le squadre delle prime divisioni utilizzano oramai da anni erba mista a sintetico. In Libia negli anni ‘80 era abituale giocare in campi completamente privi d’erba addirittura furono disputate alcune partite per la qualificazione alla Coppa CAF,  favorendo di netto la squadra di casa.
In un altro continente l’Asia, si gioca tuttora, in alcune zone in campi privi d’erba. La pioggia torrenziale trasforma il Dasharath Stadium, in Nepal, in un pantano rosso. A Kathmandu, la nazionale nepalese e il club come Church Boys United lottano contro il fango che inghiotte i tacchetti, rendendo ogni scivolata un azzardo e i palloni pesanti come macigni. Nel Siam monsonico, i campi thailandesi e laotiani, dalle prime divisioni ai campi di piccole e isolate località passano da sabbia secca a pozzanghere viscose, lanci lunghi e seconde palle vincono dove il dribbling affonda. Anche sui plateau tibetani della Cina, rettangoli di terra livellati da trattori ospitano squadre locali, polvere o fango, ma anche qui il gioco non si ferma mai. Senza dimenticare i campi sabbiosi molto comuni negli anni Settanta e Ottanta in quasi tutte le regioni del medio - oriente.
Negli ultimi anni, i campi in sintetico hanno portato un’altra dimensione, rimbalzi più puliti, gioco più rapido, meno ferite. Ma lo sterrato resta il rito d’iniziazione, la scuola primaria del calcio. È lì che i bambini imparano a giocare con il pallone che trema a ogni tocco, lì che capiscono che il calcio, in queste parti del mondo, non è mai separato dal paesaggio, è una partita continua contro il freddo, il caldo, il vento e il sole, dove quella sabbia grigia che si infila ovunque gratta la pelle e il viso, ma che, alla fine, è parte della loro storia.
Eppure, nonostante tutto, il ricordo più vivo torna sempre al piccolo campetto della scuola elementare, quello di terra battuta dove giocavo con i compagni di classe durante la ricreazione. Lì, sotto un sole che sembrava più cocente del mediterraneo, io mi sentivo a Malta. Nella mia testa vestivo la maglia degli Hibernians Paola, del Floriana o dello Hamrun Spartans. La polvere si sollevava ad ogni contrasto,  e le linee del campo, quando c’erano, sembravano tracciate con il gesso della lavagna o con il tacco della scarpa di un compagno. Anche se piccole e semplici, quelle porte dipinte a tratti di bianco e nero apparivano monumentali, simboli di un gioco che resisteva a tutto. Ogni volta che un pallone vi colpiva, sollevando un’onda di sabbia cremisi, sentivo la stessa magia che aveva accompagnato le imprese dell’Empire Stadium, la sensazione che il campo fosse vivo e ostile, eppure incredibilmente familiare.
Il mio campetto era piccolo, ma custodiva la poesia del calcio vero, quella che si misura con il terreno, con la polvere, con il sole. E mentre chiudevo gli occhi da bambino, immaginavo già le partite impossibili della Germania Ovest, della Grecia, le isole lontane delle Faer Oer e della Groenlandia, e capivo che il calcio non è solo erba verde, è il coraggio di giocare, ovunque e comunque, contro qualsiasi campo.
Bibliografia
Archivi della Stampa Maltese. "Cronache del passaggio dal cemento dell’Empire Stadium all’erba di Ta’ Qali." The Times of Malta, dicembre 1981.
Federazione Calcistica di Malta (MFA). Documentazione storica sul match Malta vs. Germania Ovest (0-0), Qualificazioni Euro 1980. Empire Stadium, Gżira, 1979.
"Il calcio nel Sahel: Documentario sul Kahawa Pride FC e lo stile di gioco sui ‘dirt fields’." Produzione documentaristica citata in 003 Campi di sabbia e polvere.docx.
Sitografia

Storia degli stadi e superfici di gioco
"L’Empire Stadium di Gżira: l’era delle porte bianconere e della sabbia pressata." Stadi Storici del Mediterraneo.

"Dalla terra rossa all’erba naturale: l’inaugurazione del National Stadium di Ta’ Qali nel 1980." Archivio Sportivo Maltese.

"Geografia del calcio estremo: i campi in ghiaia vulcanica delle Isole Faer Oer e della Groenlandia." Calcio Artico e Nordico.

Calcio Internazionale e Adattamento Geografico
"Il calcio nel fango e nella polvere in Asia: analisi del Dasharath Stadium (Nepal) e dei campi monsonici." Asia Football Insights.

"Tecnica e sopravvivenza: come il ‘dirt field’ ha forgiato il talento del calcio africano (Sudan, Etiopia, Nigeria)." African Football Culture.






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