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Prova 07 - Bibliomax

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Subbuteo and Football Tales
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di “Argentina ‘78” , divenendo una leggenda irraggiungibile. Poco lontano sorrideva Jan Peters  col suo caratteristico caschetto, che allora suscitava in me un’ilarità difficile da spiegare.
Ancor l’efigge di Angelo Mammì , Raffaele Trentin  e il baffuto Abe Van Den Ban  dell’Haarlem, che pareva provenire da un’altra epoca e che le figurine olandesi avevano trasfigurato in una sorta di cavaliere dell’ottocento. Poco oltre compariva lo scozzese Arthur Duncan , col suo curioso taglio di capelli che tanto mi divertiva; quindi Pietro Battara , avvolto nella splendida maglia doriana dei portieri, simile a un custode di antiche porte celesti.
Infine scorsi Orlando  il “Barbuto” dell’Udinese, il cui volto austero mi ricordava quello di mio nonno. Ancora una volta provai quella lieve soggezione che da bambino mi prendeva ogni volta che giungevo alla pagina delle zebrette friulane.
Meravigliato da quella visione, mi rivolsi a Dante:
“Quale luogo è questo?”
Ed egli rispose:
“Questa è la Valle delle Figurine Ritrovate, dove dimorano coloro che la storia non sempre annovera tra i suoi immortali, ma che restano eterni nel cuore dei fanciulli che li amarono. Qui non conta il numero dei trofei, ma la forza del ricordo. Poiché molte glorie svaniscono col tempo, mentre una figurina custodita nell’anima può vincere persino l’oblio.”
E guardando quelle immagini sospese nell’aria del Purgatorio, riconobbi volti che credevo perduti per sempre, e compresi che nessun ricordo nato dall’amore è destinato davvero a morire.
In quel luogo, sorpresi, trovammo una macchina rotativa, enorme e fuori dalla grazia del Paradiso, continuava il suo lavoro senza fine. I grandi ingranaggi dorati giravano lentamente, avvolti da un suono antico, mentre attorno ad essa si affaccendavano piccoli putti e cherubini dalle ali leggere, intenti a manovrare leve e meccanismi come antichi artigiani celesti. Con sorrisi curiosi e mani delicate alimentavano quella macchina miracolosa che, senza mai fermarsi, continuava a stampare una sola immagine: la figurina di Pizzaballa.
Era quella del 1964, la figurina che aveva fatto impazzire tutti i fanciulli d’Italia, diventata in breve tempo il piccolo tesoro nascosto nelle tasche di migliaia di bambini. Quei cartoncini colorati non erano soltanto pezzi da collezione, ma frammenti di sogni, scambiati nei cortili, nelle scuole e negli oratori, tra promesse, speranze e interminabili trattative. Ma quella di Pizzaballa aveva qualcosa di diverso: era la figurina introvabile, quella che tutti cercavano e che sembrava sfuggire sempre, alimentando il desiderio e la leggenda. I cherubini, divertiti da quella frenesia che ancora riecheggiava tra le nuvole, continuavano a far girare la macchina, come se volessero restituire a ogni bambino del passato la gioia perduta di aprire una bustina e sperare nel miracolo. E così, nel cuore del Paradiso, tra ali, sorrisi e ingranaggi eterni, continuava a nascere quel piccolo rettangolo di carta che aveva saputo fermare il tempo: la figurina di Pizzaballa, il portiere che per un’intera generazione era diventato il simbolo dell’attesa, della meraviglia e del sogno.
Oltre quella scena, il mio sguardo si spinse avanti, verso un luogo ancora più vasto e sorprendente. Lasciai alle spalle il fragore, della macchina rotativa e camminando mi apparve davanti agli occhi un cortile infinito dove vidi tavoli immensi, simili a campi sospesi nel cielo, distesi come orizzonti senza fine. Su quelle superfici meravigliose non correvano calciatori ma immagini di cartone, intorno bambini felici che giocavano con quelle piccole figure dipinte, muovendole con cura e meraviglia, come se ogni icona custodisse un’anima nascosta. Le loro mani leggere sembravano guidate da un soffio invisibile, e quei campioni di carta prendevano vita in un movimento lento e armonioso, come stelle sospinte dalla brezza del Paradiso.
Erano le figurine del calcio, quelle di Cosimo Panini . Erano i ricordi di milioni di bambini, tornate a vivere in un gioco eterno dove il tempo non aveva più potere. Ogni movimento raccontava una storia, ogni piccolo campione custodiva una memoria: il gesto di un idolo, la gioia di una vittoria, l’emozione di chi aveva stretto tra le mani una bustina ancora chiusa, da un profumo inimitabile, che rimmembrava lontani ricordi, sperando di trovare finalmente il proprio eroe. E in quel cortile celeste compresi che il calcio non abitava soltanto negli stadi illuminati e nelle grandi folle, ma anche nei sogni più semplici, nei ricordi custoditi nel cuore e in quelle piccole cose capaci di accompagnare l’infanzia di intere generazioni.
Dopo aver attraversato quel luogo dove la memoria del calcio era custodita su piccoli frammenti di carta, tra volti stampati e stagioni rimaste sospese nel tempo, Dante e le vallette mi indicarono un altro cammino. Notai che anche i loro volti si illuminarono di un sorriso, cosa rara durante quel viaggio tra le ombre e le memorie del calcio. In quel luogo dimorava Peter Adolph , l’uomo che donò al mondo il Subbuteo, offrendo a generazioni di ragazzi non soltanto un gioco, ma una forma gentile d’eternità. Attorno a lui correvano schiere di uomini e bambini divenuti eterni, anime luminose che non avevano smarrito la meraviglia. Alcuni indossavano maglie scolorite dal tempo; altri conservavano ancora tra le mani miniature fragili di squadre ormai scomparse. Tutti guardavano quei campi celesti con lo stupore di chi scopre il calcio per la prima volta. Ogni movimento delle piccole figure generava nel cielo immagini immense: stadi gremiti, radiocronache tremanti, pomeriggi d’inverno, camere illuminate da lampade fioche, padri e figli piegati sul tavolo verde a immaginare finali mondiali che non sarebbero mai esistite se non nel cuore. Peter Adolph camminava tra loro come uno spirito sapiente, eppure sul suo volto viveva la semplicità di chi aveva donato gioia senza pretendere gloria.
Dante allora mi disse:
“Costui non diede agli uomini soltanto gioco, ma insegnò loro a sognare il calcio prima ancora di poterlo vivere”.
Compresi così che il Subbuteo, in quel Paradiso, non era più un passatempo, ma una memoria sacra dell’infanzia europea; il luogo dove milioni di ragazzi avevano imparato la geografia del mondo attraverso le maglie, le squadre e la fantasia. E sopra quel prato beato si udiva un suono leggerissimo, “simile al moto delle sfere celesti”: era il fruscio delle miniature che scorrevano sul panno verde, eterno come il sogno dei bambini, “imprevedibile come un inaspettato girello”
Ma più oltre, in una regione ancora più luminosa, scorsi altre figure muoversi con l’eleganza irreale dei miti.
Ivi apparve colui che guidò i “Rovers” con cuore indomito e mano leale, Roy Race , il capitano eterno di un football che non conobbe mai il cinismo degli uomini. Accanto a lui correvano due ombre in una sfida senza fine, “violando le leggi del tempo e dello spazio” come astri lanciati nell’etere. L’uno vegliava tra i pali con la pazienza di un ragno sapiente; l’altro si levava nell’aria in balzi impossibili, sospeso oltre la gravità del mondo. Erano Benji Price e Holly Hutton , figli dell’immaginazione orientale ma accolti in quel Paradiso universale perché avevano insegnato ai ragazzi che il calcio non appartiene soltanto alla realtà, bensì anche al desiderio. Ogni loro corsa “infinita”, disegnava nel cielo traiettorie luminose; ogni tiro spalancava orizzonti vasti come oceani. I campi diventavano interminabili pianure verdi e il vento sembrava portare ancora l’eco di sigle lontane e pomeriggi televisivi consumati nell’attesa.
E il Vate allora parlò:
“Costoro resero il sogno più vero del vero, poiché mostrarono agli uomini non il calcio com’era, ma il calcio come avrebbe dovuto essere nel cuore di chi ancora sa meravigliarsi”.
Compresi infine che in quell’ultimo cielo del football non dimoravano soltanto i vincitori e i campioni, ma tutti coloro che avevano custodito il dono più fragile e più sacro del gioco: “l’immaginazione”.
E mentre lasciavamo quella regione di serena beatitudine, sentimmo abbaiare. Qui vidi correre tra i beati un piccolo cane dal pelo chiaro e dagli occhi fedeli. Era Pickles , colui che ritrovò la Coppa Rimet quando il mondo l’aveva smarrita. Correva tra i campi celesti come custode inconsapevole della memoria del gioco, e ogni volta che sfiorava l’erba sembrava riaffiorare una gioia dimenticata. Allora compresi che, nel “Cielo della Meraviglia Eterna”, anche il più umile dei protagonisti poteva trovare posto accanto ai miti; poiché il calcio non appartiene soltanto agli eroi, ma anche a coloro che, per un istante, ne custodirono il destino.
Giungemmo infine in un luogo che non aveva il volto severo dell’Inferno né il passo malinconico del Purgatorio, ma apparteneva a una contrada gioiosa dell’Empireo calcistico. Lungo il sentiero apparve un’insegna di legno dorato, illuminata da una luce allegra, quasi fosse stata posta lì per annunciare che in quel regno le anime avrebbero potuto finalmente dimenticare il peso delle battaglie.
Entrando, Dante e le vallette Vittoria e Sofia si trovarono davanti a una scena inattesa: non vi erano giudici, né condanne, né ricordi dolorosi, ma soltanto barbieri baffuti armati di forbici e pettini, intenti nella loro singolare opera. Con sguardi divertiti si prendevano cura di quei volti celebri e di quelle chiome ribelli che per anni avevano sfidato il buon senso e le mode del tempo.
Pareva quasi che godessero nel domare quelle zazzere smisurate, nel ridurre all’ordine i capelli più selvaggi del calcio, come se anche le capigliature dei campioni dovessero pagare il loro piccolo tributo all’eternità. Le anime dei calciatori capelluti sorridevano rassegnate, consapevoli che neppure in Paradiso si poteva sfuggire al giudizio impietoso di un bravo barbiere.
E Dante comprese allora che quello non era un luogo di pena, ma di memoria e allegria. Perché il calcio non vive soltanto di vittorie, trofei e imprese leggendarie: vive anche delle sue stranezze, delle sue mode dimenticate e di quei dettagli bizzarri che, col tempo, diventano leggenda. E proprio per quella risata sincera che si levava nell’aria, non vi era luogo più adatto dove collocarlo.
Era “La Barberia dei Baffi Eterni”
Da quella bottega usciva profumo di colonia antica, sapone da barba e cuoio consumato. Le pareti erano adornate da fotografie ingiallite, gagliardetti scoloriti dal tempo e maglie che nemmeno l’eternità aveva osato sbiadire. Dietro una poltrona di velluto rosso vidi l’austriaco Herbert Prohaska , “Lumachina”  patrono dei baffi calcistici. Con mano esperta modellava baffi magnifici e raccontava ai nuovi arrivati l’antica arte del sorriso sotto i baffi. Sopra il banco campeggiava il vessillo di “Movember” , la confraternita che trasformò il baffo in segno di solidarietà e cura per gli uomini. Poco distante sedevano Renato Zaccarelli , e Massimo Palanca  che discutevano pacatamente di calcio, Torino e Catanzaro, come un vecchi saggi sulle gradinate. Accanto a lui stava Pietro Paolo Virdis , i cui baffi parevano ancora pronti a festeggiare una rete sotto la curva. In un angolo luminoso appariva Giuseppe Bergomi , che pur giovane d’età quando vinse il mondo, già portava baffi degni di un veterano. Molti spiriti novizi si fermavano ad ammirarli come reliquie d’un calcio più genuino. E sopra tutti, come un maestro venuto da una dimensione più alta del gioco, sedeva Roberto Rivelino . Con il suo baffo regale e il sinistro immortale narrava ai presenti di quando il pallone danzava libero e il dribbling era una forma di poesia.
Dante osservò quella compagnia e sorrise.
“Vedi”, disse, “qui non si misura la gloria dal numero delle coppe, ma dalla capacità di lasciare un’impronta nel ricordo degli uomini. E talvolta un baffo ben portato vale quanto una vittoria eterna”.
Ma proprio mentre regnava quella placida armonia, udimmo levarsi un gran trambusto provenire dalla poltrona posta al centro del salone.
Colà sedeva Felice Centofanti , circondato dai cinque maestri baffuti, tutti armati non di spade ma di forbici, rasoi e pettini scintillanti.
“È giunta l’ora!” gridava Prohaska.
“Quel ciuffo non può più restare impunito!” sogghignava Virdis.
“Per il bene dell’estetica calcistica!” aggiungeva Bergomi.
Centofanti, stringendo i braccioli della poltrona come un capitano assediato nella propria area di rigore, opponeva disperata resistenza.
“Piuttosto mandatemi nella bolgia dei difensori del catenaccio eterno!” urlava. “Ma i capelli no!”
Rivelino agitava il rasoio come un sacerdote pronto a celebrare un antico rito, mentre Zaccarelli tentava invano di persuaderlo con parole più miti:
“Abbi fede, figliolo. Qui i baffi sono eterni, ma certe zazzere devono esser contenute”.
A quelle parole l’intera barberia scoppiò in una fragorosa risata. Persino Dante, che raramente concedeva il sorriso ai dannati e ai beati, si lasciò sfuggire una sonora risata.
Vidi allora Centofanti balzare dalla poltrona e fuggire tra gli specchi e le nuvole dell’Empireo, inseguito dai cinque barbieri celesti che brandivano forbici e pettini come antichi cavalieri. Per lungo tempo riecheggiarono nel cielo le loro voci:
“Fermatelo!” “Solo una spuntatina!” “È per il bene del calcio!”
Ancora oggi, narrano le anime del Paradiso del Pallone, che nelle domeniche più serene si possa vedere Centofanti correre tra i campi dell’Empireo con la chioma al vento, mentre la Confraternita dei Baffi Eterni continua l’inseguimento senza mai riuscire a compiere la propria missione.
Dante, osservando quella corsa senza fine, rise nuovamente e disse:
“Molti uomini sfuggirono al destino, pochi riuscirono a sfuggire al barbiere. Ma nessuno, in cielo o in terra, seppe difendere i propri capelli quanto Centofanti”.
E le risate dei baffuti riecheggiarono ancora a lungo tra le nuvole dell’Empireo, poiché in Paradiso ogni cosa trova pace, ogni rivalità si placa e ogni ferita si rimargina.
Tranne una!
Quella tra i capelli di Centofanti e le forbici della “Barberia dei Baffi Eterni”. Il biondo “Marisa”  svedese, veloce qual cervo tra le selve del Settentrione, era pur riuscito a sottrarsi alla furente schiera de’ barbieri, i quali con rasoi sguainati bramavano spogliarlo della sua fulgida chioma.
Finchè avevammo ancora nella mente ciò che accade  nella”Barberia dei Baffi Eterni” ci trovammo tra i “Custodi delle Coppe Eterne” mentre contemplavo quei manufatti immortali, che parevano custodire l’anima stessa dei popoli e delle generazioni, vidi levarsi poco oltre due figure avvolte da un chiarore simile a quello che precede l’aurora. Non portavano palloni né guidavano schiere di campioni, eppure attorno a loro aleggiava una dignità non minore di quella riservata agli eroi del campo. Essi tenevano tra le mani forme splendenti che parevano raccogliere in sé la memoria di tutte le vittorie e di tutte le speranze degli uomini. L’uno era Abel Lafleur , cui fu concesso di “dare volto” alla Coppa Rimet, la “prima regina del football mondiale”; l’altro era Silvio Gazzaniga , artefice del trofeo che avrebbe raccolto l’eredità di quella gloria e accompagnato le nazioni attraverso i tempi futuri.
Non parlavano, ma attorno alle loro mani la luce prendeva forma. Pareva che l’oro stesso obbedisse al loro pensiero, mutandosi in simbolo, memoria e desiderio. Vidi allora la “Vittoria Alata” della Rimet levarsi lieve come creatura del cielo, recando ancora nel volto la fierezza dei pionieri e dei campioni che ne inseguirono il sogno. Poco distante riluceva la coppa scolpita da Gazzaniga, ove due figure umane sorreggevano il globo terrestre come pellegrini giunti al termine d’un lungo cammino. Responsabili del destino del mondo. In quelle opere non viveva soltanto il metallo prezioso, ma il riflesso di milioni di sogni, di lacrime, di esultanze e di attese. Ogni graffio, ogni bagliore, ogni piega dell’oro pareva custodire il ricordo d’un’impresa, d’un popolo in festa, d’un bambino che per la prima volta aveva immaginato la gloria.
E Dante, osservando quelle meraviglie, disse:
“Costoro non vinsero sul campo né levaron trofei dinanzi alle moltitudini; ma diedero forma visibile al desiderio che move gli uomini verso la gloria. Ché non men degno è chi forgia il simbolo di colui che lo conquista”.
Allora compresi che anche gli artefici silenziosi avevano il loro luogo d’onore nel Paradiso del calcio. Poiché non meno dei campioni avevano contribuito a edificare il grande mito del gioco, dando un volto eterno a ciò che gli uomini inseguono da generazioni. E le coppe da essi create non apparivano più come semplici trofei, ma come reliquie luminose d’una fede gentile, custodite in eterno da coloro che avevano saputo trasformare il sogno in forma e la forma in leggenda.
E le luci che splendevano sopra quel cielo non erano stelle, ma ricordi. E nessuna di essi era destinata a spegnersi.
Chiesi a Dante:
“E dunque cos’è il calcio?”
Lui sorrise appena sotto il mantello e rispose: con la solita frase:
“La prova che gli uomini cercano ancora la bellezza, pur vivendo dentro il caos”
Poi per un attimo mi svegliai.
Ma per qualche secondo continuai a sentire un coro lontano, come se quella partita eterna stesse ancora continuando.
In quel momento giunsero Morfeo ed Ipno , urlando “il viaggio non è finito… addormentati!” cadi ancora nel beato torpore e mi riaddormentai.
Vittoria di fretta, per paura che la luce dell’alba mi svegliasse ci indicò una nuova porta.
Era immensa, a due ante, così maestosa da ricordare la facciata di San Pietro  quando il sole del tramonto ne accende la pietra. Non sembrava costruita, ma generata dalla luce stessa. Oro, avorio e zaffiro si intrecciavano in figure che mutavano lentamente, come se la porta custodisse in sé il respiro dell’eternità.
Accanto a noi Sofia portò un dito alle labbra.
“Fate piano” disse con voce lieve. “Qui vi è soltanto grazia. Non va spiegata, ma contemplata. È come una sinestesia celeste: qui la luce diventa musica, la musica diventa colore e il colore diventa memoria”.
Obbedimmo!
Quando le grandi ante si schiusero senza rumore, ci apparve una visione che nessuna immaginazione terrena avrebbe saputo concepire. Qui non vi erano schiere di cherubini e serafini. Non vi erano troni, dominazioni o potestà. Vi erano coloro che avevano reso grande il gioco in ogni continente. Uomini che avevano saputo trasformare un pallone in linguaggio universale. Uomini che avevano fatto della fantasia una forma di bellezza e della bellezza una forma di fratellanza. Ed era giusto che si trovassero lì. Poiché anche la gioia, quando è autentica, trova posto nell’eternità.
Eravamo entrati la dove il cileo si faceva più alto.
Appena sotto l’Empireo, al limitare del Settimo Cielo di Saturno, là dove Dante vide la scala d’oro elevarsi verso l’incomprensibile e le anime contemplative brillare come fiamme nella pace eterna, si stendeva una regione che nessun atlante del creato aveva mai raffigurato.
“Era un cielo che non conosceva tramonto”.
Un’immensa pianura di luce si apriva tra sfere trasparenti e giardini d’eternità. L’erba non era verde come quella della terra, ma tessuta di memoria, gloria e gratitudine. Ogni filo custodiva un applauso dimenticato dagli uomini e ricordato dal cielo; ogni brezza portava l’eco di uno stadio lontano, il canto di una folla ormai dispersa nel tempo ma non nell’eternità. Lassù il tempo aveva cessato di essere padrone. Era diventato compagno. Eppure un pallone continuava a rotolare. Bianco come una piccola luna, passava di piede in piede tra coloro che avevano trasformato un gioco in arte e un’arte in gioia. Le sue traiettorie disegnavano nell’aria figure perfette, come se Euclide, Leonardo e Raffaello  avessero collaborato a un’unica opera. Ogni passaggio generava cerchi di luce; ogni controllo lasciava dietro di sé una scia dorata che saliva verso la grande Scala di Saturno .
A guidare quella luminosa assemblea stava Umberto Barberis . Attorno a lui si riconoscevano laghi limpidi come quelli della Svizzera e montagne candide che ricordavano le Alpi illuminate dal primo sole. Aveva negli occhi la serenità delle grandi vette e la misura dei paesaggi silenziosi. Con gesto paterno accoglieva i nuovi arrivati e indicava loro i sentieri della beatitudine calcistica. Sulle rive di un Danubio trasfigurato dalla luce giocavano i magiari Flórián Albert  e la “Pantera Nera” Gyula Grosics . Dietro di loro si innalzavano le cupole dorate di una Budapest celeste. Albert accarezzava il pallone come un violinista il proprio strumento; sembrava vi fosse Kocsis, principe dell’aria e gloria dell’Aranycsapat, mentre colpiva la sfera con tale precisione che persino gli angeli interrompevano il volo per seguirne la traiettoria. Poco distante Stanley Matthews  e Tony Woodcock  rappresentavano l’eleganza di Albione. Matthews continuava a ingannare il vento con i suoi dribbling, mentre Woodcock si muoveva con la leggerezza di chi aveva fatto dell’intelligenza la propria forza. Gli iberici Zamora , Asensi  e Gento  custodivano la nobiltà della tradizione spagnola, con loro il divino Iniesta ; i russi Cislenko  e Dasaev  vegliavano come antichi guardiani delle steppe; Kahn , Matthäus  e Rummenigge  avanzavano con la sicurezza degli eroi germanici. Più in alto, vicino alla Scala di Saturno, sostavano Jürgen Croy  e Pommerenke . Alle loro spalle non esistevano più muri. Gli angeli ricordavano ancora quella notte del 1989 in cui la divisione degli uomini aveva ceduto il passo alla speranza. Là dove un tempo correva il Muro di Berlino, ora si estendeva soltanto una pianura di luce. Croy e Pommerenke contemplavano quell’orizzonte riconciliato sapendo che nessuna barriera può sopravvivere alla verità. In una regione attraversata da canali di cristallo e cieli infiniti si trovavano gli olandesi Faas Wilkes , Frank Rijkaard , Ruud Gullit  e Marco van Basten  che appariva davvero con le sembianze di uno splendido “Cigno di Utrecht”. Quando correva sembrava scivolare sopra acque invisibili; quando colpiva il pallone, il gesto possedeva la perfezione delle statue greche che Fidia  avrebbe voluto scolpire. Tra le pianure luminose delle Fiandre  giocavano René Vandereycken , Jean-Marie Pfaff , Erwin Vandenbergh  e Jan Ceulemans , mentre poco oltre i francesi Kopa , Fontaine , Giresse , Lacombe  e Tigana  intrecciavano una trama di passaggi tanto raffinata da sembrare musica. Gli scozzesi Denis Law , Kenny Dalglish  e Joe Jordan  avanzavano come antichi sovrani delle Highlands , mentre i gallesi John Charles , Ian Rush  e John Toshack  percorrevano verdi colline che ricordavano la loro terra. I danesi Laudrup  e Schmeichel  rappresentavano l’eleganza e la forza degli antichi vichinghi. Gli svedesi Gren , Nordahl  e Liedholm  continuavano il dialogo eterno del Gre-No-Li. I boemi Masopust , Plánička  e Nehoda  custodivano la malinconica bellezza dell’Europa centrale.
Gli austriaci Krankl , Polster  e Schachner  ridevano ancora come vecchi amici ritrovati. I lusitani Figo  e Futre  portavano il vento dell’Atlantico nelle loro giocate. Tra le nebbiose lande della Transilvania vidi avanzare Cornel Dinu , Ladislao Bölöni  e Rodion Cămătaru , anime nobili che il vento dei Carpazi sospingeva verso i campi eterni del Paradiso del Pallone. Gli slavi dimoravano in un cerchio che pareva un mondo nel mondo. Tra gelosie, discordie e antiche rivalità emergevano figure di rara grandezza: Dejan Savićević , Miodrag Belodedici , Dragan Džajić , Vladimir Beara  e Robert Prosinečki . Il loro talento splendeva come stella sopra le umane miserie; ma presto quella luminosa visione si fece opaca ai miei occhi, poiché ricordai come tanta bellezza fosse stata dispersa nella nebbia e nel sangue che accompagnarono la dissoluzione della loro patria.
Accanto ad una terrazza che ricordava insieme Roma, Torino e il Tevere al tramonto, conversavano Alessandro Del Piero , Francesco Totti  e Bruno Conti . Del Piero tracciava parabole che parevano archi rinascimentali. Totti inventava passaggi che sembravano aforismi destinati a restare nel mito. Conti galoppava sulla fascia senza mai stancarsi in una corsa eterna, Presso di loro sedevano anche Gianfranco Zola  e Andrea Pirlo . il primo conservava l’umiltà dei veri artisti, capace di mutare ogni punizione in meraviglia; il secondo, che i mortali chiamarono il “Mago di Berlino”, disponeva il gioco con sapienza quasi astronomica, come chi conosca il moto segreto delle stelle prima ancora di quello del pallone.
Eppure, tra quella luce che tutto avvolgeva e inebriava, il mio sguardo cercava qualcun altro. Lo vidi quasi nascosto dietro il chiarore dei grandi campioni, come una figura che non aveva bisogno di mettersi in mostra per essere importante.
Era Gianni Bui .
Nessuno sembrava sapere davvero perché si trovasse lì.
Non aveva vinto un Mondiale. Non aveva cambiato la storia del calcio. Non era il più forte tra i beati che correvano sull’erba eterna.
Eppure splendeva.
Dante si accorse della mia sorpresa e sorrise.
“Non tutti gli eletti vi giungono per la gloria”, disse. “Alcuni vi arrivano perché furono luce nel cuore di qualcuno”.
Allora compresi.
Da bambino lo avevo visto giocare soltanto attraverso racconti, fotografie ingiallite e ricordi tramandati come reliquie di famiglia. Eppure per me era un gigante. Quando il suo nome appariva nelle conversazioni dei grandi sentivo nascere dentro di me una meraviglia difficile da spiegare.
Era il calcio quando il calcio era ancora leggenda. Era il campione che abitava la fantasia prima ancora della cronaca. E nella mia memoria risuonava ancora quel  grido semplice e meraviglioso:
“È lui! È lui! È Gianni Bui!”. Lo vidi sorridere come fanno gli uomini che non sanno d’essere stati importanti per qualcuno. Attorno a lui sostavano anime silenziose, campioni dimenticati, gregari nobili, eroi delle province calcistiche e figure che il tempo aveva quasi cancellato. Eppure in quel luogo nessuno era minore di altri, perché il Paradiso del pallone non misurava gli uomini con le statistiche o con le coppe conquistate.

La dove i cieli si facevano sempre più luce di grazia suprema, scorsi procedere Paolo Maldini  e Franco Baresi , simboli d’una difesa che nel silenzio si fa arte somma, i quali si muovevano con grazia antica tra quegli spiriti taciturni. A loro si univa l’ombra nobile di Giacinto Facchetti , completando quel manipolo di giusti che d’ogni difesa aveano fatto una rocca audace e che ora guardano la luce che non ha paura.
Forse Gianni Bui era lì per questo!
Confuso, pensai, il vero Paradiso del calcio esiste proprio per custodire coloro che non appartengono alla storia ufficiale, ma alla memoria segreta di un bambino innamorato del pallone.
Dante mi guardò e disse soltanto:
“Talvolta un eroe vale per il mondo intero. Talaltra basta che valga per un bambino”.
E in quell’istante mi parve che tutta la luce dell’Empireo brillasse un poco di più. Poi il cielo iniziò a cambiar colore.
Cominciava il regno del Sudamerica. Il Brasile appariva come una costellazione. Didi,  Vavá , Djalma Santos , Roberto Dinamite , Tostão , Altafini  e Paulo Roberto Falcão  diffondevano una luce calda e dorata. Didi continuava a disegnare la folha seca; Tostão vedeva il gioco prima che accadesse; Falcão governava il centrocampo con la maestà di un console romano.
Più a occidente, tra montagne di cristallo e terrazze sospese, giocavano Uribe  e Barbadillo , mentre Julio César Arzú  osservava le stelle nate dalle sue lacrime dei Mondiali del 1982. I messicani Jorge Campos , Hugo Sánchez  e Leonardo Cuellar  abitavano una piazza decorata da simboli aztechi. Campos sfoggiava ancora le sue leggendarie divise colorate, luminose come un arcobaleno tropicale. Hugo Sánchez continuava a volare nelle sue rovesciate impossibili. E Leonardo faceva magie estratte dal riccio che aveva sulla testa.
E poi apparve la costa della “Celeste”.
Le nuvole assumevano la forma delle onde dell’Atlantico e una luce azzurra avvolgeva Obdulio Varela , Héctor Scarone , Juan Alberto Schiaffino , Fernando Morena , Enzo Francescoli  ed Edinson Cavani . Varela possedeva ancora l’autorità dei capitani immortali. Schiaffino sembrava nato per trasformare il calcio in eleganza. Cavani conservava il cuore dei combattenti. Francescoli, il Principe, portava ancora con sé il ricordo di Parigi e della Torre Eiffel, dove il suo talento aveva incantato la Francia prima di continuare il proprio viaggio. Morena, invece, rimaneva il goleador per eccellenza. Il pallone sembrava cercarlo spontaneamente, come una rondine cerca il ritorno della primavera. Tra gli argentini Fillol , Tarantini , Palermo  e Sívori  dialogavano con il pallone come vecchi amici, mentre poco lontano Iván Zamorano  sorrideva con la forza tranquilla delle Ande.
Infine, si apriva l’Eden africano.
Fiumi limpidi, alberi giganteschi e una pace primordiale accoglievano George Weah , Samuel Eto’o , Didier Drogba , Noureddine Naybet  e Kalusha Bwalya . Vicino a loro si ergeva una porta celeste. A custodirla stavano Bruce Grobbelaar  ed Essam El-Hadary . Avevano conosciuto la guerra, la sofferenza e la fatica degli uomini. Ora difendevano una porta che nessun dolore avrebbe più attraversato.
E mentre il pallone continuava il suo viaggio da un continente all’altro, da Matthews a Kocsis, da Francescoli a Del Piero, da Weah a Totti, da Van Basten a Falcão, nessuno contava il punteggio. Perché in quel cielo la gloria non era una coppa da sollevare.
“Era il bene lasciato nei cuori”.
“Era il ricordo trasformato in luce”.
“Era la bellezza che sopravvive al tempo”.
Ed era per questo che il pallone continuava a rotolare sotto la Scala di Saturno, come una piccola luna bianca affidata per sempre ai piedi degli immortali.
Giunti all’estremità del Paradiso del Pallone, quando già la luce della “Candida Rosea” si intravedeva oltre un velo dorato, Vittoria e Sofia mi trattennero.
“Non ancora” disse Vittoria.
“Prima devi incontrare coloro che insegnarono agli uomini non soltanto a vincere, ma a guidare” aggiunse Sofia.
“Chi dimora in questo luogo?” domandai.
“i più grandi tra quelli che seppero guidare gli uomini” rispose Vittoria.
Seduti attorno a una tavola di pietra chiara vidi tre figure illustri. La prima aveva lo sguardo sereno di chi aveva conosciuto ogni vittoria senza lasciarsene corrompere. Era Carlo Ancelotti . La seconda osservava l’orizzonte con elegante compostezza. Il suo volto esprimeva quella dolce malinconia che appartiene agli uomini capaci di accettare il destino senza ribellione. Era Sven-Göran Eriksson . La terza portava i segni di un calcio più antico. Accanto a lui giacevano taccuini, schemi e appunti consumati dal tempo. Era Mondino Fabbri , maestro di un’epoca in cui il pallone era ancora una scoperta quotidiana. Non parlavano di vittorie né di sconfitte. Discutevano degli uomini che avevano allenato, delle loro paure, delle loro speranze e delle loro fragilità.
Dante si fermò rispettosamente.
“Molti allenatori insegnano il gioco” disse. “Pochi insegnano a vivere il gioco. Per questo costoro dimorano qui, alle soglie della Candida Rosea.”
Sofia sorrise.
“Essi hanno compreso ciò che molti dimenticano, che una squadra non è fatta di schemi, ma di anime”.
E, mentre ci allontanavamo, vidi i tre maestri continuare la loro eterna conversazione, come filosofi riuniti in un’accademia celeste; parevano usciti da un dipinto di Giorgione. Solo allora Vittoria indicò una grande soglia di luce.
“Ora sei pronto” disse.
Terminata la conversazione con quei maestri, Vittoria e Sofia mi condussero verso una porta di luce bianca. Oltre quella soglia si apriva finalmente la “Candida Rosea”.
E davanti a noi apparve.
Al termine dei Cieli, “dove l’eleganza si fa nobiltà”, vidi fiorire la “Candida” un fiore immenso i cui petali aveano il colore dell’aurora e l’odore dell’inchiostro fresco che narra al mondo il mito del prato. Ivi risiedevano i grandi cuori che aveano trasmutato il cuoio in letteratura, traendo dal fango la sostanza del canto eterno. Vidi per primo Umberto Saba , il poeta di Trieste, che con versi nudi e schietti cantò il “pianto del portiere” solitario e la “gioia della mischia”, celebrando il calcio come un rito di purezza fanciullesca. Egli si muoveva tra i beati come chi sa che una sola rima può spiegare il mistero di una parata meglio di mille trattati. Accanto a lui, con lo sguardo profondo di chi legge nelle ombre della terra, s’ergeva Pier Paolo Pasolini  egli non cercava il mero risultato, ma la “sacra rappresentazione” del gesto, vedendo nel calcio l’ultima forma di poesia che ancora pulsa tra le genti. Poi scorsi un’ombra dallo sguardo limpido e antico, che procedeva con l’umiltà di chi si definiva “un mendicante di buon calcio”, era Eduardo Galeano . Egli trasse dal “sole e dall’ombra” la sostanza stessa della nostra passione, e ogni sua frase risplendeva come una “gemma preziosa” capace di dissipare ogni vana nebbia dal campo. Rimase sempre in attesa di quelle fonti “ben informate, da Miami, annunciavano l’imminente caduta di Fidel Castro  era questione di ore” . Poco più in là, con la febbre di una fedeltà che non conosce tramonto, vidi Nick Hornby , che diede voce all’ossessione amorosa del tifo, quella fame eterna che trasforma un club in una patria. Accanto a loro sedevano Osvaldo Soriano , il malinconico e geniale cantore dei “rigori infiniti” e degli eroi dimenticati in province polverose, e Jorge , il filosofo della pampa, che spiegava come il gioco sia un’isola di felicità in un oceano di tristezza.
In quel medesimo coro del Paradiso, dove il racconto si fa preghiera e la cronaca si trasmuta in canto, scorsi le anime di

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