per ciò che
hanno vinto, ma per ciò che hanno sopportato. Souleyman Cherif non aveva avuto
gli applausi dei grandi stadi né il riconoscimento dei libri di storia, ma
aveva portato il suo amore per il calcio oltre ogni confine oltre ogni muro. Per
questo dimorava tra quelle anime, non come un vinto, ma come un giusto. “Vi sono campioni che non conquistano
trofei, ma il diritto di essere ricordati.”
Poco oltre,
altre anime dimenticate dal grande racconto del calcio, qui due fratelli uniti
dalla stessa passione e dallo stesso destino. Erano Luciano e Italo Vassallo[i],
figli d’Eritrea e d’Italia, furon uomini che avevano scritto una pagina
luminosa del calcio africano prima che il mondo imparasse a riconoscerla e
ancor prima a dimenticarla. Luciano, elegante capitano della Nazionale etiope,
fu il simbolo della vittoria nella Coppa d’Africa del 1962. Accanto a lui vi
era Italo, attaccante generoso, con cui condivise vittorie e stagioni memorabili
nel calcio etiopico. Furono chiamati i “Di Stefano d’Africa”, perché il loro
talento aveva superato i confini della loro terra.
Ma la storia
non fu sempre benevola con loro. Con il regime di Menghistu, Luciano fu
perseguitato per le sue origini italiane e per il coraggio di denunciare
ingiustizie nello sport, fino a dover lasciare l’Etiopia e ricominciare una
nuova vita in Italia. Italo rimase invece legato alla terra natia.
Il Vate li mirò con riverente sguardo, “innanzi stan due anime che il mondo degli
uomini ha consegnato all’oblio. Campioni d’un calcio lontano, ma la lor luce,
nata dal talento, non potea più esser vinta dal corso del tempo.”
Tra le anime dimenticate non vidi soltanto figli d’Africa,
ma anche un uomo venuto dall’isola divisa dal mare e divisa dalla storia.
Vestiva ancora il verde della sua fede e pareva portarlo come un mantello.
Dante lo riconobbe e mi disse: "Questi è Sotiris Kaiafas[ii],
e non giocò soltanto nell’Omonia di Nicosia: egli fu l’Omonia stessa".
E vidi come una luce dorata brillasse sul suo capo,
memoria della Scarpa d’Oro conquistata nel 1976 con trentanove reti. Con la sua
amata squadra aveva persino umiliato il grande Ajax con quattro gol a zero,
segnandone due con i propri piedi. Ma più delle vittorie pesava nel suo cuore
il ricordo di Mia Milia[iii],
il villaggio natale divenuto terra di confine dopo la divisione di Cipro. Tuttavia
né guerra né esilio avevano piegato la sua fedeltà, ché fino all’ultimo giorno
rimase devoto ai colori verdi dell’Omonia, come un cavaliere alla propria
insegna. Poco più in là vagava un’anima solitaria, avvolta da una malinconia
antica. Pareva fatta d’umiltà e dimenticanza, come se il tempo stesso avesse
cancellato le sue orme. Nessuno pareva conoscerla, e nessuno diceva d’averla
mai incontrata. Nemmeno Dante, il Vate, seppe dirmi chi fosse.
Mosso da pietà, mi avvicinai e gli domandai il suo
nome. Allora quell’ombra levò il capo e disse con voce lieve:
“Io fui Lee Wai Tong[iv],
il principe dimenticato di Hong Kong. Nella mia vita segnai più di mille reti,
eppure nessuno ne conserva memoria. La mia patria era troppo lontana dal mondo
che gli uomini chiamano grande, e così le mie imprese svanirono come nebbia al
mattino. Quando non avevo un pallone, mi allenavo con arance e sacchi di
sabbia; e tanto esercitai il mio piede che il tiro divenne possente come il
colpo d’un fabbro. Nel mio villaggio mi chiamavano “Piede di Ferro”, poiché
talvolta le reti non reggevano alla forza dei miei calci. Ma il tempo è giudice
severo, e di me non si ricorda quasi nessuno.”
Udendo quelle parole, provai grande tristezza. Ché
compresi come la fama degli uomini non sempre segue il merito, e come vi siano
campioni che illuminarono il loro tempo più di molte stelle celebrate, ma che
il mondo lasciò lentamente scivolare nell’oblio.
Poco più in là vagava un’altra anima che il tempo
aveva ingiustamente nascosto alla memoria degli uomini. Portava sul volto la
fierezza delle montagne d’Albania e negli occhi il riflesso di antiche
battaglie sportive. Era Loro Boriçi[v],
leggenda dimenticata del calcio albanese, capitano e guida di una nazione che
trovò nel pallone uno dei suoi primi motivi d’orgoglio. Guidò l’Albania alla
vittoria della Coppa dei Balcani del 1946, unico trofeo ufficiale conquistato
dalla sua nazionale, e il suo nome divenne così grande che persino uno stadio
della sua amata Scutari finì per portarlo in eterno.
Lo vedemmo camminare in silenzio, come si conviene ai
grandi uomini. Quella figura ci ricordava che la gloria degli stadi è simile al
vento, oggi riempie le tribune e domani svanisce. Ma la virtù di chi seppe
servire la propria gente e la propria patria non si consuma col passare degli
anni. E così Loro procedeva tra quelle anime illustri, dimenticato da molti
sulla terra, ma non dal Cielo che custodisce la memoria dei suoi pionieri.
Dinanzi le “divine
vallette” ci indicarono un luogo appartenente a un Paradiso parallelo, che
nessuna carta del cielo riportava e che pochi, persino tra i beati, sapevano
raggiungere. Non era facile scorgerlo, poiché dimorava al di fuori di tutti i
tempi e di tutte le stagioni. Là il tempo pareva aver smarrito il proprio
dominio, gli orologi erano fermi, le clessidre sospese a mezz’aria e le
lancette immobili come sentinelle poste a guardia dell’eternità. Nessuno in
quel luogo invecchiava e nessuno sembrava conoscere il significato della parola
fine.
“Questo”,
mi disse Vittoria, “è il Cielo dei
Custodi del Tempo Perduto, dove dimorano coloro che seppero sfidare gli anni e
continuare a giocare quando altri avevano già deposto gli scarpini.”
Sofia ci invitò a prestare attenzione e, indicando
quell’orizzonte immobile, sussurrò: “Qui
il tempo non viene contato, O’Dante … ma soltanto amato.”
Poiché in quel regno, dove Crono non imperava più,
le figure apparivano sfuggenti agli occhi dei mortali, come visioni che si
mostrano soltanto a chi sa guardare oltre il velo delle apparenze.
Tra esse vidi avanzare Stanley Matthews[vi],
il cavaliere d’Inghilterra e primo vincitore del Pallone d’Oro, che ancora
correva leggero come un giovane apprendista. Poco distante sorrideva Lamberto Boranga[vii],
il portiere medico, che aveva trasformato la longevità in una seconda arte.
Accanto a lui camminava Kazuyoshi Miura[viii],
che tutti chiamavano “King Kazu”,
sovrano di un regno dove l’età non aveva mai ottenuto cittadinanza. E infine
scorsi Robert Carmona[ix],
viandante dell’Uruguay e custode di record impossibili, che aveva attraversato
i decenni senza mai abbandonare il pallone.
Essi non parlavano di vittorie né di trofei, ma del
mistero che aveva permesso loro di sfuggire all’usura degli anni. Capimmo che
non si trattava di una magia del corpo, bensì di quella più rara dell’anima.
Ché il tempo consuma le membra degli uomini, ma poco può contro il cuore di chi
continua a giocare per amore.
Così vagavano in quel cielo senza tramonto, tra
orologi immobili e calendari privi di date, eterni custodi di una giovinezza
che non apparteneva alla carne, ma alla passione. Vedemmo dietro di loro, quasi
a seguirli invano, il vecchio Crono, signore degli anni e divoratore
delle stagioni, avanzare stanco tra quelle anime. Non brandiva più falce né
scettro, e il suo volto mostrava lo smarrimento di chi aveva finalmente
incontrato un confine al proprio potere. Passò accanto a Matthews, a Boranga, a
Miura e a Carmona senza riuscire a riconoscerli, poiché nessuna delle sue leggi
aveva più presa su di loro. Intendemmo allora che il Tempo stesso, giunto al
loro cospetto come un sovrano sconfitto, aveva deposto le armi ed era rimasto
in silenzio. Ché vi sono uomini destinati a essere vinti dagli anni, e altri
che, per amore del gioco, riescono a vivere oltre ogni stagione della vita.
Usciti da quel luogo
senza tempo, vi erano quelli che “fecero amare il calcio per le loro piccole cose” Due anime venivano verso di noi, non procedevano l’una accanto
all’altra, ma come se un invisibile vincolo le tenesse unite sin dal principio
del loro cammino. Parevano due stelle gemelle che percorressero la medesima
orbita senza mai separarsi. Erano Paolo Pulici[x] e
Francesco Graziani[xi],
che i mortali chiamarono i “Gemelli del
Gol”[xii].
Attorno a loro splendeva una luce granata, calda come il sole del tramonto
sulle colline di Superga[xiii].
Non portavano corone né insegne di comando, ma la semplice fierezza di coloro
che avevano raccolto l’eredita di incarnare un popolo intero. L’uno concludeva
ciò che l’altro intuiva; l’altro apriva sentieri che il compagno trasformava in
gloria. E pareva che il pallone stesso cercasse i loro passi, poiché la loro
intesa era divenuta linguaggio prima ancora che gioco. Procedevano insieme
verso la luce, e nessuno dei due pareva voler precedere l’altro, poiché la loro
gloria non apparteneva al singolo, ma all’armonia che avevano saputo creare.
Pochi
passi oltre incontrammo chi fu fedele alla “Propria Città e alla Propria Gente” tra questi vi erano figure che
non avevano conquistato il mondo “cambiando
insegne”, ma erano divenute immortali restando fedeli alle proprie genti.
Attorno a loro non splendevano soltanto trofei e vittorie, ma l’affetto
profondo di due città che li avevano accolti come figli e custoditi come
simboli. L’uno era Giancarlo Antognoni[xiv],
principe di Firenze, signore gentile del centrocampo. L’altro era Francesco
Totti[xv],
capitano eterno di Roma, che aveva portato sulle spalle il peso e l’orgoglio
della sua gente “sine mai cercar altra
dimora”. Procedevano insieme sotto una luce serena. Il pallone pareva
riconoscere entrambi come antichi custodi dei suoi segreti, ai piedi di
Antognoni la palla diventava eleganza e misura; presso Totti si mutava in
fantasia, visione e “improvvisa
maraviglia”. Attorno al fiorentino vidi levarsi il viola delle rive dell’Arno;
attorno al romano brillava il giallorosso della Città Eterna. Eppure nessuna
rivalità divideva quei colori, poiché in quel luogo essi erano soltanto diverse
manifestazioni della medesima virtù.
Dante allora mi disse:
“Molti inseguirono la gloria mutando insegne e padrone; costoro invece
scelsero di appartenere rimanendo in eterno”.
Non sempre la grandezza consiste
nel conquistare molti regni, ma talvolta nel servire fedelmente quello che il
destino ti affida. E vidi che le anime di Firenze e di Roma si raccoglievano
attorno ai loro campioni come popoli attorno ai propri sovrani. Allora compresi
che esiste una gloria più rara della vittoria stessa, quella di diventar il
volto d’una città e custode della sua memoria. Così Antognoni e Totti
avanzavano fianco a fianco tra i beati del football, non come semplici
campioni, ma come princìpi della fedeltà, esempio di come una vita intera possa
essere donata a una maglia senza che l’amore venga meno. E mentre contemplavo
il principe di Firenze e il capitano della “Città
Eterna”, vidi avanzare dalla luce un’altra figura avvolta nei colori
giallorossi. Il suo volto recava la serenità degli uomini che hanno
attraversato il tempo senza essere dimenticati.
Era Amedeo Amadei[xvi],
che i mortali chiamarono “Fornaretto di
Frascati”. Attorno a lui rivivevano le prime glorie della Roma, quando il
calcio italiano muoveva ancora passi giovani e le imprese si tramandavano più
con il racconto che con le immagini. Egli procedeva con la semplicità dei
campioni autentici, e ogni suo movimento pareva custodire la memoria d’una
città che aveva imparato ad amare il football attraverso i suoi gol. Francesco
Totti gli si accostò come un figlio che incontra un vecchio padre, e tra i due
non vi fu bisogno di parole. Poiché la medesima fiamma ardeva nei loro cuori: l’amore
per Roma e per la sua gente. Poiché nel Paradiso
del pallone non sono i risultati a splendere in eterno, ma i gesti che hanno
saputo trasformare un gioco in memoria, e la memoria in mito.
Salimmo allora verso una sfera
luminosa ove “l’aria pareva più lieve che
altrove”, il prato si perdeva nell’infinito come un mare verde sospinto da
brezze eterne. Era il “Cielo delle ali del Vento” Ivi dimoravano coloro
che il Cielo aveva voluto dotare delle ali del vento, uomini capaci di
trasformare una fascia laterale in una strada verso l’infinito.
Primo tra essi vidi Garrincha[xvii].
Una delle sue gambe appariva ancora più corta dell’altra, “memoria del limite che la natura gli aveva imposto”. Eppure proprio
da quell’imperfezione nasceva la sua meraviglia. I suoi dribbling sfuggivano a
ogni legge conosciuta e perfino i difensori del Paradiso sorridevano mentre
venivano superati ancora una volta. Poco oltre correva il “Bell’Antonio”[xviii],
leggero come passero “amato da tutte le
donne italiche” sospinto dal maestrale. Il pallone pareva legato al suo
piede da un filo invisibile e ogni sua accelerazione generava armonie che
ricordavano le notti luminose dell’ottantadue. Vicino a lui procedeva Francesco
Rocca[xix],
detto “Kawasaki”, la cui corsa
sembrava non conoscere stanchezza. La fascia si apriva dinanzi al suo passo
come sentiero tracciato nella luce e il vento pareva accompagnarlo come fedele
compagno di viaggio. Scorsi poi Franco Causio[xx],
detto “il Barone”, che avanzava con
eleganza signorile. I suoi dribbling non erano sfide ma conversazioni gentili
con il pallone, e persino l’aria pareva rallentare per contemplarne la grazia.
Poco distante correva Pierino Fanna[xxi],
silenzioso e instancabile. Le sue accelerazioni disegnavano traiettorie sottili
come pennellate e il suo contributo appariva prezioso come quello degli
artigiani che edificano una cattedrale senza cercare il proprio nome sulla
facciata. Tra il clamore che non lasciava il posto all’aplomb britannico,
vedemmo David Beckham[xxii],
accompagnato dalla sua “Spice Girl”[xxiii]
che lo marcava stretto più di un ferreo difensore. Lui i cui traversi
percorrevano il cielo come archi di luce con il pallone che partiva dal suo
piede e attraversava l’etere con la precisione d’una stella che già conosca il
proprio destino. Più oltre apparve Luís Figo[xxiv],
che avanzava con la fierezza degli antichi navigatori portoghesi, “pronto a scansar anche teste di verro”[xxv]
Ogni suo cambio di passo pareva aprire nuove rotte nel mare verde del Paradiso
calcistico. Non lontano Andrij Ševčenko[xxvi],
il cui incedere conservava ancora la forza e la nobiltà delle grandi pianure
orientali. Le sue corse trasformavano lo spazio in opportunità e il gol in
naturale compimento del movimento.
Infine apparve Cristiano Ronaldo[xxvii].
La sua figura pareva scolpita nella luce. Anche lui era qui solo di riflesso, “il posto suo è tra i massimi cieli”.
Sette d’eccellenza scolpito sulla schiena che “le ali a volte nascondean”. Ogni salto sfidava la gravità e ogni
corsa conservava l’ambizione inesauribile di chi “aveva cercato il limite soltanto per oltrepassarlo”. E mentre
osservavo quella schiera di corridori celesti, mi tornò alla mente l’antica
storia d’Icaro, che volle elevarsi verso il sole con ali di cera e per tale
ardire precipitò nel mare. Ma questi “non
erano figli della cera né dell’illusione”. Le loro ali non si scioglievano
al calore della gloria, poiché non erano attaccate alle spalle, bensì all’anima.
Ciò che per Icaro fu causa di rovina, per essi era divenuto strumento di
meraviglia. Le fasce del campo erano il loro cielo, il pallone il loro vento e
la corsa la loro forma di preghiera
Dante allora mi disse:
“Icaro cercò il sole e ne fu consumato;costoro invece cercarono il
gioco, e ne trovarono l’eternità. Ché le ali donate dagli uomini possono
condurre alla superbia o alla bellezza ma questi le adoperarono per rendere più
vasto l’orizzonte del campo”.
Dietro ciascuno di loro si apriva una scia luminosa
simile a quella lasciata dalle comete nel firmamento. Compresi che “non v’era immagine più adatta” per
quelle anime. Poiché, “come gli uccelli
appartengono al cielo e i pesci al mare, così le grandi ali del football
appartengono per natura al vento”. E la loro corsa, finalmente libera dal
tempo e dalla fatica, continuava eterna lungo i confini luminosi del Paradiso
calcistico.
Procedendo per i cieli del Paradiso, giungemmo ad
una sfera che non riluceva della gloria delle vittorie né del clamore delle
moltitudini. Era un luogo sereno, dove la luce pareva nascere dalla compassione
stessa. Qui dimoravano coloro che avevano ricevuto fama e talento sulla Terra,
ma li avevano spesi per lenire dolori non propri. Tra quelle anime beate una
attirò il mio sguardo. Non per lo splendore, ché altre ne avevano pari, ma per
una sfumatura di malinconia che la circondava come una dolce memoria. Mi
avvicinai e vidi un uomo dall’aspetto nobile e quieto, il cui volto sembrava
riflettere insieme il sole della gioia e l’ombra del dolore umano.
“Chi
è costui?” domandai.
E la mia guida rispose ”Questi fu Ronnie Hellström[xxviii],
portiere celebrato dagli uomini. Ma la ragione per cui qui risplende non si
trova nelle cronache dello sport.”
Allora la luce che lo avvolgeva si fece più viva, e
davanti ai miei occhi apparve una visione. Vidi l’Argentina di quel tetro
Mundial. Città ornate di bandiere, stadi che ribollivano di entusiasmo mentre il
mondo intero guardava i campi di gioco. “Ma
nessuno vedeva, chi di chi non vuol vedere”, I giornali narravano imprese
sportive, i popoli esultavano o si disperavano per una vittoria o una
sconfitta. “Nessuno sentiva, di chi non
vuol sentire”. Mentre milioni di occhi erano rivolti a quel grande
spettacolo, Ronnie alzò lo sguardo, lo vedemmo camminare per una piazza. Non
cercava fotografi né applausi. Osservava alcune donne che avanzavano lentamente
sotto il sole. Portavano sul volto il peso di un dolore che non conosce tregua.
Stringevano fotografie consumate dal tempo e continuavano a domandare ciò che
nessuno voleva rispondere, dove fossero finiti i loro figli. Erano le madri di
“Plaza de Majo” Attorno a loro molti
passavano senza fermarsi. Altri vedevano e tacevano. Altri ancora preferivano
non vedere affatto.
Eppure quel portiere venuto dal Nord si arrestò.
Non aveva il potere di restituire quei figli alle
madri. Non poteva abbattere la paura che gravava sul paese. Ma ebbe il coraggio
di fare ciò che spesso è più difficile: riconoscere il dolore quando tutti
fingono che non esista. In quell’istante compresi perché la sua anima si
trovasse in quel cielo. Molti uomini avevano parato palloni più difficili.
Molti avevano vinto più trofei. Ma pochi avevano saputo distogliere lo sguardo
dalla folla esultante per posarlo su chi piangeva in silenzio. La visione
svanì, e Ronnie tornò a splendere tra gli altri beati.
La mia guida allora disse, “Sappi che vi sono tempi nei quali il mondo intero guarda da una parte.
In quei tempi il coraggio non consiste nel guidare la moltitudine, ma nel
volgere gli occhi dalla parte opposta. Per questo quest’anima è qui: perché
seppe vedere ciò che altri decisero di ignorare.”
E mentre proseguivamo il cammino, mi parve che la
sua luce custodisse ancora il volto di quelle madri. Non come una ferita, ma
come una testimonianza eterna che nessuna festa, per quanto grande, dovrebbe
mai riuscire a cancellare il dolore degli innocenti.
Poco oltre vidi Astutillo Malgioglio[xxix].
Attorno a lui correvano, come raggi lieti, figure di bambini che la malattia
aveva provato a limitare e che il suo amore aveva aiutato a rendere più liberi.
La sua luce non abbagliava, scaldava. Pareva quella di una lanterna accesa da
decenni lungo una strada difficile. Gli spiriti del cielo mi dissero che aveva
servito i più fragili senza clamore, ben prima che il mondo si accorgesse delle
sue opere, e che per questo la sua fiamma cresceva ancora. Accanto a loro
brillava Marcus Rashford[xxx].
Dalla sua anima si diffondevano riflessi color del grano maturo, come campi
pronti alla raccolta. Compresi il simbolo, nessun bambino doveva conoscere la
fame. Con la sola forza della parola e dell’esempio aveva piegato i potenti ad
ascoltare chi non aveva voce. E in quel regno beato ogni pane distribuito sulla
Terra diventava una scintilla aggiunta alla sua luce. Infine, Sadio Mané[xxxi].
La sua stella irradiava bagliori d’oro e d’ocra, i colori della sua terra
africana. Vidi riflettersi nella sua luce una scuola, un ospedale, strade
percorse da bambini e famiglie. Egli aveva portato il successo non lontano
dalla propria gente, ma di nuovo verso di essa, come un fiume che ritorna alla
sorgente per nutrirla. E per questo la sua beatitudine aveva la serenità di chi
non ha dimenticato le proprie radici.
Osservandoli insieme, mi accorsi che le loro luci
non restavano separate. Si univano formando una figura più grande, simile a un
immenso pallone celeste attraversato da una croce luminosa.
Allora la mia guida disse, ”Vedi come qui non si misura il numero dei gol, né delle presenze, né
dei trofei. Queste anime compresero che il talento è un prestito e che la fama
è soltanto uno strumento. Perciò la Provvidenza le ha raccolte in questa
regione del Paradiso, dove dimorano coloro che trasformarono la notorietà in
servizio e la vittoria in responsabilità.”
E mentre quelle stelle continuavano la loro danza
silenziosa, mi parve di comprendere che il vero campo da gioco non fosse mai
stato l’erba degli stadi, ma il cuore degli uomini. Là si disputano le partite
che nessun albo d’oro registra e che tuttavia il Cielo ricorda in eterno.
Nel “Cielo delle Parabole Divine” dove vi erano i “fabbri
della folgore” nel luogo in cui la sfera si trasfigura in pura geometria
estetica, scrutai i figli dell’incanto. Vidi per primo “le roi
Michel”, il sovrano dal tocco nobile, che di
ogni punizione “facea lezione” d’estetica, spiegando agli eletti come il pallone possa farsi
geometria dello spirito e musica del mondo. Egli non calciava per forza, ma per
grazia, come chi scrive un verso perfetto sopra il verde prato. Michel
parlava di calcio come un intellettuale francese parla di letteratura, ogni
passaggio appariva geometria, ogni punizione una lezione di estetica.
Accanto a lui, l’ombra che “d’ogni distanza parea farsi beffa”, poiché per il suo piede il
confine tra terra e cielo non avea segreto, era Juninho[xxxii],
il signore di “Pernambuco”[xxxiii].
Egli procedeva con la calma d’un architetto celeste, disegnando traiettorie che
parevan dettate da mano angelica, capaci di cadere improvvise come stelle che
scelgono la via più breve verso la meta. E tra loro, con passo breve e possente
che parea ancora pronto alla rincorsa, adocchiai Roberto Carlos[xxxiv], colui che della
potenza fece un raggio di sole. Egli non avean più bisogno di rammendar le reti
con aghi d’oro come nel Purgatorio, poiché in quel cielo ogni loro colpo era “saetta
di luce pura, una parabola così tesa e curva da sfidare ogni legge del
vento e dell’umana ragione”.
Nel luogo in cui il “Cielo del Riflesso Sacro e delle Mani
Inviolate” appare come una distesa di luce dorata, dove l’aria non è
percorsa da grida, ma vibra di una tensione che si è fatta finalmente armonia,
dove il tempo tra il tiro e la parata è sospeso in un’eterna e beata frazione
di secondo. Qui, il silenzio non è assenza, ma “cura silenziosa della memoria”. Tra questi vi era Joe Gaetjens[xxxv],
l’haitiano che nel 1950 stese l’Inghilterra, camminava come chi non ha mai
davvero compreso fino in fondo la portata del proprio gesto. Non ostentava
nulla. Portava con sé la semplicità degli uomini che entrano nella storia quasi
per caso, come sospinti da una volontà più grande. Il suo gol non era un’esultanza,
ma un’eco, ancora si ripeteva nell’aria celeste come un colpo secco contro l’ordine
del mondo, un piccolo miracolo sportivo che aveva incrinato l’eternità presunta
dei favoriti. Accanto a lui Frank Borghi[xxxvi],
il portiere. E in lui “pareva condensarsi
tutta la fatica dei corpi chiamati a difendere l’impossibile”. Nella vita
terrena aveva conosciuto la palla a “forza
di trascinar carri di morte”, conosceva il peso del dolore e delle bare, ma
ora nel Paradiso del calcio continuava a muoversi con l’istinto di chi non si
fida mai del silenzio. Le sue mani cercavano ancora palloni che non arrivavano
più, come se la salvezza fosse un gesto che non può smettere nemmeno dopo la
fine del pericolo. E Dante, guardandolo, avrebbe forse riconosciuto in lui uno
di quei giusti che hanno conosciuto la paura senza mai esserne vinti[xxxvii].
Poco distante vi era Peter Bonetti,
il “postino”[xxxviii],
la sua figura sembrava appartenere a una dimensione più lieve, quasi sospesa
tra cielo e terra. Non correva più tra i pali, ma si muoveva come chi ha
imparato a trasformare la velocità in quiete. Nel Paradiso non difendeva più
reti, ma consegnava lettere di luce in un’isola remota che non conosceva
invecchiamento. Ogni suo passo era discreto, misurato, come se anche il destino
avesse deciso di affidargli non più il caos del gioco, ma la cura silenziosa
della memoria. In quella medesima luce,
quasi a voler completare un riflesso di gloria antica, scorsi l’ombra solenne
di Gordon Banks[xxxix].
Egli appariva come lo spirito che ha trasmutato il riflesso in grazia, le sue
mani non ghermivano più il pallone, ma sembravano modellare l’aria stessa,
ripetendo quell’arcano balzo che un giorno, sotto il sole del Messico, parve
negare la forza di gravità per pura devozione alla bellezza[xl].
In questo angolo di cielo, Banks non è più il rivale ma il compagno di luce,
colui che insegna come anche l’impossibile possa farsi possibile nell’eternità
del ricordo.
Ivi vi erano molte altre anime
quasi una schiera infinita, erano anime che “avean saputo trasformare la polvere della sfida in luce immortale, là
dove ogni fischio finale è soltanto l’inizio di una partita eterna”. Vidi
eroi di serate impossibili: Jan Tomaszewski[xli],
che parò tutto a Wembley con una mano fratturata, Helmut Duckadam[xlii],
che neutralizzò quattro rigori a Siviglia, e Claudio Garella[xliii],
il portiere che parava con i piedi. Tra loro appariva anche Dino Zoff[xliv].
Non correva né gridava. Restava immobile, austero come una statua romana,
mentre nel cielo del Paradiso sembravano brillare soltanto le sue mani. Mani
enormi, solenni, quasi sacre, le stesse che Renato Guttuso[xlv]
aveva trasformato in pittura immortale. Guardandole si aveva l’impressione che
non appartenessero più soltanto a un uomo, ma all’idea stessa della gloria
calcistica, mani capaci di fermare il tempo prima ancora del pallone.
Poco più in là, avvolto da una
luce che pareva appartenere soltanto agli immortali, apparve Gianluigi Buffon[xlvi],
non avanzava come un semplice portiere, ma come un antico custode chiamato a
vegliare sulle porte della gloria. Per oltre due decenni aveva difeso la
propria area come un cavaliere davanti alle mura del suo castello,
attraversando generazioni di campioni, epoche diverse e tempeste calcistiche
senza mai piegare lo sguardo. Dai primi prodigi della notte di Parigi del 1997
fino al trionfo mondiale del 2006, ogni sua parata sembrava una sfida lanciata
al destino, ogni grido dopo un intervento un ruggito capace di risvegliare lo
spirito della battaglia. E lì, tra le anime dei grandi portieri, non appariva
soltanto come colui che aveva fermato migliaia di palloni, ma come il custode
di un sentimento: quello di un calcio antico, fatto di coraggio, appartenenza e
fedeltà. Perché Buffon non aveva semplicemente difeso una porta: aveva
custodito la memoria stessa del gioco.
Poco distante Sepp Maier[xlvii],
arcigno portiere del Bayern e della Germania Ovest, inseguiva eternamente una
piccola anatra bianca. Correva sorridendo sull’erba celeste come se il Paradiso
fosse rimasto per lui un enorme cortile dove continuare a giocare senza peso né
paura. Le sue celebri “papere”[xlviii]
non erano più errori da espiare, ma creature leggere e innocue che lo seguivano
come simboli di un calcio ancora capace di ridere di sé stesso.
Non lontano dai grandi guardiani
delle porte celesti, ma raccolti in una schiera appartata, quasi che la fama
degli uomini avesse voluto assegnare loro un posto più modesto, vidi alcuni
portieri intenti a compiere parate meravigliose tra pali di luce e reti d’argento.
Erano Castellini[xlix]
il “Giaguaro”, Giancarlo
Alessandrelli[l],
Pasquale Fiore[li],
Massimo Piloni [lii]e
Gedeone Carmignani[liii],
anime che il mondo aveva spesso ricordato come comprimari, ma che il Cielo
aveva accolto con uguale onore.
Indossavano tutti una maglia
nera sulla quale ardeva, come inciso dal fuoco eterno, il numero 12. Non vi era tristezza nei loro
volti, né rimpianto per la gloria mancata. Al contrario, essi portavano quel
numero con la fierezza di chi aveva compreso il valore del proprio destino.
“Osserva bene”, mi disse Sofia, “ché
non ogni eroe riceve una corona. Ve ne sono alcuni che consacrano la propria
vita all’attesa, pronti a entrare in campo quando il fato lo richiede, senza
pretendere applausi né onori.”
Allora Vittoria sorrise e
soggiunse, “Molti ricordano chi scende in campo dall’inizio, ma il Cielo non
dimentica chi rimase nell’ombra senza mai venir meno al proprio dovere.
Talvolta il sacrificio più grande è essere pronti ogni giorno, pur sapendo che
forse non verrà mai il proprio momento.”
E io vidi che quelle anime
difendevano le porte del Paradiso con la stessa dedizione con cui avevano
custodito le panchine e i sogni dei compagni. Ché erano stati eterni secondi
per giudizio degli uomini, ma non agli occhi dell’Eterno, il quale misura il
valore non dalla fama ricevuta, bensì dalla fedeltà con cui ciascuno accetta e
onora il proprio compito.
In un altro cielo ove non si
udivan lamenti, ma soltanto il vento che correva lieve sopra l’erba eterna, non
più sopra quei “carri di ferro che avean
condotto tanti al loro ultimo destino”. Quivi dimoravano coloro ai quali la
sorte avea reciso il cammino, ancor prima che potessero compierlo interamente.
Tra essi vidi avanzare Ludo Coeck[liv],
il cui sinistro faceva ancora cantare il pallone come nei giorni migliori, e
poco discosto Jason Mayélé[lv],
che correva leggero come se nessuna strada terrena avesse mai potuto arrestarne
il passo. Con loro stava Erasmo Iacovone[lvi],
amato eroe del popolo rossoblù, che ancora guidava l’attacco con la medesima
generosa foga e che lo aveva reso immortale nel cuore dei tifosi tarentini. Le
loro carriere furono spezzate all’improvviso dalla sorte, e per questo il Cielo
aveva concesso loro campi senza tramonto nei quali continuare il gioco
interrotto. Tra quelle anime chiedeva udienza una figura d’altri tempi, un eroe
il cui nome il fragore degli anni aveva lentamente ricoperto di polvere, ma che
nella sua terra continuava a vivere come leggenda senza tramonto. Era Georgi Asparuhov[lvii],
chiamato “Gundi”, il poeta del pallone bulgaro, uno dei talenti più puri e
luminosi della sua generazione, un attaccante capace di unire eleganza e
potenza come pochi altri. Il destino, crudele e improvviso, lo strappò alla
vita quando ancora non aveva compiuto trent’anni, su quel carro di morte che
portò via anche il suo compagno Nikola Kotkov[lviii],
spezzando due sogni nel pieno della loro fioritura. Ma vi sono anime che la
morte non riesce a spegnere, perché ciò che hanno lasciato non appartiene più
soltanto al tempo degli uomini.
E così, nel Paradiso del pallone, Gundi trovava il
suo posto accanto agli artisti perduti, a coloro che non ebbero il tempo di
terminare la propria opera, ma che lasciarono nell’aria il profumo di una
bellezza incompiuta. Perché alcune stelle brillano proprio per ciò che
avrebbero ancora potuto donare, e la loro luce, quando arriva dal cuore, non
conosce tramonto.
Poco oltre, in una radura avvolta da una luce più tenue e meditativa, vidi
un’altra anima. Camminava serena lungo una linea bianca che pareva non avere
fine, mentre attorno a lui si dissolvevano ombre, sospetti e menzogne. Era Denis
Bergamini[lix].
Sopra il suo capo splendeva una stella limpida che nessuna nube poteva più
oscurare.
“Costui”, disse Dante, “non fu soltanto strappato al gioco nel fiore
degli anni, ma attese a lungo che la verità tornasse a brillare tra gli uomini”.
E vidi che a ogni suo passo la
nebbia si ritirava, poiché in quel luogo eterno non v’era più spazio per il
dubbio né per l’inganno, ma soltanto per quella pace che segue la verità
finalmente restituita alla memoria degli uomini.
In quel coro di luce, dove il silenzio si fa virtù e
la difesa è arte pura, trova posto
Gaetano Scirea[lx] procedendo con
grazia antica, colui che del “libero”
fu l’anima onesta e il capitano che mai conobbe fango né ira: “egli si movea tra i beati come chi ha saputo
governare la tempesta del campo senza mai smarrire il candore del cuore”.
Quivi vi
eran anche anime, unite da un destino tanto breve quanto doloroso. Erano Michele Lo Russo e Ciro
Pezzella[lxi], uomini che avevano conosciuto il
timore del cielo e che avevano scelto la strada della terra per sfuggire alla
paura del volo.
Ma il fato, che spesso segue
sentieri nascosti agli occhi degli uomini, li attese proprio là dove cercavano
sicurezza. Un viaggio in automobile, nato dal desiderio di evitare un timore,
divenne il luogo della loro ultima corsa, e il destino li chiamò lontano dai
campi che avevano amato.
Poco distante, quasi nascosto dietro la luce dei
campioni più celebrati, apparive Jan Jongbloed[lxii],
il portiere senza guanti dell’Olanda totale. Sembra ancora un uomo capitato lì
per caso, dal vender sigarette a dentro la rivoluzione calcistica più bella del
Novecento. Forse aspetta ancora quella finale del 1974[lxiii]
che non smise mai davvero di giocare.
Naturalmente, nel
Paradiso del football, vi sarebbero anche coloro che dal prato verde furono
strappati troppo presto. Anime sospese nella malinconia del tempo interrotto.
Lì corre ancora Renato Curi[lxiv],
col volto giovane fermato per sempre in un pomeriggio di Perugia, quando il
cuore decise improvvisamente di arrendersi davanti a migliaia di persone
incredule. Accanto a lui c’è Giuliano Taccola[lxv],
simbolo tragico di un calcio antico dove il dolore spesso restava nascosto
dietro il silenzio degli spogliatoi. Poco più in là apparirono Miklós Fehér[lxvi],
Marc-Vivien Foé[lxvii]
e Piermario Morosini[lxviii],
insieme a tutti quei giovani spezzati troppo presto dal destino. In quel
Paradiso non esistono lacrime né cronache interrotte. Trovai anche l’ombra di
Massamasso Thangai[lxix],
il guerriero che dal Togo portò l’ardore fin nel cuore del Sannio. Egli
procedeva con passo fiero, ma lo sguardo portava il riflesso di quell’ultimo
istante in una stanza solinga, dove il respiro gli fu tolto in modo oscuro e
mai accertato.
Dante, scorgendo il mio
turbamento davanti a quel destino che sembra ricalcare la tragica china del Pirata
delle vette[lxx]
mi sussurrò “Guarda colui che in un
albergo smarrì la via, tra mura chiuse e ver che non si dice, vittima d’una
sorte oscura e ria”.
Accanto lui la luce
mite di Davide, il capitano di Fiorenza[lxxi]
dal volto gentile, che nella quiete d’una notte silente smarrì il respiro del
corpo ma non l’amore della sua gente. E ancora più in la verso una luce ancor
più tenue, sicuramente vedrei due ombre congiunte, simili a rami d’un medesimo
arboscello recisi da un unico soffio invisibile, sono i fratelli Giacomi[lxxii],
che la terra di Verona rimpiange con lacrime amare. Non fu l’ira del campo né
lo scontro a trarli via, ma un nemico silente che ne ammantò il riposo, mutando
il sonno della notte nel risveglio dell’eternità.
Ivi corrono finalmente
liberi, recando sul petto i colori della loro città, “là dove il respiro non vien meno e la morte non ha più dardo per
dividere ciò che il sangue e il gioco avevano unito”.
Dante, osservando quel
loro incedere eguale, pareva comprendere che vi sono anime che giungono alla
beatitudine non per il clamore della vittoria, ma per la purezza d’un destino
che le ha volute inseparabili anche nell’ultimo, silenzioso istante. Resta
soltanto un silenzio lieve, quasi leopardiano, capace di ricordare quanto
fragile sia la gloria umana. Perché anche il calcio, come la vita raccontata da
Giacomo Leopardi[lxxiii],
vive dentro una bellezza destinata a svanire. La folla esulta, i cori riempiono
il cielo, gli stadi sembrano eterni. Eppure basta un istante perché tutto
finisca: un cuore che cede, una corsa che si interrompe, un destino che spezza
il sogno proprio nel momento della sua massima luce. Anche Dante, osservando
quei campioni perduti troppo presto, abbassò lo sguardo comprendendo che il
vero Paradiso non appartiene ai vincitori, ma a chi attraversa la vita
lasciando dietro di sé un’emozione impossibile da dimenticare.
Nel “Cielo della Memoria Ferita”, qui dimorano coloro che il gioco non
sconfisse, ma che furono strappati alla terra dalla violenza degli uomini,
dalle guerre, dalle dittature o dall’odio che talvolta si annida attorno al
pallone. E tra questi uomini del riscatto, come una presenza più silenziosa e
insieme più dolorosa, camminava Andrés Escobar[lxxiv].
Non era circondato da clamore né da condanna. La sua figura aveva la compostezza
di chi ha già attraversato il giudizio del mondo e ne porta addosso il peso
senza più opporsi. Nel Paradiso del calcio non vi era accusa, ma memoria; e la
memoria, qui, non feriva più. Eppure la sua storia restava scritta anche nell’ombra.
Sulla terra, un rigore sbagliato, un gesto minimo dentro l’immensità crudele
del gioco, “era stato trasformato dagli
uomini in colpa assoluta, in destino rovesciato, in pretesto di vendetta”.
E così, in un vile gesto che non apparteneva più allo sport ma alla ferocia
umana, la sua vita era stata spezzata da chi aveva confuso il pallone con la
giustizia e l’errore con il peccato. Nel Paradiso, però, quella violenza non
trovava più dimora. Si dissolveva come nebbia davanti a una luce più grande, e
ciò che restava di Escobar non era la colpa attribuita dagli uomini, ma la
dignità del suo passo, ancora intento a cercare una spiegazione che la terra
non era stata capace di dargli.
Quando lo incontrammo con Dante,
il poeta “non pronunciò parola”
taciuto a lungo, comprese che certe anime non hanno bisogno di assoluzione, ma
soltanto di essere sottratte per sempre alla brutalità del giudizio umano.
Insieme a lui, in quel piccolo coro degli uomini riscattati, si avvertiva una
verità semplice e severa: che nel calcio, come nella Commedia, non sempre la
gloria appartiene ai più forti, ma spesso a coloro che hanno saputo
attraversare il limite, la paura e l’oblio, lasciando dietro di sé un’impronta
che il tempo non riesce a cancellare.
Avanzammo in silenzio accanto a quest’anima, e poco
distante da Andrés, che ancora portava sul volto la dolce malinconia di
[i] Luciano Vassallo (Asmara, 15 agosto
1935 – Ostia, 16 settembre 2022) e Italo Vassallo (Asmara, 1940 – Roma, 30
luglio 2021): Calciatori italo-eritrei, rappresentano una delle vicende più
significative nella storia del calcio africano del periodo postcoloniale. Nati
in Eritrea durante il dominio italiano, da padre italiano e madre eritrea,
furono protagonisti del calcio etiope negli anni Cinquanta e Sessanta, in una
fase storica caratterizzata dalla costruzione di nuove identità nazionali
attraverso lo sport. Luciano Vassallo, centrocampista e capitano della
Nazionale etiope, fu il principale riferimento tecnico della squadra che
conquistò la Coppa d’Africa del 1962, primo e unico titolo continentale dell’Etiopia.
Considerato uno dei migliori centrocampisti africani della sua epoca, venne
premiato come miglior giocatore della competizione. Italo Vassallo, attaccante,
fu anch’egli protagonista di quella storica formazione e realizzò una delle
reti decisive nel torneo, contribuendo al successo della nazionale etiope. Entrambi
legarono la propria carriera al Cotton FC di Dire Dawa, club con il quale
conquistarono diversi titoli nazionali etiopi. La loro presenza nella Nazionale
rappresentò un elemento simbolico rilevante: figli di una terra segnata dal
colonialismo e dalle tensioni politiche, divennero figure di riferimento di un
calcio capace di rappresentare l’integrazione tra differenti appartenenze
culturali.
Dopo
la fine della carriera sportiva, le loro vicende personali seguirono percorsi
diversi. Luciano Vassallo lasciò l’Etiopia dopo i cambiamenti politici seguiti
alla rivoluzione del 1974 e si stabilì in Italia, dove visse fino alla morte.
Italo rimase invece maggiormente legato alla realtà eritrea ed etiope. La
storia dei fratelli Vassallo occupa un posto particolare nella storiografia
sportiva africana: non soltanto per i risultati ottenuti sul campo, ma per il
valore storico e sociale della loro esperienza. Furono protagonisti di una fase
in cui il calcio divenne strumento di rappresentazione nazionale, emancipazione
e costruzione identitaria, anticipando il ruolo che lo sport avrebbe assunto
nei processi culturali e politici del continente africano.
[ii] Sotiris Kaiafas (Mia Milia, 17
dicembre 1949): Ex calciatore cipriota, è generalmente considerato il più
importante giocatore nella storia del calcio di Cipro. Attaccante di
straordinaria prolificità, legò l’intera carriera all’Omonia Nicosia, società con la quale disputò oltre diciassette
stagioni, contribuendo in modo determinante al periodo più vincente del club.
Capocannoniere del campionato cipriota per otto volte e autore di oltre 260
reti in campionato, raggiunse il vertice della propria carriera nella stagione
1975-1976, quando conquistò la Scarpa d’Oro
europea, diventando l’unico calciatore cipriota ad aver ottenuto tale
riconoscimento. Il premio rappresenta tuttora uno dei massimi risultati
individuali nella storia dello sport dell’isola. Con la Nazionale di Cipro partecipò alla crescita del movimento
calcistico nazionale in un’epoca in cui il calcio cipriota occupava ancora una
posizione marginale nel panorama europeo. Nel 2003 l’UEFA lo designò come Golden Player di Cipro, riconoscendolo
quale calciatore cipriota più rappresentativo del XX secolo. La figura di
Kaiafas occupa un posto centrale nella storiografia sportiva cipriota: non
soltanto per i primati realizzativi e i successi ottenuti, ma per aver
conferito visibilità internazionale al calcio dell’isola, divenendo il
principale simbolo della sua affermazione nel contesto europeo.
[iii]
Mia Milia (in greco Μια
Μηλιά, oggi nota anche con il nome turco Haspolat)
è un villaggio storico dell’area di Nicosia, a Cipro. Situato nella parte
orientale della capitale, dopo gli eventi del 1974 è passato sotto il controllo
de facto della Repubblica Turca di Cipro del Nord. Il toponimo significa
letteralmente "un melo" e il centro abitato è documentato fin
dal XIII secolo.
[iv] Lee Wai Tong (Hong Kong, 16 ottobre
1905 – Hong Kong, 4 luglio 1979): Calciatore, allenatore e dirigente
sportivo cinese di origine hongkonghese, è unanimemente considerato una delle
figure più importanti nella storia del calcio asiatico. Soprannominato il “Re del calcio asiatico”, fu il
principale protagonista del football cinese tra gli anni Venti e Quaranta,
contribuendo in modo decisivo alla diffusione e alla crescita del gioco nel
continente. Attaccante di straordinaria prolificità, legò gran parte della
propria carriera al South China
Athletic Association di Hong Kong, con cui conquistò numerosi titoli
nazionali. Con la Nazionale della Repubblica di Cina vinse cinque edizioni dei
Giochi dell’Estremo Oriente e partecipò ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936,
divenendo il simbolo della prima grande stagione internazionale del calcio
cinese. La tradizione statistica gli attribuisce oltre 1.200 reti ufficiali e
non ufficiali nell’arco della carriera, un dato che lo colloca tra i più
prolifici marcatori della storia del calcio, sebbene le fonti dell’epoca non
consentano una verifica completa secondo i criteri statistici moderni. Dopo il
ritiro dall’attività agonistica intraprese una significativa carriera
dirigenziale e tecnica, guidando la Nazionale della Repubblica di Cina alla
vittoria dei Giochi Asiatici del 1954 e ricoprendo incarichi di rilievo nelle
istituzioni calcistiche continentali e internazionali, fino a diventare
vicepresidente della FIFA. La figura di Lee Wai Tong occupa un posto centrale
nella storia dello sport asiatico del Novecento: non soltanto come campione e
goleador, ma come uno dei principali artefici dell’affermazione del calcio nell’Estremo
Oriente, in un’epoca in cui il continente cercava ancora un proprio spazio nel
panorama calcistico mondiale.
[v] Loro
Boriçi (Scutari, 4 agosto 1922 – Tirana, 25 aprile 1984):
Calciatore e allenatore albanese, è unanimemente considerato una delle figure
fondative della storia del calcio albanese. Attaccante di grande statura
tecnica e carismatica, legò il proprio nome al Vllaznia Scutari, al Partizani Tirana
e, durante la Seconda guerra mondiale, anche alla Lazio,
con la quale disputò due stagioni in Serie A. Capitano della Nazionale albanese
vincitrice della Coppa dei Balcani del 1946,
primo importante successo internazionale del calcio del Paese, fu
successivamente commissario tecnico della selezione nazionale in più periodi e
allenatore del Partizani, contribuendo in maniera determinante allo sviluppo
tecnico del calcio albanese nel secondo dopoguerra. Considerato uno dei
pionieri del calcio moderno in Albania, la sua influenza si estese ben oltre l’attività
agonistica, comprendendo la formazione degli allenatori e l’organizzazione
sportiva nazionale. In suo onore il principale stadio di Scutari porta oggi il
nome di Stadio Loro Boriçi,
testimonianza del posto centrale che occupa nella memoria sportiva albanese.
[vi] Sir
Stanley Matthews (Hanley, Stoke-on-Trent, 1º febbraio 1915 –
Newcastle-under-Lyme, 23 febbraio 2000): Calciatore inglese, è
considerato una delle figure più influenti nella storia del calcio mondiale.
Ala destra dotata di eccezionali capacità tecniche, celebre per il dribbling,
la velocità e la correttezza sportiva, sviluppò la propria carriera
principalmente nello Stoke City e nel Blackpool, imponendosi come uno dei
protagonisti del football britannico tra gli anni Trenta e Cinquanta. Con la
Nazionale inglese disputò 54 incontri internazionali e partecipò ai Campionati
del Mondo del 1950 e del 1954. Nel 1953 fu il principale artefice della
vittoria del Blackpool nella finale di FA Cup contro il Bolton Wanderers, una
partita entrata nella memoria collettiva come la “Matthews Final”. Nel 1956
divenne il primo vincitore del Pallone d’Oro, riconoscimento istituito da France Football per premiare il
miglior calciatore europeo dell’anno. La sua longevità agonistica fu
altrettanto straordinaria: continuò infatti a competere ai massimi livelli fino
a quasi cinquant’anni di età, rappresentando un caso eccezionale nella storia
dello sport professionistico. Nominato cavaliere dalla Corona britannica nel
1965, primo calciatore a ricevere tale onorificenza durante la carriera,
Matthews occupa un posto centrale nella storiografia del calcio del Novecento
quale modello di professionalità, disciplina atletica e innovazione tecnica nel
ruolo di ala.
[vii] Lamberto
Boranga (Foligno, 30 ottobre 1942): Ex calciatore, medico e
atleta master italiano, rappresenta una delle figure più singolari dello sport
nazionale per avere coniugato attività professionistica, carriera scientifica e
straordinaria longevità agonistica. Portiere di Perugia, Fiorentina, Reggiana,
Brescia, Cesena, Varese e Parma, disputò oltre cento incontri in Serie A tra
gli anni Sessanta e Settanta. Laureato in Medicina e specializzato in
cardiologia e medicina dello sport, dopo il ritiro dal professionismo proseguì
l’attività agonistica sia nel calcio dilettantistico sia nell’atletica master, conquistando
titoli nazionali e internazionali. Tornò infatti più volte a difendere i pali
in età avanzata, giocando gare ufficiali fino a 82 anni e divenendo il
calciatore più anziano ad aver disputato un incontro ufficiale in Italia. La
sua vicenda costituisce un caso di particolare interesse nella storia dello
sport contemporaneo per il rapporto tra pratica agonistica, ricerca medica e
invecchiamento attivo.
[viii] Kazuyoshi
Miura (Shizuoka, 26 febbraio 1967): Calciatore giapponese,
universalmente noto come “King
Kazu”, è una delle figure più significative nella storia del
calcio asiatico e un caso pressoché unico di longevità agonistica nel panorama
sportivo mondiale. Trasferitosi adolescente in Brasile per perfezionare la
propria formazione calcistica, esordì tra i professionisti nel 1986 e contribuì
in modo decisivo alla crescita e alla popolarizzazione del calcio giapponese
negli anni precedenti e successivi alla nascita della J.League. Con la
Nazionale del Giappone collezionò 89 presenze e 55 reti, risultando uno dei
protagonisti dell’affermazione internazionale del movimento calcistico
nipponico. Nel 1994 divenne inoltre il primo calciatore giapponese a disputare
la Serie A italiana, vestendo la maglia del Genoa. Vincitore del premio di
Calciatore asiatico dell’anno nel 1993, ha attraversato oltre quattro decenni
di attività professionistica militando in club di Giappone, Brasile, Italia,
Croazia, Australia e Portogallo. Ancora in attività a 58 anni e avviato verso
la sua quarantunesima stagione professionistica, detiene numerosi primati di
longevità e rappresenta uno dei più emblematici esempi di continuità agonistica
nella storia del calcio contemporaneo.
[ix] Robert
Carmona (Montevideo, 30 aprile 1962): Calciatore uruguaiano,
occupa un posto peculiare nella storia del calcio per essere riconosciuto come
il più anziano giocatore in attività al mondo. Difensore centrale, ha
intrapreso la carriera professionistica alla fine degli anni Settanta e ha
militato in numerose società di Uruguay, Argentina, Paraguay, El Salvador,
Stati Uniti, Canada, Spagna e Italia, superando le 2.200 presenze ufficiali nel
corso di oltre quattro decenni di attività agonistica ininterrotta. Detentore
di un primato riconosciuto dal Guinness World Records, ha continuato a
disputare incontri ufficiali oltre i 60 anni, distinguendosi per una longevità
sportiva senza precedenti nel calcio contemporaneo. La sua vicenda rappresenta
un caso di particolare interesse negli studi sulla durata della carriera
atletica, sulla preparazione fisica e sull’invecchiamento attivo nello sport
professionistico.
[x] Paolo Pulici (Cavenago d’Adda,
1950). Paolo Pulici, per tutti “Pupi” e ribattezzato dal celebre
giornalista Gianni Brera “Puliciclone” per la devastante e impetuosa
forza della sua natura atletica, nasce a Cavenago d’Adda il 27 aprile 1950 ed è
l’idolo indiscusso, il primatista di reti (172 gol complessivi) e il simbolo
romantico del Torino nel secondo Dopoguerra. Mancino naturale convertito all’uso
di entrambi i piedi, calciatore di rara potenza fisica, scatto bruciante e
straordinaria audacia acrobatica nel gioco aereo, lega il suo mito al club
granata dal 1967 al 1982, conquistando tre volte il titolo di capocannoniere
della Serie A (1973, 1975 e 1976) e componendo con Francesco Graziani la leggendaria
coppia dei “Gemelli del Gol”. Sotto la guida di Luigi Radice, trascina il
Torino allo storico scudetto del 1976, spezzando il lungo tabù che durava dalla
tragedia del Grande Torino con un contributo personale di 21 reti. Meno
fortunato è il suo rapporto con la Nazionale azzurra, dove colleziona 19
presenze e 5 reti, chiuso tatticamente dai moduli dell’epoca e relegato in
panchina sia ai Mondiali di Germania 1974 sia a quelli di Argentina 1978. Dopo
aver chiuso la carriera militando nell’Udinese e nella Fiorentina, si dedica
per anni all’insegnamento del calcio ai giovanissimi nella sua scuola calcio a
Trezzo sull’Adda, restando per sempre nell’immaginario collettivo come il
prototipo del bomber d’area di rigore, generoso, fiero e visceralmente legato alla
maglia granata.
[xi] Francesco Graziani (Subiaco, 1952).
Francesco Graziani, noto affettuosamente a tutti come “Ciccio”, nasce a
Subiaco il 16 dicembre 1952 ed è universalmente considerato uno dei più
generosi, completi e forti centravanti del calcio italiano del secondo
Dopoguerra, nonché un pilastro insostituibile del Torino e della Nazionale.
Attaccante moderno ante litteram, capace di abbinare un eccezionale fiuto del
gol a una straordinaria forza fisica, a un ottimo gioco aereo e a un dinamismo
infaticabile nel fare pressing e nell’aprire varchi per i compagni, lega i suoi
anni più gloriosi al Torino dal 1973 al 1981: in maglia granata sigla 122 reti
complessive, vince la classifica dei marcatori di Serie A nel 1977 con 21 gol e
compone con Paolo Pulici la leggendaria e simbiotica coppia dei “Gemelli del
Gol”, con cui trascina la squadra guidata da Luigi Radice allo storico scudetto
del 1976. Successivamente milita con successo nella Fiorentina, sfiorando un
altro tricolore nel 1982, e nella Roma, con cui conquista due Coppe Italia e
raggiunge la drammatica finale di Coppa dei Campioni nel 1984 persa ai rigori
contro il Liverpool, prima di chiudere la carriera tra Udinese e gli
australiani dell’APIA Leichhardt. Il culmine della sua epopea sportiva si compie
tuttavia con la Nazionale italiana (con cui colleziona 64 presenze e 23 reti):
dopo aver partecipato ai Mondiali del 1978 e agli Europei del 1980, si laurea
Campione del Mondo in Spagna nel 1982 come titolare inamovibile nello
scacchiere tattico di Enzo Bearzot, firmando il gol decisivo contro il Camerun
e arrendendosi solo a un infortunio alla spalla nei primi minuti della
finalissima vinta contro la Germania Ovest. Uomo dalla personalità carismatica,
schietta e travolgente, dopo il ritiro intraprende la carriera di allenatore e
dirigente (guidando tra le altre Fiorentina, Reggina e Catania), trovando in
seguito una grandissima popolarità televisiva sia come volto di reality
sportivi sia come apprezzato e ironico opinionista mediatico, rimanendo nel cuore
degli sportivi come l’emblema della passione, del sacrificio e dell’orgoglio
italiano.
[xii] I Gemelli del Gol , Pulici e
Graziani. Paolo Pulici e Francesco Graziani rappresentano, per antonomasia
nella storia del calcio italiano, la coppia d’attacco più prolifica, simbiotica
e travolgente degli anni Settanta, capace di legare indissolubilmente il
proprio sodalizio alla rinascita sportiva del Torino. Soprannominati “I Gemelli
del Gol” dalla stampa specializzata per la straordinaria capacità di integrarsi
a memoria sul rettangolo di gioco, i due attaccanti granata combinavano
caratteristiche tecniche e fisiche perfettamente complementari: Paolo Pulici,
detto “Pupi”, era un’ala sinistra e poi centravanti d’istinto puro,
dotato di una potenza fisica devastante, un tiro al fulmicotone con entrambi i
piedi e un’abilità acrobatica fuori dal comune che lo rese per tre volte
capocannoniere della Serie A; Francesco Graziani, detto “Ciccio”, era
invece il prototipo del centravanti moderno, generoso nel pressing, abile nel
gioco aereo e fondamentale nel creare spazi per il compagno grazie a un
dinamismo e a uno spirito di sacrificio unici. Sotto la guida tattica di Luigi
Radice, la coppia trascina il Torino alla conquista dello storico e memorabile
scudetto del maggio 1976 — siglando ben 36 delle 49 reti complessive della
squadra (21 Pulici, 15 Graziani) —, un’impresa epica che spezza un digiuno
tricolore che durava dalle settimane drammatiche della tragedia di Superga e
che riporta il club granata sul tetto d’Italia dopo ventisette anni di attesa.
Il loro binomio, capace di totalizzare l’incredibile cifra di quasi duecento
gol complessivi con la maglia del Torino tra il 1973 e il 1981, si trasferisce
con successo anche nella Nazionale italiana (con cui Graziani si laureerà poi
Campione del Mondo nel 1982), rimanendo scolpito nell’immaginario collettivo
dei tifosi come il simbolo romantico e insuperato di un calcio coraggioso,
operaio e tremendamente efficace.
[xiii] La tragedia di Superga (Torino,
1949). Il 4 maggio 1949 si consuma una delle pagine più drammatiche,
dolorose e indelebili della storia dello sport mondiale: il trimotore Fiat
G.212 delle Avio Linee Italiane, di ritorno da Lisbona dove il Grande Torino
aveva disputato un’amichevole contro del Benfica per l’addio al calcio del
capitano lusitano Francisco Ferreira, si schianta a causa della fitta nebbia e
di un guasto all’altimetro contro il muraglione posteriore della Basilica di
Superga, sulla collina che sovrasta Torino. Nell’impatto, avvenuto alle ore
17:03, perdono la vita istantaneamente tutte le 31 persone a bordo: i 18
leggendari calciatori di quella squadra invincibile guidata da Valentino
Mazzola (tra cui capisaldi del calcio italiano come Bacigalupo, Ballarin,
Maroso, Loik, Gabetto, Ossola e Menti), i dirigenti societari Egidio Agnisetta
e Vittorio Civalleri, gli allenatori Egri Erbstein e Leslie Lievesley, il
massaggiatore Osvaldo Cortina, i tre giornalisti sportivi al seguito Renato
Casalbore, Luigi Cavallero e Renato Tosatti, e i quattro membri dell’equipaggio.
Quella squadra straordinaria, capace di conquistare cinque scudetti consecutivi
e di costituire, con dieci elementi su undici, l’ossatura portante della
Nazionale italiana di Vittorio Pozzo, venne cancellata in un solo istante,
lasciando l’intera nazione in uno stato di shock e di lutto collettivo,
testimoniato dagli oltre cinquecentomila cittadini che affollarono le strade di
Torino il giorno dei funerali di Stato. Il Torino fu proclamato campione d’Italia
a tavolino a quattro giornate dalla fine del torneo e disputò le ultime partite
schierando la formazione ragazzi contro i pari età delle squadre avversarie,
mentre il mito del Grande Torino, cristallizzato e sottratto per sempre al
declino del tempo dalla collina di Superga, entrava di diritto nella leggenda
eterna del calcio e nella memoria sentimentale d’Italia, che ogni 4 maggio si
ritrova in quel luogo sacro per onorarne il ricordo.
[xiv] Giancarlo Antognoni (Marsciano,
1954). Giancarlo Antognoni nasce a Marsciano il 1 aprile 1954 ed è l’emblema
assoluto, il capitano storico e la bandiera più splendente della Fiorentina,
club a cui lega quasi interamente la propria parabola agonistica dal 1972 al
1987 disputando 429 partite ufficiali e segnando 72 reti. Regista avanzato dal
talento purissimo, dotato di una classe aristocratica, un lancio millimetrico,
una falcata elegante e l’innata attitudine di giocare a testa alta sfidando a
viso aperto i difensori avversari, diventa l’idolo indiscusso della tifoseria
viola con cui conquista la Coppa Italia nel 1975, decidendo di rifiutare nel
corso degli anni le ricchissime offerte delle grandi potenze del Nord pur di
non tradire la città di Firenze. La sua carriera, straordinaria ma costellata
da infortuni drammatici — tra cui il terribile scontro di gioco del 1981 con il
portiere del Genoa Silvano Martina che gli causò una frattura cranica e l’arresto
temporaneo del battito cardiaco —, tocca l’apice con la Nazionale italiana
guidata da Enzo Bearzot: con gli Azzurri colleziona 73 presenze (di cui 4 da
capitano) e 7 reti, laureandosi Campione del Mondo in Spagna nel 1982 dopo aver
illuminato il centrocampo per tutto il torneo, nonostante l’immensa beffa di
dover saltare la finalissima contro la Germania Ovest a causa di un infortunio
patito nella semifinale contro la Polonia. Dopo aver chiuso la carriera in
Svizzera con il Losanna, ricopre per lungo tempo ruoli dirigenziali di primo
piano nella Fiorentina e all’interno della FIGC come capo delegazione delle
Nazionali giovanili, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come l’ultimo
romantico “dieci” rimasto fedele ai propri colori, un campione amato e
rispettato da tutte le tifoserie d’Italia per la sua lealtà e la sua immensa
classe.
[xv] Francesco
Totti (Roma, 1976). Francesco Totti nasce a Roma il 27 settembre 1976 ed è
l’emblema assoluto, il capitano storico e la bandiera più splendente della
Roma, club a cui lega l’intera parabola agonistica dal 1993 al 2017 disputando
l’incredibile cifra di 786 partite ufficiali e segnando 307 reti. Numero dieci
dal talento purissimo, dotato di una visione di gioco celestiale, un lancio
millimetrico e una potenza di tiro devastante, evolve la propria posizione da
trequartista puro a seconda punta, fino a reinventarsi come “falso nove” sotto
la guida di Luciano Spalletti, vincendo la Scarpa d’Oro nel 2007. Con i
giallorossi conquista lo storico scudetto del 2001, due Coppe Italia e due
Supercoppe Italiane, decidendo di rifiutare nel corso degli anni le ricchissime
offerte delle grandi potenze mondiali, su tutti il Real Madrid, pur di rimanere
fedele alla squadra della sua città, di cui diventa il miglior marcatore e il
primatista di presenze di tutti i tempi, nonché il secondo marcatore più
prolifico nella storia della Serie A con 250 gol. La sua leggenda tocca l’apice
con la Nazionale italiana (con cui colleziona 58 presenze e 9 reti): dopo aver
illuminato l’Europeo del 2000 rimasto celebre per il suo audace “cucchiaio”
dal dischetto contro l’Olanda in semifinale, si laurea Campione del Mondo in
Germania nel 2002 e nel 2006, quest’ultimo vissuto da protagonista assoluto
firmando il rigore decisivo contro l’Australia agli ottavi nonostante una
placca di metallo alla caviglia inserita pochi mesi prima. Personaggio dal
carisma travolgente, ironico e popolarissimo anche fuori dal campo, dà l’addio
al calcio giocato il 28 maggio 2017 in un match contro il Genoa, salutando lo
Stadio Olimpico in una cerimonia entrate di diritto nella storia emotiva dello
sport mondiale. Dopo il ritiro ricopre per un biennio il ruolo di dirigente
nella Roma, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come l’ottavo re
di Roma e uno dei più grandi e geniali calciatori della storia italiana.
[xvi] Amedeo Amadei (Frascati, 1921 –
Grottaferrata, 2013). Amedeo Amadei, calcisticamente noto con il
leggendario e affettuoso soprannome di “Fornaretto” per via delle
origini della sua famiglia, titolare di un noto forno a Frascati, nasce il 26
luglio 1921 ed è una delle figure più romantiche, precoci e prolifiche della
storia del calcio italiano, nonché il primo grande idolo assoluto della
tifoseria della Roma. Centravanti d’infaticabile dinamismo, dotato di uno
scatto fulmineo, un tiro potente e un senso della posizione straordinario,
debutta in Serie A con la maglia giallorossa il 2 maggio 1937 a soli 15 anni, 9
mesi e 6 giorni: un record assoluto di precocità che è rimasto imbattuto per
ben ottant’anni nella massima serie italiana. Con la Roma disputa 234 partite
ufficiali segnando 111 reti e si consacra definitivamente nella stagione
1941-1942 quando, realizzando 18 gol decisivi, trascina la formazione guidata
da Alfréd Schaffer alla conquista del primo, storico e insperato scudetto della
storia del club capitolino. Nel secondo dopoguerra, a causa delle gravi
difficoltà finanziarie della società romana, viene ceduto prima all’Inter (dove
si conferma bomber di razza siglando 42 reti in due stagioni) e successivamente
al Napoli, dove gioca per sei anni diventando il capitano e il trascinatore
della rinascita partenopea in Serie A. Il suo legame con la Nazionale italiana viene
drammaticamente condizionato dalla tragedia di Superga, che cancella il blocco
del Grande Torino; Amadei viene comunque convocato per i Mondiali di Brasile
1950, chiudendo la sua esperienza in Azzurro con 13 presenze e 7 gol. Dopo il
ritiro dall’attività agonistica avvenuto nel 1956 con un bottino di 174 reti in
Serie A (che lo colloca tra i migliori marcatori di sempre), intraprende la
carriera di allenatore guidando il Napoli e, in seguito, la Nazionale femminile
italiana. Scompare a Grottaferrata il 24 novembre 2013 all’età di 92 anni,
venendo inserito di diritto nella Hall of Fame ufficiale della Roma come
intramontabile simbolo di un calcio d’altri tempi fatto di passione, fedeltà e
appartenenza.
[xvii] Garrincha (Magé, 1933 – Rio de
Janeiro, 1983). Manuel Francisco dos Santos, universalmente noto come
Garrincha (dal nome di un piccolo uccello della foresta amazzonica) o “Anjo
de Pernas Tortas” (l’angelo dalle gambe storte), nasce a Magé il 28 ottobre
1933 ed è considerato il più grande dribblatore della storia del calcio, nonché
una delle ali destre più forti e poetiche di tutti i tempi. Affetto fin dalla
nascita da gravi problemi fisici, tra cui il bacino sbilanciato e una gamba
sinistra più corta dell’altra di sei centimetri, trasforma queste malformazioni
nel suo punto di forza assoluto, sviluppando una finta imprevedibile e una
rapidità d’esecuzione che rendevano i suoi movimenti calcistici del tutto
indecifrabili per qualsiasi difensore. Legato indissolubilmente al Botafogo,
club con cui disputa 612 partite segnando 245 reti e vincendo tre Campionati
Carioca, scrive le pagine più gloriose della sua parabola sportiva con la
Nazionale del Brasile, con cui colleziona 50 presenze e 5 reti perdendo una
sola partita in tutta la sua carriera internazionale. Dopo aver conquistato da
protagonista il Mondiale di Svezia 1958, tocca l’apice assoluto della sua
leggenda a Cile 1962 quando, a causa dell’infortunio di Pelé nelle prime
battute del torneo, trascina da solo i verdeoro alla vittoria del titolo
mondiale, venendo eletto miglior giocatore e capocannoniere della competizione.
Uomo dallo spirito ingenuo, generoso e totalmente distaccato dal business del
calcio, vive una vita privata turbolenta e segnata dalla dipendenza dall’alcol
e dalla travagliata relazione con la cantante Elza Soares, cadendo in povertà
dopo il ritiro avvenuto nei primi anni Settanta. Scompare prematuramente a Rio
de Janeiro il 20 gennaio 1983 a soli 49 anni a causa di una cirrosi epatica,
pianto da un intero popolo che lo ha sempre identificato come “A Alegria do
Povo” (la gioia del popolo), il simbolo più puro del calcio inteso come
arte, divertimento e riscatto sociale.
[xviii] Antonio Cabrini (Cremona, 1957).
Antonio Cabrini nasce a Cremona l’8 ottobre 1957 ed è universalmente
considerato uno dei più grandi, completi e influenti terzini sinistri della
storia del calcio mondiale, nonché un’icona assoluta della Juventus e della
Nazionale italiana. Mancino naturale, ribattezzato dal celebre giornalista
Gianni Brera “Bell’Antonio” per il fascino e la straordinaria popolarità
presso il pubblico femminile, rivoluziona il ruolo del difensore laterale
moderno abbinando a una solida disciplina in marcatura una spinta offensiva
costante, un cross millimetrico e una straordinaria propensione al gol. Cresciuto
nella Cremonese e transitato dall’Atalanta, lega il suo nome all’epopea della
Juventus dal 1976 al 1989, disputando 440 partite ufficiali con 52 reti e
conquistando sei scudetti, due Coppe Italia e tutte le maggiori competizioni
internazionali della UEFA (Coppa UEFA 1977, Coppa delle Coppe 1984, Supercoppa
UEFA 1984, Coppa dei Campioni 1985 e Coppa Intercontinentale 1985), un palmarès
che lo colloca tra i pochissimi calciatori al mondo ad aver vinto ogni torneo
continentale per club. Il culmine della sua leggenda si compie tuttavia con la
maglia della Nazionale azzurra (con cui colleziona 73 presenze, di cui 10 da
capitano, e 9 reti, record assoluto per un difensore italiano): dopo aver
impressionato il mondo a soli vent’anni nel Mondiale di Argentina 1978, dove
viene eletto miglior giovane della competizione, si laurea Campione del Mondo
in Spagna nel 1982 come colonna insostituibile dello scacchiere di Enzo
Bearzot, segnando un gol decisivo nel trionfo contro l’Argentina di Maradona e
superando psicologicamente l’errore del rigore calciato fuori nella finalissima
contro la Germania Ovest. Dopo aver chiuso la carriera agonistica nel Bologna
nel 1991, intraprende l’attività di allenatore guidando diverse squadre di club
e, dal 2012 al 2017, la Nazionale maggiore femminile italiana, rimanendo per
sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo insuperato del terzino d’attacco,
simbolo di eleganza, potenza e trionfo sportivo.
[xix] Francesco Rocca (San Vito Romano,
1954). Francesco Rocca nasce a San Vito Romano il 2 agosto 1954 ed è una
delle figure più eroiche, amate e calcisticamente drammatiche della storia
della Roma e del calcio italiano degli anni Settanta, rimasto nel cuore di
tutti i tifosi con il leggendario soprannome di “Kawasaki” per la
progressione devastante, la velocità sovrumana e l’instancabile energia con cui
arava la fascia sinistra. Terzino fluidificante moderno, dotato di una potenza
atletica fuori dal comune, di un temperamento indomito e di uno spirito di
sacrificio assoluto, cresce nel vivaio giallorosso e debutta in prima squadra
nel 1972, diventando in brevissimo tempo un idolo assoluto della Curva Sud e un
punto fermo della Nazionale italiana di Fulvio Bernardini e Enzo Bearzot, con
cui colleziona 18 presenze e una rete e di cui viene indicato come il pilastro
su cui fondare la difesa del futuro. La sua promettente e sfolgorante carriera
viene tuttavia spezzata a soli ventidue anni nell’ottobre del 1976, quando
subisce un gravissimo infortunio al ginocchio interno (distacco del tendine
rotuleo e blocco dei legamenti) durante una partita contro il Cesena;
nonostante una serie infinita di interventi chirurgici, infiltrazioni
dolorosissime e strenui tentativi di rientro dettati dal suo attaccamento
viscerale alla maglia, l’articolazione non reggerà lo sforzo, costringendolo a
un precoce e straziante ritiro dalle scene agonistiche nel 1981 a soli ventisei
anni, dopo 172 presenze totali con la Roma con cui riesce comunque a sollevare
due Coppe Italia. Nonostante il tragico addio al calcio giocato, non abbandona
il mondo del pallone e intraprende una brillante e stimata carriera come
allenatore federale all’interno della FIGC, guidando con polso fermo e grande
disciplina tattica la Nazionale Olimpica a Seul 1988 (classificatasi al quarto
posto) e diverse selezioni giovanili azzurre (Under-19 e Under-20), con cui
conquista storici argenti europei e mondiali e dove si fa apprezzare come
maestro di sport e di vita, restando per sempre nell’immaginario collettivo
come il simbolo puro del calciatore generoso che ha dato letteralmente tutto se
stesso per i colori della sua squadra.
[xx] Franco Causio (Lecce, 1949).
Franco Causio, universalmente noto con il celebre soprannome di “Barone”
per l’innata eleganza dei suoi modi, la classe aristocratica sul rettangolo di
gioco e il portamento fiero dentro e fuori dal campo, nasce a Lecce il 1°
febbraio 1949 ed è considerato una delle ali destre più forti, geniali e
complete della storia del calcio italiano. Giocatore dal talento purissimo,
dotato di un dribbling ubriacante, una visione di gioco panoramica e una
precisione chirurgica nei cross e nei calci piazzati, univa alla fantasia del
numero dieci una spinta costante sulla fascia e un ottimo senso del gol. Dopo
gli esordi nel Lecce e i passaggi alla Reggina e al Palermo, lega
indissolubilmente il suo nome all’epopea della Juventus di Giampiero Boniperti,
disputando ben 447 partite ufficiali con 72 reti tra il 1970 e il 1981, e
diventando il faro offensivo di una squadra capace di conquistare sei scudetti,
una Coppa Italia e la storica Coppa UEFA del 1977. Successivamente si
trasferisce all’Udinese, dove disputa tre stagioni straordinarie a fianco del
fuoriclasse brasiliano Zico, prima di militare nell’Inter, nel Lecce (con cui
debutta in Serie A da capitano della squadra della sua terra) e chiudere la
carriera alla Triestina nel 1988, a quasi quarant’anni. Il culmine della sua
epopea sportiva si compie con la maglia della Nazionale italiana, con cui
colleziona 63 presenze e 6 reti, partecipando a tre campionati del mondo (1974,
1978 e 1982) e laureandosi Campione del Mondo in Spagna nel 1982; proprio in
quel Mondiale, Enzo Bearzot gli concede il tributo d’onore facendolo entrare
nei minuti finali della finalissima di Madrid vinta contro la Germania Ovest.
Dopo il ritiro dall’attività agonistica ha ricoperto ruoli dirigenziali come
direttore sportivo e stimato osservatore, intraprendendo poi una lunga e
apprezzata carriera come opinionista e commentatore televisivo, rimanendo per
sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo della fantasia e dello
stile applicati al calcio.
[xxi] Pierino Fanna (Grimacco, 1958).
Pierino Fanna nasce a Grimacco il 23 giugno 1958 ed è considerato una delle ali
destre più estrose, scattanti e vincenti della storia del calcio italiano,
nonché uno dei pochissimi calciatori ad aver compiuto l’impresa leggendaria di
vincere lo scudetto con tre società diverse. Giocatore dotato di un cambio di
passo fulmineo, un dribbling secco e un’innata capacità di creare la
superiorità numerica sulla fascia, cresce calcisticamente nell’Atalanta prima
di essere acquistato nel 1977 dalla Juventus di Giampiero Boniperti. A Torino,
sotto la guida di Giovanni Trapattoni, disputa cinque stagioni conquistando tre
scudetti (1978, 1981, 1982) e una Coppa Italia, pur vivendo un rapporto alterno
con l’ambiente a causa di un carattere timido e di una discontinuità che ne
frenava l’immenso potenziale. La sua definitiva consacrazione e la maturità
calcistica arrivano nel 1982 con il trasferimento all’Hellas Verona di Osvaldo
Bagnoli: inserito in un meccanismo tattico perfetto, Fanna diventa l’arma
tattica devastante, l’idolo indiscusso della tifoseria scaligera e l’architetto
fondamentale dell’incredibile e storico scudetto del 1985, un miracolo sportivo
rimasto indelebile nella storia del calcio italiano. Nell’estate del 1985 viene
ingaggiato dall’Inter, dove conquista il suo quinto tricolore personale nella
stagione 1988-1989, lo “scudetto dei record” firmato nuovamente da Trapattoni.
Meno fortunata è la sua esperienza con la Nazionale azzurra, condizionata dalla
concorrenza di Bruno Conti e Franco Causio, con cui colleziona comunque 14
presenze partecipando alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Dopo aver chiuso la
carriera agonistica tornando a Verona nel 1993, si stabilisce definitivamente
nella città scaligera lavorando a lungo nei settori giovanili e come
commentatore televisivo, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come
il prototipo del furetto di fascia, un campione silenzioso capace di scrivere
pagine indelebili e uniche del calcio italiano.
[xxii] David Beckham (Londra, 1975).
David Robert Joseph Beckham nasce a Londra il 2 maggio 1975 ed è un’icona
planetaria del calcio mondiale, un simbolo dello sport transgenerazionale e uno
dei centrocampisti destri più forti e carismatici della sua epoca. Dotato di
una visione di gioco straordinaria, di una precisione chirurgica nei passaggi
lunghi e di una maestria balistica leggendaria nel calciare le punizioni e i
cross — dinamica resa celebre in tutto il mondo con l’espressione “Bend it
like Beckham” —, cresce nel settore giovanile del Manchester United
diventando il leader della celebre “Class of ‘92”. Sotto la guida di Sir
Alex Ferguson, indossa la mitica maglia numero 7 dei Red Devils
disputando 394 partite ufficiali con 85 reti e conquistando sei Premier League,
due FA Cup e la storica Champions League del 1999 che sancisce il leggendario Treble
del club. Nel 2003 si trasferisce al Real Madrid all’apice dell’era dei Galácticos,
dove vince una Liga prima di compiere nel 2007 una scelta rivoluzionaria per la
geopolitica del calcio globale, firmando con i Los Angeles Galaxy e diventando
il volto manifesto della rinascita della MLS statunitense. Durante la sua
esperienza americana vive due memorabili parentesi in prestito al Milan (nel
2009 e nel 2010), dove conquista i tifosi rossoneri per serietà ed eleganza
tattica, prima di chiudere la sua straordinaria carriera sul campo nel 2013
sollevando la Ligue 1 con la maglia del Paris Saint-Germain. Pilastro e
capitano storico della Nazionale inglese, colleziona 115 presenze e 17 reti,
partecipando a tre Mondiali e due Europei e rimanendo l’unico calciatore dei Tre
Leoni a segno in tre diverse edizioni della Coppa del Mondo. Fuori dal
rettangolo di gioco, grazie al matrimonio con l’ex Spice Girl Victoria Adams e
a un senso innato dello stile, si trasforma in un fenomeno di costume globale,
un’autentica multinazionale pubblicitaria e un ambasciatore di beneficenza per
l’UNICEF. Dopo il ritiro intraprende con successo la carriera imprenditoriale,
diventando presidente e comproprietario dell’Inter Miami CF — franchigia che
sotto la sua gestione ha saputo ingaggiare stelle del calibro di Lionel Messi
—, restando per sempre nell’immaginario collettivo come il perfetto connubio
tra il talento sportivo d’élite e lo status di leggenda pop globale.
[xxiii] Victoria Beckham (Essex, 1974).
Victoria Caroline Adams, universalmente nota prima come “Posh Spice” e
successivamente come Victoria Beckham, nasce ad Harlow il 17 aprile 1974 ed è
un’icona della cultura pop globale, una delle figure femminili più influenti
dello show business internazionale e una stilista di alta moda di straordinario
successo. Raggiunge la celebrità planetaria a metà degli anni Novanta come
membro delle Spice Girls, il gruppo musicale interamente al femminile che ha
rivoluzionato l’industria discografica mondiale con oltre 100 milioni di dischi
venduti e l’introduzione dello storico slogan culturale del “Girl Power”.
All’interno della band incarna lo stile sofisticato, algido ed elegante,
distinguendosi per i suoi iconici tubini neri, i tagli di capelli asimmetrici e
un’attitudine distaccata che affascina i media e il pubblico di tutto il mondo.
Il 4 luglio 1999, all’apice della fama, sposa il fuoriclasse del calcio inglese
David Beckham nel castello di Luttrellstown in Irlanda, dando vita a una delle
unioni più celebri, mediatiche e longeve dello star system contemporaneo, dalla
quale nasceranno i quattro figli Brooklyn, Romeo, Cruz e Harper. Dopo lo
scioglimento formale delle Spice Girls e una breve parentesi come solista,
decide di abbandonare definitivamente il mondo della musica per assecondare la
sua vera e viscerale passione, debuttando nel 2008 con il proprio marchio di
moda eponimo, Victoria Beckham. Nonostante l’iniziale scetticismo degli
addetti ai lavori, che la consideravano semplicemente la moglie di un
calciatore prestata al design, si impone rapidamente nel panorama della moda d’élite
grazie a linee minimaliste, tagli geometrici perfetti e un’eleganza sartoriale
che le valgono il plauso della critica internazionale e prestigiosi
riconoscimenti, come il premio come Designer Brand of the Year ai
British Fashion Awards. Presente con le sue collezioni sulle passerelle più
prestigiose di New York e Parigi, ha saputo diversificare la sua azienda
espandendosi nel settore della bellezza di lusso con la linea Victoria
Beckham Beauty. Insignita nel 2017 dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine
dell’Impero Britannico (OBE) dal principe Guglielmo per i suoi straordinari contributi
all’industria della moda e per il suo costante impegno filantropico come
ambasciatrice dell’UNAIDS, rimane nell’immaginario collettivo come il perfetto
e formidabile esempio di una popstar globale capace di reinventarsi
completamente, trasformandosi in una delle imprenditrici più stimate e
influenti della moda contemporanea.
[xxiv] Luís Figo (Almada, 1972). Luís
Filipe Madeira Caeiro Figo nasce ad Almada il 4 novembre 1972 ed è
universalmente considerato uno dei calciatori più forti, eleganti e decisivi
della storia del calcio moderno, nonché uno dei più straordinari interpreti del
ruolo di ala destra di tutti i tempi. Dotato di una classe aristocratica, di un
dribbling ipnotico basato su un iconico doppio passo e di una precisione
chirurgica nei cross e nei calci piazzati, cresce nel settore giovanile dello
Sporting Lisbona prima di trasferirsi nel 1995 al Barcellona. In Catalogna
diventa l’idolo indiscusso della tifoseria, il capitano e il trascinatore di
una squadra capace di conquistare due campionati spagnoli, due Coppe del Re e
una Coppa delle Coppe. Nel 2000 compie uno dei trasferimenti più clamorosi,
controversi e discussi della storia dello sport globale, accettando l’offerta
del Real Madrid di Florentino Pérez per 62 milioni di euro: il passaggio ai
rivali storici accende una rivalità feroce — testimoniata dal celebre lancio di
una testa di maiale in campo al suo ritorno al Camp Nou — ma inaugura l’epopea
dei Galácticos. Con la maglia bianca vince due titoli spagnoli, la
Champions League del 2002 e la Coppa Intercontinentale, consacrandosi a livello
personale con la conquista del Pallone d’Oro nel 2000 e del FIFA World Player
nel 2001. Nel 2005 si trasferisce all’Inter, dove spende gli ultimi anni della
sua straordinaria carriera vincendo quattro scudetti consecutivi, una Coppa
Italia e tre Supercoppe Italiane, conquistando i tifosi milanesi per la sua
intelligenza tattica e la sua immensa professionalità prima del ritiro avvenuto
nel 2009. Leader carismatico e capitano della Nazionale del Portogallo, è il
simbolo della splendida “Generazione d’Oro” del calcio lusitano (con cui
vince il Mondiale Under-20 nel 1991), collezionando 127 presenze e 32 reti e
guidando i rossoverdi alla finale dell’Europeo 2004 e al quarto posto nel
Mondiale di Germania 2006. Dopo l’addio al calcio giocato, ha ricoperto ruoli
di rappresentanza e dirigenziali per l’Inter e la UEFA, oltre a distinguersi
per il suo forte impegno in attività filantropiche attraverso la sua
fondazione, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo
della classe pura e della grandezza calcistica.
[xxv] Il lancio della testa di maiale a
Luís Figo (Barcellona, 2002). Il 23 novembre 2002 si consuma al Camp Nou di
Barcellona uno dei capitoli più surreali, tesi e calcisticamente drammatici
della storia del calcio mondiale, rimasto impresso nella memoria collettiva
come l’apice del risentimento sportivo: il lancio di una testa di maiale all’indirizzo
del fuoriclasse portoghese Luís Figo. Due anni prima, nell’estate del 2000, il
calciatore aveva compiuto il trasferimento più controverso dell’era moderna,
lasciando il Barcellona — di cui era capitano e idolo assoluto — per accasarsi
ai rivali storici del Real Madrid per la cifra record di 62 milioni di euro,
venendo bollato all’istante dall’intero popolo blaugrana come il “traditore”
per eccellenza. Se il suo primo ritorno a Barcellona nel 2000 era stato
caratterizzato da un rumore assordante di fischietti e striscioni d’insulti, è
durante il match autunnale del 2002 che la contestazione valica i confini della
realtà sportiva. Ogni volta che Figo si avvicina alle bandierine del calcio d’angolo
per battere un corner, dalle tribune del Camp Nou piove una fitta e pericolosa
tempesta di oggetti di ogni tipo: monete, accendini, bottiglie di plastica e
persino una bottiglia di whisky in vetro. La tensione è talmente insostenibile
che l’arbitro Medina Cantalejo si vede costretto a sospendere la partita per
circa sedici minuti per ristabilire un minimo d’ordine e tutelare l’incolumità
del portoghese. È solo al termine dell’incontro, rivedendo le immagini
televisive e le fotografie scattate a bordo campo, che il mondo intero scopre
con sconcerto che sul terreno di gioco, a pochi passi dai piedi di Figo vicino
al corner, è adagiata una vera testa di maialino da latte (cochinillo),
introdotta misteriosamente nello stadio eludendo i controlli di sicurezza. L’immagine
di quel macabro feticcio, diventata immediatamente un’icona pop della rivalità
esasperata del Clásico, costerà al Barcellona una pesante sanzione
economica e la squalifica del campo (poi commutata in appello), rimanendo per
sempre nell’immaginario collettivo come il simbolo definitivo del confine
labile tra la passione viscerale e la follia nel calcio contemporaneo.
[xxvi] Andrij Ševčenko (Dvirkivščyna,
1976). Andrij Mykolajovyč Ševčenko nasce a Dvirkivščyna il 29 settembre
1976 ed è considerato uno dei centravanti più forti, completi e devastanti
della storia del calcio moderno, nonché una leggenda assoluta del Milan e il più
grande calciatore ucraino di tutti i tempi. Attaccante moderno dal repertorio
illimitato, univa una velocità supersonica in progressione a una potenza fisica
straripante, una tecnica sopraffina e un senso del gol implacabile che gli
permetteva di colpire di destro, di sinistro o di testa da qualsiasi posizione.
Cresciuto nella Dinamo Kiev sotto la guida del mitico “colonnello” Valerij
Lobanovs’kyj, si rivela al mondo trascinando il club ucraino a una storica
semifinale di Champions League nel 1999, prima di essere acquistato dal Milan
di Silvio Berlusconi. A Milano vive l’apice della sua straordinaria carriera,
disputando 322 partite ufficiali e segnando 175 reti (che lo rendono il secondo
marcatore all’interno della storia del club), conquistando uno Scudetto, una
Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Supercoppa UEFA e la memorabile
Champions League del 2003 a Manchester, siglando il rigore decisivo nella
finale contro la Juventus. Grazie alle sue prestazioni monumentali, viene
coronato a livello personale con la conquista del Pallone d’Oro nel 2004, anno
in cui si laurea anche capocannoniere della Serie A per la seconda volta. Nel
2006 si trasferisce al Chelsea per una cifra record, prima di vivere un breve
ritorno in prestito al Milan e chiudere la carriera romantica nella sua Dinamo
Kiev nel 2012. Leader emotivo e capitano della Nazionale ucraina, colleziona
111 presenze e 48 reti, trascinando il proprio Paese allo storico quarto di
finale nel Mondiale di Germania 2006 e all’Europeo casalingo del 2012. Dopo l’addio
al calcio giocato, intraprende la carriera di allenatore guidando con ottimi
risultati la Nazionale ucraina e il Genoa, per poi assumere prestigiosi
incarichi istituzionali come Presidente della Federcalcio ucraina, rimanendo
per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo del centravanti
perfetto, un campione amato per la sua classe cristallina e la sua
straordinaria correttezza sportiva.
[xxvii] Cristiano Ronaldo (Funchal, 1985).
Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro nasce a Funchal il 5 febbraio 1985 ed è
universalmente riconosciuto come uno dei più grandi, prolifici e determinanti
calciatori della storia del calcio mondiale, nonché un fenomeno globale di
longevità atletica e mentalità vincente. Attaccante totale dal repertorio
balistico senza precedenti, ha saputo evolvere la propria natura tecnica da ala
funambolica e imprevedibile a spietata e infallibile macchina da gol, abbinando
un’elevazione aerea ai limiti della fisica, una potenza di tiro devastante con
entrambi i piedi e una fame ossessiva per il record. Cresciuto nello Sporting
Lisbona, viene consacrato dal Manchester United di Sir Alex Ferguson, dove tra
il 2003 e il 2009 conquista tre Premier League, la Champions League del 2008 e
il suo primo Pallone d’Oro. Nel 2009 si trasferisce al Real Madrid per la cifra
record di 94 milioni di euro, diventando il miglior marcatore di sempre del
club con l’irripetibile cifra di 450 gol in 438 partite ufficiali e trascinando
i Blancos alla conquista di due campionati spagnoli e soprattutto di
quattro Champions League, di cui tre consecutive sotto la guida di Zinédine
Zidane. Nel 2018 compie un clamoroso passaggio alla Juventus, dove arricchisce
il proprio palmarès con due scudetti e una Coppa Italia, confermandosi
capocannoniere anche in Italia prima di un romantico ritorno al Manchester
United e del successivo trasferimento, nel 2023, all’Al-Nassr in Arabia
Saudita. Vincitore di ben cinque Palloni d’Oro e quattro Scarpe d’Oro, detiene
i record assoluti di marcature e di presenze nella storia della Champions
League e della Nazionale del Portogallo, di cui è il leader carismatico e con
la quale si è laureato Campione d’Europa nel 2016 e vincitore della Nations
League nel 2019. Icona pop planetaria, atleta più seguito al mondo sui social
network e pioniere del professionismo moderno applicato alla cura del corpo,
rimane nell’immaginario collettivo come il prototipo perfetto del fuoriclasse
moderno, un atleta leggendario capace di ridefinire i confini statistici del
gioco del calcio.
[xxviii] Ronnie Hellström (Malmö, 21 febbraio
1949 – Stoccolma, 6 febbraio 2022): Monumentale, leggendario, carismatico e
inimitabile portiere svedese, universalmente celebrato come uno dei più immensi
ed eleganti interpreti del ruolo degli anni Settanta e una delle icone più
amate ed etiche della storia del calcio scandinavo e internazionale. Cresciuto
calcisticamente nell’Hammarby, il club di Stoccolma di cui diventa un’istituzione
assoluta, Hellström lega la sua epopea professionistica a una scelta romantica
e controcorrente che ne definirà il mito: nel 1974, nonostante le lusinghe dei
più ricchi e blasonati club del continente, decide di trasferirsi in Germania
Ovest per vestire la maglia del Kaiserslautern, diventando il primo portiere
straniero a imporsi nella Bundesliga. Con i "Diavoli Rossi" del
Palatinato disputa dieci stagioni leggendarie, collezionando ben 266 presenze e
guidando la squadra fino alla finale di Coppa di Germania e a storici
piazzamenti europei, venerato da una tifoseria che in lui vedeva un semidio dai
riflessi felini e dalla correttezza sportiva esemplare. Dotato di uno stile
plastico ma privo di fronzoli, di un senso della posizione fantasmagorico e di
un’esplosività prodigiosa nelle uscite basse, ha difeso i pali della Nazionale
svedese in ben 77 occasioni, disputando da protagonista assoluto tre edizioni
consecutive dei Campionati del Mondo (Messico 1970, Germania Ovest 1974 e
Argentina 1978). Fu proprio durante lo straordinario Mondiale del 1974 che si
consacrò agli occhi del pianeta, venendo inserito nella squadra ideale del
torneo grazie a prestazioni miracolose, tra cui una celeberrima sfida contro l’Olanda
di Johan Cruyff. Ma la grandezza di Ronnie Hellström si estese ben oltre il
rettangolo verde: uomo di rara sensibilità civile, durante il Mondiale d’Argentina
del 1978 fu l’unico calciatore della manifestazione ad avere il coraggio
politico e l’onestà intellettuale di schierarsi apertamente contro la dittatura
militare di Videla, unendosi fisicamente alla marcia di protesta delle Madres
de Plaza de Mayo a Buenos Aires. Scomparso nel 2022 a causa di un male
incurabile, lasciando un vuoto immenso nel cuore di due nazioni, la Svezia e la
Germania, Hellström ha incarnato la quintessenza di un calcio romantico, fiero
ed etico, rimanendo scolpito nella memoria collettiva non solo come un portiere
insuperabile, ma come un autentico cavaliere dello sport e un simbolo di
dignità umana.
[xxix]
Astutillo Malgioglio
(Piacenza, 22 luglio 1958): Coraggioso, generoso, controcorrente e
profondamente umano, fu molto più di un portiere. Cresciuto calcisticamente nel
Brescia, con cui conquistò la promozione in Serie A nella stagione 1979-80,
difese nel corso della sua carriera le porte di club prestigiosi come Roma,
Lazio, Inter e Atalanta, vincendo uno Scudetto e una Coppa UEFA con i
nerazzurri. Eppure, a differenza di molti protagonisti del calcio
professionistico, la sua eredità più preziosa non si misura in presenze o
trofei, bensì nelle vite che contribuì a cambiare lontano dai riflettori degli
stadi. Tutto ebbe origine nel 1977, quando, appena diciannovenne, visitò un
centro per ragazzi con disabilità nel Bresciano. Quell’incontro lo segnò per
sempre. Da allora dedicò gran parte della propria esistenza all’assistenza dei
bambini affetti da distrofia e disabilità motorie, fondando insieme alla moglie
Raffaella l’associazione ERA 77 e realizzando strutture e programmi di recupero
motorio gratuiti per centinaia di famiglie. Mentre il calcio correva dietro
alla fama e al denaro, Malgioglio sceglieva di trascorrere il proprio tempo
libero accanto agli ultimi, trasformando la solidarietà in una vera missione di
vita. Spesso incompreso nel mondo del pallone, ma ammirato da chi ne conosceva
la storia, continuò il suo impegno anche dopo il ritiro, diventando un simbolo
di inclusione e dignità. Nel 2021 il Presidente della Repubblica Sergio
Mattarella lo insignì del titolo di Ufficiale dell’Ordine al Merito della
Repubblica Italiana per il suo costante e coraggioso sostegno ai bambini
affetti da distrofia, riconoscimento che suggellò una vita spesa al servizio
degli altri. Per questo Astutillo Malgioglio occupa un posto speciale nella
storia del calcio italiano: non soltanto come portiere affidabile e uomo di
sport, ma come esempio raro di altruismo autentico. Le sue parate più belle non
furono quelle compiute tra i pali, bensì quelle realizzate ogni giorno contro l’indifferenza,
l’emarginazione e la sofferenza umana.
[xxx]
Marcus
Rashford (Manchester, 31 ottobre 1997): Talentuoso, veloce, altruista e profondamente impegnato, è
molto più di un attaccante inglese di successo: è diventato il simbolo di un
calcio capace di uscire dai confini del campo per affrontare le ingiustizie
della società. Cresciuto nel vivaio del Manchester United, con cui debutta in
prima squadra nel 2016, conquista rapidamente il pubblico grazie alla sua
esplosività, alla tecnica raffinata e alla capacità di segnare nei momenti più
importanti, diventando uno dei volti più rappresentativi della nuova
generazione del calcio inglese. Ma la sua vera consacrazione arriva lontano dai
riflettori degli stadi: durante la pandemia di Covid-19, Rashford avvia una
straordinaria campagna contro la povertà alimentare infantile nel Regno Unito,
riuscendo a sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sulla necessità di
garantire pasti ai bambini più vulnerabili. Per il suo impegno sociale viene
nominato Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 2020 e continua negli
anni successivi a utilizzare la propria popolarità come strumento di
cambiamento. Per questo Marcus Rashford rimane una figura singolare nel calcio
moderno: un giocatore capace di emozionare con un pallone tra i piedi, ma anche
di lasciare un segno più profondo fuori dal terreno di gioco, dimostrando che
il talento più grande può essere quello di mettere la propria voce al servizio
degli altri.
[xxxi] Sadio
Mané (Bambali, 10 aprile 1992): Generoso, instancabile, umile e
straordinariamente determinato, è uno dei più grandi calciatori africani della
sua generazione e l’incarnazione di un talento nato dalla sofferenza e trasformato
in riscatto. Cresciuto in un piccolo villaggio del Senegal lontano dalle luci
del calcio internazionale, percorse una strada fatta di sacrifici fino a
conquistare i palcoscenici più prestigiosi d’Europa con le maglie di
Southampton, Liverpool e Bayern Monaco. Con i Reds di Jürgen Klopp visse gli
anni più gloriosi della sua carriera, diventando protagonista della conquista
della Champions League 2019, della Premier League 2020 e di numerosi altri
trofei, grazie alla sua velocità devastante, alla ferocia agonistica e a una
dedizione assoluta alla squadra. Ma la grandezza di Sadio Mané non si misura
soltanto nei gol segnati: tornato nel suo villaggio natale di Bambali, ha
investito parte dei propri guadagni nella costruzione di scuole, ospedali, infrastrutture
e progetti sociali destinati alla sua comunità, mantenendo un legame profondo
con le proprie origini. Un campione capace di rimanere semplice nonostante la
fama, spesso visto lontano dagli eccessi delle stelle del calcio moderno. Per
questo Sadio Mané rappresenta qualcosa di più di un grande attaccante: è il
simbolo di un calcio che non dimentica da dove viene, un uomo che ha
trasformato il successo personale in un’opportunità per migliorare la vita
degli altri. La sua vera vittoria non è soltanto nei trofei sollevati, ma nei
sorrisi lasciati lungo il cammino.
[xxxii] Juninho Pernambucano (Recife, 1975).
Antônio Augusto Ribeiro Reis Junior, universalmente noto come Juninho
Pernambucano per via dello Stato brasiliano in cui nasce il 30 gennaio 1975, è
considerato il più grande, letale e scientifico specialista dei calci di
punizione della storia del calcio mondiale. Centrocampista centrale di
straordinaria intelligenza tattica, dinamismo e visione di gioco, ha
rivoluzionato l’arte dei calci piazzati inventando la celebre tecnica balistica
della “knuckleball” (o tre dita), un tiro calciato con il collo
del piede quasi senza rotazione, capace di generare traiettorie folli,
oscillanti e del tutto imprevedibili per qualunque portiere. Dopo essersi
consacrato in patria con la maglia del Vasco da Gama, con cui conquista due
Campionati Brasiliani e la prestigiosa Copa Libertadores nel 1998, nel 2001
sbarca in Europa firmando con l’Olympique Lione, legando indissolubilmente il
suo nome all’epopea d’oro del club francese. Da capitano, leader assoluto e
faro della squadra, disputa 344 partite ufficiali segnando 100 reti complessive
— di cui ben 44 direttamente su calcio di punizione — e trascina il Lione alla
leggendaria e senza precedenti conquista di sette titoli di Ligue 1 consecutivi
dal 2002 al 2008, oltre a tre Supercoppe francesi e una Coppa di Francia. Con
la Nazionale del Brasile colleziona 40 presenze e 6 reti, vincendo la
Confederations Cup nel 2005 e partecipando al Mondiale di Germania 2006, dove
firma un gol su punizione contro il Giappone prima di lasciare il posto alle
nuove generazioni. Dopo le esperienze nel campionato qatariota con l’Al-Gharafa
e nella MLS con i New York Red Bulls, chiude romanticamente la sua carriera
agonistica nel 2013 tornando nel suo amato Vasco da Gama, lasciando il calcio
giocato con il record assoluto e tuttora imbattuto di 77 gol realizzati su
punizione in partite ufficiali. Stimato per la sua grande professionalità e il
profondo spessore umano, ha successivamente ricoperto con successo il ruolo di
direttore sportivo per l’Olympique Lione, rimanendo per sempre nell’immaginario
collettivo come il geometra assoluto delle traiettorie impossibili e il
cecchino più formidabile che abbia mai calcato un campo da calcio.
[xxxiii] Pernambuco (Brasile). Stato del
Nordeste brasiliano affacciato sull’Atlantico, colonizzato dal 1534 e storico
centro mondiale della canna da zucchero. Celebre per lo spirito indipendentista
e la straordinaria ricchezza culturale — come il carnevale di Olinda e il ritmo
del Frevo (Patrimoni UNESCO) —, ha per capitale Recife. Oggi è un fulcro
economico trainato da turismo, tecnologia e industria, noto come il “Leone
del Nordeste”.
[xxxiv] Roberto Carlos (Garça, 1973).
Roberto Carlos da Silva Rocha nasce a Garça il 10 aprile 1973 ed è considerato
il terzino sinistro più forte, iconico e rivoluzionario della storia del calcio
mondiale. Giocatore dotato di una potenza fisica straripante e di una velocità
supersonica, ha ridefinito il ruolo unendo una fase difensiva di grande ardore
a una spinta offensiva devastante, marchiata a fuoco da un tiro di sinistro
dalla potenza terrificante (capace di superare i 140 km/h) e dalle traiettorie
a effetto apparentemente impossibili. Dopo gli esordi nel Palmeiras e una breve
e sfortunata parentesi all’Inter, nel 1996 si trasferisce al Real Madrid,
diventando una colonna insostituibile dei Galácticos; in undici stagioni
a Madrid disputa 527 partite ufficiali con 69 reti, conquistando quattro
edizioni della Liga e tre Champions League. Successivamente milita nel
Fenerbahçe, nel Corinthians e nell’Anzhi, prima di chiudere la carriera
agonistica nel 2015 in India con i Delhi Dynamos. Leggenda assoluta della
Nazionale del Brasile, colleziona 125 presenze e 11 reti, laureandosi Campione
del Mondo nel 2002 e vincendo due Coppe America e una Confederations Cup; a
livello individuale si classifica secondo nella corsa al Pallone d’Oro del
2002. Dopo il ritiro ha intrapreso brevi esperienze come allenatore e dirigente
sportivo, oltre a ricoprire il ruolo di ambasciatore globale per il Real
Madrid, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo del
laterale moderno e lo specialista assoluto dei calci di punizione
balisticamente prodigiosi.
[xxxv] Joe Gaetjens (Port-au-Prince, 1924 –
1964). Joseph Edouard Gaetjens nasce a Port-au-Prince il 19 marzo 1924 ed è
il protagonista di una delle favole sportive più incredibili, romantiche e
tragiche della storia del calcio mondiale. Attaccante agile, opportunista e
dotato di un ottimo tempismo acrobatico, cresce calcisticamente nell’Étoile
Haïtienne prima di trasferirsi a New York nel 1947 per studiare contabilità
alla Columbia University, mantenendosi agli studi lavorando come lavapiatti e
giocando nel frattempo per i Brookhattan nella American Soccer League. Sebbene
cittadino haitiano, viene notato dalla Federazione statunitense e, grazie alle
regole dell’epoca che permettevano di schierare giocatori stranieri
intenzionati a chiedere la cittadinanza, viene convocato per il Mondiale di
Brasile 1950. Il 29 giugno 1950, a Belo Horizonte, firma l’impresa leggendaria:
un suo colpo di testa in tuffo corregge in rete un tiro-cross di un compagno,
siglando l’incredibile 1-0 con cui i dilettanti degli Stati Uniti sconfiggono
la corazzata dell’Inghilterra dei maestri del calcio, in quello che è tuttora
considerato il più grande upset della storia della Coppa del Mondo. Dopo
il Mondiale gioca brevemente in Francia con il Racing Parigi e l’Olympique
Alès, per poi fare ritorno nella sua Haiti nel 1953, dove chiude la carriera
agonistica e si dedica al commercio. La sua storia sportiva si interrompe
drammaticamente l’8 luglio 1964: nonostante fosse totalmente disinteressato
alla politica, la sua famiglia è legata a movimenti oppositori del regime
dittatoriale di François “Papa Doc” Duvalier; Joe viene prelevato dalla polizia
segreta (i famigerati Tonton Macoute) e rinchiuso nella prigione di Fort
Dimanche, dove scompare nel nulla, venendo presumibilmente giustiziato poco
tempo dopo. Inserito postumo nella National Soccer Hall of Fame statunitense
nel 1976, rimane nell’immaginario collettivo come l’eroe per antonomasia dei
miracoli calcistici, un campione sfortunato la cui gloria immortale sul campo è
stata tragicamente spezzata dalla violenza della storia.
[xxxvi] Frank Borghi (St. Louis, 1925 –
2015). Frank Borghi nasce a St. Louis il 9 aprile 1925 ed è una delle
figure più leggendarie, atipiche e amate della storia del calcio statunitense,
indissolubilmente legato alla più grande impresa sportiva del Paese. Portiere
dai riflessi prodigiosi e dalle uscite coraggiose, sviluppa un’agilità fuori
dal comune non grazie al calcio, ma al baseball, sport che pratica a livello
professionistico nelle leghe minori come promettente ricevitore. Questa sua
impostazione originaria lo porta a uno stile di gioco unico: non calciando
quasi mai il pallone con i piedi a causa di un rinvio debole, preferisce
rilanciare la sfera con le mani, effettuando scagliate potentissime e
millimetriche a oltre metà campo. Reduce dalla Seconda guerra mondiale, dove
serve come medico di campo in Europa guadagnandosi una stella di bronzo, torna
in patria e diventa l’estremo difensore del St. Louis Simpkins-Ford, con cui
vince due US Open Cup. Pur essendo un calciatore dilettante — nella vita di
tutti i giorni lavora infatti come autista di carri funebri —, viene convocato
come portiere titolare della Nazionale degli Stati Uniti per il Mondiale di
Brasile 1950. Il 29 giugno 1950, a Belo Horizonte, compie il capolavoro della
sua vita: con una serie di parate miracolose e monumentali, sbarra la strada ai
maestri dell’Inghilterra, blindando la porta statunitense e permettendo al
compagno Joe Gaetjens di firmare lo storico e incredibile 1-0 finale. Al
fischio finale viene portato in trionfo sulle spalle dagli stessi spettatori
brasiliani, increduli di fronte a quel miracolo sportivo. Dopo aver difeso i
pali della Nazionale anche nelle qualificazioni mondiali del 1954, si ritira
dal calcio giocato per dirigere la sua agenzia di pompe funebri a St. Louis.
Inserito ufficialmente nella National Soccer Hall of Fame nel 1976 e
interpretato dall’attore Gerard Butler nel film Il miracolo di Belo
Horizonte, scompare il 2 febbraio 2015, rimanendo per sempre nell’immaginario
collettivo come il portiere-eroe che, con i suoi guantoni e un coraggio d’altri
tempi, firmò l’impossibile nel tempio del calcio mondiale.
[xxxvii] Stati Uniti - Inghilterra 1-0 (Belo
Horizonte, 1950). Il 29 giugno 1950 si disputa allo stadio Independência di
Belo Horizonte, durante il Campionato Mondiale in Brasile, quella che è passata
alla storia come “Il miracolo di Belo Horizonte”, la più clamorosa e
sbalorditiva sorpresa della storia del calcio moderno. L’incontro vede
contrapposti i maestri dell’Inghilterra — alla loro prima, attesissima
partecipazione a un Mondiale, forti di campioni assoluti come Billy Wright,
Stan Mortensen e Tom Finney e considerati i favoriti d’obbligo per il titolo —
e la Nazionale degli Stati Uniti, una compagine formata interamente da
calciatori dilettanti che svolgono nella vita quotidiana i mestieri più umili,
tra cui un lavapiatti (Joe Gaetjens), un autista di carri funebri (il portiere
Frank Borghi) e un operaio tessile (il capitano Walter Bahr). Il pronostico
della vigilia è talmente chiuso a favore dei britannici che i giornali dell’epoca
ipotizzano una goleada storica; tuttavia, una volta in campo, la partita prende
una piega epica e surreale. L’Inghilterra cinge d’assedio l’area statunitense
colpendo pali e traverse, ma si scontra ripetutamente contro le parate
monumentali e fuori dagli schemi di Frank Borghi. Al 38’ del primo tempo si
compie l’impossibile: una rimessa laterale prolungata porta Walter Bahr a
calciare da fuori area; il tiro, apparentemente innocuo, viene corretto da un
clamoroso colpo di testa in tuffo di Joe Gaetjens, che beffa il portiere
inglese Bert Williams siglando l’1-0. Nella ripresa l’assalto inglese si fa
furioso, ma la strenua e commovente resistenza della difesa statunitense e i
riflessi felini di Borghi sigillano il risultato fino al fischio finale, che
vede il pubblico brasiliano invadere il campo per portare in trionfo gli
increduli eroi americani. L’eco del risultato è talmente inverosimile che nel
Regno Unito molti caporedattori dei quotidiani, ricevendo i dispacci
telegrafici da Belo Horizonte, credono a un errore di battitura e stampano la
notizia di una vittoria inglese per 10-1 o 10-0. Celebrata dal libro e dal
successivo film The Game of Their Lives, questa partita rimane nell’immaginario
collettivo come il simbolo eterno del romanticismo calcistico, la testimonianza
perfetta di come Davide possa, nel tempio dello sport, abbattere Golia.
[xxxviii] Peter Bonetti e il postino (Mull,
1979). Il legame tra il leggendario portiere del Chelsea Peter Bonetti e la
figura del postino rappresenta una delle parabole più romantiche, insolite e
affascinanti del calcio britannico del dopoguerra, un perfetto esempio di
transizione tra la gloria dei grandi stadi e la quiete della vita rurale. Nel
1979, dopo aver difeso per 729 volte la porta dei Blues e aver scritto
pagine indelebili di storia sportiva, “The Cat” (Il Gatto) decide di
ritirarsi definitivamente dal calcio professionistico all’età di 38 anni.
Desideroso di allontanarsi dai riflettori della metropoli londinese e dalla
pressione mediatica, Bonetti compie una scelta radicale: si trasferisce con la
famiglia sull’Isola di Mull, una remota e spettacolare isola delle Ebridi
Interne, sulla costa occidentale della Scozia. Lì, per ritrovare una dimensione
umana e integrarsi nella piccola comunità locale, accetta un impiego per il Royal
Mail, il servizio postale britannico, diventando a tutti gli effetti il
postino dell’isola. Per diversi anni, l’uomo che aveva parato i tiri dei più
grandi attaccanti del mondo e che si era laureato Campione del Mondo nel 1966
viaggia lungo le strade solitarie e ventose di Mull, consegnando lettere e
pacchi agli increduli abitanti e ai rari turisti, che spesso faticavano a
credere che quel postino gentile e atletico fosse proprio la leggenda di
Stamford Bridge. Questa affascinante parentesi scozzese viene temporaneamente
interrotta nel 1986 quando il suo ex compagno di squadra John Hollins,
diventato allenatore del Chelsea, lo convince a tornare a Londra come
preparatore dei portieri — ruolo in cui Bonetti rivoluzionerà l’allenamento
degli estremi difensori in Inghilterra —, ma il ricordo del “portiere-postino”
di Mull è rimasto per sempre impresso nella cultura popolare britannica come il
simbolo di una straordinaria umiltà e del desiderio profondo di normalità di un
grande campione.
[xxxix] Gordon Banks (Sheffield, 1937 –
Stoke-on-Trent, 2019). Gordon Banks nasce a Sheffield il 30 dicembre 1937
ed è considerato il più grande portiere della storia del calcio inglese, nonché
uno dei più straordinari interpreti del ruolo di tutti i tempi a livello mondiale.
Estremo difensore monumentale, univa un senso della posizione impeccabile e una
straordinaria autorevolezza nell’area di rigore a riflessi felini e un’agilità
prodigiosa che gli valsero il soprannome di “Banks of England” (Le
Banche d’Inghilterra), sinonimo di assoluta e impenetrabile sicurezza.
Legatissimo al calcio della contea e della provincia inglese, spende i migliori
anni della sua carriera di club difendendo la porta del Leicester City dal 1959
al 1967 (con cui vince una Coppa di Lega nel 1964) e successivamente dello
Stoke City dal 1967 al 1972 (conquistando un’altra Coppa di Lega nel 1972). Ma
è con la maglia della Nazionale dell’Inghilterra che Banks entra nella leggenda
immortale dello sport: colleziona 73 presenze ufficiali e si consacra Campione
del Mondo nel 1966, subendo appena tre reti in tutto il torneo e blindando il
trionfo casalingo nella celebre finale di Wembley contro la Germania Ovest.
Quattro anni più tardi, al Mondiale di Messico 1970, compie il gesto tecnico
che lo consegnerà per sempre all’eternità calcistica: durante il match contro
il Brasile a Guadalajara, vola sulla sua destra intercettando un potentissimo
colpo di testa schiacciato a terra da Pelé e, con un colpo di reni prodigioso e
contrario alle leggi della fisica, riesce a deviare il pallone sopra la
traversa. Quel salvataggio miracoloso viene universalmente ribattezzato “La
parata del secolo”. Eletto per sei anni consecutivi miglior portiere della
FIFA (dal 1966 al 1971), la sua carriera ad altissimi livelli si interrompe
bruscamente nel 1972 a causa di un tragico incidente stradale che gli costa la
perdita della vista dall’occhio destro. Nonostante la disabilità, dimostra una
forza d’animo encomiabile tornando a giocare anni dopo nella NASL americana con
i Fort Lauderdale Strikers, dove viene persino nominato miglior portiere del
campionato. Scomparso il 12 febbraio 2019, rimane nell’immaginario collettivo
come il metro di paragone assoluto per ogni numero uno d’oltremanica, un
gentiluomo dello sport e un gigante insuperabile tra i pali.
[xl] La parata del secolo (Guadalajara,
1970). Il 7 giugno 1970, allo stadio Jalisco di Guadalajara, durante la
fase a gironi del Campionato Mondiale in Messico, si consuma l’incontro tra i
campioni in carica dell’Inghilterra e il Brasile di Pelé, una sfida stellare
che passerà alla storia per il più grande e prodigioso gesto tecnico mai
compiuto da un estremo difensore: la parata di Gordon Banks sul colpo di testa
di O Rei. Al 10’ del primo tempo, l’ala brasiliana Jairzinho supera in
velocità il terzino inglese Terry Cooper sulla fascia destra e pennella un
cross teso e calibrato verso il secondo palo; dalle retrovie si eleva con una
scelta di tempo perfetta Pelé, che svetta imperiosamente sopra la difesa
britannica e schiaccia il pallone a terra con una potenza e una precisione
apparentemente letali. Lo stesso Pelé, sicuro del gol, grida “Gool!”
mentre impatta la sfera, indirizzandola nell’angolino basso alla destra del
portiere. In quella frazione di secondo, Gordon Banks compie un movimento
contrario alle leggi della fisica: muovendosi agilmente dalla parte opposta
dello specchio, si tuffa lateralmente e, unendo un riflesso felino a un
miracoloso colpo di reni, riesce a intercettare il pallone un istante dopo il
rimbalzo a terra, imprimendogli con il pollice della mano destra una rotazione
verso l’alto che fa impennare la sfera oltre la traversa. L’intero stadio resta
ammutolito di fronte a quel salvataggio fantascientifico, definito
immediatamente dai media di tutto il mondo “La parata del secolo”. Lo
stesso Pelé confesserà in seguito di aver provato un senso di incredulità
assoluta, dichiarando: “Ho segnato più di mille gol nella mia vita, ma la
gente mi chiede sempre di quello che non ho segnato a causa di Banks”.
Questo memorabile duello tra due titani dello sport rimane impresso nell’immaginario
collettivo come l’essenza stessa del calcio ai massimi livelli, un istante di
pura e immortale perfezione balistica e atletica.
[xli] Jan Tomaszewski (Breslavia, 1948).
Jan Tomaszewski nasce a Breslavia il 9 gennaio 1948 ed è una delle figure più
eccentriche, carismatiche e leggendarie della storia del calcio polacco e
internazionale, universalmente celebre per essere stato il portiere che negli
anni Settanta ha saputo riscrivere il destino sportivo della propria Nazionale.
Estremo difensore dallo stile anticonformista, talvolta sgraziato ma
straordinariamente efficace, univa riflessi felini sulla linea di porta a un’istintiva
capacità di ipnotizzare gli avversari nei calci di rigore, giocando spesso con
i calzettoni arrotolati alle caviglie e un’attitudine guascona. Cresciuto
calcisticamente nello Śląsk Wrocław e consacratosi nel Legia Varsavia, spende
la parte centrale della carriera nel ŁKS Łódź, prima di ottenere il permesso
dal regime comunista per trasferirsi all’estero, militando in Belgio nel
Beerschot e in Spagna nell’Hércules. Ma è con la maglia della Nazionale della
Polonia che Tomaszewski entra nella mitologia del calcio, collezionando 63
presenze. Il suo nome è indissolubilmente legato alla notte del 17 ottobre 1973
a Wembley, nel match di qualificazione ai Mondiali contro l’Inghilterra: alla
vigilia, il celebre allenatore e opinionista inglese Brian Clough lo definisce
pubblicamente “un clown del circo con i guanti”, ma in campo Tomaszewski
compie un’autentica impresa stoica ed eroica. Nonostante avesse riportato la
frattura di alcune dita della mano nei primissimi minuti di gioco a causa di
uno scontro durissimo con Allan Clarke, il portiere polacco resta in campo
stringendo i denti, rifiuta il cambio e sfodera una prestazione monumentale,
parando l’impossibile e blindando l’1-1 finale che estromette clamorosamente l’Inghilterra
e qualifica la Polonia. Al successivo Mondiale di Germania Ovest 1974, trascina
i polacchi a uno storico terzo posto assoluto, diventando il primo portiere
nella storia della Coppa del Mondo a parare due calci di rigore nello stesso
torneo (a Staffan Tapper della Svezia e a Uli Hoeness della Germania). Medaglia
d’argento ai Giochi Olimpici di Montréal 1976, partecipa anche ai Mondiali d’Argentina
1978 prima di ritirarsi dal calcio giocato. Fu proprio la sua leggendaria e
dolorosa resistenza a Wembley, con la mano fratturata, a consacrarlo per sempre
nell’immaginario collettivo come il “clown” d’acciaio che mise in ginocchio i
maestri inglesi e il guardiano insuperabile della generazione d’oro del calcio
polacco.
[xlii] Helmut Duckadam (Semlac, 1959).
Helmut Duckadam nasce a Semlac il 1° aprile 1959 ed è l’eroe leggendario ed
eponimo della più clamorosa e fiabesca notte della storia del calcio rumeno e
della Coppa dei Campioni. Portiere dall’imponente stazza fisica, dotato di un
eccezionale senso della posizione e di una freddezza glaciale che rasentava l’ipnosi
psicologica nei confronti degli attaccanti avversari, cresce calcisticamente
nell’UTA Arad prima di trasferirsi nel 1982 alla Steaua Bucarest, il club dell’esercito
con cui scriverà una pagina di storia dello sport semplicemente irripetibile.
Il suo nome entra nella mitologia immortale del calcio la sera del 7 maggio 1986,
nella finale di Coppa dei Campioni disputata allo stadio Ramón Sánchez-Pizjuán
di Siviglia contro i favoriti d’obbligo del Barcellona: dopo che i tempi
regolamentari e i supplementari si chiudono sullo 0-0 grazie anche alle sue
parate, la sfida si decide ai calci di rigore. In quel momento, Duckadam si
trasforma nell’”Eroe di Siviglia”, compiendo un’impresa balistica e
psicologica mai vista prima né ripetuta da allora: intuisce e respinge
consecutivamente tutti e quattro i rigori calciati dai giocatori blaugrana
(Alexanko, Pedraza, Pichi Alonso e Marcos Alonso), regalando alla Steaua
Bucarest la prima, storica Coppa dei Campioni per una squadra dell’Europa dell’Est.
Quella monumentale prestazione gli vale il soprannome definitivo di “Serranda
d’Europa” e l’inserimento all’ottavo posto nella classifica del Pallone d’Oro
del 1986. Tuttavia, il destino decide di presentargli un conto tragico e
improvviso pochissimi mesi dopo il trionfo: nell’estate del 1986, a causa di
una gravissima trombosi al braccio destro, rischia l’amputazione dell’arto e
viene costretto a interrompere bruscamente la carriera ad altissimi livelli a
soli 27 anni, alimentando per decenni leggende metropolitane (poi smentite) su
una presunta ritorsione fisica da parte del regime di Valentin Ceaușescu.
Tornerà eroicamente in campo tre anni più tardi nelle serie minori con il
Vagonul Arad prima del ritiro definitivo. Successivamente nominato presidente
onorario della Steaua Bucarest, rimane nell’immaginario collettivo come il
portiere dei miracoli, l’uomo che in una sola notte d’Andalusia divenne
impenetrabile, ergendosi a monumento eterno del calcio continentale.
[xliii] Claudio Garella (Torino, 1955 –
Torino, 2022). Claudio Garella nasce a Torino il 16 maggio 1955 ed è stato
uno dei portieri più straordinari, iconici e anticonformisti dell’intera storia
del calcio italiano, indissolubilmente legato a due storici e leggendari primi
scudetti della provincia e del Meridione. Estremo difensore dalla stazza
imponente e dal carisma trascinante, ha rivoluzionato l’interpretazione del
ruolo attraverso uno stile assolutamente unico e privo di qualsiasi canone
estetico tradizionale, ribattezzato “Garellik”: celebre per la sua
capacità di respingere il pallone con ogni parte del corpo — utilizzando piedi,
gambe, petto e persino la faccia nelle uscite basse —, anteponeva l’efficacia
pratica alla bellezza plastica, tanto da spingere l’avvocato Gianni Agnelli a
coniare la celebre sentenza: “Garella è il più grande portiere del mondo.
Senza mani, però”. Dopo gli esordi nel Torino e le tappe fondamentali con
Casale, Novara, Lazio e Sampdoria, si consacra definitivamente nel Verona di
Osvaldo Bagnoli; con i gialloblù compie un’autentica impresa sportiva,
blindando la porta con parate miracolose e monumentali che trascinano la
squadra allo storico e incredibile Scudetto del 1985. Subito dopo si
trasferisce al Napoli, dove diventa il guardiano della squadra di Diego Armando
Maradona, conquistando nel 1987 il primo storico Scudetto dei partenopei e la
Coppa Italia. Chiude la carriera agonistica nel 1991 con l’Avellino dopo una
parentesi all’Udinese. Terminato il percorso sul campo, ha intrapreso diverse
esperienze come allenatore delle giovanili, direttore sportivo e osservatore
nelle serie minori, mantenendo intatta la stima e l’affetto profondo di tutte
le tifoserie. Scomparso il 12 agosto 2022 a causa di complicazioni cardiache
dopo un intervento chirurgico, rimane nell’immaginario collettivo come il
simbolo del calcio romantico degli anni Ottanta e il portiere-eroe che, con i
suoi interventi fuori dagli schemi, mise la firma sui miracoli più belli del
campionato italiano.
[xliv] Dino Zoff (Mariano del Friuli,
1942). Dino Zoff nasce a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942 ed è una
delle icone più leggendarie, monumentali e rispettate della storia del calcio
mondiale, considerato uno dei più grandi portieri di tutti i tempi. Simbolo
assoluto di sobrietà, rigore morale e concentrazione feroce, Zoff ha fatto del
senso della posizione, della geometrica essenzialità delle parate e di una
leadership silenziosa ma carismatica i tratti distintivi di una carriera
irripetibile. Cresciuto nell’Udinese e consacratosi con Mantova e Napoli, nel
1972 si trasferisce alla Juventus, club a cui lega indissolubilmente il suo
mito: in undici stagioni in bianconero disputa 476 partite consecutive senza
mai saltare un solo match di campionato, conquistando sei Scudetti, due Coppe
Italia e una Coppa UEFA. Ma è con la maglia della Nazionale italiana che Zoff
scrive le pagine più epiche dello sport azzurro, collezionando 112 presenze (di
cui 59 da capitano) e stabilendo il record mondiale d’invincibilità per squadre
nazionali con 1142 minuti senza subire reti. Unico calciatore italiano della
storia ad aver vinto sia l’Europeo (1968) sia il Mondiale, entra nella
mitologia planetaria l’11 luglio 1982 quando, sul prato del Santiago Bernabéu,
solleva al cielo la Coppa del Mondo a 40 anni e 4 mesi, stabilendo il primato
del più anziano vincitore del torneo, suggellato dalla miracolosa parata sulla
linea di porta nei secondi finali del match decisivo contro il Brasile. Dopo il
ritiro nel 1983, ha intrapreso una prestigiosa carriera come allenatore e
dirigente, guidando la Juventus alla conquista di una Coppa UEFA e di una Coppa
Italia nel 1990 e conducendo la Nazionale italiana a un passo dal titolo
europeo nel 2000, sfiorato con uno stile impeccabile sia in panchina sia
davanti ai microfoni. Inserito da Pelé nel FIFA 100 e pluridecorato dalla
Repubblica Italiana, rimane nell’immaginario collettivo globale come il “Mito
Silenzioso”, l’archetipo del portiere perfetto e l’esempio eterno di longevità,
dignità e immensità sportiva.
[xlv] Renato Guttuso e il francobollo di
Zoff (Roma, 1982). Il legame tra il celebre pittore siciliano Renato
Guttuso e le mani monumentali di Dino Zoff rappresenta uno dei momenti di più
alta e suggestiva intersezione tra l’arte contemporanea italiana e la mitologia
sportiva nazionale. All’indomani dello storico trionfo della Nazionale di Enzo
Bearzot al Mondiale di Spagna 1982, il Ministero delle Poste e delle
Telecomunicazioni decide di celebrare l’impresa emettendo un francobollo
commemorativo speciale dal valore di 1.000 lire. Per l’occasione viene
incaricato proprio Guttuso, tra i massimi esponenti del realismo sociale
italiano e grande appassionato di sport. Il maestro realizza un bozzetto
straordinariamente potente e simbolico, carico di espressionismo: nel dipinto
non compare il volto del portiere friulano, bensì le sue grandi e nodose mani
protette dai guanti grigi e neri — le stesse mani che avevano blindato la porta
azzurra contro il Brasile e sollevato la Coppa del Mondo al cielo di Madrid —,
protese nell’atto di ghermire saldamente il pallone sullo sfondo del tricolore
italiano. Emesso ufficialmente il 12 settembre 1982, il francobollo ottiene un
successo travolgente, diventando immediatamente un oggetto di culto per
collezionisti e tifosi, stampato in milioni di esemplari. Quell’opera in
miniatura non solo ha celebrato una vittoria sportiva epocale, ma ha saputo
elevare il gesto tecnico e protettivo del portiere a vera e propria arte
universale, cristallizzando nell’immaginario collettivo i guantoni di Dino Zoff
come lo scudo impenetrabile dell’orgoglio italiano.
[xlvi] Gianluigi Buffon, (Carrara il
28 gennaio 1978), è considerato uno dei più grandi portieri della storia
del calcio mondiale. Cresciuto nel settore giovanile del Parma, ha esordito in
Serie A nel 1995 ancora giovanissimo, imponendosi subito per talento,
personalità e straordinarie capacità tecniche. Con la maglia del club emiliano
ha conquistato i primi importanti trofei della sua carriera, tra cui la Coppa
UEFA, la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana nel 1999, prima del
trasferimento alla Juventus nel 2001, che avrebbe segnato l’inizio di una lunga
e leggendaria esperienza sportiva. In bianconero Buffon è diventato il simbolo
di affidabilità e continuità, conquistando numerosi Scudetti, Coppe Italia e
Supercoppe italiane, oltre al campionato di Serie B nella stagione 2006-2007,
dimostrando attaccamento alla maglia e professionalità anche nei momenti più
difficili. La sua straordinaria longevità, unita alla capacità di mantenersi ai
vertici per oltre vent’anni, lo ha consacrato tra gli estremi difensori più
completi e longevi di sempre. Con la Nazionale italiana ha raggiunto il massimo
traguardo nel 2006, quando a Berlino si è laureato campione del mondo,
risultando tra i protagonisti assoluti del trionfo azzurro e venendo
riconosciuto come uno dei migliori portieri della competizione. Con oltre 170
presenze in Nazionale è diventato una delle figure più rappresentative della
storia azzurra. La carriera di Buffon non si misura soltanto attraverso coppe e
record, ma anche attraverso il modo in cui ha interpretato il ruolo del
portiere: leadership, coraggio, dedizione e senso di appartenenza sono stati i
tratti distintivi di un campione capace di lasciare un’impronta indelebile nel
calcio italiano e internazionale.
[xlvii] Sepp Maier (Metten, 1944). Josef
Dieter Maier nasce a Metten il 28 febbraio 1944 ed è stato uno dei portieri più
forti, vincenti e rivoluzionari dell’intera storia del calcio mondiale, colonna
portante del Bayern Monaco e della Nazionale della Germania Ovest negli anni
Settanta. Soprannominato “Die Katze von Anzing” (Il Gatto di Anzing) per
via di riflessi felini, un’agilità prodigiosa e un senso acrobatico della
posizione, Maier è stato un pioniere assoluto nel ruolo dell’estremo difensore:
fu tra i primissimi a utilizzare guanti da portiere sovradimensionati e con
palmi in gomma piuma progettati specificamente per migliorare la presa, oltre a
imporre pantaloncini neri più lunghi e imbottiti per proteggersi durante i
tuffi. Leggenda indissolubile del Bayern Monaco, difende la porta dei bavaresi
dal 1962 al 1979, stabilendo il record tuttora imbattuto di 442 partite
consecutive giocate in Bundesliga e trascinando il club alla conquista di
quattro campionati, quattro Coppe di Germania, tre storiche Coppe dei Campioni
consecutive (1974, 1975, 1976) e una Coppa Intercontinentale. Con la Nazionale
tedesca colleziona 95 presenze ufficiali e scrive pagine epiche di questo
sport, laureandosi Campione d’Europa nel 1972 e Campione del Mondo nel 1974
nella celebre finale di Monaco di Baviera contro l’Olanda di Johan Cruijff.
Oltre che per le sue doti tecniche monumentali, Maier è rimasto celebre per la
sua straripante simpatia e una spiccata attitudine da intrattenitore
(memorabile lo sketch in cui, annoiato durante una partita dominata dal Bayern,
si tuffò sul prato dello stadio per tentare di catturare un’anatra selvatica
entrata in campo). La sua straordinaria carriera ad altissimi livelli si
interrompe bruscamente nel 1979 a causa di un gravissimo incidente d’auto che
gli causa la rottura del diaframma e diverse lesioni interne. Dopo il ritiro,
diventa il preparatore dei portieri del Bayern e della Nazionale, plasmando e
allenando campioni del calibro di Oliver Kahn. Inserito nella Hall of Fame
dello sport tedesco e nominato Portiere tedesco del secolo, rimane nell’immaginario
collettivo globale come il prototipo del numero uno moderno, capace di unire l’infallibilità
tra i pali a un carisma d’acciaio intriso di geniale ironia.
[xlviii] Sepp Maier e la caccia all’anatra
(Monaco di Baviera, 1976). L’episodio di Sepp Maier che rincorre un’anatra
sul prato dell’Olympiastadion di Monaco rappresenta uno dei momenti più
surreali, comici e iconici della storia del calcio europeo, perfetto emblema
della debordante simpatia e della personalità guascona del leggendario portiere
tedesco. Il divertente siparietto va in scena il 15 maggio 1976, durante una partita
di Bundesliga tra il Bayern Monaco e il Kaiserslautern. In quel periodo, il
Bayern è una corazzata imbattibile che domina l’Europa, e la partita si rivela
talmente a senso unico che la palla staziona costantemente nella metà campo
avversaria, lasciando “Die Katze” (Il Gatto) totalmente inoperoso e
annoiato tra i pali. All’improvviso, un’anatra selvatica (spesso ricordata in
Italia come “papera”) atterra indisturbata sul manto erboso, proprio nei pressi
dell’area di rigore bavarese. Anziché ignorarla o attendere l’intervento degli
addetti al campo, Maier decide di spezzare la noia e di improvvisarsi
cacciatore a beneficio del pubblico: tra le risate e gli incitamenti dei
settantamila spettatori sugli spalti, il portiere si lancia in una serie di
buffi inseguimenti a passo felpato, provando a ipnotizzare il volatile come se
fosse un attaccante avversario, fino a esibirsi in un clamoroso e plastico
tuffo a pancia in giù nel tentativo di ghermirlo con i suoi celebri guantoni
imbottiti. L’anatra, con un battito d’ali, riesce a schivare la presa volando
via, ma la sequenza fotografica di quel volo a vuoto per catturare un pennuto
fa il giro del mondo, stampandosi in modo indelebile nella cultura pop
calcistica. Questo gesto di pura e geniale follia agonistica non solo confermò
il carattere unico di un portiere capace di non prendersi mai troppo sul serio,
ma passò alla storia come il simbolo di un’epoca romantica in cui lo spettacolo
e il divertimento trovavano spazio persino sui palcoscenici più prestigiosi del
calcio mondiale.
[xlix] Luciano
Castellini (Milano, 12 dicembre 1945): Ex calciatore nel ruolo
di portiere e allenatore italiano, è considerato uno dei più importanti
portieri del calcio italiano degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta.
Cresciuto nel Monza, si affermò successivamente con il Torino, con cui
conquistò la Coppa Italia nel 1971 e lo storico scudetto del 1975-1976, prima
di legare il proprio nome al Napoli, dove militò dal 1978 al 1985 diventando
uno dei portieri più amati nella storia del club. Soprannominato “Il
Giaguaro” per le sue
qualità acrobatiche e la spettacolarità degli interventi, disputò oltre 400
incontri in Serie A, risultando uno dei pochi calciatori ad aver superato le
200 presenze in massima serie con due diverse società. Convocato per il
Campionato del Mondo del 1974 e autore di una presenza con la Nazionale
italiana nel 1977, concluse la carriera agonistica all’età di 39 anni,
proseguendo successivamente l’attività come preparatore dei portieri e tecnico,
collaborando tra gli altri con Napoli, Inter e le rappresentative giovanili
azzurre.
[l] Giancarlo
Alessandrelli (Senigallia, 4 marzo 1952): Ex calciatore
italiano, di ruolo portiere, è ricordato principalmente per il lungo periodo
trascorso alla Juventus come
secondo di Dino Zoff nella seconda metà degli anni Settanta. Cresciuto nel
settore giovanile bianconero, maturò esperienza in prestito con Ternana, Arezzo
e Reggiana prima di rientrare a Torino, dove fece parte della rosa che
conquistò due scudetti (1976-1977 e 1977-1978), la Coppa UEFA 1976-1977 e la
Coppa Italia 1978-1979. Pur trovando poco spazio in campionato a causa della
presenza di uno dei più grandi portieri della storia italiana, disputò alcune
gare ufficiali con la Juventus, tra cui incontri di Coppa dei Campioni e l’ultima
giornata del campionato 1978-1979. Successivamente militò in Atalanta,
Sanremese, Rondinella e Fiorentina, concludendo la carriera nel 1986 all’età di
34 anni. La sua figura rappresenta quella del portiere di alto livello
appartenente a una generazione segnata dalla presenza di grandi specialisti del
ruolo, capace di unire professionalità e continuità all’interno di una delle
epoche più vincenti della storia juventina.
[li] Pasquale
Fiore (Napoli, 9 dicembre 1953 – 6 marzo 2026): Ex calciatore
italiano, di ruolo portiere, è ricordato soprattutto per il lungo e
significativo periodo trascorso al Napoli tra gli
anni Settanta e Ottanta. Cresciuto nel settore giovanile azzurro, conquistò il
Torneo di Viareggio nel 1975 e fece il suo esordio in Serie A nella stagione
1975-1976, annata nella quale il Napoli vinse la Coppa Italia. Portiere
affidabile e professionale, rimase per diverse stagioni il secondo di Luciano
Castellini, ricoprendo un ruolo fondamentale all’interno dello spogliatoio di
una squadra storica del calcio italiano. Con il Napoli disputò complessivamente
sette stagioni, collezionando un numero limitato di presenze ma rappresentando
un esempio del valore dei calciatori di supporto nelle grandi rose del passato.
Successivamente militò nell’Udinese e concluse la carriera agonistica a 33 anni
a causa di un grave infortunio al tendine d’Achille. La sua figura appartiene
alla memoria del calcio di un’epoca in cui il ruolo del secondo portiere non
era soltanto tecnico, ma anche umano e societario, fondato su affidabilità,
appartenenza e spirito di gruppo.
[lii] Massimo
Piloni (Ancona, 21 agosto 1948): Ex calciatore italiano, di
ruolo portiere, è ricordato soprattutto per il lungo periodo trascorso nella Juventus
tra gli anni Settanta e Ottanta, dove ricoprì il ruolo di secondo portiere alle
spalle di Dino Zoff e contribuì ai successi della formazione bianconera.
Cresciuto nel settore giovanile della Jesina, si affermò successivamente con
Anconitana e Cesena, prima di approdare alla Juventus nel 1971. Con il club
torinese conquistò tre scudetti, la Coppa Italia 1978-1979, la Coppa UEFA
1976-1977 e la Coppa delle Coppe 1983-1984, facendo parte di una delle squadre
più vincenti della storia juventina. Pur limitato nelle presenze ufficiali
dalla presenza di portieri di assoluto livello come Zoff e successivamente
Stefano Tacconi, rappresentò un elemento di grande affidabilità e
professionalità all’interno della rosa. Dopo l’esperienza juventina militò in
numerose società, tra cui Pistoiese, Lecce e Lazio, concludendo la carriera
agonistica nel 1986 all’età di 38 anni. La sua vicenda sportiva costituisce un
esempio significativo del ruolo del portiere di riserva nel calcio
professionistico, figura spesso lontana dai riflettori ma essenziale negli
equilibri tecnici e umani delle grandi squadre.
[liii] Gedeone
Carmignani (Carrara, 22 dicembre 1945): Ex calciatore e
allenatore italiano, di ruolo portiere, è considerato uno dei protagonisti
della scuola italiana dei portieri tra gli anni Sessanta e Settanta. Cresciuto nella
Carrarese, si affermò nel professionismo con il Mantova, il Varese e
soprattutto con il Napoli, società nella quale militò dal 1970 al 1978,
disputando oltre cento incontri in Serie A e contribuendo alla solidità
difensiva della formazione partenopea. Portiere agile, reattivo e dotato di
notevole senso della posizione, fu convocato nella Nazionale italiana, con la
quale esordì nel 1971 e venne inserito nel gruppo azzurro per il Campionato del
Mondo del 1974. Terminata la carriera agonistica nel 1980 all’età di 34 anni,
intraprese il percorso tecnico come allenatore dei portieri e successivamente
come allenatore, lavorando in numerosi club professionistici italiani. La sua
figura rappresenta quella di un interprete di valore del ruolo nel calcio
italiano del secondo Novecento, capace di coniugare qualità tecniche,
continuità agonistica e una lunga esperienza maturata tra campo e panchina.
[liv] Ludo Coeck (Berchem, 25 settembre
1955 – Edegem, 9 ottobre 1985): Sublime, elegante e sfortunato
centrocampista belga, considerato uno dei registi e interni più talentuosi e
cristallini della storia del calcio fiammingo ed europeo, soprannominato “Boom
Boom” per la spaventosa e fulminea potenza del suo tiro dalla lunghissima
distanza, scagliato prevalentemente con un educatissimo piede sinistro.
Cresciuto nel Berchem, si consacra come colonna e stella polare dell’Anderlecht,
club in cui milita per oltre un decennio collezionando quasi trecento presenze
e vincendo due campionati belgi, tre Coppe nazionali e, soprattutto, due Coppe
delle Coppe, una Coppa UEFA e due Supercoppe Europee nell’epoca d’oro del
calcio belga. Nel 1983 si trasferisce in Italia ingaggiato dall’Inter, ma la
sua avventura milanese viene pesantemente frenata da una serie drammatica di
infortuni che ne condizionano il rendimento, militando poi brevemente anche
nell’Ascoli. Pilastro e faro della Nazionale del Belgio con 46 presenze e 4
reti, ha guidato i Diavoli Rossi al secondo posto agli Europei del 1980
e da assoluto protagonista ai Mondiali di Spagna ‘82 (firmando una memorabile
rete da trenta metri contro l’El Salvador), prima che un tragico incidente
stradale ne spezzasse la vita a soli trent’anni, lasciando un vuoto incolmabile
nel cuore degli appassionati per la perdita di un artista del centrocampo.
[lv] Jason Mayélé (Kinshasa, 4 gennaio
1976 – Bussolengo, 2 marzo 2002): Estroso, travolgente e sfortunato
attaccante esterno congolese, naturalizzato francese, figura rimasta scolpita
in modo indelebile nel cuore e nella memoria del calcio italiano per la sua
straordinaria solarità, la spaventosa velocità palla al piede e la generosità
che metteva in campo su tutta la fascia laterale. Trasferitosi giovanissimo in
Francia, cresce calcisticamente nello Châteauroux, club con cui debutta tra i
professionisti e conquista una storica promozione in Ligue 1; nel 1999 viene
acquistato dal Cagliari, approdando in Serie A e mettendosi in luce per la sua
grande agilità e la capacità di saltare l’uomo nel dribbling in velocità. Nel
2001 si trasferisce al Chievo Verona, entrando a far parte della memorabile
favola del “Chievo dei miracoli” guidato da Luigi Delneri. Pilastro
della Nazionale della Repubblica Democratica del Congo, con cui aveva appena
disputato la Coppa d’Africa del 2002, la sua promettente carriera e la sua
giovane vita vengono tragicamente spezzate a soli ventisei anni a causa di un
drammatico incidente stradale alle porte di Verona, mentre cercava di
raggiungere i compagni di squadra per la consueta convocazione domenicale. In
segno di profondo rispetto e imperituro omaggio al suo carisma e al suo
sorriso, il Chievo Verona ha ritirato per sempre la sua iconica maglia numero
30.
[lvi] Erasmo Iacovone (Capracotta, 22
aprile 1952 – San Giorgio Jonico, 6 febbraio 1978): Straordinario, rapace e
sfortunato attaccante italiano, figura mitologica e leggenda immortale del
calcio tarantino e meridionale, entrato nel mito per il suo eccezionale fiuto
del gol, l’impressionante elevazione aerea e un carisma trascinante che lo rese
un idolo assoluto. Dopo essersi messo in luce nelle serie minori con le maglie
di l’Almas Roma, Cesena, Mantova e soprattutto Carpi (dove esplode
calcisticamente), viene acquistato nel 1976 dal Taranto in Serie B; in riva
allo Ionio vive una clamorosa e travolgente consacrazione, realizzando reti
capolavoro che trascinano la formazione rossoblù a un passo dalla storica e
prima promozione in Serie A. La sua fulgida carriera e la sua giovane vita
vengono drammaticamente spezzate a soli venticinque anni a causa di un tragico
incidente stradale, quando la sua vettura viene violentemente travolta nella
notte da un’auto pirata, gettando un’intera città nel lutto più profondo e
interrompendo il sogno calcistico di un intero popolo. In segno di eterno
rispetto e imperituro omaggio al suo mito, il giorno successivo alla tragedia
la presidenza del club decise di intitolargli per sempre lo stadio di Taranto,
il celebre “Stadio Erasmo Iacovone”, dove la sua memoria continua a
essere venerata dalle successive generazioni di tifosi.
[lvii] Georgi Asparuhov (Sofia, 4 maggio
1943 – Sofia, 30 giugno 1971): Calciatore bulgaro, considerato uno dei più
importanti talenti della storia del calcio del suo Paese e uno degli attaccanti
più raffinati della sua generazione. Soprannominato “Gundi”, si formò
nel settore giovanile del Levski Sofia, club al quale legò gran parte
della carriera, con una parentesi al Botev Plovdiv. Con il Levski conquistò tre
campionati bulgari e quattro Coppe nazionali, diventando il principale simbolo
tecnico e identitario della società. Centravanti elegante, dotato di notevole
tecnica individuale, senso del gol e visione di gioco, disputò 49 partite con
la Nazionale bulgara, partecipando ai Mondiali del 1962 e del 1966. Nel 1965 fu
vicino al trasferimento al Milan, ma l’operazione non si concretizzò a causa
delle restrizioni politiche della Bulgaria dell’epoca. Morì prematuramente a
soli 28 anni, il 30 giugno 1971, in un incidente stradale insieme al compagno
di squadra Nikola Kotkov. La sua scomparsa suscitò un profondo cordoglio
nazionale e contribuì a consolidarne il mito. Asparuhov è ricordato come una
delle massime espressioni del calcio bulgaro degli anni Sessanta, simbolo di
talento, eleganza e appartenenza sportiva.
[lviii] Nikola Kotkov (Sofia, 9 dicembre
1938 – Sofia, 30 giugno 1971): Calciatore bulgaro, fu uno dei più
importanti attaccanti del calcio nazionale tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Dotato di grande tecnica, intelligenza tattica e notevoli capacità
realizzative, rappresentò una delle figure più eleganti del calcio bulgaro dell’epoca.
Cresciuto nel settore giovanile del Lokomotiv Sofia, con cui legò la maggior
parte della propria carriera, Kotkov si impose come centravanti completo e
raffinato, capace di coniugare forza fisica, abilità nel gioco aereo e
sensibilità tecnica. Con la maglia della Nazionale bulgara disputò 26 incontri,
partecipando ai Campionati del Mondo del 1962 in Cile. Nel 1969 si trasferì al
Levski Sofia, dove formò con Georgi Asparuhov una delle coppie offensive più
celebri del calcio bulgaro. La loro collaborazione, però, ebbe una conclusione
tragica: il 30 giugno 1971 entrambi morirono in un incidente automobilistico,
interrompendo prematuramente due carriere di grande valore. Nikola Kotkov
rimane nella memoria sportiva bulgara come uno dei migliori attaccanti della sua
generazione, un calciatore dalla classe innata la cui figura è rimasta
indissolubilmente legata a quella di Asparuhov, in una delle pagine più
drammatiche e commoventi della storia del calcio dell’Europa orientale.
[lix] Denis Bergamini (Argenta, 18
settembre 1962 – Roseto Capo Spulico, 18 novembre 1989): Generoso,
geometrico e sfortunato centrocampista italiano, figura entrata in modo
indelebile nella memoria collettiva e nella storia del calcio nazionale, non
solo per le sue doti tecniche e umane sul rettangolo verde, ma anche per la
drammatica e complessa vicenda extra-calcistica che ha avvolto la sua prematura
scomparsa. Cresciuto nelle serie minori tra Imola e Russi, trova la sua
definitiva consacrazione con la maglia del Cosenza, club di cui diventa il motore
del centrocampo, l’idolo indiscusso della tifoseria e il simbolo assoluto di
una storica e memorabile promozione in Serie B conquistata nel 1988 sotto la
guida di Gianni Di Marzio. Centrocampista moderno, dotato di grande dinamismo,
visione di gioco e intelligenza tattica, era ormai destinato al grande salto
verso la Serie A quando la sua giovane vita si interrompe tragicamente a soli
ventisette anni lungo la Strada Statale 106 Jonica, in circostanze inizialmente
archiviate come suicidio ma poi radicalmente smentite da decenni di strenua
lotta della famiglia e da successive indagini giudiziarie, che hanno accertato
la verità sul suo omicidio. In segno di imperituro omaggio al suo carisma, alla
sua lealtà sportiva e al suo ricordo, il Cosenza Calcio ha ritirato per sempre
la sua iconica maglia numero 8 e gli ha intitolato la curva nord dello stadio “San
Vito”, dove il suo nome continua a essere cantato e onorato come simbolo eterno
di giustizia e appartenenza.
[lx] Gaetano Scirea (Cernusco sul
Naviglio, 25 maggio 1953 – Babsk, 3 settembre 1989), calciatore e
allenatore di calcio italiano. Tra i massimi interpreti del ruolo di “libero”
nella storia del calcio mondiale, Scirea ha unito un’eleganza tecnica
straordinaria a doti umane rare, diventando un’icona universale di sportività e
correttezza (memorabile il record di non aver mai ricevuto un cartellino rosso
o una squalifica in tutta la carriera). Ha legato la sua epopea alla Juventus,
club di cui fu capitano e con cui vinse sette scudetti e tutte le competizioni
confederali dell’epoca. Fu inoltre tra i pilastri della Nazionale italiana
campione del mondo nel 1982. Morì tragicamente a soli 36 anni in un incidente
stradale in Polonia, mentre svolgeva il ruolo di vice,allenatore per i
bianconeri.
[lxi] Michele
Lo Russo (Napoli, 21 settembre 1947 – 28 gennaio 1983) e Ciro Pezzella (Napoli,
16 luglio 1954 – 28 gennaio 1983): Calciatori italiani, furono
due importanti protagonisti della storia del Lecce negli anni Settanta e Ottanta. Lo Russo,
difensore di grande esperienza e affidabilità, rappresentò uno dei pilastri
della squadra salentina, della quale divenne capitano e simbolo per
attaccamento e continuità di rendimento. Pezzella, terzino sinistro dotato di
forza atletica e personalità, fu invece uno dei giovani elementi più
promettenti della formazione giallorossa, affermandosi come interprete moderno
del ruolo. Entrambi morirono tragicamente il 28 gennaio 1983 in un incidente
stradale mentre si recavano a prendere il treno a Bari che li avrebbe dovuti
portare a Varese per giocare contro la squadra lombarda. La loro
scomparsa rappresentò una delle pagine più dolorose nella storia del Lecce e
lasciò un profondo vuoto nella memoria dei tifosi salentini, che ancora oggi
ricordano i due calciatori come simboli di professionalità, appartenenza e
dedizione alla maglia.
[lxii] Jan Jongbloed (Amsterdam, 25
novembre 1940 – Amsterdam, 31 agosto 2023), calciatore olandese. È passato
alla storia del calcio mondiale come l’atipico portiere dell’Olanda del “Calcio
Totale” guidata da Rinus Michels e Johan Cruijff, capace di raggiungere due
finali mondiali consecutive nel 1974 e nel 1978. Scelto dal commissario tecnico
per la sua straordinaria abilità nel giocare il pallone con i piedi e nell’agire
come un vero e proprio “libero aggiunto” fuori dalle linee dell’area di rigore,
Jongbloed ha rivoluzionato l’interpretazione moderna del ruolo del portiere.
Curiosamente, giocava senza guanti e indossava l’insolito numero 8.
[lxiii] Finale del Campionato mondiale di
calcio (7 luglio 1974). Disputatasi a Monaco di Baviera tra la Germania
Ovest e i Paesi Bassi, la partita sancì la fine del mito dell’invincibilità
dell’Olanda di Rinus Michels, considerata la favorita assoluta per la bellezza
stilistica e l’innovazione tattica espresse durante il torneo. La vittoria per
2,1 permise al capitano tedesco Franz Beckenbauer di sollevare la nuovissima Coppa
del Mondo FIFA (che sostituiva lo storico Trofeo Rimet). Questo incontro è
spesso citato dalla storiografia sportiva come il momento di massima espressione
del calcio degli anni Settanta, dove l’organizzazione collettiva e la tenuta
mentale tedesca ebbero la meglio sul lirismo estetico degli avversari.
[lxiv] Renato Curi (Montefiore dell’Aso, 20
settembre 1953 – Perugia, 30 ottobre 1977), calciatore italiano di ruolo
centrocampista. Elemento dinamico, generoso e geometricamente impeccabile, fu
tra i massimi artefici del “Miracolo Perugia” guidato da Ilario Castagner,
conquistando nel 1975 la prima storica promozione del club in Serie A. Legò il
suo nome alla storia del calcio italiano il 16 maggio 1976, quando un suo gol
decisivo contro la Juventus non solo sancì la vittoria del Grifo, ma consegnò
di fatto lo scudetto al Torino. La sua parabola si interruppe drammaticamente a
soli 24 anni il 30 ottobre 1977:
durante un Perugia,Juventus giocato sotto un nubifragio, Curi si accasciò
improvvisamente al suolo a inizio ripresa per un arresto cardiaco. Meno di un
mese dopo la tragedia, lo stadio di Pian di Massiano a Perugia venne intitolato
alla sua memoria.
[lxv] Giuliano Taccola (Uliveto Terme, 28
giugno 1943 – Cagliari, 16 marzo 1969), calciatore italiano di ruolo
centravanti. Attaccante potente, dotato di grande scatto e fiuto del gol,
esplose nel Genoa prima di approdare alla Roma nel 1967, dove si impose
rapidamente come idolo della tifoseria segnando 17 reti in 41 presenze
complessive. La sua promettente carriera si interruppe tragicamente a soli 25
anni il 16 marzo 1969:
tormentato da settimane da febbri persistenti a seguito di un’operazione alle
tonsille, fu comunque aggregato alla squadra dall’allenatore Helenio Herrera
per la trasferta di Cagliari. Dopo aver assistito al match dalla tribuna dell’Amsicora,
scese negli spogliatoi per festeggiare la squadra, dove accusò un malore
improvviso e morì poco dopo su un lettino a causa di un arresto
cardiocircolatorio.
[lxvi] Miklós “Miki” Fehér (Tatabánya, 20
luglio 1979 – Guimarães, 25 gennaio 2004), calciatore ungherese di ruolo
attaccante. Nazionale magiaro di grande prospettiva, dopo gli esordi in patria
e le esperienze con Porto e Braga, si trasferì nel 2002 al Benfica. La
sua vita si interruppe drammaticamente a soli 24 anni il 25 gennaio 2004
durante la sfida di campionato contro il Vitória Guimarães: entrato dalla
panchina, Fehér fornì l’assist decisivo per il gol della vittoria del suo club
nei minuti di recupero. Pochi istanti dopo, a seguito di un cartellino giallo
comminatogli dall’arbitro Olegário Benquerença, l’attaccante accennò un sorriso
amaro, si inchinò tenendosi le ginocchia e si accasciò improvvisamente all’indietro
sul terreno di gioco, stroncato da un arresto cardiaco dovuto a una
cardiomiopatia ipertrofica sotto gli occhi sconvolti di compagni e
telespettatori.
[lxvii] Marc,Vivien Foé (Yaoundé, 1 maggio
1975 – Lione, 26 giugno 2003), calciatore camerunese di ruolo
centrocampista. Centrocampista moderno, dotato di straordinaria potenza fisica
e dinamismo, è stato un pilastro della Nazionale del Camerun, con cui ha vinto
due Coppe d’Africa (2000 e 2002), e di club di alto livello come Lens, West
Ham, Lione e Manchester City. La sua vita si interruppe drammaticamente a 28
anni il 26 giugno 2003 allo
stadio di Gerland a Lione, durante la semifinale della FIFA Confederations Cup contro la Colombia: al 72° minuto, senza
alcun contatto di gioco, crollò improvvisamente al suolo nel cerchio di
centrocampo a causa di un arresto cardiaco provocato da una cardiomiopatia
ipertrofica congenita, spegnendosi poco dopo i tentativi di rianimazione negli
spogliatoi.
[lxviii] Piermario Morosini (Bergamo, 5
luglio 1986 – Pescara, 14 aprile 2012), calciatore italiano di ruolo
centrocampista. Cresciuto nel vivaio dell’Atalanta e pilastro delle Nazionali
giovanili (fino all’Under,21), era un centrocampista generoso e tatticamente
diligente, di proprietà dell’Udinese ma in forza al Livorno. La sua vita si interruppe tragicamente a 25 anni il 14 aprile 2012 allo stadio Adriatico
di Pescara, durante il 31° minuto della partita di Serie B Pescara,Livorno:
colpito da una crisi cardiaca dovuta a una rara cardiomiopatia aritmogena,
crollò a terra nel tentativo di rialzarsi per tre volte. Nonostante i soccorsi
immediati e il trasporto d’urgenza all’ospedale Santo Spirito, il giocatore si
spense nel pomeriggio, generando uno shock collettivo che portò la FIGC a
sospendere immediatamente tutti i campionati professionistici italiani.
[lxix] Massamasso Tchangai (Atakpamé,
8 agosto 1978 – Lomé, 8 agosto 2010) è stato un calciatore
togolese, di ruolo difensore, entrato nella storia del calcio africano per
essere stato uno dei pilastri e dei leader carismatici della storica Nazionale
del Togo. Con la selezione del suo Paese ha collezionato ben 37
presenze, partecipando a quattro edizioni della Coppa d’Africa e, soprattutto,
alla leggendaria e unica spedizione del Togo ai Mondiali di Germania 2006. Difensore centrale roccioso, generoso e
dotato di una grande forza fisica, Tchangai ha vissuto una carriera da
giramondo tra Africa ed Europa (militando anche in Italia con le maglie di
Udinese, Viterbese e Benevento), diventando un idolo in patria per la sua
dedizione alla causa della Nazionale. Il momento più alto della carriera di Massamasso Tchangai coincide con il
Mondiale del 2006, dove disputò da titolare e da leader difensivo tutte e tre
le partite del girone contro Corea del Sud, Svizzera e Francia, fronteggiando a
testa alta campioni del calibro di Thierry Henry e Zinédine Zidane. Quell’avventura,
pur calcisticamente sfortunata sul campo, consacrò quella generazione di
calciatori come eroi nazionali. La parabola di Tchangai si è purtroppo
interrotta in modo drammatico e improvviso l’8 agosto 2010, nel giorno esatto del suo 32º compleanno: mentre si trovava a Lomé, la capitale del Togo, il
calciatore è stato stroncato da un improvviso arresto cardiaco a seguito di un
malore, lasciando un vuoto immenso nel calcio africano e nei tantissimi tifosi
che ne avevano ammirato la grinta e il sorriso.
[lxx] Marco Pantani (Cesena, 13
gennaio 1970 – Rimini, 14 febbraio 2004), universalmente noto
come “Il Pirata” per via della bandana, dell’orecchino e del
pizzo che esibiva in corsa, è stato uno dei ciclisti su strada più amati,
iconici e tragici della storia dello sport mondiale. Considerato l’ultimo
grandissimo scalatore puro del
ciclismo moderno, Pantani scatenava la sua leggenda non appena la strada
cominciava a salire: quando le pendenze si facevano impossibili, si toglieva il
cappellino o la bandana, si alzava sui pedali tenendo le mani basse sul
manubrio e lanciava scatti fulminei capaci di frantumare la resistenza di
qualunque avversario. Il suo anno di grazia fu il 1998, quando realizzò una leggendaria e difficilissima “doppietta”,
trionfando nello stesso anno sia al Giro
d’Italia che al Tour de France
(un’impresa riuscita a pochissimi eletti nella storia del ciclismo).
[lxxi] Nel cuore e nella storia calcistica di
Firenze, il titolo di “Capitano di Fiorenza” appartiene
indissolubilmente e per sempre a Davide Astori (San Giovanni Bianco,
7 gennaio 1987 – Udine, 4 marzo 2018). Difensore elegante,
leale e carismatico, Astori è stato il leader silenzioso e amatissimo della Fiorentina, squadra di cui indossava
fieramente la fascia di capitano. La sua tragica e improvvisa scomparsa,
avvenuta a soli 31 anni in una camera d’albergo a Udine a causa di un arresto
cardiaco alla vigilia di una partita di campionato, ha squarciato il mondo del
calcio. Da quel drammatico 4 marzo, la città di Firenze lo ha elevato a un
rango monumentale: Astori non è stato solo un calciatore, ma l’incarnazione dei
valori più nobili dello sport, del rispetto e dell’attaccamento alla maglia
viola, spingendo la società a ritirare per sempre la sua maglia numero 13.
[lxxii] La tragedia dei fratelli Giacomi
rappresenta una delle pagine più dolorose, assurde e umanamente strazianti
della storia di Verona e del calcio italiano. Nel marzo del 1977, la famiglia Giacomi (originaria del quartiere
veronese di Chievo) venne colpita dall’improvvisa morte del figlio minore, Antonio. Il fratello maggiore Mario Giacomi (Verona, 24 luglio 1949 – 10
marzo 1977), stimato portiere cresciuto nell’Hellas Verona e all’epoca
in forza al Pescara, ottenne il permesso dal club per rientrare immediatamente
nella città scaligera per i funerali. La sera del 9 marzo, devastato dal lutto, Mario andò a dormire nella stessa
stanza insieme all’altro fratello, Gianni.
Durante la notte, a causa del malfunzionamento di una stufa, la camera fu
invasa dal monossido di carbonio:
i due fratelli vennero ritrovati senza vita la mattina successiva, privando una
singola famiglia di tre figli nel giro di pochissime ore.
[lxxiii] Il riferimento è alla canzone A
un vincitore nel pallone, composta da Giacomo Leopardi a
Recanati nel novembre del 1821 e
pubblicata per la prima volta nelle Canzoni del 1824. Il componimento è
dedicato, pur senza mai nominarlo direttamente, a Carlo Didimi (1798,1877), un giovane coetaneo del poeta originario
di Treia e celeberrimo campione del pallone
col bracciale, lo sport di squadra più popolare e seguitissimo nell’Italia
dell’Ottocento. Leopardi, affascinato dal vigore fisico e dalla fama del
Didimi, eleva l’atleta a simbolo di virtù classica, trasformando l’echeggiante
arena del gioco in un palcoscenico di riscatto civile ed eroico contro la
decadenza della patria.
[lxxiv] Andrés Escobar (Medellín, 1967 –
1994). Andrés Escobar Saldarriaga nasce a Medellín il 13 marzo 1967 ed è
stato uno dei difensori più forti, eleganti e rispettati della storia del
calcio colombiano, la cui memoria è tragicamente legata a una delle pagine più
buie, drammatiche e sconvolgenti dello sport mondiale. Soprannominato “El
Caballero del Fútbol” (Il Gentiluomo del Calcio) per via del suo stile di
gioco pulito, della sua correttezza esemplare in campo e di un carattere calmo,
colto e profondamente riflessivo, Escobar era il leader indiscusso e il
capitano designato della Nazionale colombiana. Difensore centrale dotato di un
eccellente senso della posizione e di un tempismo perfetto negli anticipi,
spende quasi interamente la sua carriera di club nell’Atlético Nacional di
Medellín, con cui vince la storica Coppa Libertadores nel 1989 (la prima per un
club colombiano) e la Coppa Interamericana nel 1990, oltre a due campionati
nazionali, diventando un idolo assoluto della tifoseria. Con la Nazionale
colombiana colleziona 51 presenze, guidando la straordinaria “generazione d’oro”
(insieme a campioni come Carlos Valderrama e Faustino Asprilla) che si
qualifica in modo trionfale ai Mondiali di USA 1994, indicata persino da Pelé
come una delle favorite per la vittoria finale. Il destino del difensore si
compie però drammaticamente il 22 giugno 1994, durante il match della fase a
gironi contro i padroni di casa degli Stati Uniti: nel tentativo di
intercettare un cross teso dell’attaccante John Harkes, Escobar devia
scivolando il pallone nella propria porta, siglando un clamoroso autogol che
condanna la Colombia alla sconfitta per 2-1 e alla prematura eliminazione dal
torneo. Al rientro in patria, nonostante il clima di fortissima tensione
alimentato dai cartelli della droga e dalle scommesse clandestine, Escobar
decide di non nascondersi e scrive una toccante lettera aperta sul quotidiano El
Tiempro, che si concludeva con la celebre frase: “La vita non finisce
qui”. Purtroppo, la notte del 2 luglio 1994, all’uscita di un ristorante
nei dintorni di Medellín, il calciatore viene affrontato da tre uomini e
barbaramente assassinato con sei colpi di pistola; l’esecutore materiale,
legato alla malavita locale, avrebbe urlato ironicamente “Gol!” a ogni
sparo, per punire l’errore del Mondiale. Ai suoi funerali partecipano oltre
centomila persone in un clima di immenso dolore nazionale. La sua tragica scomparsa,
celebrata in seguito nel celebre documentario The Two Escobars, lo ha
trasformato in un martire dello sport, un simbolo eterno di dignità e purezza
stroncato dalla follia criminale, il cui ricordo come “Cavaliere” del calcio
rimane indelebile nel cuore di tutti gli appassionati.