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Prova 05 - Bibliomax

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Subbuteo and Football Tales
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per ciò che hanno vinto, ma per ciò che hanno sopportato. Souleyman Cherif non aveva avuto gli applausi dei grandi stadi né il riconoscimento dei libri di storia, ma aveva portato il suo amore per il calcio oltre ogni confine oltre ogni muro. Per questo dimorava tra quelle anime, non come un vinto, ma come un giusto. “Vi sono campioni che non conquistano trofei, ma il diritto di essere ricordati.”
Poco oltre, altre anime dimenticate dal grande racconto del calcio, qui due fratelli uniti dalla stessa passione e dallo stesso destino. Erano Luciano e Italo Vassallo[i], figli d’Eritrea e d’Italia, furon uomini che avevano scritto una pagina luminosa del calcio africano prima che il mondo imparasse a riconoscerla e ancor prima a dimenticarla. Luciano, elegante capitano della Nazionale etiope, fu il simbolo della vittoria nella Coppa d’Africa del 1962. Accanto a lui vi era Italo, attaccante generoso, con cui condivise vittorie e stagioni memorabili nel calcio etiopico. Furono chiamati i “Di Stefano d’Africa”, perché il loro talento aveva superato i confini della loro terra.
Ma la storia non fu sempre benevola con loro. Con il regime di Menghistu, Luciano fu perseguitato per le sue origini italiane e per il coraggio di denunciare ingiustizie nello sport, fino a dover lasciare l’Etiopia e ricominciare una nuova vita in Italia. Italo rimase invece legato alla terra natia.
Il Vate li mirò con riverente sguardo, “innanzi stan due anime che il mondo degli uomini ha consegnato all’oblio. Campioni d’un calcio lontano, ma la lor luce, nata dal talento, non potea più esser vinta dal corso del tempo.”
Tra le anime dimenticate non vidi soltanto figli d’Africa, ma anche un uomo venuto dall’isola divisa dal mare e divisa dalla storia. Vestiva ancora il verde della sua fede e pareva portarlo come un mantello.
Dante lo riconobbe e mi disse: "Questi è Sotiris Kaiafas[ii], e non giocò soltanto nell’Omonia di Nicosia: egli fu l’Omonia stessa".
E vidi come una luce dorata brillasse sul suo capo, memoria della Scarpa d’Oro conquistata nel 1976 con trentanove reti. Con la sua amata squadra aveva persino umiliato il grande Ajax con quattro gol a zero, segnandone due con i propri piedi. Ma più delle vittorie pesava nel suo cuore il ricordo di Mia Milia[iii], il villaggio natale divenuto terra di confine dopo la divisione di Cipro. Tuttavia né guerra né esilio avevano piegato la sua fedeltà, ché fino all’ultimo giorno rimase devoto ai colori verdi dell’Omonia, come un cavaliere alla propria insegna. Poco più in là vagava un’anima solitaria, avvolta da una malinconia antica. Pareva fatta d’umiltà e dimenticanza, come se il tempo stesso avesse cancellato le sue orme. Nessuno pareva conoscerla, e nessuno diceva d’averla mai incontrata. Nemmeno Dante, il Vate, seppe dirmi chi fosse.
Mosso da pietà, mi avvicinai e gli domandai il suo nome. Allora quell’ombra levò il capo e disse con voce lieve:
“Io fui Lee Wai Tong[iv], il principe dimenticato di Hong Kong. Nella mia vita segnai più di mille reti, eppure nessuno ne conserva memoria. La mia patria era troppo lontana dal mondo che gli uomini chiamano grande, e così le mie imprese svanirono come nebbia al mattino. Quando non avevo un pallone, mi allenavo con arance e sacchi di sabbia; e tanto esercitai il mio piede che il tiro divenne possente come il colpo d’un fabbro. Nel mio villaggio mi chiamavano “Piede di Ferro”, poiché talvolta le reti non reggevano alla forza dei miei calci. Ma il tempo è giudice severo, e di me non si ricorda quasi nessuno.”
Udendo quelle parole, provai grande tristezza. Ché compresi come la fama degli uomini non sempre segue il merito, e come vi siano campioni che illuminarono il loro tempo più di molte stelle celebrate, ma che il mondo lasciò lentamente scivolare nell’oblio.
Poco più in là vagava un’altra anima che il tempo aveva ingiustamente nascosto alla memoria degli uomini. Portava sul volto la fierezza delle montagne d’Albania e negli occhi il riflesso di antiche battaglie sportive. Era Loro Boriçi[v], leggenda dimenticata del calcio albanese, capitano e guida di una nazione che trovò nel pallone uno dei suoi primi motivi d’orgoglio. Guidò l’Albania alla vittoria della Coppa dei Balcani del 1946, unico trofeo ufficiale conquistato dalla sua nazionale, e il suo nome divenne così grande che persino uno stadio della sua amata Scutari finì per portarlo in eterno.
Lo vedemmo camminare in silenzio, come si conviene ai grandi uomini. Quella figura ci ricordava che la gloria degli stadi è simile al vento, oggi riempie le tribune e domani svanisce. Ma la virtù di chi seppe servire la propria gente e la propria patria non si consuma col passare degli anni. E così Loro procedeva tra quelle anime illustri, dimenticato da molti sulla terra, ma non dal Cielo che custodisce la memoria dei suoi pionieri.
Dinanzi le “divine vallette” ci indicarono un luogo appartenente a un Paradiso parallelo, che nessuna carta del cielo riportava e che pochi, persino tra i beati, sapevano raggiungere. Non era facile scorgerlo, poiché dimorava al di fuori di tutti i tempi e di tutte le stagioni. Là il tempo pareva aver smarrito il proprio dominio, gli orologi erano fermi, le clessidre sospese a mezz’aria e le lancette immobili come sentinelle poste a guardia dell’eternità. Nessuno in quel luogo invecchiava e nessuno sembrava conoscere il significato della parola fine.
“Questo”, mi disse Vittoria, “è il Cielo dei Custodi del Tempo Perduto, dove dimorano coloro che seppero sfidare gli anni e continuare a giocare quando altri avevano già deposto gli scarpini.”
Sofia ci invitò a prestare attenzione e, indicando quell’orizzonte immobile, sussurrò: “Qui il tempo non viene contato, O’Dante … ma soltanto amato.”
Poiché in quel regno, dove Crono non imperava più, le figure apparivano sfuggenti agli occhi dei mortali, come visioni che si mostrano soltanto a chi sa guardare oltre il velo delle apparenze.
Tra esse vidi avanzare Stanley Matthews[vi], il cavaliere d’Inghilterra e primo vincitore del Pallone d’Oro, che ancora correva leggero come un giovane apprendista. Poco distante sorrideva Lamberto Boranga[vii], il portiere medico, che aveva trasformato la longevità in una seconda arte. Accanto a lui camminava Kazuyoshi Miura[viii], che tutti chiamavano “King Kazu”, sovrano di un regno dove l’età non aveva mai ottenuto cittadinanza. E infine scorsi Robert Carmona[ix], viandante dell’Uruguay e custode di record impossibili, che aveva attraversato i decenni senza mai abbandonare il pallone.
Essi non parlavano di vittorie né di trofei, ma del mistero che aveva permesso loro di sfuggire all’usura degli anni. Capimmo che non si trattava di una magia del corpo, bensì di quella più rara dell’anima. Ché il tempo consuma le membra degli uomini, ma poco può contro il cuore di chi continua a giocare per amore.
Così vagavano in quel cielo senza tramonto, tra orologi immobili e calendari privi di date, eterni custodi di una giovinezza che non apparteneva alla carne, ma alla passione. Vedemmo dietro di loro, quasi a seguirli invano, il vecchio Crono, signore degli anni e divoratore delle stagioni, avanzare stanco tra quelle anime. Non brandiva più falce né scettro, e il suo volto mostrava lo smarrimento di chi aveva finalmente incontrato un confine al proprio potere. Passò accanto a Matthews, a Boranga, a Miura e a Carmona senza riuscire a riconoscerli, poiché nessuna delle sue leggi aveva più presa su di loro. Intendemmo allora che il Tempo stesso, giunto al loro cospetto come un sovrano sconfitto, aveva deposto le armi ed era rimasto in silenzio. Ché vi sono uomini destinati a essere vinti dagli anni, e altri che, per amore del gioco, riescono a vivere oltre ogni stagione della vita.
Usciti da quel luogo senza tempo, vi erano quelli che “fecero amare il calcio per le loro piccole cose” Due anime venivano verso di noi, non procedevano l’una accanto all’altra, ma come se un invisibile vincolo le tenesse unite sin dal principio del loro cammino. Parevano due stelle gemelle che percorressero la medesima orbita senza mai separarsi. Erano Paolo Pulici[x] e Francesco Graziani[xi], che i mortali chiamarono i “Gemelli del Gol”[xii]. Attorno a loro splendeva una luce granata, calda come il sole del tramonto sulle colline di Superga[xiii]. Non portavano corone né insegne di comando, ma la semplice fierezza di coloro che avevano raccolto l’eredita di incarnare un popolo intero. L’uno concludeva ciò che l’altro intuiva; l’altro apriva sentieri che il compagno trasformava in gloria. E pareva che il pallone stesso cercasse i loro passi, poiché la loro intesa era divenuta linguaggio prima ancora che gioco. Procedevano insieme verso la luce, e nessuno dei due pareva voler precedere l’altro, poiché la loro gloria non apparteneva al singolo, ma all’armonia che avevano saputo creare.
Pochi passi oltre incontrammo chi fu fedele alla “Propria Città e alla Propria Gente” tra questi vi erano figure che non avevano conquistato il mondo “cambiando insegne”, ma erano divenute immortali restando fedeli alle proprie genti. Attorno a loro non splendevano soltanto trofei e vittorie, ma l’affetto profondo di due città che li avevano accolti come figli e custoditi come simboli. L’uno era Giancarlo Antognoni[xiv], principe di Firenze, signore gentile del centrocampo. L’altro era Francesco Totti[xv], capitano eterno di Roma, che aveva portato sulle spalle il peso e l’orgoglio della sua gente “sine mai cercar altra dimora”. Procedevano insieme sotto una luce serena. Il pallone pareva riconoscere entrambi come antichi custodi dei suoi segreti, ai piedi di Antognoni la palla diventava eleganza e misura; presso Totti si mutava in fantasia, visione e “improvvisa maraviglia”. Attorno al fiorentino vidi levarsi il viola delle rive dell’Arno; attorno al romano brillava il giallorosso della Città Eterna. Eppure nessuna rivalità divideva quei colori, poiché in quel luogo essi erano soltanto diverse manifestazioni della medesima virtù.
Dante allora mi disse:
“Molti inseguirono la gloria mutando insegne e padrone; costoro invece scelsero di appartenere rimanendo in eterno”.
Non sempre la grandezza consiste nel conquistare molti regni, ma talvolta nel servire fedelmente quello che il destino ti affida. E vidi che le anime di Firenze e di Roma si raccoglievano attorno ai loro campioni come popoli attorno ai propri sovrani. Allora compresi che esiste una gloria più rara della vittoria stessa, quella di diventar il volto d’una città e custode della sua memoria. Così Antognoni e Totti avanzavano fianco a fianco tra i beati del football, non come semplici campioni, ma come princìpi della fedeltà, esempio di come una vita intera possa essere donata a una maglia senza che l’amore venga meno. E mentre contemplavo il principe di Firenze e il capitano della “Città Eterna”, vidi avanzare dalla luce un’altra figura avvolta nei colori giallorossi. Il suo volto recava la serenità degli uomini che hanno attraversato il tempo senza essere dimenticati.
Era Amedeo Amadei[xvi], che i mortali chiamarono “Fornaretto di Frascati”. Attorno a lui rivivevano le prime glorie della Roma, quando il calcio italiano muoveva ancora passi giovani e le imprese si tramandavano più con il racconto che con le immagini. Egli procedeva con la semplicità dei campioni autentici, e ogni suo movimento pareva custodire la memoria d’una città che aveva imparato ad amare il football attraverso i suoi gol. Francesco Totti gli si accostò come un figlio che incontra un vecchio padre, e tra i due non vi fu bisogno di parole. Poiché la medesima fiamma ardeva nei loro cuori: l’amore per Roma e per la sua gente. Poiché nel Paradiso del pallone non sono i risultati a splendere in eterno, ma i gesti che hanno saputo trasformare un gioco in memoria, e la memoria in mito.
Salimmo allora verso una sfera luminosa ove “l’aria pareva più lieve che altrove”, il prato si perdeva nell’infinito come un mare verde sospinto da brezze eterne. Era il “Cielo delle ali del Vento” Ivi dimoravano coloro che il Cielo aveva voluto dotare delle ali del vento, uomini capaci di trasformare una fascia laterale in una strada verso l’infinito.
Primo tra essi vidi Garrincha[xvii]. Una delle sue gambe appariva ancora più corta dell’altra, “memoria del limite che la natura gli aveva imposto”. Eppure proprio da quell’imperfezione nasceva la sua meraviglia. I suoi dribbling sfuggivano a ogni legge conosciuta e perfino i difensori del Paradiso sorridevano mentre venivano superati ancora una volta. Poco oltre correva il “Bell’Antonio”[xviii], leggero come passero “amato da tutte le donne italiche” sospinto dal maestrale. Il pallone pareva legato al suo piede da un filo invisibile e ogni sua accelerazione generava armonie che ricordavano le notti luminose dell’ottantadue. Vicino a lui procedeva Francesco Rocca[xix], detto “Kawasaki”, la cui corsa sembrava non conoscere stanchezza. La fascia si apriva dinanzi al suo passo come sentiero tracciato nella luce e il vento pareva accompagnarlo come fedele compagno di viaggio. Scorsi poi Franco Causio[xx], detto “il Barone”, che avanzava con eleganza signorile. I suoi dribbling non erano sfide ma conversazioni gentili con il pallone, e persino l’aria pareva rallentare per contemplarne la grazia. Poco distante correva Pierino Fanna[xxi], silenzioso e instancabile. Le sue accelerazioni disegnavano traiettorie sottili come pennellate e il suo contributo appariva prezioso come quello degli artigiani che edificano una cattedrale senza cercare il proprio nome sulla facciata. Tra il clamore che non lasciava il posto all’aplomb britannico, vedemmo David Beckham[xxii], accompagnato dalla sua “Spice Girl”[xxiii] che lo marcava stretto più di un ferreo difensore. Lui i cui traversi percorrevano il cielo come archi di luce con il pallone che partiva dal suo piede e attraversava l’etere con la precisione d’una stella che già conosca il proprio destino. Più oltre apparve Luís Figo[xxiv], che avanzava con la fierezza degli antichi navigatori portoghesi, “pronto a scansar anche teste di verro”[xxv] Ogni suo cambio di passo pareva aprire nuove rotte nel mare verde del Paradiso calcistico. Non lontano Andrij Ševčenko[xxvi], il cui incedere conservava ancora la forza e la nobiltà delle grandi pianure orientali. Le sue corse trasformavano lo spazio in opportunità e il gol in naturale compimento del movimento.
Infine apparve Cristiano Ronaldo[xxvii]. La sua figura pareva scolpita nella luce. Anche lui era qui solo di riflesso, “il posto suo è tra i massimi cieli”. Sette d’eccellenza scolpito sulla schiena che “le ali a volte nascondean”. Ogni salto sfidava la gravità e ogni corsa conservava l’ambizione inesauribile di chi “aveva cercato il limite soltanto per oltrepassarlo”. E mentre osservavo quella schiera di corridori celesti, mi tornò alla mente l’antica storia d’Icaro, che volle elevarsi verso il sole con ali di cera e per tale ardire precipitò nel mare. Ma questi “non erano figli della cera né dell’illusione”. Le loro ali non si scioglievano al calore della gloria, poiché non erano attaccate alle spalle, bensì all’anima. Ciò che per Icaro fu causa di rovina, per essi era divenuto strumento di meraviglia. Le fasce del campo erano il loro cielo, il pallone il loro vento e la corsa la loro forma di preghiera
Dante allora mi disse:
“Icaro cercò il sole e ne fu consumato;costoro invece cercarono il gioco, e ne trovarono l’eternità. Ché le ali donate dagli uomini possono condurre alla superbia o alla bellezza ma questi le adoperarono per rendere più vasto l’orizzonte del campo”.
Dietro ciascuno di loro si apriva una scia luminosa simile a quella lasciata dalle comete nel firmamento. Compresi che “non v’era immagine più adatta” per quelle anime. Poiché, “come gli uccelli appartengono al cielo e i pesci al mare, così le grandi ali del football appartengono per natura al vento”. E la loro corsa, finalmente libera dal tempo e dalla fatica, continuava eterna lungo i confini luminosi del Paradiso calcistico.
Procedendo per i cieli del Paradiso, giungemmo ad una sfera che non riluceva della gloria delle vittorie né del clamore delle moltitudini. Era un luogo sereno, dove la luce pareva nascere dalla compassione stessa. Qui dimoravano coloro che avevano ricevuto fama e talento sulla Terra, ma li avevano spesi per lenire dolori non propri. Tra quelle anime beate una attirò il mio sguardo. Non per lo splendore, ché altre ne avevano pari, ma per una sfumatura di malinconia che la circondava come una dolce memoria. Mi avvicinai e vidi un uomo dall’aspetto nobile e quieto, il cui volto sembrava riflettere insieme il sole della gioia e l’ombra del dolore umano.
“Chi è costui?” domandai.
E la mia guida rispose ”Questi fu Ronnie Hellström[xxviii], portiere celebrato dagli uomini. Ma la ragione per cui qui risplende non si trova nelle cronache dello sport.”
Allora la luce che lo avvolgeva si fece più viva, e davanti ai miei occhi apparve una visione. Vidi l’Argentina di quel tetro Mundial. Città ornate di bandiere, stadi che ribollivano di entusiasmo mentre il mondo intero guardava i campi di gioco. “Ma nessuno vedeva, chi di chi non vuol vedere”, I giornali narravano imprese sportive, i popoli esultavano o si disperavano per una vittoria o una sconfitta. “Nessuno sentiva, di chi non vuol sentire”. Mentre milioni di occhi erano rivolti a quel grande spettacolo, Ronnie alzò lo sguardo, lo vedemmo camminare per una piazza. Non cercava fotografi né applausi. Osservava alcune donne che avanzavano lentamente sotto il sole. Portavano sul volto il peso di un dolore che non conosce tregua. Stringevano fotografie consumate dal tempo e continuavano a domandare ciò che nessuno voleva rispondere, dove fossero finiti i loro figli. Erano le madri di “Plaza de Majo” Attorno a loro molti passavano senza fermarsi. Altri vedevano e tacevano. Altri ancora preferivano non vedere affatto.
Eppure quel portiere venuto dal Nord si arrestò.
Non aveva il potere di restituire quei figli alle madri. Non poteva abbattere la paura che gravava sul paese. Ma ebbe il coraggio di fare ciò che spesso è più difficile: riconoscere il dolore quando tutti fingono che non esista. In quell’istante compresi perché la sua anima si trovasse in quel cielo. Molti uomini avevano parato palloni più difficili. Molti avevano vinto più trofei. Ma pochi avevano saputo distogliere lo sguardo dalla folla esultante per posarlo su chi piangeva in silenzio. La visione svanì, e Ronnie tornò a splendere tra gli altri beati.
La mia guida allora disse, “Sappi che vi sono tempi nei quali il mondo intero guarda da una parte. In quei tempi il coraggio non consiste nel guidare la moltitudine, ma nel volgere gli occhi dalla parte opposta. Per questo quest’anima è qui: perché seppe vedere ciò che altri decisero di ignorare.”
E mentre proseguivamo il cammino, mi parve che la sua luce custodisse ancora il volto di quelle madri. Non come una ferita, ma come una testimonianza eterna che nessuna festa, per quanto grande, dovrebbe mai riuscire a cancellare il dolore degli innocenti.
Poco oltre vidi Astutillo Malgioglio[xxix]. Attorno a lui correvano, come raggi lieti, figure di bambini che la malattia aveva provato a limitare e che il suo amore aveva aiutato a rendere più liberi. La sua luce non abbagliava, scaldava. Pareva quella di una lanterna accesa da decenni lungo una strada difficile. Gli spiriti del cielo mi dissero che aveva servito i più fragili senza clamore, ben prima che il mondo si accorgesse delle sue opere, e che per questo la sua fiamma cresceva ancora. Accanto a loro brillava Marcus Rashford[xxx]. Dalla sua anima si diffondevano riflessi color del grano maturo, come campi pronti alla raccolta. Compresi il simbolo, nessun bambino doveva conoscere la fame. Con la sola forza della parola e dell’esempio aveva piegato i potenti ad ascoltare chi non aveva voce. E in quel regno beato ogni pane distribuito sulla Terra diventava una scintilla aggiunta alla sua luce. Infine, Sadio Mané[xxxi]. La sua stella irradiava bagliori d’oro e d’ocra, i colori della sua terra africana. Vidi riflettersi nella sua luce una scuola, un ospedale, strade percorse da bambini e famiglie. Egli aveva portato il successo non lontano dalla propria gente, ma di nuovo verso di essa, come un fiume che ritorna alla sorgente per nutrirla. E per questo la sua beatitudine aveva la serenità di chi non ha dimenticato le proprie radici.
Osservandoli insieme, mi accorsi che le loro luci non restavano separate. Si univano formando una figura più grande, simile a un immenso pallone celeste attraversato da una croce luminosa.
Allora la mia guida disse, ”Vedi come qui non si misura il numero dei gol, né delle presenze, né dei trofei. Queste anime compresero che il talento è un prestito e che la fama è soltanto uno strumento. Perciò la Provvidenza le ha raccolte in questa regione del Paradiso, dove dimorano coloro che trasformarono la notorietà in servizio e la vittoria in responsabilità.”
E mentre quelle stelle continuavano la loro danza silenziosa, mi parve di comprendere che il vero campo da gioco non fosse mai stato l’erba degli stadi, ma il cuore degli uomini. Là si disputano le partite che nessun albo d’oro registra e che tuttavia il Cielo ricorda in eterno.
Nel “Cielo delle Parabole Divine” dove vi erano i “fabbri della folgore” nel luogo in cui la sfera si trasfigura in pura geometria estetica, scrutai i figli dell’incanto. Vidi per primo “le roi Michel”, il sovrano dal tocco nobile, che di ogni punizione “facea lezione” d’estetica, spiegando agli eletti come il pallone possa farsi geometria dello spirito e musica del mondo. Egli non calciava per forza, ma per grazia, come chi scrive un verso perfetto sopra il verde prato. Michel parlava di calcio come un intellettuale francese parla di letteratura, ogni passaggio appariva geometria, ogni punizione una lezione di estetica.
Accanto a lui, l’ombra che “d’ogni distanza parea farsi beffa”, poiché per il suo piede il confine tra terra e cielo non avea segreto, era Juninho[xxxii], il signore di “Pernambuco”[xxxiii]. Egli procedeva con la calma d’un architetto celeste, disegnando traiettorie che parevan dettate da mano angelica, capaci di cadere improvvise come stelle che scelgono la via più breve verso la meta. E tra loro, con passo breve e possente che parea ancora pronto alla rincorsa, adocchiai Roberto Carlos[xxxiv], colui che della potenza fece un raggio di sole. Egli non avean più bisogno di rammendar le reti con aghi d’oro come nel Purgatorio, poiché in quel cielo ogni loro colpo era “saetta di luce pura, una parabola così tesa e curva da sfidare ogni legge del vento e dell’umana ragione”.
Nel luogo in cui il “Cielo del Riflesso Sacro e delle Mani Inviolate” appare come una distesa di luce dorata, dove l’aria non è percorsa da grida, ma vibra di una tensione che si è fatta finalmente armonia, dove il tempo tra il tiro e la parata è sospeso in un’eterna e beata frazione di secondo. Qui, il silenzio non è assenza, ma “cura silenziosa della memoria”. Tra questi vi era Joe Gaetjens[xxxv], l’haitiano che nel 1950 stese l’Inghilterra, camminava come chi non ha mai davvero compreso fino in fondo la portata del proprio gesto. Non ostentava nulla. Portava con sé la semplicità degli uomini che entrano nella storia quasi per caso, come sospinti da una volontà più grande. Il suo gol non era un’esultanza, ma un’eco, ancora si ripeteva nell’aria celeste come un colpo secco contro l’ordine del mondo, un piccolo miracolo sportivo che aveva incrinato l’eternità presunta dei favoriti. Accanto a lui Frank Borghi[xxxvi], il portiere. E in lui “pareva condensarsi tutta la fatica dei corpi chiamati a difendere l’impossibile”. Nella vita terrena aveva conosciuto la palla a “forza di trascinar carri di morte”, conosceva il peso del dolore e delle bare, ma ora nel Paradiso del calcio continuava a muoversi con l’istinto di chi non si fida mai del silenzio. Le sue mani cercavano ancora palloni che non arrivavano più, come se la salvezza fosse un gesto che non può smettere nemmeno dopo la fine del pericolo. E Dante, guardandolo, avrebbe forse riconosciuto in lui uno di quei giusti che hanno conosciuto la paura senza mai esserne vinti[xxxvii]. Poco distante vi era Peter Bonetti, il “postino”[xxxviii], la sua figura sembrava appartenere a una dimensione più lieve, quasi sospesa tra cielo e terra. Non correva più tra i pali, ma si muoveva come chi ha imparato a trasformare la velocità in quiete. Nel Paradiso non difendeva più reti, ma consegnava lettere di luce in un’isola remota che non conosceva invecchiamento. Ogni suo passo era discreto, misurato, come se anche il destino avesse deciso di affidargli non più il caos del gioco, ma la cura silenziosa della memoria. In quella medesima luce, quasi a voler completare un riflesso di gloria antica, scorsi l’ombra solenne di Gordon Banks[xxxix]. Egli appariva come lo spirito che ha trasmutato il riflesso in grazia, le sue mani non ghermivano più il pallone, ma sembravano modellare l’aria stessa, ripetendo quell’arcano balzo che un giorno, sotto il sole del Messico, parve negare la forza di gravità per pura devozione alla bellezza[xl]. In questo angolo di cielo, Banks non è più il rivale ma il compagno di luce, colui che insegna come anche l’impossibile possa farsi possibile nell’eternità del ricordo.
Ivi vi erano molte altre anime quasi una schiera infinita, erano anime che “avean saputo trasformare la polvere della sfida in luce immortale, là dove ogni fischio finale è soltanto l’inizio di una partita eterna”. Vidi eroi di serate impossibili: Jan Tomaszewski[xli], che parò tutto a Wembley con una mano fratturata, Helmut Duckadam[xlii], che neutralizzò quattro rigori a Siviglia, e Claudio Garella[xliii], il portiere che parava con i piedi. Tra loro appariva anche Dino Zoff[xliv]. Non correva né gridava. Restava immobile, austero come una statua romana, mentre nel cielo del Paradiso sembravano brillare soltanto le sue mani. Mani enormi, solenni, quasi sacre, le stesse che Renato Guttuso[xlv] aveva trasformato in pittura immortale. Guardandole si aveva l’impressione che non appartenessero più soltanto a un uomo, ma all’idea stessa della gloria calcistica, mani capaci di fermare il tempo prima ancora del pallone.
Poco più in là, avvolto da una luce che pareva appartenere soltanto agli immortali, apparve Gianluigi Buffon[xlvi], non avanzava come un semplice portiere, ma come un antico custode chiamato a vegliare sulle porte della gloria. Per oltre due decenni aveva difeso la propria area come un cavaliere davanti alle mura del suo castello, attraversando generazioni di campioni, epoche diverse e tempeste calcistiche senza mai piegare lo sguardo. Dai primi prodigi della notte di Parigi del 1997 fino al trionfo mondiale del 2006, ogni sua parata sembrava una sfida lanciata al destino, ogni grido dopo un intervento un ruggito capace di risvegliare lo spirito della battaglia. E lì, tra le anime dei grandi portieri, non appariva soltanto come colui che aveva fermato migliaia di palloni, ma come il custode di un sentimento: quello di un calcio antico, fatto di coraggio, appartenenza e fedeltà. Perché Buffon non aveva semplicemente difeso una porta: aveva custodito la memoria stessa del gioco.
Poco distante Sepp Maier[xlvii], arcigno portiere del Bayern e della Germania Ovest, inseguiva eternamente una piccola anatra bianca. Correva sorridendo sull’erba celeste come se il Paradiso fosse rimasto per lui un enorme cortile dove continuare a giocare senza peso né paura. Le sue celebri “papere”[xlviii] non erano più errori da espiare, ma creature leggere e innocue che lo seguivano come simboli di un calcio ancora capace di ridere di sé stesso.
Non lontano dai grandi guardiani delle porte celesti, ma raccolti in una schiera appartata, quasi che la fama degli uomini avesse voluto assegnare loro un posto più modesto, vidi alcuni portieri intenti a compiere parate meravigliose tra pali di luce e reti d’argento.
Erano Castellini[xlix] il “Giaguaro”, Giancarlo Alessandrelli[l], Pasquale Fiore[li], Massimo Piloni [lii]e Gedeone Carmignani[liii], anime che il mondo aveva spesso ricordato come comprimari, ma che il Cielo aveva accolto con uguale onore.
Indossavano tutti una maglia nera sulla quale ardeva, come inciso dal fuoco eterno, il numero 12. Non vi era tristezza nei loro volti, né rimpianto per la gloria mancata. Al contrario, essi portavano quel numero con la fierezza di chi aveva compreso il valore del proprio destino.
“Osserva bene”, mi disse Sofia, “ché non ogni eroe riceve una corona. Ve ne sono alcuni che consacrano la propria vita all’attesa, pronti a entrare in campo quando il fato lo richiede, senza pretendere applausi né onori.”
Allora Vittoria sorrise e soggiunse, “Molti ricordano chi scende in campo dall’inizio, ma il Cielo non dimentica chi rimase nell’ombra senza mai venir meno al proprio dovere. Talvolta il sacrificio più grande è essere pronti ogni giorno, pur sapendo che forse non verrà mai il proprio momento.”
E io vidi che quelle anime difendevano le porte del Paradiso con la stessa dedizione con cui avevano custodito le panchine e i sogni dei compagni. Ché erano stati eterni secondi per giudizio degli uomini, ma non agli occhi dell’Eterno, il quale misura il valore non dalla fama ricevuta, bensì dalla fedeltà con cui ciascuno accetta e onora il proprio compito.
In un altro cielo ove non si udivan lamenti, ma soltanto il vento che correva lieve sopra l’erba eterna, non più sopra quei “carri di ferro che avean condotto tanti al loro ultimo destino”. Quivi dimoravano coloro ai quali la sorte avea reciso il cammino, ancor prima che potessero compierlo interamente. Tra essi vidi avanzare Ludo Coeck[liv], il cui sinistro faceva ancora cantare il pallone come nei giorni migliori, e poco discosto Jason Mayélé[lv], che correva leggero come se nessuna strada terrena avesse mai potuto arrestarne il passo. Con loro stava Erasmo Iacovone[lvi], amato eroe del popolo rossoblù, che ancora guidava l’attacco con la medesima generosa foga e che lo aveva reso immortale nel cuore dei tifosi tarentini. Le loro carriere furono spezzate all’improvviso dalla sorte, e per questo il Cielo aveva concesso loro campi senza tramonto nei quali continuare il gioco interrotto. Tra quelle anime chiedeva udienza una figura d’altri tempi, un eroe il cui nome il fragore degli anni aveva lentamente ricoperto di polvere, ma che nella sua terra continuava a vivere come leggenda senza tramonto. Era Georgi Asparuhov[lvii], chiamato “Gundi”, il poeta del pallone bulgaro, uno dei talenti più puri e luminosi della sua generazione, un attaccante capace di unire eleganza e potenza come pochi altri. Il destino, crudele e improvviso, lo strappò alla vita quando ancora non aveva compiuto trent’anni, su quel carro di morte che portò via anche il suo compagno Nikola Kotkov[lviii], spezzando due sogni nel pieno della loro fioritura. Ma vi sono anime che la morte non riesce a spegnere, perché ciò che hanno lasciato non appartiene più soltanto al tempo degli uomini.
E così, nel Paradiso del pallone, Gundi trovava il suo posto accanto agli artisti perduti, a coloro che non ebbero il tempo di terminare la propria opera, ma che lasciarono nell’aria il profumo di una bellezza incompiuta. Perché alcune stelle brillano proprio per ciò che avrebbero ancora potuto donare, e la loro luce, quando arriva dal cuore, non conosce tramonto.
Poco oltre, in una radura avvolta da una luce più tenue e meditativa, vidi un’altra anima. Camminava serena lungo una linea bianca che pareva non avere fine, mentre attorno a lui si dissolvevano ombre, sospetti e menzogne. Era Denis Bergamini[lix]. Sopra il suo capo splendeva una stella limpida che nessuna nube poteva più oscurare.
“Costui”, disse Dante, “non fu soltanto strappato al gioco nel fiore degli anni, ma attese a lungo che la verità tornasse a brillare tra gli uomini”.
E vidi che a ogni suo passo la nebbia si ritirava, poiché in quel luogo eterno non v’era più spazio per il dubbio né per l’inganno, ma soltanto per quella pace che segue la verità finalmente restituita alla memoria degli uomini.
In quel coro di luce, dove il silenzio si fa virtù e la difesa è arte pura, trova posto Gaetano Scirea[lx] procedendo con grazia antica, colui che del “libero” fu l’anima onesta e il capitano che mai conobbe fango né ira: “egli si movea tra i beati come chi ha saputo governare la tempesta del campo senza mai smarrire il candore del cuore”.
Quivi vi eran anche anime, unite da un destino tanto breve quanto doloroso. Erano Michele Lo Russo e Ciro Pezzella[lxi], uomini che avevano conosciuto il timore del cielo e che avevano scelto la strada della terra per sfuggire alla paura del volo.
Ma il fato, che spesso segue sentieri nascosti agli occhi degli uomini, li attese proprio là dove cercavano sicurezza. Un viaggio in automobile, nato dal desiderio di evitare un timore, divenne il luogo della loro ultima corsa, e il destino li chiamò lontano dai campi che avevano amato.
Poco distante, quasi nascosto dietro la luce dei campioni più celebrati, apparive Jan Jongbloed[lxii], il portiere senza guanti dell’Olanda totale. Sembra ancora un uomo capitato lì per caso, dal vender sigarette a dentro la rivoluzione calcistica più bella del Novecento. Forse aspetta ancora quella finale del 1974[lxiii] che non smise mai davvero di giocare.
Naturalmente, nel Paradiso del football, vi sarebbero anche coloro che dal prato verde furono strappati troppo presto. Anime sospese nella malinconia del tempo interrotto. Lì corre ancora Renato Curi[lxiv], col volto giovane fermato per sempre in un pomeriggio di Perugia, quando il cuore decise improvvisamente di arrendersi davanti a migliaia di persone incredule. Accanto a lui c’è Giuliano Taccola[lxv], simbolo tragico di un calcio antico dove il dolore spesso restava nascosto dietro il silenzio degli spogliatoi. Poco più in là apparirono Miklós Fehér[lxvi], Marc-Vivien Foé[lxvii] e Piermario Morosini[lxviii], insieme a tutti quei giovani spezzati troppo presto dal destino. In quel Paradiso non esistono lacrime né cronache interrotte. Trovai anche l’ombra di Massamasso Thangai[lxix], il guerriero che dal Togo portò l’ardore fin nel cuore del Sannio. Egli procedeva con passo fiero, ma lo sguardo portava il riflesso di quell’ultimo istante in una stanza solinga, dove il respiro gli fu tolto in modo oscuro e mai accertato.
Dante, scorgendo il mio turbamento davanti a quel destino che sembra ricalcare la tragica china del Pirata delle vette[lxx] mi sussurrò “Guarda colui che in un albergo smarrì la via, tra mura chiuse e ver che non si dice, vittima d’una sorte oscura e ria”.
Accanto lui la luce mite di Davide, il capitano di Fiorenza[lxxi] dal volto gentile, che nella quiete d’una notte silente smarrì il respiro del corpo ma non l’amore della sua gente. E ancora più in la verso una luce ancor più tenue, sicuramente vedrei due ombre congiunte, simili a rami d’un medesimo arboscello recisi da un unico soffio invisibile, sono i fratelli Giacomi[lxxii], che la terra di Verona rimpiange con lacrime amare. Non fu l’ira del campo né lo scontro a trarli via, ma un nemico silente che ne ammantò il riposo, mutando il sonno della notte nel risveglio dell’eternità.
Ivi corrono finalmente liberi, recando sul petto i colori della loro città, “là dove il respiro non vien meno e la morte non ha più dardo per dividere ciò che il sangue e il gioco avevano unito”.
Dante, osservando quel loro incedere eguale, pareva comprendere che vi sono anime che giungono alla beatitudine non per il clamore della vittoria, ma per la purezza d’un destino che le ha volute inseparabili anche nell’ultimo, silenzioso istante. Resta soltanto un silenzio lieve, quasi leopardiano, capace di ricordare quanto fragile sia la gloria umana. Perché anche il calcio, come la vita raccontata da Giacomo Leopardi[lxxiii], vive dentro una bellezza destinata a svanire. La folla esulta, i cori riempiono il cielo, gli stadi sembrano eterni. Eppure basta un istante perché tutto finisca: un cuore che cede, una corsa che si interrompe, un destino che spezza il sogno proprio nel momento della sua massima luce. Anche Dante, osservando quei campioni perduti troppo presto, abbassò lo sguardo comprendendo che il vero Paradiso non appartiene ai vincitori, ma a chi attraversa la vita lasciando dietro di sé un’emozione impossibile da dimenticare.
Nel “Cielo della Memoria Ferita”, qui dimorano coloro che il gioco non sconfisse, ma che furono strappati alla terra dalla violenza degli uomini, dalle guerre, dalle dittature o dall’odio che talvolta si annida attorno al pallone. E tra questi uomini del riscatto, come una presenza più silenziosa e insieme più dolorosa, camminava Andrés Escobar[lxxiv]. Non era circondato da clamore né da condanna. La sua figura aveva la compostezza di chi ha già attraversato il giudizio del mondo e ne porta addosso il peso senza più opporsi. Nel Paradiso del calcio non vi era accusa, ma memoria; e la memoria, qui, non feriva più. Eppure la sua storia restava scritta anche nell’ombra. Sulla terra, un rigore sbagliato, un gesto minimo dentro l’immensità crudele del gioco, “era stato trasformato dagli uomini in colpa assoluta, in destino rovesciato, in pretesto di vendetta”. E così, in un vile gesto che non apparteneva più allo sport ma alla ferocia umana, la sua vita era stata spezzata da chi aveva confuso il pallone con la giustizia e l’errore con il peccato. Nel Paradiso, però, quella violenza non trovava più dimora. Si dissolveva come nebbia davanti a una luce più grande, e ciò che restava di Escobar non era la colpa attribuita dagli uomini, ma la dignità del suo passo, ancora intento a cercare una spiegazione che la terra non era stata capace di dargli.
Quando lo incontrammo con Dante, il poeta “non pronunciò parola” taciuto a lungo, comprese che certe anime non hanno bisogno di assoluzione, ma soltanto di essere sottratte per sempre alla brutalità del giudizio umano. Insieme a lui, in quel piccolo coro degli uomini riscattati, si avvertiva una verità semplice e severa: che nel calcio, come nella Commedia, non sempre la gloria appartiene ai più forti, ma spesso a coloro che hanno saputo attraversare il limite, la paura e l’oblio, lasciando dietro di sé un’impronta che il tempo non riesce a cancellare.
Avanzammo in silenzio accanto a quest’anima, e poco distante da Andrés, che ancora portava sul volto la dolce malinconia di


[i] Luciano Vassallo (Asmara, 15 agosto 1935 – Ostia, 16 settembre 2022) e Italo Vassallo (Asmara, 1940 – Roma, 30 luglio 2021): Calciatori italo-eritrei, rappresentano una delle vicende più significative nella storia del calcio africano del periodo postcoloniale. Nati in Eritrea durante il dominio italiano, da padre italiano e madre eritrea, furono protagonisti del calcio etiope negli anni Cinquanta e Sessanta, in una fase storica caratterizzata dalla costruzione di nuove identità nazionali attraverso lo sport. Luciano Vassallo, centrocampista e capitano della Nazionale etiope, fu il principale riferimento tecnico della squadra che conquistò la Coppa d’Africa del 1962, primo e unico titolo continentale dell’Etiopia. Considerato uno dei migliori centrocampisti africani della sua epoca, venne premiato come miglior giocatore della competizione. Italo Vassallo, attaccante, fu anch’egli protagonista di quella storica formazione e realizzò una delle reti decisive nel torneo, contribuendo al successo della nazionale etiope. Entrambi legarono la propria carriera al Cotton FC di Dire Dawa, club con il quale conquistarono diversi titoli nazionali etiopi. La loro presenza nella Nazionale rappresentò un elemento simbolico rilevante: figli di una terra segnata dal colonialismo e dalle tensioni politiche, divennero figure di riferimento di un calcio capace di rappresentare l’integrazione tra differenti appartenenze culturali.
Dopo la fine della carriera sportiva, le loro vicende personali seguirono percorsi diversi. Luciano Vassallo lasciò l’Etiopia dopo i cambiamenti politici seguiti alla rivoluzione del 1974 e si stabilì in Italia, dove visse fino alla morte. Italo rimase invece maggiormente legato alla realtà eritrea ed etiope. La storia dei fratelli Vassallo occupa un posto particolare nella storiografia sportiva africana: non soltanto per i risultati ottenuti sul campo, ma per il valore storico e sociale della loro esperienza. Furono protagonisti di una fase in cui il calcio divenne strumento di rappresentazione nazionale, emancipazione e costruzione identitaria, anticipando il ruolo che lo sport avrebbe assunto nei processi culturali e politici del continente africano.
[ii] Sotiris Kaiafas (Mia Milia, 17 dicembre 1949): Ex calciatore cipriota, è generalmente considerato il più importante giocatore nella storia del calcio di Cipro. Attaccante di straordinaria prolificità, legò l’intera carriera all’Omonia Nicosia, società con la quale disputò oltre diciassette stagioni, contribuendo in modo determinante al periodo più vincente del club. Capocannoniere del campionato cipriota per otto volte e autore di oltre 260 reti in campionato, raggiunse il vertice della propria carriera nella stagione 1975-1976, quando conquistò la Scarpa d’Oro europea, diventando l’unico calciatore cipriota ad aver ottenuto tale riconoscimento. Il premio rappresenta tuttora uno dei massimi risultati individuali nella storia dello sport dell’isola. Con la Nazionale di Cipro partecipò alla crescita del movimento calcistico nazionale in un’epoca in cui il calcio cipriota occupava ancora una posizione marginale nel panorama europeo. Nel 2003 l’UEFA lo designò come Golden Player di Cipro, riconoscendolo quale calciatore cipriota più rappresentativo del XX secolo. La figura di Kaiafas occupa un posto centrale nella storiografia sportiva cipriota: non soltanto per i primati realizzativi e i successi ottenuti, ma per aver conferito visibilità internazionale al calcio dell’isola, divenendo il principale simbolo della sua affermazione nel contesto europeo.
[iii] Mia Milia (in greco Μια Μηλιά, oggi nota anche con il nome turco Haspolat) è un villaggio storico dell’area di Nicosia, a Cipro. Situato nella parte orientale della capitale, dopo gli eventi del 1974 è passato sotto il controllo de facto della Repubblica Turca di Cipro del Nord. Il toponimo significa letteralmente "un melo" e il centro abitato è documentato fin dal XIII secolo.
[iv] Lee Wai Tong (Hong Kong, 16 ottobre 1905 – Hong Kong, 4 luglio 1979): Calciatore, allenatore e dirigente sportivo cinese di origine hongkonghese, è unanimemente considerato una delle figure più importanti nella storia del calcio asiatico. Soprannominato il “Re del calcio asiatico”, fu il principale protagonista del football cinese tra gli anni Venti e Quaranta, contribuendo in modo decisivo alla diffusione e alla crescita del gioco nel continente. Attaccante di straordinaria prolificità, legò gran parte della propria carriera al South China Athletic Association di Hong Kong, con cui conquistò numerosi titoli nazionali. Con la Nazionale della Repubblica di Cina vinse cinque edizioni dei Giochi dell’Estremo Oriente e partecipò ai Giochi Olimpici di Berlino del 1936, divenendo il simbolo della prima grande stagione internazionale del calcio cinese. La tradizione statistica gli attribuisce oltre 1.200 reti ufficiali e non ufficiali nell’arco della carriera, un dato che lo colloca tra i più prolifici marcatori della storia del calcio, sebbene le fonti dell’epoca non consentano una verifica completa secondo i criteri statistici moderni. Dopo il ritiro dall’attività agonistica intraprese una significativa carriera dirigenziale e tecnica, guidando la Nazionale della Repubblica di Cina alla vittoria dei Giochi Asiatici del 1954 e ricoprendo incarichi di rilievo nelle istituzioni calcistiche continentali e internazionali, fino a diventare vicepresidente della FIFA. La figura di Lee Wai Tong occupa un posto centrale nella storia dello sport asiatico del Novecento: non soltanto come campione e goleador, ma come uno dei principali artefici dell’affermazione del calcio nell’Estremo Oriente, in un’epoca in cui il continente cercava ancora un proprio spazio nel panorama calcistico mondiale.
[v] Loro Boriçi (Scutari, 4 agosto 1922 – Tirana, 25 aprile 1984): Calciatore e allenatore albanese, è unanimemente considerato una delle figure fondative della storia del calcio albanese. Attaccante di grande statura tecnica e carismatica, legò il proprio nome al Vllaznia Scutari, al Partizani Tirana e, durante la Seconda guerra mondiale, anche alla Lazio, con la quale disputò due stagioni in Serie A. Capitano della Nazionale albanese vincitrice della Coppa dei Balcani del 1946, primo importante successo internazionale del calcio del Paese, fu successivamente commissario tecnico della selezione nazionale in più periodi e allenatore del Partizani, contribuendo in maniera determinante allo sviluppo tecnico del calcio albanese nel secondo dopoguerra. Considerato uno dei pionieri del calcio moderno in Albania, la sua influenza si estese ben oltre l’attività agonistica, comprendendo la formazione degli allenatori e l’organizzazione sportiva nazionale. In suo onore il principale stadio di Scutari porta oggi il nome di Stadio Loro Boriçi, testimonianza del posto centrale che occupa nella memoria sportiva albanese.
[vi] Sir Stanley Matthews (Hanley, Stoke-on-Trent, 1º febbraio 1915 – Newcastle-under-Lyme, 23 febbraio 2000): Calciatore inglese, è considerato una delle figure più influenti nella storia del calcio mondiale. Ala destra dotata di eccezionali capacità tecniche, celebre per il dribbling, la velocità e la correttezza sportiva, sviluppò la propria carriera principalmente nello Stoke City e nel Blackpool, imponendosi come uno dei protagonisti del football britannico tra gli anni Trenta e Cinquanta. Con la Nazionale inglese disputò 54 incontri internazionali e partecipò ai Campionati del Mondo del 1950 e del 1954. Nel 1953 fu il principale artefice della vittoria del Blackpool nella finale di FA Cup contro il Bolton Wanderers, una partita entrata nella memoria collettiva come la “Matthews Final”. Nel 1956 divenne il primo vincitore del Pallone d’Oro, riconoscimento istituito da France Football per premiare il miglior calciatore europeo dell’anno. La sua longevità agonistica fu altrettanto straordinaria: continuò infatti a competere ai massimi livelli fino a quasi cinquant’anni di età, rappresentando un caso eccezionale nella storia dello sport professionistico. Nominato cavaliere dalla Corona britannica nel 1965, primo calciatore a ricevere tale onorificenza durante la carriera, Matthews occupa un posto centrale nella storiografia del calcio del Novecento quale modello di professionalità, disciplina atletica e innovazione tecnica nel ruolo di ala.
[vii] Lamberto Boranga (Foligno, 30 ottobre 1942): Ex calciatore, medico e atleta master italiano, rappresenta una delle figure più singolari dello sport nazionale per avere coniugato attività professionistica, carriera scientifica e straordinaria longevità agonistica. Portiere di Perugia, Fiorentina, Reggiana, Brescia, Cesena, Varese e Parma, disputò oltre cento incontri in Serie A tra gli anni Sessanta e Settanta. Laureato in Medicina e specializzato in cardiologia e medicina dello sport, dopo il ritiro dal professionismo proseguì l’attività agonistica sia nel calcio dilettantistico sia nell’atletica master, conquistando titoli nazionali e internazionali. Tornò infatti più volte a difendere i pali in età avanzata, giocando gare ufficiali fino a 82 anni e divenendo il calciatore più anziano ad aver disputato un incontro ufficiale in Italia. La sua vicenda costituisce un caso di particolare interesse nella storia dello sport contemporaneo per il rapporto tra pratica agonistica, ricerca medica e invecchiamento attivo.
[viii] Kazuyoshi Miura (Shizuoka, 26 febbraio 1967): Calciatore giapponese, universalmente noto come “King Kazu”, è una delle figure più significative nella storia del calcio asiatico e un caso pressoché unico di longevità agonistica nel panorama sportivo mondiale. Trasferitosi adolescente in Brasile per perfezionare la propria formazione calcistica, esordì tra i professionisti nel 1986 e contribuì in modo decisivo alla crescita e alla popolarizzazione del calcio giapponese negli anni precedenti e successivi alla nascita della J.League. Con la Nazionale del Giappone collezionò 89 presenze e 55 reti, risultando uno dei protagonisti dell’affermazione internazionale del movimento calcistico nipponico. Nel 1994 divenne inoltre il primo calciatore giapponese a disputare la Serie A italiana, vestendo la maglia del Genoa. Vincitore del premio di Calciatore asiatico dell’anno nel 1993, ha attraversato oltre quattro decenni di attività professionistica militando in club di Giappone, Brasile, Italia, Croazia, Australia e Portogallo. Ancora in attività a 58 anni e avviato verso la sua quarantunesima stagione professionistica, detiene numerosi primati di longevità e rappresenta uno dei più emblematici esempi di continuità agonistica nella storia del calcio contemporaneo.
[ix] Robert Carmona (Montevideo, 30 aprile 1962): Calciatore uruguaiano, occupa un posto peculiare nella storia del calcio per essere riconosciuto come il più anziano giocatore in attività al mondo. Difensore centrale, ha intrapreso la carriera professionistica alla fine degli anni Settanta e ha militato in numerose società di Uruguay, Argentina, Paraguay, El Salvador, Stati Uniti, Canada, Spagna e Italia, superando le 2.200 presenze ufficiali nel corso di oltre quattro decenni di attività agonistica ininterrotta. Detentore di un primato riconosciuto dal Guinness World Records, ha continuato a disputare incontri ufficiali oltre i 60 anni, distinguendosi per una longevità sportiva senza precedenti nel calcio contemporaneo. La sua vicenda rappresenta un caso di particolare interesse negli studi sulla durata della carriera atletica, sulla preparazione fisica e sull’invecchiamento attivo nello sport professionistico.
[x] Paolo Pulici (Cavenago d’Adda, 1950). Paolo Pulici, per tutti “Pupi” e ribattezzato dal celebre giornalista Gianni Brera “Puliciclone” per la devastante e impetuosa forza della sua natura atletica, nasce a Cavenago d’Adda il 27 aprile 1950 ed è l’idolo indiscusso, il primatista di reti (172 gol complessivi) e il simbolo romantico del Torino nel secondo Dopoguerra. Mancino naturale convertito all’uso di entrambi i piedi, calciatore di rara potenza fisica, scatto bruciante e straordinaria audacia acrobatica nel gioco aereo, lega il suo mito al club granata dal 1967 al 1982, conquistando tre volte il titolo di capocannoniere della Serie A (1973, 1975 e 1976) e componendo con Francesco Graziani la leggendaria coppia dei “Gemelli del Gol”. Sotto la guida di Luigi Radice, trascina il Torino allo storico scudetto del 1976, spezzando il lungo tabù che durava dalla tragedia del Grande Torino con un contributo personale di 21 reti. Meno fortunato è il suo rapporto con la Nazionale azzurra, dove colleziona 19 presenze e 5 reti, chiuso tatticamente dai moduli dell’epoca e relegato in panchina sia ai Mondiali di Germania 1974 sia a quelli di Argentina 1978. Dopo aver chiuso la carriera militando nell’Udinese e nella Fiorentina, si dedica per anni all’insegnamento del calcio ai giovanissimi nella sua scuola calcio a Trezzo sull’Adda, restando per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo del bomber d’area di rigore, generoso, fiero e visceralmente legato alla maglia granata.
[xi] Francesco Graziani (Subiaco, 1952). Francesco Graziani, noto affettuosamente a tutti come “Ciccio”, nasce a Subiaco il 16 dicembre 1952 ed è universalmente considerato uno dei più generosi, completi e forti centravanti del calcio italiano del secondo Dopoguerra, nonché un pilastro insostituibile del Torino e della Nazionale. Attaccante moderno ante litteram, capace di abbinare un eccezionale fiuto del gol a una straordinaria forza fisica, a un ottimo gioco aereo e a un dinamismo infaticabile nel fare pressing e nell’aprire varchi per i compagni, lega i suoi anni più gloriosi al Torino dal 1973 al 1981: in maglia granata sigla 122 reti complessive, vince la classifica dei marcatori di Serie A nel 1977 con 21 gol e compone con Paolo Pulici la leggendaria e simbiotica coppia dei “Gemelli del Gol”, con cui trascina la squadra guidata da Luigi Radice allo storico scudetto del 1976. Successivamente milita con successo nella Fiorentina, sfiorando un altro tricolore nel 1982, e nella Roma, con cui conquista due Coppe Italia e raggiunge la drammatica finale di Coppa dei Campioni nel 1984 persa ai rigori contro il Liverpool, prima di chiudere la carriera tra Udinese e gli australiani dell’APIA Leichhardt. Il culmine della sua epopea sportiva si compie tuttavia con la Nazionale italiana (con cui colleziona 64 presenze e 23 reti): dopo aver partecipato ai Mondiali del 1978 e agli Europei del 1980, si laurea Campione del Mondo in Spagna nel 1982 come titolare inamovibile nello scacchiere tattico di Enzo Bearzot, firmando il gol decisivo contro il Camerun e arrendendosi solo a un infortunio alla spalla nei primi minuti della finalissima vinta contro la Germania Ovest. Uomo dalla personalità carismatica, schietta e travolgente, dopo il ritiro intraprende la carriera di allenatore e dirigente (guidando tra le altre Fiorentina, Reggina e Catania), trovando in seguito una grandissima popolarità televisiva sia come volto di reality sportivi sia come apprezzato e ironico opinionista mediatico, rimanendo nel cuore degli sportivi come l’emblema della passione, del sacrificio e dell’orgoglio italiano.
[xii] I Gemelli del Gol , Pulici e Graziani. Paolo Pulici e Francesco Graziani rappresentano, per antonomasia nella storia del calcio italiano, la coppia d’attacco più prolifica, simbiotica e travolgente degli anni Settanta, capace di legare indissolubilmente il proprio sodalizio alla rinascita sportiva del Torino. Soprannominati “I Gemelli del Gol” dalla stampa specializzata per la straordinaria capacità di integrarsi a memoria sul rettangolo di gioco, i due attaccanti granata combinavano caratteristiche tecniche e fisiche perfettamente complementari: Paolo Pulici, detto “Pupi”, era un’ala sinistra e poi centravanti d’istinto puro, dotato di una potenza fisica devastante, un tiro al fulmicotone con entrambi i piedi e un’abilità acrobatica fuori dal comune che lo rese per tre volte capocannoniere della Serie A; Francesco Graziani, detto “Ciccio”, era invece il prototipo del centravanti moderno, generoso nel pressing, abile nel gioco aereo e fondamentale nel creare spazi per il compagno grazie a un dinamismo e a uno spirito di sacrificio unici. Sotto la guida tattica di Luigi Radice, la coppia trascina il Torino alla conquista dello storico e memorabile scudetto del maggio 1976 — siglando ben 36 delle 49 reti complessive della squadra (21 Pulici, 15 Graziani) —, un’impresa epica che spezza un digiuno tricolore che durava dalle settimane drammatiche della tragedia di Superga e che riporta il club granata sul tetto d’Italia dopo ventisette anni di attesa. Il loro binomio, capace di totalizzare l’incredibile cifra di quasi duecento gol complessivi con la maglia del Torino tra il 1973 e il 1981, si trasferisce con successo anche nella Nazionale italiana (con cui Graziani si laureerà poi Campione del Mondo nel 1982), rimanendo scolpito nell’immaginario collettivo dei tifosi come il simbolo romantico e insuperato di un calcio coraggioso, operaio e tremendamente efficace.
[xiii] La tragedia di Superga (Torino, 1949). Il 4 maggio 1949 si consuma una delle pagine più drammatiche, dolorose e indelebili della storia dello sport mondiale: il trimotore Fiat G.212 delle Avio Linee Italiane, di ritorno da Lisbona dove il Grande Torino aveva disputato un’amichevole contro del Benfica per l’addio al calcio del capitano lusitano Francisco Ferreira, si schianta a causa della fitta nebbia e di un guasto all’altimetro contro il muraglione posteriore della Basilica di Superga, sulla collina che sovrasta Torino. Nell’impatto, avvenuto alle ore 17:03, perdono la vita istantaneamente tutte le 31 persone a bordo: i 18 leggendari calciatori di quella squadra invincibile guidata da Valentino Mazzola (tra cui capisaldi del calcio italiano come Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Loik, Gabetto, Ossola e Menti), i dirigenti societari Egidio Agnisetta e Vittorio Civalleri, gli allenatori Egri Erbstein e Leslie Lievesley, il massaggiatore Osvaldo Cortina, i tre giornalisti sportivi al seguito Renato Casalbore, Luigi Cavallero e Renato Tosatti, e i quattro membri dell’equipaggio. Quella squadra straordinaria, capace di conquistare cinque scudetti consecutivi e di costituire, con dieci elementi su undici, l’ossatura portante della Nazionale italiana di Vittorio Pozzo, venne cancellata in un solo istante, lasciando l’intera nazione in uno stato di shock e di lutto collettivo, testimoniato dagli oltre cinquecentomila cittadini che affollarono le strade di Torino il giorno dei funerali di Stato. Il Torino fu proclamato campione d’Italia a tavolino a quattro giornate dalla fine del torneo e disputò le ultime partite schierando la formazione ragazzi contro i pari età delle squadre avversarie, mentre il mito del Grande Torino, cristallizzato e sottratto per sempre al declino del tempo dalla collina di Superga, entrava di diritto nella leggenda eterna del calcio e nella memoria sentimentale d’Italia, che ogni 4 maggio si ritrova in quel luogo sacro per onorarne il ricordo.
[xiv] Giancarlo Antognoni (Marsciano, 1954). Giancarlo Antognoni nasce a Marsciano il 1 aprile 1954 ed è l’emblema assoluto, il capitano storico e la bandiera più splendente della Fiorentina, club a cui lega quasi interamente la propria parabola agonistica dal 1972 al 1987 disputando 429 partite ufficiali e segnando 72 reti. Regista avanzato dal talento purissimo, dotato di una classe aristocratica, un lancio millimetrico, una falcata elegante e l’innata attitudine di giocare a testa alta sfidando a viso aperto i difensori avversari, diventa l’idolo indiscusso della tifoseria viola con cui conquista la Coppa Italia nel 1975, decidendo di rifiutare nel corso degli anni le ricchissime offerte delle grandi potenze del Nord pur di non tradire la città di Firenze. La sua carriera, straordinaria ma costellata da infortuni drammatici — tra cui il terribile scontro di gioco del 1981 con il portiere del Genoa Silvano Martina che gli causò una frattura cranica e l’arresto temporaneo del battito cardiaco —, tocca l’apice con la Nazionale italiana guidata da Enzo Bearzot: con gli Azzurri colleziona 73 presenze (di cui 4 da capitano) e 7 reti, laureandosi Campione del Mondo in Spagna nel 1982 dopo aver illuminato il centrocampo per tutto il torneo, nonostante l’immensa beffa di dover saltare la finalissima contro la Germania Ovest a causa di un infortunio patito nella semifinale contro la Polonia. Dopo aver chiuso la carriera in Svizzera con il Losanna, ricopre per lungo tempo ruoli dirigenziali di primo piano nella Fiorentina e all’interno della FIGC come capo delegazione delle Nazionali giovanili, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come l’ultimo romantico “dieci” rimasto fedele ai propri colori, un campione amato e rispettato da tutte le tifoserie d’Italia per la sua lealtà e la sua immensa classe.
[xv] Francesco Totti (Roma, 1976). Francesco Totti nasce a Roma il 27 settembre 1976 ed è l’emblema assoluto, il capitano storico e la bandiera più splendente della Roma, club a cui lega l’intera parabola agonistica dal 1993 al 2017 disputando l’incredibile cifra di 786 partite ufficiali e segnando 307 reti. Numero dieci dal talento purissimo, dotato di una visione di gioco celestiale, un lancio millimetrico e una potenza di tiro devastante, evolve la propria posizione da trequartista puro a seconda punta, fino a reinventarsi come “falso nove” sotto la guida di Luciano Spalletti, vincendo la Scarpa d’Oro nel 2007. Con i giallorossi conquista lo storico scudetto del 2001, due Coppe Italia e due Supercoppe Italiane, decidendo di rifiutare nel corso degli anni le ricchissime offerte delle grandi potenze mondiali, su tutti il Real Madrid, pur di rimanere fedele alla squadra della sua città, di cui diventa il miglior marcatore e il primatista di presenze di tutti i tempi, nonché il secondo marcatore più prolifico nella storia della Serie A con 250 gol. La sua leggenda tocca l’apice con la Nazionale italiana (con cui colleziona 58 presenze e 9 reti): dopo aver illuminato l’Europeo del 2000 rimasto celebre per il suo audace “cucchiaio” dal dischetto contro l’Olanda in semifinale, si laurea Campione del Mondo in Germania nel 2002 e nel 2006, quest’ultimo vissuto da protagonista assoluto firmando il rigore decisivo contro l’Australia agli ottavi nonostante una placca di metallo alla caviglia inserita pochi mesi prima. Personaggio dal carisma travolgente, ironico e popolarissimo anche fuori dal campo, dà l’addio al calcio giocato il 28 maggio 2017 in un match contro il Genoa, salutando lo Stadio Olimpico in una cerimonia entrate di diritto nella storia emotiva dello sport mondiale. Dopo il ritiro ricopre per un biennio il ruolo di dirigente nella Roma, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come l’ottavo re di Roma e uno dei più grandi e geniali calciatori della storia italiana.
[xvi] Amedeo Amadei (Frascati, 1921 – Grottaferrata, 2013). Amedeo Amadei, calcisticamente noto con il leggendario e affettuoso soprannome di “Fornaretto” per via delle origini della sua famiglia, titolare di un noto forno a Frascati, nasce il 26 luglio 1921 ed è una delle figure più romantiche, precoci e prolifiche della storia del calcio italiano, nonché il primo grande idolo assoluto della tifoseria della Roma. Centravanti d’infaticabile dinamismo, dotato di uno scatto fulmineo, un tiro potente e un senso della posizione straordinario, debutta in Serie A con la maglia giallorossa il 2 maggio 1937 a soli 15 anni, 9 mesi e 6 giorni: un record assoluto di precocità che è rimasto imbattuto per ben ottant’anni nella massima serie italiana. Con la Roma disputa 234 partite ufficiali segnando 111 reti e si consacra definitivamente nella stagione 1941-1942 quando, realizzando 18 gol decisivi, trascina la formazione guidata da Alfréd Schaffer alla conquista del primo, storico e insperato scudetto della storia del club capitolino. Nel secondo dopoguerra, a causa delle gravi difficoltà finanziarie della società romana, viene ceduto prima all’Inter (dove si conferma bomber di razza siglando 42 reti in due stagioni) e successivamente al Napoli, dove gioca per sei anni diventando il capitano e il trascinatore della rinascita partenopea in Serie A. Il suo legame con la Nazionale italiana viene drammaticamente condizionato dalla tragedia di Superga, che cancella il blocco del Grande Torino; Amadei viene comunque convocato per i Mondiali di Brasile 1950, chiudendo la sua esperienza in Azzurro con 13 presenze e 7 gol. Dopo il ritiro dall’attività agonistica avvenuto nel 1956 con un bottino di 174 reti in Serie A (che lo colloca tra i migliori marcatori di sempre), intraprende la carriera di allenatore guidando il Napoli e, in seguito, la Nazionale femminile italiana. Scompare a Grottaferrata il 24 novembre 2013 all’età di 92 anni, venendo inserito di diritto nella Hall of Fame ufficiale della Roma come intramontabile simbolo di un calcio d’altri tempi fatto di passione, fedeltà e appartenenza.
[xvii] Garrincha (Magé, 1933 – Rio de Janeiro, 1983). Manuel Francisco dos Santos, universalmente noto come Garrincha (dal nome di un piccolo uccello della foresta amazzonica) o “Anjo de Pernas Tortas” (l’angelo dalle gambe storte), nasce a Magé il 28 ottobre 1933 ed è considerato il più grande dribblatore della storia del calcio, nonché una delle ali destre più forti e poetiche di tutti i tempi. Affetto fin dalla nascita da gravi problemi fisici, tra cui il bacino sbilanciato e una gamba sinistra più corta dell’altra di sei centimetri, trasforma queste malformazioni nel suo punto di forza assoluto, sviluppando una finta imprevedibile e una rapidità d’esecuzione che rendevano i suoi movimenti calcistici del tutto indecifrabili per qualsiasi difensore. Legato indissolubilmente al Botafogo, club con cui disputa 612 partite segnando 245 reti e vincendo tre Campionati Carioca, scrive le pagine più gloriose della sua parabola sportiva con la Nazionale del Brasile, con cui colleziona 50 presenze e 5 reti perdendo una sola partita in tutta la sua carriera internazionale. Dopo aver conquistato da protagonista il Mondiale di Svezia 1958, tocca l’apice assoluto della sua leggenda a Cile 1962 quando, a causa dell’infortunio di Pelé nelle prime battute del torneo, trascina da solo i verdeoro alla vittoria del titolo mondiale, venendo eletto miglior giocatore e capocannoniere della competizione. Uomo dallo spirito ingenuo, generoso e totalmente distaccato dal business del calcio, vive una vita privata turbolenta e segnata dalla dipendenza dall’alcol e dalla travagliata relazione con la cantante Elza Soares, cadendo in povertà dopo il ritiro avvenuto nei primi anni Settanta. Scompare prematuramente a Rio de Janeiro il 20 gennaio 1983 a soli 49 anni a causa di una cirrosi epatica, pianto da un intero popolo che lo ha sempre identificato come “A Alegria do Povo” (la gioia del popolo), il simbolo più puro del calcio inteso come arte, divertimento e riscatto sociale.
[xviii] Antonio Cabrini (Cremona, 1957). Antonio Cabrini nasce a Cremona l’8 ottobre 1957 ed è universalmente considerato uno dei più grandi, completi e influenti terzini sinistri della storia del calcio mondiale, nonché un’icona assoluta della Juventus e della Nazionale italiana. Mancino naturale, ribattezzato dal celebre giornalista Gianni Brera “Bell’Antonio” per il fascino e la straordinaria popolarità presso il pubblico femminile, rivoluziona il ruolo del difensore laterale moderno abbinando a una solida disciplina in marcatura una spinta offensiva costante, un cross millimetrico e una straordinaria propensione al gol. Cresciuto nella Cremonese e transitato dall’Atalanta, lega il suo nome all’epopea della Juventus dal 1976 al 1989, disputando 440 partite ufficiali con 52 reti e conquistando sei scudetti, due Coppe Italia e tutte le maggiori competizioni internazionali della UEFA (Coppa UEFA 1977, Coppa delle Coppe 1984, Supercoppa UEFA 1984, Coppa dei Campioni 1985 e Coppa Intercontinentale 1985), un palmarès che lo colloca tra i pochissimi calciatori al mondo ad aver vinto ogni torneo continentale per club. Il culmine della sua leggenda si compie tuttavia con la maglia della Nazionale azzurra (con cui colleziona 73 presenze, di cui 10 da capitano, e 9 reti, record assoluto per un difensore italiano): dopo aver impressionato il mondo a soli vent’anni nel Mondiale di Argentina 1978, dove viene eletto miglior giovane della competizione, si laurea Campione del Mondo in Spagna nel 1982 come colonna insostituibile dello scacchiere di Enzo Bearzot, segnando un gol decisivo nel trionfo contro l’Argentina di Maradona e superando psicologicamente l’errore del rigore calciato fuori nella finalissima contro la Germania Ovest. Dopo aver chiuso la carriera agonistica nel Bologna nel 1991, intraprende l’attività di allenatore guidando diverse squadre di club e, dal 2012 al 2017, la Nazionale maggiore femminile italiana, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo insuperato del terzino d’attacco, simbolo di eleganza, potenza e trionfo sportivo.
[xix] Francesco Rocca (San Vito Romano, 1954). Francesco Rocca nasce a San Vito Romano il 2 agosto 1954 ed è una delle figure più eroiche, amate e calcisticamente drammatiche della storia della Roma e del calcio italiano degli anni Settanta, rimasto nel cuore di tutti i tifosi con il leggendario soprannome di “Kawasaki” per la progressione devastante, la velocità sovrumana e l’instancabile energia con cui arava la fascia sinistra. Terzino fluidificante moderno, dotato di una potenza atletica fuori dal comune, di un temperamento indomito e di uno spirito di sacrificio assoluto, cresce nel vivaio giallorosso e debutta in prima squadra nel 1972, diventando in brevissimo tempo un idolo assoluto della Curva Sud e un punto fermo della Nazionale italiana di Fulvio Bernardini e Enzo Bearzot, con cui colleziona 18 presenze e una rete e di cui viene indicato come il pilastro su cui fondare la difesa del futuro. La sua promettente e sfolgorante carriera viene tuttavia spezzata a soli ventidue anni nell’ottobre del 1976, quando subisce un gravissimo infortunio al ginocchio interno (distacco del tendine rotuleo e blocco dei legamenti) durante una partita contro il Cesena; nonostante una serie infinita di interventi chirurgici, infiltrazioni dolorosissime e strenui tentativi di rientro dettati dal suo attaccamento viscerale alla maglia, l’articolazione non reggerà lo sforzo, costringendolo a un precoce e straziante ritiro dalle scene agonistiche nel 1981 a soli ventisei anni, dopo 172 presenze totali con la Roma con cui riesce comunque a sollevare due Coppe Italia. Nonostante il tragico addio al calcio giocato, non abbandona il mondo del pallone e intraprende una brillante e stimata carriera come allenatore federale all’interno della FIGC, guidando con polso fermo e grande disciplina tattica la Nazionale Olimpica a Seul 1988 (classificatasi al quarto posto) e diverse selezioni giovanili azzurre (Under-19 e Under-20), con cui conquista storici argenti europei e mondiali e dove si fa apprezzare come maestro di sport e di vita, restando per sempre nell’immaginario collettivo come il simbolo puro del calciatore generoso che ha dato letteralmente tutto se stesso per i colori della sua squadra.
[xx] Franco Causio (Lecce, 1949). Franco Causio, universalmente noto con il celebre soprannome di “Barone” per l’innata eleganza dei suoi modi, la classe aristocratica sul rettangolo di gioco e il portamento fiero dentro e fuori dal campo, nasce a Lecce il 1° febbraio 1949 ed è considerato una delle ali destre più forti, geniali e complete della storia del calcio italiano. Giocatore dal talento purissimo, dotato di un dribbling ubriacante, una visione di gioco panoramica e una precisione chirurgica nei cross e nei calci piazzati, univa alla fantasia del numero dieci una spinta costante sulla fascia e un ottimo senso del gol. Dopo gli esordi nel Lecce e i passaggi alla Reggina e al Palermo, lega indissolubilmente il suo nome all’epopea della Juventus di Giampiero Boniperti, disputando ben 447 partite ufficiali con 72 reti tra il 1970 e il 1981, e diventando il faro offensivo di una squadra capace di conquistare sei scudetti, una Coppa Italia e la storica Coppa UEFA del 1977. Successivamente si trasferisce all’Udinese, dove disputa tre stagioni straordinarie a fianco del fuoriclasse brasiliano Zico, prima di militare nell’Inter, nel Lecce (con cui debutta in Serie A da capitano della squadra della sua terra) e chiudere la carriera alla Triestina nel 1988, a quasi quarant’anni. Il culmine della sua epopea sportiva si compie con la maglia della Nazionale italiana, con cui colleziona 63 presenze e 6 reti, partecipando a tre campionati del mondo (1974, 1978 e 1982) e laureandosi Campione del Mondo in Spagna nel 1982; proprio in quel Mondiale, Enzo Bearzot gli concede il tributo d’onore facendolo entrare nei minuti finali della finalissima di Madrid vinta contro la Germania Ovest. Dopo il ritiro dall’attività agonistica ha ricoperto ruoli dirigenziali come direttore sportivo e stimato osservatore, intraprendendo poi una lunga e apprezzata carriera come opinionista e commentatore televisivo, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo della fantasia e dello stile applicati al calcio.
[xxi] Pierino Fanna (Grimacco, 1958). Pierino Fanna nasce a Grimacco il 23 giugno 1958 ed è considerato una delle ali destre più estrose, scattanti e vincenti della storia del calcio italiano, nonché uno dei pochissimi calciatori ad aver compiuto l’impresa leggendaria di vincere lo scudetto con tre società diverse. Giocatore dotato di un cambio di passo fulmineo, un dribbling secco e un’innata capacità di creare la superiorità numerica sulla fascia, cresce calcisticamente nell’Atalanta prima di essere acquistato nel 1977 dalla Juventus di Giampiero Boniperti. A Torino, sotto la guida di Giovanni Trapattoni, disputa cinque stagioni conquistando tre scudetti (1978, 1981, 1982) e una Coppa Italia, pur vivendo un rapporto alterno con l’ambiente a causa di un carattere timido e di una discontinuità che ne frenava l’immenso potenziale. La sua definitiva consacrazione e la maturità calcistica arrivano nel 1982 con il trasferimento all’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli: inserito in un meccanismo tattico perfetto, Fanna diventa l’arma tattica devastante, l’idolo indiscusso della tifoseria scaligera e l’architetto fondamentale dell’incredibile e storico scudetto del 1985, un miracolo sportivo rimasto indelebile nella storia del calcio italiano. Nell’estate del 1985 viene ingaggiato dall’Inter, dove conquista il suo quinto tricolore personale nella stagione 1988-1989, lo “scudetto dei record” firmato nuovamente da Trapattoni. Meno fortunata è la sua esperienza con la Nazionale azzurra, condizionata dalla concorrenza di Bruno Conti e Franco Causio, con cui colleziona comunque 14 presenze partecipando alle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Dopo aver chiuso la carriera agonistica tornando a Verona nel 1993, si stabilisce definitivamente nella città scaligera lavorando a lungo nei settori giovanili e come commentatore televisivo, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo del furetto di fascia, un campione silenzioso capace di scrivere pagine indelebili e uniche del calcio italiano.
[xxii] David Beckham (Londra, 1975). David Robert Joseph Beckham nasce a Londra il 2 maggio 1975 ed è un’icona planetaria del calcio mondiale, un simbolo dello sport transgenerazionale e uno dei centrocampisti destri più forti e carismatici della sua epoca. Dotato di una visione di gioco straordinaria, di una precisione chirurgica nei passaggi lunghi e di una maestria balistica leggendaria nel calciare le punizioni e i cross — dinamica resa celebre in tutto il mondo con l’espressione “Bend it like Beckham” —, cresce nel settore giovanile del Manchester United diventando il leader della celebre “Class of ‘92”. Sotto la guida di Sir Alex Ferguson, indossa la mitica maglia numero 7 dei Red Devils disputando 394 partite ufficiali con 85 reti e conquistando sei Premier League, due FA Cup e la storica Champions League del 1999 che sancisce il leggendario Treble del club. Nel 2003 si trasferisce al Real Madrid all’apice dell’era dei Galácticos, dove vince una Liga prima di compiere nel 2007 una scelta rivoluzionaria per la geopolitica del calcio globale, firmando con i Los Angeles Galaxy e diventando il volto manifesto della rinascita della MLS statunitense. Durante la sua esperienza americana vive due memorabili parentesi in prestito al Milan (nel 2009 e nel 2010), dove conquista i tifosi rossoneri per serietà ed eleganza tattica, prima di chiudere la sua straordinaria carriera sul campo nel 2013 sollevando la Ligue 1 con la maglia del Paris Saint-Germain. Pilastro e capitano storico della Nazionale inglese, colleziona 115 presenze e 17 reti, partecipando a tre Mondiali e due Europei e rimanendo l’unico calciatore dei Tre Leoni a segno in tre diverse edizioni della Coppa del Mondo. Fuori dal rettangolo di gioco, grazie al matrimonio con l’ex Spice Girl Victoria Adams e a un senso innato dello stile, si trasforma in un fenomeno di costume globale, un’autentica multinazionale pubblicitaria e un ambasciatore di beneficenza per l’UNICEF. Dopo il ritiro intraprende con successo la carriera imprenditoriale, diventando presidente e comproprietario dell’Inter Miami CF — franchigia che sotto la sua gestione ha saputo ingaggiare stelle del calibro di Lionel Messi —, restando per sempre nell’immaginario collettivo come il perfetto connubio tra il talento sportivo d’élite e lo status di leggenda pop globale.
[xxiii] Victoria Beckham (Essex, 1974). Victoria Caroline Adams, universalmente nota prima come “Posh Spice” e successivamente come Victoria Beckham, nasce ad Harlow il 17 aprile 1974 ed è un’icona della cultura pop globale, una delle figure femminili più influenti dello show business internazionale e una stilista di alta moda di straordinario successo. Raggiunge la celebrità planetaria a metà degli anni Novanta come membro delle Spice Girls, il gruppo musicale interamente al femminile che ha rivoluzionato l’industria discografica mondiale con oltre 100 milioni di dischi venduti e l’introduzione dello storico slogan culturale del “Girl Power”. All’interno della band incarna lo stile sofisticato, algido ed elegante, distinguendosi per i suoi iconici tubini neri, i tagli di capelli asimmetrici e un’attitudine distaccata che affascina i media e il pubblico di tutto il mondo. Il 4 luglio 1999, all’apice della fama, sposa il fuoriclasse del calcio inglese David Beckham nel castello di Luttrellstown in Irlanda, dando vita a una delle unioni più celebri, mediatiche e longeve dello star system contemporaneo, dalla quale nasceranno i quattro figli Brooklyn, Romeo, Cruz e Harper. Dopo lo scioglimento formale delle Spice Girls e una breve parentesi come solista, decide di abbandonare definitivamente il mondo della musica per assecondare la sua vera e viscerale passione, debuttando nel 2008 con il proprio marchio di moda eponimo, Victoria Beckham. Nonostante l’iniziale scetticismo degli addetti ai lavori, che la consideravano semplicemente la moglie di un calciatore prestata al design, si impone rapidamente nel panorama della moda d’élite grazie a linee minimaliste, tagli geometrici perfetti e un’eleganza sartoriale che le valgono il plauso della critica internazionale e prestigiosi riconoscimenti, come il premio come Designer Brand of the Year ai British Fashion Awards. Presente con le sue collezioni sulle passerelle più prestigiose di New York e Parigi, ha saputo diversificare la sua azienda espandendosi nel settore della bellezza di lusso con la linea Victoria Beckham Beauty. Insignita nel 2017 dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) dal principe Guglielmo per i suoi straordinari contributi all’industria della moda e per il suo costante impegno filantropico come ambasciatrice dell’UNAIDS, rimane nell’immaginario collettivo come il perfetto e formidabile esempio di una popstar globale capace di reinventarsi completamente, trasformandosi in una delle imprenditrici più stimate e influenti della moda contemporanea.
[xxiv] Luís Figo (Almada, 1972). Luís Filipe Madeira Caeiro Figo nasce ad Almada il 4 novembre 1972 ed è universalmente considerato uno dei calciatori più forti, eleganti e decisivi della storia del calcio moderno, nonché uno dei più straordinari interpreti del ruolo di ala destra di tutti i tempi. Dotato di una classe aristocratica, di un dribbling ipnotico basato su un iconico doppio passo e di una precisione chirurgica nei cross e nei calci piazzati, cresce nel settore giovanile dello Sporting Lisbona prima di trasferirsi nel 1995 al Barcellona. In Catalogna diventa l’idolo indiscusso della tifoseria, il capitano e il trascinatore di una squadra capace di conquistare due campionati spagnoli, due Coppe del Re e una Coppa delle Coppe. Nel 2000 compie uno dei trasferimenti più clamorosi, controversi e discussi della storia dello sport globale, accettando l’offerta del Real Madrid di Florentino Pérez per 62 milioni di euro: il passaggio ai rivali storici accende una rivalità feroce — testimoniata dal celebre lancio di una testa di maiale in campo al suo ritorno al Camp Nou — ma inaugura l’epopea dei Galácticos. Con la maglia bianca vince due titoli spagnoli, la Champions League del 2002 e la Coppa Intercontinentale, consacrandosi a livello personale con la conquista del Pallone d’Oro nel 2000 e del FIFA World Player nel 2001. Nel 2005 si trasferisce all’Inter, dove spende gli ultimi anni della sua straordinaria carriera vincendo quattro scudetti consecutivi, una Coppa Italia e tre Supercoppe Italiane, conquistando i tifosi milanesi per la sua intelligenza tattica e la sua immensa professionalità prima del ritiro avvenuto nel 2009. Leader carismatico e capitano della Nazionale del Portogallo, è il simbolo della splendida “Generazione d’Oro” del calcio lusitano (con cui vince il Mondiale Under-20 nel 1991), collezionando 127 presenze e 32 reti e guidando i rossoverdi alla finale dell’Europeo 2004 e al quarto posto nel Mondiale di Germania 2006. Dopo l’addio al calcio giocato, ha ricoperto ruoli di rappresentanza e dirigenziali per l’Inter e la UEFA, oltre a distinguersi per il suo forte impegno in attività filantropiche attraverso la sua fondazione, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo della classe pura e della grandezza calcistica.
[xxv] Il lancio della testa di maiale a Luís Figo (Barcellona, 2002). Il 23 novembre 2002 si consuma al Camp Nou di Barcellona uno dei capitoli più surreali, tesi e calcisticamente drammatici della storia del calcio mondiale, rimasto impresso nella memoria collettiva come l’apice del risentimento sportivo: il lancio di una testa di maiale all’indirizzo del fuoriclasse portoghese Luís Figo. Due anni prima, nell’estate del 2000, il calciatore aveva compiuto il trasferimento più controverso dell’era moderna, lasciando il Barcellona — di cui era capitano e idolo assoluto — per accasarsi ai rivali storici del Real Madrid per la cifra record di 62 milioni di euro, venendo bollato all’istante dall’intero popolo blaugrana come il “traditore” per eccellenza. Se il suo primo ritorno a Barcellona nel 2000 era stato caratterizzato da un rumore assordante di fischietti e striscioni d’insulti, è durante il match autunnale del 2002 che la contestazione valica i confini della realtà sportiva. Ogni volta che Figo si avvicina alle bandierine del calcio d’angolo per battere un corner, dalle tribune del Camp Nou piove una fitta e pericolosa tempesta di oggetti di ogni tipo: monete, accendini, bottiglie di plastica e persino una bottiglia di whisky in vetro. La tensione è talmente insostenibile che l’arbitro Medina Cantalejo si vede costretto a sospendere la partita per circa sedici minuti per ristabilire un minimo d’ordine e tutelare l’incolumità del portoghese. È solo al termine dell’incontro, rivedendo le immagini televisive e le fotografie scattate a bordo campo, che il mondo intero scopre con sconcerto che sul terreno di gioco, a pochi passi dai piedi di Figo vicino al corner, è adagiata una vera testa di maialino da latte (cochinillo), introdotta misteriosamente nello stadio eludendo i controlli di sicurezza. L’immagine di quel macabro feticcio, diventata immediatamente un’icona pop della rivalità esasperata del Clásico, costerà al Barcellona una pesante sanzione economica e la squalifica del campo (poi commutata in appello), rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il simbolo definitivo del confine labile tra la passione viscerale e la follia nel calcio contemporaneo.
[xxvi] Andrij Ševčenko (Dvirkivščyna, 1976). Andrij Mykolajovyč Ševčenko nasce a Dvirkivščyna il 29 settembre 1976 ed è considerato uno dei centravanti più forti, completi e devastanti della storia del calcio moderno, nonché una leggenda assoluta del Milan e il più grande calciatore ucraino di tutti i tempi. Attaccante moderno dal repertorio illimitato, univa una velocità supersonica in progressione a una potenza fisica straripante, una tecnica sopraffina e un senso del gol implacabile che gli permetteva di colpire di destro, di sinistro o di testa da qualsiasi posizione. Cresciuto nella Dinamo Kiev sotto la guida del mitico “colonnello” Valerij Lobanovs’kyj, si rivela al mondo trascinando il club ucraino a una storica semifinale di Champions League nel 1999, prima di essere acquistato dal Milan di Silvio Berlusconi. A Milano vive l’apice della sua straordinaria carriera, disputando 322 partite ufficiali e segnando 175 reti (che lo rendono il secondo marcatore all’interno della storia del club), conquistando uno Scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Supercoppa UEFA e la memorabile Champions League del 2003 a Manchester, siglando il rigore decisivo nella finale contro la Juventus. Grazie alle sue prestazioni monumentali, viene coronato a livello personale con la conquista del Pallone d’Oro nel 2004, anno in cui si laurea anche capocannoniere della Serie A per la seconda volta. Nel 2006 si trasferisce al Chelsea per una cifra record, prima di vivere un breve ritorno in prestito al Milan e chiudere la carriera romantica nella sua Dinamo Kiev nel 2012. Leader emotivo e capitano della Nazionale ucraina, colleziona 111 presenze e 48 reti, trascinando il proprio Paese allo storico quarto di finale nel Mondiale di Germania 2006 e all’Europeo casalingo del 2012. Dopo l’addio al calcio giocato, intraprende la carriera di allenatore guidando con ottimi risultati la Nazionale ucraina e il Genoa, per poi assumere prestigiosi incarichi istituzionali come Presidente della Federcalcio ucraina, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo del centravanti perfetto, un campione amato per la sua classe cristallina e la sua straordinaria correttezza sportiva.
[xxvii] Cristiano Ronaldo (Funchal, 1985). Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro nasce a Funchal il 5 febbraio 1985 ed è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi, prolifici e determinanti calciatori della storia del calcio mondiale, nonché un fenomeno globale di longevità atletica e mentalità vincente. Attaccante totale dal repertorio balistico senza precedenti, ha saputo evolvere la propria natura tecnica da ala funambolica e imprevedibile a spietata e infallibile macchina da gol, abbinando un’elevazione aerea ai limiti della fisica, una potenza di tiro devastante con entrambi i piedi e una fame ossessiva per il record. Cresciuto nello Sporting Lisbona, viene consacrato dal Manchester United di Sir Alex Ferguson, dove tra il 2003 e il 2009 conquista tre Premier League, la Champions League del 2008 e il suo primo Pallone d’Oro. Nel 2009 si trasferisce al Real Madrid per la cifra record di 94 milioni di euro, diventando il miglior marcatore di sempre del club con l’irripetibile cifra di 450 gol in 438 partite ufficiali e trascinando i Blancos alla conquista di due campionati spagnoli e soprattutto di quattro Champions League, di cui tre consecutive sotto la guida di Zinédine Zidane. Nel 2018 compie un clamoroso passaggio alla Juventus, dove arricchisce il proprio palmarès con due scudetti e una Coppa Italia, confermandosi capocannoniere anche in Italia prima di un romantico ritorno al Manchester United e del successivo trasferimento, nel 2023, all’Al-Nassr in Arabia Saudita. Vincitore di ben cinque Palloni d’Oro e quattro Scarpe d’Oro, detiene i record assoluti di marcature e di presenze nella storia della Champions League e della Nazionale del Portogallo, di cui è il leader carismatico e con la quale si è laureato Campione d’Europa nel 2016 e vincitore della Nations League nel 2019. Icona pop planetaria, atleta più seguito al mondo sui social network e pioniere del professionismo moderno applicato alla cura del corpo, rimane nell’immaginario collettivo come il prototipo perfetto del fuoriclasse moderno, un atleta leggendario capace di ridefinire i confini statistici del gioco del calcio.
[xxviii] Ronnie Hellström (Malmö, 21 febbraio 1949 – Stoccolma, 6 febbraio 2022): Monumentale, leggendario, carismatico e inimitabile portiere svedese, universalmente celebrato come uno dei più immensi ed eleganti interpreti del ruolo degli anni Settanta e una delle icone più amate ed etiche della storia del calcio scandinavo e internazionale. Cresciuto calcisticamente nell’Hammarby, il club di Stoccolma di cui diventa un’istituzione assoluta, Hellström lega la sua epopea professionistica a una scelta romantica e controcorrente che ne definirà il mito: nel 1974, nonostante le lusinghe dei più ricchi e blasonati club del continente, decide di trasferirsi in Germania Ovest per vestire la maglia del Kaiserslautern, diventando il primo portiere straniero a imporsi nella Bundesliga. Con i "Diavoli Rossi" del Palatinato disputa dieci stagioni leggendarie, collezionando ben 266 presenze e guidando la squadra fino alla finale di Coppa di Germania e a storici piazzamenti europei, venerato da una tifoseria che in lui vedeva un semidio dai riflessi felini e dalla correttezza sportiva esemplare. Dotato di uno stile plastico ma privo di fronzoli, di un senso della posizione fantasmagorico e di un’esplosività prodigiosa nelle uscite basse, ha difeso i pali della Nazionale svedese in ben 77 occasioni, disputando da protagonista assoluto tre edizioni consecutive dei Campionati del Mondo (Messico 1970, Germania Ovest 1974 e Argentina 1978). Fu proprio durante lo straordinario Mondiale del 1974 che si consacrò agli occhi del pianeta, venendo inserito nella squadra ideale del torneo grazie a prestazioni miracolose, tra cui una celeberrima sfida contro l’Olanda di Johan Cruyff. Ma la grandezza di Ronnie Hellström si estese ben oltre il rettangolo verde: uomo di rara sensibilità civile, durante il Mondiale d’Argentina del 1978 fu l’unico calciatore della manifestazione ad avere il coraggio politico e l’onestà intellettuale di schierarsi apertamente contro la dittatura militare di Videla, unendosi fisicamente alla marcia di protesta delle Madres de Plaza de Mayo a Buenos Aires. Scomparso nel 2022 a causa di un male incurabile, lasciando un vuoto immenso nel cuore di due nazioni, la Svezia e la Germania, Hellström ha incarnato la quintessenza di un calcio romantico, fiero ed etico, rimanendo scolpito nella memoria collettiva non solo come un portiere insuperabile, ma come un autentico cavaliere dello sport e un simbolo di dignità umana.
[xxix] Astutillo Malgioglio (Piacenza, 22 luglio 1958): Coraggioso, generoso, controcorrente e profondamente umano, fu molto più di un portiere. Cresciuto calcisticamente nel Brescia, con cui conquistò la promozione in Serie A nella stagione 1979-80, difese nel corso della sua carriera le porte di club prestigiosi come Roma, Lazio, Inter e Atalanta, vincendo uno Scudetto e una Coppa UEFA con i nerazzurri. Eppure, a differenza di molti protagonisti del calcio professionistico, la sua eredità più preziosa non si misura in presenze o trofei, bensì nelle vite che contribuì a cambiare lontano dai riflettori degli stadi. Tutto ebbe origine nel 1977, quando, appena diciannovenne, visitò un centro per ragazzi con disabilità nel Bresciano. Quell’incontro lo segnò per sempre. Da allora dedicò gran parte della propria esistenza all’assistenza dei bambini affetti da distrofia e disabilità motorie, fondando insieme alla moglie Raffaella l’associazione ERA 77 e realizzando strutture e programmi di recupero motorio gratuiti per centinaia di famiglie. Mentre il calcio correva dietro alla fama e al denaro, Malgioglio sceglieva di trascorrere il proprio tempo libero accanto agli ultimi, trasformando la solidarietà in una vera missione di vita. Spesso incompreso nel mondo del pallone, ma ammirato da chi ne conosceva la storia, continuò il suo impegno anche dopo il ritiro, diventando un simbolo di inclusione e dignità. Nel 2021 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo insignì del titolo di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo costante e coraggioso sostegno ai bambini affetti da distrofia, riconoscimento che suggellò una vita spesa al servizio degli altri. Per questo Astutillo Malgioglio occupa un posto speciale nella storia del calcio italiano: non soltanto come portiere affidabile e uomo di sport, ma come esempio raro di altruismo autentico. Le sue parate più belle non furono quelle compiute tra i pali, bensì quelle realizzate ogni giorno contro l’indifferenza, l’emarginazione e la sofferenza umana.
[xxx] Marcus Rashford (Manchester, 31 ottobre 1997): Talentuoso, veloce, altruista e profondamente impegnato, è molto più di un attaccante inglese di successo: è diventato il simbolo di un calcio capace di uscire dai confini del campo per affrontare le ingiustizie della società. Cresciuto nel vivaio del Manchester United, con cui debutta in prima squadra nel 2016, conquista rapidamente il pubblico grazie alla sua esplosività, alla tecnica raffinata e alla capacità di segnare nei momenti più importanti, diventando uno dei volti più rappresentativi della nuova generazione del calcio inglese. Ma la sua vera consacrazione arriva lontano dai riflettori degli stadi: durante la pandemia di Covid-19, Rashford avvia una straordinaria campagna contro la povertà alimentare infantile nel Regno Unito, riuscendo a sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica sulla necessità di garantire pasti ai bambini più vulnerabili. Per il suo impegno sociale viene nominato Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico nel 2020 e continua negli anni successivi a utilizzare la propria popolarità come strumento di cambiamento. Per questo Marcus Rashford rimane una figura singolare nel calcio moderno: un giocatore capace di emozionare con un pallone tra i piedi, ma anche di lasciare un segno più profondo fuori dal terreno di gioco, dimostrando che il talento più grande può essere quello di mettere la propria voce al servizio degli altri.
[xxxi] Sadio Mané (Bambali, 10 aprile 1992): Generoso, instancabile, umile e straordinariamente determinato, è uno dei più grandi calciatori africani della sua generazione e l’incarnazione di un talento nato dalla sofferenza e trasformato in riscatto. Cresciuto in un piccolo villaggio del Senegal lontano dalle luci del calcio internazionale, percorse una strada fatta di sacrifici fino a conquistare i palcoscenici più prestigiosi d’Europa con le maglie di Southampton, Liverpool e Bayern Monaco. Con i Reds di Jürgen Klopp visse gli anni più gloriosi della sua carriera, diventando protagonista della conquista della Champions League 2019, della Premier League 2020 e di numerosi altri trofei, grazie alla sua velocità devastante, alla ferocia agonistica e a una dedizione assoluta alla squadra. Ma la grandezza di Sadio Mané non si misura soltanto nei gol segnati: tornato nel suo villaggio natale di Bambali, ha investito parte dei propri guadagni nella costruzione di scuole, ospedali, infrastrutture e progetti sociali destinati alla sua comunità, mantenendo un legame profondo con le proprie origini. Un campione capace di rimanere semplice nonostante la fama, spesso visto lontano dagli eccessi delle stelle del calcio moderno. Per questo Sadio Mané rappresenta qualcosa di più di un grande attaccante: è il simbolo di un calcio che non dimentica da dove viene, un uomo che ha trasformato il successo personale in un’opportunità per migliorare la vita degli altri. La sua vera vittoria non è soltanto nei trofei sollevati, ma nei sorrisi lasciati lungo il cammino.
[xxxii] Juninho Pernambucano (Recife, 1975). Antônio Augusto Ribeiro Reis Junior, universalmente noto come Juninho Pernambucano per via dello Stato brasiliano in cui nasce il 30 gennaio 1975, è considerato il più grande, letale e scientifico specialista dei calci di punizione della storia del calcio mondiale. Centrocampista centrale di straordinaria intelligenza tattica, dinamismo e visione di gioco, ha rivoluzionato l’arte dei calci piazzati inventando la celebre tecnica balistica della “knuckleball” (o tre dita), un tiro calciato con il collo del piede quasi senza rotazione, capace di generare traiettorie folli, oscillanti e del tutto imprevedibili per qualunque portiere. Dopo essersi consacrato in patria con la maglia del Vasco da Gama, con cui conquista due Campionati Brasiliani e la prestigiosa Copa Libertadores nel 1998, nel 2001 sbarca in Europa firmando con l’Olympique Lione, legando indissolubilmente il suo nome all’epopea d’oro del club francese. Da capitano, leader assoluto e faro della squadra, disputa 344 partite ufficiali segnando 100 reti complessive — di cui ben 44 direttamente su calcio di punizione — e trascina il Lione alla leggendaria e senza precedenti conquista di sette titoli di Ligue 1 consecutivi dal 2002 al 2008, oltre a tre Supercoppe francesi e una Coppa di Francia. Con la Nazionale del Brasile colleziona 40 presenze e 6 reti, vincendo la Confederations Cup nel 2005 e partecipando al Mondiale di Germania 2006, dove firma un gol su punizione contro il Giappone prima di lasciare il posto alle nuove generazioni. Dopo le esperienze nel campionato qatariota con l’Al-Gharafa e nella MLS con i New York Red Bulls, chiude romanticamente la sua carriera agonistica nel 2013 tornando nel suo amato Vasco da Gama, lasciando il calcio giocato con il record assoluto e tuttora imbattuto di 77 gol realizzati su punizione in partite ufficiali. Stimato per la sua grande professionalità e il profondo spessore umano, ha successivamente ricoperto con successo il ruolo di direttore sportivo per l’Olympique Lione, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il geometra assoluto delle traiettorie impossibili e il cecchino più formidabile che abbia mai calcato un campo da calcio.
[xxxiii] Pernambuco (Brasile). Stato del Nordeste brasiliano affacciato sull’Atlantico, colonizzato dal 1534 e storico centro mondiale della canna da zucchero. Celebre per lo spirito indipendentista e la straordinaria ricchezza culturale — come il carnevale di Olinda e il ritmo del Frevo (Patrimoni UNESCO) —, ha per capitale Recife. Oggi è un fulcro economico trainato da turismo, tecnologia e industria, noto come il “Leone del Nordeste”.
[xxxiv] Roberto Carlos (Garça, 1973). Roberto Carlos da Silva Rocha nasce a Garça il 10 aprile 1973 ed è considerato il terzino sinistro più forte, iconico e rivoluzionario della storia del calcio mondiale. Giocatore dotato di una potenza fisica straripante e di una velocità supersonica, ha ridefinito il ruolo unendo una fase difensiva di grande ardore a una spinta offensiva devastante, marchiata a fuoco da un tiro di sinistro dalla potenza terrificante (capace di superare i 140 km/h) e dalle traiettorie a effetto apparentemente impossibili. Dopo gli esordi nel Palmeiras e una breve e sfortunata parentesi all’Inter, nel 1996 si trasferisce al Real Madrid, diventando una colonna insostituibile dei Galácticos; in undici stagioni a Madrid disputa 527 partite ufficiali con 69 reti, conquistando quattro edizioni della Liga e tre Champions League. Successivamente milita nel Fenerbahçe, nel Corinthians e nell’Anzhi, prima di chiudere la carriera agonistica nel 2015 in India con i Delhi Dynamos. Leggenda assoluta della Nazionale del Brasile, colleziona 125 presenze e 11 reti, laureandosi Campione del Mondo nel 2002 e vincendo due Coppe America e una Confederations Cup; a livello individuale si classifica secondo nella corsa al Pallone d’Oro del 2002. Dopo il ritiro ha intrapreso brevi esperienze come allenatore e dirigente sportivo, oltre a ricoprire il ruolo di ambasciatore globale per il Real Madrid, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il prototipo del laterale moderno e lo specialista assoluto dei calci di punizione balisticamente prodigiosi.
[xxxv] Joe Gaetjens (Port-au-Prince, 1924 – 1964). Joseph Edouard Gaetjens nasce a Port-au-Prince il 19 marzo 1924 ed è il protagonista di una delle favole sportive più incredibili, romantiche e tragiche della storia del calcio mondiale. Attaccante agile, opportunista e dotato di un ottimo tempismo acrobatico, cresce calcisticamente nell’Étoile Haïtienne prima di trasferirsi a New York nel 1947 per studiare contabilità alla Columbia University, mantenendosi agli studi lavorando come lavapiatti e giocando nel frattempo per i Brookhattan nella American Soccer League. Sebbene cittadino haitiano, viene notato dalla Federazione statunitense e, grazie alle regole dell’epoca che permettevano di schierare giocatori stranieri intenzionati a chiedere la cittadinanza, viene convocato per il Mondiale di Brasile 1950. Il 29 giugno 1950, a Belo Horizonte, firma l’impresa leggendaria: un suo colpo di testa in tuffo corregge in rete un tiro-cross di un compagno, siglando l’incredibile 1-0 con cui i dilettanti degli Stati Uniti sconfiggono la corazzata dell’Inghilterra dei maestri del calcio, in quello che è tuttora considerato il più grande upset della storia della Coppa del Mondo. Dopo il Mondiale gioca brevemente in Francia con il Racing Parigi e l’Olympique Alès, per poi fare ritorno nella sua Haiti nel 1953, dove chiude la carriera agonistica e si dedica al commercio. La sua storia sportiva si interrompe drammaticamente l’8 luglio 1964: nonostante fosse totalmente disinteressato alla politica, la sua famiglia è legata a movimenti oppositori del regime dittatoriale di François “Papa Doc” Duvalier; Joe viene prelevato dalla polizia segreta (i famigerati Tonton Macoute) e rinchiuso nella prigione di Fort Dimanche, dove scompare nel nulla, venendo presumibilmente giustiziato poco tempo dopo. Inserito postumo nella National Soccer Hall of Fame statunitense nel 1976, rimane nell’immaginario collettivo come l’eroe per antonomasia dei miracoli calcistici, un campione sfortunato la cui gloria immortale sul campo è stata tragicamente spezzata dalla violenza della storia.
[xxxvi] Frank Borghi (St. Louis, 1925 – 2015). Frank Borghi nasce a St. Louis il 9 aprile 1925 ed è una delle figure più leggendarie, atipiche e amate della storia del calcio statunitense, indissolubilmente legato alla più grande impresa sportiva del Paese. Portiere dai riflessi prodigiosi e dalle uscite coraggiose, sviluppa un’agilità fuori dal comune non grazie al calcio, ma al baseball, sport che pratica a livello professionistico nelle leghe minori come promettente ricevitore. Questa sua impostazione originaria lo porta a uno stile di gioco unico: non calciando quasi mai il pallone con i piedi a causa di un rinvio debole, preferisce rilanciare la sfera con le mani, effettuando scagliate potentissime e millimetriche a oltre metà campo. Reduce dalla Seconda guerra mondiale, dove serve come medico di campo in Europa guadagnandosi una stella di bronzo, torna in patria e diventa l’estremo difensore del St. Louis Simpkins-Ford, con cui vince due US Open Cup. Pur essendo un calciatore dilettante — nella vita di tutti i giorni lavora infatti come autista di carri funebri —, viene convocato come portiere titolare della Nazionale degli Stati Uniti per il Mondiale di Brasile 1950. Il 29 giugno 1950, a Belo Horizonte, compie il capolavoro della sua vita: con una serie di parate miracolose e monumentali, sbarra la strada ai maestri dell’Inghilterra, blindando la porta statunitense e permettendo al compagno Joe Gaetjens di firmare lo storico e incredibile 1-0 finale. Al fischio finale viene portato in trionfo sulle spalle dagli stessi spettatori brasiliani, increduli di fronte a quel miracolo sportivo. Dopo aver difeso i pali della Nazionale anche nelle qualificazioni mondiali del 1954, si ritira dal calcio giocato per dirigere la sua agenzia di pompe funebri a St. Louis. Inserito ufficialmente nella National Soccer Hall of Fame nel 1976 e interpretato dall’attore Gerard Butler nel film Il miracolo di Belo Horizonte, scompare il 2 febbraio 2015, rimanendo per sempre nell’immaginario collettivo come il portiere-eroe che, con i suoi guantoni e un coraggio d’altri tempi, firmò l’impossibile nel tempio del calcio mondiale.
[xxxvii] Stati Uniti - Inghilterra 1-0 (Belo Horizonte, 1950). Il 29 giugno 1950 si disputa allo stadio Independência di Belo Horizonte, durante il Campionato Mondiale in Brasile, quella che è passata alla storia come “Il miracolo di Belo Horizonte”, la più clamorosa e sbalorditiva sorpresa della storia del calcio moderno. L’incontro vede contrapposti i maestri dell’Inghilterra — alla loro prima, attesissima partecipazione a un Mondiale, forti di campioni assoluti come Billy Wright, Stan Mortensen e Tom Finney e considerati i favoriti d’obbligo per il titolo — e la Nazionale degli Stati Uniti, una compagine formata interamente da calciatori dilettanti che svolgono nella vita quotidiana i mestieri più umili, tra cui un lavapiatti (Joe Gaetjens), un autista di carri funebri (il portiere Frank Borghi) e un operaio tessile (il capitano Walter Bahr). Il pronostico della vigilia è talmente chiuso a favore dei britannici che i giornali dell’epoca ipotizzano una goleada storica; tuttavia, una volta in campo, la partita prende una piega epica e surreale. L’Inghilterra cinge d’assedio l’area statunitense colpendo pali e traverse, ma si scontra ripetutamente contro le parate monumentali e fuori dagli schemi di Frank Borghi. Al 38’ del primo tempo si compie l’impossibile: una rimessa laterale prolungata porta Walter Bahr a calciare da fuori area; il tiro, apparentemente innocuo, viene corretto da un clamoroso colpo di testa in tuffo di Joe Gaetjens, che beffa il portiere inglese Bert Williams siglando l’1-0. Nella ripresa l’assalto inglese si fa furioso, ma la strenua e commovente resistenza della difesa statunitense e i riflessi felini di Borghi sigillano il risultato fino al fischio finale, che vede il pubblico brasiliano invadere il campo per portare in trionfo gli increduli eroi americani. L’eco del risultato è talmente inverosimile che nel Regno Unito molti caporedattori dei quotidiani, ricevendo i dispacci telegrafici da Belo Horizonte, credono a un errore di battitura e stampano la notizia di una vittoria inglese per 10-1 o 10-0. Celebrata dal libro e dal successivo film The Game of Their Lives, questa partita rimane nell’immaginario collettivo come il simbolo eterno del romanticismo calcistico, la testimonianza perfetta di come Davide possa, nel tempio dello sport, abbattere Golia.
[xxxviii] Peter Bonetti e il postino (Mull, 1979). Il legame tra il leggendario portiere del Chelsea Peter Bonetti e la figura del postino rappresenta una delle parabole più romantiche, insolite e affascinanti del calcio britannico del dopoguerra, un perfetto esempio di transizione tra la gloria dei grandi stadi e la quiete della vita rurale. Nel 1979, dopo aver difeso per 729 volte la porta dei Blues e aver scritto pagine indelebili di storia sportiva, “The Cat” (Il Gatto) decide di ritirarsi definitivamente dal calcio professionistico all’età di 38 anni. Desideroso di allontanarsi dai riflettori della metropoli londinese e dalla pressione mediatica, Bonetti compie una scelta radicale: si trasferisce con la famiglia sull’Isola di Mull, una remota e spettacolare isola delle Ebridi Interne, sulla costa occidentale della Scozia. Lì, per ritrovare una dimensione umana e integrarsi nella piccola comunità locale, accetta un impiego per il Royal Mail, il servizio postale britannico, diventando a tutti gli effetti il postino dell’isola. Per diversi anni, l’uomo che aveva parato i tiri dei più grandi attaccanti del mondo e che si era laureato Campione del Mondo nel 1966 viaggia lungo le strade solitarie e ventose di Mull, consegnando lettere e pacchi agli increduli abitanti e ai rari turisti, che spesso faticavano a credere che quel postino gentile e atletico fosse proprio la leggenda di Stamford Bridge. Questa affascinante parentesi scozzese viene temporaneamente interrotta nel 1986 quando il suo ex compagno di squadra John Hollins, diventato allenatore del Chelsea, lo convince a tornare a Londra come preparatore dei portieri — ruolo in cui Bonetti rivoluzionerà l’allenamento degli estremi difensori in Inghilterra —, ma il ricordo del “portiere-postino” di Mull è rimasto per sempre impresso nella cultura popolare britannica come il simbolo di una straordinaria umiltà e del desiderio profondo di normalità di un grande campione.
[xxxix] Gordon Banks (Sheffield, 1937 – Stoke-on-Trent, 2019). Gordon Banks nasce a Sheffield il 30 dicembre 1937 ed è considerato il più grande portiere della storia del calcio inglese, nonché uno dei più straordinari interpreti del ruolo di tutti i tempi a livello mondiale. Estremo difensore monumentale, univa un senso della posizione impeccabile e una straordinaria autorevolezza nell’area di rigore a riflessi felini e un’agilità prodigiosa che gli valsero il soprannome di “Banks of England” (Le Banche d’Inghilterra), sinonimo di assoluta e impenetrabile sicurezza. Legatissimo al calcio della contea e della provincia inglese, spende i migliori anni della sua carriera di club difendendo la porta del Leicester City dal 1959 al 1967 (con cui vince una Coppa di Lega nel 1964) e successivamente dello Stoke City dal 1967 al 1972 (conquistando un’altra Coppa di Lega nel 1972). Ma è con la maglia della Nazionale dell’Inghilterra che Banks entra nella leggenda immortale dello sport: colleziona 73 presenze ufficiali e si consacra Campione del Mondo nel 1966, subendo appena tre reti in tutto il torneo e blindando il trionfo casalingo nella celebre finale di Wembley contro la Germania Ovest. Quattro anni più tardi, al Mondiale di Messico 1970, compie il gesto tecnico che lo consegnerà per sempre all’eternità calcistica: durante il match contro il Brasile a Guadalajara, vola sulla sua destra intercettando un potentissimo colpo di testa schiacciato a terra da Pelé e, con un colpo di reni prodigioso e contrario alle leggi della fisica, riesce a deviare il pallone sopra la traversa. Quel salvataggio miracoloso viene universalmente ribattezzato “La parata del secolo”. Eletto per sei anni consecutivi miglior portiere della FIFA (dal 1966 al 1971), la sua carriera ad altissimi livelli si interrompe bruscamente nel 1972 a causa di un tragico incidente stradale che gli costa la perdita della vista dall’occhio destro. Nonostante la disabilità, dimostra una forza d’animo encomiabile tornando a giocare anni dopo nella NASL americana con i Fort Lauderdale Strikers, dove viene persino nominato miglior portiere del campionato. Scomparso il 12 febbraio 2019, rimane nell’immaginario collettivo come il metro di paragone assoluto per ogni numero uno d’oltremanica, un gentiluomo dello sport e un gigante insuperabile tra i pali.
[xl] La parata del secolo (Guadalajara, 1970). Il 7 giugno 1970, allo stadio Jalisco di Guadalajara, durante la fase a gironi del Campionato Mondiale in Messico, si consuma l’incontro tra i campioni in carica dell’Inghilterra e il Brasile di Pelé, una sfida stellare che passerà alla storia per il più grande e prodigioso gesto tecnico mai compiuto da un estremo difensore: la parata di Gordon Banks sul colpo di testa di O Rei. Al 10’ del primo tempo, l’ala brasiliana Jairzinho supera in velocità il terzino inglese Terry Cooper sulla fascia destra e pennella un cross teso e calibrato verso il secondo palo; dalle retrovie si eleva con una scelta di tempo perfetta Pelé, che svetta imperiosamente sopra la difesa britannica e schiaccia il pallone a terra con una potenza e una precisione apparentemente letali. Lo stesso Pelé, sicuro del gol, grida “Gool!” mentre impatta la sfera, indirizzandola nell’angolino basso alla destra del portiere. In quella frazione di secondo, Gordon Banks compie un movimento contrario alle leggi della fisica: muovendosi agilmente dalla parte opposta dello specchio, si tuffa lateralmente e, unendo un riflesso felino a un miracoloso colpo di reni, riesce a intercettare il pallone un istante dopo il rimbalzo a terra, imprimendogli con il pollice della mano destra una rotazione verso l’alto che fa impennare la sfera oltre la traversa. L’intero stadio resta ammutolito di fronte a quel salvataggio fantascientifico, definito immediatamente dai media di tutto il mondo “La parata del secolo”. Lo stesso Pelé confesserà in seguito di aver provato un senso di incredulità assoluta, dichiarando: “Ho segnato più di mille gol nella mia vita, ma la gente mi chiede sempre di quello che non ho segnato a causa di Banks”. Questo memorabile duello tra due titani dello sport rimane impresso nell’immaginario collettivo come l’essenza stessa del calcio ai massimi livelli, un istante di pura e immortale perfezione balistica e atletica.
[xli] Jan Tomaszewski (Breslavia, 1948). Jan Tomaszewski nasce a Breslavia il 9 gennaio 1948 ed è una delle figure più eccentriche, carismatiche e leggendarie della storia del calcio polacco e internazionale, universalmente celebre per essere stato il portiere che negli anni Settanta ha saputo riscrivere il destino sportivo della propria Nazionale. Estremo difensore dallo stile anticonformista, talvolta sgraziato ma straordinariamente efficace, univa riflessi felini sulla linea di porta a un’istintiva capacità di ipnotizzare gli avversari nei calci di rigore, giocando spesso con i calzettoni arrotolati alle caviglie e un’attitudine guascona. Cresciuto calcisticamente nello Śląsk Wrocław e consacratosi nel Legia Varsavia, spende la parte centrale della carriera nel ŁKS Łódź, prima di ottenere il permesso dal regime comunista per trasferirsi all’estero, militando in Belgio nel Beerschot e in Spagna nell’Hércules. Ma è con la maglia della Nazionale della Polonia che Tomaszewski entra nella mitologia del calcio, collezionando 63 presenze. Il suo nome è indissolubilmente legato alla notte del 17 ottobre 1973 a Wembley, nel match di qualificazione ai Mondiali contro l’Inghilterra: alla vigilia, il celebre allenatore e opinionista inglese Brian Clough lo definisce pubblicamente “un clown del circo con i guanti”, ma in campo Tomaszewski compie un’autentica impresa stoica ed eroica. Nonostante avesse riportato la frattura di alcune dita della mano nei primissimi minuti di gioco a causa di uno scontro durissimo con Allan Clarke, il portiere polacco resta in campo stringendo i denti, rifiuta il cambio e sfodera una prestazione monumentale, parando l’impossibile e blindando l’1-1 finale che estromette clamorosamente l’Inghilterra e qualifica la Polonia. Al successivo Mondiale di Germania Ovest 1974, trascina i polacchi a uno storico terzo posto assoluto, diventando il primo portiere nella storia della Coppa del Mondo a parare due calci di rigore nello stesso torneo (a Staffan Tapper della Svezia e a Uli Hoeness della Germania). Medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Montréal 1976, partecipa anche ai Mondiali d’Argentina 1978 prima di ritirarsi dal calcio giocato. Fu proprio la sua leggendaria e dolorosa resistenza a Wembley, con la mano fratturata, a consacrarlo per sempre nell’immaginario collettivo come il “clown” d’acciaio che mise in ginocchio i maestri inglesi e il guardiano insuperabile della generazione d’oro del calcio polacco.
[xlii] Helmut Duckadam (Semlac, 1959). Helmut Duckadam nasce a Semlac il 1° aprile 1959 ed è l’eroe leggendario ed eponimo della più clamorosa e fiabesca notte della storia del calcio rumeno e della Coppa dei Campioni. Portiere dall’imponente stazza fisica, dotato di un eccezionale senso della posizione e di una freddezza glaciale che rasentava l’ipnosi psicologica nei confronti degli attaccanti avversari, cresce calcisticamente nell’UTA Arad prima di trasferirsi nel 1982 alla Steaua Bucarest, il club dell’esercito con cui scriverà una pagina di storia dello sport semplicemente irripetibile. Il suo nome entra nella mitologia immortale del calcio la sera del 7 maggio 1986, nella finale di Coppa dei Campioni disputata allo stadio Ramón Sánchez-Pizjuán di Siviglia contro i favoriti d’obbligo del Barcellona: dopo che i tempi regolamentari e i supplementari si chiudono sullo 0-0 grazie anche alle sue parate, la sfida si decide ai calci di rigore. In quel momento, Duckadam si trasforma nell’”Eroe di Siviglia”, compiendo un’impresa balistica e psicologica mai vista prima né ripetuta da allora: intuisce e respinge consecutivamente tutti e quattro i rigori calciati dai giocatori blaugrana (Alexanko, Pedraza, Pichi Alonso e Marcos Alonso), regalando alla Steaua Bucarest la prima, storica Coppa dei Campioni per una squadra dell’Europa dell’Est. Quella monumentale prestazione gli vale il soprannome definitivo di “Serranda d’Europa” e l’inserimento all’ottavo posto nella classifica del Pallone d’Oro del 1986. Tuttavia, il destino decide di presentargli un conto tragico e improvviso pochissimi mesi dopo il trionfo: nell’estate del 1986, a causa di una gravissima trombosi al braccio destro, rischia l’amputazione dell’arto e viene costretto a interrompere bruscamente la carriera ad altissimi livelli a soli 27 anni, alimentando per decenni leggende metropolitane (poi smentite) su una presunta ritorsione fisica da parte del regime di Valentin Ceaușescu. Tornerà eroicamente in campo tre anni più tardi nelle serie minori con il Vagonul Arad prima del ritiro definitivo. Successivamente nominato presidente onorario della Steaua Bucarest, rimane nell’immaginario collettivo come il portiere dei miracoli, l’uomo che in una sola notte d’Andalusia divenne impenetrabile, ergendosi a monumento eterno del calcio continentale.
[xliii] Claudio Garella (Torino, 1955 – Torino, 2022). Claudio Garella nasce a Torino il 16 maggio 1955 ed è stato uno dei portieri più straordinari, iconici e anticonformisti dell’intera storia del calcio italiano, indissolubilmente legato a due storici e leggendari primi scudetti della provincia e del Meridione. Estremo difensore dalla stazza imponente e dal carisma trascinante, ha rivoluzionato l’interpretazione del ruolo attraverso uno stile assolutamente unico e privo di qualsiasi canone estetico tradizionale, ribattezzato “Garellik”: celebre per la sua capacità di respingere il pallone con ogni parte del corpo — utilizzando piedi, gambe, petto e persino la faccia nelle uscite basse —, anteponeva l’efficacia pratica alla bellezza plastica, tanto da spingere l’avvocato Gianni Agnelli a coniare la celebre sentenza: “Garella è il più grande portiere del mondo. Senza mani, però”. Dopo gli esordi nel Torino e le tappe fondamentali con Casale, Novara, Lazio e Sampdoria, si consacra definitivamente nel Verona di Osvaldo Bagnoli; con i gialloblù compie un’autentica impresa sportiva, blindando la porta con parate miracolose e monumentali che trascinano la squadra allo storico e incredibile Scudetto del 1985. Subito dopo si trasferisce al Napoli, dove diventa il guardiano della squadra di Diego Armando Maradona, conquistando nel 1987 il primo storico Scudetto dei partenopei e la Coppa Italia. Chiude la carriera agonistica nel 1991 con l’Avellino dopo una parentesi all’Udinese. Terminato il percorso sul campo, ha intrapreso diverse esperienze come allenatore delle giovanili, direttore sportivo e osservatore nelle serie minori, mantenendo intatta la stima e l’affetto profondo di tutte le tifoserie. Scomparso il 12 agosto 2022 a causa di complicazioni cardiache dopo un intervento chirurgico, rimane nell’immaginario collettivo come il simbolo del calcio romantico degli anni Ottanta e il portiere-eroe che, con i suoi interventi fuori dagli schemi, mise la firma sui miracoli più belli del campionato italiano.
[xliv] Dino Zoff (Mariano del Friuli, 1942). Dino Zoff nasce a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942 ed è una delle icone più leggendarie, monumentali e rispettate della storia del calcio mondiale, considerato uno dei più grandi portieri di tutti i tempi. Simbolo assoluto di sobrietà, rigore morale e concentrazione feroce, Zoff ha fatto del senso della posizione, della geometrica essenzialità delle parate e di una leadership silenziosa ma carismatica i tratti distintivi di una carriera irripetibile. Cresciuto nell’Udinese e consacratosi con Mantova e Napoli, nel 1972 si trasferisce alla Juventus, club a cui lega indissolubilmente il suo mito: in undici stagioni in bianconero disputa 476 partite consecutive senza mai saltare un solo match di campionato, conquistando sei Scudetti, due Coppe Italia e una Coppa UEFA. Ma è con la maglia della Nazionale italiana che Zoff scrive le pagine più epiche dello sport azzurro, collezionando 112 presenze (di cui 59 da capitano) e stabilendo il record mondiale d’invincibilità per squadre nazionali con 1142 minuti senza subire reti. Unico calciatore italiano della storia ad aver vinto sia l’Europeo (1968) sia il Mondiale, entra nella mitologia planetaria l’11 luglio 1982 quando, sul prato del Santiago Bernabéu, solleva al cielo la Coppa del Mondo a 40 anni e 4 mesi, stabilendo il primato del più anziano vincitore del torneo, suggellato dalla miracolosa parata sulla linea di porta nei secondi finali del match decisivo contro il Brasile. Dopo il ritiro nel 1983, ha intrapreso una prestigiosa carriera come allenatore e dirigente, guidando la Juventus alla conquista di una Coppa UEFA e di una Coppa Italia nel 1990 e conducendo la Nazionale italiana a un passo dal titolo europeo nel 2000, sfiorato con uno stile impeccabile sia in panchina sia davanti ai microfoni. Inserito da Pelé nel FIFA 100 e pluridecorato dalla Repubblica Italiana, rimane nell’immaginario collettivo globale come il “Mito Silenzioso”, l’archetipo del portiere perfetto e l’esempio eterno di longevità, dignità e immensità sportiva.
[xlv] Renato Guttuso e il francobollo di Zoff (Roma, 1982). Il legame tra il celebre pittore siciliano Renato Guttuso e le mani monumentali di Dino Zoff rappresenta uno dei momenti di più alta e suggestiva intersezione tra l’arte contemporanea italiana e la mitologia sportiva nazionale. All’indomani dello storico trionfo della Nazionale di Enzo Bearzot al Mondiale di Spagna 1982, il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni decide di celebrare l’impresa emettendo un francobollo commemorativo speciale dal valore di 1.000 lire. Per l’occasione viene incaricato proprio Guttuso, tra i massimi esponenti del realismo sociale italiano e grande appassionato di sport. Il maestro realizza un bozzetto straordinariamente potente e simbolico, carico di espressionismo: nel dipinto non compare il volto del portiere friulano, bensì le sue grandi e nodose mani protette dai guanti grigi e neri — le stesse mani che avevano blindato la porta azzurra contro il Brasile e sollevato la Coppa del Mondo al cielo di Madrid —, protese nell’atto di ghermire saldamente il pallone sullo sfondo del tricolore italiano. Emesso ufficialmente il 12 settembre 1982, il francobollo ottiene un successo travolgente, diventando immediatamente un oggetto di culto per collezionisti e tifosi, stampato in milioni di esemplari. Quell’opera in miniatura non solo ha celebrato una vittoria sportiva epocale, ma ha saputo elevare il gesto tecnico e protettivo del portiere a vera e propria arte universale, cristallizzando nell’immaginario collettivo i guantoni di Dino Zoff come lo scudo impenetrabile dell’orgoglio italiano.
[xlvi] Gianluigi Buffon, (Carrara il 28 gennaio 1978), è considerato uno dei più grandi portieri della storia del calcio mondiale. Cresciuto nel settore giovanile del Parma, ha esordito in Serie A nel 1995 ancora giovanissimo, imponendosi subito per talento, personalità e straordinarie capacità tecniche. Con la maglia del club emiliano ha conquistato i primi importanti trofei della sua carriera, tra cui la Coppa UEFA, la Coppa Italia e la Supercoppa Italiana nel 1999, prima del trasferimento alla Juventus nel 2001, che avrebbe segnato l’inizio di una lunga e leggendaria esperienza sportiva. In bianconero Buffon è diventato il simbolo di affidabilità e continuità, conquistando numerosi Scudetti, Coppe Italia e Supercoppe italiane, oltre al campionato di Serie B nella stagione 2006-2007, dimostrando attaccamento alla maglia e professionalità anche nei momenti più difficili. La sua straordinaria longevità, unita alla capacità di mantenersi ai vertici per oltre vent’anni, lo ha consacrato tra gli estremi difensori più completi e longevi di sempre. Con la Nazionale italiana ha raggiunto il massimo traguardo nel 2006, quando a Berlino si è laureato campione del mondo, risultando tra i protagonisti assoluti del trionfo azzurro e venendo riconosciuto come uno dei migliori portieri della competizione. Con oltre 170 presenze in Nazionale è diventato una delle figure più rappresentative della storia azzurra. La carriera di Buffon non si misura soltanto attraverso coppe e record, ma anche attraverso il modo in cui ha interpretato il ruolo del portiere: leadership, coraggio, dedizione e senso di appartenenza sono stati i tratti distintivi di un campione capace di lasciare un’impronta indelebile nel calcio italiano e internazionale.
[xlvii] Sepp Maier (Metten, 1944). Josef Dieter Maier nasce a Metten il 28 febbraio 1944 ed è stato uno dei portieri più forti, vincenti e rivoluzionari dell’intera storia del calcio mondiale, colonna portante del Bayern Monaco e della Nazionale della Germania Ovest negli anni Settanta. Soprannominato “Die Katze von Anzing” (Il Gatto di Anzing) per via di riflessi felini, un’agilità prodigiosa e un senso acrobatico della posizione, Maier è stato un pioniere assoluto nel ruolo dell’estremo difensore: fu tra i primissimi a utilizzare guanti da portiere sovradimensionati e con palmi in gomma piuma progettati specificamente per migliorare la presa, oltre a imporre pantaloncini neri più lunghi e imbottiti per proteggersi durante i tuffi. Leggenda indissolubile del Bayern Monaco, difende la porta dei bavaresi dal 1962 al 1979, stabilendo il record tuttora imbattuto di 442 partite consecutive giocate in Bundesliga e trascinando il club alla conquista di quattro campionati, quattro Coppe di Germania, tre storiche Coppe dei Campioni consecutive (1974, 1975, 1976) e una Coppa Intercontinentale. Con la Nazionale tedesca colleziona 95 presenze ufficiali e scrive pagine epiche di questo sport, laureandosi Campione d’Europa nel 1972 e Campione del Mondo nel 1974 nella celebre finale di Monaco di Baviera contro l’Olanda di Johan Cruijff. Oltre che per le sue doti tecniche monumentali, Maier è rimasto celebre per la sua straripante simpatia e una spiccata attitudine da intrattenitore (memorabile lo sketch in cui, annoiato durante una partita dominata dal Bayern, si tuffò sul prato dello stadio per tentare di catturare un’anatra selvatica entrata in campo). La sua straordinaria carriera ad altissimi livelli si interrompe bruscamente nel 1979 a causa di un gravissimo incidente d’auto che gli causa la rottura del diaframma e diverse lesioni interne. Dopo il ritiro, diventa il preparatore dei portieri del Bayern e della Nazionale, plasmando e allenando campioni del calibro di Oliver Kahn. Inserito nella Hall of Fame dello sport tedesco e nominato Portiere tedesco del secolo, rimane nell’immaginario collettivo globale come il prototipo del numero uno moderno, capace di unire l’infallibilità tra i pali a un carisma d’acciaio intriso di geniale ironia.
[xlviii] Sepp Maier e la caccia all’anatra (Monaco di Baviera, 1976). L’episodio di Sepp Maier che rincorre un’anatra sul prato dell’Olympiastadion di Monaco rappresenta uno dei momenti più surreali, comici e iconici della storia del calcio europeo, perfetto emblema della debordante simpatia e della personalità guascona del leggendario portiere tedesco. Il divertente siparietto va in scena il 15 maggio 1976, durante una partita di Bundesliga tra il Bayern Monaco e il Kaiserslautern. In quel periodo, il Bayern è una corazzata imbattibile che domina l’Europa, e la partita si rivela talmente a senso unico che la palla staziona costantemente nella metà campo avversaria, lasciando “Die Katze” (Il Gatto) totalmente inoperoso e annoiato tra i pali. All’improvviso, un’anatra selvatica (spesso ricordata in Italia come “papera”) atterra indisturbata sul manto erboso, proprio nei pressi dell’area di rigore bavarese. Anziché ignorarla o attendere l’intervento degli addetti al campo, Maier decide di spezzare la noia e di improvvisarsi cacciatore a beneficio del pubblico: tra le risate e gli incitamenti dei settantamila spettatori sugli spalti, il portiere si lancia in una serie di buffi inseguimenti a passo felpato, provando a ipnotizzare il volatile come se fosse un attaccante avversario, fino a esibirsi in un clamoroso e plastico tuffo a pancia in giù nel tentativo di ghermirlo con i suoi celebri guantoni imbottiti. L’anatra, con un battito d’ali, riesce a schivare la presa volando via, ma la sequenza fotografica di quel volo a vuoto per catturare un pennuto fa il giro del mondo, stampandosi in modo indelebile nella cultura pop calcistica. Questo gesto di pura e geniale follia agonistica non solo confermò il carattere unico di un portiere capace di non prendersi mai troppo sul serio, ma passò alla storia come il simbolo di un’epoca romantica in cui lo spettacolo e il divertimento trovavano spazio persino sui palcoscenici più prestigiosi del calcio mondiale.
[xlix] Luciano Castellini (Milano, 12 dicembre 1945): Ex calciatore nel ruolo di portiere e allenatore italiano, è considerato uno dei più importanti portieri del calcio italiano degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta. Cresciuto nel Monza, si affermò successivamente con il Torino, con cui conquistò la Coppa Italia nel 1971 e lo storico scudetto del 1975-1976, prima di legare il proprio nome al Napoli, dove militò dal 1978 al 1985 diventando uno dei portieri più amati nella storia del club. Soprannominato “Il Giaguaro” per le sue qualità acrobatiche e la spettacolarità degli interventi, disputò oltre 400 incontri in Serie A, risultando uno dei pochi calciatori ad aver superato le 200 presenze in massima serie con due diverse società. Convocato per il Campionato del Mondo del 1974 e autore di una presenza con la Nazionale italiana nel 1977, concluse la carriera agonistica all’età di 39 anni, proseguendo successivamente l’attività come preparatore dei portieri e tecnico, collaborando tra gli altri con Napoli, Inter e le rappresentative giovanili azzurre.
[l] Giancarlo Alessandrelli (Senigallia, 4 marzo 1952): Ex calciatore italiano, di ruolo portiere, è ricordato principalmente per il lungo periodo trascorso alla Juventus come secondo di Dino Zoff nella seconda metà degli anni Settanta. Cresciuto nel settore giovanile bianconero, maturò esperienza in prestito con Ternana, Arezzo e Reggiana prima di rientrare a Torino, dove fece parte della rosa che conquistò due scudetti (1976-1977 e 1977-1978), la Coppa UEFA 1976-1977 e la Coppa Italia 1978-1979. Pur trovando poco spazio in campionato a causa della presenza di uno dei più grandi portieri della storia italiana, disputò alcune gare ufficiali con la Juventus, tra cui incontri di Coppa dei Campioni e l’ultima giornata del campionato 1978-1979. Successivamente militò in Atalanta, Sanremese, Rondinella e Fiorentina, concludendo la carriera nel 1986 all’età di 34 anni. La sua figura rappresenta quella del portiere di alto livello appartenente a una generazione segnata dalla presenza di grandi specialisti del ruolo, capace di unire professionalità e continuità all’interno di una delle epoche più vincenti della storia juventina.
[li] Pasquale Fiore (Napoli, 9 dicembre 1953 – 6 marzo 2026): Ex calciatore italiano, di ruolo portiere, è ricordato soprattutto per il lungo e significativo periodo trascorso al Napoli tra gli anni Settanta e Ottanta. Cresciuto nel settore giovanile azzurro, conquistò il Torneo di Viareggio nel 1975 e fece il suo esordio in Serie A nella stagione 1975-1976, annata nella quale il Napoli vinse la Coppa Italia. Portiere affidabile e professionale, rimase per diverse stagioni il secondo di Luciano Castellini, ricoprendo un ruolo fondamentale all’interno dello spogliatoio di una squadra storica del calcio italiano. Con il Napoli disputò complessivamente sette stagioni, collezionando un numero limitato di presenze ma rappresentando un esempio del valore dei calciatori di supporto nelle grandi rose del passato. Successivamente militò nell’Udinese e concluse la carriera agonistica a 33 anni a causa di un grave infortunio al tendine d’Achille. La sua figura appartiene alla memoria del calcio di un’epoca in cui il ruolo del secondo portiere non era soltanto tecnico, ma anche umano e societario, fondato su affidabilità, appartenenza e spirito di gruppo.
[lii] Massimo Piloni (Ancona, 21 agosto 1948): Ex calciatore italiano, di ruolo portiere, è ricordato soprattutto per il lungo periodo trascorso nella Juventus tra gli anni Settanta e Ottanta, dove ricoprì il ruolo di secondo portiere alle spalle di Dino Zoff e contribuì ai successi della formazione bianconera. Cresciuto nel settore giovanile della Jesina, si affermò successivamente con Anconitana e Cesena, prima di approdare alla Juventus nel 1971. Con il club torinese conquistò tre scudetti, la Coppa Italia 1978-1979, la Coppa UEFA 1976-1977 e la Coppa delle Coppe 1983-1984, facendo parte di una delle squadre più vincenti della storia juventina. Pur limitato nelle presenze ufficiali dalla presenza di portieri di assoluto livello come Zoff e successivamente Stefano Tacconi, rappresentò un elemento di grande affidabilità e professionalità all’interno della rosa. Dopo l’esperienza juventina militò in numerose società, tra cui Pistoiese, Lecce e Lazio, concludendo la carriera agonistica nel 1986 all’età di 38 anni. La sua vicenda sportiva costituisce un esempio significativo del ruolo del portiere di riserva nel calcio professionistico, figura spesso lontana dai riflettori ma essenziale negli equilibri tecnici e umani delle grandi squadre.
[liii] Gedeone Carmignani (Carrara, 22 dicembre 1945): Ex calciatore e allenatore italiano, di ruolo portiere, è considerato uno dei protagonisti della scuola italiana dei portieri tra gli anni Sessanta e Settanta. Cresciuto nella Carrarese, si affermò nel professionismo con il Mantova, il Varese e soprattutto con il Napoli, società nella quale militò dal 1970 al 1978, disputando oltre cento incontri in Serie A e contribuendo alla solidità difensiva della formazione partenopea. Portiere agile, reattivo e dotato di notevole senso della posizione, fu convocato nella Nazionale italiana, con la quale esordì nel 1971 e venne inserito nel gruppo azzurro per il Campionato del Mondo del 1974. Terminata la carriera agonistica nel 1980 all’età di 34 anni, intraprese il percorso tecnico come allenatore dei portieri e successivamente come allenatore, lavorando in numerosi club professionistici italiani. La sua figura rappresenta quella di un interprete di valore del ruolo nel calcio italiano del secondo Novecento, capace di coniugare qualità tecniche, continuità agonistica e una lunga esperienza maturata tra campo e panchina.
[liv] Ludo Coeck (Berchem, 25 settembre 1955 – Edegem, 9 ottobre 1985): Sublime, elegante e sfortunato centrocampista belga, considerato uno dei registi e interni più talentuosi e cristallini della storia del calcio fiammingo ed europeo, soprannominato “Boom Boom” per la spaventosa e fulminea potenza del suo tiro dalla lunghissima distanza, scagliato prevalentemente con un educatissimo piede sinistro. Cresciuto nel Berchem, si consacra come colonna e stella polare dell’Anderlecht, club in cui milita per oltre un decennio collezionando quasi trecento presenze e vincendo due campionati belgi, tre Coppe nazionali e, soprattutto, due Coppe delle Coppe, una Coppa UEFA e due Supercoppe Europee nell’epoca d’oro del calcio belga. Nel 1983 si trasferisce in Italia ingaggiato dall’Inter, ma la sua avventura milanese viene pesantemente frenata da una serie drammatica di infortuni che ne condizionano il rendimento, militando poi brevemente anche nell’Ascoli. Pilastro e faro della Nazionale del Belgio con 46 presenze e 4 reti, ha guidato i Diavoli Rossi al secondo posto agli Europei del 1980 e da assoluto protagonista ai Mondiali di Spagna ‘82 (firmando una memorabile rete da trenta metri contro l’El Salvador), prima che un tragico incidente stradale ne spezzasse la vita a soli trent’anni, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore degli appassionati per la perdita di un artista del centrocampo.
[lv] Jason Mayélé (Kinshasa, 4 gennaio 1976 – Bussolengo, 2 marzo 2002): Estroso, travolgente e sfortunato attaccante esterno congolese, naturalizzato francese, figura rimasta scolpita in modo indelebile nel cuore e nella memoria del calcio italiano per la sua straordinaria solarità, la spaventosa velocità palla al piede e la generosità che metteva in campo su tutta la fascia laterale. Trasferitosi giovanissimo in Francia, cresce calcisticamente nello Châteauroux, club con cui debutta tra i professionisti e conquista una storica promozione in Ligue 1; nel 1999 viene acquistato dal Cagliari, approdando in Serie A e mettendosi in luce per la sua grande agilità e la capacità di saltare l’uomo nel dribbling in velocità. Nel 2001 si trasferisce al Chievo Verona, entrando a far parte della memorabile favola del “Chievo dei miracoli” guidato da Luigi Delneri. Pilastro della Nazionale della Repubblica Democratica del Congo, con cui aveva appena disputato la Coppa d’Africa del 2002, la sua promettente carriera e la sua giovane vita vengono tragicamente spezzate a soli ventisei anni a causa di un drammatico incidente stradale alle porte di Verona, mentre cercava di raggiungere i compagni di squadra per la consueta convocazione domenicale. In segno di profondo rispetto e imperituro omaggio al suo carisma e al suo sorriso, il Chievo Verona ha ritirato per sempre la sua iconica maglia numero 30.
[lvi] Erasmo Iacovone (Capracotta, 22 aprile 1952 – San Giorgio Jonico, 6 febbraio 1978): Straordinario, rapace e sfortunato attaccante italiano, figura mitologica e leggenda immortale del calcio tarantino e meridionale, entrato nel mito per il suo eccezionale fiuto del gol, l’impressionante elevazione aerea e un carisma trascinante che lo rese un idolo assoluto. Dopo essersi messo in luce nelle serie minori con le maglie di l’Almas Roma, Cesena, Mantova e soprattutto Carpi (dove esplode calcisticamente), viene acquistato nel 1976 dal Taranto in Serie B; in riva allo Ionio vive una clamorosa e travolgente consacrazione, realizzando reti capolavoro che trascinano la formazione rossoblù a un passo dalla storica e prima promozione in Serie A. La sua fulgida carriera e la sua giovane vita vengono drammaticamente spezzate a soli venticinque anni a causa di un tragico incidente stradale, quando la sua vettura viene violentemente travolta nella notte da un’auto pirata, gettando un’intera città nel lutto più profondo e interrompendo il sogno calcistico di un intero popolo. In segno di eterno rispetto e imperituro omaggio al suo mito, il giorno successivo alla tragedia la presidenza del club decise di intitolargli per sempre lo stadio di Taranto, il celebre “Stadio Erasmo Iacovone”, dove la sua memoria continua a essere venerata dalle successive generazioni di tifosi.
[lvii] Georgi Asparuhov (Sofia, 4 maggio 1943 – Sofia, 30 giugno 1971): Calciatore bulgaro, considerato uno dei più importanti talenti della storia del calcio del suo Paese e uno degli attaccanti più raffinati della sua generazione. Soprannominato “Gundi”, si formò nel settore giovanile del Levski Sofia, club al quale legò gran parte della carriera, con una parentesi al Botev Plovdiv. Con il Levski conquistò tre campionati bulgari e quattro Coppe nazionali, diventando il principale simbolo tecnico e identitario della società. Centravanti elegante, dotato di notevole tecnica individuale, senso del gol e visione di gioco, disputò 49 partite con la Nazionale bulgara, partecipando ai Mondiali del 1962 e del 1966. Nel 1965 fu vicino al trasferimento al Milan, ma l’operazione non si concretizzò a causa delle restrizioni politiche della Bulgaria dell’epoca. Morì prematuramente a soli 28 anni, il 30 giugno 1971, in un incidente stradale insieme al compagno di squadra Nikola Kotkov. La sua scomparsa suscitò un profondo cordoglio nazionale e contribuì a consolidarne il mito. Asparuhov è ricordato come una delle massime espressioni del calcio bulgaro degli anni Sessanta, simbolo di talento, eleganza e appartenenza sportiva.
[lviii] Nikola Kotkov (Sofia, 9 dicembre 1938 – Sofia, 30 giugno 1971): Calciatore bulgaro, fu uno dei più importanti attaccanti del calcio nazionale tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Dotato di grande tecnica, intelligenza tattica e notevoli capacità realizzative, rappresentò una delle figure più eleganti del calcio bulgaro dell’epoca. Cresciuto nel settore giovanile del Lokomotiv Sofia, con cui legò la maggior parte della propria carriera, Kotkov si impose come centravanti completo e raffinato, capace di coniugare forza fisica, abilità nel gioco aereo e sensibilità tecnica. Con la maglia della Nazionale bulgara disputò 26 incontri, partecipando ai Campionati del Mondo del 1962 in Cile. Nel 1969 si trasferì al Levski Sofia, dove formò con Georgi Asparuhov una delle coppie offensive più celebri del calcio bulgaro. La loro collaborazione, però, ebbe una conclusione tragica: il 30 giugno 1971 entrambi morirono in un incidente automobilistico, interrompendo prematuramente due carriere di grande valore. Nikola Kotkov rimane nella memoria sportiva bulgara come uno dei migliori attaccanti della sua generazione, un calciatore dalla classe innata la cui figura è rimasta indissolubilmente legata a quella di Asparuhov, in una delle pagine più drammatiche e commoventi della storia del calcio dell’Europa orientale.
[lix] Denis Bergamini (Argenta, 18 settembre 1962 – Roseto Capo Spulico, 18 novembre 1989): Generoso, geometrico e sfortunato centrocampista italiano, figura entrata in modo indelebile nella memoria collettiva e nella storia del calcio nazionale, non solo per le sue doti tecniche e umane sul rettangolo verde, ma anche per la drammatica e complessa vicenda extra-calcistica che ha avvolto la sua prematura scomparsa. Cresciuto nelle serie minori tra Imola e Russi, trova la sua definitiva consacrazione con la maglia del Cosenza, club di cui diventa il motore del centrocampo, l’idolo indiscusso della tifoseria e il simbolo assoluto di una storica e memorabile promozione in Serie B conquistata nel 1988 sotto la guida di Gianni Di Marzio. Centrocampista moderno, dotato di grande dinamismo, visione di gioco e intelligenza tattica, era ormai destinato al grande salto verso la Serie A quando la sua giovane vita si interrompe tragicamente a soli ventisette anni lungo la Strada Statale 106 Jonica, in circostanze inizialmente archiviate come suicidio ma poi radicalmente smentite da decenni di strenua lotta della famiglia e da successive indagini giudiziarie, che hanno accertato la verità sul suo omicidio. In segno di imperituro omaggio al suo carisma, alla sua lealtà sportiva e al suo ricordo, il Cosenza Calcio ha ritirato per sempre la sua iconica maglia numero 8 e gli ha intitolato la curva nord dello stadio “San Vito”, dove il suo nome continua a essere cantato e onorato come simbolo eterno di giustizia e appartenenza.
[lx] Gaetano Scirea (Cernusco sul Naviglio, 25 maggio 1953 – Babsk, 3 settembre 1989), calciatore e allenatore di calcio italiano. Tra i massimi interpreti del ruolo di “libero” nella storia del calcio mondiale, Scirea ha unito un’eleganza tecnica straordinaria a doti umane rare, diventando un’icona universale di sportività e correttezza (memorabile il record di non aver mai ricevuto un cartellino rosso o una squalifica in tutta la carriera). Ha legato la sua epopea alla Juventus, club di cui fu capitano e con cui vinse sette scudetti e tutte le competizioni confederali dell’epoca. Fu inoltre tra i pilastri della Nazionale italiana campione del mondo nel 1982. Morì tragicamente a soli 36 anni in un incidente stradale in Polonia, mentre svolgeva il ruolo di vice,allenatore per i bianconeri.
[lxi] Michele Lo Russo (Napoli, 21 settembre 1947 – 28 gennaio 1983) e Ciro Pezzella (Napoli, 16 luglio 1954 – 28 gennaio 1983): Calciatori italiani, furono due importanti protagonisti della storia del Lecce negli anni Settanta e Ottanta. Lo Russo, difensore di grande esperienza e affidabilità, rappresentò uno dei pilastri della squadra salentina, della quale divenne capitano e simbolo per attaccamento e continuità di rendimento. Pezzella, terzino sinistro dotato di forza atletica e personalità, fu invece uno dei giovani elementi più promettenti della formazione giallorossa, affermandosi come interprete moderno del ruolo. Entrambi morirono tragicamente il 28 gennaio 1983 in un incidente stradale mentre si recavano a prendere il treno a Bari che li avrebbe dovuti portare a Varese per giocare contro la squadra lombarda.  La loro scomparsa rappresentò una delle pagine più dolorose nella storia del Lecce e lasciò un profondo vuoto nella memoria dei tifosi salentini, che ancora oggi ricordano i due calciatori come simboli di professionalità, appartenenza e dedizione alla maglia.
[lxii] Jan Jongbloed (Amsterdam, 25 novembre 1940 – Amsterdam, 31 agosto 2023), calciatore olandese. È passato alla storia del calcio mondiale come l’atipico portiere dell’Olanda del “Calcio Totale” guidata da Rinus Michels e Johan Cruijff, capace di raggiungere due finali mondiali consecutive nel 1974 e nel 1978. Scelto dal commissario tecnico per la sua straordinaria abilità nel giocare il pallone con i piedi e nell’agire come un vero e proprio “libero aggiunto” fuori dalle linee dell’area di rigore, Jongbloed ha rivoluzionato l’interpretazione moderna del ruolo del portiere. Curiosamente, giocava senza guanti e indossava l’insolito numero 8.
[lxiii] Finale del Campionato mondiale di calcio (7 luglio 1974). Disputatasi a Monaco di Baviera tra la Germania Ovest e i Paesi Bassi, la partita sancì la fine del mito dell’invincibilità dell’Olanda di Rinus Michels, considerata la favorita assoluta per la bellezza stilistica e l’innovazione tattica espresse durante il torneo. La vittoria per 2,1 permise al capitano tedesco Franz Beckenbauer di sollevare la nuovissima Coppa del Mondo FIFA (che sostituiva lo storico Trofeo Rimet). Questo incontro è spesso citato dalla storiografia sportiva come il momento di massima espressione del calcio degli anni Settanta, dove l’organizzazione collettiva e la tenuta mentale tedesca ebbero la meglio sul lirismo estetico degli avversari.
[lxiv] Renato Curi (Montefiore dell’Aso, 20 settembre 1953 – Perugia, 30 ottobre 1977), calciatore italiano di ruolo centrocampista. Elemento dinamico, generoso e geometricamente impeccabile, fu tra i massimi artefici del “Miracolo Perugia” guidato da Ilario Castagner, conquistando nel 1975 la prima storica promozione del club in Serie A. Legò il suo nome alla storia del calcio italiano il 16 maggio 1976, quando un suo gol decisivo contro la Juventus non solo sancì la vittoria del Grifo, ma consegnò di fatto lo scudetto al Torino. La sua parabola si interruppe drammaticamente a soli 24 anni il 30 ottobre 1977: durante un Perugia,Juventus giocato sotto un nubifragio, Curi si accasciò improvvisamente al suolo a inizio ripresa per un arresto cardiaco. Meno di un mese dopo la tragedia, lo stadio di Pian di Massiano a Perugia venne intitolato alla sua memoria.
[lxv] Giuliano Taccola (Uliveto Terme, 28 giugno 1943 – Cagliari, 16 marzo 1969), calciatore italiano di ruolo centravanti. Attaccante potente, dotato di grande scatto e fiuto del gol, esplose nel Genoa prima di approdare alla Roma nel 1967, dove si impose rapidamente come idolo della tifoseria segnando 17 reti in 41 presenze complessive. La sua promettente carriera si interruppe tragicamente a soli 25 anni il 16 marzo 1969: tormentato da settimane da febbri persistenti a seguito di un’operazione alle tonsille, fu comunque aggregato alla squadra dall’allenatore Helenio Herrera per la trasferta di Cagliari. Dopo aver assistito al match dalla tribuna dell’Amsicora, scese negli spogliatoi per festeggiare la squadra, dove accusò un malore improvviso e morì poco dopo su un lettino a causa di un arresto cardiocircolatorio.
[lxvi] Miklós “Miki” Fehér (Tatabánya, 20 luglio 1979 – Guimarães, 25 gennaio 2004), calciatore ungherese di ruolo attaccante. Nazionale magiaro di grande prospettiva, dopo gli esordi in patria e le esperienze con Porto e Braga, si trasferì nel 2002 al Benfica. La sua vita si interruppe drammaticamente a soli 24 anni il 25 gennaio 2004 durante la sfida di campionato contro il Vitória Guimarães: entrato dalla panchina, Fehér fornì l’assist decisivo per il gol della vittoria del suo club nei minuti di recupero. Pochi istanti dopo, a seguito di un cartellino giallo comminatogli dall’arbitro Olegário Benquerença, l’attaccante accennò un sorriso amaro, si inchinò tenendosi le ginocchia e si accasciò improvvisamente all’indietro sul terreno di gioco, stroncato da un arresto cardiaco dovuto a una cardiomiopatia ipertrofica sotto gli occhi sconvolti di compagni e telespettatori.
[lxvii] Marc,Vivien Foé (Yaoundé, 1 maggio 1975 – Lione, 26 giugno 2003), calciatore camerunese di ruolo centrocampista. Centrocampista moderno, dotato di straordinaria potenza fisica e dinamismo, è stato un pilastro della Nazionale del Camerun, con cui ha vinto due Coppe d’Africa (2000 e 2002), e di club di alto livello come Lens, West Ham, Lione e Manchester City. La sua vita si interruppe drammaticamente a 28 anni il 26 giugno 2003 allo stadio di Gerland a Lione, durante la semifinale della FIFA Confederations Cup contro la Colombia: al 72° minuto, senza alcun contatto di gioco, crollò improvvisamente al suolo nel cerchio di centrocampo a causa di un arresto cardiaco provocato da una cardiomiopatia ipertrofica congenita, spegnendosi poco dopo i tentativi di rianimazione negli spogliatoi.
[lxviii] Piermario Morosini (Bergamo, 5 luglio 1986 – Pescara, 14 aprile 2012), calciatore italiano di ruolo centrocampista. Cresciuto nel vivaio dell’Atalanta e pilastro delle Nazionali giovanili (fino all’Under,21), era un centrocampista generoso e tatticamente diligente, di proprietà dell’Udinese ma in forza al Livorno. La sua vita si interruppe tragicamente a 25 anni il 14 aprile 2012 allo stadio Adriatico di Pescara, durante il 31° minuto della partita di Serie B Pescara,Livorno: colpito da una crisi cardiaca dovuta a una rara cardiomiopatia aritmogena, crollò a terra nel tentativo di rialzarsi per tre volte. Nonostante i soccorsi immediati e il trasporto d’urgenza all’ospedale Santo Spirito, il giocatore si spense nel pomeriggio, generando uno shock collettivo che portò la FIGC a sospendere immediatamente tutti i campionati professionistici italiani.
[lxix] Massamasso Tchangai (Atakpamé, 8 agosto 1978 – Lomé, 8 agosto 2010) è stato un calciatore togolese, di ruolo difensore, entrato nella storia del calcio africano per essere stato uno dei pilastri e dei leader carismatici della storica Nazionale del Togo. Con la selezione del suo Paese ha collezionato ben 37 presenze, partecipando a quattro edizioni della Coppa d’Africa e, soprattutto, alla leggendaria e unica spedizione del Togo ai Mondiali di Germania 2006. Difensore centrale roccioso, generoso e dotato di una grande forza fisica, Tchangai ha vissuto una carriera da giramondo tra Africa ed Europa (militando anche in Italia con le maglie di Udinese, Viterbese e Benevento), diventando un idolo in patria per la sua dedizione alla causa della Nazionale. Il momento più alto della carriera di Massamasso Tchangai coincide con il Mondiale del 2006, dove disputò da titolare e da leader difensivo tutte e tre le partite del girone contro Corea del Sud, Svizzera e Francia, fronteggiando a testa alta campioni del calibro di Thierry Henry e Zinédine Zidane. Quell’avventura, pur calcisticamente sfortunata sul campo, consacrò quella generazione di calciatori come eroi nazionali. La parabola di Tchangai si è purtroppo interrotta in modo drammatico e improvviso l’8 agosto 2010, nel giorno esatto del suo 32º compleanno: mentre si trovava a Lomé, la capitale del Togo, il calciatore è stato stroncato da un improvviso arresto cardiaco a seguito di un malore, lasciando un vuoto immenso nel calcio africano e nei tantissimi tifosi che ne avevano ammirato la grinta e il sorriso.
[lxx] Marco Pantani (Cesena, 13 gennaio 1970 – Rimini, 14 febbraio 2004), universalmente noto come “Il Pirata” per via della bandana, dell’orecchino e del pizzo che esibiva in corsa, è stato uno dei ciclisti su strada più amati, iconici e tragici della storia dello sport mondiale. Considerato l’ultimo grandissimo scalatore puro del ciclismo moderno, Pantani scatenava la sua leggenda non appena la strada cominciava a salire: quando le pendenze si facevano impossibili, si toglieva il cappellino o la bandana, si alzava sui pedali tenendo le mani basse sul manubrio e lanciava scatti fulminei capaci di frantumare la resistenza di qualunque avversario. Il suo anno di grazia fu il 1998, quando realizzò una leggendaria e difficilissima “doppietta”, trionfando nello stesso anno sia al Giro d’Italia che al Tour de France (un’impresa riuscita a pochissimi eletti nella storia del ciclismo).
[lxxi] Nel cuore e nella storia calcistica di Firenze, il titolo di “Capitano di Fiorenza” appartiene indissolubilmente e per sempre a Davide Astori (San Giovanni Bianco, 7 gennaio 1987 – Udine, 4 marzo 2018). Difensore elegante, leale e carismatico, Astori è stato il leader silenzioso e amatissimo della Fiorentina, squadra di cui indossava fieramente la fascia di capitano. La sua tragica e improvvisa scomparsa, avvenuta a soli 31 anni in una camera d’albergo a Udine a causa di un arresto cardiaco alla vigilia di una partita di campionato, ha squarciato il mondo del calcio. Da quel drammatico 4 marzo, la città di Firenze lo ha elevato a un rango monumentale: Astori non è stato solo un calciatore, ma l’incarnazione dei valori più nobili dello sport, del rispetto e dell’attaccamento alla maglia viola, spingendo la società a ritirare per sempre la sua maglia numero 13.
[lxxii] La tragedia dei fratelli Giacomi rappresenta una delle pagine più dolorose, assurde e umanamente strazianti della storia di Verona e del calcio italiano. Nel marzo del 1977, la famiglia Giacomi (originaria del quartiere veronese di Chievo) venne colpita dall’improvvisa morte del figlio minore, Antonio. Il fratello maggiore Mario Giacomi (Verona, 24 luglio 1949 – 10 marzo 1977), stimato portiere cresciuto nell’Hellas Verona e all’epoca in forza al Pescara, ottenne il permesso dal club per rientrare immediatamente nella città scaligera per i funerali. La sera del 9 marzo, devastato dal lutto, Mario andò a dormire nella stessa stanza insieme all’altro fratello, Gianni. Durante la notte, a causa del malfunzionamento di una stufa, la camera fu invasa dal monossido di carbonio: i due fratelli vennero ritrovati senza vita la mattina successiva, privando una singola famiglia di tre figli nel giro di pochissime ore.
[lxxiii] Il riferimento è alla canzone A un vincitore nel pallone, composta da Giacomo Leopardi a Recanati nel novembre del 1821 e pubblicata per la prima volta nelle Canzoni del 1824. Il componimento è dedicato, pur senza mai nominarlo direttamente, a Carlo Didimi (1798,1877), un giovane coetaneo del poeta originario di Treia e celeberrimo campione del pallone col bracciale, lo sport di squadra più popolare e seguitissimo nell’Italia dell’Ottocento. Leopardi, affascinato dal vigore fisico e dalla fama del Didimi, eleva l’atleta a simbolo di virtù classica, trasformando l’echeggiante arena del gioco in un palcoscenico di riscatto civile ed eroico contro la decadenza della patria.
[lxxiv] Andrés Escobar (Medellín, 1967 – 1994). Andrés Escobar Saldarriaga nasce a Medellín il 13 marzo 1967 ed è stato uno dei difensori più forti, eleganti e rispettati della storia del calcio colombiano, la cui memoria è tragicamente legata a una delle pagine più buie, drammatiche e sconvolgenti dello sport mondiale. Soprannominato “El Caballero del Fútbol” (Il Gentiluomo del Calcio) per via del suo stile di gioco pulito, della sua correttezza esemplare in campo e di un carattere calmo, colto e profondamente riflessivo, Escobar era il leader indiscusso e il capitano designato della Nazionale colombiana. Difensore centrale dotato di un eccellente senso della posizione e di un tempismo perfetto negli anticipi, spende quasi interamente la sua carriera di club nell’Atlético Nacional di Medellín, con cui vince la storica Coppa Libertadores nel 1989 (la prima per un club colombiano) e la Coppa Interamericana nel 1990, oltre a due campionati nazionali, diventando un idolo assoluto della tifoseria. Con la Nazionale colombiana colleziona 51 presenze, guidando la straordinaria “generazione d’oro” (insieme a campioni come Carlos Valderrama e Faustino Asprilla) che si qualifica in modo trionfale ai Mondiali di USA 1994, indicata persino da Pelé come una delle favorite per la vittoria finale. Il destino del difensore si compie però drammaticamente il 22 giugno 1994, durante il match della fase a gironi contro i padroni di casa degli Stati Uniti: nel tentativo di intercettare un cross teso dell’attaccante John Harkes, Escobar devia scivolando il pallone nella propria porta, siglando un clamoroso autogol che condanna la Colombia alla sconfitta per 2-1 e alla prematura eliminazione dal torneo. Al rientro in patria, nonostante il clima di fortissima tensione alimentato dai cartelli della droga e dalle scommesse clandestine, Escobar decide di non nascondersi e scrive una toccante lettera aperta sul quotidiano El Tiempro, che si concludeva con la celebre frase: “La vita non finisce qui”. Purtroppo, la notte del 2 luglio 1994, all’uscita di un ristorante nei dintorni di Medellín, il calciatore viene affrontato da tre uomini e barbaramente assassinato con sei colpi di pistola; l’esecutore materiale, legato alla malavita locale, avrebbe urlato ironicamente “Gol!” a ogni sparo, per punire l’errore del Mondiale. Ai suoi funerali partecipano oltre centomila persone in un clima di immenso dolore nazionale. La sua tragica scomparsa, celebrata in seguito nel celebre documentario The Two Escobars, lo ha trasformato in un martire dello sport, un simbolo eterno di dignità e purezza stroncato dalla follia criminale, il cui ricordo come “Cavaliere” del calcio rimane indelebile nel cuore di tutti gli appassionati.

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