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Prova 04 - Bibliomax

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Subbuteo and Football Tales
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inglesi lo venerano come una verità rivelata, mentre i tedeschi continuano a inseguirlo come si inseguono i fantasmi: sapendo che non li si raggiungerà mai.
A chiudere la salita verso il chiaro cielo, sulla piana della Bismantova  giungemmo in una Cornice delle passioni indomite, ove non si udivano lamenti né canti perfetti, ma un incessante mormorio simile a quello d’uno spogliatoio prima della battaglia. Ivi dimoravano anime forti e tempestose, che in vita avevano conosciuto più d’ogni altra cosa il dominio delle passioni.
E tra esse vidi Giorgio Chinaglia  avanzare con passo fiero e petto innanzi, come capitano che ancora non abbia deposto le insegne della guerra. Attorno a lui riconobbi i compagni della Lazio che, conquistò lo scudetto nel millenovecento settantaquattro, uomini d’indole ardente e difficile, più simili a condottieri di ventura che a semplici atleti.  Non v’era concordia tra loro nemmeno in quel luogo d’espiazione. Taluni procedevano separati, altri discutevano animosamente come se la partita dovesse ancora cominciare. Eppure una forza invisibile li manteneva uniti, poiché il destino aveva voluto che da tante discordie nascesse una delle imprese più memorabili del calcio italiano. Vidi allora, sparse sul terreno, le ombre di quelle pistole che tanto scandalo avevano suscitato tra i mortali. Ma esse non erano più armi. Il fuoco le aveva fuse in metallo informe, affinché ricordassero eternamente come la forza dell’uomo debba servire il gioco e non dominarlo.
E Dante mi disse:
“Guarda costoro, ché molto amarono la vittoria, ma più ancora amarono la lotta. In essi la passione fu fiume impetuoso che spesso travolse gli argini della ragione; e tuttavia da quel tumulto nacque un’opera che il tempo non ha cancellato.”
E quando l’ultima disputa si spense e le ombre delle pistole si dissolsero nel vento, vidi Tommaso Maestrelli  procedere innanzi ai suoi uomini come pastore che ricomponga il gregge disperso. Allora la compagnia, finalmente riconciliata, mosse i propri passi verso le sfere più alte del Paradiso calcistico. E compresi che talvolta la più difficile delle vittorie non è quella conquistata sul campo, ma quella ottenuta contro sé stessi.
Allora compresi che alcune squadre non diventano immortali soltanto per ciò che vincono, ma per il tumulto umano che seppero trasformare in leggenda.
Più in là, in una zona meno oscura vicino ad un lago che pareva infernale, sedeva un’altra anima in attesa di espiar la pena. Era immersa nell’acqua fredda e gelida, uscendo sostava in una nebbia malinconica, osservando in silenzio un campo illuminato che appariva e scompariva all’orizzonte. Indossava una sciarpa rossonera. Era “il Cavaliere” . Davanti ai suoi occhi scorrevano senza sosta le immagini delle grandi notti europee, dei trionfi, delle squadre che avevano incantato il mondo e portato il nome del Milan oltre ogni confine. Ma insieme a quelle visioni comparivano anche le ombre del potere terreno, delle polemiche e delle battaglie combattute lontano dal rettangolo di gioco. Egli tendeva la mano verso quel prato verde che pareva chiamarlo da lontano, ma non riusciva mai a raggiungerlo.
Dante lo osservò senza l’asprezza riservata agli altri e disse,
“Molto costruì e molto divise. Come molti uomini di grande potere, lasciò dietro di sé luce e ombra. Per questo la sua pena non è il castigo, ma il ricordo”.
Poco più sulla destra vi era la Cornice delle Occasioni Smarrite, dove ad espiare i loro peccati vi erano i goleador perduti; tra loro vidi avanzare Luther Blissett , Florin Răducioiu , Hugo Maradona  il fratello meno talentuoso dei tre fratelli di Villa Fiorito  e Nikos Anastopoulos , inseguitori infaticabili di reti che spesso si facevano più strette al loro sguardo, come se il gioco stesso volesse rimandare il compimento del loro destino. Purganti a segnare su reti che diventavano sempre più piccole man mano che si avvicinavano. E poco oltre apparve un uomo venuto dal Nord, il cui nome era Søren Skov . Egli non era ricordato soltanto per le reti mancate, ma per l’aura singolare che lo accompagnò nella terra d’Irpinia, dove il calcio era fede e sopravvivenza insieme. Attorno a lui, più ancora che le azioni di gioco, viveva il ricordo d’una presenza che divenne parte del mito popolare: la figura della sua compagna, la cui bellezza divenne leggenda sulle gradinate, quasi che anche la tribuna avesse trovato in lei un proprio simbolo. Camminavano accanto Renato Portaluppi  e Andrade  detto “er moviola”  avanzavano sorridendo, come uomini che non avevano mai smesso di considerare il calcio una festa. Attorno a loro si udivano musiche, feste, ballate lontane e risate brasiliane, e Dante mi disse che alcuni uomini devono purificare non la cattiveria, ma l’eccessiva fiducia nel proprio destino.
Lasciati alle spalle la balza delle occasioni perdute ci inoltrammo in una valle dove un fuoco non ardeva per illuminare, ma per purificare. Là dimoravano coloro che avevano vissuto il momento in cui il calcio aveva smesso di essere soltanto gioco e aveva iniziato a conoscere il peso delle passioni umane, delle ambizioni e delle ricompense. Quivi dimoravano coloro che purificavano una colpa senza malizia. Non avevano lo sguardo dei traditori, né quello dei peccatori senza rimedio, ma il volto di uomini rimasti sospesi tra un’epoca che finiva e un’altra che ancora non aveva trovato il coraggio di nascere. Erano Enrico Sardi  e Aristodemo Santamaria  giocatori dell’Andrea Doria che attraversarono il confine invisibile che separava il calcio dei puri dilettanti da quello che iniziava a conoscere il richiamo del denaro. E così con Dante li vedemmo tra le anime del Purgatorio, non perché avessero macchiato per sempre il loro nome, ma perché erano diventati il simbolo di una trasformazione inevitabile. Attorno a loro vi erano le voci di coloro che difendevano l’antico spirito del gioco e quelle di chi già intuiva che il calcio, crescendo, avrebbe dovuto affrontare nuove realtà. Essi portavano sulle spalle il peso di una scelta che non  apparteneva al loro tempo, espiavano perché furono uomini che anticiparono un cambiamento
Giunti alla fine del Purgatorio, mentre stavamo per lasciare la Bismantova, il monte si apriva come una gradinata immensa sospesa tra terra e cielo, e le sue pietre giurassiche parevan custodire ancora l’eco dei cori mai spenti, delle sconfitte mai dimenticate, dei sogni rimasti a metà respiro.
Là dove la roccia si fa balcone e l’orizzonte pare tremare come rete colpita da un tiro improvviso, Dante si fermò. Il vento non era più quello del rimpianto, ma un’aria più lieve, quasi liberata dal peso delle occasioni perdute. E le anime che avean salito il monte, una ad una, non portavano più il volto della colpa, ma quello di chi ha compreso.
“Qui”, disse il poeta, “non v’è più pena che consumi, né memoria che laceri. Qui il calcio impara a non essere rimpianto, ma passaggio”.
E le gradinate del Purgatorio, che per tanto tempo avevano pianto passi incompiuti e tiri smarriti all’ultimo respiro, si sciolsero come nebbia al primo sole del mattino. I cori si fecero più lontani, non più dolore ma attesa, non più urlo ma silenzio che prepara. Qui sulla piana, allora, il pallone non rotolava più verso ciò che è stato, ma verso ciò che potrebbe essere. E nel cielo che si apriva oltre la roccia, si intuiva già il Paradiso, non come vittoria, ma come leggerezza assoluta del gioco liberato dal tempo.
Dante mi guardò un’ultima volta e disse soltanto:
“Or lascia il pianto, ché d’ogni salita resta solo la luce di chi seppe continuare a salire”.
E così il Purgatorio finì. Non con un triplice fischio, ma con un respiro di speranza.
PARADISO

Infine arrivammo in Paradiso!

Laddove l’ultima nebbia del rimpianto si scioglie nell’Empireo dell’Erba Perfetta. Quando varcammo quella beata soglia, non trovammo coppe di metallo né trofei che il tempo possa corrodere, trovammo luce. Era una luce che non feriva gli occhi, non cadeva sulla pupilla come fiamma mortale, ma si faceva armonia pura e canto visibile, trasfigurando ogni antica fatica in una memoria luminosa che tutto avvolge e inebria. Essa parea emanare dal verde perfetto d’un campo immenso sospeso nel cielo, un’isola di smeraldo dove l’erba è senza peccato e il gioco, finalmente libero dal fango e dal sospetto, torna alla sua essenza più pura. In quel regno di grazia suprema, dove non esistono più simulazioni, violenza né arbitri, il calcio si spoglia d’ogni affanno per farsi movimento, intelligenza e bellezza assoluta. Ivi ogni passaggio sembra musica e ogni azione partecipa di una perfezione impossibile sulla terra, rivelando che gli uomini, pur smarriti dentro il caos del mondo, non hanno mai cessato d’inseguire quell’armonia eterna verso cui ogni nobile gesto silenziosamente tende.

A fare da anfitrione su quella soglia beata, austero e nobile come chi ha saputo governare la tempesta senza mai smarrire il candore del cuore, s’ergeva Catone  come “neo-promosso” dal Purgatorio. Egli non era solo, ma cinto da una schiera di spiriti che in terra furon chiamati baluardi e mura viventi, ora mutati in guardiani di quella pace infinita. Vidi il granitico Sergio Brio  e il possente Hans Peter Briegel , non più immersi nel fango della mischia, ma rifulgenti “di una forza che s’è fatta quiete”; e accanto a loro, con la grazia antica di chi mai conobbe fango né ira, procedevano Paolo Maldini  e Franco Baresi , simboli d’una difesa che nel silenzio si fa arte somma. In quel luogo si avvertiva la presenza del Kaiser , che “apparteneva ad altri e più alti cieli” camminava tra loro come un imperatore del pallone, mentre Lothar Matthäus  e Carles Puyol  recavan nel volto l’ardore d’un cuore che mai non conobbe viltà, pronti a frapporsi tra l’ombra e la meta con lo stesso spirito indomito che li rese leggenda. Più in là con solenne beatitudine stava insieme a “que’ signori della difesa”, che parea formassero un’unica cinta muraria a protezione della luce divina, scorsi un’ombra solida e ferma, che portava in sé la forza d’una terra intera, era Giuseppe Bruscolotti , colui che il volgo chiamò “Pal ‘e fierro” per l’incrollabile tempra del suo spirito. Egli procedeva con la gravità nobile di chi non ha mai cercato il clamore, ma ha fatto del dovere e della lealtà la propria unica insegna.

“Pal ‘e fierro è detto, che di Napoli fu colonna e vanto, d’ogni avversario facendosi rigetto. Ei fu d’onestà e di forza il manto, capitano che il suo fregio donoe, perché al Sole il trionfo si fece accanto”.
Dante, osservando quel manipolo di giusti che d’ogni difesa aveano fatto una rocca audace, mi sussurrò:
“Vidi color che fecer della forza, un tempio di lealtà e di nobile cura, che d’ogni assalto spezzavan la scorza. Or guardan la luce che non ha paura, anfitrioni d’un regno dove il gioco è sola grazia e pura architettura.”
Egli mi spiegò che costoro erano stati eletti per accogliere le anime nel regno dove “non v’è né arbitro né violenza”, perché aveano saputo difendere la bellezza con la medesima inflessibile fermezza con cui si difende la dignità dell’uomo. Alla soglia dei Baluardi s’ergeva l’ombra del Paron , colui che del catenaccio fece una rocca audace. Egli non cercava la gloria vana, ma d’ogni difesa facea segno di gloria e di sapienza, proteggendo i suoi come se fossero mura viventi.
Salutati da chi ci accolse: Entrammo!
In quella soglia di luce purissima, dove l’Empireo dell’Erba Perfetta accoglie le anime che fecero del cuoio la loro preghiera, non fui più solo con il Vate. Accanto a Dante, che ancora recava al collo la sua sciarpa consunta dal tempo, apparvero due figure muliebri di ineffabile splendore, pronte a scortarci come assistenti celesti in un rito che pareva l’estrazione finale di ogni destino mondiale. L’una era Vittoria , la Nike dalle ali d’oro pensata da Jules Rimet, ella rifulgeva di un chiarore metallico, simbolo di quel premio che ogni sognatore brama e che il cagnolino Pickles  sottrasse all’oblio della terra. Ella procedeva con la solennità di chi custodisce il trionfo, recando in mano una sfera di cristallo che pareva contenere l’esito di ogni sfida eterna. Vittoria, che fino a quel momento aveva proceduto con la fermezza regale dell’oro antico, parve d’un tratto smarrire il passo, e le sue ali, modellate dal genio di Abel Lafleur , ebbero un fremito che parea un rintocco di campana nel silenzio del Paradiso. Ella si volse verso il cuore dell’Empireo dell’Erba Perfetta, là dove la luce si fa così bianca da trasmutare ogni colore in purezza assoluta, e il suo volto, solitamente fiero, apparve turbato da una commozione profonda, quasi che l’essenza stessa del trionfo si fosse inchinata davanti a una maestà più grande. Dante, accorgendosi che la nostra guida alata s’era fatta d’improvviso silenziosa e tremante, le si accostò con la reverenza che si deve a chi scorge l’invisibile. Sofia , la sapienza, le cinse le spalle con un gesto di grazia antica, mentre Vittoria, con voce che parea un sussurro di vento tra le reti celesti, mormorò,

“O Vate, o pellegrino che del fango facesti canto, perdonate il mio smarrimento; ma in quel raggio che tutto inebria, tra la geometria di un passaggio perfetto e il silenzio dei giusti, credetti d’aver appena intravisto l’ombra di nostro Signore Gesù, Colui che d’ogni sfera è l’Architetto e d’ogni bellezza il fine ultimo”.

Ella pensava di aver scorto il Maestro dei maestri, non come giudice severo, ma come colui che per primo insegnò agli uomini che l’amore, proprio come un pallone che corre tra i piedi dei beati, è l’unica forza capace di unire ciò che il caos divide. In quel momento di sacro turbamento, Vittoria comprese che “se il calcio è la prova che gli uomini cercano ancora la bellezza”, è perché in ogni nobile gesto sportivo risplende un riflesso di quella grazia divina che ella aveva appena sfiorato con lo sguardo. Dante allora chinò il capo e, guardando verso quella luce immobile, sospirò,

“In questo luogo, ogni intesa perfetta tra i cuori e i corpi non è che ombra terrena dell’armonia eterna verso cui tutto il creato, anche il più umile giuoco, silenziosamente tende”

Al suo fianco avanzava Sofia, l’incarnazione della sapienza calcistica. Ella portava negli occhi la profondità degli archivi e la memoria di ogni schema mai tracciato, reggendo tra le dita un libro antico le cui pagine narravano di “virtute e canoscenza” applicate al verde prato. Sofia era la luce dell’intelletto che precede il gesto, colei che spiega come il calcio sia un’isola di intelligenza dentro l’oceano del caos. Insieme, Vittoria e Sofia si muovevano con la grazia discreta di “vallette” dello spirito, guidandoci tra i petali della “Candida Rosea”  con la stessa cura con cui si estraggono i nomi dall’urna della gloria ad assister loro un pargol di nome Franco Gemma . Dante le guardava con reverenza, sapendo che senza il trionfo della Nike e la sapienza di Sofia, il calcio non sarebbe che polvere; esse invece lo trasmutavano in un rito universale, trasformando ogni nostra tappa in un momento di estasi sospesa, dove il sorteggio dei beati non è che l’inizio d’una partita che non conosce fischio finale.
Nel cielo che segue l’ultimo varco del dolore, la luce è come il prisma celeste che ricompone i colori dispersi nel mondo, così quivi ogni divisione umana si scioglie nella perfetta concordia del bene. Coloro che un tempo furono separati dal destino, dalla contesa o dalla cronaca, procedono ora uniti nella medesima bellezza, raggi diversi d’una sola eterna luce.
Bianca e mite splende la gloria dei giusti feriti dalla violenza del secolo; e ciò che sulla terra fu dolore, colpa altrui o sangue innocente, qui si dissolve come nebbia al primo sole del mattino. Nessuna ferita rimane, se non la dignità restituita alle anime che cercarono nel gioco, nel gesto e nella fedeltà al proprio dono un ordine segreto dentro il caos del mondo.
Questa è la prova suprema concessa all’uomo, che mai cessò, pur tra il frastuono della storia, di inseguire la bellezza e che ogni nobile passaggio, ogni intesa perfetta tra i cuori e i corpi, era già ombra terrena dell’armonia eterna verso cui tutto il creato silenziosamente tende.
Qui prima di entrar veramente dove la luce risplende due amime vagavano tra il rimorso e la luce della grandezza che li illuminava, tanto grande da non poter essere tra quelli che sprecarono il talento, ma non siedono nemmeno tra i sommi spiriti del pallone, poiché non condussero fino al pieno compimento il dono ricevuto. In questo parvo luogo non vi erano troni né cori angelici dove l’erba aveva il colore delle domeniche felici e il vento portava con sé l’eco lontana di stadi colmi di meraviglia. Eppure sopra quel luogo aleggiava una lieve nostalgia, non dolorosa ma eterna, simile al ricordo di un sogno interrotto troppo presto.
“Questo è il Cielo dei Talenti Incompiuti, ove dimorano coloro ai quali il Signore del Gioco donò più di quanto un uomo comune possa immaginare. Essi non sono qui per colpa né per peccato, ma perché il mondo ricorda non soltanto ciò che furon, bensì ciò che avrebbero potuto essere.”
Venne verso di me un uomo con il pallone incollato ai piedi come se fosse parte del suo stesso corpo. Ad ogni tocco l’erba si illuminava e l’aria pareva mutarsi in musica. Era Ronaldo Nazário . Le sue ginocchia non conoscevano più dolore e la sua corsa era quella dei giorni migliori. Eppure, accanto ad ogni sua falcata, ne appariva un’altra ancora più veloce, come l’ombra di un destino mai pienamente compiuto. Pareva correre insieme a sé stesso, all’uomo che fu e a quello che avrebbe potuto diventare.
“Molti lo chiamarono Fenomeno” disse Dante, “e tale veramente fu. Ma qui egli contempla il sentiero che gli infortuni e le fragilità della carne gli impedirono di percorrere interamente”.
Più avanti udii una risata leggera e vidi una figura che giocava con il pallone come un fanciullo gioca con una lucciola d’estate. Era Ronaldinho . Attorno a lui ogni cosa sembrava trasformarsi in festa. I passaggi impossibili diventavano semplici, i dribbling parevano danze e perfino il vento si fermava per osservare. Ma sopra il suo capo brillavano due stelle. Una era la gloria che conquistò nel mondo. L’altra era ancora più luminosa e rappresentava ciò che avrebbe potuto diventare se avesse amato la disciplina quanto amava il divertimento.
“Costui” disse il poeta “ricevette in dono una gioia che pochi uomini han conosciuto. Ma il talento è come un giardino: non basta che sia fertile, bisogna anche coltivarlo”.
Né Ronaldo né Ronaldinho mostravano tristezza. Essi sorridevano e giocavano eternamente. Tuttavia nei loro occhi rimaneva una lieve malinconia, la stessa che accompagna ogni uomo quando intravede la versione migliore di sé stesso. E compresi che in quel cielo non si piangeva per ciò che si era perduto, ma si meditava con dolcezza su ciò che avrebbe potuto essere.
Una volta entrati.
Un campo immenso sospeso nel cielo, dove il gioco tornava alla sua forma pura. Qui volava annunciato da un “rombo di tuono”  Gigi Riva  con il suo gol in tuffo contro la Germania che fù; e a presso Carletto Parola  restava sospeso nell’aria nella sua sforbiciata diventata l’iconografia stessa delle figurine Panini. Seduto a venerar “Ul furzelina” , ma a debita distanza, vi era anche il piccolo Danilo Piroddi  che ancor stretto si teneva il braccio. Poco più in là correva anche Paolo Rossi, “Pablito” , leggero come chi sa di appartenere per sempre a un pomeriggio diventato leggenda. Riviveva eternamente la tripletta del Sarriá contro il Brasile del 1982, tre colpi improvvisi, quasi mistici, capaci di interrompere la sinfonia più bella del calcio moderno. Ogni volta che il pallone entrava in rete, il Paradiso intero sembrava fermarsi per un istante, come se perfino Dante comprendesse che certe partite non appartengono più soltanto allo sport, ma alla memoria collettiva degli uomini.
Entrare “la dove il sol si fa più alto” non fu un semplice passaggio, ma una perdita di peso, come se ogni cosa, finalmente, avesse smesso di dover resistere a se stessa. Il Paradiso non apparve come un luogo, ma come una coincidenza perfetta tra ciò che accade e ciò che deve accadere. In una zona silenziosa dove la luce sembra più disciplinata che abbagliante, sedeva Otto Rehhagel . Non celebra nulla, non sorprende nessuno. Ha lo sguardo di chi ha imparato che l’impossibile, quando funziona, smette di essere spettacolo e diventa ordine. Non parla delle vittorie, perché qui le vittorie non esistono più, esiste solo la forma stabile che esse hanno lasciato nel mondo. Con il Kaiserslautern  aveva mostrato che la gerarchia poteva piegarsi senza rompersi; con la Grecia  aveva insegnato che l’assenza di splendore può diventare una geometria invincibile. Per questo non è accolto come eroe, ma come custode di una verità più sottile, che il miracolo, quando è riuscito del tutto, non si distingue più dalla legge divina.
E in quella luce che non acceca ma comprende, il calcio non è più memoria, né lotta, è equilibrio definitivo tra ciò che era impossibile e ciò che è diventato semplicemente vero.
Quivi, guidati dalle due muse delicate, di giovane bellezza addornate, voltammo i passi verso un campo illuminato di talenti. Era immenso, sospeso nel cielo, dove l’erba era perfetta e la luce non conosceva tramonto, qui scorsi un’ombra che, dell’antico impero Inca portava il nome e la nobiltà, era Teofilo Cubillas . Egli procedeva con la grazia di chi non ha mai conosciuto il fango dell’animo, ma solo la purezza d’un tocco che parea dettato da mano angelica. In lui, il calcio non era scontro, ma una geometria del mondo scritta con la fantasia. Vidi l’ombra di Teofilo sovrana,
“che del Perù portava il sol sul petto, grazia d’Inca che l’alma non allontana”. Egli “si movea come chi è eletto, per spiegar dell’universo ogni senso, facendo del pallon l’unico obietto”.
Accanto alla “grazia d’Inca” di Teofilo, scorsi un’altra ombra peruviana che portava in sé la forza d’una tempesta antica. Era Lolo Fernández , il “Cañonero” nobile, colui che nel trentasei sottomise l’orgoglio austriaco sotto il cielo di Berlino .
“E accanto al sol che Teofilo ha sul petto, vidi colui che nel trentasei fu duce, col piede che d’ogni colpo facea effetto. Lolo è il nome di chi portò la luce. Egli segnò il trionfo che fu puro, prima che il furto ne spegnesse il canto, facendo del suo ardir l’Inca futuro”.
Dante, osservando quel guerriero che non cercava il clamore ma la lealtà, mi spiegò che Lolo risiedeva lì perché il suo ardire aveva “sottomesso l’austriaco orgoglio” prima che un “decreto ingiusto” trasformasse il trionfo in oblio. In quel campo di luce, Fernández non portava più il peso di quella “frode” che spense il coro del suo popolo, ma splendeva accanto a Cubillas come prova che “esistono uomini capaci di donare gioia senza pretendere gloria”.
Oltre si aprì il “Cielo della Misura Celeste e della Gloria Popolare”, là dove la nobiltà si trasfigura in pura architettura beata e ogni contrasto perde la sua asprezza per farsi armonia, giungemmo in una sfera di luce purissima. Ivi procedeva una piccola compagnia d’eletti, simile a un trittico dipinto sulle volte d’una chiesa polacca del millenovecentosettantaquattro. Avanzando lenta tra memorie di gloria e un lieve, beato rammarico. Primo fra essi camminava con la fronte alta e lo sguardo rivolto a invisibili geometrie del gioco colui che gli uomini chiamarono Kazimierz Deyna . Pareva che gli occhi suoi vedessero linee e traiettorie celate ai mortali, e che ogni suo tocco fosse ancora capace di ordinare il caos del campo secondo una misura superiore. Dante, osservandolo, mi disse,

“Guarda colui che del centrocampo fu l’architetto eletto, facendo del pallone un raggio di sole capace di squarciare la difesa più oscura”.

Accanto a lui scorsi Andrzej Szarmach , pronto al balzo come una fiera che punti la volta celeste. Egli non cercava il suolo, ma l’aria; e colpiva la sfera con la forza del fulmine e la grazia dell’ala, mutando in gloria ogni traversone che giungeva dal prato. Poi vidi una figura che pareva composta di vento e di luce, tanto era rapida nel solcare l’erba divina, quasi che la terra non potesse trattenerne il passo. Era Grzegorz Lato , il fulmine di Polonia, colui che nel settantaquattro cinse la Scarpa d’Oro non per vana superbia, ma per la gioia del suo popolo e la dignità della sua nazione. Pareva che nessuno di essi corresse sopra un campo mortale; procedevano piuttosto entro una sfera più alta, ove il gioco si faceva armonia e il pallone non obbediva alla forza, ma a una celeste misura.

Poco distante, laddove la luce si addensava attorno ai goleador e ai miti di quel tempo, m’apparve la figura solida e silenziosa di Gerd Müller . Non cercava il clamore né la lode degli uomini. Stava immobile nell’area di rigore celeste come un fulmine in attesa di scoccare. Il suo sguardo era quello di chi non necessita di molte parole, poiché d’ogni minimo tocco faceva una sentenza d’oro e di gloria.

Dante, osservando quel tank in miniatura che nell’area eterna pareva ancora vegliare, mi sussurrò,

“Guarda colui che sa che il gol è legge eterna, volgendo in luce ogni malinconia; tuono che squarcia la nebbia superna senza vana oratoria, ché la sua mira il gioco governa.”

E davvero pareva che ogni sua presenza bastasse a dare significato allo spazio che lo circondava. Ivi, tra i campioni che avevano saputo trasformare la polvere della sfida in luce immortale, compresi che queste anime non cercavano la corona dei vincitori, ma la perfezione del gesto puro; quella bellezza che, pur vivendo dentro il caos del mondo, sa farsi eco d’un’armonia superiore.

E poi vi erano i miti.

Bobby Charlton  camminava lento ed elegante, come se portasse ancora negli occhi il “dolore di Monaco”  e la dignità silenziosa di un uomo sopravvissuto alla tragedia senza mai smarrire la grazia e nemmeno il ricordo. Vicino vi era Eusébio , sorrideva con quella malinconia luminosa che appartiene ai grandi campioni. Il pallone sembrava seguirlo docile come creatura fedele, quasi riconoscesse in lui un antico signore. Poco distante da Bobby Charlton avanzava un uomo dalla figura composta e dall’incedere regale. Era Bobby Moore , capitano d’Inghilterra e signore della difesa. Non correva con impeto né imponeva la propria forza, poiché gli bastavano l’intelligenza e la misura. Pareva che il pallone e gli avversari gli rivelassero il proprio destino ancor prima di compierlo.

Dante mi disse,
“Costui governò il gioco non con la violenza, ma con la sapienza; ché vi sono re che non hanno bisogno di alzare la voce per essere riconosciuti”.
Kevin Keegan  conservava ancora l’energia spettinata e romantica del football inglese degli anni Settanta, feroce e poetico insieme, mentre Allan Simonsen  pareva muoversi nel silenzio discreto dei campioni troppo raffinati per essere celebrati quanto meritano. Procedendo oltre scorsi due anime che avanzavano insieme, come viaggiatori giunti da terre lontane accolti nella medesima casa. Non recavano insegne di conquista né trofei splendenti, ma il dono più raro che possa essere concesso agli uomini: l’aver trasformato la diffidenza in affetto. Erano venuti “quasi alla fine del mondo”  Osvaldo Ardiles  e Ricardo Villa , figli dell’Argentina e beniamini di White Hart Lane . Attorno a loro vedevo “intrecciarsi due mari, l’uno agitato dai venti dell’Atlantico australe, l’altro dalle nebbie d’Inghilterra”  . Eppure quelle acque non si respingevano, ma si univano in una sola corrente luminosa. Molti, in terra, avevano creduto impossibile che uomini venuti da così lontano potessero trovare dimora nel cuore di Albione . Ma il pallone, che spesso comprende ciò che la politica ignora, aveva aperto una strada là dove gli uomini vedevano soltanto confini. Ardiles procedeva con la grazia del regista e la leggerezza del danzatore; Villa portava ancora negli occhi il lampo delle sue cavalcate e dei suoi gol memorabili. E attorno a loro splendevano i colori del Tottenham , che li aveva accolti come figli adottivi. Poco oltre vidi Liam Brady , che avanzava con la grazia dei grandi interpreti del centrocampo. Ogni suo passaggio pareva scritto con mano sapiente, come verso tracciato da poeta. Attorno a lui splendevano insieme l’Irlanda, Londra e Torino, terre diverse unite dal ricordo della sua eleganza. Vidi anche John Wark , instancabile pellegrino del football britannico. Sul suo volto splendeva la serenità di chi aveva servito il gioco con dedizione assoluta. Non cercò mai il clamore, ma lasciò ovunque il segno della propria fedeltà e del proprio coraggio.
Tra le figure che il popolo del calcio continua a ricordare con affetto vidi venire verso di noi, un uomo avvolto in un pesante colbacco, quasi che portasse ancora sul capo gli inverni delle domeniche italiane Era Gustavo Giagnoni , con quel “lanoso capo” che sulla terra divenne leggenda pareva ormai parte stessa della sua persona. Attorno a lui si raccoglievano tifosi, cronisti e vecchi spettatori, non per le coppe conquistate, ma per il ricordo d’un calcio sincero, dove le domeniche assaporavano di attesa, di radiocronache gracchianti e di bandiere al vento; un calcio fatto di passione genuina, più vicino alla gente che ai riflettori. In questo luogo tra tutti brillava Lev Yashin , vestito di nero persino in Paradiso. “Il Ragno Nero”. Sembrava immenso anche da fermo, come se potesse ancora parare non soltanto i palloni, ma perfino il tempo. Accanto al Ragno procedeva con passo composto Igor Netto , capitano dell’Unione Sovietica e uomo di rara rettitudine. Non portava attorno a sé il clamore degli eroi celebrati dal mondo, ma una luce più discreta, simile a quella che accompagna coloro che fecero della lealtà una forma di grandezza. Pareva ancora guidare invisibili compagni lungo il campo celeste, con l’eleganza di chi comprende che il comando non nasce dalla voce più forte, ma dall’esempio.

Dante, osservandolo, mi disse,

“Guarda colui che la vittoria non cercò con l’inganno né con l’astuzia vana, ma con la misura e con l’onore; ché più risplende chi sa rinunciar al favore del destino che chi lo piega alla propria mano”.

E davvero l’anima sua pareva custodire quella nobile memoria del Mondiale di Svezia , quando preferì la verità del gioco alla gloria d’un gol non giusto , mostrando che la bellezza del calcio può talvolta abitare anche nel rifiuto del vantaggio. Accanto a lui Oleg Blokhin  correva leggero, eterno simbolo di un calcio sovietico duro ma poetico; mentre David Kipiani , malinconico e geniale, accarezzava la sfera con la delicatezza di chi aveva sempre preferito la bellezza alla forza.

Accanto a Igor Netto, emblema della rettitudine, sorgeva una lieve collina che ricordava le dolci terre umbre, quasi a segnare il passaggio dalle fredde steppe sovietiche della rettitudine di Netto ai colli italiani dell’onestà di Farina . Sulla sua sommità brillava un piccolo trono di candido marmo, sul quale era inciso un nome, “L’Italia degli onesti.”  Su quel seggio sedeva Simone Farina. La sua luce era quieta, priva di superbia, come quella di chi ha compiuto soltanto il proprio dovere. Eppure gli spiriti del cielo lo guardavano con rispetto, poiché quando l’oro corruttore gli fu offerto perché tradisse il gioco, egli rimase saldo come rocca nella tempesta. Rifiutò duecentomila monete e consegnò la verità alla giustizia, preferendo il peso della coscienza alla leggerezza del denaro.

Allora Dante, volgendo lo sguardo verso quel trono, disse:

“Vedi, figliuol, come l’antico avversaro non muti mai le sue arti. Un tempo pose nella mano di Giuda trenta denari perché tradisse il Maestro; oggi offre borse più colme e promesse più ricche, ma il prezzo dell’anima resta sempre il medesimo. Costui vide l’oro e non s’inchinò; udì la tentazione e non l’ascoltò. Là dove l’Iscariota vendette la fedeltà per poche monete, egli custodì l’onore e rese testimonianza al vero.
Ché vi sono uomini che salvano una partita, e uomini che salvano la fede nel gioco; e questi ultimi avranno memoria più duratura del bronzo e del marmo. Beato dunque chi seppe chiudere l’uscio del cuore al mercante dell’inganno, poiché non v’è vittoria più alta di quella ottenuta sopra sé medesimo.”
E mi parve che quel piccolo trono custodisse non solo Simone, ma tutti coloro che avevano rinunciato al guadagno per non smarrire la propria integrità. Per questo gli angeli lo chiamavano ancora, con reverenza, l’Italia degli onesti.

E procedendo oltre quel campo di luce, dove il gioco non conosceva più né fango né arbitri, m’apparvero due ombre che in terra il volgo credeva non potessero mai ricongiungersi nel medesimo istante. L’una era l’Abatino , dal tocco nobile che pareva dettato da mano angelica. L’altra era il Baffo , che d’ogni corsa faceva segno di gloria e sapienza. Se tra i mortali il tempo li aveva voluti divisi, come se tanta luce non potesse risplendere insieme senza accecare il mondo, qui nel Cielo procedevano fianco a fianco, fusi in una sola armonia. Non v’era più traccia di quella “staffetta”  che li volle alterni nel meriggio del Messico, ma soltanto il cammino concorde di chi aveva finalmente compreso che ogni talento non è altro che un raggio diverso della medesima bellezza. Con loro procedeva Giuseppe Meazza  “el Peppin”, padre nobile di quella schiera gloriosa, la cui sola presenza sembrava contenere un’epoca intera. Accanto a lui vi era Silvio Piola , silenzioso e composto, come un antico arciere che aveva ormai deposto il proprio arco dopo aver colpito il bersaglio più volte di chiunque altro. Nei loro volti non vi era traccia di orgoglio, ma soltanto la serena consapevolezza di aver lasciato un segno destinato a sopravvivere al tempo. Essi parlavano il linguaggio del pallone con la quiete di chi non ha più nulla da dimostrare, se non la pace d’aver saputo, ognuno a suo modo, dare forma eterna al sogno degli uomini.

Nel medesimo cielo del Paradiso calcistico, dove le anime non conoscono più il peso del risultato ma soltanto la memoria luminosa del gesto, si apriva un angolo caldo e splendente, tropicale, come se il tempo stesso avesse voluto concedere al football africano una diversa eternità di luce.

Lì correva Roger Milla , “O meglio, non correva. Danzava”. Con quella leggerezza antica e improvvisa che aveva incendiato i Mondiali del Camerun , quando il mondo intero scoprì che anche l’età, la logica e il pronostico potevano essere smentiti da un sorriso e da una “bandierina” piantata nella terra come segno di festa eterna. Ogni suo passo nel Paradiso pareva ripetere il ritmo di quella celebre danza, non più come esultanza, ma come rito perpetuo, il “calcio trasfigurato in celebrazione pura, senza più avversari né confini né paura”. Vicino, come presenza più quieta ma non meno leggendaria, stava Thomas N’Kono . “Egli non inseguiva il pallone. Lo attendeva”. E in quell’attesa dimorava tutta la sua grandezza. Le sue mani, larghe come porte aperte sul destino, sembravano ancora pronte a negare il gol al mondo intero, quasi che il compito del portiere non fosse difendere una rete, ma ricordare agli uomini che nessuna certezza è assoluta. Nel Paradiso, tuttavia, N’Kono non era più soltanto il severo guardiano dell’area. Attorno a lui il gioco rallentava sino a farsi contemplazione. I tiri non erano più minacce, ma luci che si spegnevano tra le sue dita con dolcezza, come stelle che scelgono di non cadere. Dante, osservandoli insieme, Milla nella sua danza eterna e N’Kono nella sua quiete vigile, riconobbe un’altra forma di beatitudine, “quella che non nasce dal dominio, ma dall’armonia tra istinto e resistenza, tra gioia e attesa”. E in quel lembo d’Africa trasfigurato in cielo, il football diventava finalmente ciò che sulla terra appare soltanto per un istante, una lingua universale nella quale perfino il tempo, per un momento, smette di correre.
Erano figure sospese tra storia e leggenda. Uomini che non appartenevano più soltanto alle statistiche o agli almanacchi, ma a quella memoria sentimentale che il calcio lascia nel cuore di chi lo ama davvero. Comprendemmo allora che la gloria non consiste nel numero delle vittorie né nella moltitudine dei trofei, ma nella capacità di lasciare dietro di sé una traccia di bellezza.
Tra quelle anime ve n’era una che quasi nessuno ricordava, un volto rimasto ai margini della grande storia del calcio, come una pagina dimenticata in un libro immenso. Era Souleyman Cherif , figlio di un pallone che non gli apparteneva per nascita, ma che egli aveva amato più di sé stesso. Camminava tra quelle ombre con la modestia di chi non aveva mai chiesto gloria, eppure portava dentro di sé il peso di un’impresa mai abbastanza raccontata. Era stato il primo, e unico, calciatore di colore a giocare nella Germania Democratica, in un tempo in cui il muro di Berlino non divideva soltanto due mondi, ma anche sogni e possibilità. Con la maglia del Neubrandenburg aveva incantato gli spettatori con il suo talento, trascinando la squadra verso una storica promozione in Oberliga. Ma il suo trionfo sul campo si scontrò contro un muro ancora più difficile da abbattere, quello di un sistema chiuso e diffidente, dove le regole non scritte dell’apparato di Erich Mielke  non prevedevano la presenza di giocatori stranieri nella massima serie. Così Cherif dovette lasciare ciò che aveva conquistato con fatica, tornando in patria prima che l’Europa potesse riconoscergli il valore che aveva dimostrato. Ma il destino, che spesso dimentica gli uomini sulla terra, sa restituire loro giustizia altrove. E Dante, guardandolo, comprese che alcune anime non devono essere ricordate soltanto

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