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Prova 03 - Bibliomax

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Subbuteo and Football Tales
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un luogo sospeso, dove coloro che avevano custodito le leggi del gioco vigilavano sul destino delle anime calcistiche. Per primo scorgemmo l’ombra di John Langenus , che ancora portava sul volto la dignità severa di colui che diresse la prima finale del campionato del mondo. Camminava tra nebbie color celeste e bianco, come un antico magistrato romano chiamato a giudicare il nascente impero del calcio. Poco oltre apparve Pierluigi Collina , il cui sguardo penetrava ogni menzogna come il sole attraversa le nubi dopo la tempesta. Le anime dei simulatori abbassavano il capo al suo passaggio, ché nessuno poteva sfuggire alla sua autorità. Sopra una collina rischiarata da due stelle, una gialla e una rossa, sedeva Ken Aston . Dalle sue mani nascevan bagliori che prendevano forma di cartellini luminosi, strumenti con cui impose ordine al caos e rese universale il linguaggio della giustizia. Presso un lago immobile come uno specchio, vidi poi il francese Michel Vautrot , che misurava il tempo con una clessidra d’argento, affinché nessun minuto fosse sottratto al destino delle partite. Più in alto, tra le vette battute da un vento proveniente dalle pianure danubiane, sostava il magiaro Sándor Puhl , saldo come un cavaliere antico. Al suo passaggio le contestazioni cadevano mute al suolo come foglie d’autunno.
Infine, presso una porta monumentale scolpita nel marmo nero, montava la guardia l’inglese Howard Webb . Pareva uno dei centauri posti da Dante a custodia dei fiumi infernali, e il suo fischio, profondo come una tromba d’argento, riportava ordine tra le schiere dei contendenti.
Nel Purgatorio delle curve, là dove il tifo non è più la “città dolente” dell’Inferno ma ancora non è la luce piena del Paradiso, le anime collettive salgono il monte dove “lo balzo che scende sì aspro”, tra speranza e fatica, tra memoria e espiazione. Qui il calcio non è più dannazione assoluta, ma ancora imperfezione che si purifica, come le anime che “per migliori acque alza le vele”. Sulle prime balze, dove la roccia è ancora dura e l’ascesa severa, come nei primi gironi del Purgatorio, si ergono le barras del Boca Juniors  e il River Plate , anime contrapposte eppure indissolubilmente unite da un eterno legame. Qui il “Superclásico”   si rinnova senza fine, non come una pena infernale, ma come il ricordo di una rivalità che il tempo non è ancora riuscito a sciogliere nella pace. La Bombonera e il Monumental  sono come due rive dello stesso fiume un “Lete”  calcistico dove si guardano senza potersi dimenticare l’una dell’altra. Più in alto, dove il monte si fa più stretto e il vento ricorda quello che “percuote e rintuzza le penne dell’aquila purgante”, si apre la cinta di Istanbul, con Fenerbahçe, Beşiktaş e Galatasaray . Qui il Bosforo  diventa come l’asse del mondo dantesco, non separa soltanto, ma purifica. Le tre tifoserie si muovono come anime tra “cornici diverse”, ciascuna con la propria espiazione, in una tensione che ricorda le anime incontrate nei vari gironi del monte, dove il dolore è già speranza. E ancora, come in un’eco dell’episodio di Manfredi  e della misericordia che “non si serra a chi si volge a Dio”, si apre il Purgatorio di Atene che accoglie Panathinaikos e Olympiakos , dove la rivalità non è condanna eterna ma ferita che ancora cerca riconciliazione. Qui il calcio è come le anime che chiedono preghiere, non per essere assolte subito, ma per continuare a salire. Nel cuore d’Europa, dove il paesaggio si fa quasi nebbioso come la “valletta dei principi” , si muovono altre tifoserie di città che si osservano come anime in attesa della luce. Qui il Purgatorio assume la forma della distanza e dell’attesa, come nel canto in cui Dante guarda le anime sospese che cantano il “Miserere”, il tifo è dolore che non esplode, ma si purifica nel tempo. Più a nord, tra le brume entrammo nella “selva dei superbi” schiacciati dal peso delle pietre, si affrontavano Ajax e Feyenoord , dove il calcio è ancora lotta tra identità e forma, tra ordine e caos, come le anime che imparano lentamente a piegare il proprio orgoglio. E ancora, sulle alture più simboliche del monte, si apre il canto delle grandi divisioni britanniche, dove Rangers e Celtic  salgono come anime segnate da una storia che somiglia alle divisioni tra guelfi e ghibellini  che il poeta ben conosceva. Qui il derby è come le contese di Firenze, non soltanto sport, ma memoria civile e religiosa che ancora deve essere trascesa. Le loro voci risuonano come cori che attraversano le “Cornici”, tra rabbia e possibile redenzione di fratelli di uno stesso campanile.
Più in alto ancora, dove il monte si avvicina alla luce e si intravede il Paradiso terrestre del Purgatorio , abitano le tifoserie dell’Athletic Bilbao , quasi come spiriti che hanno già compreso la lezione di Dante sulla virtù civile; del Rayo Vallecano , come anime umili che ricordano le figure dei penitenti più semplici e sinceri; e del Sankt Pauli , dove il calcio diventa quasi una nuova forma di carità laica, simile alla pace che Dante intravede prima di attraversare il “Lete e l’Eunoè” . Osservando questo monte delle curve, Dante, riconobbe ciò che scrive nel Purgatorio, che “non è la colpa a definire l’anima, ma la direzione del suo cammino”. E così anche il tifo, tra “Cornici, balzi e passaggi” come quelli dei sette vizi capitali, non è ancora salvezza, ma già non è più dannazione, è ascesa.
Tra chi vive di speranza, vedemmo Jan Van Beveren , il portiere olandese che pagò con l’esilio la sua inimicizia con Cruijff, i colombiani Carlos Valderrama e René Higuita , che espiavano tra chiome leonine e il rischio folle del “colpo dello scorpione”  le loro scelleratezze. Lungo le balze dove il rimpianto si fa pietra, scorsi, accanto alle zazzere dei colombiani, una schiera di spiriti che dell’Argentina aveano fatto leggenda. Tra essi Hugo Gatti , il “Loco”, che come Higuita sdegnava la quiete dei pali per correre incontro al periglio, portando in volto il sorriso di chi sa che il calcio è, prima d’ogni cosa, un’invenzione della fantasia. Poco distante, quasi un’ombra musicale tra le “ruine” del tempo, s’aggirava Ricardo Bochini , egli procedeva col passo lento di chi non ha bisogno di correre per vedere l’universo, poiché d’ogni suo passaggio “facea una pausa” capace di fermare il respiro del mondo. Poco oltre in un cerchio di luce ardente, scorsi il “Matador” Mario Kempes , il “Petete” Daniel Bertoni , anime congiunte nel ricordo di quella notte del settantotto, quando il loro ardire trasmutò il fango della terra in oro zecchino. Sovrastava la schiera dei penitenti della speranza “El Caudillo”, Daniel Passarella , che pur nel Purgatorio conservava lo sguardo di chi non concede il passo né all’avversario né al destino, custode d’una difesa che “si facea arte somma”. Dante, osservando quel manipolo d’eroi, mi sussurrò che “non per colpa essi eran lì raccolti”, ma perché il loro talento era stato “tempesta” troppo grande per esser contenuta in una sola vita, lasciando un’emozione impossibile da dimenticare. Erano, infine, la prova che anche nel tempo del ferro e della polvere, l’uomo non smette mai di cercare la propria “diritta via” attraverso la nobiltà del giuoco.
Nella stessa balza in una cornice vicina, vi erano gli eccentrici, tra essi, vidi un uomo danzare accanto ad una bandierina. Non pareva soffrire le pene del Purgatorio né aspirare alle glorie del Paradiso. Sorrideva eterno, come chi avesse conservato un segreto che il mondo aveva dimenticato.
“Chi è costui?” domandai.
“È Juary”  rispose Dante. “Brasiliano d’origine e giullare per vocazione. Ovunque andasse portava con sé la gioia del gioco”.
Lo osservai meglio e riconobbi quel balletto che aveva reso celebre il suo nome. Ad ogni rete continuava a danzare attorno alla bandierina del calcio d’angolo come se ogni gol fosse il primo della sua vita.
“E perché si trova qui?” chiesi. “Perché il Paradiso ama gli eroi e l’Inferno ricorda i peccatori. Ma esistono uomini che appartengono soprattutto ai ricordi. Juary è uno di questi”.
Attorno a lui apparve allora l’ombra del presidente Sibilla , che da Avellino lo aveva accolto come un figlio. I due si scambiarono un sorriso e per un istante il Partenio  riemerse dalla nebbia del tempo. Compresi allora che alcune storie non sopravvivono per i trofei conquistati, ma per l’affetto che seppero generare.  
“Costui”, concluse Dante, “vinse una Coppa dei Campioni a Oporto e vestì maglie illustri. Eppure molti lo ricordano non per le vittorie, ma per una danza. Perché il calcio, talvolta, conserva nella memoria la felicità più della gloria”.
Tra i personaggi più eccentrici della cornice, spiccava senza dubbio Risto Kallaste , celebre per la sua spettacolare “piroetta della morte”: un’insolita rotazione su sé stesso con cui riusciva a battere le rimesse laterali (out), trasformando un gesto tecnico in uno spettacolo unico. In questa contrada che non somigliava a nessun’altra. Vi era un vicolo dove apparivano schemi disegnati sulla polvere, lavagne consumate dal tempo e palloni appesi agli alberi come frutti maturi. Qui vidi un uomo con un cappello sgualcito e una giacca troppo larga. Parlava senza sosta, gesticolando davanti a una lavagna sulla quale aveva tracciato una formazione che pareva più una formula dell’alchimista Flamel , anziché uno schieramento calcistico.
“Chi è costui?” domandai. Dante sorrise.
“È Oronzo Canà . Non vinse nulla, ma regalò agli uomini una cosa più rara delle vittorie: la speranza.” Poco distante un giovane dai capelli ricci palleggiava con leggerezza, mentre attorno a lui si radunavano anime provenienti da ogni continente.
“E quello?” “È Aristoteles . Il calciatore che giunse da lontano come un personaggio delle profezie. Nessuno sapeva chi fosse davvero, eppure tutti vollero credere in lui”.
Osservai allora Canà e Aristoteles parlare tra loro come vecchi amici. Compresi che quel luogo era riservato a coloro che avevano trasformato il calcio in commedia.
“Vedi”, disse Dante, “i campioni abitano la memoria. Ma i sognatori abitano l’immaginazione. E l’immaginazione vive più a lungo”.
La nella cornice dove gli innocenti “Sogni Domenicali” cercano ragione si lodava Vincenzo Formicola  ,il suo nome era pronunciato con rispetto, poiché aveva indovinato ciò che per altri rimaneva soltanto speranza. Si raccontava che avesse vinto centosessanta milioni di lire, una somma che, per l’epoca, sembrava sconfinare nel regno delle fiabe. Eppure non lo vidi circondato da ricchezze o trofei: passeggiava sereno tra gli altri sognatori, come a ricordare che il vero miracolo non era la vincita, ma quell’attimo irripetibile in cui una schedina qualunque sembrò contenere tutti i possibili destini di una domenica italiana.
Salendo il monte giungemma in una balza dedicata ai giovani portieri, “ove il rimpianto si facea preghiera”, scorsi le anime di quei guardiani che, trafitti nel corpo e nello spirito, “cercavan misericordia” per la loro porta troppo spesso violata. Ivi vidi Luis Guevara Mora , colui che in quel pomeriggio dell’ottantadue subì l’onta di dieci reti in una sol sfida, recando in volto il segno d’una ferita che il tempo non seppe sanare, come chi porta addosso un carico troppo crudele per un solo uomo. Appresso a lui, quasi smarriti tra le pieghe d’un tempo troppo grave, stavano i portieri dello Zaire settantaquattro, Mwamba Kazadi  e Dimbi Tubilandu , spiriti fanciulleschi e ignari, la cui ingenuità fu travolta da una storia troppo pesante per il loro giovane cuore, inesperti di tutto quel che il mondo muove dietro il sacro cuoio. Dante, fissando quel trittico di solitudine che saliva la montagna del rimpianto, mi sussurrò,

“Costoro non espiavano per malvagità, ma per aver conosciuto la fragilità d’un istante in cui il gioco s’era fatto troppo serio, e la bellezza della parata s’era arresa alla bufera della cronaca”.

Tra le ombre che “salien la montagna del rimpianto”, ne vidi una che “parea sfuggir lo sguardo”, quasi fosse fatta di carta e di sospiro. Era Pier Luigi Pizzaballa , colui che non per peccato d’animo o di piede s’aggirava tra i purganti, ma per esser stato l’assente supremo, “l’icona che ogni fanciullo bramò e mai non strinse tra le dita”. Egli era il vuoto che gridava nell’album della memoria, la figurina introvabile che rendeva ogni raccolta incompiuta, condannando generazioni a un’eterna ricerca tra pacchetti di speranza. Ora procedeva tra le gradinate con la calma di chi si lascia finalmente trovare, portando con sé il sorriso di chi ha scoperto che il vero valore non sta nell’esser posseduto, ma nell’esser cercato con fede infinita.
Lasciati i guardiani che ancora “attendon misericordia” per le reti troppe volte violate, scorsi tra le gradinate del monte un’anima inquieta che “parea non trovar mai posa”, smarrita tra il genio e lo sdegno d’una “cassanata” perenne, era Antonio Cassano , intento a ricomporre i cocci d’un talento troppo spesso infranto dal proprio stesso capriccio. Accanto a lui, con volto segnato dal rimorso, vidi Silvio Baldini  ripetere il gesto di quel calcio sferrato a un collega, ora mutato in un mantra di penitenza, affinché l’ira antica si purifichi, scalino dopo scalino, in umiltà profonda. Vòlti i passi verso un sentiero più aspro, dove l’aria sa di confine e di memorie spezzate, incontrammo Ernst Willimowski , anima divisa tra due patrie che mai non gli volsero il perdono, recando in volto la malinconia di chi ha servito due bandiere e da entrambe fu considerato straniero. In un settore dove “la polvere parea farsi fiamma di rivolta”, sedevano i ribelli del prato, Preben Elkjær , “colui che d’una scarpa fece a meno per trafigger la rete e il destino”, e Paul Breitner , lo spirito fiero che col pensiero e col piede sfidò l’ordine del mondo. Poco distante Gianfranco Zigoni  intento a discutere con demoni e guardalinee senza concedere ragione a nessuno, impellicciato seduto in panchina. Ancora tra i ribelli che del campo fecero la loro trincea, scorsi un’ombra di nobile e alta statura, che portava in fronte una benda come fosse un diadema di ragione, era il Dottor Sócrates , colui che nel Brasile non cercò solo l’armonia del gioco, ma la guarigione dell’anima del suo popolo. Egli procedeva con la grazia d’un filosofo antico, guidando non più una squadra, ma la speranza di chi crede che il voto valga quanto un gol. Dante, osservando quel capitano della storica nazionale che guidò la “Democraçia Corinziana” , “il Dottor che di ragione è lume, che del pallone fece democrazia, volgendo in libertà l’antico costume”. Egli risiedeva tra i beati del Purgatorio perché l’amor suo, per la giustizia era stato “tormenta” capace di sfidare la dittatura, insegnando che il calcio è bellezza solo quando è libero. Poco distante, in un punto dove l’aria parea farsi più densa di memoria e di coraggio, vidi Carlos Caszely , l’attaccante che al “re del metro quadrato” unì la fermezza del giusto. Egli stava con la mano destra chiusa, quasi a ricordare quel rifiuto che divenne leggenda, quando “non volle toccar la mano lorda del tiranno che della sua terra avea fatto prigione”. Egli portava in volto il dolore per le offese recate alla sua gente e alla sua stessa carne, ma splendeva di quella luce che è propria di chi non ha mai piegato il capo davanti alla forza bruta, che per esser contenuta nei confini d’un solo regolamento, cercando ora, tra i gradini del rimpianto, la diritta via della bellezza smarrita.
“Guarda costoro che non per gloria vana, ma per dignità d’uomini, seppero trasformare il prato in un’aula di giustizia. Essi sono la prova che la bellezza, pur vivendo nel caos, sa farsi scudo contro l’ombra della tirannia”.
Ancora tra i ribelli, trovammo il più anticonformista del calcio, genio e sregolatezza. Gigi Meroni , divino e scapigliato, l’anima ribelle prestata al pallone, che se ne sta in una balza luminosa, riservata agli artisti incompiuti, a quelli troppo liberi e fragili per appartenere davvero a questo mondo. Camminava leggero, con l’aria distratta di chi non ha mai capito fino in fondo quanto fosse amato. Più avanti questionava Paolo Sollier , intento a discutere di politica, lavoro e dignità operaia davanti a un bicchiere di vino rosso. Parlava lentamente, col pugno chiuso appoggiato al tavolo, come se il calcio fosse soltanto un altro modo di raccontare il conflitto umano. Tra loro non può essere assente Ezio Vendrame , poeta anarchico del pallone, uno che sembra nato più per raccontare dribbling che per eseguirli davvero. Accanto a lui siederebbe Carlo Petrini , con lo sguardo amaro e lucidissimo di chi ha visto troppo e non ha mai smesso di denunciare le ipocrisie del grande gioco.
E ancora nell’affollata balza dei ribelli e degli uomini giusti stavano anche Nikolai Starostin  e i suoi fratelli, fondatori della squadra che “nacque dalla carne e dal respiro del popolo”, che da un antico gladiatore prese il nome e la brama di libertà. Era lo Spartak di Mosca . Egli procedeva con la fermezza di chi ha conosciuto il buio del Gulag  senza mai smarrire la “diritta via” del gioco, portando addosso il gelo di terre lontane dove il pallone fu l’unico raggio di sole capace di scaldare l’anima dei prigionieri. osservavamo quei quattro spiriti che parevano mura inespugnabili contro l’arbitrio del potere, e il Vate mi sussurrò,
“Guarda colui che dal fango del Nord trasse la gloria, contro l’ombra del cupo carceriere che volea far del cuoio la sua rea memoria”.
Essi risiedevano tra i ribelli poiché non cercarono la “gloria vana”, ma fecero dello spiazzo erboso una trincea contro l’ingiustizia, insegnando che non v’è catena che possa imprigionare un cuore che corre verso la bellezza. In quel Purgatorio, Nikolai continuava a narrare di come il calcio possa essere l’ultima forma di mito capace di sopravvivere persino al ferro della dittatura, restando per sempre la prova che l’uomo, pur nel caos, non smette mai di cercare la propria dignità. Procedendo lungo la balza, giungemmo in una contrada dove il vento faceva sventolare antiche bandiere, non di club o nazioni, ma di ideali per i quali quegli spiriti avevano combattuto. Il sentiero saliva tra gradoni di pietra chiara, e sopra ciascuno erano incisi nomi che il tempo terreno non era riuscito a cancellare. Alcuni portavano sul volto il segno della guerra, altri quello delle battaglie combattute contro l’arroganza dei potenti; ma tutti avanzavano con passo leggero, poiché avevano già deposto il peso delle passioni mortali. Tra loro il “Simbolo delle due patrie”, Nikita Simonyan , Russia e Armenia una vita spesa per lo Spartak e la nazionale sovietica in campo a novant’anni.
Tra i “ribelli ma uomini giusti” scorgemmo Bruno Neri , che aveva lasciato il pallone per seguire la via della libertà e aveva pagato con la vita la fedeltà alla propria coscienza. Accanto a lui procedeva Franco Cordova , spirito fiero e indipendente, che non aveva mai chinato il capo davanti ai signori del calcio e aveva combattuto affinché gli uomini del gioco fossero trattati con dignità. Poco oltre camminava Pierino Prati , il ragazzo di Madrid, che portava ancora negli occhi la luce delle grandi notti europee e nel cuore la semplicità dei campi di provincia da cui era partito.
Dante li indicò e disse,
“Costoro non furono ribelli per superbia, ma per fedeltà a ciò che ritenevano giusto; e per questo la loro salita è più lieve di quella di molti altri”.
E mentre continuavano il loro cammino verso le alte balze del monte, il vento del Purgatorio prese a mutare i ricordi in canto. Non erano inni sacri né solenni melodie gregoriane, ma le note ribelli degli Statuto  e degli Undertones , che correvano leggere tra le anime penitenti. Eppure nessuno se ne stupiva, poiché quei canti, pur nati lontano dai cori celesti, sapevano raccontare il calcio meglio di molte preghiere: le sue speranze, le sue sconfitte, la malinconia delle domeniche e la fede ostinata di chi continua ad amare una squadra anche quando tutto sembra perduto. Così quelle canzoni accompagnavano il cammino delle anime, come una liturgia profana dedicata al più umano dei giochi.

In una sala colma di mille bandierine, sospese nell’aria come foglie d’autunno che non volevano cadere, vidi un uomo seduto accanto a una vecchia radiolina. Egli ne girava incessantemente le manopole, cercando tra crepitii e fruscii la frequenza della liberazione. Le valvole gemevano come anime antiche e ogni suono pareva il frammento d’una radiocronaca dispersa nel tempo. Era Nicolò Carosio , il pioniere dei cronisti, colui che aveva insegnato a generazioni d’italiani a vedere il calcio con le orecchie prima ancora che con gli occhi. Non dimorava in quel luogo per una colpa grave, ma per il peso d’un episodio che la memoria degli uomini aveva reso più grande della sua stessa esistenza. Prima di ascendere al cielo che gli era destinato, tra i narratori della Candida Rosea, doveva ancora liberarsi dall’eco di quelle parole pronunciate durante una lontana partita della Nazionale. Dinanzi a lui sventolava eternamente una bandierina. Era il ricordo del guardalinee etiope Sejum Tarekegn , che aveva annullato una rete agli Azzurri. Attorno a quell’istante erano nate polemiche, equivoci e racconti contrastanti, e il vecchio cronista era rimasto imprigionato in una vicenda che il tempo non aveva ancora del tutto dissipato.

“Vedi”, disse Dante, “come talvolta gli uomini ricordino un solo momento e dimentichino un’intera esistenza. Costui narrò migliaia di partite, ma la terra volle giudicarlo per un unico episodio”.

E Carosio continuava a cercare tra le frequenze del cielo, finché il frastuono delle vecchie valvole non si fosse trasformato, infine, in musica. Allora la porta della “Candida Rosea”si sarebbe aperta anche per lui.

Poco oltre vidi un uomo avvolto da una pioggia di bandierine. Sul suo volto non vi era rimorso, ma la quieta stanchezza di chi aveva trascorso un’eternità a difendere una sola decisione. Era Tofiq Bahramov , il guardalinee di Wembley. Attorno a lui rimbalzava senza fine un pallone che colpiva la traversa e ricadeva presso la linea di porta. Inglesi e tedeschi continuavano a disputare, come se il tempo non fosse mai trascorso, ma egli non rispondeva. Osservava soltanto quel pallone eterno con la serenità di chi aveva ormai consegnato il proprio giudizio alla storia. “Alcuni uomini”, disse Dante, “divengono prigionieri d’un solo istante”. Bahramov, in silenzio, proseguiva il suo cammino verso la pace.

Riprendemmo il cammino lungo il balzo che “scende sì aspro, là dove il rimpianto si fa pietra” e le anime cercano di lavare l’offesa recata alla bellezza del gioco. Vidi allora due ombre, d’azzurro vestite, che procedevano a capo chino, recando tra le mani non palloni, ma il peso di un’antica vergogna che il tempo non aveva ancora del tutto scolorato. Erano Giorgio Ferrini  e Mario David , i guerrieri caduti nella polvere di Santiago, là dove, nel meriggio del 1962, l’agonismo si trasmutò in ferocia cieca. Non li riconobbi subito e chiesi a Dante chi fossero; fu allora che le loro voci si levarono come un canto di penitenza.

“Io son Ferrini, che non volse il passo, quando il fischio mi fe’ d’ira presago. Per man della milizia, in modo basso, fui tratto via dal verdeggiante prato, ché l’ardor mio m’avea reso un sasso”. E l’altro appresso, con lo sguardo segnato da una nuova umiltà, aggiunse. “Ed io son David, che col calcio fiero / volsi in offesa il dono che m’è dato. / Or purghiam qui quel folle e reo pensiero, / chiedendo scusa a chi ci vide in guerra, / ché l’odio non è mai sentier del vero”.

Dante mi spiegò che costoro non abitavano il Purgatorio per malvagità d’animo, ma perché avevano permesso alla “scintilla lanciata dalle penne altrui”, le cronache velenose dei giornalisti  dell’epoca, di incendiare i loro cuori e divorare la loro lealtà. Ora, in quel Purgatorio delle passioni esasperate, essi cercavano finalmente l’abbraccio con gli avversari di un tempo, comprendendo che la “diritta via” della competizione non può mai giustificare il fiele dell’ira, poiché il calcio resta, pur nel caos, una ricerca della bellezza.

Infine scorsi l’ombra di Fabio Grosso , condannato a rivivere in eterno l’urlo del duemilaesei, rincorrendo tra le gradinate del monte un’estasi che parea non appartenergli del tutto. Egli s’agitava nel tentativo di farsi immagine di quel grido che fu di Tardelli  nell’ottantadue, ma l’anima sua appariva come quella di chi reca tra le mani una brutta copia dell’originale. Dante mi spiegò che il suo gesto, pur possente, non possedeva la verità sorgiva del passato: se l’urlo di Tardelli era stato come “l’Urlo” di Munch , uno squarcio universale capace di fermare il respiro del mondo, quello di Grosso appariva come una tigre naif di Antonio Ligabue . Era una forza ruspante, materica e bizzarra, ma segnata dal limite di chi tenta di replicare un miracolo irraggiungibile, restando sospeso tra la gloria e il riflesso d’una memoria altrui. Costui espiava in quella cornice non per mancanza di merito, ma per aver cercato nella simulazione di un’estasi antica la propria legittimazione, comprendendo solo ora, nel silenzio del Purgatorio, che la bellezza non può essere copiata, ma solo vissuta nella sua nuda e irripetibile verità.
Di continuo nella balza del rimpianto seduti ad un tavolo a cercar ragione vi erano coloro che non riuscirono a qualificarsi ad un Mondiale. La dove la nebbia del rimpianto si faceva più fitta e l’aria sapeva di attesa e di occasioni perdute, sedute a capo chino, recando sulle spalle un vessillo che non sventolava, “appesantito non dal loro errore, ma dal fango altrui”. Vi era Alfredo Foni , colui che per primo conobbe il gelo della terra d’Irlanda, smarrito tra le “ruine” d’un tempo che non seppe farsi gloria. Appresso a lui, con lo sguardo di chi è stato cinto di sospetti, apparve Giampiero Ventura , l’ombra d’un condottiero tradito dai suoi stessi centurioni e da chi, nell’alto dei palazzi, “tenea le fila del comando con mano incerta”. Poi scorsi Roberto Mancini , sospeso tra la luce di Londra e l’ombra improvvisa d’un tramonto a Palermo, figura che pareva cercare nel vento quella “diritta via che i suoi uomini avean smarrito davanti alla meta”. E accanto a loro, fiero ma dolente, Gennaro Gattuso , lo spirito combattente, che d’ardore fece scudo, pur non trovando nel campo chi sapesse assecondare il suo cuore indomito. Dante, osservando quel manipolo d’anime meste, mi sussurrò con gravità nobile:

“Guarda costoro che non per viltà propria son qui raccolti, ma perché furon vinti da chi sotto di loro smarrì il passo o sopra di loro volse la mente al solo vano calcolo”.

Essi non abitavano il fondo dell’abisso, poiché l’amor loro per la maglia azzurra era stato “vortice troppo grande”, ma espiavano qui il dolore d’una nazione, attendendo che il tempo rendesse giustizia a chi aveva guidato la nave tra scogli non visti da altri. Ivi, tra le “gradinate infinite”, cercavano finalmente la pace, laddove il calcio smette d’essere cronaca di un fallimento per farsi memoria d’un amore non corrisposto dal destino.”
E lungo il fianco di questo luogo a salire, più scosceso apparivano le “ruine” , come Dante le vide smottare nell’Inferno al passaggio del “grande tremoto” dopo la morte del Cristo, pietre sconvolte, ordine infranto, natura ferita da un evento più grande di lei. Così anche qui, nel calcio dei Balcani, le “ruine” non erano soltanto macerie, ma nazioni spezzate, imperi sportivi dissolti, sogni che avevano conosciuto la gloria soltanto come presagio e mai come compimento. Su quelle rovine camminava Gheorghe Hagi , e ogni suo tocco sembrava rimettere in piedi per un istante ciò che la storia aveva lasciato crollare. Era come se, tra le pietre smosse del destino, ancora si cercasse una geometria perfetta, una “diritta via” smarrita non nel bosco, ma nella semifinale. Vestito degli stessi colori vidi avanzare Miodrag Belodedici , figlio delle terre danubiane e uomo di confine tra popoli e nazioni. Sul suo volto si leggeva la fierezza di chi aveva attraversato la storia senza piegarsi ad essa, portando con sé il talento e il coraggio dei grandi difensori. Fu gloria della Steaua Bucarest, con la quale conquistò la Coppa dei Campioni, e divenne poi eroe dello Stella Rossa di Belgrado, ripetendo l’impresa che pareva impossibile. Unico tra i figli della Dacia a sollevare due Coppe dei Campioni.
Accanto a lui saliva Hristo Stoichkov , ardente come fiamma che non trova quiete. Il suo passo era ira e splendore insieme, come quelle forze che nella “Commedia” muovono i dannati e i penitenti con la stessa intensità diversa. In lui il talento non era mai fermo: era sempre sul punto di diventare gloria o rovina, senza mai decidere del tutto la propria natura. Camminava insieme agli eroi del Parco dei Principi  Letchkov , Ivanov  e su tutti Kostadinov  Più in alto, tra le fenditure del monte, Dragan Stojković  avanzava come figura musicale, quasi fosse ancora udibile il ritmo di una Jugoslavia che “perseguì virtute e canoscenza” calcistica senza mai giungere al porto finale. Ogni suo dribbling sembrava un’armonia che attraversava le “ruine” senza distruggerle, ma neppure ricomporle. Appresso a Dragan, che ancora cercava tra le pietre smosse una “geometria perfetta”, scorsi un’ombra dal volto solcato da un dolore che non pareva soltanto sportivo, ma gravato dal peso della storia intera. Era Faruk Hadzibegic  colui a Firenze “tenne il destino d’un popolo sulla punta del piede”, prima che il fischio finale si tramutasse nel fragore d’una guerra imminente. Egli stava immobile davanti a un dischetto di gesso, condannato a rivedere l’istante in cui il cuoio non trovò la rete, ma il silenzio d’una nazione che di lì a poco si sarebbe spezzata come vetro.
Dante, osservando quel difensore che pareva reggere sulle spalle le “ruine” della propria terra, mi sussurrò:
“Vidi colui che nel dischetto pose l’ultima speme d’una patria unita, pria che la guerra aprisse le sue rose. Egli non purga un fallo del giuoco, ma il pianto d’una terra che smarrì la vita, travolta dal ferro e dal fuoco.”
Hadzibejic procedeva tra i talenti che “perseguirono virtute e conoscenza” senza mai giungere al porto del trionfo, portando addosso la malinconia di chi sa che quel pallone perduto fu l’ultimo atto d’un’armonia che il caos stava per divorare. In quel Purgatorio, la sua figura ricordava che talvolta un errore non è che il presagio d’una rovina più grande, e che il calcio, pur nella sua bellezza, non può nulla contro l’ombra che avvolge il destino degli uomini.
Tra gli Slavi degni di gloria vedemmo anche Vladislav Bogićević , che gli uomini della “Nuova Terra” avevano imparato a chiamare il “Re di New York”. Giunto dalle pianure dell’Europa orientale quando ancora pochi osavano attraversare l’oceano per inseguire il pallone, fu tra i primi figli dell’Est a cercare fortuna nelle lontane contrade d’America. Vestiva la maglia dei Cosmos. Le folle della Grande Mela ne ammirarono l’intelligenza, l’eleganza e la visione di gioco, mentre il suo nome correva di quartiere in quartiere come una star che passeggiava nei viali di Brodway.
Più in là Fadil Vokrri , passeggiava silenzioso, attraversava quel paesaggio come un’anima che ha conosciuto la grandezza senza mai poterla trasformare in trionfo, portando addosso il peso di una storia che nel calcio si è sempre fermata un passo prima del Paradiso. Dante, guardando quelle rovine calcistiche, avrebbe forse riconosciuto ciò che nel Purgatorio vero accade alle anime, non la punizione eterna, ma la forma più sottile della memoria, quella che non cancella il passato, ma lo trasforma in attesa. E così anche tra le macerie del gioco non sono solo ciò che è caduto, ma ciò che continua a parlare da sotto le macerie, nazioni spezzate, generazioni di talenti, sogni che non hanno trovato compimento.
Perché nel calcio, come nella Commedia, talvolta la caduta non è la fine del senso, ma il luogo stesso in cui il senso continua a cercare la propria forma.
Proseguendo il nostro cammino, ci accingemmo alla salita che s’apriva come un molo sopra un oceano di smeraldo, scorsi tre ombre chinate sopra lunghi teli di corda intrecciata,
“Parevan marinai stanchi che, dopo il fortunale, rammendano le reti per nuove pesche; ma non v’era sale nei loro panni, bensì l’odore del cuoio antico e dell’erba calpestata”.

Dante mi spiegò che costoro erano i “fabbri della folgore”, anime che in terra avevano posseduto un tiro così potente da offendere la materia stessa del giuoco, sfondando le reti come se il pallone fosse un dardo di fuoco. Il primo che vidi, agile e il svelto nonostante faticoso lavoro, era Levratto , che il volgo chiamava “Farfallino”. Egli manovrava un ago d’oro tra le maglie spezzate, ricordando dove il suo tiro non trovò ostacolo, trapassando la rete per finire la sua corsa nel mito.

“Vidi colui che d’un sol colpo il velo, della porta squarciò con tal possanza, che parea saetta scesa giù dal cielo”.

Accanto a lui, con la grazia malinconica di chi ha suonato la “Ginga” in terra spagnola, stava Éder . Egli non riparava con foga, ma con la lentezza di chi sa che la bellezza richiede cura. Ogni sua cucitura pareva un accordo di quella melodia che nel 1982 fece tremar i pali del mondo. Infine, imponente come un capitano antico, vidi l’uruguayano José Nasazzi , il “Maresciallo”. Egli non guardava la rete, ma l’orizzonte, mentre le sue mani callose stringevano i nodi con la fermezza di chi ha guidato un popolo intero verso la gloria d’oro. La sua potenza non era solo nel piede, ma nell’anima, capace di trascinare il pallone oltre ogni difesa umana.

Dante, osservando quel loro laborioso silenzio, mi sussurrò,

“Costoro purgano la troppa forza con la pazienza del filo; perché chi troppo ha rotto in vita per eccesso di dono, deve ora imparare che la bellezza del gioco sta anche nel saper tenere unite le maglie del destino”.

Nel Purgatorio del calcio non contano soltanto le coppe o le singole imprese. Contano la bellezza, il coraggio, l’idea di gioco lasciata in eredità al mondo, lì abitano le grandi sconfitte trasformate in poesia. Vidi allora in tutta la sua interezza e potenza l’Aranycsapat , la Grande Ungheria d’oro di Puskás  e Hidegkuti , che nel fango di Berna vide il proprio sogno invincibile svanire come nebbia, rimanendo però scolpita nel tempo come geometria perfetta. Accanto a loro, scorsi le ombre del Wunderteam  austriaco, l’orchestra che sotto la guida di Hugo Meisl  faceva danzare il pallone prima che la tempesta della storia ne spegnesse la musica. Più in là, la Cecoslovacchia , due volte giunta sulla soglia del tempio del mondo per poi restarne fuori, nobile vicecampione che fece dell’eleganza la propria unica insegna. Impossibile non incrociare il Brasile del 1982 , una squadra che sembrava suonare il calcio invece di giocarlo: Zico, Sócrates, Falcão, Cerezo, Éder . Ogni azione era armonia, improvvisazione, fantasia pura; eppure quel viaggio si spezzò contro l’Italia di Pablito allo stadio Sarriá di Barcellona. Tuttavia quell’aura di ritmo e di colore, che “Ginga chiaman nella terra spersa”, fatta di grazia e di puro splendore.

Ivi s’aggira, in armonia immersa, tra Zico e Sócrates, ombre d’oro, che la sconfitta han in canto riversa. E Garrincha, che guida quel coro, mostra come il dribbling sia preghiera, senza peso, nel beato lavoro.

Il Vate mi spiegò che la “Ginga”  è la prova suprema che “gli uomini cercano ancora la bellezza, pur vivendo dentro il caos”. Poco più in là, tra le anime che “per correr miglior acque alzano le vele”, trovammo l’Olanda del calcio totale  di Johan Cruijff . Una squadra che trasformò il football in un’idea rivoluzionaria: ruoli che sparivano, spazi che si deformavano, giocatori mossi da una musica invisibile. Eppure quell’Olanda straordinaria perse due finali mondiali consecutive, nel 1974 e nel 1978, restando per sempre la più grande squadra a non aver mai conquistato il titolo. Costoro “purgavan la pena di non aver mai vinto ciò che meritavano”, continuando a cercar ragione della loro disfatta.
Lungo le ultime balze la, dove il rimpianto si fa pietra e il tempo non cancella l’affanno, scorsi colui che procedeva con passo grave e silenzioso, era Moacir Barbosa , colui che il destino elesse a custode “eterno del dolore” del Maracanã . Egli sostava presso una porta immensa, simile a quelle ombre che portano ancora incisa nella carne la sofferenza attraversata nel mondo terreno; sul suo volto non v’era l’ira dei dannati, ma una tristezza quieta, la rassegnazione di chi ha sopportato una colpa assai più grande della propria responsabilità. Vidi nei suoi occhi il riflesso di quel giorno del 1950, quando il tiro di Ghiggia  squarciò il silenzio di un popolo intero, trasformando il suo nome nel volto stesso della sconfitta. Per anni egli vagò come dannato innocente, espiando un dolore collettivo che nessun uomo avrebbe potuto sostenere da solo. Udii allora il suo amaro lamento, che ancor risuona tra quelle gradinate:
“In Brasile la pena massima è di trent’anni; io sto pagando da tutta la vita”.
E il Vate, osservando quella dignità che purifica il cuore, parve comprendere che alcune anime non salgono il monte per le corone cinte, ma per come hanno saputo attraversare il dolore degli uomini. In quella luce malinconica, Barbosa rimaneva come simbolo della sofferenza ingiusta, mentre attorno a lui il pallone continuava a muoversi lento e perfetto, simile a un astro che cerca la pace oltre il fischio finale della storia”. Un’altra anima che pur senza malizia contribuì a perpetuar equivoci . era nato in Germania nel “trentacinquesimo anno del secolo scorso, all’ombra d’un castello popolato, da fantasmi e foschi presagi”. Fin da bambino tremava al pensiero degli spettri, e per anni credete d’esserne sfuggito. Ma il 30 luglio del ‘66 uno di essi tornò a fargli visita. Non portava catene né lenzuoli, indossava la maglia rossa dell’Inghilterra e aveva il volto di Geoff Hurst . Quando il pallone colpì la traversa e ricadde nei pressi della linea, egli vide ciò che nessun mortale avrebbe saputo distinguere con certezza. Fu gol? Non fu gol? In quell’istante il fantasma gli sussurrò la risposta, e lui gli credete. Così nacque il più celebre spettro della storia del calcio, il “gol fantasma”  nella finale del sessantasei. Da allora generazioni di

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