Vai ai contenuti

Prova 02 - Bibliomax

e-Bibliomax
Subbuteo and Football Tales
Salta menù
Salta menù

podio fatto di schermi infranti e microfoni spenti, s’ergevano tre ombre che del “verbo” avean fatto la loro legge. Vidi José Mourinho , avvolto in un mantello di fiele e segreti, che tesseva infiniti sermoni “come chi non trova mai l’ultima” parola per spiegare il proprio destino. Accanto a lui, Giovanni Trapattoni  gesticolava verso l’acqua santa d’un’immaginaria panchina, agitando la lingua in una danza di motti antichi che nessuno poteva più ghermire. E tra loro, “con gli occhi accesi d’un ardore che parea tempesta”, s’agitava Alberto Malesani , che con voce roca e potente gridava verso quella platea di muti e sordi, “Ma cosa è diventato il calcio? Una giungla! È una giungla!”.

Dante, osservando quel tribunale di parole perdute, mi sussurrò:

«Mira come la parola iraconda trovi qui la sua giusta pena: coloro che in vita riversarono la propria rabbia contro chi narrava i fatti e poneva domande, ora sono condannati a parlare senza tregua dinanzi a schiere d’ombre mute e impassibili, ché nessuno raccoglie le loro lamentele e nessuna voce restituisce loro risposta.»
Mentre ci allontanavamo, l’eco di quella “giungla” continuava a rimbalzare tra le pareti di schermi catodici, in quella geografia dantesca dove l’identità smarrita si fa condanna senza appello.
Tra questa folla di gridatori scorgevo anche Zeliko Raznatovic  “la tigre” che, per un titolo o una commissione, avevano aizzato le curve e i cuori, dimenticando che il calcio è prova di bellezza e non pretesto di guerra. Essi vagava senza pace, inseguito dall’eco dei loro stessi cori rabbiosi, imprigionati in un eterno presente dove ogni dichiarazione è un giudizio e ogni rigo una ferita che non si rimargina
In quell’istante capii che, anche la storia terrena conobbe atti di sì cieca ferocia, da parere visioni scaturite direttamente dal fondo delle Malebolge. M’apparve il celebre volo di Eric Cantona , che scagliò un calcio furioso e teatrale contro un tifoso nemico, trasformando in un istante il proprio talento in una figura sospesa tra genio e dannazione. Scorsi ancora il colpo sferrato da Zvonimir Boban  contro un poliziotto serbo nel tumulto del Maksimir, un gesto che, varcando i confini del prato, smise d’essere sport per farsi simbolo politico e rabbia tra nazioni, fosca anticamera di una guerra. Giungemmo poi, dove la palude Stigia  ristagna, accogliendo tra le sue melme le anime di coloro che “l’ira vinse in vita, trasformando il sacro fuoco della competizione in fiele”. Accompagnati sulla barca di Flegias  dove il timone era retto da chi fu giudice non all’altezza, Tom Henning Øvrebø . Al di la del fiume, tra gli spiriti travolti dall’impeto, m’apparve Nigel de Jong , che nella finale mondiale del decimo anno del nuovo secolo scagliò un colpo d’artiglio al petto dell’avversario, simile “a fiera che ignora la legge del campo”. E più cupa ancora scorsi l’anima di Harald Schumacher , colpevole d’aver travolto con ferocia d’assassino il giovane Battiston nella semifinale del millenovecentottantadue, lasciando un’impronta di violenza che il tempo non può lavare. È una scena feroce e grottesca, incredibilmente vicina a certe dinamiche del calcio contemporaneo. Un fallo di reazione, un’entrata assassina, una condotta violenta, qui il regolamento e l’infamia non colpirono senza appello, proprio come i diavoli infernali negletti pattugliano la pece. Così l’impunito levato nel buio di questa bolgia, diventa la forma moderna e inesorabile del supplizio. Più giù, nella palude di Stigia, Antonio Rattín  s’ergeva come gigante ribelle, negando l’uscita al “nero messo” in un atto d’ira che dimenticò ogni misura. “Vidi l’Inca tradito e il capitano che non volle uscir dal verde prato, sfidando il fischio e il voler umano”.
In quel brago nero e soffocante, scorsi in diverse posizioni, “come membra che non trovan pace”, le ombre di Tomislav Ivic  e Luis Fernandez , avvinti l’un l’altro nella furibonda lite di Parigi  che “parea non aver mai fine”. S’azzuffavan tra i vapori della palude con la stessa ferocia di chi non sa più distinguere il gioco dalla guerra, condannati a rivivere in eterno l’istante in cui il loro cuore dimenticò la misura. E vidi che “ogni loro grido s’affogava nella mota”, poiché in questo cerchio il silenzio non è pace, ma il contrappasso di chi troppo ha urlato la propria rabbia sopra il verde prato. Dante si fermò un istante osservando come alcune grida s’affogassero nel “rabbioso pantano”, la, dove il vapore della palude si faceva più acre e sapeva di tradimento, scorsi un’altra coppia di anime che della medesima terra francese avean fatto scempio. Era il ribelle Nicolas Anelka , “ombra altera dal volto scolpito nello sdegno”, che fissava con occhi di tizzone spento Raymond Domenech , colui che “d’astrologia facea governo” e cercava nelle stelle una guida che lo spogliatoio gli negava. Se Ivic e Fernandez s’azzuffavan per ferocia di vittoria, costoro avean trasformato il sacro “blue”  in una “selva oscura” di ammutinamento, rompendo il vincolo che la maglia unisce. Vidi allora sorgere dal fango un bus dalle tendine chiuse, un carro immondo che ruotava su se stesso senza mai trovare l’uscita, dentro, le anime in rivolta  rifiutavano il passo, prigioniere d’un orgoglio che spegneva ogni corsa, proprio come i traditori che “nel ghiaccio di Caina piangon la loro colpa”.
Proseguendo nel viaggio tra le ombre di questo inferno di spalti, dove i cori si fanno ruggito e l’aria è densa di un fumo che sa di polvere e orgoglio, giungemmo in un luogo dove la terra tremava sotto il peso di una superbia che non s’arrende nemmeno al giudizio eterno. Lì, tra coloro che in vita non conobbero altro dio “se non lo specchio del proprio talento”, vidi ergersi una figura d’immensa statura, che pur tra i dannati non chinava il capo, era l’ombra di Zlatan Ibrahimović . Egli stava immobile, lo sguardo fiero rivolto verso l’alto come se l’Inferno fosse soltanto un altro stadio da sottomettere alla sua volontà; e pareva che la pena del cerchio non lo fiaccasse, ma lo rendesse ancor più convinto d’essere “l’unico sole in quella notte senza fine”.
Poco distante, dove il fumo si faceva più fitto e s’udivano sussurri di profezie mai avverate, scorsi un’anima agitarsi tra i saccenti e gli indovini. Era Maurizio Mosca , che con volto ansioso stringeva tra le mani un pendolino d’ottone, tentando invano di trarre presagi dai risultati di partite che non avrebbero mai avuto un fischio finale. Egli vagava tra le ombre di coloro che “parlando assai, capendo poco e manco”, avevano preteso di “vendere il destino a tutta banca”, condannato ora a cercare nel moto di quel metallo una verità che il ghiaccio di Malebolge gli negava in eterno. E in quel medesimo orizzonte di colpe, vidi l’ombra di Mosca accostarsi a figure ben più antiche e solenni. In un punto dove la mota si faceva più scura, appariva Ciacco , immerso in quel brago come chi attende ancora nuove del mondo dei vivi; e proprio accanto a lui, s’ergeva dalla sua arca infuocata Farinata degli Uberti , magnanimo e severo, che pareva osservare con sdegno tanto l’ira dei moderni quanto le vane profezie del giornalista. In quella congiunzione assurda tra storia e cronaca, dove il calcio si fa “geografia dantesca”, compresi che la superbia del campione e l’illusione dell’indovino sono soltanto due facce della stessa fame eterna degli uomini, prigionieri di una passione che, quando dimentica la misura, trasforma ogni coro in una delusione e ogni visione in una condanna senza appello.
Viaggiando tra i gironi Dante colpì accidentalmente con il piede il volto di Bocca degli Abati  e come un fallo di reazione poi, trascinato dall’ira, gli afferrò i capelli con brutalità. È una scena che somiglia quasi a una “gamba tesa” ante litteram, a uno scontro nato dall’odio e dalla tensione. La violenza fisica diventa linguaggio, proprio come accade nelle finali più dure o nei derby dove ogni pallone pesa quanto una sentenza. Nelle bolge dei barattieri e dei traditori, il VAR agiva come Minosse , decidendo in quale cerchio far cadere il colpevole. Qui vagavano le ombre di partite scandalose: il Torino-Mantova del 2006 , il discusso Chelsea-Barcellona del 2009  e la finale tra Manchester United e Bayern Monaco , dove il destino mutò in tre minuti di recupero. In un angolo buio, Mark Iuliano  riviveva l’eterno scontro con Ronaldo , mentre gli arbitri Byron Moreno e Robert Wurtz  erano inseguiti da folle senza volto. Poco distante, il coreano Ahn Jung-Hwan  condannato a segnare in eterno il gol che gli valse l’odio sportivo e l’esonero per mano di Gaucci . Tra gli imbroglioni scorgevamo la “Vergogna di Gijón”   tra Austria e Germania, quel patto scellerato che trasformò il campo in un teatro d’ombre, offendendo l’essenza stessa della competizion, la “Marmelada Peruana”  con il portiere Quiroga  sospettato di aver favorito l’Argentina, e Roberto Rojas , il “Condor”, che simulò un ferimento con un bisturi nel celebre “Condorazo” . In quel brago di colpe e di sospetti, vidi “un’ombra che l’Inca avea per segno, tradita ne’ suoi passi più diletti”. Stessa sorte toccò ad Antonio Carmando , massaggiatore del Napoli, che soccorse Alemao  facendolo passare per vittima di una monetina da cento lire lanciata dagli spalti. Accanto a lui mise in scena un martirio teatrale, degno della regia di Scarpetta , nel tentativo di piegare il risultato a favore della propria squadra.
E Dante mi disse:
“Mira colui che di un colpo lieve fece strumento di vittoria, trasformando il campo di gioco in un mercato occulto del destino”.
Nel cammino, laddove l’aria si fa densa di un fumo che sa d’inchiostro e di vecchi giornali ingialliti, giungemmo in un settore dove la memoria non celebra il trionfo, ma piange il sopruso. Era un luogo di sospensione, dove il tempo pareva essersi fermato a un meriggio di Berlino , sotto l’ombra di un’aquila che non cercava il volo, ma la preda, quando la nazionale peruviana fu depredata da quella austriaca. “Trentasei fu l’anno quando la brama d’un’aquila predace volse in decreto ingiusto e in cieco sdegno. il Perù, che d’animo vivace avea l’austriaco orgoglio sottomesso, pianger la gloria che nel fango giace”. Ma non appena il ghiaccio dell’abisso s’indurì sotto i nostri passi, giungemmo nella landa che “i mortali chiaman Caina” , dove il tradimento si fa gelo eterno.
Qui scorsi William Brad Cassidy , colui che portò il sangue del bandito Butch fin dentro il recinto sacro della sfida, lo vidi tentare invano di estrarre la sua pistola dalle acque gelate, l’arma con cui tradì la parentela universale che lega l’arbitro ai suoi atleti.  E discendendo ancora nelle bolge dove il tradimento pesa più del fallo e più della sconfitta, giungemmo in un luogo simile ad Antenora , là dove Dante pone coloro che tradirono la patria e la parte loro. Non vi erano urla furiose né fiamme alte, ma un gelo sottile, come vento che soffia tra due muri divisi dalla storia. Scolpita in una pietra che s’ergeva presso il confine dell’eterno gelo, “dove i traditori de la patria piangon la loro colpa”, vidi una scritta che parea gridar sfida e brama: “Udin, ce fastu?  O Zico  o Austria” . Ivi si leggeva la minaccia di quel popolo che, per amor d’un solo uomo e del suo divino piede, era pronto a volger le spalle al patrio suolo e a cercar rifugio sotto l’altrui insegna, se la legge del giuoco avesse negato il desiderato acquisto. Era l’ira d’una gente che per un “Re” straniero parea disposta a franger quel vincolo che l’Italia unisce, ponendo il colore d’una maglia sopra il destino d’una nazione, in quella terra d’Antenora dove il ghiaccio non perdona chi divide ciò che il sangue ha congiunto. Altre anime immobili vidi come uomini sospesi tra due bandiere, incapaci di appartenere interamente all’una o all’altra. Tra esse apparve Jürgen Sparwasser , l’uomo che con un solo gol spezzò per un istante il mondo diviso. Camminava lentamente sopra una terra gelata che ricordava il muro di Berlino trasformato in paesaggio eterno. Sul suo volto non vi era superbia, ma quella malinconia propria di chi comprende troppo tardi il peso simbolico delle proprie azioni.
E Dante mi disse:
“Costui trafisse l’Occidente con il piede e poi cercò rifugio proprio presso coloro che aveva fatto tremare.”
Sparwasser, nel mondiale del 1974, segnò contro la Germania Ovest il gol che rese immortale la Germania Orientale , per un momento il calcio divenne più potente della politica, quasi una vendetta storica consumata davanti agli occhi del mondo. Ma gli uomini, come spesso accade nelle terre divise, trasformarono presto quell’impresa in un simbolo troppo pesante per un solo uomo. Egli divenne il volto della DDR calcistica, vessillo vivente di una patria che chiedeva fedeltà assoluta. Ma col passare degli anni, come anima inquieta che non trova pace nel proprio cerchio, attraversò il confine e fuggì verso Ovest, lasciandosi dietro la terra che lo aveva trasformato in eroe. Così ora dimorava tra i traditori malinconici della patria, non perché avesse venduto il proprio popolo per avidità o viltà, ma perché il suo destino rimase spezzato tra due mondi inconciliabili, come certe anime dantesche che il tempo non riesce ad assolvere né a condannare del tutto. Attorno a lui il vento portava ancora cori lontani di Germania Est e Germania Ovest, mescolati come memorie incapaci di separarsi davvero. Dante, tuttavia, avrebbe forse abbassato lo sguardo davanti a lui, comprendendo che esistono uomini che non tradiscono per odio, ma perché nessuna patria riesce più a contenerli interamente.
Scendendo ancor più in basso incontrammo i barattieri , immersi nella pece bollente di Malebolge. Tentano disperatamente di riemergere, ma ogni volta vengono arpionati dai diavoli e ricacciati dentro quella materia nera e soffocante. Giungemmo nel cuore della bolgia più fitta, dove l’aria è pesante come “fumo e d’inchiostro” la pece ribolle di segreti inconfessabili. Lì, a guardia di quel “brago di colpe e inganni”, s’ergeva una fiera orrenda: un “Cerbero dalle tre bocche”  che non sbranava carni, ma la speranza stessa dei tifosi. Era l’immagine del potere che soffoca la bellezza, un mostro che trasforma il rito popolare in un “teatro d’ombre”. La prima testa aveva il volto del “Carceriere dei Sogni” , colui che cinse di “mura e di sospetti” il ritiro della propria gente, trasformando la maglia azzurra in una “larva” prigioniera d’un castello di vanità. La seconda, che “d’oro avea lo sguardo”, era l’Idolo del Mercato Universale , l’ombra che tutto volse in “raggirìo”, pesando la passione dei popoli sopra una bilancia di monete incandescenti. La terza, infine, era il Tessitore della Trama d’Oro , colui che con una “marmellada di fumo e di sopruso” truccò l’esito della sfida, facendo del risultato una sentenza scritta con l’inchiostro del tradimento.
“Vidi la fiera che tre volti serra, ponendo a ogni lealtà scuri lucchetti, mentre il ver cade in terra e si sotterra. L’un, che d’ombre cinse la mia terra, facendo d’un ritiro aspra prigione, ove il talento col silenzio erra. L’altro, che volge in mercè ogni passione, pesando il mondo in brama di guadagno, che dell’inganno fa la sua ragione. E il terzo, che nell’ombra è come ragno, tessendo il furto in una dolce trama, che muta il fango in oro e il ver in lagno”.

Dante, osservando quel mostro che “mai non empie la bramosa voglia sua”, mi sussurrò che costoro erano i custodi del “gelo immobile del tradimento assoluto”. Erano anime che avevano preso l’imprevedibilità degli uomini e il mistero del gioco per sacrificarli sull’altare del calcolo, là dove ogni gol perde significato prima ancora di essere segnato.

In questo luogo di colpe e inganni, vidi l’ombra di Thierry Henry , che con palmo fraudolento “ghermì il destino dell’Eire” , a differenza della “mano de Dios” di Maradona, che Dante par quasi voler sottrarre alla condanna per farne “sol che guida”, il tocco del francese è qui marchiato come baratteria suprema, un furto di verità che non conosce gloria.
L’Inferno dantesco non parla soltanto di rabbia e violenza. C’è un luogo, dove il peccato nasce dall’incapacità di dare misura alle cose, il quarto cerchio, quello degli avari e dei prodighi. Qui le anime spingono enormi macigni scontrandosi continuamente le une contro le altre, accusandosi di avere accumulato troppo o sperperato tutto. È una condanna costruita sull’eccesso, sull’incapacità di trovare equilibrio.
Poco dopo Dante mi accompagnò nel regno dei talenti dissipati. Qui vi son calciatori che ricevono il dono assoluto del talento come una benedizione e finiscono invece per consumarlo come una maledizione. In un girone a parte, quello dei talenti sprecati, incontrai Mágico González . Considerato da Maradona il più grande di sempre, preferiva la notte di Cadice alla gloria; si dice che una volta si addormentò durante l’intervallo perché “la notte era stata troppo bella”. Accanto a lui comparivano Paul Gascoigne , fragile e autodistruttivo; George Best , divorato dagli eccessi; ancora tra le anime dell’Ulster  vidi Norman Whiteside , che ancora conservava lo sguardo del ragazzo chiamato troppo presto alla gloria. Attorno a lui non aleggiava il rimpianto, ma la dolcezza di ciò che avrebbe potuto essere. Poiché il Cielo, che tutto conosce, onora non soltanto ciò che gli uomini realizzano, ma anche ciò che il destino impedì loro di compiere. Edmundo , genio anarchico incapace di addomesticare la propria natura ribelle; Mario Balotelli , eternamente sospeso tra redenzione e caduta; Marco Macina , promessa dissolta troppo presto; Nicolae Dobrin , schiacciato dall’indisciplina; Eduard Strelcov , travolto da una colpa mai chiarita. Tra le ombre ve n’era una che tra i suoi piedi aveva una la magia capace di fermare il tempo e piegare il gioco alla fantasia. Ma, come accade agli spiriti più liberi, il genio non volle mai piegarsi del tutto alla disciplina. Era Evaristo Beccalossi  colui che rimase ciò che pochi riescono a diventare: non soltanto un calciatore, ma un rimpianto meraviglioso, il protagonista di una delle più affascinanti storie di talento incompiuto .Tra le ombre già condannate si aggira anche Viorel Năstase , il romeno approdato al Catanzaro come se fosse giunto da un viaggio già segnato dalla dissipazione. Cammina come uno dei dannati della “selva oscura”, non perduto per ignoranza, ma per abbandono volontario della misura. Prima ancora che il campo potesse giudicarlo, egli era già stato giudicato dalla propria deriva, tra le bevute di Monaco e le notti senza confine, il suo talento si era come consumato nel girone dell’eccesso, dove il piacere diventa contrappasso e la luce del dono si spegne lentamente.
Ma in quella bolgia vidi un’anima diversa dalle altre, la più ribelle d’ogni ordine e costume, quasi avesse fatto della contraddizione la propria insegna. Costui non correva dietro alla gloria, né cercava le brame del denaro. Giocava per diletto, per le donne alle quali domandava con audacia un appuntamento finanche nel mezzo della contesa,  serbava nel cuore i minatori di Leicester e la memoria dei poveri figli d’Aberfan , travolti da sì crudele destino. Smisurato era il suo amore per la birra e per ogni bevanda che ottenebra la mente dei mortali; eppure, per mirabil paradosso, quando entrava nel verde teatro, nulla pareva scalfire il suo ingegno né la sua forza. Là egli guidava i compagni come capitano saldo nella tempesta, e sempre emergeva sopra gli altri per carisma e valore. Tanto durò la sua passione che calcò i campi fino alla soglia dei quarantotto anni, sfidando il tempo che tutto consuma. E sovente mi domandai quale altezza avrebbe potuto raggiungere se avesse imposto disciplina ai propri giorni e misura ai propri eccessi. Narrano inoltre che, chiamato a vestire i colori della patria, si presentasse dinanzi al severo maestro Don Revie avvolto in pelliccia e stivali, più simile a un signore delle steppe che a un calciatore. Onde il tecnico, sdegnato da tanta stravaganza, lo rispedì senza indugio alla sua dimora. Così viss'egli, genio e sregolatezza, virtù e dismisura, come fiamma che arde più luminosa proprio perché consumata da sé stessa, costui era Frank Worthington  l’Elvis Presley del calcio.
Poi tra i golosi incontrammo Luis Suárez , protagonista di uno degli episodi più surreali mai visti su un campo da calcio. Durante i Mondiali del 2014 affondò i denti nella spalla di Giorgio Chiellini . Un gesto improvviso, quasi animalesco, talmente grottesco da sembrare uscito direttamente dall’Inferno. Dannato non per crudeltà, ma per quell’impulso incontrollabile che trasforma l’istinto in condanna.
Non tutti i dannati falliscono per mancanza di dono. Alcuni sono proprio quelli che ne avevano troppo. Persino l’astuzia, nell’universo dantesco, trova il proprio spazio e la propria condanna. Quando Dante incontrò Ulisse , avvolto insieme a Diomede  dentro una lingua di fuoco biforcuta che ardeva senza consumarsi mai. Dentro quella fiamma infernale vive il “biscotto”, l’accordo silenzioso che offusca la lealtà per il comodo di pochi, vidi lì ardere la memoria della “Partita fantasma”  dove lo stadio era pieno, ma, eppure dall’altra parte del campo non c’era nessuno. I giocatori del Cile si guardarono stupiti. L’arbitro controllò l’orologio, poi il campo vuoto. Il pallone cominciò a rotolare nel silenzio. Sembrava una partita normale, ma tutti sapevano che quella sarebbe entrata nella storia come la partita fantasma.
Accanto a loro, scorsi l’anima di chi usa il proprio corpo per tessere inganni, come il calciatore che simula un fallo per strappare un rigore, vidi in questo frangente le movenze di Neymar , condannato a rivivere le sue cadute e i martirii teatrali sopra l’erba. In questo medesimo foco vive anche il portiere, che faticammo a riconoscere ma pareva Pat Bonner  abile a perder tempo in maniera scientifica, senza mai metter palla a terra. È il mondo sottile in cui l’astuzia smette lentamente di essere semplice intelligenza sportiva e comincia a sfiorare la frode, perdendo la diritta via della bellezza nel caos.
Eppure, in questo inferno dell’astuzia, esistono anche gesti che sembrano sfuggire alla condanna per trasformarsi in pura poesia. Perché se c’è un simbolo della furbizia calcistica che merita quasi un posto in Paradiso, quello è il rigore “a cucchiaio” di Antonín Panenka . Durante la finale degli Europei del 1976, con tutto il peso della partita sulle spalle, Panenka sollevò delicatamente il pallone al centro della porta mentre il portiere si tuffava lateralmente. Non era soltanto un rigore. Era un atto di coraggio travestito da leggerezza.
Nella Giudecca  dei traditori vi era un antro nascosto da pesanti tende rosse, dove non giungevano né il fragore delle curve né le grida dei dannati. Là dimoravano coloro che avevano seguito l’esempio di Paolo e Francesca , lasciandosi vincere da un amore più forte della ragione e della fedeltà. Non erano puniti per aver amato, ma per aver tradito la fiducia di chi li chiamava amico, compagno o fratello. Caduti nella lussuria e “nell’amor che non perdona”, vagavano tra ombre silenziose, condannati a ricordare per l’eternità l’istante in cui il desiderio ebbe la meglio sulla lealtà.
Tra quelle figure scorsi un francese e un argentino, ma non riuscii a distinguerne con certezza i volti. Dante, stringendosi nel mantello, mi confidò che a suo giudizio potevano essere Jan-François Larios  e Mauro Icardi , sebbene nemmeno lui volesse pronunciarsi con assoluta sicurezza.
Poco più avanti un uomo dalla pelle scura e dal portamento elegante. Camminava con la grazia di chi un tempo aveva conosciuto gli applausi degli stadi e lo stupore delle folle. Al suo fianco appariva una giovane donna dai modi aristocratici, avvolta in un abito che ricordava le antiche corti italiane. “Chi sono costoro?” domandai. Dante sorrise con quella sottile ironia che riservava alle vicende degli uomini. Quello è José Germano de Sales , che molti chiamarono semplicemente Germano. Ella è la Contessina. Furono travolti da una passione che fece molto parlare il loro tempo, poiché l’amore, quando incontra il prestigio e la ricchezza, attira sempre più curiosi che sinceri testimoni.” Le due anime procedevano lentamente, tenendosi per mano. Non apparivano tormentate come gli altri dannati di quel luogo. Sembravano piuttosto prigioniere di una memoria che non riusciva a dissolversi. “Essi”, proseguì Dante, “non sono qui per aver amato, ma perché era nero scandalo”. Nessun uomo dovrebbe essere condannato per questo. Ma poiché molte delle passioni terrene lasciano dietro di sé promesse infrante, cuori feriti e fedeltà dimenticate, la loro storia continua a essere raccontata tra coloro che impararono troppo tardi quanto sottile sia il confine tra desiderio e responsabilità”. Osservai quelle figure allontanarsi tra le ombre rosse dell’antro. Attorno a loro non vi erano accuse né rimproveri. Soltanto il malinconico ricordo di un’epoca in cui il calcio, la nobiltà e il destino sembravano ancora capaci di intrecciarsi come nelle antiche leggende.
“In questi luoghi”, il poeta mormorò, “la leggenda e la verità finiscono spesso per indossare la medesima maschera”.
Poco oltre riconobbi due anime scaligere. Erano due vecchi, lerci e beoni, sostenitori del Chievo e apparivano più miseri e degradati di molte altre creature infernali. Nei loro volti si riflettevano i segni di ogni bassezza umana: lussuria, ignavia, accidia, infamia e tradimento parevano convivere nella stessa espressione. L’uomo teneva stretta a sé la donna, che egli chiamava “Brogna” . Non la guardava come si guarda una compagna, ma come si guarda una proprietà. La conduceva al proprio fianco con la stessa indifferenza con cui un pastore trascina la pecora lungo un sentiero già deciso da altri. Eppure ella continuava a seguirlo, smarrita e inquieta, consumata da desideri che non trovavano mai pace. Mi apparve magra e inquieta, simile a quella lupa che Dante aveva incontrato all’inizio del suo cammino, creatura divorata da una fame che non conosce sazietà. Nei suoi occhi non vi era amore né serenità, ma un’inquietudine perpetua, come se ogni conquista ottenuta avesse generato un nuovo vuoto da colmare. A prima vista parevano anime devote. Portavano sul volto l’espressione composta di chi in vita aveva amato mostrarsi timorato di Dio e custode della morale altrui. Ma osservandoli meglio compresi che la loro non era fede, bensì convenienza. Avevano piegato principi e precetti ai propri desideri, invocando la virtù quando serviva a giudicare gli altri e dimenticandola quando essa avrebbe imposto sacrificio e coerenza.
Dante li osservò con severità.
“Costoro”, disse, “fecero della religione un mantello e della convenienza una dottrina. Predicarono la coerenza e praticarono l’opportunità. La loro non fu fede, ma comodo travestito da virtù”.
E mentre li vedevo allontanarsi, stretti in un abbraccio senza pace, compresi che il loro tormento non era il fuoco né il gelo, ma l’impossibilità di sfuggire all’immagine di ciò che erano stati davvero.
Nel fondo estremo dell’Inferno calcistico, là dove anche il rumore delle curve si spegne e resta soltanto il gelo immobile del tradimento assoluto, Dante mi condusse verso una landa che ricordava la Giudecca, il cerchio ultimo dove dimorano coloro che non tradirono soltanto uomini o squadre, ma l’essenza stessa della fiducia. Qui il pallone non rotolava più. Restava fermo sopra un ghiaccio nero, immobile come verità corrotta. E nel silenzio vidi due figure curve, avvinte l’una all’altra come anime che il contrappasso costringe a condividere eternamente la propria colpa, Álvaro Trinca  e Massimo Cruciani , gli uomini che aprirono le porte del primo Totonero, trasformando il calcio da rito popolare a mercato clandestino del destino. Dentro una buca, vicini, ne scorsi alcuni, stavano Montesi, Pellegrini, Della Martira, Cacciatori  che fecero il loro gioco. Non avevano volto intero, ma occhi consumati dall’avidità, e dalle loro mani cadevano continuamente schedine ghiacciate che il vento infernale disperdeva senza pace, come foglie morte nella “bufera infernal che mai non resta”. Dante abbassò la voce, quasi temesse che persino nominare quei dannati potesse contaminare il viaggio. Poiché costoro non avevano tradito per rabbia, né per passione, ma per calcolo. Essi presero il risultato, che nel calcio dovrebbe appartenere all’imprevedibilità degli uomini e al mistero del gioco, e tentarono di piegarlo all’oro, come alchimisti corrotti che vogliono comprare il fato. Così furono condannati nel punto più profondo del football infernale, vicino al grande Satana del denaro sportivo, là dove ogni partita si gioca eternamente senza più verità, e ogni gol perde significato prima ancora di essere segnato. Attorno a loro si udivano echi lontani di stadi increduli, fischi soffocati, radiocronache spezzate e nomi cancellati dalla vergogna. E il ghiaccio su cui poggiavano sembrava formato non da acqua, ma dalla fiducia tradita di milioni di tifosi.
Dante, osservandoli, avrebbe forse ripetuto le parole riservate ai traditori supremi:
“Non è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria.”
Poiché nessun peccato calcistico appare più vicino al gelo di Lucifero quanto quello di vendere il cuore stesso del gioco.
Ma nel cielo del principe delle tenebre, nel punto più quieto dell’inferno, là dove il silenzio non è assenza ma forma superiore del pensiero, Lucifero siede come un principe stanco che ha smesso da tempo di spiegare il mondo. Non comanda nessuno: osserva soltanto come le cose continuano a rovinarsi da sole, con una precisione quasi comica. Maledetto fu il genere umano. Accanto a lui si raccolgono tre presenze che non sembrano prigioniere né cortigiane, ma errori ben riusciti della realtà, come se qualcuno avesse scritto male il creato e poi avesse deciso di tenerlo così. Voland , jannara , canuta, sapiente ironica, inevitabilmente fuori posto in ogni sistema morale, inclina appena la testa e guarda il nulla con la pazienza di chi conosce già tutte le battute. Il gatto Behemoth , enorme e scandalosamente vivo al suo comando, passa da una posa all’altra come un attore che rifiuta il copione dell’universo. Poco distante, Lilith  ha assunto una forma che nessun teologo avrebbe approvato e nessun anatomista avrebbe commentato, una scrofa antica, quasi metafisica, seduta come una regina decaduta. E con una calma indecente mangia pasta cruda, lentamente, senza fretta né colpa, come se il problema non fosse il peccato ma la cottura mancata del mondo. Ogni boccone è un atto di sabotaggio cosmico, ma compiuto con la naturalezza di chi sta semplicemente pranzando.
Canidia , infine, tenta ancora una forma di devozione. Ma la devozione su di lei sembra sempre una citazione mal riuscita. Si aggira fingendo santità, mentre raccoglie sofferenze altrui come se fossero ricevute fiscali dell’anima, convinta che la rovina domestica sia una forma superiore di liturgia.
E Lucifero ascolta tutto questo senza sorpresa. Perché in quel luogo l’inferno non è più punizione né ribellione: è burocrazia del senso, dove anche il male deve giustificare la propria esistenza, e a volte fallisce in modo così perfetto da diventare quasi divertente.
Tenevano legata in catene una pecora, sacrificio della loro fame di invidia e di dolore; e attorno a lei, come lupe dantesche senza requie, sbranarono il suo gregge, dissolvendolo nel nulla della loro voracità.
All’uscir di quel luogo oscuro, dove il lezzo si facea insostenibile e il grugnir della scrofa feriva l’aria come perpetua condanna, rivolsi gli occhi innanzi e lasciai alle spalle quel triste spettacolo. E voltandomi un’ultima volta verso quell’antro di miseria e follia, compresi come talune colpe non cerchino redenzione, ma soltanto memoria, affinché i vivi non smarriscano il sentiero della ragione. Poi il poeta rivolse lo sguardo verso l’alto e, oltre il ghiaccio e la nebbia, vidi apparire una tenue luce.
PURGATORIO
Era la prima luce del Purgatorio. “Andiamo”, disse allora Dante.
“Abbiamo veduto abbastanza miseria degli uomini. Ora è tempo di cercare coloro che, pur cadendo, non cessarono d’amare il gioco”.
E fu allora che il buio cessò di essere definitivo. Non si aprì la luce, né si ruppe l’ombra: semplicemente, qualcosa cambiò natura, come se il mondo avesse smesso di precipitare e avesse cominciato, per la prima volta, a risalire.
L’ingresso al Purgatorio non somiglia a una soglia, ma a una lenta inclinazione della realtà. L’aria si fa più sottile, non più lieve; il silenzio non è più assenza, ma attesa. Ogni cosa conserva ancora il peso di ciò che è stata, ma ha perduto la sua irreversibilità. Si avverte, prima ancora di vedere, una forma di fatica sacra: non la pena dell’inferno, che è condanna senza tempo, ma il tremore di ciò che si corregge. È come se le anime e le cose fossero state lasciate incomplete apposta, sospese in un atto che continua oltre se stesso.
“Qui nulla è compiuto”. E proprio per questo nulla è perduto.
Il Purgatorio era una montagna fatta di gradinate infinite. Ogni scalino era un rimorso, ogni curva una memoria. Chi varca quella soglia ha l’impressione inquieta che il dolore non sia più destinazione, ma “passaggio”; non più identità, ma processo. Come se il mondo, per la prima volta, avesse deciso di guarire senza sapere ancora in che forma. Una montagna fatta di gradinate infinite, dove ogni scalino è un rimorso e ogni curva una memoria. Non il luogo della dannazione eterna né quello della gloria assoluta, ma una terra sospesa dove vivono gli uomini “le anime”, le squadre incompiute e le nazionali meravigliose che non sono riuscite a vincere davvero. In quel luogo, poco innanzi, riconobbi Roberto Baggio , che aveva negli occhi la malinconia di chi aveva sfiorato il paradiso con un solo tiro.  Eppure non soffriva. Attendeva. Fu allora che compresi una cosa, nel Purgatorio del calcio non espiano i perdenti. Espiano quelli che hanno amato troppo. Poco distante lungo il sentiero della bellezza negata, Beppe Savoldi  avanzava tenendo per mano il piccolo raccattapalle Domenico , che in una domenica di gennaio gli negò una vittoria. In questo regno di nostalgia, il campione cercava di spiegare al fanciullo la gravità di quel “calcio fraudolento” scagliato da dietro la porta, un gesto che ha spezzato l’armonia e la lealtà del gioco
Tra quei allenatori che in continuazione ripetevano i loro schemi come se stessero a sgranare un rosario per trovare il più in fretta la via del cielo. M’apparve l’ombra di Gustavo Peregrino Fernandez , lo spirito che Osvaldo Soriano trasse dal limbo della sua fantasia. Egli pareva smarrito in visioni che solo il genio o la follia sanno concepire, intento a tracciare nell’aria geometrie assurde e tattiche che “parean fossero labirinti senza uscita”. Posto tra coloro che espiano l’aver amato troppo l’impossibile, egli cercava ancora quella “diritta via” del goal che la ragione umana non può ghermire, convinto che un solo movimento perfetto potesse finalmente trasformare il caos del gioco in bellezza suprema.
Poco distante da loro dove una luce si faceva più fioca incontrammo i tifosi violenti intenri a ripetere preghiere. Per espiare lentamente nel silenzio. Uno di loro mi sembrava Ivan Bogdanov  che cercava clemenza per quella scellerata notte di Genova. Tra i campioni posti ad espiar la colpa per una vita fatta di eccessi incontrammo, in un patio simile ad una taverna malinconica, Leopoldo Luque . Baffi da pistolero, occhi stanchi, il volto segnato da vittorie e tormenti. Campione del mondo e uomo fragile insieme, capace di raccontare Buenos Aires come si racconta una donna amata troppo. Stava seduto in silenzio, davanti a un bicchiere mezzo vuoto, e parlava di calcio come di una guerra romantica destinata sempre a lasciare ferite.

Poi, in una balza laterale riservata ai numeri dieci fuori dal tempo, incrociammo Matt Le Tissier . L’uomo che rifiutò gloria e grandi trasferimenti per restare fedele al suo piccolo regno chiamato Southampton. Uno capace di segnare gol impossibili con la naturalezza di chi gioca ancora per strada, quasi annoiato dal professionismo moderno. Con lui il tedesco Uwe Seeler , una vita ad Amburgo non a scaricare container al porto ma a segnare reti all’Altona Volkspark Stadion, quasi cinquecento reti. Entrambi eran qui ad espiar la colpa di non aver accettato migliori opportunità che la sorte aveva a loro destinato.

In questo luogo di penitenza vi era anche Alex Ferguson . Non era un vero penitente. No, ma uno come lui non poteva restare fermo in una sola balza ma si aggira per tutto il regno ultraterreno con quello stesso sguardo severo capace di mettere ordine in qualunque spogliatoio. Forse proprio per questo Dante gli affidò il compito di custodire il Purgatorio dei calciatori pigri e indolenti.

Nel salire altre balze del Purgatorio, quasi con stupore ci apparvero due ombre celebri: Zinedine Zidane  e Marco Materazzi . Non si affrontavano più come quella notte di Berlino, né si scambiavano parole d’ira; sedevano invece distanti, immersi in una silenziosa meditazione, condannati a rivivere in eterno quell’attimo che cambiò il destino di una finale e rimase scolpito nella memoria del mondo. Parevano interrogarsi ancora sul mistero di quell’istante sospeso, cercando una verità che neppure il tempo era riuscito a svelare del tutto. E forse, dopo una lunga espiazione, anche per loro si sarebbero aperte le porte del sereno Paradiso dei campioni, dove ogni risentimento svanisce e sopravvive soltanto la grandezza del gioco. Ma tra quelle anime penitenti non poteva mancare Horacio Elizondo , l’arbitro di quella notte memorabile, destinato a portare il peso eterno di ciò che vide, o forse non volle vedere, sotto gli occhi del mondo intero.
Zinedine “Non fu la perfezione a condurlo quassù” proseguì il poeta, “ma la nobiltà con cui seppe portare il peso del proprio errore. Perché gli uomini ricordano la testata, ma dimenticano la dignità che volle difendere e la grandezza che mostrò nell’accettarne il prezzo.”
Infatti, nessuna pena gravava su di lui. Soltanto una lieve malinconia, simile a quella che accompagna i grandi campioni quando comprendono che persino la gloria più alta resta cosa umana e imperfetta. Zidane alzò lo sguardo verso il cielo luminoso e sorrise. E in quel sorriso vi era più pace di quanta ne avessi veduta in molti vincitori.

Procedendo oltre, là dove il fragore delle curve si spegneva in un silenzio solenne e il cielo pareva tracciato da infinite linee bianche come quelle d’un campo perfetto, giungemmo nella Piana dei Giudici del Pallone. Non era Inferno né Paradiso, ma

Torna ai contenuti
Icona dell'applicazione
Bibliomax Installa questa applicazione sulla tua schermata principale per un'esperienza migliore
Tocca Pulsante di installazione su iOS poi "Aggiungi alla tua schermata"