La Commedia del Pallone
Tra sogni, inferni e redenzioni sportive:
dove il calcio si trasforma in rito, memoria e bellezza
Di notte dormo poco. Mille pensieri mi frullano nella testa, inquieti come stormi nel buio. Ma per un attimo mi abbandono tra le braccia di “Oniria” , giusto il tempo di un breve viaggio. Un viaggio in una città impossibile, nato forse dal desiderio di incontrare un amico che non avrei mai potuto conoscere davvero. Non era Firenze e non era Milano, eppure conservava qualcosa di entrambe, vicoli medievali illuminati da schermi luminosi, campane che suonavano insieme ai cori da stadio, un cielo nero attraversato da riflettori simili a comete. Una sorta di sinestesia postmoderna innestata dentro un paesaggio antico.
Camminavo solo!
Tra le mani stringevo un vecchio libro consumato dal tempo. Quando lo aprii non trovai versi antichi, ma formazioni, nomi di calciatori, cronache di partite, simboli di squadre simili a stemmi nobiliari. Sulla copertina era inciso un titolo improbabile ma solenne,
“La Commedia del Pallone.”
Curioso ne lessi alcuni versi
Nel mezzo del cammin del campionato
mi ritrovai nella lotta invischiato,
ché la dritta classifica era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,
questa stagione selvaggia, aspra e forte,
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più l’esonero;
ma per parlar del poco ben trovato,
dirò di ciò che vidi in tale sorte.
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era piena di campioni la rosa
nel punto che ogni schema abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove nuovi mister eran chiamati
per sanar lo spogliatoio ormai distrutto,
guardai in alto e vidi gli spalti illuminati
da riflettori e cori indiavolati
che fan sognar contratti spropositati.
Allor fu la paura un poco spenta,
che nel profondo cor m’era durata
dopo due derby e un VAR da far tormenta.
Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta,
un arbitro leggero tutto in nero,
con l’aria di chi il fallo mai non avverta.
E mi si partia dinanzi al volto,
anzi impediva tanto il mio cammino
col fischietto riluttante e assai distolto,
coi cartellin nel taschino
che parean uscir fuor solo a comando
del quarto uomo o del destino.
E mentre io maledicea quel reo nefando,
venner giornalisti, opinionisti e stampa,
ognun parlando assai, ma capendo poco e manco.
Chi gridava, “La squadra è tutta stanca!”,
chi, “Ci vuol grinta!”, chi, “Serve il mercato!”,
e chi vendeva drammi a tutta banca.
Quand’ecco apparve il più temuto peccato,
il Procuratore, fiera famelica e ria,
che d’oro e commissioni era assetato.
Mai non empie la bramosa voglia sua;
ché dopo un rinnovo e un bonus ben pagato
vuol sempre più lusso, e nulla l’ha saziato.
Molti son gli assistiti ch’ha piazzato,
e più saranno ancora, infin che venga
un presidente povero ma disperato.
Temp’era dal principio del mattino,
e il sole illuminava San Siro intero
sopra l’erba bagnata dal destino,
quando m’apparve, quasi fosse vero,
un’ombra antica in mezzo alla tribuna,
con passo grave e tifo sincero.
Pareva uscito da novella bruna;
portava un manto rosso consumato
e una sciarpa annodata alla cintura.
V’era scritto, “Curva Tè”.
“Non temer,” disse, “uom tanto disperato;
ché molte squadre vidi andar nel fondo
e poi salvarsi al novantesimo sudato.”
“Allor se’ tu…” rispuosi tutto assorto,
“quel Dante che cantò d’inferno e stelle
e che mai vide un fuorigioco storto?”
Ed egli chinò il capo, quasi morto.
“Or seguimi tra curve e bagatelle,
ché ti convien veder l’etterno gioco
dove si dannan uomini e bandiere…
…e presidenti che esoneran mister
prima ancora del panettone.”
Credevo fosse uno scherzo o l’effetto di quelle ore insonni in cui il sonno tarda ad arrivare e la mente resta accesa, ostinata, a rincorrere immagini, ricordi e fantasie senza ordine. Ed è proprio in quella notte che immaginai questo viaggio assurdo, una specie di Divina Commedia calcistica, popolata non da santi e peccatori comuni, ma da uomini che hanno attraversato il football lasciando dietro di sé qualcosa di più, di semplici partite e risultati, ma figure diventate racconto, malinconia, leggenda popolare.
E così, quando l’ora è tarda e il sonno non arriva il silenzio della casa lascia spazio ai pensieri più strani, mi capita di immaginare che tra il calcio moderno e la Divina Commedia esista un legame profondo, quasi inevitabile. Più ci penso, più mi sembra che il football contemporaneo assomigli a quel lungo viaggio immaginato da Dante: una traversata fatta di cadute, illusioni, redenzioni e giudizi senza appello.
Forse mai come oggi questa somiglianza appare evidente guardando i Mondiali del 2026 . Un Mondiale smisurato. Quasi infinito. Tre nazioni ospitanti, città disperse tra deserti, metropoli e oceani, squadre costrette a viaggiare come pellegrini moderni, tifosi che attraversano continenti inseguendo novanta minuti di felicità. E soprattutto gironi interminabili, pieni di calcoli, classifiche, combinazioni e destini appesi a un gol segnato o sbagliato al novantesimo. A pensarci bene, sembra davvero una nuova geografia dantesca.
Nella Commedia tutto comincia con uno smarrimento. Dante si perde “nel mezzo del cammin di nostra vita”; oggi invece si smarriscono le nazionali dentro il ranking FIFA, qualificazioni infinite, playoff e tabelloni che sembrano costruiti da un Brunetto Latini impazzito. Ogni squadra entra nel torneo come un’anima chiamata a giudizio.
Fu allora che compresi; Dante Alighieri era vissuto nel nostro tempo. Poco dopo lo incontrai davanti ad uno stadio immenso. Indossava il suo mantello rosso, sotto portava una sciarpa color prugna consumata dai secoli. Non parlava come un uomo antico; parlava come chi aveva attraversato le passioni moderne riconoscendovi la stessa fame eterna degli uomini di ogni epoca.
Mi disse,
“Un tempo gli uomini combattean per regni e fede. Oggi combatton per stemmi cuciti sopra una maglia.”
“Siamo alle solite”, pensai.
Entrammo!
Quello stadio sembrava l’Inferno. Non c’erano fiamme, ma cori rabbiosi, televisioni accese all’infinito, replay eterni di errori mai perdonati. Sugli spalti sedevano anime condannate a rivivere per sempre il proprio peccato calcistico. Vidi dirigenti corrotti contare monete incandescenti. Arbitri inseguiti da folle senza volto. Calciatori che avevano tradito la propria gente vagavano nel ghiaccio, immobili, con addosso maglie che cambiavano colore senza mai fermarsi. In un settore remoto apparve Diego Armando Maradona . Non sedeva tra i dannati, ma tra i beati del Paradiso; e tuttavia la sua luce giungeva ovunque, fin negli abissi infernali. Troppo grande per essere contenuta nei soli cieli, la sua presenza attraversava ogni regno. Era circonfuso insieme di luce e d’ombra, come quelle anime che Dante amò troppo per poterle davvero condannare.
Dante mi sussurrò,
“Non posso giudicar per ciò che fece, ma rimane il sol che guida.”
Poi aggiunse, quasi parlando a sé stesso,
“Alcuni uomini nascon per esser tempesta.”
A quel punto iniziammo il cammino! Ed ecco allora i gironi.
L’inferno è fatto di cerchi concentrici, ognuno destinato a una diversa categoria di peccatori. Nel calcio moderno esistono gironi altrettanto crudeli, gruppi dove basta una distrazione per precipitare nel caos, dove una favorita può trasformarsi improvvisamente in dannata sportiva. Ogni partita diventa una sentenza. Chi sbaglia un rigore decisivo viene condannato ai replay eterni della televisione. Chi tradisce la propria squadra resta inseguito dai fischi delle curve come da anime vendicatrici. Chi fallisce sotto pressione viene ricordato più per l’errore che per tutto ciò che aveva fatto prima. E sopra tutto domina il giudizio. Nella Commedia è Dio a stabilire il contrappasso; nel calcio moderno esistono arbitri, VAR , moviole, regolamenti sempre più severi. Ogni fallo ha la sua pena. Ogni simulazione il suo castigo. Ogni gesto viene rivisto, rallentato, discusso milioni di volte. A volte penso che il VAR assomigli quasi a Minosse : osserva, giudica e decide in quale cerchio debba cadere il colpevole.
Giunti all’ingresso non trovammo una porta monumentale, né un arco solenne, ma un moderno cancello custodito da una fila di tornelli. Sopra di essi campeggiava una scritta.
“Non abbandonate mai la speranza, voi che entrate. Perché nessun luogo al mondo è abitato da una fede più irragionevole di quella del tifoso”.
I tornelli si ergevano davanti a me come la porta dell’Inferno, con una differenza fondamentale, i dannati di Dante almeno sapevano di essere condannati, mentre i tifosi continuano a credere che questa sarà la volta buona. Migliaia di anime li attraversavano ogni settimana, affidando il proprio umore, la propria serenità e talvolta persino il pranzo della domenica a novanta minuti di eventi largamente incontrollabili. Una volta oltrepassata quella soglia, la speranza smetteva infatti di appartenere al tifoso e veniva consegnata al più imprevedibile degli dèi, il “gioco del calcio”. Da quel momento un palo al novantesimo, una deviazione fortuita o un rigore dubbio potevano decidere il destino di intere esistenze emotive. Eppure nessuno sembrava farci caso. Con l’incoscienza dei pellegrini e l’ottimismo degli innamorati, tutti continuavano a entrare.
Poco più innanzi Nel Limbo del calcio, là dove Dante pose “coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”, si stendeva una pianura grigia, senza stadio e senza silenzio vero, come un perenne pomeriggio di amichevoli senza storia. Qui non vi erano né fiamme né luce compiuta, ma una sospensione eterna, simile a quella dei “miseri che mai non furon vivi”.
Mi accorsi che il Vate taceva come colui che riconosce un destino minore ma irrimediabile, le anime degli ignavi del pallone. Primo tra essi vi era Luis Silvio Danuello , che camminava senza mai scegliere davvero la direzione del gioco. Non dannato, non glorioso, ma sospeso come un pallone che non trova mai la porta né la tribuna. “Né punta e né ponta”. Il suo passo è leggero e incerto, come quello di chi ha calpestato il calcio senza mai riuscire ad appartenergli davvero. Accanto a lui stava Eneas de Camargo figura quieta e velata, come se il suo passo non appartenesse del tutto al presente ma a una memoria che continua a chiamare casa da lontano. In lui non vi era l’assenza del talento, ma la dolce e malinconica sospensione di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Nel Limbo del calcio, la sua anima sembrava abitata da una saudade profonda, una nostalgia senza oggetto preciso, come quella dei naviganti che ricordano porti mai realmente raggiunti. Era una malinconia dolce e incolmabile, che non rimpiange una vittoria, ma un tempo possibile che non si è mai incarnato nel mondo. Più in là, tra ombre che si muovono come figurine scolorite, vi era Sergio Elio Fortunato , che pareva ripetere all’infinito una carriera mai pienamente compiuta, come un canto che non arriva mai alla sua ultima nota. Ogni suo gesto sembrava iniziare senza mai diventare storia. E ancora il triste Waldemar Victorino in maglia rossoblu, che portava con sé il peso di un nome che altrove aveva conosciuto gloria, ma qui si dissolveva in una terra neutra, dove ogni impresa è uguale alla sua assenza. Aveva perso la “Garra Charrua” . Nel Limbo, anche la memoria della vittoria perde consistenza, come “fumo e ombra senza sostanza”. Poi François Zahoui il “moretto” di Ascoli, la pallina Zigulì, che avanzava con garbo e timidezza, senza mai dare un vero segno di se stesso per poi rifarsi in terra d’oltralpe. E infine, tra tutti, il più smarrito appariva Jorge Luis Caraballo , figura estrema di questo girone sottile, come se in lui si condensasse la natura stessa dell’ignavo calcistico, non la colpa, non il fallimento, ma la mancata impronta. Dante avrebbe forse detto che egli “non fu tra i vivi”, perché nel calcio non è bastato esserci, ma scegliere di esserci. E così queste anime restavano nel Limbo del pallone, senza fiamme e senza luce, senza esultanza e senza condanna, in un eterno campionato che non inizia mai e non finisce mai, dove il destino più duro non è perdere, ma non aver mai davvero partecipato alla battaglia del senso.
Poco più in la, in un luogo, quasi illuminato da grazia divina vi era il Limbo degli Spiriti Magni, un luogo per coloro che sono stati “giusti” e “sapienti”, ma che restano fuori dalla “grazia”. Giungemmo dinanzi a quel luogo di quiete solenne, avvolto in una luce incompleta ma non priva di dignità. Li vi era il “Nobile Castello delle Lune d’Oriente ”, il Limbo dei giusti che vissero in Terra con dignità e fede pagana, pur restando ai margini della grazia del trionfo finale.
Ivi sostava, Mohamed Al Tarabulsi , il portiere del Kuwait. Non vi erano tormenti attorno a lui, né pene infernali. Solo una luce incompleta, velata da una nostalgia eterna. Camminava lentamente sotto un cielo senza tramonto, come uno di quegli uomini giusti che, “pur non avendo conosciuto la grazia salvifica di Cristo, avevano attraversato il mondo con dignità e fede”. Accanto al suo guardiano Al Tarabulsi, che sostava in quella luce incompleta e velata, scorsi un’ombra cinta da nobili vesti, che ancora parea scendere i gradini d’un’immensa tribuna invisibile per farsi giudice sopra il prato. Era lo Sceicco del Kuwait , colui che in un pomeriggio spagnolo dell’ottantadue osò sfidare il tempo e il regolamento, entrando nel verde recinto per “chieder ragione d’un torto che solo il suo cuore avvertiva”, sospendendo il mondo intero tra lo stupore e il fischio. Dante, osservando quel gesto che ancora parea ripetersi come un’eco nel silenzio del Limbo, mi sussurrò.
“Guarda colui che il fischio finale non attese, ma nel campo entrò con regale sdegno, a chieder conto alle francesi offese”.
Egli non risiedeva tra i dannati perché il suo ardire non nacque da malvagità, ma da una bizzarra e assoluta pretesa di giustizia; ora camminava tra gli spiriti sospesi, prigioniero d’un istante in cui il potere s’era fatto gioco e il gioco s’era fatto silenzio. In quella stessa soglia sospesa, dove le imprese restano incompiute e la gloria non diventa mai pienamente Paradiso, appariva anche Saeed Al-Owairan, il bomber dell’Arabia Saudita. La sua corsa contro il Belgio viveva ancora nell’aria come un’eco che non trova mai il suo ultimo passo, un lampo che continua a illuminare senza mai spegnersi del tutto. Non correva più verso una porta, ma dentro la memoria stessa del gesto, come se il calcio fosse condannato a ripetersi per eternità in forma di ricordo. E poco oltre, come figura nata da un verso improvviso della storia, si muoveva Rabah Madjer . Non camminava, sembrava scivolare sull’erba immobile del Limbo, con la leggerezza di chi ha trasformato un istante in mito. Il suo nome portava ancora addosso il riflesso di quel colpo di tacco, gesto impossibile e necessario insieme, con cui aveva piegato il tempo della finale e riscritto la geometria del possibile. Attorno a lui non c’era esultanza, ma una quieta ripetizione del gesto, il pallone che passa, il tacco che lo sfiora, la rete che si muove appena, come se l’universo calcistico fosse rimasto intrappolato in quell’attimo perfetto e irripetibile. In questa quiete correva colui che nato all’ombra delle grandi piramidi ma che fu consacrato re sotto il cielo di Liverpool. Il mio Duca mi sussurrò.
“Colui che vedi è ‘l grande incantatore, d’Egitto natio, d’Anfield è re, e del Cairo è ‘l fardello, luce di speme a chi lo guarda e ammira, veloce come strale in suo cammino”.
Era Mohamed Salah la fenomenale ala dei faraoni che scattava sulla fascia destra, con la palla incollata al sinistro, i difensori avversari sanno già che al solo vederlo, è già troppo tardi.
Lasciate le pianure grigie del Limbo, dove le anime sbiadiscono come vecchie figurine, Dante mi guidò verso una fenditura nella roccia che esalava un profumo di salamella e fumo di vecchi fumogeni, entrammo in “Dite” . Penetrammo in una vasta caverna, simile a quella descritta dal filosofo di Atene, ma qui la luce non veniva dal sole, bensì dal riverbero azzurrognolo di mille schermi catodici, era l’antro delle visioni colorate. Ivi vidi anime sedute su casse di birra, costrette a dare le spalle all’uscita e a fissare le ombre proiettate sulla parete da un fuoco perenne fatto di schedine bruciate. Quelle ombre non erano uomini, ma sagome giganti che parevano disputare una partita infinita di soli replay.
Dante mi sussurrò:
“Guarda color che del ver non han nozione, prigionieri d’un riflesso che li incanta, fan del tifo la propria visione”.
Al centro, c’era colui che “parea il duce di quel luogo”, s’ergeva Donato Cavallo . Portava sul capo un elmo di cuoio e una maglia rossonera che pareva intessuta di sogni. Egli urlava contro le ombre della parete, convinto che ogni macchia scura fosse un torto subìto o un segno di “viuuuulenza” del suo diavolo. Poco distante, seduto sopra un macigno che sembrava la cabina d’un carro pesante, scorsi Felice “Tirzan” La Pezza . Stringeva tra le mani un panino enorme, gli occhi suoi, piccoli e lucidi, seguivano un’ombra bianconera che correva sulla roccia, convinto di trovarsi ancora sulla via per Torino. Infine, in un angolo dove la polvere era più grigia, sedeva Franco Alfano . Piangeva miseria, tenendo in mano una schedina sgualcita fatta di cenere. Guardava l’ombra di un nerazzurro che sbiadiva e sussultava a ogni rumore, temendo che l’ombra del mattarello della moglie lo raggiungesse fin lì.
Dante sorrise, osservando quel trittico di passioni deformate,
“Costoro non cercano il male, ma la bellezza nel riflesso del loro tormento. Per loro il calcio è l’unica luce possibile dentro questa tenebra”.
Poco più in là oltre l’Acheronte , là dove le “rupi scoscese e brune” della passione diventano gradinate infuocate e il tifo perde misura fino a farsi eco di guerra, Dante avrebbe forse riconosciuto una delle sue più cupe Malebolge , quella delle tifoserie assolute, dove l’identità non è più appartenenza ma contrapposizione eterna. Qui le curve non cantano soltanto, tuonano come la “città dolente”, e ogni coro sembra nascere non dalla gioia del gioco, ma da una memoria antica di conflitto, come se il pallone fosse soltanto il pretesto ultimo di una contesa più profonda. Tra queste ombre si levano le tifoserie dello Stella Rossa e del Partizan di Belgrado , divise come anime che non hanno mai attraversato lo stesso fiume di pace, due metà della stessa città, due inferni specchiati, dove il “vetici” tra Deljie e Grobari , non finisce mai, ma si ripete “per contrappasso eterno”, come pena che non conosce domenica. Più in là, sull’orlo di una costa che pare frangersi come mare in tempesta, sta la Torcida dell’Hajduk Spalato , come spiriti legati a una pietra e a un vento, dove il mare Adriatico sembra riflettere non la quiete, ma la nostalgia armata di un’identità assoluta. E ancora, nelle bolge dove il canto si fa urlo e il fumo oscura il cielo, si agitano le tifoserie di Millwall e West Ham , Londra divisa in due, con una stessa anima che non trova riconciliazione. Qui il calcio è come una “selva oscura” urbana, dove il confine tra appartenenza e scontro si assottiglia fino a scomparire e riemergere in tempesta implacabile. E in mezzo a queste fratture, come una cicatrice indelebile che attraversa la geografia stessa dei Balcani, si apre il derby di Mostar , dove la città si divide come un’anima spezzata. Lo “Stari most” diventa memoria di ciò che unisce e insieme separa. Qui la “Neretva” non è soltanto acqua, ma confine simbolico tra due sponde che si guardano come “anime prigioniere d’un medesimo dolore”, e ogni partita sembra ripetere un’antica ferita mai sanata, dove il calcio non ricuce ma ricorda. Penetrando nel cerchio più rovente, là dove il tifo smette di essere gioco per farsi visione assoluta. Qui vidi ardere le anime della “Familia” del Beitar , sospese in una tensione che non conosce tregua. Accanto a loro, quasi a riflettere il medesimo ardore, si agitavano gli ultras del PAOK Salonicco, avvolti nel bianco e nel nero della loro fede, come anime condannate a custodire per l’eternità una passione incapace di conoscere quiete. Tra gli ultimi giungemmo dove il fragore della Legia trasforma lo stadio in memoria e orgoglio, lì, ogni partita non è che il riflesso di una ferita storica, un destino che travalica i confini del campo per farsi rito collettivo, tra rabbia e ira.
Dante, volgendo lo sguardo a questo inferno di spalti, sentenziò che;
“Qui non è il gioco a generare l’arsura, ma il cuore dell’uomo quando smarrisce ogni misura”.
E tra quelle anime che della passione aveano fatto idolatria, vidi una figura che camminava col capo chino, perseguitata da una scia di fuoco che mai si spegneva. Era Giovanni Fiorillo , colui che in un derby romano scagliò dagli spalti un razzo che non cercava vittoria né gloria, ma trovò il petto innocente di un padre di famiglia, Vincenzo Paparelli . Non urlava come gli altri dannati, né prendeva parte ai cori eterni delle curve infernali; procedeva invece solo, seguendo con lo sguardo quella fiamma che per contrappasso gli tornava innanzi senza mai consumarsi.
Dante osservò quella pena e disse:
“Vedi colui che fece della passione cieca strumento di rovina; ché quando il tifo dimentica l’uomo e adora soltanto il proprio vessillo, il gioco muore e resta solo la colpa”.
La fiamma correva innanzi a lui per l’eternità, memoria d’un gesto che trasformò una festa di popolo in lutto senza ritorno. Le tifoserie si trasfigurano così in anime collettive, spiriti sospesi che non sanno né salire né scendere, ma restano incatenati ad un eterno presente di passione assoluta. In questa geografia del sentimento, dove l’identità si fa destino, ogni domenica diventa un giudizio senza appello e ogni coro, levandosi dalle gradinate, si trasforma nel taglione di chi ha scelto di fare del proprio colore l’unica legge del mondo.
Nell’abisso, dove i violenti sono immersi nel Flegetonte , un fiume di sangue bollente, vidi anime condannate a un agonismo esasperato. Tra loro spiccavano Andoni Goikoetxea , il “macellaio di Bilbao”, Terry Butcher , con la fronte perennemente squarciata, e il granitico Pasquale Bruno a guardia della difesa, un baluardo invalicabile, la cui sola presenza bastava a spegnere il coraggio degli avversari prima ancora del fischio d’inizio. Ma colui che, tra tutti, “parea più vicino alla fiera che all’umano” era Vinnie Jones , intriso di sangue bollente che “sul corpo suo si facea furia e tempesta”. Tra le ombre di coloro che in vita conobbero il vigore come sola parola, scorsi una figura di titanica ampiezza, che reggeva sulle proprie spalle il peso di due diverse nazioni. Era Luisito Monti , colui che agli albori del tempo calcistico fu detto “Doble Ancho” per la vastità del suo dominio e per il terrore che il suo incedere incuteva in chiunque osasse sfidare il centro del campo. Egli non s’agitava come i dannati più giovani, ma stava immobile nel mezzo del sangue bollente, come una colonna d’antico tempio che non cede alla bufera, custode di un calcio dove il cuoio era pesante come pietra e il perdono non era virtù del prato.
Dante, volgendo lo sguardo a quel gigante di granito, mi disse:
“Guarda colui che tra due mondi corse, col cuore di ferro e ‘l passo grave, che d’ogni attacco il desiderio morse”.
Egli risiedeva in quel luogo non per malvagità, ma perché l’anima sua era stata “tempesta troppo grande”. Quel sangue bollente immaginato da Dante assomiglia all’agonismo esasperato del calcio moderno, a quella tensione continua che vive sul confine sottilissimo tra competizione e violenza. Per questo servono figure incaricate di ristabilire l’ordine: arbitri, capitani, VAR. Custodi di un equilibrio fragile, proprio come i Centauri infernali che pattugliano il Flegetonte impedendo al caos di divorare tutto. Ve n’era uno dai baffetti appena accennati, ma d’aspetto severo e d’inflessibile contegno; e tanta era l’autorità che dal suo volto traspariva, che parea reggere con ferma mano l’ordine tra l’infinita schiera dei dannati. Sicilia fu la terra che gli diede i natali, e nel suo incedere austero pareva rivivere l’ombra di Concetto Lo Bello , quasi fosse egli custode e giudice di quell’eterno dolore.
Quivi Dante mi fece discendere ancor più sotto, per una fenditura oscura aperta nel ventre stesso dell’Inferno. Vi si entrava attraverso un buco angusto, simile alla tana d’una bestia antica, e da quell’antro saliva un fetore insopportabile di marcio e corruzione, tale da far arretrare persino il respiro. Pareva che ogni cosa imputridisse senza mai consumarsi, e che l’aria fosse intrisa delle menzogne e degli inganni accumulati in lunghi anni di potere.
Dante, vedendo il mio sgomento, disse:
“Questo è il Cocito del Pallone, ove son puniti coloro che non tradirono una squadra soltanto, ma l’anima stessa del gioco”.
Vidi che non vi erano calciatori né tifosi, ma uomini di potere, uomini che avevano governato il calcio e ne avevano fatto strumento dei propri interessi. Il primo che riconobbi sedeva sopra un trono costruito con coppe incrinate, statuti consunti e documenti corrosi dal tempo. Cercava incessantemente di innalzare torri fatte di contratti e banconote, ma ogni edificio crollava sotto il proprio peso prima ancora di raggiungere l’altezza d’un uomo.
Era Sepp Blatter . Attorno a lui spiravano venti gelidi che portavano parole come “trasparenza, etica e rinnovamento”; ma ogni volta che tentava di afferrarle, esse si dissolvevano in cenere e fango, lasciandolo solo tra le rovine delle proprie costruzioni. Procedendo oltre scorsi un uomo basso e corpulento che stringeva tra le mani monete incandescenti. Egli le contava senza sosta, ma ogni volta quelle si mutavano in pesanti palloni di piombo che gli cadevano ai piedi con cupo fragore. Era “Gegio” Gaggiotti . Attorno a lui si levavano sussurri senza volto, accordi segreti, promesse e strette di mano che non giungevano mai a compimento, come se l’intera sua esistenza fosse rimasta imprigionata in un eterno negoziato senza conclusione. Più innanzi giungemmo nel punto più freddo e fetido della bolgia, dove vermi pallidi strisciavano sopra una pozza d’acqua gelida e immobile. Al centro di quella melma ghiacciata stava un uomo che muoveva incessantemente le mani. Tirava fili invisibili, li annodava, li intrecciava e li dirigeva verso arbitri, dirigenti e palazzi lontani; ma ogni filo si spezzava non appena veniva teso. Era Lucianone . Attorno a lui risuonavano all’infinito squilli di telefoni ai quali nessuno rispondeva più.
“Costui”, disse Dante con voce grave, “volle governare il destino del gioco più che il gioco stesso”.
Vidi che la sua pena non era il dolore, bensì l’impotenza. Per l’eternità avrebbe continuato a muovere fili destinati a non raggiungere alcuno, prigioniero del medesimo disegno che in vita aveva creduto di poter dominare.
Più oltre giunsi in una valle dove non si udivano grida di rabbia, ma pianti sommessi, anticipava un lezzo insopportabile di caffeina e taurina, simile ad una bevanda infernale che toglieva il sonno.
Qui “v’erano le anime di coloro che avevano perduto non una partita, ma il nome, il colore, e la storia. Qui non son puniti quelli che han fallito sul campo, ma coloro che han cancellato la memoria di chi quel campo aveva amato per generazioni.”
Non solo gli angeli ebbero ali, ma vidi che talvolta anche i demoni se ne adornano, quasi volessero ingannare il cielo con la loro apparenza di splendore. Così apparve innanzi a me una creatura dal volto lucente e dalle ali argentee, era la Red Bull , simbolo d’un calcio che aveva scambiato la memoria con il mercato e le radici con il nome di un padrone. Scorsi allora le anime dei vecchi tifosi, coloro che avevano amato quei colori prima che venissero mutati, che avevano pronunciato quei nomi prima che fossero cancellati. A Salisburgo e a Lipsia, il nuovo vento aveva spazzato via antiche insegne, sostituendo alla storia di una comunità un marchio senza passato.
Più in basso inoltrandoci in un “bosco dove non rami verdi, ma nodosi e neri s’intramavano al buio”, udii lamenti che non “avean bocca”. Erano le ombre di coloro che “per man propria troncaron lo stame della vita, anime che non seppero sostener la polvere d’un mondo che tutto esige e nulla perdona”. Tra loro Agostino Di Bartolomei , capitano silente che in un giorno di maggio scelse il silenzio eterno; Robert Enke , il guardiano che tra i pali della vita non seppe parare il colpo della nera malinconia; e Gary Speed , spirito nobile la cui mente fu vinta dal gelo. E “tra que’ tronchi che d’ogni lato s’attorceano”, scorsi pure Justin Fashanu , quello che “ebbe l’ardire di schiudere il core in un mondo di cuoio e di pietra”. Egli non fu vinto dal fango del campo, ma dall’odio sottile dei suoi simili, che mutarono il suo talento in vergogna e la sua gloria in solitudine. Lo vidi avvinto a un ramo che pareva tremare ancora del peso d’una condanna ingiusta, poiché cercò nel laccio l’unico scampo contro la brutalità del giudizio umano, là dove l’uomo non perdona a chi osa esser sé stesso. Costoro, che in vita cercaron la fuga estrema dal peso del fango, son ora radicati in una selva dove il calcio è solo un’eco lontana che non può più riscaldare il cuore di chi ha voluto smarrire la propria luce. Lontano disperso tra le pieghe del tempo intravedemmo anche Abdon Porte uno dei primi calciatori che non seppero regger la vita e “s’abbandonaron a l’insano gesto”.
In fondo a quella schiera stava colui che saltava… saltava… saltava sempre più in alto di tutti…. quasi cercasse ancora una sfera sospesa nell’aria. Era Sándor Kocsis , “l’Ungaro dalla Testa d’Oro”, colui che più d’ogni altro seppe far del salto un’arte e del cielo sopra l’area il proprio regno.
“Quando s’avvide che il sangue suo perdea vigore e corso, mutandosi quasi in pallida acqua.” Il poeta mi disse di ascoltar quella voce, flebile, malinconica.
Egli fra sé dicea, “Un balzo. Ancora uno. Destino, dimmi, perché dovrei temere questo salto? Ho trascorso una vita intera a sfidare la gravità e la sorte. Io ero figlio delle pianure danubiane, eppure il mio regno era l’aria. Molte volte lasciai la terra. Molte volte salii più in alto degli altri uomini. Là attendevo la sfera vagante, e con la fronte la colpivo come il fabbro colpisce il ferro incandescente. La folla gridava il mio nome. Ma ogni gloria dura quanto un volo.”
Un balzo. Poi silenzio.
Così parlava, l’ancor giovane ariete magiaro, mi parea che ogni sua parola fosse un colpo di testa librato oltre le schiere dei comuni mortali; ché in vita segnò reti innumerabili levando sé stesso sopra gli altri, quasi l’aria fosse il suo elemento naturale. E mentre il suo spirto ricordava i campi di Pannonia e le glorie di un Mundial perduto, vidi nei suoi occhi la malinconia di chi fu gigante tra gli uomini e poi conobbe il peso della caduta.
Più in basso sul bordo di un girone v’è una “Biblioteca Nera”, remota e silenziosa, ove ogni volume reca impresso il marchio dell’ombra; e al lento sfogliar delle sue pagine pare levarsi nell’aria il lezzo acre del peccato, della follia e della barbarie umana. Tra quei tomi funesti, nascosti fra la polvere del tempo e il lamento della memoria, sono custoditi i capitoli più oscuri della storia del calcio: vicende nelle quali il sottile confine che separa il senno dalla demenza, la passione dalla tragedia, si è infranto con fragore. Qui non si narrano soltanto le cadute di singole anime, ma il destino spezzato di moltitudini; non semplici errori o sconfitte, bensì sciagure collettive che hanno lasciato cicatrici indelebili nel cuore dello sport e dell’umanità. E così, come pellegrini smarriti in un girone dimenticato della memoria, ci accingiamo ad attraversare queste pagine tenebrose, là dove il calcio cessò d’essere gioco e divenne tragedia. Ascoltammo la storia di Ryszard Kapuściński nel 1969, durante la partita tra El Salvador e Honduras, passata alla storia come la “guerra delle cento ore” . Le tensioni sociali, politiche e territoriali che da tempo avvelenavano i rapporti tra i due paesi trovarono nel calcio la scintilla definitiva. Accadde ancora nella “Battaglia del Maksimir “, anticamera dell’inferno balcanico, “Balkanski pakao” quando una partita si trasformò nel simbolo dell’odio nazionalista che avrebbe anticipato la dissoluzione della Jugoslavia. Gli spalti ribollivano di rabbia, la violenza travolse il campo, schiere di diavoli volavano su Zagabria e ciò che doveva essere sport divenne il riflesso di una guerra imminente.
Procedendo oltre, lungo gli argini di quella bolgia dove l’aria era densa di un fumo acre e d’inchiostro, giungemmo là dove la “parola si fa veleno e la lingua precede la spada”. Vidi una schiera di cronisti e commentatori, anime condannate a gridare verità parziali e a vendere “drammi a tutta banca”, parlando assai ma comprendendo poco o manco. Costoro, che in vita avevano trasformato il racconto in tribunale, erano ora travolti da una bufera di fogli volanti e schermi infranti, condannati a rivivere il caos che avevano alimentato. In un punto dove la tensione pareva farsi sangue, scorsi le ombre di Corrado Pizzinelli e Antonio Ghirelli . Vidi le loro penne trasformate in tizzoni ardenti, poiché furono loro a scagliare la scintilla che incendiò la “Battaglia di Santiago “. Le loro cronache, scritte con la superbia di chi non vede l’altro, agirono come un richiamo alle armi, trasformando un campo di gioco in una bolgia di pugni e risse continue, dove l’agonismo si trasmutò in ferocia cieca.
Dante, con sguardo severo, mi sussurrò:
“Guarda come la parola sconsiderata trovi qui il suo tragico contrappasso, chi seminò vento di parole tra nazioni e genti, ora raccoglie la tempesta della violenza che non conosce misura”.
Poco distante scorsi un’aula sotterranea che sembrava una sala stampa d’un tempo senza fine, ma avvolta in un silenzio che “facea tremar le vene e i polsi”. Ivi sedeva una schiera di allenatori e opinionisti, ma con orrore vidi che non aveano volto né orecchie: erano anime che in vita aveano parlato assai capendo poco e manco, e ora il contrappasso li condannava a un’eterna e cieca mutilazione. Essi erano impossibilitati a sentire il fragore delle parole che piovevano dall’alto, prigionieri d’un riflesso che li incantava senza mai donar loro il vero. Sopra un