Presentazione di Andrea Baldinotti
Come molti di voi sanno, io sono un addetto ai lavori. Ma prima ancora di questo sono, semplicemente, un appassionato di sport. E, da storico dell’arte di formazione, porto sempre con me uno sguardo un po’ particolare su ciò che leggo e su ciò che osservo.
Oggi parleremo di due libri che, a mio modo di vedere, hanno molto in comune. Non tanto per l’argomento — il calcio, il Subbuteo, la memoria sportiva — quanto per il tono della scrittura. Un tono che non è soltanto discorsivo, affabulatorio, limpido: è soprattutto un modo di raccontare un passato che appartiene a tutti noi.
Un passato che è, in fondo, la ragione stessa per cui siamo qui oggi.
Ma soprattutto è un modo per restituirci una parte di noi stessi: quella parte che, forse, abbiamo chiuso dentro la nostra memoria, come si chiude qualcosa di prezioso in una scatola.
E finalmente — lo confesso — ho capito anch’io, che non sono un giocatore, che cos’è davvero la scatola verde del Subbuteo.
Non è soltanto una scatola di cartone.
La scatola verde è ciò che custodiamo dentro di noi.
E al posto dei piccoli giocatori in miniatura ci sono i nostri ricordi.
C’è la nostra memoria.
Una memoria — mi viene da dire con la stessa delicatezza narrativa di Grazia Deledda — che possiamo accantonare, che possiamo perfino dimenticare. Ma che, fatalmente, in certi momenti della nostra vita torna a bussare alla porta.
Il primo dei due libri di cui parliamo oggi è quello di Massimo Fiore, veronese, laureato in Scienze dell’Educazione, biblioteconomia e archivistica. Una vera autorità nel suo campo.
Basti pensare che ha raccolto oltre settemila tipologie di squadre del Subbuteo, costruendo una vera e propria enciclopedia di questo gioco.
I suoi lavori costituiscono i primi volumi di una collana dedicata al Subbuteo e al calcio come fenomeno culturale, ma soprattutto rappresentano un tentativo affascinante: leggere il calcio come specchio della società contemporanea.
Un’idea che non è affatto nuova nella riflessione culturale europea: già pensatori e scrittori hanno visto nello sport una metafora della vita, una lente attraverso cui comprendere i comportamenti collettivi.
Il libro di Massimo si intitola:
“Quando il mondo stava in una scatola: racconti di calcio, Subbuteo e di tempo perduto”.
E per un lettore onnivoro come il sottoscritto è quasi inevitabile, davanti a quel sottotitolo — “tempo perduto” — pensare immediatamente alla grande opera di Marcel Proust, À la recherche du temps perdu.
Ma qui, in realtà, non si tratta affatto di tempo perduto.
Il tempo di chi racconta lo sport, di chi ne costruisce la memoria, non è un tempo che svanisce. È un tempo di eterno presente.
Nei racconti di Massimo — come in quelli dell’altro autore di cui parleremo — non esiste davvero né passato né futuro. La memoria non è una nostalgia immobile: è una presenza viva che continua ad accompagnarci.
I libri si aprono con un ricordo: quello del gioco da tavolo e di ciò che significava per i ragazzi negli anni Settanta — siamo tra il 1977 e il 1978 — quando il Subbuteo diventava improvvisamente qualcosa di più di un gioco.
Diventava un linguaggio.
Un linguaggio che permetteva una comunicazione immediata tra amici, una complicità quasi segreta. E, passatemi il termine, anche una straordinaria educazione alle regole, al rispetto dell’altro, al valore della sfida.
È un’eredità che si accumula senza che ce ne accorgiamo.
La portiamo con noi per anni. Possiamo perfino dimenticarla.
Ma prima o poi siamo quasi costretti a riscoprirla.
E Massimo continua, per desiderio e per necessità, a scrivere proprio per questo: per riportare alla luce quella dimensione meravigliosa del gioco.
Dopo la parte introduttiva — in cui racconta la scoperta del Subbuteo, le partite con gli amici, quelle con il padre, gli avversari quasi mitologici — arriva una sorta di racconto epico.
C’è, per esempio, questa squadra cilena posseduta dagli amici: una squadra che appare quasi imbattibile, come un oggetto misterioso planato sulla Terra, qualcosa con cui non si sa come confrontarsi.
E poi, naturalmente, la realtà ridimensiona il mito.
Ma proprio in questo ridimensionamento si scopre la bellezza della normalità.
Dopo questa sorta di ouverture narrativa — che stabilisce il tono del libro — si susseguono una serie di racconti.
E insisto su questa parola: racconti.
Perché anche quando l’autore scende nei dettagli tecnici, anche quando affronta dati, statistiche, filologia sportiva, lo fa sempre con lo sguardo di un narratore.
Non è mai un testo asettico.
È un libro che scorre, che respira, che costruisce continuamente miti e storie.
E devo confessarlo: nella parte finale mi ha colpito profondamente.
Permettetemi una piccola parentesi personale.
Mio padre era un calciatore. Giocò nel Piombino nella seconda metà degli anni Quaranta, poi nel Parma. Dopo un grave incidente fu costretto a interrompere la carriera.
Diceva sempre:
“Sono arrivato a un passo così dal realizzare il mio sogno. Mi aveva comprato l’Inter.”
E invece tutto si fermò.
Ecco: leggendo queste pagine ho ritrovato l’esatta misura di quel sentimento.
Perché questo libro è fatto di sogni.
Di sogni realizzati e di sogni infranti.
E non è un caso che inizi con la parola sogno e termini con la parola sogno.
Come se due specchi si guardassero e si illuminassero a vicenda.
La prima volta che ho aperto queste pagine mi è venuta in mente una frase di Joseph Conrad.
Conrad diceva una cosa straordinaria:
Il senso di una storia non sta nella storia stessa — nella trama, nell’inizio o nella fine — ma in ciò che la circonda, come la foschia che avvolge una nave nel mare.
È il tono a dare senso a una storia.
Ed è proprio questo tono — epico, malinconico, ironico — che rende vivi i racconti di questo libro.
È un libro fatto di complicità e condivisione.
Ma anche di uno sguardo particolare sul calcio.
Come me, Massimo ama gli outsider. Ama le periferie del calcio, le storie marginali.
Ho apprezzato moltissimo, ad esempio, i capitoli dedicati al calcio romeno: un’isola felice durante il regime di Nicolae Ceaușescu, poi lentamente svanita insieme ai sogni di un’intera nazione.
Oppure le storie delle piccole squadre, quelle che ai Mondiali appaiono per un attimo e poi scompaiono. Meteore che attraversano la nostra memoria calcistica.
Sono storie che fanno sorridere.
A volte commuovono.
Ma soprattutto raccontano la vita.
Penso, ad esempio, a un episodio memorabile dei Mondiali del 1974: la partita tra Zaire e Germania.
Un giocatore dello Zaire esce improvvisamente dalla barriera su un calcio di punizione e colpisce la palla prima del tiro.
Tutti risero.
Sembrò il gesto ingenuo di chi non conosce le regole del calcio.
Ma la verità era molto più tragica: il dittatore del paese aveva minacciato la squadra. Se avessero perso con troppi gol di scarto, non sarebbero tornati a casa.
Quel gesto — disperato e quasi poetico — era un atto di paura e di umanità.
Ecco cosa fa questo libro.
Racconta piccoli fatti per illuminare grandi storie.
Come quella del cane Pickles, che nel 1966 ritrovò la Coppa del Mondo rubata in Inghilterra, mettendo in imbarazzo persino la polizia di Scotland Yard.
Un cane che diventò un eroe nazionale.
Piccole storie, certo.
Ma storie che illuminano un paese intero.
E poi c’è l’ultimo capitolo, straordinario: “L’ultimo volo”.
Un capitolo che ricorda tutte le squadre distrutte da incidenti aerei.
Si parte inevitabilmente dal Grande Torino e dalla tragedia di Tragedia di Superga, fino ad arrivare al 2016 con la tragedia della Chapecoense.
Due squadre straordinarie.
Due sogni spezzati nel momento più alto.
E in questo capitolo compare una frase bellissima:
Questa storia nasce dove il rombo dei motori si spegne e resta solo il silenzio.
Un silenzio simile a quello di uno stadio vuoto.
E lo stadio vuoto è la negazione di tutto ciò che il calcio rappresenta.
Perché questi libri — quello di Massimo e quello di Fabio — sono libri pieni di voci.
Voci di tifosi, di giocatori, di amici, di sogni.
Sono libri fatti di suoni, di cori, di memoria collettiva.
Potrei continuare a lungo.
Ma voglio chiudere con una frase di un grande pensatore francese del Rinascimento, Michel de Montaigne.
Montaigne scriveva:
Quasi sempre i nostri sogni valgono assai più dei nostri discorsi.
E credo che questo sia il senso più profondo di questi libri.
Perché, in fondo, il calcio — come la letteratura — non è soltanto ciò che accade.
È ciò che continuiamo a sognare.
Grazie.
Lectio Magistralis
Signore e signori,
permettetemi di iniziare con una piccola confessione personale.
Io sono, come molti di voi sanno, un addetto ai lavori: uno storico dell’arte di formazione, abituato a interrogare le immagini, le tracce del passato, i segni che il tempo lascia sugli oggetti e sulle storie degli uomini.
Ma sono anche — e forse prima di tutto — un appassionato di sport.
E questa doppia prospettiva, quella dello studioso e quella del lettore curioso, mi porta spesso a guardare ciò che leggo e ciò che osservo con uno sguardo un poco obliquo, forse persino laterale. Uno sguardo che cerca di cogliere, dietro la superficie delle cose, il loro significato più profondo.
È con questo spirito che oggi ci avviciniamo ai libri di cui parleremo.
Libri che, al di là dell’argomento — il calcio, il Subbuteo, la memoria sportiva — condividono qualcosa di molto più importante: il tono della scrittura.
Un tono che non è soltanto discorsivo o affabulatorio. Non è soltanto chiaro. È qualcosa di più raro: è una scrittura capace di trasformare la memoria in racconto.
Perché raccontare lo sport — e il calcio in particolare — significa sempre raccontare qualcosa che appartiene a tutti noi.
Non è semplicemente il passato.
È una parte della nostra identità.
Una parte che spesso rimane chiusa dentro di noi come in una scatola.
Ed è qui che entra in gioco la metafora centrale del libro di Massimo Fiore: la scatola verde del Subbuteo.
Confesso che per molto tempo, non essendo un giocatore, quella scatola mi è sembrata soltanto un oggetto.
Un oggetto dell’infanzia, forse.
Poi ho capito.
Quella scatola non contiene soltanto miniature di giocatori.
Contiene qualcosa di molto più prezioso: la memoria.
Dentro quella scatola, al posto delle squadre dipinte a mano, ci sono i nostri ricordi.
E la memoria — come ci hanno insegnato tanti scrittori — è una materia fragile e capricciosa. Possiamo accantonarla, possiamo dimenticarla, possiamo persino credere di averla perduta.
Ma prima o poi ritorna.
Lo sapeva bene Marcel Proust, quando costruì il grande edificio narrativo della Recherche, insegnandoci che il tempo non è mai davvero perduto: è semplicemente in attesa di essere ritrovato.
Il libro di Massimo Fiore porta un titolo che non può non evocare quella tradizione:
“Quando il mondo stava in una scatola. Racconti di calcio, Subbuteo e di tempo perduto”.
Ma quel “tempo perduto”, in realtà, non è affatto perduto.
Il tempo dello sport — e soprattutto il tempo della memoria sportiva — è un tempo particolare.
Non è il tempo lineare della storia.
È piuttosto un eterno presente.
Quando ricordiamo una partita, un giocatore, una squadra, quel momento non è semplicemente passato: torna a vivere dentro di noi con una forza quasi intatta.
Ecco perché questi racconti non appartengono davvero né al passato né al futuro.
Appartengono a una dimensione più sottile: la dimensione della memoria condivisa.
Il libro si apre con un ricordo che molti di noi potrebbero riconoscere come proprio.
Siamo nella seconda metà degli anni Settanta, tra il 1977 e il 1978. In quegli anni il Subbuteo non era soltanto un gioco da tavolo.
Era una scoperta.
Era una piccola rivoluzione domestica.
Permetteva ai ragazzi di incontrarsi, di sfidarsi, di costruire amicizie. Ma soprattutto insegnava qualcosa che oggi sembra quasi dimenticato: il valore delle regole.
In quel piccolo rettangolo verde si imparava il rispetto dell’avversario, il piacere della competizione, la bellezza della condivisione.
E tutto questo si accumulava dentro di noi senza che ce ne accorgessimo.
La memoria funziona così: è un archivio silenzioso.
Lo sapeva bene Walter Benjamin quando parlava dell’arte del narratore, spiegando che ogni storia è in realtà un deposito di esperienze tramandate.
E infatti il libro di Massimo Fiore è, prima di tutto, un libro di racconti.
Uso questa parola con consapevolezza.
Perché anche quando l’autore si avventura nei territori più tecnici del calcio — statistiche, dati, genealogie di squadre e campionati — lo fa sempre con il passo del narratore.
Non c’è mai aridità.
C’è sempre racconto.
E ogni racconto diventa, inevitabilmente, mito.
In questo senso mi è tornata alla mente una riflessione di Joseph Conrad.
Conrad scriveva che il senso di una storia non sta semplicemente nella trama — nell’inizio, nello sviluppo o nella conclusione — ma in ciò che la avvolge.
Come la foschia che circonda una nave nel mare.
È il tono a dare significato alla narrazione.
Ed è proprio questo tono — insieme epico, malinconico e ironico — che attraversa le pagine di questo libro.
Sono pagine abitate da una particolare forma di simpatia umana: quella che si rivolge agli outsider, ai marginali, alle storie periferiche.
Massimo Fiore ama le squadre minori, le apparizioni fugaci, le meteore del calcio mondiale.
Racconta, ad esempio, il calcio romeno di un tempo — una realtà sorprendentemente vitale durante il regime di Nicolae Ceaușescu — poi lentamente dissolta insieme ai sogni di un’intera nazione.
Oppure le squadre dilettanti che, nei grandi tornei internazionali, compaiono per un momento sulla scena e poi scompaiono.
Sono storie minime.
Ma proprio per questo rivelatrici.
Il calcio, come la letteratura, spesso racconta il mondo attraverso i dettagli.
Pensiamo a un episodio diventato quasi leggendario dei Mondiali del 1974: la partita tra Zaire e Germania.
Un giocatore dello Zaire esce improvvisamente dalla barriera e colpisce la palla prima che venga battuta la punizione.
Un gesto apparentemente incomprensibile.
Molti lo interpretarono come un errore ingenuo.
Ma dietro quel gesto c’era una storia terribile: il dittatore del paese aveva minacciato la squadra. Se avessero perso con un passivo troppo pesante, non sarebbero tornati a casa.
Quel gesto era, in realtà, un gesto di disperazione.
Il libro è pieno di momenti simili: episodi minimi che improvvisamente aprono uno squarcio sulla storia.
Come la vicenda di Pickles, il cane che nel 1966 ritrovò la Coppa del Mondo rubata in Inghilterra, mettendo in imbarazzo perfino la polizia di Scotland Yard.
Una piccola storia, quasi comica.
Eppure capace di illuminare un’intera nazione.
Perché il calcio ha questa capacità rara: sa trasformare eventi minimi in mitologie collettive.
Il libro si conclude con un capitolo di grande intensità: “L’ultimo volo”.
Un capitolo dedicato alle squadre scomparse in incidenti aerei.
Si parte inevitabilmente dal Grande Torino e dalla tragedia di Tragedia di Superga.
E si arriva fino alla tragedia della Chapecoense nel 2016.
Due squadre diversissime.
Due epoche lontane.
Ma unite dallo stesso destino: il sogno interrotto nel momento più alto.
E c’è una frase, in questo capitolo, che rimane impressa nella memoria:
Questa storia nasce dove il rombo dei motori si spegne e resta soltanto il silenzio.
Il silenzio.
Il silenzio di uno stadio vuoto.
E lo stadio vuoto è forse l’immagine più inquietante che il calcio possa offrire.
Perché il calcio, in fondo, è fatto di voci.
Voci di tifosi, di amici, di bambini, di cronisti.
È un coro continuo che attraversa le generazioni.
E questi libri — il libro di Massimo Fiore e quello di Fabio — sono proprio questo: archivi di voci.
Memorie sonore.
Frammenti di vita.
Vorrei concludere con una riflessione che appartiene a uno dei grandi pensatori della modernità, Michel de Montaigne.
Montaigne scriveva che, quasi sempre, i nostri sogni valgono più dei nostri discorsi.
E forse è proprio questa la verità più semplice e più profonda.
Perché lo sport, come la letteratura, non vive soltanto nei fatti.
Vive nei sogni.
E quei sogni — anche quando sembrano lontani — continuano a custodirsi, silenziosamente, dentro una scatola.
Grazie.
Presentazione pubblica
Signore e signori,
ci sono libri che si leggono.
E poi ci sono libri che, in un certo senso, ci leggono.
Libri che aprono, dentro di noi, una stanza che credevamo chiusa. Una stanza fatta di ricordi, di voci lontane, di pomeriggi che pensavamo perduti per sempre.
Il libro di cui parliamo oggi appartiene a questa seconda specie.
Permettetemi, prima di tutto, una piccola premessa personale. Io sono uno storico dell’arte di formazione. Il mio mestiere consiste, da sempre, nell’interrogare le immagini del passato: affreschi, dipinti, statue, architetture. Oggetti che il tempo ha lasciato davanti a noi come segni da decifrare.
Ma accanto a questa vocazione professionale ce n’è un’altra, più semplice e forse più autentica: sono un appassionato di sport.
E chi ha studiato storia dell’arte sa bene che le immagini non sono mai soltanto immagini. Sono forme della memoria. Custodiscono il modo in cui una civiltà si racconta a se stessa.
Ecco perché parlare di calcio, parlare di gioco, parlare di Subbuteo non significa parlare soltanto di sport. Significa parlare di noi.
Significa parlare della nostra memoria collettiva.
Il libro di Massimo Fiore porta un titolo che è già, in sé, una dichiarazione poetica:
“Quando il mondo stava in una scatola. Racconti di calcio, Subbuteo e di tempo perduto”.
Ora, per un lettore che ha attraversato la letteratura europea, è quasi impossibile non sentire risuonare, dentro quelle parole, l’eco di un grande monumento della narrativa moderna: l’opera di Marcel Proust.
E tuttavia qui il tempo non è veramente perduto.
Il tempo della memoria sportiva ha una natura particolare. Non scorre via come il tempo ordinario. Rimane sospeso, come una luce che continua a brillare in fondo alla nostra coscienza.
Chiunque abbia amato il calcio lo sa.
Una partita vista da bambini non è mai davvero finita.
Continua a vivere dentro di noi.
E qui entra in scena la metafora più bella del libro: la scatola verde del Subbuteo.
Confesso che per anni quella scatola mi è sembrata soltanto un oggetto. Un oggetto domestico, quasi marginale, appartenente alla geografia sentimentale dell’infanzia.
Poi ho capito.
Quella scatola non contiene soltanto miniature di giocatori.
Contiene un mondo.
Dentro quella scatola, al posto dei piccoli omini di plastica, ci sono le nostre prime sfide, le nostre amicizie, i nostri pomeriggi interminabili, le nostre rivalità infantili e, soprattutto, la nostra prima educazione alla regola, alla lealtà, alla competizione.
In quella scatola — se vogliamo dirlo con le parole della grande letteratura — è custodito il nostro tempo ritrovato.
Il libro di Massimo Fiore comincia proprio da lì.
Siamo nella seconda metà degli anni Settanta. Gli anni in cui il Subbuteo entra nelle case, nelle camere dei ragazzi, sui tavoli della cucina. Gli anni in cui bastava un rettangolo verde di stoffa per trasformare una stanza in uno stadio.
Ma attenzione: ciò che Massimo racconta non è semplicemente la nostalgia di un gioco.
È qualcosa di molto più profondo.
È la nascita di una comunità.
Il Subbuteo diventa un linguaggio. Un codice condiviso. Una forma di socialità. Una palestra morale.
Si imparava a perdere.
Si imparava a vincere.
Si imparava, soprattutto, a rispettare l’avversario.
E tutto questo si accumulava dentro di noi senza che ce ne accorgessimo.
La memoria funziona così. Lavora in silenzio.
Lo aveva capito perfettamente Walter Benjamin quando scriveva che il narratore autentico è colui che trasmette esperienza, non semplicemente informazioni.
E infatti il libro di Massimo Fiore non è un saggio tecnico.
È un libro di racconti.
Uso questa parola con intenzione.
Perché anche quando l’autore entra nel territorio della statistica, della filologia calcistica, della ricostruzione storica, non perde mai il passo del narratore.
Ogni dato diventa una storia.
Ogni episodio diventa un piccolo mito.
In questo senso mi è tornata alla mente una riflessione di uno dei grandi maestri della narrativa moderna, Joseph Conrad.
Conrad diceva una cosa meravigliosa: il senso di una storia non sta nella trama — nell’inizio, nello sviluppo o nella fine — ma nell’atmosfera che la avvolge, come la foschia che circonda una nave in mare.
È il tono che trasforma un racconto in esperienza.
E il tono di questo libro è un tono insieme ironico, malinconico, epico.
È il tono di chi ama gli outsider.
Massimo Fiore guarda il calcio da una prospettiva laterale. Non si ferma alle grandi potenze del pallone. Non racconta soltanto i vincitori.
Gli interessano le periferie del calcio.
Le squadre minori.
Le apparizioni fugaci.
Le meteore che attraversano per un momento la scena del mondo e poi scompaiono.
Racconta, per esempio, il calcio romeno di un’altra epoca, quando sotto il regime di Nicolae Ceaușescu esisteva una sorprendente vitalità sportiva che sembrava sfidare il grigiore della storia.
Oppure racconta le squadre dilettanti che, ai Mondiali, compaiono come comparse di un grande teatro globale.
E qui accade qualcosa di straordinario: il calcio si rivela per ciò che è davvero.
Non soltanto uno sport.
Ma una forma di racconto del mondo.
Pensiamo a uno degli episodi più incredibili della storia dei Mondiali: la partita tra Zaire e Germania nel 1974.
Un giocatore dello Zaire esce improvvisamente dalla barriera e calcia via la palla prima che venga battuta la punizione.
Molti risero.
Sembrò il gesto ingenuo di chi non conosce le regole del gioco.
Ma la verità era un’altra.
Dietro quel gesto c’era la minaccia del dittatore del paese: se la squadra avesse perso con un passivo troppo pesante, i giocatori non sarebbero tornati a casa.
E allora quel gesto, apparentemente assurdo, diventa improvvisamente qualcosa di diverso.
Diventa un gesto umano.
Un gesto di paura.
Un gesto di disperazione.
Ecco cosa fa questo libro: prende piccoli episodi e li trasforma in storie universali.
Come la vicenda straordinaria di Pickles, il cane che nel 1966 ritrovò la Coppa del Mondo rubata in Inghilterra, mettendo in imbarazzo perfino Scotland Yard.
Una storia minuscola.
Eppure capace di illuminare l’immaginario di un intero paese.
Perché il calcio possiede questa qualità rara: trasforma il quotidiano in mitologia.
E poi arriva il capitolo finale.
Un capitolo che ha la gravità di una elegia: “L’ultimo volo”.
Qui il racconto si fa improvvisamente silenzioso.
Si parte dal Grande Torino e dalla tragedia di Tragedia di Superga.
E si arriva fino alla tragedia della Chapecoense nel 2016.
Due squadre lontane nel tempo.
Due storie diversissime.
Ma unite da una stessa ferita: il sogno spezzato nel momento più alto.
In quelle pagine compare una frase che non si dimentica.
Questa storia nasce dove il rombo dei motori si spegne e resta soltanto il silenzio.
Il silenzio.
Il silenzio di uno stadio vuoto.
E chi ama il calcio sa che non esiste immagine più inquietante.
Perché il calcio è, prima di tutto, un coro di voci.
Le voci dei tifosi.
Le voci degli amici.
Le voci dei bambini che imitano i loro eroi.
E questi libri — il libro di Massimo Fiore e quello di Fabio — sono esattamente questo: archivi di voci.
Memorie sonore.
Frammenti di vita che continuano a risuonare dentro di noi.
Vorrei chiudere con una frase che appartiene a uno dei più grandi spiriti della modernità europea, Michel de Montaigne.
Montaigne scriveva che quasi sempre i nostri sogni valgono più dei nostri discorsi.
E forse è proprio questo il punto.
Perché il calcio, come la letteratura, non vive soltanto nei risultati.
Vive nei sogni.
Nei sogni realizzati.
E, forse ancora di più, nei sogni che rimangono sospesi.
E quei sogni — anche quando crediamo di averli dimenticati — continuano ad aspettarci, silenziosamente, dentro una scatola verde.
Grazie.