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Poeti nel Calcio - Bibliomax

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Poeti nel pallone

Un viaggio letterario tra rito, mito e metafora della vita,
dalle intuizioni di Leopardi e Pasolini
fino all’epica dei maestri sudamericani

Testo di Massimo Fiore

C’è stato un tempo in cui il calcio aveva il sapore dei pomeriggi interminabili, delle radiocronache lontane, delle pagine sfogliate sotto una luce fioca, quando bastava un pallone per immaginare il mondo intero. È lì che tutto ha avuto inizio, tra le pagine ingiallite di un romanzo per ragazzi “Hanno rapito la Juve”, di Carlo Moriondo, dove il calcio smise improvvisamente di essere soltanto un gioco e diventò mistero, avventura, promessa. Da allora il rettangolo verde non fu più un semplice campo, ma un luogo narrativo, un territorio abitato da eroi imperfetti, da sconfitte memorabili e da sogni capaci di sopravvivere al tempo. Perché il calcio, prima ancora di essere industria o spettacolo, è stato un linguaggio dell’anima. Un rito collettivo capace di unire le periferie ai centri del mondo, le tribune popolari ai cortili polverosi, i bambini scalzi ai poeti. Era il “giuoco” antico e ingenuo che apparteneva a tutti, un gesto condiviso, quasi sacro, che trasformava la folla in comunità e la domenica in attesa. Dentro quello spazio si consumavano drammi, epiche minime, atti di speranza. Ogni gol sembrava poter fermare il tempo; ogni stadio custodiva una liturgia fatta di cori, silenzi e appartenenza. Oggi, però, qualcosa si è incrinato. Il calcio contemporaneo appare spesso come una gigantesca macchina globale, un universo liquido dove il tifoso rischia di dissolversi nella figura del consumatore e dove il rumore del mercato copre il battito del gioco. Gli stadi si sono trasformati in vetrine, i campioni in marchi, le emozioni in prodotti da esportazione. Eppure, proprio mentre il calcio sembra perdere la propria innocenza, nasce il bisogno di raccontarlo ancora. Di salvarne la memoria, la fragilità, la poesia nascosta sotto la superficie del business. È qui che interviene la letteratura. Come un ultimo rifugio contro l’oblio. Scrivere di calcio significa allora cercare ostinatamente quel frammento di bellezza che resiste: un dribbling improvviso, una parata disperata, un bambino che rincorre un pallone in una strada di periferia. Significa attraversare il gioco come Eduardo Galeano attraversava gli stadi del mondo, da mendicanti di meraviglia, alla ricerca di quell’attimo capace di restituire umanità a ciò che il profitto tenta di addomesticare. Questo capitolo nasce da quella ricerca. Dal desiderio di ritrovare il filo poetico che continua a vibrare anche dentro il calcio moderno. Attraverso Leopardi, Saba, Pasolini e le grandi voci della narrativa sportiva, il pallone smette di essere un oggetto e diventa metafora: della vita, della caduta, del desiderio di eternità che abita ogni essere umano. Perché il calcio, se osservato davvero, non racconta soltanto chi vince e chi perde. Racconta chi siamo. Queste pagine non chiedono al lettore di seguire semplicemente una storia sportiva. Chiedono qualcosa di più, di guardare oltre il risultato, oltre la cronaca, oltre il rumore incessante del presente. Di riconoscere, dentro un gesto tecnico o una partita dimenticata, un frammento della nostra condizione umana. Perché a volte basta un pallone che rotola nel fango di una periferia per ricordarci che la poesia esiste ancora e che qualcuno, da qualche parte, è ancora disposto a raccontarla.
Comincia tutto così …. Non potrebbe essere altrimenti.
C’era una volta… … in cui il calcio era poco più di un pallone che rotolava sull’erba, un gruppo di uomini che inseguiva un sogno semplice, quasi infantile. Era libertà, era respiro, era il battito spontaneo di una comunità che si riconosceva in un gesto condiviso. Il Novecento ha preso quel gioco e lo ha trasformato, lo ha scolpito, lo ha spinto oltre i confini dell’innocenza fino a farne qualcosa di immensamente più grande e infinitamente più complesso.
Oggi il calcio è un gigante. È spettacolo, è industria, è una delle forze globali più potenti e pervasive del nostro tempo. Ma dentro questo colosso continua a pulsare un’anima duplice, quasi contraddittoria. Da un lato, è abbraccio collettivo, una lingua universale che unisce popoli, accende passioni, crea identità. Dall’altro, è frattura, è tensione che si fa urlo, talvolta violenza, nelle sue pieghe si riflettono conflitti etnici, religiosi, politici, come cicatrici che riaffiorano sotto la superficie del gioco. Glasgow, Mostar, perfino una guerra, quella tra El Salvador e Honduras ci ricordano che il calcio non è mai soltanto calcio. Ed è proprio in questa tensione, in questa vertigine tra bellezza e conflitto, che il pallone ha trovato una nuova dimensione: quella della letteratura. Nella seconda metà del secolo scorso, il calcio ha smesso di essere soltanto cronaca per diventare racconto, simbolo, materia viva per poeti e scrittori. È entrato nelle pagine come entra in campo, con forza, con grazia, con imprevedibilità.
In Italia, si è fatto rito e metafora. Le parole di Saba lo hanno trasformato in un “miracolo” collettivo, un momento in cui l’ordinario si trasfigura. Pasolini, con lo sguardo lucido e appassionato, lo ha elevato a linguaggio del popolo: distinguendo due anime, tra un calcio “prosastico”, fatto di tecnica e disciplina, e calcio “poetico”, capace di invenzione e bellezza improvvisa. E ancora prima, quasi in anticipo sui tempi, Leopardi ne intuiva la profondità, vedendo nel gioco uno specchio dell’esistenza umana, con le sue illusioni e le sue cadute. Dall’altra parte dell’oceano, in Sudamerica, il calcio diventa epica. Non più soltanto metafora, ma narrazione potente, quasi mitologica. Galeano, Soriano, Vázquez Montalbán, lo stesso Jorge Valdano, le loro parole trasformano il rettangolo verde in un campo di battaglia, dove si intrecciano storia e politica, sogni e oppressioni. Ogni partita diventa racconto di un popolo, ogni gol una scintilla di speranza o un grido di rivolta contro le ombre della dittatura. Così il calcio si rivela per ciò che è davvero: non un semplice sport, ma un prisma. Un prisma che scompone la luce della società in mille sfumature, oscillando senza tregua tra la purezza del gesto atletico e la complessità delle dinamiche umane. È poesia e industria, rito e conflitto, sogno e realtà. E forse è proprio in questa tensione, in questa eterna oscillazione, che risiede il suo fascino più profondo, perché nel calcio, come nella vita, nulla è mai solo ciò che appare.
Secondo una mia visione di analisi dello sport, messa in relazione non solo come gesto atletico ma anche come fatto narrativo è poetico, il testo sportivo non è mai un reperto statico, ma qualcosa di vivo, un codice che si riattiva ogni volta che viene attraversato, letto, riletto e amato. In Italia il calcio entra nella letteratura già in chiave allegorica, prima ancora di diventare fenomeno organizzato. Il caso più noto è quello di Giacomo Leopardi, che nei primi anni dell’Ottocento compone “A un vincitore nel pallone” nel 1821, poema in cui celebra il vincitore di una partita di “gioco con la palla” nelle Marche. Pur appartenente a un contesto giovanile e pre‑romantico, il testo anticipa la riflessione leopardiana sulla fugacità della gloria, il trionfo del giocatore è immediatamente accomiatato dal senso della sua provvisorietà, anticipando il tema della vanità delle cose mondane. Per questo, l’analisi di “A un vincitore del pallone” di Giacomo Leopardi non si limita alla spiegazione, ma diventa una riscrittura interpretativa, una traduzione emotiva del suo nucleo profondo. In un autunno del 1821, Giacomo Leopardi si trova tra il pubblico dello Sferisterio di Macerata, attirato da uno spettacolo allora amatissimo: una partita di palla al bracciale, sport vivace e popolare, lontanissimo dal calcio moderno. Tra gli applausi della folla, il poeta assiste alle straordinarie imprese di Carlo Didimi, campione celebrato e acclamato come un eroe del suo tempo. Attorno a lui si accende l’entusiasmo dei tifosi e quella giornata, apparentemente ordinaria, si imprime nella memoria di Leopardi con una forza inattesa. L’impressione è tale che, entro la fine di novembre dello stesso anno, quell’esperienza si trasforma già in poesia. A testimonianza della rapidità e dell’intensità dell’ispirazione, Leopardi annota in calce ai versi, “Finita l’ultimo di novembre 1821 a Recanati”. Il componimento verrà poi pubblicato nel 1824, nell’edizione bolognese delle Canzoni, stampate dalla tipografia Nobili. Ciò che rende questa lirica particolarmente significativa non è solo l’evento sportivo in sé, ma il modo in cui Leopardi lo trasfigura. Il poeta e il campione sono quasi coetanei, eppure sembrano appartenere a due dimensioni opposte, da una parte Carlo Didimi, incarnazione di una giovinezza vigorosa, serena e trionfante; dall’altra lo stesso Giacomo Leopardi, segnato dalla malattia, dalla solitudine e da una sensibilità che lo esclude dalla pienezza fisica che osserva con ammirazione e distanza. Il campione diventa così una figura ideale, quasi simbolica, il “garzon bennato”, il giovane fortunato e vitale, opposto all’immagine del poeta stesso, che si riconosce piuttosto nel passero solitario, estraneo alla festa del mondo. Eppure, nel testo, Leopardi compie una scelta precisa, non nomina mai direttamente né Didimi né il gioco che lo ha reso celebre. L’atleta si dissolve in una dimensione più alta e quasi mitica, accostato agli eroi dell’antichità, ai guerrieri greci di Maratona che combattono con il “greco acciaro”. L’episodio sportivo si trasforma così in qualcosa di diverso, non cronaca, ma riflessione. Da questa trasfigurazione emergono alcuni nuclei della poetica leopardiana: il confronto tra antichi e moderni, l’ammirazione per la vitalità fisica come forma autentica di esistenza e la meditazione sulla gloria umana destinata a essere consumata dalla caducità del tempo. È proprio il tempo a dominare l’apertura della poesia, dove il poeta augura al vincitore che il suo nome possa resistere alla “fiumana” degli anni. In queste parole si nasconde anche una sottile ironia della storia. Leopardi, desiderando per Didimi una fama duratura, diventa in realtà colui che gliela garantisce, consegnandolo all’immortalità poetica. In definitiva, A un vincitor del pallone mostra con chiarezza la capacità di Leopardi di partire da un episodio concreto e quotidiano per elevarlo a meditazione sull’esistenza. Lo sport diventa così simbolo di energia vitale e di rigenerazione, mentre l’atleta si trasforma nell’immagine di una pienezza che il poeta osserva, ammira e al tempo stesso, sente irrimediabilmente lontana.
Questo testo rappresenta il primo prototipo narrativo del calcio moderno, anche se lo sport non è ancora quello contemporaneo. Qui il “gioco del pallone” non è industria, non è spettacolo globale, ma già contiene il suo destino future, ovvero, la trasformazione del gesto atletico in mito sociale. Nel testo emergono tre livelli, quello corporeo (il gesto) dove Il corpo dell’atleta è celebrato nella sua perfezione momentanea, la velocità, la forza e il controllo. Il secondo livello è sociale (la folla). La comunità osserva, acclama, costruisce un eroe. Ma questa costruzione è instabile, dipendente dall’istante. Infine il terzo livello esistenziale (il tempo). Questo è il livello leopardiano più profondo, tutto ciò che viene elevato è destinato a cadere. La gloria non è negata, ma resa transitoria. In sintesi Leopardi in “A un vincitore del pallone” non racconta soltanto una vittoria sportive, mette in scena il destino stesso della vittoria. Il giovane atleta non è un punto di arrivo, ma un passaggio. Un lampo di perfezione dentro un universo che non conosce permanenza. Il gioco diventa così una metafora radicale della condizione umana: brillare, essere visti, e poi scomparire. Qui l’autore sembra allacciarsi alla fragilità del corpo umano dell’atleta visto nel capitolo “Cuore Matto” dove campioni celebrati come: Taccola, Curi, Feher, Foè, Puerta e Morosini potrebbero incarnare la figura di Carlo Didimi ma haimè incontrando l’atrocità della morte e il richiamo alla fragilità del campione o del momento stesso.

A un vincitore del pallone
Di gloria il viso e la gioconda voce,
Garzon bennato, apprendi,
E quanto al femminile ozio sovrasti
La sudata virtude. Attendi attendi,
Magnanimo campion (s’a la veloce
Piena de gli anni il tuo valor contrasti
La spoglia di tuo nome), attendi e ‘l core
Movi ad alto desio. Te l’echeggiante
Arena e ‘l circo, e te fremendo appella
A i fatti illustri il popolar favore;
Te rigoglioso de l’età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

Non del barbaro sangue in Maratona
Tinse l’invitta destra
Que’ che gli atleti ignudi e ‘l campo eleo,

Che stupido mirò l’ardua palestra,
Nè la palma beata e la corona
D’emula brama il punse. E ne l’Alfeo
Forse le chiome polverose e i fianchi
De le cavalle vincitrici asterse
Tal che le greche insegne e ‘l greco acciaro
Guidò de’ Medi fuggitivi e stanchi
Ne le pallide torme; onde sonaro
Di sconsolato grido
Gli alti gorghi d’Eufrate e ‘l servo lido.

Vano dirai quel che disserra e scote
De la virtù nativa
Le riposte faville? e che del fioco
Spirto vital ne gli egri petti avviva
Il caduco fervor? Le meste rote
Da poi che Febo instiga, altro che gioco
Son le cure mortali? ed è men vano
De la menzogna il vero? A noi di lieti
Inganni e di felici ombre soccorse
Natura istessa; e là dove l’insano
Costume a i forti errori esca non porse,
Ne gli ozi infermi e nudi
Mutò la gente i gloriosi studi.

Tempo forse verrà ch’a le ruine

De le italiche moli
Insultino gli armenti, e ‘l greve aratro
Sentano i sette colli; e pochi Soli
Forse fien vòlti, e le città latine
Abiterà la cauta volpe, e l’atro
Bosco mormorerà fra le alte mura;
Se la funesta de le patrie cose
Obblivion da le perverse menti
Non isvelgono i fati, e la matura
Clade non torce da le abbiette genti
Il ciel fatto cortese
Dal sovvenir de le passate imprese.

A la patria infelice, o buon garzone,
Sopravviver ti doglia.
Chiaro per lei stato saresti allora
Che del serto fulgea di ch’ella è spoglia,
Nostra colpa e fatal. Passò stagione,
Chè nullo di tal madre oggi s’onora:
Ma per te stesso al polo ergi la mente.
Nostra vita a che val? solo a spregiarla;
Beata allor che ne’ perigli avvolta,
Se stessa obblia, nè de le putri e lente
Ore il danno misura e ‘l flutto ascolta;
Beata allor che ‘l piede
Spinto al varco leteo, più grata riede.

Umberto Saba
Nel XIX° secolo, il calcio è ancora poco presente nella letteratura “alta”. È però con il Novecento che il calcio diventa materia di poesia sistemica. Umberto Saba introduce il tema nel 1934 con il ciclo “Cinque poesie per il gioco del calcio”, poi inserito nel “Canzoniere”. In questi testi, Saba descrive il boato dello stadio, il coro del tifo per la Triestina, la tensione prima del fischio d’inizio e la gioia del gol, trasformando il calcio in rituale di comunità. Tra le poesie del ciclo, la più celebre è “Goal”, in cui il momento del gol è descritto come “miracolo” collettivo, un’epifania del quotidiano in cui il gesto individuale si fonde con il respiro della folla.
A Trieste il mare non è mai soltanto uno sfondo, è una presenza viva, inquieta, che entra nelle strade, nei pensieri, nel carattere stesso dei suoi abitanti. È un confine e insieme un’apertura, una promessa e una distanza. Per Umberto Saba, che in questa città trovò il suo rifugio più intimo, quel “cantuccio” da cui osservare il mondo e raccontarlo con voce schiva e pensosa, il mare rappresenta proprio questa tensione continua, essere sempre un po’ altrove, sospesi tra ciò che si è e ciò da cui ci si sente lontani, cullati nell’instabilità della vita umana. Trieste, infatti, è da sempre una città di frontiera. Stretta tra il Carso e l’Adriatico, protesa verso l’Europa centrale e al tempo stesso radicata nella cultura italiana, ha vissuto una storia complessa, segnata da passaggi politici e identitari che l’hanno resa quasi una città “in bilico”. Austro-ungarica, poi italiana, contesa, attraversata da influenze slave e latine, Territorio libero, poi ancora Italia. Trieste porta dentro di sé una duplicità profonda, che non è frattura ma convivenza. È un luogo in cui le identità si sovrappongono, si sfiorano, si mescolano, creando un’atmosfera unica, difficilmente riducibile a una definizione semplice. In questo senso, Saba ne diventa il narratore più autentico, ne coglie l’anima concreta, quotidiana, ma anche quella più nascosta, fatta di inquietudini e di silenzi. La città, come accenna l’autore, appare come un “ragazzaccio”, ruvido e vitale, popolato di operai, cantieri, voci popolari, ma anche attraversato da una vivacità culturale sorprendente. È proprio questa mescolanza tra il prosaico e il poetico che affascina Saba: la possibilità di trovare, dentro la realtà più umile, un significato universale. Non è un caso che egli scelga il calcio, il gioco più popolare, come materia poetica. Non perché fosse un vero tifoso, ma perché era profondamente curioso dell’umanità, desideroso di avvicinarsi alla vita degli altri, di comprenderne i gesti, le passioni, i riti collettivi. Così nascono le “Cinque poesie per il gioco del calcio”, e tra esse “Goal”, dove lo stadio diventa un microcosmo della società. Qui le differenze sociali si annullano, non esistono più professioni, ruoli, gerarchie. Nel momento del gol, tutti si abbracciano indistintamente: il dottore e l’operaio, il poeta e il falegname uniti da una gioia improvvisa e totale. È un attimo sospeso, in cui le angosce quotidiane si allontanano e l’uomo ritrova una forma primordiale di comunità. Ma, come nella vita, anche nel calcio convivono gioia e tragedia. La figura del portiere, in particolare, assume in Saba un valore quasi simbolico. È colui che difende, che resiste, ma anche colui che può cadere, che può essere travolto da un singolo episodio. In questo senso, la poesia sabiana sembra anticipare drammi reali del calcio, come quello vissuto da Moaçir Barbosa nella finale del Coppa del Mondo del 1950: il portiere che, dopo un errore decisivo, viene lasciato solo, quasi condannato da un’intera collettività. Si dice che Barbosa morì due volte, la prima sul campo, la seconda per natura. Saba, molti anni prima, aveva già intuito questa dimensione tragica, questa esposizione estrema dell’individuo di fronte al giudizio degli altri. Eppure, accanto alla caduta, in Saba c’è sempre la possibilità della condivisione. Nei suoi versi, un compagno che tende la mano, un abbraccio, un gesto semplice diventano segni di una solidarietà profonda. Il calcio, come la vita, è fatto di episodi, attimi che decidono tutto, improvvisi rovesciamenti, emozioni che si accendono e si spengono. In questo, Saba si avvicina a una sensibilità quasi leopardiana: l’illusione, il desiderio, la caducità dell’esperienza umana si riflettono anche nel gioco più popolare del mondo. E sullo sfondo, sempre, c’è Trieste. Il vento della bora che attraversa le strade, il mare che si apre e si chiude come un respiro, la folla che si raduna sugli spalti seguendo la sua squadra, l’Union Triestina, con le sue maglie rosse contraddistinte dall’alabarda cittadina. Una città che si racconta molti anni dopo anche attraverso il suo derby, con la Ponziana, squadra operaia del quartiere di San Giacomo, che per anni scelse di giocare nel campionato jugoslavo, certe cose potevano capitare solo qui nella Trieste delle tensioni sociali, e delle sue passioni collettive. Al Grezar una domenica la Juve o il Milan, quella successiva, lo Stella Rossa o il Partizan, chissa cosa avrebbe scritto Saba. In fondo, per l’autore, scrivere di calcio significa scrivere dell’uomo. Significa osservare da vicino quel misterioso intreccio di solitudine e appartenenza, di dolore e gioia, che definisce l’esistenza. E Trieste, con il suo mare inquieto e la sua anima plurale, resta il luogo ideale per questa osservazione, una città che, come i suoi versi, non smette mai di oscillare tra malinconia e vitalità, tra distanza e desiderio di incontro. Per Saba il calcio non è soltanto un gioco, ma un piccolo teatro della vita in cui si riflettono, con sorprendente nitidezza, le emozioni più autentiche degli esseri umani. Nelle sue poesie dedicate a al calcio, il poeta riesce a trasformare un evento quotidiano, apparentemente semplice e popolare in universale, tra questi componimenti, “Goal” occupa un posto speciale, è forse il più noto, il più immediato, e al tempo stesso il più profondamente umano. Pubblicata nel 1934, una poesia semplice quasi popolare dalla struttura lineare, ma dove al suo interno si muove una complessa rete di sguardi, emozioni e punti di vista. Saba, fedele alla sua idea di “parola onesta”, rinuncia a ogni artificio eccessivo per affidarsi a un linguaggio limpido, accessibile, capace però di penetrare nel cuore delle cose. È proprio questa apparente semplicità a rendere la poesia così intensa, il calcio diventa il mezzo attraverso cui raccontare la gioia, il dolore, la solidarietà. Fin dai primi versi, il lettore è catapultato nel vivo dell’azione. Non c’è introduzione, non c’è distanza: siamo già dentro la scena, accanto al portiere della squadra sconfitta. Il suo gesto, quello di gettarsi a terra, nascondere il volto, racconta più di mille parole. La sconfitta non è solo sportiva, ma emotiva, quasi esistenziale. Persino la luce del sole, normalmente simbolo di vita e calore, diventa “amara”, una sinestesia che amplifica il senso di smarrimento e umiliazione, forse comprensibile solo chi c’è stato tra i pali, il portiere figura unica e solitaria. Eppure, proprio in questo momento di solitudine, emerge un segno di umanità profonda. Cosa che non troverà il povero Barbosa. Un compagno si avvicina, gli parla, lo incoraggia. Non serve sapere cosa dice, conta il gesto, la presenza. In quell’atto semplice si manifesta il valore dell’amicizia, capace di resistere anche nella sconfitta. Poi lo sguardo si sposta. Come una macchina da presa che cambia inquadratura, la poesia ci porta dall’altra parte del campo… << linea ad Ameri…>>. Qui tutto è diverso, esplode la gioia, il movimento, il rumore della folla. I giocatori della squadra vincente si stringono attorno all’autore del goal, lo abbracciano, lo sollevano quasi. Anche il pubblico partecipa, trasformando lo stadio in un unico corpo festante. È un momento sospeso, straordinario, che rompe la monotonia del quotidiano. Saba coglie con sensibilità questa parentesi di felicità collettiva, in cui per un attimo gli uomini smettono di essere schiacciati dalle loro passioni e diventano protagonisti attivi di una gioia condivisa. Nell’ultima strofa, la prospettiva cambia ancora, e con essa il tono si fa più riflessivo. Il protagonista è ora il portiere della squadra vincente. A differenza degli altri, non corre, non si mescola alla folla, resta accanto alla porta, quasi isolato. Ma la sua è solo una distanza fisica. Interiormente, egli partecipa pienamente alla festa. La sua gioia si esprime in gesti spontanei, una capriola, dei baci e infine in una dichiarazione che suona come una rivelazione: «Della festa, anch’io son parte». È una frase semplice, ma decisiva. In essa si condensa il senso profondo della poesia, la felicità non è solo un fatto individuale, ma qualcosa che si condivide, che si riconosce anche a distanza, che unisce. Perché il calcio unisce un’intera città, un popolo, una nazione, ne assorbe la cultura della quotidianità.
Attraverso questi tre sguardi, il dolore del vinto, l’euforia dei vincitori, la partecipazione silenziosa di chi osserva, Saba costruisce un piccolo affresco dell’umanità. Il calcio diventa così metafora della vita, con le sue cadute e le sue esultanze, ma soprattutto con la sua capacità di creare legami. Ogni gesto, anche il più semplice, contiene in sé una possibilità di incontro, una mano tesa, un abbraccio, una parola, che si manifesta la grandezza della poesia di Saba: nel saper riconoscere, dentro le cose più comuni, la straordinaria verità dell’essere umano.
Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla- unita ebrezza - par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch’io son parte.

Ho trattato di “Goal” come prima poesia, la più importante e conosciuta del poeta triestino, ma la prima poesia sul calcio di Saba è “Squadra Paesana” scritta nel 1933 quando la Triestina disputava il suo quinto campionato di Serie A, allenata dal tecnico ungherese Karoly Csapkay a centro campo aveva un giovane Nereo Rocco e in attacco Coriolano Palumbo, in quella stagione la Triestina giunse 11a con 30 punti. Tanto bastò per attirare l’attenzione del vate giuliano, incuriosito dall’interesse e dall’entusiasmo del suo bibliotecario per quella squadra. Tutto ebbe inizio in un giorno qualunque, eppure destinato a mutare ogni cosa. Saba, distante, quasi estraneo alla febbre del calcio, varca per la prima volta i cancelli dello stadio di Trieste, non ancora ahimè Grezar, accompagnato dalla figlia, il cui entusiasmo innocente lo guida come una luce. Egli non comprende ancora, che senso può avere tanto ardore, tanta disperazione, per una semplice sfera di cuoio. Che mistero si cela dietro quel fremito collettivo? Ma poi accade. Come una rivelazione improvvisa, quasi mistica, l’aria si carica di energia. Il boato della folla lo travolge, lo avvolge, lo trascina. I gesti dei giocatori si fanno epici, le loro corse diventano battaglie, i loro tiri fendenti di destino. E Saba, l’uomo scettico, si scopre improvvisamente parte di quel rito, prigioniero e al contempo liberato da un entusiasmo che non credeva possibile. In quell’istante, qualcosa cambia per sempre, egli diventa cantore del calcio, voce intensa di una passione collettiva. Nel suo sguardo, i calciatori della Triestina non sono più semplici atleti, sono eroi moderni, giovani e splendenti, avvolti da una gloria che li rende quasi immortali agli occhi del popolo. Essi sfidano la pioggia, il vento, il fango, portando in campo non solo il corpo, ma l’anima intera. E mentre combattono sul rettangolo verde, sembrano lontani anni luce dalle angosce quotidiane che opprimono gli uomini comuni. Eppure, proprio in questa apparente semplicità, si cela il segreto più profondo. Saba coglie il calcio come “pratica quotidiana”, come rito domenicale che scandisce la vita, fatto di gesti ripetuti, di attese e speranze. Ma dietro questi gesti si apre un abisso di significato, il campo diventa la vita stessa, gli spalti il teatro delle passioni umane. Ogni partita è una metafora, ogni azione un riflesso delle lotte, dei sogni, delle cadute e delle rinascite che ciascuno affronta. E allora, tra quei versi, si diffonde un profumo lontano, struggente, quello di un calcio antico, puro, carico di ideali. Un calcio che non era soltanto competizione, ma emozione, appartenenza, valore morale. Oggi, mentre il tempo scorre e trasforma ogni cosa, resta una domanda sospesa, quasi un eco, i protagonisti di questo sport incarnano ancora quella grandezza? La risposta, non appartiene al poeta. Ma a chi legge, a chi ricorda, a chi ancora sente battere il cuore al ritmo di una folla in festa.

Squadra paesana

Anch’io tra i molti vi saluto, rosso- alabardati,
sputati dalla terra natia,
da tutto un popolo amati.

Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari esprimete con quello antiche cose
Meravigliose sopra il verde tappeto,
all’aria, ai chiarisoli d’inverno.

Le angoscie che imbiancano i capelli all’improvviso,
sono da voi così lontane!
La gloria vi dà un sorriso fugace:
il meglio onde disponga.
Abbracci corrono tra di voi, gesti giulivi.

Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa.
V’ama anche per questo il poeta, dagli altri
diversamente - ugualmente commosso.
Nella poesita “Tre momenti” Saba trasfigura la partita di calcio in qualcosa che va ben oltre il semplice evento sportivo, elevandola a rito collettivo e a metafora dell’esistenza. Tutto prende avvio con l’irruzione dinamica dei giocatori, che entrano in campo “di corsa”, come se già fossero immersi in una dimensione altra, sospesa tra spettacolo e cerimonia. Il loro gesto inaugura un duplice momento di riconoscimento, prima il saluto formale alle tribune, poi quello più autentico e viscerale rivolto alla folla popolare, compatta e “nera”, che vibra nei settori più vivi dello stadio. È proprio in questo secondo scambio che si coglie un legame profondo, quasi indicibile, un sentimento che, come suggerisce Saba, sfugge alle parole e non può essere pienamente nominato. Lo sguardo del poeta si restringe quindi su una figura isolata, il portiere, inizialmente immobile come una sentinella che vigila sul proprio confine. Ma quando il gioco si accende e il pericolo si addensa improvviso come un “nembo”, la sua immobilità si spezza, il portiere si trasforma, si fa creatura istintiva, una “giovane fiera” pronta allo scatto, raccolta su sé stessa mentre studia l’avversario con tensione primordiale. In questo momento si concentra il culmine dell’azione, la difesa della porta diventa una lotta silenziosa e intensa, finché, scongiurata ogni minaccia, la tensione si dissolve in un’esplosione corale. Le grida dei tifosi si intrecciano e si accendono come “razzi”, dando vita a un’esultanza condivisa che travolge ogni cosa. Alla fine, la vittoria smette di appartenere soltanto agli atleti e si trasforma in un dono offerto alla collettività. Il trionfo degli undici giocatori esce idealmente dai confini del campo e si riversa sulla città, diventando un “fiume d’amore” che abbraccia e nobilita Trieste. In questa fusione di energia sportiva e sentimento civico, Saba riesce a rendere la squadra il simbolo vivo di un’identità condivisa, in cui l’entusiasmo del gioco si intreccia indissolubilmente con l’affetto per la propria comunità.
Tre Momenti

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune.
Poi,quello che nasce poi,
che all’altra parte rivolgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come sentinella.
Il pericolo lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessuna offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

“La tredicesima partita” di Saba si inserisce nel contesto della Trieste di inizio Novecento. In questo ambiente urbano e popolare, fatto di periferie, campi sportivi e vita quotidiana semplice, Saba trova l’ispirazione per raccontare scene comuni, caricandole di significati profondi. “La tredicesima partita” nasce proprio da questo mondo, un campo di calcio di periferia, pochi spettatori, una partita qualunque. Ma dietro questa scena semplice si riflette il clima dell’epoca, un senso di precarietà, di cambiamento e anche di bisogno di comunità dopo le difficoltà storiche vissute. Saba, infatti, scrive in un periodo in cui la poesia italiana si sta rinnovando, scegliendo uno stile più diretto e umano, legato alla realtà. In questo modo, riesce a trasformare un momento quotidiano in una riflessione più ampia sulla vita, sul tempo che passa e sul valore dello stare insieme, anche quando tutto sembra finire. Quando il giorno stava finendo, e il sole sembrava troppo stanco per restare ancora in cielo, un piccolo gruppo di persone sedeva su gradini freddi, davanti a un campo di calcio un po’ malandato. Non erano tanti, anzi, pochi, pochissimi. Ma stavano stretti tra loro, e in quel modo riuscivano a scaldarsi, non tanto per il tempo, ma per il semplice fatto di essere insieme. Il sole, grande e rosso, scivolò piano dietro una casa, lasciando il campo in una luce strana, né giorno né notte. Era una luce quasi magica, che faceva sembrare tutto diverso, i giocatori, con le maglie rosse e bianche, correvano avanti e indietro come in un sogno, senza fermarsi mai. La partita continuava, anche se faceva freddo e la sera stava arrivando. Il vento ogni tanto cambiava la direzione del pallone, come se volesse dire la sua. E sembrava proprio che la fortuna, quella che decide chi vince e chi perde, avesse chiuso gli occhi, lasciando tutto al caso. Proprio come succede nella vita. Le persone sugli spalti non facevano tanto rumore. Guardavano, seguivano ogni passaggio, ogni corsa. Erano pochi, ma si sentivano uniti, quasi importanti. Come se fossero gli ultimi rimasti al mondo, su una montagna, a guardare qualcosa di grande che stava per finire. E in quel momento, anche se avevano freddo e forse erano un po’ tristi, provavano qualcosa di bello, il piacere di essere lì. Insieme. A guardare quella partita, che non era solo una partita, ma sembrava raccontare tutta la vita. Perché, in fondo, quel campo, quel vento, quel pallone che rimbalzava… erano come la vita stessa, a volte chiara, a volte confusa, a volte giusta, a volte no. Ma sempre da vivere, fino all’ultimo momento.




La Tredicesima partita
Sui gradini un manipolo sparuto
si riscaldava di se stesso.
E quando
- smisurata raggiera - il sole spense
dietro una casa il suo barbaglio, il campo
schiarì il presentimento della notte.
Correvano sue e giù le maglie rosse,
le maglie bianche, in una luce d’una
strana iridata trasparenza. Il vento
deviava il pallone, la Fortuna
si rimetteva agli occhi la benda.
Piaceva
essere così pochi intirizziti
uniti,
come ultimi uomini su un monte,
a guardare di là l’ultima gara.

Nell’ultima poesia sul calcio di Umberto Saba analizzata, emerge con forza il tema dell’infanzia come spazio autentico e fragile, contrapposto al mondo adulto. Il fanciullo sta in piedi sul muretto, sottile come una linea di confine tra il gioco e il mondo. Accanto a lui, una bandiera solitaria trema appena, come se partecipasse anche lei a quel rito segreto. La sua voce, ancora incerta, a tratti acuta come un galletto, si alza nell’aria limpida, portando con sé amori appena nati e piccoli crucci che già sembrano enormi. Non c’è vergogna, ma solo urgenza, il bisogno di dire, di incidere il proprio nome e quello degli altri nel cielo del pomeriggio. È un gioco, sì, ma ha la serietà dei riti antichi. Dal muretto, lui e gli altri ragazzi lanciano nomi come frecce, li gridano più in alto possibile, più forte degli altri, come se in quel gesto si misurasse il loro esistere. I nomi volano leggeri e tremanti, fragili come tutto ciò che appartiene all’infanzia, eppure preziosi, carichi di un significato che nessun adulto saprebbe cogliere davvero.
In quell’istante il tempo sembra sospeso. La scena, così semplice e quotidiana, si fissa con chiarezza struggente nella memoria di chi osserva, o forse ricorda. Vive, viva e intatta, come un’immagine lieta custodita dentro, pronta a riemergere al tramonto dei giorni, quando la giovinezza imberbe si allontana, ma non scompare mai del tutto. È una felicità sottile, fatta di poco e proprio per questo irripetibile.
Sotto il muretto passano gli adulti, i calciatori, gonfi di un’energia rumorosa e sicura di sé. Camminano senza alzare lo sguardo, presi dalla loro importanza, ciechi a ciò che accade appena sopra di loro. Non vedono quei ragazzi, non sentono i loro nomi lanciati nell’aria: vedono tutto, tranne ciò che davvero conta. Eppure è proprio lì, in quell’acerbo fermento, che si nasconde la bellezza più autentica, incompiuta, marginale, destinata a sfuggire. Solo chi sa ricordare, o chi sa ancora guardare come un fanciullo, può fermarla e salvarla, restituendole voce, luce e durata.

Fanciulli allo stadio

Galletto
è alla voce il fanciullo; estrosi amori
con quella, e crucci, acutamente incide.
Ai confini del campo una bandiera
sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa - a sera - dei miei giorni imberbi.

Odiosi di tanto eran superbi
passavano là sotto i calciatori.
Tutto vedevano, e non quegli acerbi.

In conclusione, l’opera di Umberto Saba si rivela profondamente radicata nella realtà quotidiana, ma capace di trasformarla in uno spazio di verità universale. Anche quando sceglie un tema apparentemente semplice e popolare come il calcio, Saba non rinuncia mai alla sua ricerca più autentica: comprendere l’uomo nei suoi sentimenti essenziali, nelle sue contraddizioni, nella sua fragile grandezza. Nelle “Cinque poesie per il gioco del calcio”, il campo diventa un vero e proprio teatro dell’esistenza. Qui si incontrano e si scontrano emozioni opposte: la gioia improvvisa del gol e il dolore silenzioso della sconfitta, l’esaltazione collettiva e la solitudine individuale. In questo spazio, ogni gesto acquista valore simbolico e ogni figura, in particolare quella del portiere, incarna una condizione umana più ampia, fatta di attesa, responsabilità e possibile caduta. Fondamentale è anche il legame con Trieste, città di confine e di identità plurime, che riflette perfettamente la tensione presente nei versi di Saba: tra appartenenza e distanza, tra radicamento e inquietudine. Come Trieste, anche la sua poesia vive di contrasti che non si risolvono, ma convivono in equilibrio instabile. Attraverso uno stile semplice, fedele alla sua idea di “parola onesta”, Saba riesce a dare voce a una verità profonda, la poesia non deve allontanarsi dalla vita, ma entrarvi dentro, coglierne i momenti più autentici, anche i più umili. Il calcio, in questo senso, diventa un osservatorio privilegiato, perché condensa in pochi istanti tutta la complessità dell’esperienza umana. Alla fine, ciò che emerge è una visione limpida e disarmante, l’uomo è fatto di attimi, di cadute e di slanci, di solitudine e di improvvise comunioni, e proprio in questa precarietà risiede il suo valore. Saba riesce a raccontare tutto questo senza retorica, con uno sguardo partecipe e sincero, trasformando il quotidiano in poesia e la poesia in uno specchio fedele della vita.

Pier Paolo Pasolini

Nel secondo Novecento, Pier Paolo Pasolini emerge come una figura decisiva per comprendere il valore culturale del calcio nella letteratura italiana. In lui, infatti, il gioco non è mai una semplice passione personale, ma diventa un vero e proprio oggetto di riflessione, capace di essere interpretato come linguaggio, rito e forma di conoscenza del reale. In questa prospettiva, Pasolini si inserisce in una linea ideale che passa attraverso Giacomo Leopardi e Umberto Saba, anche per lui, il “gioco con la palla” supera la dimensione agonistica e si carica di significati più profondi, legati al corpo, alla comunità e alla rappresentazione della vita. La sua intuizione più celebre è racchiusa in una definizione tanto semplice quanto rivoluzionaria, il calcio è «un sistema di segni, cioè un linguaggio». Con questa affermazione, Pasolini sposta il discorso dal piano dello spettacolo sportivo a quello della semiologia. Il campo di gioco diventa così uno spazio espressivo, in cui gesti, passaggi e reti costruiscono una vera e propria sintassi visiva e motoria. Non a caso, egli distingue all’interno del calcio una dimensione “di prosa” e una “di poesia”: la prima appartiene al gioco collettivo, organizzato e razionale; la seconda, invece, si manifesta nei momenti di invenzione individuale, nel dribbling e soprattutto nel goal, che rappresenta il culmine dell’intensità espressiva. Il calcio, in questa lettura, si trasforma in un testo vivo, capace di essere letto e interpretato come un’opera d’arte. Ma accanto a questa dimensione linguistica, Pasolini riconosce al calcio anche un valore profondamente rituale. Definendolo «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro. », ne sottolinea il carattere collettivo e quasi liturgico. Lo stadio diventa un luogo in cui si concentrano emozione, partecipazione e senso di appartenenza, sostituendo, in parte, le antiche forme di ritualità della modernità. Non si tratta semplicemente di evasione: nel calcio si manifesta, in forma condensata, il bisogno umano di condividere esperienze, di riconoscersi in una comunità, di vivere insieme una tensione emotiva. Questa visione trova conferma nella stessa biografia di Pasolini. Il suo rapporto con il calcio fu sempre concreto e diretto: giocava fin da giovane, frequentava i campetti delle periferie romane e osservava il gioco con uno sguardo partecipe, mai distaccato. Il legame con Bologna e il Bologna, più in generale, con l’immaginario calcistico che lo accompagnò per tutta la vita, dimostra quanto questa esperienza fosse radicata nella sua quotidianità. È proprio questa dimensione vissuta a rendere la sua riflessione così autentica. Pasolini non parla del calcio dall’esterno, ma dall’interno, conoscendone il ritmo, il corpo e le emozioni.

Nel confronto con Leopardi e Saba, il suo contributo rappresenta un passaggio ulteriore. Se Leopardi, con “A un vincitore nel pallone”, nobilita il gioco come espressione di energia e virtù civile, Saba lo trasforma in esperienza lirica e comunitaria, Pasolini ne offre una lettura nuova, più radicale, il calcio diventa sistema di segni e rito della modernità, legato anche alla dimensione mediatica e alla rappresentazione contemporanea. Ne emerge così una triplice prospettiva: epico-civile in Leopardi, lirico-esistenziale in Saba, semiologico-antropologica in Pasolini. Eppure, al di là delle differenze, resta un elemento comune decisivo, il riconoscimento del gioco come uno spazio privilegiato in cui la letteratura osserva e interpreta la vita collettiva. È proprio in questo passaggio da Saba a Pasolini che si compie uno slittamento significativo. Il calcio non è più soltanto materia poetica o occasione di introspezione, ma diventa oggetto di una riflessione più ampia sul linguaggio e sulla modernità. Se in Saba resta legato alla dimensione affettiva e umana, in Pasolini assume un valore teorico più consapevole, configurandosi come uno dei luoghi in cui il mondo contemporaneo continua, ancora oggi, a raccontarsi.

Giovanni Arpino

Giovanni Arpino nasce a Pola nel 1927 e muore a Torino nel 1987, è stata una delle voci più singolari e versatili del Novecento italiano. Radicato nella cultura piemontese ma mai circoscritto ad essa, seppe spingersi oltre ogni confine geografico e stilistico, approdando a una dimensione narrativa universale. Nella sua scrittura, persino il giornalismo sportivo si trasfigura, fino a raggiungere la dignità della grande letteratura. Vincitore del Premio Strega nel 1964 con “L’ombra delle colline”, Arpino incarna la figura dello “scrittore totale”: rigoroso sul piano etico, essenziale nello stile, refrattario a ogni compiacimento formale, sempre proteso verso una verità spoglia, talvolta dolorosa, ma autentica. Il vertice della sua riflessione sullo sport si trova in “Azzurro tenebra” del 1977, opera che molti considerano il primo vero romanzo italiano sul calcio. Nato dall’esperienza diretta ai Mondiali di Germania del 1974, il libro si distacca presto dalla cronaca per assumere i contorni di una narrazione simbolica, in cui il fallimento sportivo diventa materia letteraria.

Il protagonista, il disincantato “Arp”, affiancato dal giovane cronista “Bibì”, si muove in un’atmosfera quasi donchisciottesca, assistendo al lento sfaldarsi di una Nazionale ormai esausta. Il colore azzurro, emblema di appartenenza e orgoglio, si oscura fino a confondersi con le tenebre, la sconfitta sul campo diventa così il riflesso di una crisi ben più ampia, quella dell’Italia degli anni Settanta, attraversata da tensioni sociali, violenza politica e smarrimento collettivo. Arpino non si limita a raccontare: analizza, disseziona, mette a nudo. Il fallimento si articola lungo tre direttrici principali. Anzitutto il disfacimento morale. La gestione confusa e inefficace della squadra richiama da vicino l’immobilismo della politica italiana, suggerendo che la crisi non sia solo sportiva, ma profondamente etica e strutturale. Poi la voce degli emigrati. Il coro degli italiani in Germania, che nella Nazionale riconoscono l’ultimo fragile legame con la patria, esprime una delusione che travalica il calcio, trasformandosi in rabbia esistenziale, segno di una frattura identitaria mai ricomposta. Infine, la fine dell’innocenza. Nei dialoghi, spesso amari, con colleghi e osservatori, emerge la denuncia di un calcio ormai mutato, non più gioco, ma spettacolo dominato da interessi economici e logiche di potere. È il segno di una trasformazione più ampia, una perdita di valori collettivi che investe l’intera società.
Sul piano stilistico, Arpino compie una vera operazione di smontaggio del mito calcistico. La sua lingua è viva, mobile, contaminata, mescola registri e idiomi, accosta tedesco e dialetto, ironia e lirismo, in un impasto espressivo che sfugge a ogni classificazione. Questo espressionismo satirico lo distingue nettamente dalla tradizione più lineare e descrittiva. Se altri autori hanno raccontato il calcio come epopea o come ossessione personale, Arpino sceglie una prospettiva diversa: quella del cronista disilluso. Non celebra, non mitizza. Osserva, semmai, con uno sguardo lucido e spesso impietoso. Il campo da gioco diventa così un laboratorio umano, uno spazio in cui leggere le contraddizioni di un’intera nazione. In “Azzurro tenebra”, il calcio perde la sua superficie spettacolare per rivelarsi strumento d’indagine. Attraverso di esso, Arpino racconta un’Italia fragile, incapace di rinnovarsi, sospesa tra memoria e declino. Ne nasce un ritratto severo, ancora oggi sorprendentemente attuale, in cui lo sport smette di essere evasione e diventa specchio, talvolta crudele, della realtà.

Gianni Brera

Gianni Brera è considerato il più influente giornalista sportivo italiano del Novecento, non solo per la quantità e la durata della sua attività, ma soprattutto per aver trasformato la cronaca calcistica da resoconto tecnico in forma una letteraria personale e riconodcibile. Nato a San Zenone al Po in provincia di Pavia l’8 settembre del 1919, morì in un incidente stradale il 19 dicembre 1992. Gianni Brera coltivò il suo “orto pedatorio” tra i campi di calcio e cronache senza mai rinunciare ad una matrice di scrittura narrativa e saggistica del tutto personale. Collaborò con quotidiani e periodici di rilievo come Il “Guerin Sportivo”, Il “Giorno”, Il “Giornale” e la “Repubblica”, diventando un punto di riferimento per appassionati e intellettuali, tanto da essere citato da autori come Ennio Flaiano e Pier Paolo Pasolini. Brera ha lasciato una massa imponente di scritti, ma tre testi sono riconosciuti come cardini del suo discorso teorico e tattico sul calcio italiano. L’opera “I campioni vi insegnano il calcio” del 1965 è un lavoro che tratta il calcio come disciplina codificata, mostrando attraverso i racconti dei campioni abitudini, preparazione, psicologia e rituali. Un altro saggio è stato “Il mestiere del calciatore” pubblicato nel 1972, si presenta come un testo più analitico, che descrive in modo quasi sociologico il lavoro quotidiano, la fatica fisica e la routine del professionista, anticipando alcune tematiche del “mestiere dello sportivo” che saranno riprese in ambito accademico. Nella sua opeera principale la “Storia critica del calcio italiano” scritta nel 1975. Summa interpretativa delle sue teorie tattiche e sportive, Brera vi costruisce una “storia” del calcio italiano come fenomeno storico‑culturale, e a una visione “tipica” del gioco italiano, difensiva, pragmatica e spesso legata al “mistero agonistico”. A queste vanno aggiunte raccolte di cronache, tributi alle grandi figure del calcio, da Mazzola a Pelé e testi più divulgativi come “I miei mondiali” del 1986. Articoli che uniscono memoria personale a interpretazioni tattiche e socioculturali. Gianni Brera è stato un “scrittore truccato da cronista” un personaggio veramente atipico del mondo del giornalismo sportivo che, ha usato la letteratura come macchina organizzativa per accelerare i tempi del giornalismo sportivo. Il suo stile è un miscuglio di passionalità controllata, ironia e retorica epica, che lo rende allo stesso tempo amato e polemizzato. Politicamente di area filosocialista, libertario e anticonformista, era spesso in conflitto con i vertici dei giornali che spingevano verso un modello più sensazionalistico e meno tecnico‑critico. Il suo stile inventivo ha prodotto un vero e proprio canone linguistico sportivo, con un fitto repertorio di neologismi e giri di frase che hanno contaminato la lingua comune, dal gergo calcistico ai programmi televisivi. Brera attinge dalla mitologia, la sua “Musa Eupalla” ovvero la dea del “belgioco”, inostrandosi nella memoria “biostorica” delle squadre e alla commedia dell’arte per trasformare la cronaca in un teatro epico, dove incontri e campioni diventano archetipi più che semplici risultati da commentare.

Le opere calcistiche di Brera posseggono una struttura duplice: una dimensione tecnica, con analisi tattiche, schemi, ruoli e “tipologie” di gioco; e una dimensione narrativa‑mitologica, dove il calcio si fa metafora di valori sociali e culturali.

Nei testi “I campioni vi insegnano il calcio e Il mestiere del calciatore”, Brera usa il campione come “testimone” di una cultura del lavoro e del corpo. In “Storia critica del calcio italiano”, invece, il calcio si trasforma in storia organica del popolo italiano, con una visione “padana” e difensiva, accomunata a una certa idea di tradizione, resistenza e sfruttamento di limiti fisiologici. La sua teoria del calcio come fenomeno che sfugge alla ratio umana porta Brera a fondere rigore analitico e immaginazione romanzesca. La partita è sempre un evento imprevedibile, da descrivere con un lessico poetico e da interpretare con una chiave antropologica discutibile ma intensamente suggestiva. Brera occupa un posto centrale nel nucleo della letteratura calcistica italiana, spesso in relazione asimmetrica con altri autori‑giornalisti e scrittori. In particolare con Antonio Ghirelli figura con cui Brera ingaggia il confronto più frontale, Ghirelli privilegia la bellezza estetica del gioco, un’ottica “apollinea” incentrata sul talento e sullo spettacolo, mentre Brera resta più legato alla tradizione, alla difesa, ai limiti strutturali del calcio italiano. La loro rivalità è spesso letta come un vero e proprio “derby” tra una visione nordica e pragmatica di Brera e una visione più meridionale e celebrativa del talento di Ghirelli.

Gianni Brera viene citato da letterati come Flaiano e Pasolini, che leggono i suoi testi non solo come sport, ma come testi di costume e di antropologia italiana. In questa luce, Brera funge da mediatore tra cultura alta e cultura popolare, anticipando l’idea di calcio come “letteratura civile” diffusa.

In alcuni studi sulla letteratura dello sport, Brera è collocato accanto a figure come Umberto Saba, cogliendo come il calcio entri nei romanzi e nei saggi come luogo di confronto generazionale e di problemi sociali. In questo contesto, l’autore è spesso visto come il rappresentante di una generazione che ha creduto al calcio come “allegoria” del paese, mentre i successivi autori tendono a smontare più direttamente miti e retoriche.

Nel panorama del giornalismo sportivo italiano del Novecento, Gianni Brera si impone come figura di svolta, non solo cronista di calcio, ma architetto linguistico e mitologo di un’intera cultura sportiva. La sua biografia, intrecciata a esperienze di guerra, ciclismo, atletica e infine alla lunga militanza sulla Gazzetta dello Sport, su Il Guerin Sportivo, Il Giorno e altri quotidiani, disegna il profilo di un intellettuale che sceglie il “cuoio” come oggetto principale del proprio discorso letterario. Proprio in veste di neologista del calcio, Brera lascia un’impronta indelebile sul lessico italiano. Termini come libero, centrocampista, cursore, melina, pretattica, traversone, incornata e prodezza nascono o sono codificati dal suo scrivere, imponendosi come lessico “naturale” e tecnico‑popolare. La sua prosa sovraccarica attinge a dialetto lombardo, culture classiche e inglese sportivo per costruire un vocabolario pedatorio che trasforma il campo di calcio in un’area teatrale: l’azione di gioco diventa “uccellare”, i difensori diventano “Pattuglia Nocciolina”, il calcio italiano trova la sua divinità laica nell’ Eupalla, dea del bel gioco. Questo dispositivo linguistico colloca Brera a metà strada tra il giornalista e il letterato, in un’epoca in cui la distinzione tra cronaca e letteratura è ancora fluida.

Antonio Ghirelli

Quando nel 1954 Antonio Ghirelli pubblicò per Einaudi Storia del calcio in Italia, il modo di raccontare il pallone cambiò per sempre. Fino a quel momento il calcio veniva narrato quasi come una leggenda: una storia fatta di eroi, trionfi e celebrazioni, spesso piegata alla propaganda del regime fascista. Ghirelli, giornalista e intellettuale di formazione socialista, fu il primo a guardare questo sport con occhi diversi. Non si limitò a raccontare partite e campioni, ma cercò di capire che cosa il calcio dicesse davvero dell’Italia e degli italiani. Per lui il pallone era molto più di un semplice gioco: era uno specchio della società. Attraverso il calcio si potevano leggere i cambiamenti politici, economici e culturali del Paese. Nel suo libro segue così il percorso dell’Italia moderna, dagli inizi aristocratici e quasi pionieristici del calcio di inizio Novecento, fino agli anni del fascismo, quando lo sport venne trasformato in uno strumento di propaganda e in una scuola di disciplina e virilità al servizio del regime. Le vittorie mondiali degli anni Trenta, secondo Ghirelli, non furono soltanto successi sportivi, ma anche strumenti fondamentali con cui Mussolini consolidò il consenso popolare. Dopo la guerra, il calcio cambiò ancora volto. Entrò nell’epoca dell’affarismo, della modernità e del professionismo di massa, seguendo le trasformazioni di un’Italia che stava diventando sempre più industriale e consumistica. Anche in questo passaggio Ghirelli vide nel calcio un fenomeno profondamente legato alla vita del Paese, capace di raccontarne speranze, paure e contraddizioni. La sua visione si distingueva nettamente da quella di Gianni Brera, altro grande protagonista del giornalismo sportivo italiano. Brera sosteneva un calcio realistico, prudente e difensivo, legato all’idea del catenaccio e a presunte caratteristiche “naturali” degli italiani. Ghirelli, invece, difendeva un’idea più romantica e aperta del gioco, un calcio fondato sulla bellezza, sull’ottimismo e sulla continua evoluzione tecnica. Credeva in uno sport capace di guardare oltre i confini nazionali e di parlare un linguaggio universale. Brera lo accusò spesso di conoscere poco gli aspetti tecnico-tattici del gioco, ma il valore dell’opera di Ghirelli rimase intatto. Storia del calcio in Italia è ancora oggi considerato un testo fondamentale perché, per la prima volta, trattò il calcio come un argomento serio di ricerca storica e sociale. Grazie al suo lavoro, il pallone smise di essere soltanto intrattenimento e diventò una chiave preziosa per comprendere la storia civile e politica dell’Italia.

Per chiudere questa rassegna sui maggiori scrittori e poeti italiani che, si sono interessati di calcio o gioco della palla ho percepito che gli autori e i loro testi analizzano l’evoluzione del calcio da semplice svago a potente strumento letterario e sociologico, capace di riflettere le tensioni e l’identità di un popolo. Attraverso le opere di grandi autori come Leopardi, Saba e Pasolini, lo sport viene trasfigurato in una metafora dell’esistenza umana, oscillando tra la bellezza del gesto atletico e la tragicità della caducità del tempo. Gli scritti mettono in luce come il racconto sportivo si sia trasformato in un vero e proprio linguaggio simbolico, dove lo stadio funge da moderno teatro dei riti collettivi. Viene inoltre approfondito il contributo di figure cruciali come Brera e Ghirelli, i quali hanno elevato la cronaca giornalistica a indagine antropologica e civile. In sintesi, le fonti presentano il calcio non solo come disciplina fisica, ma come un prisma attraverso cui interpretare la storia, la politica e le dinamiche emotive della società moderna.

Il calcio nella letteratura sudamericana

Per il Sudamerica il calcio non è mai stato soltanto un passatempo. Non è stato un semplice spettacolo importato dall’Europa, né un’industria costruita attorno al tifo e al profitto. È qualcosa di più profondo: un linguaggio identitario, una grammatica emotiva attraverso cui un intero continente racconta la propria storia, le sue ferite e le sue speranze. Se l’Europa ha inventato le regole del gioco, l’America Latina ne ha inventato il racconto, trasformando il campo in un teatro dove si consuma l’eterna sfida tra destino e volontà. In Sudamerica il calcio smette presto di essere cronaca sportiva. Diventa letteratura, memoria collettiva, resistenza. È il luogo in cui si celebrano gli ultimi, si riscattano le periferie e si tramandano miti popolari destinati a sopravvivere ben oltre il novantesimo minuto. Non sorprende, allora, che alcuni dei più grandi scrittori latinoamericani abbiano scelto il pallone come materia narrativa, impugnando la penna per salvare dall’oblio le gesta di eroi scalzi e per dare voce a una passione che sfiora il sacro. Il viaggio non può che iniziare da Eduardo Galeano, autore di “Splendori e miserie del gioco del calcio”, autentica bibbia laica del pallone sudamericano. Galeano non racconta schemi o tattiche: racconta uomini, popoli, nostalgie. Nelle sue pagine il calcio è antropologia pura, una celebrazione della fantasia contro la freddezza della tecnocrazia moderna. Il suo “mendicante di buon calcio” diventa il simbolo di chi continua a cercare bellezza in uno sport sempre più dominato dal business e dall’efficienza.

Accanto a lui emerge la voce malinconica e struggente di Osvaldo Soriano. Nei suoi racconti il calcio è l’epica degli sconfitti, il rifugio poetico degli ultimi. Soriano descrive arbitri corrotti, portieri dimenticati e rigori interminabili con una tenerezza capace di trasformare ogni partita in una metafora dell’esistenza. Nei suoi mondi sospesi tra ironia e malinconia, perdere non significa fallire, significa continuare a resistere con dignità. Più riflessiva, ma altrettanto intensa, è invece la prospettiva di Jorge Valdano. Campione del mondo, allenatore e raffinato intellettuale del calcio. Valdano ha saputo elevare il discorso sportivo a una dimensione filosofica. Per lui il calcio è “un’emozione che si spiega con la ragione”, uno specchio attraverso cui osservare la leadership, il coraggio, la paura e perfino l’etica contemporanea. Le sue parole dimostrano come il pallone possa diventare uno strumento per comprendere l’animo umano. E poi c’è Manuel Vázquez Montalbán, voce europea ma profondamente legata all’immaginario latinoamericano del calcio. Lo scrittore catalano ha intuito prima di molti altri che il pallone fosse un linguaggio universale, un “codice di comunicazione” capace di unire popoli e classi sociali. Nei suoi sguardi sugli stadi sudamericani riconosceva l’ultimo spazio di ritualità collettiva, un luogo dove la comunità resiste ancora all’omologazione del mercato globale. Attraverso questi autori il calcio diventa molto più di uno sport. Il dribbling si trasforma in una forma di ribellione contro l’ordine costituito. Lo stadio diventa l’unico luogo in cui il povero può sentirsi re, almeno per novanta minuti. La palla stessa assume il valore di un piccolo mappamondo, su cui si disegnano i confini di identità nazionali spesso negate dalla politica e dalla storia. Scrivere di calcio in Sudamerica significa, in fondo, scrivere della vita. Significa raccontare come il fango delle periferie possa trasformarsi in poesia, e come un gol, nelle mani di un grande scrittore, possa diventare memoria eterna. Questo articolo nasce proprio da qui, dal desiderio di esplorare quella straordinaria narrativa del pallone che, tra realtà e mito, continua ancora oggi a raccontare l’anima più autentica dell’America Latina.

Eduardo Galeano

Eduardo Galeano nasce nel 1940 a Montevideo, in una famiglia della borghesia urbana ormai in declino. Più che nelle aule scolastiche, la sua vera formazione prende forma nei caffè della capitale uruguayana, che lui stesso definirà la sua “università”: luoghi densi di voci, racconti e silenzi, dove impara presto l’arte dell’ascolto e il ritmo della narrazione orale. A soli quattordici anni muove i primi passi nel giornalismo come disegnatore per il settimanale socialista “El Sol”, per poi passare alla scrittura, scegliendo il cognome materno con cui diventerà noto al mondo. L’Uruguay in cui cresce è un paese profondamente segnato dal calcio, una nazione “futboladicto” in cui il gioco diventa linguaggio comune e identità condivisa, si dice, non senza ironia, che i bambini nascano gridando “gol”. Galeano nasce nel 1940 con la “Celeste” tricampeon, due Olimpiadi e un Mondiale, è ancora da venirsi il “Maracanazo”, Eduardo era ancora piccolo. Ma questa passione collettiva si intreccia presto con le tensioni politiche che attraversano il Cono del Sud. Nel 1973, il colpo di stato militare lo porta in carcere e poi all’esilio. Ripara a Buenos Aires, dove fonda la rivista “Crisis”, ma la presa del potere da parte di Jorge Rafael Videla nel 1976 lo costringe a fuggire nuovamente, questa volta in Europa verso la Spagna. Solo nel 1985, con il ritorno della democrazia, potrà rientrare in patria, continuando a raccontare un’America Latina ancora attraversata da ferite profonde. Negli scritti di Galeano, il calcio non è mai soltanto uno sport. È piuttosto una lente attraverso cui osservare il mondo, un filtro capace di rivelare dinamiche politiche, sociali e culturali. In un campo da gioco, secondo lui, si riflette l’intera realtà. Non a caso denuncia con forza come le dittature abbiano spesso utilizzato il calcio come strumento di propaganda e di anestesia collettiva. I Campionati mondiali di calcio 1934 e Campionati mondiali di calcio 1938, per esempio, furono piegati da Benito Mussolini a fini propagandistici; il Campionato mondiale di calcio 1978 divenne in Argentina una grande messa in scena nazionale mentre, a poca distanza dagli stadi, luoghi come l’ESMA erano teatro di torture e sparizioni. Anche il Mundialito 1980 in Uruguay fu organizzato dalla dittatura per recuperare consenso, finendo però per rivelare crepe inattese e forme di resistenza popolare. In questa tensione continua tra bellezza e potere, Galeano individua il cuore contraddittorio del calcio, da un lato lo splendore di una giocata, dall’altro la miseria delle strutture che lo circondano. La sua critica si estende anche alla FIFA e al sistema del calcio professionistico, accusati di aver trasformato un gioco creativo e libero in un’industria dominata dal profitto, dove l’audacia è scoraggiata e tutto è subordinato al rendimento. La sua opera più celebre, “Splendori e miserie del gioco del calcio”, è insieme un atto d’amore e una forma di resistenza. Galeano si definisce un “mendicante di buon calcio”, uno spettatore che attraversa gli stadi del mondo chiedendo soltanto una giocata capace di accendere la meraviglia, senza preoccuparsi di bandiere o appartenenze. Nel suo immaginario, il calcio diventa un campo di battaglia simbolico. Gli idoli incarnano possibilità di riscatto, Diego Armando Maradona, per esempio, rappresenta la rivincita del “sud oscuro” contro il “nord luminoso”, trasformando ogni gol in un gesto quasi sacrilego contro l’ordine dominante. Allo stesso tempo, Galeano restituisce voce ai vinti, recuperando storie dimenticate come quella della partita tra Perù e Austria alle Olimpiadi del 1936, annullata per non umiliare la Germania nazista, Il presidente peruviano Oscar Benavides avrebbe affermato, “La Germania nazionalsocialista non poteva sopportare di ammettere che una squadra di calcio di un paese sudamericano, la cui razza era considerata inferiore, potesse ottenere una vittoria contro una squadra di razza ariana”. Galeano intravede nel calcio una possibilità di democrazia, come dimostra l’esperienza della “Democracia Corinthiana” in Brasile, dove i giocatori sperimentarono forme di autogestione durante la dittatura. In definitiva, la scrittura di Galeano fonde rigore storico e slancio poetico, sfidando tanto gli intellettuali che snobbano il calcio quanto gli storici che lo trascurano. Per lui, lo stile di gioco non è un dettaglio tecnico, ma un modo di essere, uno specchio fedele dell’anima di una comunità. Difendere il piacere del gioco dalla pressione del potere e del mercato significa, in ultima analisi, difendere la libertà stessa.

Osvaldo Soriano

Osvaldo Soriano è uno degli scrittori che ha saputo trasformare il pallone in narrazione, la miseria delle baraccopoli di Buenos Aires in storie e la dittatura argentina in una ferita narrata con ironia, tenerezza e una sottile, inesorabile furia morale. La sua vita di esule e giornalista, la sua passione per il calcio e la sua capacità di fondere realtà politica e invenzione letteraria lo collocano su un confine raro, autore che ha scritto di sport come se stesse descrivendo il mondo intero, che ha scritto di politica come se stesse raccontando una partita di periferia. In questo universo, il libro “Fútbol-Storie di calcio” occupa un posto di tutto rispetto nel mondo della letteratura sportiva, non è solo un “libro di calcio”, ma la summa di un’idea del fútbol come luogo di memoria, resistenza e umanità, dove il gol è un pretesto e il vero protagonista è il margine sottile, un confine invisibile.

Nato il 6 gennaio 1943 a Mar del Plata, Soriano cresce in un’Argentina segnata da tensioni politiche e da una profonda polarizzazione sociale, esperienze che confluiscono nel suo lavoro giornalistico e narrativo. Giornalista per “Primera Plana” e poi per “La Opinión” , un quotidiano di sinistra che si scontra presto con le pressioni della destra e delle forze autoritarie. Soriano impara a usare la cronaca come arma di denuncia prima ancora che di narrazione. Dopo il golpe del 1976 è costretto all’esilio in Francia, dove continua a scrivere di politica, cinema e sport, per rientrare poi in Argentina nel 1983, a ridosso della riconquista democratica. È proprio nel periodo dell’esilio che Soriano forgia il suo sguardo sul calcio, non come fenomeno spettacolare e commerciale, ma come spazio di identità collettiva, memoria storica e critica sociale. Il suo tifare il San Lorenzo de Almagro, club popolare e legato alle periferie, non è solo una scelta affettiva, è un’adesione simbolica al mondo di coloro che stanno fuori dal palcoscenico ufficiale. In questo contesto nascono molti dei racconti poi raccolti in “Fútbol-Storie di calcio” , scritti tra il 1983 e il 1997, che uniscono il respiro del giornalismo al ritmo del racconto breve.

“Fútbol-Storie di calcio” è una raccolta di testi che raccontano il calcio attraverso personaggi minori, gol mancati, squadre di quartiere, campi di periferia, storie di allenatori e di calciatori falliti, di tifosi che non solo guardano la partita ma la vivono come un destino. I racconti spaziano da figure storiche come Obdulio Varela e Diego Maradona a personaggi quasi inventati, come il “Míster Peregrino Fernández” o i protagonisti del “Rigore più lungo del mondo” in tutti questi casi il campo diventa un microcosmo politico e morale. Il libro è segnato da un tono tra il comico e il tragico, Soriano usa la leggerezza della partita per raccontare la pesantezza della storia, la dittatura, la povertà, la violenza, ma sempre con un’ironia asciutta, mai moralistica. Il calcio, in Fútbol, diventa metafora della vita, con un’attenzione particolare ai “perdenti”, ai dimenticati, agli irregolari, rendendo il libro una sorta di cantico laico alla periferia del mondo. Nei suoi racconti il pallone diventa un riflettore puntato sulle contraddizioni del potere, sulle utopie perdute e sulle fragilità dei popoli. Soriano non sceglie tra notizia e racconto, ma li usa entrambi come strumenti di chiaroveggenza civile, il cronista e lo scrittore si fondono, il risultato è una prosa che trasforma il gol in simbolo, il campo in tribunale e la tribuna in confessionale. La raccolta mostra un’idea di calcio come spazio di appartenenza, di memoria collettiva e di resistenza, in cui il gesto sportivo porta sempre un’eco del recente passato, del golpe, dell’esilio, della riconquista della democrazia. Soriano scrive nel cuore di un trentennio cruciale per l’America Latina: il golpe del 1976, la resistenza dei “Montoneros”, gli anni bui della dittatura, il ritorno alla democrazia argentina e il mutare del ruolo del quotidiano di sinistra. La sua scrittura sul calcio non è mai estetica pura, il “fútbol” è un riflettore puntato sulle contraddizioni del potere, sulle utopie perdute e sulle fragilità dei popoli. Nei suoi testi il pallone diventa un rito collettivo che può offrire momenti di consolazione, ma anche un’occasione per mostrare come il regime possa sfruttare lo sport come costruito simbolico, per dare spettacolo invece che giustizia. Il suo sguardo è politico, ma non propagandistico, il campo è uno specchio in cui si riflettono dittature, processi, violenze e lotte, ma anche abbracci, bandiere strappate e spensieratezze di quartiere. In questo senso, i suoi scritti sul calcio sono coestensivi al suo impegno civile, la cronaca non è solo informazione, è già narrazione, la narrazione non è solo fiction, è già presa di posizione. Il risultato è un’immaginario sportivo che si sovrappone all’immaginario politico, le partite del San Lorenzo diventano metonimie di un’intera esperienza di marginalità, i Mondiali un palcoscenico in cui il regime prova a mostrare un’Argentina che non esiste, i racconti di Fútbol diventano una sorta di controstoria dal basso, scritti non dai vincitori ma dai testimoni. Soriano è spesso citato in compagnia di un gruppo di autori che hanno scelto il calcio come “scrittura parallela” alla loro opera principale: da Eduardo Galeano a Giovanni Arpino, da Pier Paolo Pasolini a Gianni Brera. Tutti loro, in modi diversi, sottoscrivono l’idea che il calcio sia “metafora della vita”, come sintetizza Jean Paul Sartre e come Soriano stesso riprende, il pallone ha “le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce”. Su questo terreno, il racconto sudamericano di Soriano dialoga con il poema storico di Galeano, con il cronista‑poeta Brera, con il narratore‑critico Arpino e con il polemista Pasolini. Con Eduardo Galeano, Soriano condivide la prospettiva sudamericana, la scelta di stare dalla parte degli ultimi e la tendenza a trasformare il fútbol in poesia civile. Se Galeano, in “Splendori e miserie del gioco del calcio”, usa la forma del frammento per tessere un affresco storico e mitologico, Soriano preferisce il racconto breve, più narrativo e più legato ai suoi vissuti personali, i due convergono però nello sguardo sulle periferie, sulla violenza del potere e sulla bellezza sacrificata del gioco. Soriano porta dentro la prosa un’energia più narrativa e biografica, mentre Galeano costruisce un’enciclopedia emotiva del fútbol; entrambi, però, usano il calcio come chiave per interpretare il secolo. Soriano mantiene uno stretto rapporto professionale e culturale anche con Giovanni Arpino il legame è epistolare, il carteggio tra i due, ricostruito in diversi saggi, mostra un dialogo serrato su Mondiali, dittature, giornalismo e letteratura, in cui il calcio è il pretesto per parlare di politica, identità e senso della storia. Arpino, con i suoi libri sul calcio come “Azzurro tenebra”, offre un’ottica più europea e giornalistica, mentre Soriano porta dentro la prosa un’energia sudamericana e una sensibilità per il marginale; entrambi, però, usano il calcio come chiave per leggere il tempo, il popolo e la nazione. Il loro scambio epistolare diventa un laboratorio in cui il pallone si trasforma in metafora critica e in luogo di amicizia intellettuale. In quadri più ampi, come “Pasolini, Soriano e gli altri letterati che amavano il calcio” o saggi recenti sul “Calcio come specchio della società contemporanea”, Soriano compare in un gruppo di autori che hanno usato il pallone per parlare di identità, violenza, utopia e finzione. Mentre Pasolini osserva il calcio come fenomeno di massa e di mito, mentre Brera lo racconta con un linguaggio quasi liturgico e popolare, Soriano si situa in una zona più narrativa, più intima e più cosmopolita, dove il calcio diventa il luogo di un’etica del margine. In questo contesto, “Fútbol-Storie di calcio” non solo è un libro di calcio, ma un capitolo di una storia più lunga in cui la letteratura continua a usare il pallone per guardare all’uomo, alla politica e alla memoria.

Jorge Valdano

Jorge Valdano appartiene a quella rara stirpe di uomini che hanno attraversato il calcio senza mai ridurlo ad una semplice competizione. In lui convivono il centravanti e il narratore, il dirigente e il filosofo, il professionista dello sport e il lettore vorace che ha imparato che, ogni gioco, se osservato abbastanza a lungo, diventa metafora del destino umano. Per questo motivo la sua figura si colloca naturalmente nella tradizione degli “calciatori-intelletuali”: uomini capaci di trasformare il campo da gioco in uno spazio di meditazione morale, estetica e persino metafisica.

Nato a Las Parejas, in Argentina, il 4 ottobre 1955, Jorge Alberto Francisco Valdano Castellanos ha conosciuto il calcio in tutte le sue forme. È stato attaccante elegante e intelligente, campione del mondo nel 1986 accanto a Diego Armando Maradona, allenatore, dirigente del Real Madrid, commentatore televisivo e infine autore di una delle più raffinate riflessioni letterarie sul fútbol contemporaneo. Ma ciò che rende unica la sua traiettoria non è soltanto l’insieme delle esperienze vissute, è il modo in cui le ha trasformate in linguaggio. Valdano non scrive sul calcio come un cronista che registra eventi; scrive come un uomo che cerca nel gioco una verità sull’essere umano. La sua prosa è stata spesso definita “poesia del calcio”, anche se non assume mai la forma tecnica del verso. La poeticità nasce altrove, nella scelta delle immagini, nel ritmo delle frasi, nella capacità di trasformare un passaggio filtrante, una sconfitta o un dribbling in una parabola morale. Nei suoi libri il fútbol smette di essere soltanto uno sport e diventa una grammatica sentimentale della modernità. Ogni episodio contiene una lezione implicita; ogni campione diventa personaggio; ogni partita, una forma di racconto epico in miniatura. Già nel suo primo libro, “Sueños de fútbol”, in il sogno di Futbolandia, emerge chiaramente questa vocazione narrativa. Valdano costruisce un universo fatto di ricordi, aneddoti, ritratti e intuizioni, dove il calcio si confonde con la memoria personale e collettiva. Il linguaggio scolpisce immagini con delicatezza quasi cinematografica, gli stadi diventano cattedrali laiche, i tifosi assumono il volto di un popolo in cerca di identità, i giocatori incarnano archetipi eterni: il ribelle, il visionario, il pragmatico, il poeta. Dietro questa scrittura si avverte l’eco della grande tradizione letteraria argentina ed europea. Valdano è un lettore assimilato di Jorge Luis Borges, di Osvaldo Soriano, della narrativa capace di trasformare il quotidiano in simbolo. Da quei maestri eredita l’idea che il calcio non sia un semplice intrattenimento, ma un territorio di interrogazione antropologica. Per lui la vittoria, pur importante, non basta a giustificare il gioco, conta anche la bellezza del gesto, la fedeltà a uno stile, la coerenza etica con cui una squadra affronta il caos della partita. In questa prospettiva il fútbol assume una dimensione quasi sacrale, come uno degli ultimi rituali collettivi della società contemporanea. Con “Fútbol: el juego infinito”, la riflessione di Jorge Valdano raggiunge una maturità ancora più evidente. Il libro si presenta come un dizionario sentimentale organizzato per voci: “vittoria”, “sconfitta”, “tattica”, “sogno”, “potere”. Ma dietro l’apparente frammentarietà emerge un pensiero rigoroso e coerente. Ogni voce diventa il pretesto per interrogarsi sul rapporto tra sport e mercato, tra leadership e responsabilità, tra creatività e disciplina. Il calcio, nella visione di Valdano, è un laboratorio epistemologico, un luogo dove si impara a leggere il disordine, a prendere decisioni sotto pressione, a convivere con l’imprevisto. In questo senso il gioco assomiglia alla letteratura stessa, entrambe sono pratiche di interpretazione del caos. La grande originalità di Valdano risiede proprio in questo doppio registro. Da un lato la sua scrittura mantiene il calore del racconto, l’emozione della memoria, il gusto dell’aneddoto; dall’altro sviluppa una riflessione teorica sorprendentemente sofisticata per un autore estraneo all’accademia. Le sue pagine non cercano mai il tecnicismo filosofico, ma possiedono una forte sensibilità concettuale. Parlano di tattica e di potere, di leadership e di etica, senza perdere la leggerezza narrativa di chi continua a considerare il calcio prima di tutto un gioco. Anche nelle opere apertamente di stile formativo, come “Le undici virtù del leader”. Il calcio come scuola di vita, permane questa visione morale del fútbol. Qui il campo diventa una palestra etica in cui si apprendono responsabilità collettiva, disciplina, capacità di cooperazione e gestione del fallimento. La componente lirica si attenua, ma non scompare, Valdano continua a guardare il calcio come un’esperienza capace di modellare il carattere umano. Per lui ogni squadra è una comunità in miniatura, ogni spogliatoio un esperimento di convivenza, ogni partita una scelta continua tra l’etica della bellezza e quella del risultato. Nel complesso, l’opera di Jorge Valdano appare come un unico grande racconto sul significato umano del gioco. Dai testi più nostalgici e memoriali alle riflessioni più sistematiche sul linguaggio e sul potere, il filo conduttore resta invariato, usare il calcio per comprendere qualcosa di essenziale sulla vita contemporanea. La sua “poesia” non nasce dalla metrica, ma dalla capacità di dare forma narrativa all’incertezza del gioco, di trasformare il gesto sportivo in simbolo e il campo in un teatro della condizione umana. Per questo Valdano occupa un posto speciale nella cultura calcistica mondiale. Non è soltanto un ex campione che ha imparato a scrivere bene. È uno dei pochi autori ad aver dimostrato che il calcio può essere pensato con la stessa profondità con cui si pensa la letteratura, la politica o la filosofia. Nei suoi libri il fútbol non è evasione dalla realtà, è una delle sue forme più intense e rivelatrici.

Mauel Vasquez Montalbán

Nel laboratorio narrativo di Manuel Vázquez Montalbán, così come per altri autori “di Futbol” il calcio non compare mai come un semplice ornamento realistico o come un dettaglio folklorico destinato a dare colore alla scena. Al contrario, diventa una lente critica attraverso cui osservare la trasformazione della società contemporanea. Seguendo la logica di un vero e proprio il sistema di lettura che intreccia narrativa, sociologia e memoria storica, il calcio assume la funzione di codice interpretativa del Novecento spagnolo: un linguaggio popolare capace di raccontare le tensioni politiche, le mutazioni economiche e le fratture emotive di un’intera collettività. Per comprendere fino in fondo questa dimensione, è necessario attraversare due territori complementari della produzione montalbaniana: la saggistica e la narrativa. Da una parte si sviluppa l’analisi teorica del calcio come fenomeno globale; dall’altra, la trasfigurazione letteraria dello sport in una geografia umana fatta di conflitti, malinconie e disincanto. Il punto centrale della riflessione teorica è rappresentato dal saggio “Calcio. Una religione alla ricerca del suo dio” del 1998, testo in cui Montalbán osserva il progressivo svuotamento identitario del tifo nell’epoca successiva alla sentenza Bosman. Qui il calcio viene descritto come una religione laica che ha smarrito il proprio centro simbolico, il tifoso non appartiene più a una comunità, ma a un mercato; la squadra non incarna più un territorio, ma un marchio globale. Con il rigore analitico che caratterizza anche i suoi interventi giornalistici su El País e Triunfo, Montalbán decodifica il gioco come metafora delle nuove dinamiche del potere neoliberista e della standardizzazione culturale. Lo stadio, da luogo di appartenenza collettiva, si trasforma così in una vetrina dell’economia transnazionale. Parallelamente, alla narrativa dedicata all’investigatore Pepe Carvalho, il calcio entra nella struttura stessa del romanzo poliziesco. In opere come “Il centravanti è stato assassinato verso sera”, il mondo sportivo non alleggerisce la narrazione né introduce evasione; al contrario, amplifica le crepe della società post-franchista. Attraverso il calcio emergono l’alienazione urbana, la corruzione delle istituzioni, il deterioramento dei legami comunitari e il senso di smarrimento che attraversa la Barcellona della transizione democratica. Montalbán utilizza l’universo calcistico come una mappa sociale, le tribune, i bar, le periferie e gli stadi diventano luoghi in cui il conflitto tra memoria e modernità si manifesta con assoluta evidenza. In questa prospettiva, il calcio non è mai separato dalla storia. Ogni partita, ogni tifoseria, ogni cronaca sportiva porta con sé il peso delle trasformazioni politiche e culturali della Spagna contemporanea. Leggere Montalbán significa attraversare continuamente discipline diverse, letteratura, sociologia, giornalismo, storia politica fino a costruire una visione integrata del presente. In definitiva, comprendere Montalbán significa riconoscere che il calcio, nella sua opera, non rappresenta un tema marginale, ma una delle chiavi interpretative fondamentali per leggere le contraddizioni del Novecento europeo, il passaggio dalla comunità al mercato, dalla memoria collettiva alla spettacolarizzazione globale, dalla passione popolare all’industria culturale.

Al termine di questo viaggio nella letteratura calcistica in Sudamerica si scopre che il calcio non è mai stato soltanto un gioco. Non è un passatempo, né un semplice spettacolo domenicale. È una lingua antica e febbrile, un alfabeto di carne e polvere attraverso cui un intero continente continua a raccontare sé stesso: le sue ferite aperte, le sue rivoluzioni mancate, la nostalgia degli ultimi e la speranza ostinata dei dimenticati. Non possiamo dissociare la storia del continente sudamericano dal calcio, perché sono parte di una stessa anima. Gli autori hanno narrato che, là dove il mondo vede un campo da gioco, il Sudamerica riconosce un altare. Le gradinate diventano cattedrali popolari, le bandiere vessilli di appartenenza, i cori preghiere collettive lanciate contro il cielo umido delle periferie. A Buenos Aires, dentro il ventre incandescente della Bombonera, il boato della folla non assomiglia a un applauso, sembra piuttosto una liturgia pagana, un rito tribale in cui milioni di anime cercano redenzione, identità, memoria. E nessuno, più degli scrittori sudamericani, ha saputo comprendere la vertigine di questo mistero. Eduardo Galeano guardava il calcio come si osserva il destino degli uomini. Per lui era “antropologia pura”, la più sincera autobiografia dei popoli latinoamericani. Nei suoi racconti l’Uruguay non era una nazione qualsiasi, ma una terra, dove i bambini nascono gridando “gol” prima ancora di pronunciare il nome della madre. Galeano cercava nel calcio la bellezza fragile del gesto umano, il dribbling come atto poetico, il passaggio come forma di fraternità, il gol come improvvisa epifania. Accanto a lui, Osvaldo Soriano trasformò il pallone nell’epica malinconica degli sconfitti. Nessuno come Soriano seppe raccontare i campi fangosi delle periferie, gli eroi senza gloria, gli uomini dimenticati dalla storia ufficiale. Nei suoi racconti ogni partita diventava una metafora dell’esistenza, una lotta disperata contro il destino, combattuta da uomini troppo poveri per arrendersi e troppo vivi per smettere di sognare. E poi Jorge Valdano, che elevò il calcio a filosofia morale. Per Valdano il pallone era un laboratorio dell’anima: un luogo dove la paura, il coraggio, la leadership e il fallimento si mostravano senza maschere. Perché nel calcio sudamericano non si gioca soltanto per vincere: si gioca per essere ricordati, per dare un senso al dolore, per strappare un frammento di eternità alla miseria quotidiana. Così il Superclásico tra Boca Juniors e River Plate smette di essere una partita e diventa il racconto feroce della lotta di classe argentina, da una parte gli “Xeneises”, figli degli immigrati e della fatica operaia; dall’altra i “Millionarios”, simbolo della ricchezza e del privilegio. Così il Brasile della Democracia Corinthiana trasforma il calcio in resistenza politica contro la dittatura. Così la Colombia scopre nel pallone il riflesso oscuro dei propri fantasmi, tra narcotraffico, violenza e potere. E sopra tutto, come una divinità contraddittoria e immortale, si alza la figura di Diego Armando Maradona. Maradona non appartiene soltanto allo sport: appartiene al mito. È il figlio ribelle delle villas miserias che osa sfidare gli imperi, il corpo imperfetto che diventa miracolo collettivo. La sua “Mano de Dios” non fu soltanto un gesto proibito, fu la rivincita simbolica di un popolo ferito, il grido rabbioso del sud del mondo contro il nord dominante. Forse è proprio questo il segreto del calcio sudamericano, la sua capacità di trasformare la povertà in leggenda, il fango in poesia, la sconfitta in memoria eterna. Perché in Sudamerica il calcio resta l’unico regno dove anche l’ultimo degli uomini, per novanta minuti, può sentirsi re.

Tuttavia, non solo il Sudamerica ha generato grandi scrittori del calcio, ma anche nel resto del mondo troviamo signori della penna di altissimo livello. Ne ricordo solo alcuni, quelli che hanno maggiormente influenzato la mia formazione calcistica. Su tutti spicca il nome di Nick Horby. Nato a Redhill in Inghilterra il 17 aprile del 1957 è oggi considerato una delle voci più originali della narrativa contemporanea in lingua inglese e al tempo stesso, un autore imprescindibile per comprendere l’evoluzione della cosiddetta “letteratura del calcio”. Formatosi negli studi di letteratura inglese a Cambridge, Hornby muove i primi passi tra insegnamento, critica culturale e giornalismo, collaborando nel corso degli anni con importanti testate britanniche e internazionali come The Sunday Times, The Independent e The New Yorker. Proprio in questo ambiente matura il suo interesse per la cultura popolare, per la musica e per le forme contemporanee di consumo culturale, elementi che diventeranno centrali nella sua produzione narrativa. L’esordio letterario arriva nel 1992 con Febbre a 90°, opera autobiografica destinata a segnare profondamente il rapporto tra calcio e scrittura. Attraverso il racconto della propria passione per l’Arsenal, Hornby costruisce una narrazione che attraversa gli anni compresi tra il 1968 e il 1992, intrecciando memorie personali, ossessione sportiva e trasformazioni della società britannica. Il libro, insignito del William Hill Sports Book of the Year nello stesso anno della pubblicazione, si impone rapidamente come uno dei testi fondativi del moderno “football writing”. Il calcio non vi appare soltanto come spettacolo o intrattenimento, ma come strumento di interpretazione dell’identità individuale e collettiva, capace di illuminare dinamiche sociali, emotive e generazionali. In questo senso, Hornby anticipa un modo nuovo di raccontare il tifo: non più fenomeno marginale o folkloristico, ma esperienza culturale degna di piena dignità letteraria. Dopo il successo di Febbre a 90’, Hornby consolida la propria notorietà con romanzi come Alta fedeltà del 1995, Un ragazzo del 1998, Come diventare buoni del 2001 e Non buttiamoci giù del 2005. In queste opere la musica pop, la cultura giovanile e le relazioni affettive diventano nuclei tematici centrali, affrontati con uno stile ironico, autobiografico e profondamente generazionale. Parallelamente, tuttavia, Hornby continua a mantenere vivo il proprio legame con il calcio attraverso articoli, saggi e raccolte di scritti, tra cui “Il mio anno preferito” contribuendo così alla definizione di un nuovo modo di pensare la scrittura sportiva. È proprio in questa duplice traiettoria, narrativa e saggistica, musica e calcio, cultura alta e cultura popolare, che si coglie l’originalità della sua figura. Hornby ha infatti contribuito a ridefinire i confini della letteratura contemporanea, portando pratiche e linguaggi della cultura di massa, come il tifo calcistico, all’interno di un discorso letterario pienamente riconosciuto dalla critica. Nella sua produzione in letteratura calcistica, la sua opera assume un valore non soltanto esemplare, ma quasi programmatico, attraverso la sua scrittura, il calcio diventa memoria, racconto identitario e chiave di lettura della società contemporanea.

Nel campo della letteratura sul calcio, una posizione centrale è occupata da Ryszard Kapuściński, giornalista e scrittore polacco, la cui raccolta “La prima guerra del football e altre guerre di poveri” del 1978 offre una delle narrazioni più potenti e politicamente consapevoli del rapporto tra gioco, emozione di massa e violenza. Il titolo rimanda alla cosiddetta “guerra del calcio”, detta anche “guerra delle cento ore”, il breve conflitto armato scoppiato nel 1969 tra Honduras ed El Salvador, formalmente legato alle partite di qualificazione ai Mondiali di Messico 1970, ma in realtà innescato da tensioni socioeconomiche profonde, migrazioni di contadini, questioni di terra e di confini, e pulsioni nazionalistiche strumentalizzate dai governi. Kapuściński narra come la serie di incontri tra le due nazionali, in particolare le partite di Tegucigalpa e di San Salvador, abbia innescato un crescente clima di isteria patriottica, che ha reso più esplosivo le contraddizioni preesistenti, fino a convertire il tifo in mobilitazione bellica.

Attraverso questo episodio, Kapuściński trasforma la partita di calcio in lente di ingrandimento per la storia dei “paesi poveri”: il calcio diventa, nelle sue pagine, non un semplice evento sportivo, ma un frammento simbolico della politica, della propaganda e della gestione del consenso. Il giornalista sottolinea come i governi dei due Stati abbiano tratto vantaggio dall’attenzione internazionale suscitata dal conflitto, rafforzando la propria legittimazione di fronte a un’opinione pubblica che osserva dalla distanza, mentre il prezzo umano, migliaia di morti, decine di migliaia di feriti e circa cinquantamila sfollati, restava in larga misura invisibile. In questo senso, La prima guerra del calcio non è solo un reportage sul calcio, ma un esempio paradigmatico di letteratura del calcio politico : un testo che mostra come lo stadio, la partita e la retorica del successo sportivo possono essere sfruttati per alimentare sciovinismo, occultare disuguaglianze e legittimare guerre “piccole” ma non per questo meno devastanti. Per un saggio sulla letteratura nel calcio, Kapuściński rappresenta quindi un nodo teorico fondamentale, perché smonta la visione ingenuamente ludica del gioco e lo ricolloca in una geografia di potere, conflitto e memoria storica.

David Peace è considerato una delle voci più autorevoli della narrativa britannica contemporanea, capace di raccontare con straordinaria intensità il mondo del lavoro, la violenza sociale e le tensioni interiori che attraversano l’individuo moderno. All’interno della sua produzione, un posto centrale occupa “Il maledetto United”, romanzo che ha trasformato il calcio in materia letteraria complessa, oscura e profondamente psicologica. Al centro della narrazione vi è la figura di Brian Clough, tecnico carismatico, polemico e ossessivo, protagonista di uno degli episodi più celebri e controversi della storia del calcio inglese: i quarantaquattro giorni trascorsi alla guida del Leeds United tra il 1974 e il 1975. Peace sceglie proprio quel breve e fallimentare periodo per costruire un racconto che supera i confini della semplice cronaca sportiva e si trasforma in una meditazione sulla sconfitta, sul potere e sull’identità. Il romanzo si muove continuamente tra presente e passato, alternando i giorni tormentati vissuti da Clough al Leeds ai ricordi della sua carriera di calciatore e allenatore, in un flusso narrativo frammentato e quasi ossessivo che restituisce il disordine mentale del protagonista. La scrittura di Peace, asciutta, martellante e carica di tensione emotiva, imprime al testo un ritmo ipnotico. Le frasi brevi, le ripetizioni e il continuo intreccio di memoria e realtà trasformano il romanzo in qualcosa di più di una semplice storia di calcio: “Il maledetto United” diventa infatti una profonda indagine sul conflitto tra etica e potere, tra idealismo e pragmatismo, tra il desiderio di “giocare nel modo giusto” e la brutalità di un sistema costruito esclusivamente sulla vittoria. In questo contrasto si consuma la tragedia personale di Clough, convinto di poter moralmente redimere un club che percepisce come corrotto e violento, ma destinato invece a soccombere alle logiche stesse che vorrebbe combattere. Per questo motivo, il romanzo occupa un posto fondamentale nella storia della letteratura calcistica contemporanea. Peace intreccia la vicenda reale del Leeds United con una struttura narrativa fortemente stilizzata, quasi claustrofobica, dando vita a un autentico “romanzo della sconfitta”. Il calcio smette così di essere soltanto competizione sportiva e diventa metafora del fallimento umano, della solitudine e dell’impossibilità di conciliare ideali e realtà. In questa prospettiva, Il maledetto United rappresenta uno dei momenti più alti dell’incontro tra sport e letteratura nel Novecento inglese.

Come suggeriva Pier Paolo Pasolini, Il calcio non è mai "solo" una partita esso rappresenta un vero e proprio sistema di segni, un linguaggio con i suoi poeti e i suoi prosatori, regolato da norme sintattiche che trovano nel "gol" il loro momento poetico culminante. Per chi sa leggerne i codici, questo sport è un passe-partout capace di aprire porte sbarrate, un rito collettivo in cui si mescolano identità, speranze e frammenti di storia patria.
Per comprendere questa complessità, la storiografia moderna e la letteratura sportiva si devono menzionare altri autori di rilievo, che non ppossono mancare in un saggio sulla letteratuta futbolistica. Figure come Paul Dietschy un autore che guarda al pallone non come fosse un fenomeno isolato, ma come a una lente per osservare i grandi mutamenti del XX° secolo, dalla diplomazia internazionale al potere delle masse. In questa prospettiva, il calcio diventa uno strumento di ragione di Stato, un concetto che emerge con forza nelle opere di Vincenzo Paliotto. Nel suo saggio "DDR, la guerra fredda del football", Paliotto illustra come nella Germania Est lo sport fosse un parametro imprescindibile per dimostrare la presunta superiorità del socialismo reale. Trionfare contro l’Ovest non era un semplice successo agonistico, ma una vittoria ideologica per la quale le istituzioni e gli apparati, inclusa la Stasi, lavoravano incessantemente dietro le quinte. In "Splendori del calcio socialista", l’autore estende l’analisi a tutto il blocco del Patto di Varsavia, raccontando un mondo dove l’idea di collettivo sfidava il professionismo occidentale, creando miti e squadre competitive nonostante le enormi contraddizioni interne. Questa dimensione politica è particolarmente visibile nei Balcani, definiti da Gianni Galleri un "raccoglitore di contraddizioni". Qui, il tifo e gli stadi funzionano come amplificatori della realtà: dal carro armato parcheggiato fuori dal Marakana di Belgrado ai ruderi dello stadio di Mitrovica, simbolo della distanza tra le città e le proprie squadre in contesti di tensione etnica. Attraverso il calcio, Galleri coglie l’emergere del local-patriottismo, che si pone in antitesi ai nazionalismi centralizzatori, trasformando ogni derby in un rito di appartenenza viscerale. La letteratura ha saputo nobilitare questa materia grezza. Se Matteo Bruschetta si concentra sulla narrazione degli "ultimi" con opere come "I Mondiali dei Vinti" e "Cenerentola ai Mondiali", ricordandoci che le storie più umane latitano spesso nelle prime pagine, altri autori usano il calcio come metafora di resistenza morale. È il caso di Nello Governato, che ne "La partita dell’addio" rievoca la dignità di Matthias Sindelar, il campione austriaco che non si piegò a Hitler. Accanto a lui, maestri del reportage come Ryszard Kapuściński o autori come Romano Lupi hanno esplorato l’immaginario sovietico e orientale attraverso figure di portieri solitari, icone di una malinconia tutta russa. In Italia, la narrazione sportiva ha trovato in Gianni Brera il suo artefice linguistico, capace di inventare un codice onomaturgico, dal "catenaccio" al "contropiede" entrato nel parlato comune. Ma oltre i tecnicismi e il "biscardismo" mediatico, resta la saudade di cui parla Darwin Pastorin: quel sentimento borgesiano che vede in un pallone calciato su una spiaggia o in un cortile di provincia una forma purissima di speranza e poesia. Il calcio, dunque, si conferma come la più autentica religione laica dei nostri tempi. Che si tratti di analizzare l’evoluzione del linguaggio giornalistico o di studiare il ruolo del tifo nelle trasformazioni politiche dell’Est, questo sport rimane una bussola ermeneutica essenziale per chiunque voglia comprendere le utopie e le cadute del genere umano. Infine, in questo articolo dedicato agli scrittori del calcio, non posso dimenticare l’americano Joe O’Jiggins e il suo “Miracolo del Castel di Sangro”, una storia tutta da raccontare, quella della favola della piccola squadra abruzzese capace di inseguire un sogno impossibile fino alla Serie B, salvo poi scoprire, dietro l’entusiasmo e il mito sportivo, una realtà spesso grottesca e amara. Un libro oggi quasi introvabile, quasi censurato. Chissà perché: forse, come accade spesso, certe verità meglio tenerle celate.

Calciatori con il vizio della penna

Prima di diventare scrittori, correvano dietro un pallone, proprio come Jorge Valdano, che ha trasformato il calcio in letteratura e la memoria dello spogliatoio in materia narrativa, anche Ezio Vendrame, Paolo Sollier e Carlo Petrini hanno attraversato il campo prima ancora della pagina. Ma se Valdano ha spesso raccontato il calcio come una forma di intelligenza poetica e di eleganza morale, loro ne hanno esplorato il lato più inquieto, contraddittorio e marginale. Hanno preso la penna non per celebrare il mito del pallone, bensì per incrinarlo, smontarlo, talvolta persino accusarlo. In tutti loro la scrittura nasce da una frattura: dalla distanza tra il racconto ufficiale del calcio e ciò che realmente si vive dentro gli spogliatoi, nelle periferie sportive, nelle domeniche lontane dalla gloria. Così il pallone smette di essere soltanto competizione e spettacolo e diventa metafora sociale, conflitto politico, confessione esistenziale. Vendrame lo attraversa con la sensibilità del poeta ribelle, Sollier con lo sguardo del militante che vede nel calcio il riflesso delle lotte collettive, Petrini con la rabbia del testimone deciso a denunciare la corruzione del sistema. Come Valdano, anche loro hanno capito che il calcio può essere raccontato; ma, a differenza dell’argentino, hanno scelto di raccontarlo dal margine, dalla disillusione, dalla ferita. È proprio da questa posizione scomoda che nasce la loro controcronaca del pallone. Ezio Vendrame, Paolo Sollier e Carlo Petrini appartengono a una categoria rara e irregolare: quella dei calciatori che hanno scelto la scrittura non per celebrare il mito del pallone, ma per incrinarlo. Nei loro libri il calcio smette di essere semplice racconto sportivo e diventa materia politica, autobiografia inquieta, denuncia morale, poesia di frontiera. Ognuno, a suo modo, costruisce una controcronaca del calcio italiano, lontana dalla retorica ufficiale delle vittorie, delle classifiche e degli eroi da stadio.

Ezio Vendrame emerge come una figura anarchica, insofferente alle gerarchie e quasi fisicamente respinta dall’ambiente calcistico. La sua scrittura nasce proprio da questa distanza. In “Una vita fuori gioco”, “Se mi mandi in tribuna, godo” e negli altri suoi testi, il racconto autobiografico si intreccia alla poesia, alla provocazione e a un’esistenza vissuta costantemente fuori misura, tra calcio, donne, notti irrequiete e rifiuto del conformismo. Vendrame non racconta il calcio come un percorso di ascesa e successo, ma come un campo di tensione continua tra libertà individuale e disciplina imposta. Per questo la sua voce assume il tono di una controcronaca lirica e ribelle, capace di trasformare il calciatore in una figura quasi pasoliniana, sospesa tra mito e autodistruzione.

Diverso, ma altrettanto radicale, è il caso di Paolo Sollier. Con “Calci e sputi e colpi di testa”, Sollier porta dentro il racconto calcistico la militanza politica, le letture, il linguaggio della contestazione e l’esperienza collettiva degli anni Settanta. La sua autobiografia non si concentra sul gesto tecnico o sulla gloria sportiva, ma sul contesto sociale che circonda il calcio: le fabbriche, gli operai, le tensioni politiche sugli spalti, il rifiuto del divismo e delle convenzioni dello spettacolo sportivo. Sollier appare così come un “calciautore” militante, deciso a usare il pallone come spazio di coscienza critica. Persino nello spogliatoio il suo gesto più emblematico non è soltanto giocare, ma regalare libri ai compagni, nel tentativo di trasformare il calcio in un luogo di crescita culturale oltre che agonistica.

Con Carlo Petrini il tono cambia ancora e si fa più duro, diretto, testimoniale. In “Nel fango del dio pallone” il calcio viene raccontato dall’interno come un sistema corrotto, segnato da doping, combine, soldi in nero e ipocrisie strutturali. Petrini trasforma la propria esperienza personale in una vera e propria controinchiesta autobiografica, nella quale confessione e accusa coincidono. Non c’è nostalgia nelle sue pagine, né volontà di mitizzare il passato: al contrario, la memoria diventa uno strumento per smascherare il lato oscuro del professionismo sportivo. La sua scrittura è cruda, a tratti feroce, e proprio per questo assume il valore di una testimonianza scomoda, capace di incrinare l’immagine idealizzata del calcio italiano.

In tutti e tre questi autori la biografia non serve a glorificare una carriera, ma a demolire il mito del pallone come universo innocente e meritocratico. Vendrame lo fa attraverso la poesia e il rifiuto delle regole, Sollier tramite la militanza politica e la critica culturale, Petrini con la denuncia spietata del sistema. È qui che nasce la loro “controcronaca”: non il racconto delle partite, ma quello delle contraddizioni sociali, morali e umane che il calcio porta con sé.

Tuttavia il mio autore preferito rimane Remo Gandolfi un autore italiano contemporaneo, con un raggio molto ampio sul calcio un autore poliedrico, capace di parlare di calciatori, uomini, allenatori, matti, miti e meteore, che racconta il calcio con taglio narrativo e biografico, con particolare attenzione a storie, personaggi e ambienti spesso fuori dai riflettori. Nei suoi libri emerge uno stile molto documentato e coinvolgente, capace di unire passione sportiva e racconto umano. Tra i suoi titoli più noti ci sono “Brian Clough il più grande”, “Questo è il nostro calcio”, “Matti, miti e meteore del fùtbol sudamericano; (Italiano, dell’Est, del calcio inglese)” e infine “Pierino Prati. Ero Pierino la Peste”. La sua scrittura è stata descritta come quella di un “cantastorie” attento ai dettagli e alle sfumature delle vicende calcistiche. In breve, Gandolfi si distingue per un approccio che va oltre la semplice cronaca sportiva: nei suoi libri il calcio diventa racconto di uomini, emozioni e memorie.
Su Rivista Contrasti, Remo Gandolfi risulta autore di numerosi articoli di taglio calcistico e narrativo, con un archivio che indica 20 articoli pubblicati sul sito. Tra i titoli presenti figurano, per esempio, Francesco Rocca, con la Roma nel cuore, Andare in guerra con Marcelo Gallardo, Marcelo Bielsa e Bilbao si sono tanto amati, Bere Eddie Howe e ubriacarsi del Bournemouth e Lo Sheffield United è troppo bello per essere vero.

Il suo profilo su Contrasti mostra un interesse ricorrente per ritratti di calciatori, allenatori e club, spesso raccontati in modo personale e molto documentato. In altri pezzi compaiono anche David Ginola è una popstar prestata al calcio, Duncan Ferguson e In ricordo di Pierino Prati, confermando un tono più giornalistico e d’autore che strettamente cronachistico.

Conclusione

Quando i riflettori dello stadio si spengono uno a uno, e il ronzio feroce del mondo finalmente si allontana, resta soltanto il respiro del campo. Un respiro antico, quasi umano. L’erba porta addosso le ferite delle battaglie consumate sotto il cielo della sera, eppure custodisce ancora qualcosa di sacro, come se il tempo, lì dentro, avesse deciso di fermarsi per qualche istante. Le gradinate vuote trattengono gli echi delle voci, le ombre si allungano lente, e nel silenzio capiamo una verità semplice e immensa: il calcio non è mai stato soltanto un gioco. È stato, da sempre, un modo per cercare l’eternità dentro la fragilità degli uomini.

Abbiamo attraversato le parole di Leopardi come si attraversa una memoria lontana. Nel suo “garzon bennato” non vive soltanto un giovane atleta, ma il destino luminoso e struggente di ogni giovinezza: un lampo che attraversa il tempo sapendo già di dover svanire. In quella corsa c’è la bellezza feroce delle cose che durano poco, ma che proprio per questo restano indimenticabili. Poi è arrivato Saba, con il suo stadio pieno di domeniche e di anime. Il suo calcio non era soltanto spettacolo: era una preghiera collettiva, un miracolo capace di unire sconosciuti nello stesso battito. Nel portiere sconfitto, rimasto solo davanti alla rete, e nell’urlo improvviso di chi esulta, abbiamo riconosciuto noi stessi: creature sospese tra il desiderio di appartenere a qualcuno e la paura di restare soli. Con Galeano siamo diventati mendicanti di meraviglia. Abbiamo cercato il cuore del calcio sotto le macerie del profitto e della modernità, inseguendo la purezza di un dribbling capace ancora di somigliare a un atto di libertà. Perché a volte basta un pallone che sfugge alle regole, un gesto inutile e bellissimo, per ricordarci che l’uomo non vive soltanto di risultati, ma anche di sogni. E insieme a Soriano abbiamo camminato nel fango delle periferie, là dove il calcio smette di essere leggenda e torna a essere vita. Ci ha insegnato che gli eroi più veri non sono sempre quelli che alzano trofei sotto le luci del mondo, ma quelli che cadono senza tradire se stessi. Gli sconfitti ostinati, gli ultimi, quelli che continuano a inseguire il proprio sogno anche quando tutto sembra perduto. Perché perdere, nel calcio come nella vita, non è la fine. La vera sconfitta è smettere di credere in ciò che ci tiene vivi. Oggi il mondo prova a trasformare ogni passione in mercato, ogni campione in un marchio, ogni emozione in qualcosa da vendere. Eppure, in mezzo a questo rumore, la letteratura resiste. Resiste come un ultimo rifugio fragile e necessario. Sono i poeti, gli scrittori, i narratori a custodire ciò che il business non può comprare: il tremore di un’attesa, il nodo in gola di un gol al novantesimo, la malinconia di uno stadio sotto la pioggia. Perché finché esisterà un bambino che rincorre un pallone nella polvere di un cortile, finché qualcuno saprà vedere nel calcio non soltanto una competizione ma un frammento di umanità, allora questa poesia non morirà mai. Continuerà a vivere nei gesti improvvisi, nelle parate disperate, nei cori spezzati dal vento, negli occhi lucidi di chi ricorda una partita come si ricorda un amore.

Queste pagine finiscono qui. Ma certe storie non finiscono davvero. Continuano a camminare dentro di noi, leggere e ostinate, come un pallone che rotola nel silenzio dopo il fischio finale. Perché il calcio, quando lo si guarda con gli occhi del cuore, non racconta semplicemente chi ha vinto e chi ha perso. Racconta la nostra fame di bellezza, la nostra fragilità, il bisogno infinito di sentirci vivi. Racconta, in fondo, chi siamo.

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