Pickles Il cane che ritrovò
la coppa del mondo
Dall’ombra di una siepe alla gloria mondiale, cronaca di un eroe inaspettato
Testo di Fiore Massimo
Nelle sere d’inverno, quando il buio scende lento e la casa vuota respira con me, il silenzio diventa un compagno ingombrante. Le pagine dei miei libri di calcio e filosofia si sfogliano lentamente, come per non disturbare i ricordi che custodiscono, ma tra quelle righe e quella solitudine c’è un cuore che batte accanto al mio. È il suo. Lei arriva piano piano annunciata solo dal rumore delle zampette sul pavimento, con il passo corto e deciso di chi non ha bisogno di farsi notare per esistere. E’ la vera padrona di casa. Una cagnolina dal pelo nero focato, senza titoli né pedigree, ma con una nobiltà che non si insegna. Un incrocio improbabile, quasi poetico, tra un bassotto e un Jack Russell, zampette brevi che sfidano il mondo, un musetto lungo e curioso che annusa la vita come se fosse un racconto da scoprire riga dopo riga.
Quando usciamo insieme, il tempo cambia passo. Lei danza tra l’erba e gli angoli dimenticati, esplora con fervore ogni profumo nascosto, muove la coda ad un ritmo impaziente, quasi come una modella quando muove il sedere sulla passerella, trasformando la strada in un’avventura e un gesto semplice in un piccolo rito quotidiano. È buffa, irresistibilmente buffa, eppure così viva da contagiare chiunque la incontri. I passanti si fermano, sorridono senza sapere perché, si chinano per una carezza, chiedono una fotografia, come se anche solo per un istante volessero portare con sé un frammento di quella gioia leggera.
Io osservo e acconsento, con gratitudine silenziosa. So che questo piccolo essere mi sta regalando tutto ciò che ha, il suo tempo, la sua fiducia, il suo esserci. Non chiede nulla, se non una mano che sappia accarezzare e uno sguardo che sappia restare. In quel patto muto c’è l’essenza dell’amore più puro.
Poi qualcuno domanda il suo nome. E io lo pronuncio piano, come si fa con le cose preziose: «Pickles.»
Sorridono, stupiti. È un nome strano, dicono. Non l’ho mai sentito. Ed è allora che il mio cuore sorride per primo. Perché quel nome è una porta, un ricordo che freme per essere raccontato. È l’eco di un’altra storia, di un altro cane, di un’impresa che nel 1966 seppe superare uomini, indagini e confini, restituendo al mondo ciò che era stato perduto.
Guardo la mia piccola Pickles, così buffa e ignara, e sento l’orgoglio farsi tenerezza. E senza fretta comincio a raccontare. Una storia che pochi conoscono, ma che merita di essere ascoltata. Perché parla di fedeltà, di destino, e di quei piccoli eroi che, senza saperlo, cambiano il mondo a volte anche quello dorato del calcio.
Il marzo del 1966 non era un mese qualunque per Londra. L’aria vibrante della capitale britannica era carica di un’attesa messianica, il mondo intero stava per volgere lo sguardo verso il "tempio" del football, pronti a celebrare il primo Mondiale in terra d’Albione. Ma nel cuore di quel fervore, un’oscurità improvvisa avvolse la nazione. La Coppa Jules Rimet, la "Vittoria Alata" tre virgola otto kilogrammi in oro massiccio che racchiudeva in sé i sogni di gloria di ogni popolo, era svanita. Rapita, scomparsa dalla propria teca.
Mentre nelle navate della Westminster Central Hall risuonavano i canti di una funzione metodista, nell’ombra si consumava il sacrilegio. I ladri, con fredda audacia, ignorarono francobolli dal valore inestimabile per trafugare il simbolo supremo del calcio. L’Inghilterra, culla del football, si risvegliò nuda e umiliata davanti al mondo. Scotland Yard, il baluardo della giustizia britannica, brancolava in una nebbia fitta quanto quella del Tamigi. Le indagini portarono solo a vicoli ciechi: valigette piene di carta straccia, appuntamenti furtivi a Battersea Park e l’arresto di un piccolo ricettatore che non sapeva, o non voleva, rivelare dove fosse il tesoro. Il destino della nazione sembrava segnato dal disonore. La coppa sparita proprio nella patria del Football. Ma il destino, si sa, ama i paradossi. La salvezza non giunse dai reparti scientifici della polizia, né dagli interrogatori serrati. Giunse il 27 marzo, per mano, o meglio, per naso, di un umile e straordinario eroe a quattro zampe, Pickles.
Il crepuscolo di Upper Norwood quella sera di marzo era intriso di una nebbia sottile, di quelle che a Londra sembrano voler soffocare i segreti tra le siepi dei viali urbani. David Corbett camminava a passo lento, con le mani affondate nelle tasche della giacca e i pensieri ancora legati al dondolio delle chiatte sul Tamigi. Accanto a lui, Pickles, un collie dal manto bianco e nero, trottava con le orecchie tese, scrutando le ombre lunghe proiettate dai lampioni. All’improvviso, il cane si piantò. Non fu un semplice arresto, ma una tensione elettrica che gli attraversò il corpo. David tirò leggermente il guinzaglio, ma Pickles non cedette; il suo muso era puntato con ferocia istintiva verso la base di una siepe fitta, accanto alla ruota di una vecchia auto in sosta. «Cosa c’è, ragazzo? Un gatto?» mormorò David, avvicinandosi. Tra il fogliame umido spuntava un fagotto informe. Era avvolto in fogli di giornale ingialliti, tenuti insieme da diversi giri di uno spago rozzo, annerito dalla polvere della strada. In quegli anni di tensioni e minacce dell’IRA, un pacco abbandonato non era mai solo un pacco. Per un istante, il cuore di David saltò un battito, martellando contro le costole: l’immagine di un ordigno pronto a esplodere gli gelò il sangue. Eppure, c’era qualcosa in quella forma che lo attirava. Con le dita che tremavano impercettibilmente, David si chinò e iniziò a lacerare la carta bagnata. Il fruscio del giornale sembrò assordante nel silenzio del quartiere. Sotto il primo strato, apparve un bagliore. Non era il grigio del metallo di una bomba, ma un riflesso caldo, antico, che pareva trattenere l’ultima luce del giorno. Scartò ancora, con più foga, finché l’involucro non cedette del tutto. Sotto la luce fioca di un lampione, la "Vittoria Alata" emerse dal suo sudario di cronaca nera. David trattenne il respiro. Gli occhi corsero febbrili sulle incisioni alla base del trofeo: Uruguay 1930... Italia 1934… Italia 1938… Uruguay 1950… Germania Ovest 1954… Brasile 1958… Brasile 1962...
Il mondo sembrò fermarsi. La vergogna di una nazione, l’imbarazzo di Scotland Yard e il peso di un intero impero sportivo erano lì, tra le sue mani ruvide da lavoratore. David sollevò il trofeo verso il cielo lattiginoso di Londra, come se volesse mostrarlo a Dio. «L’ho trovata...» sussurrò appena, prima che la voce gli esplodesse nei polmoni in un boato che scosse i vetri delle case vicine. «Ho trovato la Coppa del Mondo! Pickles, l’abbiamo trovata!» In quel momento, tra le strade anonime di un sobborgo, l’onore del calcio era tornato a casa. E mentre David correva verso una stazione di polizia, Pickles abbaiava trionfante, unico testimone del miracolo che aveva fiutato nell’ombra. Pickles divenne una leggenda vivente. Per lui si aprirono le porte del cinema, i banchetti dei vincitori e le ciotole ricolme di croccantini. Fu la luce improvvisa in una notte di vergogna internazionale. Eppure, come nelle ballate più struggenti, la gloria fu un soffio breve. Il salone della National Canine Defence League era un tripudio di flash e brusio eccitato. David Corbett sedeva rigido nel suo abito migliore, sentendosi quasi un intruso tra quei velluti, ma Pickles, al suo fianco, sembrava nato per la gloria. Il collie restava seduto con una compostezza regale, la testa alta e gli occhi attenti che seguivano ogni movimento della folla. Quando venne pronunciato il suo nome, un silenzio solenne scese sulla sala. David guidò il cane verso il podio. Una mano guantata si chinò per allacciare al collo di Pickles una medaglia d’argento che brillava quanto la coppa che aveva salvato. Era la Regina … Non era solo un pezzo di metallo; era il riconoscimento ufficiale che un meticcio di periferia aveva battuto sul tempo le menti più brillanti della polizia britannica. «Al cane dell’anno» proclamò l’ufficiale, mentre il pubblico esplodeva in un applauso scrosciante. Pickles rispose con un unico, breve abbaio, quasi a voler ringraziare, mentre David sentiva un groppo in gola. In quel momento, l’uomo e il cane non erano più solo un manovratore di chiatte e il suo compagno, ma i custodi del tesoro d’Inghilterra. Qualche mese dopo. Londra era in fiamme di gioia. L’Inghilterra era Campione del Mondo. All’interno del lussuoso hotel dove si teneva il banchetto ufficiale, l’aria era densa di fumo di sigaro, profumo costoso e il fragore delle risate dei giganti del calcio. Bobby Moore e i suoi compagni sedevano come dei dell’Olimpo, ma tra gli invitati d’onore, c’era una figura che attirava sguardi di pura gratitudine. David era seduto a una tavola imbandita che non avrebbe mai osato sognare. Ma la vera deroga al protocollo avvenne sotto lo sguardo divertito dei campioni. Quando arrivò il momento della portata principale, David sentì una mano sulla spalla: era un cenno di assenso. Con un sorriso, Corbett abbassò il suo piatto di porcellana finissima verso il pavimento. Pickles, che era rimasto accucciato pazientemente sotto la tovaglia damascata, emerse con eleganza. Tra i cristalli e le argenterie, al cane eroe fu permesso di leccare i resti del banchetto reale. I calciatori brindarono verso di lui, sollevando i calici di champagne. In quel momento, mentre Pickles godeva del suo premio tra le gambe dei campioni del mondo, David capì che quella storia sarebbe stata raccontata per generazioni, la storia di come l’oro del mondo era passato dal fango di una siepe alla luce dei palazzi, tutto grazie a un paio di orecchie attente e a un naso infallibile. Solo un anno dopo, inseguendo un gatto con l’entusiasmo puro che lo aveva reso celebre, il suo guinzaglio, lo stesso strumento che lo legava al suo padrone e alla sua terra, divenne il suo carnefice. Pickles morì tragicamente strozzato, per quella cosa che meglio sapeva fare “rincorrere i gatti” lasciando un vuoto incolmabile nel giardino della casa che lui stesso, con quel suo fiuto prodigioso, aveva contribuito a comprare. Il giardino della casa di Lingfield, nel Surrey, era immerso nel silenzio dorato di un pomeriggio del 1967. David Corbett guardava fuori dalla finestra quella proprietà che, solo un anno prima, era un sogno irraggiungibile, comprata con la ricompensa di quel ritrovamento miracoloso. Ma il silenzio, quel giorno, aveva un peso insopportabile.
Poco distante, sotto l’ombra di un albero che sembrava chinare i rami in segno di lutto, David aveva scavato una piccola fossa. Pickles non correva più. Il suo instancabile cuore di collie si era fermato in un istante beffardo, vittima di quello stesso entusiasmo che lo aveva reso una stella mondiale. Un gatto, un balzo, un guinzaglio impigliato, un tragico scherzo del destino che aveva spezzato il filo della sua vita proprio mentre era al culmine della gloria. Mentre David deponeva il suo amico nella terra, il pensiero andò a quella notte a Upper Norwood. Ricordò il fruscio della carta di giornale e il bagliore improvviso della "Vittoria Alata". Pickles non aveva cercato la fama, né i premi, né i banchetti dei campioni; aveva solo cercato la verità nascosta sotto una siepe, guidato da un istinto puro che nessun detective avrebbe mai potuto eguagliare.
Sopra la piccola tomba, David non pose marmi sfarzosi, ma il ricordo di un’intera nazione. Sapeva che, finché si fosse giocato a calcio sotto il cielo d’Inghilterra, il nome di quel cane bianco e nero sarebbe stato pronunciato con un sorriso. Pickles era stato un faro nella nebbia, una luce dorata nel fango della periferia. E mentre la terra copriva l’ultimo eroe a quattro zampe, David sapeva che, anche se la Coppa Jules Rimet fosse svanita di nuovo — come poi sarebbe tragicamente accaduto anni dopo in Brasile — il fiuto di Pickles sarebbe rimasto eterno, impresso nella memoria come il più incredibile dei gol all’ultimo minuto, come il goal fantasma di Geoff Hurst che aveva beffato l’incolpevole Hans Tilkowski. Oggi, mentre la vera Coppa Rimet è forse diventata cenere o lingotti nelle fonderie di Rio de Janeiro, il mito di Pickles resta intatto. Resta il suo collare in un museo, resta una targa a Beulah Hill, ma soprattutto resta il ricordo di quel faro improvviso nella nebbia, di quel piccolo cane che, guidato solo dall’istinto, trovò la luce dorata nascosta sotto la polvere di un marciapiede, salvando l’anima del calcio mondiale.
Sono passati quasi sessant’anni da quel marzo nebbioso a Upper Norwood, eppure la storia di quel piccolo eroe continua a vibrare come una corda tesa nel mio cuore. Una storia poco nota, almeno qui da noi. Quando è entrata nella mia vita lei, quella macchia di pelo focato, con gli occhi che sembrano leggere l’invisibile, non ho avuto dubbi. Contro la volontà di tutti, contro chi diceva che era un nome buffo, difficile da pronunciare o "poco adatto" a una cagnolina, l’ho chiamata Pickles. Mi guardavano storto, amici e parenti. "Ma perché proprio Pickles? Sembra il nome di un barattolo di sottaceti!", dicevano ridendo. Io però sorridevo in silenzio, guardandola esplorare il giardino con il muso incollato a terra. Perché vedi, chiamarla così non era un capriccio, era un atto di fede. L’ho chiamata Pickles perché viviamo in un mondo che spesso brancola nel buio, proprio come Scotland Yard in quella primavera del ‘66. Anche anno della mia nascita. Un mondo fatto di grandi proclami, di sorveglianze "infallibili" che falliscono e di tesori che spariscono sotto il naso di chi dovrebbe proteggerli. Avevo bisogno di ricordarmi ogni giorno che, a volte, la soluzione non arriva dai potenti o dai dotti, ma da chi sa guardare dove gli altri non vedono. Da chi sa fiutare la speranza tra i giornali vecchi e lo spago plebeo.
Avevo ragione?
Sì, mille volte sì. Ogni volta che la vedo puntare con insistenza un angolo del parco, o quando mi accoglie alla porta dopo una giornata storta, e corre a distruggere la sua cuccia, Quando la devo rincorrere per mangiare un bastoncino per i denti, capisco che quel nome è il mio talismano, capisco che vuole dirmi qualcosa. Mi ricorda che la luce può essere nascosta ovunque, anche sotto una siepe, e che basta un briciolo di istinto per ritrovare se stessi. La mia Pickles non ha ancora trovato una coppa d’oro, ma ogni giorno scova piccoli tesori: un sasso dalla forma strana, un legnetto prezioso, o semplicemente quel senso di pace che solo un cane sa regalare. Indossa quel nome con la stessa dignità del suo predecessore al banchetto dei campioni. Lei non lo sa, ma quando la chiamo alza le orecchie come a dirmi ti voglio bene, ti ascolto… Alla fine, avevano ragione le piroettate malinconiche, la gloria è breve, ma il mito è eterno. E finché chiamerò il suo nome, il piccolo eroe del 1966 continuerà a correre tra l’erba, ricordando a me e al mondo che non serve essere giganti per salvare un impero. Serve solo un cuore grande e un naso freddo e infallibile.
Bibliografia
Pickles (dog). Wikipedia, Wikimedia Foundation, 2025, en.wikipedia.org/wiki/Pickles_%28dog%29. Accessed 5 Dec. 2025. (en.wikipedia.org)
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Talmon, Noelle. “That Time a Pooch Named Pickles Found the Stolen World Cup Trophy…” Ripley’s Believe It or Not!, 15 June 2018, www.ripleys.com/stories/pickles-world-cup. Accessed 5 Dec. 2025. (ripleys.com)
“Pickles, il cane che trovò la Coppa.” Vita.it, 27 Mar. 2016, www.vita.it/pickles-il-cane-che-trovo-la-coppa/. Accessed 5 Dec. 2025. (vita.it)
“Mondiali: l’incredibile storia del cane che ritrovò la Coppa del Mondo.” Sky Sport, sport.sky.it/calcio/mondiali/2018/07/14/mondiali-coppa-del-mondo-rubata. Accessed 5 Dec. 2025. (sport.sky.it)
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