Mai più Serie A !!!
Piccole squadre, grandi ricordi: un viaggio nella memoria del nostro calcio
Testo di Fiore Massimo
Le foglie secche frusciavano sotto le ruote del passeggino come piccole carte da gioco soffiate dal vento. Era un pomeriggio d’autunno, tiepido ma già segnato da quel primo velo di malinconia che solo ottobre sa stendere sulle cose. Sul lungomare, ormai spoglio dei clamori estivi, una signora avanzava a passo lento, spingendo un passeggino che pareva più inquieto di un frullatore senza coperchio. Dentro, un bambino che si dimenava con la forza di chi ritiene un diritto universale scendere a guardare le caprette che brucavano le ultime erbe ingiallite o unirsi ai piccoli superstiti dell’estate che giocavano tra i mucchi di foglie come fossero castelli di sabbia fuori stagione.
Accanto a lei il marito, un omone dal passo sicuro, teneva da una parte il braccio della moglie e con l’altra, come fosse un prezioso talismano, stringeva una radiolina all’orecchio. La scatoletta di moplen, consumata dal tempo, brillava come un cimelio sacro: un’autorità incontestabile, un altare portatile capace di dare risposte, emozioni, speranze. Un oracolo tascabile più autorevole della Settimana Enigmistica e fedele come il TG delle 20.
Una scena degli anni ‘70, dimessa nella luce autunnale, niente ombrelloni, niente il vociare di luglio. Solo il mare più scuro, le panchine vuote, i cappotti leggeri e l’odore della prima aria fresca. Una scena che sembrava uscita da un film di Comencini, quando l’Italia si raccontava senza bisogno di effetti speciali.
Un signore si avvicinò piano, con passo reverente, quasi da chierichetto davanti al sacerdote. , Mi scusi… cosa sta facendo il Cagliari?
L’uomo si raddrizzò come un ufficiale dell’esercito in parata. Nell’aria immobile di ottobre, quel gesto sembrò quasi un proclama. Pareggia, sono ancora zero a zero.
Il passante annuì, ringraziò con gratitudine sincera e proseguì, con le mani nelle tasche del cappotto.
Miracoli della tecnologia! Senza quei transistor, saremmo ancora lì a scaldare valvole, a soffiare dentro apparecchi ingombranti dal cuore di vetro e filamenti incandescenti, quelle stesse valvole che un giorno, con voce tremante, avevano annunciato la tragedia del Grande Torino.
Ma oggi no. Oggi la radiolina era il futuro. Era la voce del mondo. Era Tutto il calcio minuto per minuto che galleggiava nell’aria fresca dell’autunno come incantesimo della domenica.
Io, che passavo lì vicino, cercai di catturare una briciola di notizia. Scusa, Ameri… e Verona che si inserisce…
Capivo poco, un fruscio, un soffio, il respiro del vento confuso con le onde. Come ascoltare una conchiglia che non ha ancora deciso se raccontarti il mare.
Poi, improvvisa e limpida come una foglia che cade proprio davanti ai tuoi piedi; La Juventus è passata in vantaggio!
Mi feci coraggio. Scusi, signore… chi ha segnato?
Lui si illuminò. In quel cielo grigio e tenue, il suo sorriso parve una finestra aperta sul sole d’agosto. Boninsegna! Lo disse con lo stesso orgoglio di un padre che annuncia la nascita del primogenito.
La moglie lo guardò con lo sguardo di chi ha sopportato treni persi, code all’ufficio postale, mestieri e pomeriggi in cucina e un marito più innamorato del Football che di lei. Il bambino, intanto, protestava, una capretta aveva osato guardarlo con troppa insistenza e lui, naturalmente, voleva scendere a darle risposta.
L’uomo, diviso tra l’obbligo paterno e il dovere calcistico, staccò la radiolina dall’orecchio. E fu allora, come chiamata da una volontà superiore, che una voce gracchiante, roca, arrivò a tagliare l’aria fredda; È Milano che si inserisce, per segnalare la rete dell’Inter al ventitreesimo del secondo tempo, con Sandro Mazzola!
Poi, la radio tacque. Il vento riprese a muovere le foglie. La famiglia continuò il suo cammino sotto un viale dorato, inghiottita dalla luce morbida del pomeriggio.
Io, invece, feci soltanto quello che sapevo fare, correre a casa come se avessi nelle tasche un mistero da svelare. Arrivai davanti alla TV giusto in tempo per sentire la voce dell’annunciatrice: , Buonasera, Signori e signore trasmettiamo un tempo della partita di calcio Verona–Juventus, valida per la quinta giornata di Serie A…
Raramente riuscivo a guardare a 90° minuto, troppo impegnato negli erranti pomeriggi domenicali.
Un rito fatto di autunni lenti, radioline gracchianti, emozioni a distanza. Quarantacinque minuti: tempo sufficiente per conoscere destini, glorie, crolli, rivelazioni. Quarantacinque minuti per ritrovare le piccole squadre di provincia, quelle che sfioravano la Serie A come si sfiora un sogno, una sola volta, magari per caso, e poi più nulla. Squadre che sparivano come le onde che cancellano i castelli di sabbia estivi, o come le foglie portate via dalle prime raffiche di novembre.
Come quando, un autunno di tanti anni fa, mi convinsero che l’Olanda stesse giocando in Serie A.
Ops… era la Pistoiese. L’arancione era quello, il fascino pure, ma la magia aveva accento toscano.
Ed è proprio di queste storie che voglio parlare. Di squadre con le maglie lilla, rossoverdi e arancioni. Storie buffe, malinconiche, eroiche. Storie che odorano di foglie bagnate, di radioline, di transistor che scoppiettano, di domeniche pomeridiane in cui il cielo diventa azzurro solo quando segna la tua squadra.
Perché il calcio, allora, non era solo un gioco. Era una commedia. E noi , chi con la radiolina, chi con le mani in tasca, chi con le scarpe sporche di foglie , ne eravamo i protagonisti. Fu proprio in quegli autunni, in quelle domeniche di vento e di radiocronache, che imparai ad amare le squadre dimenticate: quelle che la Serie A l’hanno vista una sola volta e poi mai più. È lì che comincia il capitolo di questa storia. C’è un momento, nella memoria di ogni appassionato, in cui le piccole squadre diventano grandi. Non per i titoli, non per i trofei: per l’attimo. Quell’attimo in cui il loro nome appare nei tabelloni della Serie A, affiancato ai colossi del pallone. Un lampo, un salto, una stagione che sembra un sogno raccontato troppo in fretta. E poi inevitabilmente la discesa. Amara, inevitabile, come una foglia d’autunno che ha già compiuto il suo volo più alto.
Questo capitolo è dedicato a loro: alle meteore che solcarono per un istante l’aria rarefatta della massima serie e poi tornarono a vivere nel loro calcio di provincia, tra stadi piccoli, tifoserie innamorate e domeniche che profumano di panini alla mortadella.
La Pistoiese, con quel suo arancione d’Olanda che ingannò il Paese intero. Per un attimo sembrò davvero che la magia totale del calcio olandese avesse messo piede in Toscana. Una stagione, una fiammata, un ricordo che ancora oggi accende sorrisi.
La Lucchese, elegante e discreta come le sue mura medievali. La sua apparizione in A, lontana e sfumata, è ormai quasi un mito d’altri tempi.
Il Treviso, comparsa gentile degli anni Duemila. Una squadra che sembrava una favola moderna: stadio piccolo, entusiasmo alle stelle coraggio da rugbista. Una A conquistata più per ingranaggi del destino che per potenza, ma vissuta con la dignità delle squadre che sanno di essere ospiti in una festa da signori. Una stagione, un sorriso, poi di nuovo il silenzio.
Il Carpi, l’esplosione inattesa dell’Emilia concreta. Una squadra che salì su con lavoro e sudore, e che per un attimo mostrò all’Italia che Davide può ancora guardare Golia senza tremare.
Il Casale, nero stellato, protagonista del calcio pionieristico. Campione d’Italia in un’epoca lontana, poi lentamente dissolto nel vento della storia.
L’Alessandria, con il suo grigio nobile e misterioso. Non fece mai più ritorno in Serie A. In settant’anni, quel grigio, giusto il tempo di ricordare che certi colori sbiadiscono.
Il Benevento, la meteora più romantica. Sconfitte, cadute, e poi il gol del portiere Brignoli: un colpo di testa che sembrava una scena scritta dal destino. Due stagioni sole, ma epiche.
E prima ancora, molto prima, c’era stata la Triestina, la squadra di frontiera, figlia dei venti del Carso e delle storie di confine. Una presenza elegante che un tempo faceva parte del salotto buono del calcio, prima di scendere nella penombra delle categorie inferiori.
La Pro Vercelli, invece, fu addirittura una regina. Sette scudetti, una grandezza antica. Poi, la parabola discendente. Più che una meteora, un impero caduto. Una delle città più piccole mai salite così in alto.
Il Catanzaro, la Calabria che per un periodo respirò l’aria dei grandi stadi. Il giallorosso brillante come un sole di mezzogiorno, un nome che ancora oggi evoca nostalgia, radio, e partite dense di pathos.
L’Avellino, il lupo irpino che nei suoi anni più belli faceva sudare anche le squadre più blasonate. Una A che oggi sembra un racconto trasmesso in AM, ma che per chi l’ha vissuta è stata vera come la neve sul Partenio.
Il Legnano, con quel lilla inconfondibile. Una squadra che sembra uscita da una fotografia seppiata, e che il calcio moderno ha quasi dimenticato, ma che per tre volte, respirò la Serie A.
La vorticosa e pazza altalena dell’Ancona in Serie A, una delle storie più incredibili e amare di mala gestione del calcio italiano, due apparizioni, due cadute, sempre al limite tra sogno e tragedia sportiva.
Il Lecco, figlio dei laghi e delle montagne, squadra operaia che sfidò i giganti con la forza dei sogni. Una presenza breve, un’eco che ancora rimbalza sul Resegone nelle sere d’inverno.
Il Chievo, la favola più grande tra le piccole. Da rione a protagonista europeo in Champions League, da bar di quartiere a Davide che sfidò le grandi. Non una meteora, ma una parabola unica: durata nel tempo diciotto anni ma finita bruscamente, come tutte le storie troppo belle per essere vere.
Il Mantova, il Piccolo Brasile lombardo. Stagioni di gloria, cadute rovinose, risalite impensate. Una città che per un momento danzò tra i più grandi.
Il Padova, una costante apparizione e scomparsa, come un faro intermittente. Ogni ritorno un’esplosione di fede, ogni discesa una ferita che il tempo rimargina solo a metà.
La Ternana, eterna promessa, eterna battaglia. La Fere videro la Serie A e poi la persero, ma il loro rossoverde resta uno dei colori più sinceri del nostro calcio popolare.
E accanto a loro, tante altre: il Novara, l’Ascoli, il Messina, il Foggia, il Varese, il Livorno, Il Vado, la Reggiana … Un mosaico di speranze, cadute e brevi splendori.
Queste squadre non hanno segnato soltanto la loro città. Hanno segnato noi. Le nostre domeniche. Le nostre radioline. Le nostre attese davanti alla TV, quando speravamo che “Novantesimo Minuto” regalasse almeno un lampo del loro colore accanto a quelli delle grandi.
E così, prima che il vento del tempo porti via queste storie come fa con le foglie d’autunno, è arrivato il momento di raccontarle.
Questo è il loro capitolo. Il capitolo delle Meteore. Di quelle che la Serie A l’hanno vista una volta sola, o una volta soltanto dopo lunghi secoli e che, proprio per questo, hanno lasciato un segno che nessuno potrà cancellare.
Pistoiese: Nel 1980-81, l’anno della riapertura agli stranieri, del Totonero, degli anni di piombo e dell’Olanda in Serie A, accadde qualcosa che nessuno avrebbe previsto: Ops… … era la Pistoiese, unica squadra italiana a vestire i colori della calendula, in quell’anno approdò in Serie A. Fu una storia che sembrava scritta per dimostrare come il calcio potesse ancora essere romantico, imprevedibile e perfino un po’ folle. La squadra arancione si ritrovò all’improvviso negli stessi stadi delle grandi squadre d’Italia e divenne il simbolo di una provincia che non si era mai immaginata così in alto, ma che proprio per questo decise di godersi quel viaggio senza riserve. L’avvio fu travolgente: la città si accese, il Comunale si trasformò in un’arena vibrante e per qualche settimana nessuna avversaria arrivò a Pistoia con la leggerezza di chi pensa di aver già vinto. Poi, lentamente, quel fortino iniziò a cedere, diventando terreno più semplice per chi cercava punti facili. Nonostante il calo, la Pistoiese riuscì a costruire sei vittorie destinate a restare nella storia. La prima arrivò il 5 ottobre 1980 contro il Brescia, un 1 a 0 che fece esplodere d’orgoglio un’intera città. Il periodo più brillante, quasi magico, si concentrò tra il 23 dicembre 1980 e il 13 gennaio 1981, quando gli arancioni superarono Perugia e Avellino in sequenza, alimentando l’illusione che il sogno potesse davvero durare. Dopo la sconfitta di Torino contro la Juventus, arrivarono altri tre successi: il 2 a 0 al Como, la prima storica e unica vittoria esterna al “Ceravolo” di Catanzaro per 2 a 1 e soprattutto il trionfo nel derby contro la Fiorentina, considerato da molti il momento più alto dell’intera avventura. Con 13 punti al termine del girone d’andata, la salvezza sembrò un obiettivo possibile. Ma qualcosa si ruppe. Nel ritorno la squadra smarrì energie, convinzioni e fortuna, raccogliendo appena tre punti e scivolando lentamente all’ultimo posto, fino all’inevitabile retrocessione. Eppure, nonostante il finale amaro, quella stagione rimase scolpita nel cuore di Pistoia come un lampo breve ma indimenticabile, la prova che anche una piccola realtà poteva brillare per un momento tra i giganti. In mezzo a quel campionato prese forma anche il personaggio più enigmatico e affascinante di tutti: Luis Silvio Danuello. Il suo arrivo generò un’aura quasi mitica. Si parlò di talento grezzo, di imprevedibilità, di colpi in grado di cambiare le partite. Ogni suo ingresso in campo portava aspettative enormi, come se da un istante all’altro potesse accadere qualcosa di straordinario. Ma la realtà fu molto diversa. Il presidente Malavasi cercava una punta, ma acquistò una “ponta”, che in portoghese indica l’ala: una incomprensione che lo condannò a giocare fuori ruolo e a bruciare in fretta le sue possibilità. Troppo giovane, spaesato e piombato in un calcio tattico e duro, Danuello divenne presto un corpo estraneo. Intorno a lui nacquero leggende: chi lo voleva attore di un film porno, chi venditore di gelati fuori dallo stadio. In verità tornò in Brasile, dove continuò a giocare con discreti risultati, e a fine carriera aprì un negozio di ricambi auto, molto lontano dalle fantasie popolari nate in Italia. Quando la retrocessione arrivò, non fu vissuta come una condanna, ma come la fine naturale di un capitolo incredibile. Un anno solo, irripetibile, in cui la Pistoiese aveva potuto guardare le grandi negli occhi e lasciare un segno molto più profondo di quanto i numeri avrebbero mai potuto raccontare.
Lucchese: La storia della Lucchese negli anni d’oro del calcio italiano fu indissolubilmente legata all’ambizione del presidente Giuseppe Della Santina, imprenditore edile deciso a portare la squadra nel calcio che conta, e alla scelta di affidarsi al tecnico magiaro Ernő Erbstein, nato in Transilvania allora territorio ungherese. Erbstein sbarcò a Lucca nel 1933 con l’obiettivo di riportare i rossoneri in Serie B, traguardo che centrò con autorità nella stagione 1933/34, imprimendo poi alla squadra una rapida ascesa culminata, al termine del 1935/36, nella storica promozione in Serie A. Le doti del tecnico furono evidenti fin dall’inizio, e la sua carriera lo portò in seguito a diventare una figura centrale del Grande Torino, trovando tragicamente la morte nella tragedia di Superga del 1949. Nel 1936/37 la Lucchese disputò il suo primo campionato nella massima serie a girone unico e regalò ai tifosi una delle vittorie casalinghe più memorabili, il 7-2 inflitto alla Triestina, risultato rimasto nella storia rossonera. Quel torneo, ambientato nel pieno del regime mussoliniano, fu reso unico dalla presenza in squadra di una pattuglia di figure apertamente antifasciste: oltre allo stesso Erbstein figuravano giocatori di forte temperamento come Bruno Scher, Aldo Olivieri, Libero Marchini, Gino Callegari e Bruno Neri, soprannominati il “gruppo dei sei ribelli”, capaci di trascinare la squadra al miglior piazzamento di sempre, un brillante settimo posto. La permanenza nella massima serie proseguì nelle due stagioni successive, con un 14º posto nel 1937/38 e un 16º nel 1938/39, ma nell’aprile 1938 il percorso fu spezzato quando le leggi razziali costrinsero Erbstein a lasciare la panchina. Tra i protagonisti di quel primo ciclo spiccarono figure destinate a lasciare un segno profondo. Il portiere veronese Aldo Olivieri, il “gatto magico”, era considerato uno dei migliori estremi difensori italiani, e dopo una grave frattura del cranio tornò a giocare proprio con la Lucchese, prestazioni che gli valsero la maglia da titolare ai Mondiali del 1938 vinti dall’Italia; noto per le sue posizioni antifasciste, non volle mai tesserarsi al regime. Il centrocampista istriano Bruno Scher, comunista dichiarato, arrivò nel 1933 e si distinse per essersi rifiutato di italianizzare il proprio cognome in “Scheri”, scelta che gli costò l’allontanamento dalla sua precedente squadra. Libero Marchini, interno di straordinario temperamento, anarchico come il padre, si guadagnò a Lucca la convocazione per le Olimpiadi del 1936 contribuendo all’oro italiano; famosa la foto in cui, per evitare il saluto romano, finse un prurito alla coscia, incarnando il suo celebre motto: “Sono Libero di nome e di fatto”. Gino Callegari, mediano in prestito dalla Sampierdarenese, era anch’egli un anarchico convinto, e un aneddoto racconta che Mussolini, incontrandolo ai tempi della Roma, lo liquidò con un freddo “Ah, l’anarchico” senza degnarlo di un saluto. Infine Bruno Neri, simbolo dell’antifascismo nel calcio italiano, già noto per aver rifiutato il saluto romano nel 1931 con la Fiorentina: Erbstein lo volle come guida tecnica e morale della squadra, e Neri divenne poi partigiano, cadendo in combattimento. Dopo la parentesi bellica e la stagione anomala 1945/46, non conteggiata nelle statistiche ufficiali, il grande calcio tornò a Lucca durante la seconda fase di permanenza rossonera in Serie A, una striscia di quattro campionati consecutivi: il 1947/48, chiuso al 15º posto in un torneo a 21 squadre e ricordato per le 82 reti incassate, primato negativo nonostante la salvezza; il 1948/49, concluso con un prestigioso nono posto; il 1949/50, terminato al 15º; e il 1950/51, archiviato con il 17º posto. L’ultimo atto in Serie A a girone unico arrivò nel 1951/52, con la Lucchese diciottesima, che perse la serie A dopo un doppio spareggio contro la Triestina, a chiudere un totale di otto partecipazioni complessive nella massima categoria e un’epopea che rimane ancora oggi uno dei capitoli più luminosi della storia sportiva lucchese.
Treviso: La squadra, della Marca, raggiunse per la prima volta la Serie A nel 2005 in modo del tutto inatteso, sospinta più da una incredibile serie di incastri legati ai problemi finanziari e legali di altre società che da autentici meriti sportivi. Nella stagione precedente, il Treviso aveva disputato un campionato altalenante in Serie B, partì male, poi risalì fino al quinto posto, sotto la guida di Bepi Pillon, prima di essere eliminato in semifinale play-off dal Perugia. Fu proprio, il successivo fallimento del Perugia, insieme alla rinuncia del Torino, promosso sul campo ma impossibilitato a iscriversi per gravi difficoltà economiche, a spalancare una porta inattesa ai biancocelesti. Il colpo di scena definitivo arrivò con il caso “Maldonado”, la combine che coinvolse il Genoa nell’ultima giornata contro il Venezia e costò ai rossoblù la retrocessione in Serie C1, un vero terremoto sportivo che permise al Treviso di scalare la graduatoria fino all’insperata promozione automatica in Serie A. Così Pillon completò un percorso straordinario, avendo accompagnato il Treviso dalla Serie D alla massima categoria. La città, in quel periodo, visse un’autentica età dell’oro sportiva: basket, pallavolo e rugby si espressero ai massimi livelli nazionali, e ora anche il calcio si era aggiunto a quell’entusiasmo collettivo. La stagione 2005/2006 in Serie A fu ricordata come il “volo di Icaro”, l’immagine perfetta di un sogno nato per caso e destinato a durare poco. Il club fu costretto ad allestire la squadra in tutta fretta e sulla panchina si alternarono tre allenatori: Ezio Rossi, successore di Pillon, esonerato e sostituito da Alberto Cavasin alla dodicesima giornata, che a sua volta lasciò il posto a Diego Bortoluzzi alla ventisettesima. La rosa, assemblata con mezzi limitati, includeva i gemelli Filippini, il brasiliano Pinga, Luigi Beghetto e l’attaccante Reginaldo, uno dei pochi confermati della stagione precedente. A gennaio, nel tentativo di invertire la rotta, arrivarono rinforzi importanti come Marco Borriello e Christian Maggio. A fine stagione, i migliori marcatori furono proprio Reginaldo e Borriello, entrambi con cinque reti, ma tutto fu inutile. L’avventura nella massima serie iniziò tra mille difficoltà: le prime gare casalinghe furono disputate allo Stadio Euganeo di Padova, perché l’Omobono Tenni, nonostante l’ampliamento a 10.000 posti, non raggiungeva i 20.000 richiesti dalla legge per la Serie A. Solo nell’ottobre 2005, grazie a un emendamento al Decreto Pisanu sulle norme di sicurezza, il Treviso poté tornare nel proprio impianto. Il debutto avvenne il 28 agosto 2005 a San Siro contro l’Inter, con una sconfitta per 3 a 0 che non spense l’entusiasmo dei quasi quattromila tifosi trevigiani accorsi per una giornata ritenuta irripetibile. Il primo punto arrivò solo alla sesta giornata, con lo 0 a 0 contro il Chievo, mentre la prima vittoria giunse alla nona, un sorprendente 2 a 1 in casa della Reggina. Tra i pochi momenti di gloria spiccò lo 0 a 0 ottenuto il 1º aprile 2006 contro la Juventus capolista, un risultato che rimase uno dei ricordi più preziosi di quella stagione. La realtà del campo fu però inclemente, il Treviso chiuse all’ultimo posto con ventuno punti, e la retrocessione fu aritmeticamente sancita dal 3 a 1 subito a Messina. Lo scandalo “Calciopoli”, esploso poche settimane più tardi, stravolse la classifica, la retrocessione della Juventus fece salire i biancocelesti al diciannovesimo posto e per un breve periodo, diede speranza in un possibile ripescaggio, poiché anche Fiorentina e Lazio furono inizialmente condannate. Le pene ridotte nei successivi gradi di giudizio chiusero definitivamente ogni spiraglio, confermando la discesa in Serie B. Nonostante l’epilogo amaro, quella stagione rimase un ricordo indelebile, il lampo fugace di un Treviso capace di affacciarsi per un anno sull’Olimpo del calcio italiano. Gli anni successivi furono assai più difficili seguirono due fallimenti, nel 2009 e nel 2013, che trascinarono il club nelle categorie inferiori, cancellando lentamente quel sogno che per una breve stagione aveva acceso l’intera città della palla ovale.
Carpi: per la prima volta nella sua storia ultracentenaria, nella stagione 2015/2016, l’AC Carpi raggiunse il paradiso del calcio italiano conquistando la Serie A, un traguardo che venne subito definito un vero e proprio “miracolo del calcio di provincia”, coronamento di un progetto virtuoso che, grazie al lavoro del direttore sportivo Cristiano Giuntoli e sotto la guida del patron Stefano Bonacini, aveva portato la società dalla Serie D alla massima serie nel giro di pochi anni. L’avventura si concluse però con una retrocessione, con il Carpi che chiuse il campionato al 18° posto, nonostante il tecnico Fabrizio Castori, richiamato in panchina dopo un breve esonero, l’avesse definita «immeritata». L’esordio in Serie A fu segnato fin da subito da difficoltà logistiche, poiché lo stadio Cabassi venne giudicato non idoneo dalla FIGC e la squadra biancorossa fu costretta a disputare le gare casalinghe allo stadio Alberto Braglia di Modena, condiviso con il Modena, facendo registrare un’affluenza media di 8.968 spettatori. L’allenatore della promozione, Fabrizio Castori, guidò un organico di 27 giocatori costruito sull’ossatura della Serie B e arricchito da elementi di esperienza come il difensore campione del mondo Cristian Zaccardo e dall’attaccante Kevin Lasagna, arrivato l’anno precedente dalla Serie D. L’inizio non fu dei migliori, con la sconfitta per 5 a 2 all’esordio contro la Sampdoria seguita dal 1 a 2 contro l’Inter, match in cui il Carpi trovò il gol con Antonio Di Gaudio; dopo il primo punto storico ottenuto con il pareggio per 2 a 2 a Palermo, arrivò il pesante 5 a 1 subito contro la Roma, risultato che costò la panchina a Castori a fine settembre. Il suo sostituto Giuseppe Sannino esordì con la prima storica vittoria in Serie A, il 2 a 1 contro il Torino, ma la sua esperienza durò soltanto cinque partite e a novembre Castori tornò alla guida della squadra. Nonostante una permanenza quasi costante nelle zone basse della classifica, il Carpi regalò comunque momenti indimenticabili ai propri tifosi: in Coppa Italia la formazione emiliana raggiunse i quarti di finale eliminando a sorpresa la Fiorentina con uno 0 a 1, prima di essere fermata dal Milan, mentre in campionato mostrò carattere soprattutto nel girone di ritorno, nel quale totalizzò ventiquattro punti. Memorabile fu il pareggio per 1 a 1 a San Siro contro l’Inter, ottenuto in dieci contro undici grazie al gol di Kevin Lasagna al 92° minuto, attaccante che chiuse la stagione come miglior marcatore biancorosso in campionato con 5 reti; le vittorie contro il Frosinone e in trasferta contro l’Hellas Verona permisero al Carpi di agganciare momentaneamente il Palermo al 17° posto, riaprendo la corsa salvezza. L’ultima giornata risultò decisiva, con i biancorossi impegnati a Udine, e nonostante una reazione d’orgoglio culminata nella vittoria per 1 a 2, impreziosita dalla doppietta di Simone Verdi, la contemporanea affermazione del Palermo condannò il Carpi alla retrocessione, che si materializzò con il 18° posto finale e 38 punti complessivi. La squadra salutò la Serie A con onore, anche se il sogno di provincia si fermò dopo una sola stagione, mentre diversi protagonisti di quella storica cavalcata, come Lasagna, Gaetano Letizia e Riccardo Gagliolo, proseguirono in seguito la loro carriera militando stabilmente nella massima serie.
Casale: se anche oggi il Casale F.B.C. milita nelle categorie inferiori, la sua storia risulta comunque incisa nell’albo d’oro del calcio italiano, testimoniando un’epopea leggendaria che vide i Nerostellati conquistare un titolo nazionale e competere per diversi anni nella massima divisione prima dell’avvento della moderna Serie A a girone unico. La storia del Casale rappresentò l’esaltazione del campanilismo e del calcio di provincia, a partire dalla fondazione del club nel 1909, nata come risposta diretta all’egemonia della vicina Pro Vercelli, allora campione d’Italia con le celebri Bianche Casacche. Fu il professor Raffaele Jaffe, docente dell’Istituto tecnico “Leardi”, a farsi promotore della squadra, scegliendo per contrasto il colore nero per le maglie con una stella bianca sul petto, dando così origine ai Nerostellati. La prima grande impresa arrivò nel maggio del 1913, quando il Casale divenne la prima squadra italiana a sconfiggere una formazione professionistica inglese, superando il Reading F.C. per 2 a 1. Il trionfo definitivo giunse nella stagione 1913-1914, allora denominata Prima Categoria, quando la squadra, guidata in campo dal capitano Luigi Barbesino, vinse il girone Piemontese-Ligure eliminando l’acerrima rivale Pro Vercelli e si impose successivamente anche nel Girone Nazionale, lasciandosi alle spalle club di grande prestigio come Genoa, Inter e la rinata Juventus. Nella finalissima nazionale i Nerostellati affrontarono la Lazio, campione dell’Italia centro-meridionale, imponendosi con un netto 7 a 1 al Campo Priocco il 5 luglio 1914 e completando l’opera con il 2 a 0 di Roma, conquistando così il primo e unico Scudetto della loro storia e rendendo Casale Monferrato la più piccola città d’Italia a vincere un campionato ufficiale di calcio. L’avvento del professionismo nel calcio moderno non lasciò molto spazio al Casale, che non riuscì ad adeguare il proprio assetto economico, ma il club trovò comunque un posto nella storia dei primi anni della nuova Serie A, vincendo nella stagione 1929-1930 il primo campionato di Serie B a girone unico e conquistando la promozione nella massima serie per l’anno successivo. L’impresa venne guidata dall’allenatore-giocatore Angelo Mattea, autore di 21 reti, e dal capocannoniere Luigi Demarchi con 26 gol, con la squadra che fece registrare anche il miglior attacco del torneo. L’esperienza in Serie A risultò subito complessa per i Nerostellati, che nella stagione 1930-1931 lottarono per la salvezza e chiusero al 16° posto con 21 punti, sufficienti per evitare la retrocessione in un campionato a 18 squadre nel quale scesero Livorno e Legnano, grazie anche alla decisiva vittoria per 3 a 2 contro il Milan all’ultima giornata; nello stesso campionato Angelo Mattea stabilì un primato per l’epoca, diventando il marcatore più anziano della Serie A segnando contro l’Ambrosiana all’età di 38 anni e 7 giorni. La stagione successiva si rivelò più positiva, con il Casale che concluse al 12° posto con 28 punti, mentre nel 1933 i risultati peggiorarono sensibilmente, con pesanti sconfitte come il 6 a 0 contro la Juventus, il 7 a 0 subito dal Bologna e il 9 a 0 incassato contro il Torino, pur riuscendo a ottenere la salvezza con il 14° posto finale. Nel 1934 la fortuna voltò definitivamente le spalle ai Nerostellati, che chiusero il campionato all’ultimo posto con soli 17 punti, vincendo appena quattro partite e subendo 91 gol, un record negativo che resistette fino alla stagione 2020-2021. La retrocessione del 1934 segnò la fine della presenza del Casale nella Serie A a girone unico e aprì un lungo periodo di declino, con la discesa nelle categorie dilettantistiche; dopo il ritorno in Serie C nel 1948, il club visse decenni nelle divisioni minori fino all’esclusione dai campionati nel 2013 per problemi finanziari, prima di ripartire dalla Promozione. Nonostante le difficoltà economiche che segnarono la sua storia recente e pur militando oggi in Serie D, il Casale F.B.C. continuò a essere ricordato come una delle squadre simbolo del leggendario Quadrilatero piemontese del calcio, insieme ad Alessandria, Novara e Pro Vercelli, e per la storica conquista del campionato del 1914.
Alessandria: L’Unione Sportiva Alessandria Calcio 1912, i gloriosi Grigi, vanta una delle tradizioni più antiche e prestigiose del calcio italiano, rappresentando una componente fondamentale del leggendario “Quadrilatero piemontese” insieme a Pro Vercelli, Novara e Casale. La sua storia nella massima serie, iniziata con l’istituzione del girone unico nel 1929, si protrasse per tredici stagioni, anche se l’ultimo capitolo in Serie A venne scritto oltre sessant’anni fa. Le radici dei Grigi affondarono nella celebre “scuola alessandrina”, un modello basato su vivaio, gioco corale e soluzioni tattiche innovative, capace di formare campioni del mondo come Luigi Bertolini, Giovanni Ferrari e Pietro Rava, oltre al futuro Pallone d’Oro Gianni Rivera. Prima dell’avvento del moderno campionato a girone unico, l’Alessandria conquistò il suo primo trofeo ufficiale nel luglio 1927, la Coppa CONI, una sorta di Coppa Italia ante litteram, vinta in una doppia finale contro i rivali del Casale; l’anno seguente, nella stagione 1927-1928, i Grigi sfiorarono clamorosamente lo Scudetto, vedendo svanire il sogno a causa di una pesante e inattesa sconfitta per 5 a 0 contro il Casale, ultimo in classifica, episodio mai chiarito che acuì l’inimicizia tra le due tifoserie. Ammessa al primo campionato di Serie A a girone unico nel 1929, l’Alessandria debuttò il 6 ottobre contro la Roma al Campo del Littorio, oggi Stadio Giuseppe Moccagatta, e pur essendo una società ancora parzialmente legata al dilettantismo riuscì a stabilizzarsi nella massima categoria, chiudendo due volte al sesto posto nelle stagioni 1929/30 e 1931/32. In particolare, nel campionato 1931-1932, nonostante la cessione di elementi chiave come Bertolini e Ferrari alla Juventus, l’allenatore Karl Stürmer scelse un calcio spiccatamente offensivo e la squadra concluse al sesto posto con 38 punti, trascinata dal jolly Libero Marchina, autore di 21 reti che gli valsero il terzo posto nella classifica marcatori. Gli anni Trenta furono però segnati dall’inevitabile “esodo” dei migliori talenti verso le grandi squadre metropolitane, un fenomeno che ampliò il divario competitivo e portò alla prima retrocessione in Serie B nella stagione 1936-1937; in quel periodo l’Alessandria subì anche la sconfitta più pesante nella storia della Serie A a girone unico, il doloroso 10 a 0 incassato contro il Torino nel campionato 1947-1948. I Grigi tornarono nella massima serie per un ultimo e breve ciclo negli anni Cinquanta, quando, dopo aver vinto lo spareggio promozione contro il Brescia a Milano, la squadra guidata dal petroliere tortonese Silvio Sacco conquistò la Serie A al termine della stagione 1956-1957. L’annata 1959-1960 rappresentò l’ultima apparizione in massima divisione e vide l’Alessandria partecipare alla Coppa Mitropa e vincere la Coppa delle Alpi in rappresentanza dell’Italia, ma soprattutto segnò l’esplosione di un giovanissimo Gianni Rivera, che, dopo l’esordio dell’anno precedente, divenne titolare a soli quindici anni. Nonostante il talento emergente e un buon livello tecnico complessivo, l’Alessandria concluse il campionato al 17° posto con 25 punti, retrocedendo in Serie B a tre lunghezze dall’Udinese e lasciando la massima serie insieme a Palermo e Genoa; l’eredità più significativa di quella stagione fu il trasferimento del giovane Rivera al Milan. Da allora l’Alessandria, considerata una delle “nobili decadute” del calcio italiano, non fece più ritorno in Serie A, continuando a lottare tra le categorie inferiori pur riuscendo, in epoca recente, a raggiungere la semifinale di Coppa Italia nella stagione 2015-2016.
Benevento: Il Benevento Calcio, i cui calciatori sono noti con il soprannome di “Streghe”, appellativo risalente al Medioevo, legato ai riti longobardi e alle leggende sulle streghe chiamate “janare”, conobbe per due volte il palcoscenico della Serie A, attraverso avventure brevi ma cariche di emozioni contrastanti. La prima ascesa fu storica e fulminea: dopo il fallimento del 2005 e la rinascita sotto la guida dell’imprenditore Oreste Vigorito, il club raggiunse per la prima volta la Serie B nella stagione 2015/2016 e, guidato da Marco Baroni, conquistò una promozione ancora più sorprendente nel campionato 2016-2017, vincendo i playoff contro il Carpi per 1 a 0 complessivo, diventando la prima squadra italiana a centrare la Serie A all’esordio assoluto in Serie B. L’impatto con la massima serie nella stagione 2017-2018 fu però drammatico: Marco Baroni fu esonerato dopo nove sconfitte consecutive, peggiorando il record del Venezia 1949-1950, e la squadra continuò a perdere anche sotto la guida del subentrato Roberto De Zerbi, stabilendo un primato negativo europeo con 14 sconfitte consecutive dall’inizio del campionato, superando le dodici del Manchester United 1930-1931. Il primo storico punto in Serie A arrivò il 3 dicembre 2017, alla quindicesima giornata, nel match casalingo contro il Milan allenato all’esordio da Gennaro Gattuso, quando, dopo essere andato in svantaggio, il Benevento pareggiò 2 a 2 grazie a un episodio entrato nella storia del calcio: al 95° minuto il portiere Alberto Brignoli salì in area e segnò di testa, regalando agli Stregoni un punto insperato. Nonostante quell’evento incredibile, la squadra non riuscì a risollevarsi in modo significativo e ottenne la prima vittoria soltanto alla diciannovesima giornata, 1 a 0 contro il Chievo; la stagione si concluse con 21 punti e la retrocessione divenne matematica con quattro turni di anticipo, anche se il Benevento riuscì comunque a collezionare sei vittorie complessive, tra cui il prestigioso 1 a 0 in trasferta a San Siro contro il Milan. Tornato in Serie B, il club fu affidato a Filippo Inzaghi, che nella stagione 2019-2020 guidò i sanniti a un trionfo storico, vincendo il campionato con sette giornate di anticipo, eguagliando il primato dell’Ascoli 1977-1978 e stabilendo i record di 46 punti nel girone d’andata e di 12 successi esterni. La seconda esperienza in Serie A, nel 2020-2021, partì con ben altre premesse: dopo la vittoria in rimonta per 3 a 2 contro la Sampdoria all’esordio, la squadra di Inzaghi chiuse il girone d’andata all’undicesimo posto con 22 punti, distinguendosi per i pareggi per 1 a 1 contro Juventus e Lazio e per il clamoroso successo per 1 a 0 in trasferta contro la Juventus nel girone di ritorno; tuttavia, nella seconda parte del campionato, il Benevento ebbe un crollo verticale e raccolse appena 10 punti, scivolando al diciottesimo posto e retrocedendo con la sensazione che la salvezza fosse sfuggita a causa della crisi di gioco e risultati nel girone di ritorno. Negli anni successivi, l’instabilità dirigenziale e i continui cambi in panchina, con gli avvicendamenti tra Inzaghi, Caserta, Cannavaro e Stellone, accompagnarono la squadra, che a soli due anni di distanza dalla seconda esperienza in Serie A scivolò nuovamente fino alla Serie C.
Triestina: Gli anni in cui l’Unione Sportiva Triestina militò in Serie A rappresentarono un periodo denso di storia e di aneddoti unici, con la squadra presente nella massima categoria dalla sua istituzione nel 1929 fino al campionato 1956/1957. Il momento di massimo splendore fu la stagione 1947-1948, quando la Triestina, ripescata in Serie A per “motivi patriottici” dopo un’annata travagliata, ottenne il miglior piazzamento della propria storia chiudendo al secondo posto, a pari punti con Milan e Juventus e alle spalle del solo Grande Torino. L’impresa fu guidata dall’allenatore Nereo Rocco, ex giocatore alabardato tra il 1928 e il 1937, che impostò la squadra con un rivoluzionario “mezzo sistema”, precursore del modulo “all’italiana”, o catenaccio, caratterizzato da una spiccata propensione difensiva. Un dato emblematico di quella stagione fu l’estrema compattezza della rosa, poiché Rocco utilizzò soltanto quindici giocatori nell’arco delle quaranta partite di campionato. Lo stesso Rocco ottenne il patentino da allenatore grazie a un episodio singolare della sua carriera da calciatore, essendogli bastata una sola presenza in Nazionale, nel marzo 1934 in una gara di qualificazione ai Mondiali, poiché il regolamento dell’epoca prevedeva che una singola convocazione in azzurro fosse sufficiente per diventare allenatore professionista. La Triestina detenne anche un primato unico nella storia della Serie A a girone unico, risultando l’unica società a non avere sede sul territorio italiano, poiché tra il 1947 e il 1954 la città di Trieste fece parte del Territorio Libero di Trieste, separato dall’Italia. Il legame tra la squadra e la cultura cittadina è sempre stato profondo, il poeta triestino Umberto Saba divenne tifoso dopo aver assistito a una partita con la figlia e compose cinque poesie ispirate al calcio e alle gesta alabardate, tra cui “Goal” e “Squadra paesana”, mentre il cantautore istriano Sergio Endrigo ricordò la Triestina nella canzone “Mille lire” con il verso “In tribuna come una pascià e la Triestina militava in Serie A”. Tra i grandi giocatori di quegli anni vi furono Memo Trevisan, mezz’ala e leader della squadra del 1947-1948, che prima dell’ingaggio ufficiale si allenò di nascosto con l’allenatore ungherese Jenӧ Konrad sotto le tribune dello stadio. Gino Colaussi e Piero Pasinati, entrambi campioni del mondo nel 1938, Colaussi, autore della doppietta nella finale contro l’Ungheria, costruì una fortuna economica che poi dissipò con “investimenti cervellotici”, trovando conforto negli anni della vecchiaia accanto alla calma di Pasinati, più accorto nella gestione dei guadagni, il quale investii in un laboratorio di vetreria che porta ancora il suo nome. La Triestina fu inoltre la palestra di crescita di Cesare Maldini, futuro capitano del Milan e primo italiano a sollevare la Coppa dei Campioni a Wembley. Il dopoguerra fu segnato anche da un tragico episodio, la morte della grande promessa del vivaio Uccio Merlak, colpito dal tetano in seguito a un infortunio in allenamento. L’epopea alabardata in Serie A si concluse con la prima e unica retrocessione in Serie B al termine della stagione 1956-1957, da allora la Triestina non fece più ritorno nella massima serie dove aveva militato per ventisei stagioni consecutive, scivolando progressivamente nelle categorie inferiori fino a disputare in Serie D lo storico derby cittadino contro la Ponziana, rivale del quartiere di San Giacomo.
Pro Vercelli: La gloriosa Pro Vercelli, che aveva conquistato sette scudetti nell’era pionieristica del calcio tra il 1908 e il 1929, partecipò alla massima divisione per sole sei stagioni consecutive, dalla sua istituzione nel 1929/1930 fino alla retrocessione del 1934/1935. L’aneddoto più significativo di quel periodo fu legato alla figura di Silvio Piola, il giovane attaccante che divenne il simbolo della squadra prima del suo declino. Fu con la maglia della Pro Vercelli, nel campionato a girone unico, che Piola stabilì un record destinato a essere eguagliato soltanto nel 1960 da Omar Sívori in Serie A, realizzando sei reti in una sola partita il 29 ottobre 1933, nella vittoria per 7 a 2 contro la Fiorentina. La Pro Vercelli, appartenente allo storico “Quadrilatero piemontese” insieme a Novara, Alessandria e Casale, visse il proprio declino soprattutto per l’incapacità di reggere il passaggio al calcio professionistico, quando i costi divennero insostenibili non solo per i Leoni Bianchi ma anche per le altre realtà provinciali del quadrilatero. Il presidente Secondo Ressia, pur di non cedere il suo campione di fronte alle “enormi difficoltà di bilancio”, aveva dichiarato: “Mai lo cederemo, neanche per tutto l’oro del mondo, perché il giorno in cui saremo costretti a farlo segnerà il tramonto della Pro Vercelli”. Il trasferimento di Piola alla Lazio nel 1934 si rivelò però inevitabile, poiché il regime fascista intervenne ordinando il suo spostamento a Roma per il servizio di leva, forzando di fatto il passaggio al club capitolino. La stagione 1934-1935 segnò, come profetizzato, la fine dell’era vercellese nella massima serie: orfana del suo bomber, la squadra entrò in una crisi irreversibile e chiuse il torneo all’ultimo posto con soli 15 punti, retrocedendo in Serie B insieme al Livorno. In quell’annata la Pro Vercelli fece registrare il minor numero di vittorie, appena cinque, il maggior numero di sconfitte, venti, il peggior attacco con sole ventuno reti segnate e la peggior difesa con cinquantaquattro gol subiti, a pari merito proprio con il Livorno. Dopo il 1935 la gloriosa Pro Vercelli non fece più ritorno in Serie A e disputò per il resto della sua storia soltanto campionati nelle serie minori, riaffacciandosi in Serie B soltanto nel 2011-2012, a settantadue anni di distanza dall’ultima apparizione nella massima divisione.
Catanzaro: Il Catanzaro fu la prima formazione calabrese a raggiungere la Serie A, un traguardo storico che si concretizzò dopo il torneo di spareggio tra Atalanta e Bari della stagione 1970-1971. Il 27 giugno 1971, allo stadio San Paolo di Napoli, si disputò la sfida decisiva contro il Bari e la squadra calabrese vinse per 1 a 0, grazie a un gol decisivo di Angelo Mammì. La prima esperienza in Serie A, nella stagione 1971-1972, pur terminando con l’immediata retrocessione, regalò subito un episodio epico, il 30 gennaio 1972 il Catanzaro ottenne la sua prima storica vittoria in Serie A battendo la capolista Juventus per 1 a 0, ancora una volta con una rete di Mammì. Dopo un’altra promozione e una retrocessione immediata nel campionato 1976-1977, il club visse il suo periodo d’oro tra il 1978 e il 1982, disputando quattro stagioni consecutive in Serie A. Nella stagione 1978-1979, sotto la guida di Carlo Mazzone, il Catanzaro raggiunse la sua prima salvezza con un notevole nono posto. Il giocatore simbolo di quegli anni fu Massimo Palanca, il marcatore più prolifico della storia del club, che in quella stagione realizzò 10 reti in campionato e 8 in Coppa Italia, risultando capocannoniere della competizione e portando i giallorossi in semifinale. Un momento iconico fu il 4 marzo 1979, quando Palanca segnò una tripletta alla Roma, incluso un gol direttamente dalla bandierina del calcio d’angolo. L’apice fu raggiunto nelle due stagioni successive, 1980-1981 e 1981-1982, in cui il Catanzaro ottenne per due volte consecutive il suo miglior piazzamento di sempre in Serie A, il settimo posto. Nella stagione 1980-1981, allenata da Tarcisio Burgnich, la squadra fu la rivelazione del campionato e, dopo cinque giornate, si ritrovò per la prima e unica volta nella sua storia, seppur brevemente, al primo posto in classifica. Palanca fu ancora una volta determinante, classificandosi vice-capocannoniere della Serie A con 13 reti. Nel 1981-1982, nonostante la partenza di Palanca, il nuovo attaccante Edi Bivi lo sostituì egregiamente, realizzando 12 gol in campionato e classificandosi anch’egli secondo tra i marcatori della Serie A. Fu la stagione in cui il club vinse 3 a 0 contro il Milan in casa e raggiunse nuovamente le semifinali di Coppa Italia, venendo eliminato dall’Inter solo ai tempi supplementari a causa della regola dei gol in trasferta. Inoltre, in quell’annata arrivò il primo calciatore straniero del club calabrese, il rumeno Viorel Năstase. Un altro giocatore fondamentale di questo periodo fu Claudio Ranieri, che con 128 partite giocate detenne il record di presenze del Catanzaro in Serie A. Gli anni d’oro si conclusero bruscamente nella stagione 1982-1983, a seguito della cessione di giocatori chiave come Antonio Sabato, Claudio Borghi e Massimo Mauro, la squadra chiuse il campionato all’ultimo posto, registrando il peggior piazzamento, il minor numero di vittorie, solo 2, e la peggior difesa con 56 gol subiti. Quella fu l’ultima apparizione del Catanzaro in Serie A, in tutto disputò 7 edizioni, giocando complessivamente 210 partite, con un bilancio di 38 vittorie, 88 pareggi e 84 sconfitte.
Avellino: La storia dell’Avellino in Serie A fu considerata una delle favole più autentiche e affascinanti del calcio meridionale, un decennio straordinario per una realtà di provincia. La promozione, ottenuta l’11 giugno 1978 grazie a una vittoria a Marassi contro la Sampdoria, segnò uno storico traguardo per la città irpina, che non aveva mai raggiunto la massima serie. Tra il 1978 e il 1988 l’Avellino mantenne la categoria per dieci stagioni consecutive, un record impensabile. In un’Italia calcistica dominata dalle grandi metropoli, l’Avellino si affermò come simbolo di riscatto sociale e sportivo per il Sud. Questa impresa fu legata indissolubilmente allo stadio: il Partenio divenne un vero e proprio fortino, il cui significato fu riassunto nella celebre espressione «la Legge del Partenio». Ad Avellino, semplicemente, non si doveva vincere e grandi squadre come Juventus, Inter, Milan, Roma e Napoli incontravano enormi difficoltà nel conquistare punti in quello stadio. Il pubblico creava un’atmosfera infernale, un clima intimidatorio, un muro di passione biancoverde. La squadra, pur con un budget limitato, si affidava a un gioco concreto, fatto di grinta e compattezza difensiva, guidata da figure storiche come il discusso presidente Antonio Sibilia e capitani come Salvatore Di Somma e Adriano Lombardi. Gli anni in Serie A furono ricchi di personaggi e momenti indimenticabili: nel 1980, con la riapertura delle frontiere agli stranieri, l’Avellino ingaggiò il brasiliano Jorge Juary dos Santos Filho, il primo straniero del club in Serie A. Il suo arrivo fu rocambolesco: fu convinto a salire sull’aereo dal Messico con la scusa di visionare giocatori, scoprendo solo in volo di essere stato venduto all’Avellino. L’accoglienza di Sibilia fu scettica a causa della sua statura: «Vinì, io volevo n’attaccante e tu m’ha portato a chist’ cà, secondo te chist’ è nò jocatore?». Juary, però, divenne uno dei punti fermi della squadra e si fece conoscere in tutta Italia per la sua caratteristica esultanza: dopo ogni gol correva intorno alla bandierina del calcio d’angolo, un gesto importato per la prima volta in Italia, un vero e proprio Roger Milla ante litteram. Segnava così spesso che un arbitro lo aveva preventivamente avvertito che, in caso di rete, se avesse osato compiere il giro intorno alla bandierina sarebbe stato espulso. La stagione 1980-1981 si aprì con l’Avellino penalizzato di 5 punti a causa dello scandalo del Totonero, che aveva coinvolto anche la squadra irpina. Quell’anno il club divenne simbolo di riscatto di fronte a una tragedia ben più grande: il 23 novembre 1980 l’Avellino sconfisse l’Ascoli 4 a 2 e, poche ore dopo, l’Irpinia fu sconvolta dal terremoto. La squadra incarnò la rinascita della comunità: lo stadio Partenio fu temporaneamente utilizzato come campo per gli sfollati e l’Avellino giocò le partite casalinghe a Napoli per un mese. Nonostante la penalizzazione e la tragedia, i «Lupi» raggiunsero la salvezza all’ultima giornata, pareggiando 1 a 1 al Partenio contro la Roma grazie a un gol decisivo di Venturini. Nel 1982, con l’aumento del numero di stranieri per club, arrivò il peruviano Geronimo Barbadillo, che giunse con grandi aspettative ma rimase inizialmente scioccato dal paesaggio irpino segnato dalla pioggia e dalle macerie del terremoto, tanto da meditare subito l’addio. Nonostante ciò, il presidente Sibilia, dopo averlo esaminato come si fa «con i cavalli», gli disse che aveva le gambe storte, ottime per il dribbling, ma che doveva tagliarsi i capelli. Barbadillo divenne una stella, soprattutto in casa, segnando tutte le sue prime reti al Partenio. Tra problemi con la giustizia, voci su presunti legami tra il presidente Sibilia e la camorra e acquisti sbagliati, come quello del danese Soren Skov, la cui moglie divenne l’idolo della curva avellinese, il ciclo d’oro si concluse dopo la stagione 1987-1988. Quell’annata fu segnata da numerosi errori di gestione, tra cui l’arresto del presidente Graziano, partenze non rimpiazzate come quelle di Dirceu e Alessio e l’arrivo dell’imbarazzante attaccante greco Nikos Anastopoulos, definito «un vero oggetto misterioso». La retrocessione fu seguita da un’estate drammatica: nel 1988 l’Avellino rischiò il fallimento a causa di debiti per oltre 7 miliardi di lire e l’Ufficio dell’Esattoria delle Imposte pignorò tavoli, sedie, televisori, trofei e persino il pullman della squadra per 5 miliardi di Irpef non pagata sugli stipendi. Solo all’ultimo, il 1° agosto, grazie all’intervento di un nuovo gruppo di imprenditori e a garanzie fideiussorie, un salvataggio che molti ritennero «politico», il club fu riammesso in Serie B. Quell’inizio di agosto del 1988 rappresentò l’ultimo tassello di una «pazza estate» che chiuse definitivamente il sipario sui dieci anni dell’Avellino in Serie A.
Legnano: La storia del Legnano nel massimo palcoscenico del calcio italianio è un racconto unico, spesso definito come una «favola al contrario», che si svolse interamente nell’epoca della Serie A a girone unico tra gli anni Trenta e i primi anni Cinquanta. Il club, conosciuto come i «Lilla», detiene un record difficilmente eguagliabile, nelle sue tre presenze in Serie A si classificò sempre all’ultimo posto, un primato che sottolineò come la semplice partecipazione, più che la vittoria, rappresentavano il punto più alto della sua storia ultracentenaria. Le tre promozioni in Serie A furono ottenute in modo singolare, poiché i Lilla si classificarono sistematicamente al secondo posto nella serie cadetta. Il Legnano si presentò per la prima volta nella massima serie nella stagione 1930-1931, dopo la promozione dalla Serie B 1929-1930, ma la dirigenza, allora guidata da un comitato di reggenza per la vacanza della carica di presidente, scelse di confermare quasi interamente la rosa dell’anno precedente senza rinforzarla adeguatamente. Nonostante un esordio incoraggiante con una vittoria per 2 a 1 sul Genoa, il Legnano chiuse il campionato all’ultimo posto con soli 19 punti e la conseguente retrocessione in Serie B, pagando il peggior attacco del torneo con appena 30 reti segnate e una delle difese più fragili, con 71 gol subiti, al pari del Livorno. Non mancarono tuttavia momenti di gloria, come i pareggi casalinghi contro l’Ambrosiana, la Roma e la vittoria per 6 a 2 sul Modena. Un curioso episodio si verificò il 14 dicembre 1930 nella gara contro la Lazio, persa con lo 0 a 2 a tavolino dopo essere stata sospesa all’87° minuto sul risultato di 0 a 1 per la squadra ospite a causa dei disordini causati dal pubblico legnanese. Dopo ventuno anni di assenza, il Legnano tornò in Serie A nella stagione 1951-1952 grazie a un nuovo secondo posto in Serie B, la rosa fu rinforzata, in particolare con l’arrivo dello svedese Karl-Erik Palmér, destinato a diventare una bandiera del club fino al 1958, e dell’attaccante svedese Ramon Filippini, che con il connazionale Ivar Eidefjäll formò un «trio svedese». Anche quella stagione si concluse con l’ultimo posto e la retrocessione, segnata da un episodio clamoroso il 3 febbraio 1952 nella partita contro il Bologna: l’arbitro Bruno Tassini fu duramente contestato per alcune decisioni ritenute favorevoli agli ospiti e, dopo il lancio di palle di neve dagli spalti, l’incontro fu assegnato 0 a 2 a tavolino. L’episodio ebbe però un seguito ancora più grave, poiché Tassini fu aggredito da alcuni tifosi lilla alla Stazione Centrale di Milano durante il viaggio di ritorno a Verona, riportando la rottura di otto denti; per questi fatti il Legnano subì una durissima squalifica del campo per undici mesi, la più lunga mai comminata fino ad allora a uno stadio di Serie A, ed fu costretto a disputare le restanti gare interne in dieci stadi diversi tra Lombardia, Piemonte ed Emilia. Il miglior marcatore stagionale fu Bruno Mozzambani con 9 reti in 31 presenze, mentre Palmér realizzò 6 gol in 32 partite. Dopo aver vinto uno spareggio contro il Catania per 4 a 1, il Legnano tornò immediatamente in Serie A per la stagione 1953-1954 sotto la guida del giovane presidente Giovanni Mari; anche questa esperienza si concluse con la terza e ultima retrocessione all’ultimo posto, sebbene la squadra lottò per la salvezza fino all’ultima giornata, quando la condanna arrivò a causa di un pareggio esterno contro il Novara, mentre Udinese, SPAL e Palermo vinsero, staccando i lombardi di un solo punto. Nonostante l’esito finale, i Lilla si distinsero per risultati di prestigio ottenuti in casa contro le grandi del campionato e, dopo la retrocessione del 1954, non tornarono più in Serie A, avviando un declino inarrestabile che li avrebbe condotti progressivamente nelle serie dilettantistiche.
Ancona: La storia dell’Ancona Calcio nel massimo campionato italiano fu una storia breve ma molto intensa, scandita da due parentesi, a dieci anni di distanza l’una dall’altra, che portarono gioie effimere e culminarono infine in un autentico disastro sportivo. Il club marchigiano, pur essendo un capoluogo di regione, non riuscì mai a raggiungere la solidità necessaria per mantenere stabilmente il palcoscenico più luminoso del calcio italiano. La prima, storica promozione in Serie A venne conquistata al termine della stagione 1991-1992, quando l’Ancona, guidata dal “baffuto” Vincenzo Guerini, ottenne la matematica certezza della promozione grazie a un pareggio per 1 a 1 sul campo del Bologna, il 7 giugno 1992. Quel giorno epocale vide un esodo di circa 12.000 tifosi biancorossi, che riempirono il settore ospiti dello stadio Dall’Ara. Per affrontare la Serie A 1992-1993, l’Ancona, definita la “Cenerentola” del campionato, puntò su innesti di spessore e sulla conferma di Guerini in panchina. Arrivarono tre stranieri: l’ungherese Lajos Détári, fantasista corteggiato dalla Juventus e considerato l’ultimo grande numero 10 della scuola ungherese; il difensore argentino campione del mondo 1986 Oscar Ruggeri; e l’attaccante Sergio Zárate. Détári si rivelò subito decisivo, segnando il primo storico gol dorico in Serie A nella sconfitta all’esordio per 4-1 contro il Torino. Nonostante le difficoltà e una stagione di grande sofferenza, i biancorossi non regalarono particolari soddisfazioni ai propri tifosi. L’unico incontro destinato a restare nella memoria fu la storica vittoria casalinga per 3-0 contro l’Inter, ottenuta il 6 dicembre 1992, giorno in cui venne inaugurato il nuovo Stadio Del Conero. In quella gara, valida per la dodicesima giornata, Détári realizzò una doppietta, mentre Fabio Lupo firmò il terzo gol. Un altro momento di puro spettacolo fu il pirotecnico 4 a 4 in trasferta contro il Genoa, partita nella quale si realizzò un’azione divenuta leggendaria e ribattezzata il “gol alla Holly e Benji”, grazie a una doppia rovesciata consecutiva di Centofanti e Agostini. La stagione fu tuttavia segnata da gravi eventi extracalcistici. A metà campionato emerse una pesante crisi finanziaria, culminata con l’arresto del patron Longarini e del presidente Florini e con la conseguente messa in vendita della società. Le difficoltà economiche portarono a drastici tagli dei costi e alla partenza dei due argentini Ruggeri e Zárate. L’Ancona concluse il campionato al penultimo posto con 19 punti, retrocedendo in Serie B. Dopo aver sfiorato un’altra impresa nella stagione successiva, raggiungendo la finale di Coppa Italia da squadra di Serie B e perdendo la gara di ritorno contro la Sampdoria per 6 a 2, l’Ancona dovette attendere dieci anni per rivedere la Serie A. La promozione arrivò nella stagione 2002-2003, sotto la guida di Gigi Simoni, grazie ai gol della coppia Ganz-Graffiedi e alle decisive parate di Scarpi. Il ritorno nella massima serie si rivelò però un autentico disastro sportivo. Simoni, artefice della promozione, venne clamorosamente esonerato prima dell’inizio del campionato e la panchina venne affidata a Leonardo Menichini, storico vice di Carlo Mazzone. Menichini venne sollevato dall’incarico dopo appena quattro giornate, avendo raccolto un solo punto, e fu sostituito prima da Nedo Sonetti e successivamente da Giovanni Galeone. Il problema principale, oltre ai continui cambi tecnici, fu l’organico. L’Ancona 2003-2004 venne ricordata per una gestione caotica del mercato, che portò all’impiego di un numero record di giocatori, 46 secondo i dati ufficiali, 55 secondo altre fonti. La rosa risultò un assortimento disordinato di giovani dalle scarse prospettive, con la sola eccezione di Goran Pandev, e di veterani al tramonto della carriera, tra cui Dino Baggio, Maurizio Ganz e Dario Hübner. Quest’ultimo, capocannoniere due stagioni prima, non riuscì a segnare nemmeno un gol con la maglia dorica. La sessione di calciomercato invernale risultò particolarmente cervellotica: si registrarono 18 cessioni e 11 nuovi acquisti, tra cui il più discusso fu quello di Mário Jardel, ex bomber e due volte Scarpa d’Oro. Jardel, arrivato in evidente difficoltà fisica e personale, divenne il simbolo del fallimento di quella stagione: venne ricordato soprattutto per aver confuso la curva dei propri tifosi con quella del Perugia durante la presentazione ufficiale. Collezionò appena tre presenze anonime. La squadra concluse il campionato all’ultimo posto con soli 13 punti in 34 partite, stabilendo un record negativo che nessuna squadra superò dal 2004 in poi. La retrocessione matematica arrivò già nel mese di aprile. Le uniche due vittorie stagionali, contro Bologna ed Empoli, giunsero quando la retrocessione era già di fatto ipotecata. La fine di quella stagione tragica segnò l’inizio di un incubo finanziario. L’Ancona non riuscì a iscriversi al campionato di Serie B 2004-2005 a causa di gravi inadempienze economiche; il presidente Ermanno Pieroni venne arrestato per truffa aggravata e il club venne dichiarato fallito, costretto a ripartire dalla Serie C2. Quell’Ancona del 2003-2004 restò, per molti appassionati, una delle peggiori squadre mai viste in Serie A, esempio emblematico di una neopromossa che fallì sotto ogni aspetto, sportivo e societario.
Lecco: Durante gli anni del boom economico, il Lecco visse la sua epoca d’oro sotto la guida del presidente Mario Ceppi. La piccola realtà di provincia riuscì a raggiungere la massima serie calcistica, trasformando lo stadio Rigamonti in un campo difficile per ogni avversario. La storica promozione in Serie A fu conquistata nel maggio del 1960. La stagione del debutto cominciò con alcune difficoltà iniziali, il 9 ottobre del 1960 la squadra ottenne la sua prima vittoria interna contro il Padova. Il gruppo era allenato da Angelo Piccioli colui che qualche anno prima portò il Verona in Serie A per la prima volta. Il Lecco schierava elementi di rilievo come il capitano Francesco Duzioni e l’uruguaiano Julio Abbadie. Il punto più alto della storia del club fu raggiunto il 12 marzo del 1961. In quella data, lo stadio Rigamonti ospitò l’Inter di Helenio Herrera, che allora guidava la classifica. Davanti a un pubblico record che occupava ogni angolo disponibile, il Lecco sconfisse i nerazzurri per 2 a 1 grazie a una doppietta del ventenne Glauco Gilardoni. Al termine della gara, l’entusiasmo fu tale che il presidente Ceppi consegnò un assegno in bianco al capitano Duzioni, lasciando alla squadra la libertà di fissare l’importo del premio per l’impresa compiuta. La salvezza in quella prima stagione fu ottenuta attraverso gli spareggi di Bologna nel giugno del 1961. Il Lecco mantenne la categoria superando il Bari e pareggiando contro l’Udinese. Quell’anno registrò anche l’esordio del brasiliano Sergio Clerici, arrivato in Italia dal Portuguesa di San Paolo. Al suo arrivo, avvenuto in pieno inverno con abiti leggeri, fu lo stesso presidente Ceppi a regalargli immediatamente dei vestiti pesanti per sopportare il freddo lombardo. Il Lecco tornò a disputare il campionato di Serie A nella stagione 1966-1967, che rappresentò però l’ultima apparizione del club nel calcio d’élite. Il ritorno in Serie A nel 1966-67 vide Clerici come uno dei protagonisti più importanti della rosa blu celeste, scese in campo in oltre trenta partite e segnò quattro gol, pur non riuscendo ad impedire al Lecco di chiudere il torneo in ultima posizione e retrocedere nuovamente in Serie B. Nel complesso nella sua esperienza bluceleste, Clerici raccolse oltre 200 presenze e quasi 60 gol con la maglia dei manzoniani tra campionati di Serie A e B, diventando uno dei giocatori più rappresentativi e amati della storia del club. L’ultima partita assoluta della squadra nella massima serie si giocò il 28 maggio del 1967 allo stadio di San Siro contro il Milan e terminò con il punteggio di 1 a 1.
Chievo Verona: La storia dell’A.C. Chievo Verona resta una delle più sorprendenti del calcio italiano recente, una piccola realtà nata nel quartiere Chievo, con risorse modeste e poche tradizioni di alto livello, che riuscì a conquistare la Serie A, e competere stabilmente nella massima serie, e ritagliarsi uno spazio persino nelle competizioni europee. La svolta arrivò alla fine della stagione 2000-01, quando il Chievo ottenne per la prima volta la promozione in Serie A. Nel campionato 2001-02, chiuse sorprendentemente al quinto posto, risultato che gli valse l’accesso alla Coppa UEFA 2002-03: un traguardo storico per una squadra così giovane nel panorama della massima divisione italiana. Il debutto europeo fu però immediatamente amaro. Nel primo turno della Coppa UEFA, il Chievo fu sorteggiato con i serbi della Stella Rossa di Belgrado club di grande tradizione internazionale. Dopo aver pareggiato a reti bianche a Belgrado, Il 3 ottobre 2002 i veronesi persero 2 a 0 in casa nel match decisivo, venendo quindi eliminati dalla competizione. Nonostante quel cancellarsi rapido dell’esperienza europea, il Chievo continuò a consolidare la propria presenza in Serie A negli anni successivi, guadagnandosi la stima di tifosi e addetti ai lavori per l’identità da outsider capace di sfidare club più blasonati. Un ulteriore capitolo europeo si aprì nella stagione 2006-07, frutto delle conseguenze del “Calciopoli” e delle sanzioni inflitte ad alcune grandi squadre italiane. Quel piazzamento in Serie A consentì al Chievo di accedere ai preliminari di Champions League, dove affrontò il Levski Sofia, i veronesi persero 2 a 0 in trasferta e pareggiarono 2 a 2 al ritorno, venendo eliminati per 4 a 2 complessivo e accedendo alla Coppa UEFA. Nella successiva Coppa UEFA 2006-07, il Chievo si trovò di fronte lo Sporting Braga. Nella prima gara in Portogallo il Braga vinse 2 a 0, mentre nel ritorno al Marc’Antonio Bentegodi il Chievo provò una vigorosa reazione, vincendo 2 a 1 grazie alle reti di Tiribocchi e Godeas. Tuttavia, il punteggio aggregato di 3 a 2 favorì il Braga, che eliminò i gialloblù nonostante lo sforzo di rimonta e la partita combattuta fino ai tempi supplementari. Queste due esperienze europee, seppur brevi, rimasero momenti simbolici, il Chievo aveva dimostrato di poter accedere a palcoscenici internazionali pur con risorse inferiori rispetto ai colossi del calcio continentale, regalando ai propri tifosi emozioni e orgoglio sportivo. Tornato a concentrarsi sul campionato italiano, il Chievo continuò per anni a garantirsi piazzamenti dignitosi nelle annate successive, ma il tramonto della sua permanenza nella massima serie si materializzò gradualmente. Dopo la retrocessione dalla Serie A e una lunga militanza tra cadetteria e difficoltà economiche, nel 2021 il club fu escluso dalla Serie B per irregolarità amministrative e incapacità di soddisfare i requisiti finanziari necessari per l’iscrizione, segnando la fine della sua presenza tra i professionisti dopo ben 17 anni di Serie A. In risposta a questa dolorosa esclusione, l’ex capitano Sergio Pellissier, icona della squadra con oltre 500 presenze, diede vita nel 2021 al Football Club Clivense, una nuova realtà calcistica nata nei campionati dilettantistici con l’obiettivo di mantenere viva la tradizione e i valori del Chievo attraverso la partecipazione popolare e il sostegno della comunità. Nel maggio 2024, un ulteriore sviluppo portò la società ad acquisire ufficialmente il marchio e il logo storici dell’ex A.C. Chievo Verona, permettendo così al progetto di riallinearsi con l’identità storica e di competere in Serie D con ambizioni di risalita nei campionati nazionali. La vicenda del Chievo Verona resta così un racconto di sogni, successi e difficoltà, una favola quasi ventennale in Serie A, imprese europee seppur fugaci, e una nuova rinascita che conserva l’eredità di una delle storie più affascinanti del calcio italiano moderno.
Mantova: C’è stato un tempo, nel pieno del boom economico e delle radioline incollate all’orecchio, in cui Mantova smise di essere soltanto la città di Virgilio, dei Gonzaga e di Palazzo Te, per diventare una capitale calcistica capace di mettere in soggezione le grandi metropoli, un’epoca in cui allo stadio Danilo Martelli arrivarono Juventus, Inter e Milan con la stessa cautela riservata ai campi più ostici d’Italia, perché quel Mantova, soprannominato non a caso il “Piccolo Brasile”, giocò un calcio moderno, tecnico e spavaldo, figlio di una scalata irripetibile che tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta portò i biancorossi dalla quarta serie all’Olimpo nel giro di quattro stagioni grazie alla competenza di Edmondo Fabbri in panchina e all’intuito manageriale di Italo Allodi, uno che proprio a Mantova affinò metodi e relazioni destinate a cambiare il calcio italiano. Il debutto ufficiale in Serie A avvenne il 27 agosto 1961 a Torino, contro la leggendaria Juventus. Quella domenica, il Mantova gelò il pubblico del Comunale strappando un 1 a 1 grazie a una rete dello svizzero Tony Allemann, che rispose al vantaggio bianconero di John Charles. La stagione 1961-1962, rimasta la migliore della storia biancorossa, chiusa con un sorprendente nono posto, con 32 punti, e 16 gol del brasiliano Angelo Sormani. Quel Mantova divenne anche una fucina di campioni, il luogo in cui un giovanissimo Dino Zoff, arrivato nel 1963, iniziò a costruire la propria leggenda tra una parata impossibile e l’altra, prima di spiccare il volo verso Napoli e la Juventus, e in cui Karl-Heinz Schnellinger, elegante difensore tedesco, apprese i segreti della marcatura all’italiana prima di diventare una colonna del Milan. Mentre la città viveva il calcio come un rito collettivo, tra botteghe chiuse in anticipo e stadi popolati da famiglie; come spesso accadde, anche il Piccolo Brasile dovette fare i conti con i cicli dello sport, retrocedendo nel 1965 dopo stagioni tranquille ma risalendo immediatamente sotto la guida di Giancarlo Cadé, fino ad arrivare al 1° giugno 1967, il giorno più iconico e controverso della storia mantovana,quando al Danilo Martelli si presentò la Grande Inter di Herrera, a un passo dallo scudetto, e ne uscì sconfitta per 1 a 0 a causa di un cross-tiro di Beniamino Di Giacomo che il portiere Giuliano Sarti lasciò scivolare meravigliosamente in rete, una “papera” che consegnò il titolo alla Juventus e alimentò per decenni leggende, sospetti e discussioni infinite. Dopo quell’impresa il Mantova non riuscì più a fermare il tempo che scorreva, retrocedette nel 1968 e tornò per un ultimo saluto alla Serie A nel 1971-1972 con un quattordicesimo posto che segnò la fine definitiva dell’avventura, perché in poco più di un anno i biancorossi scivolarono fino alla Serie C, chiudendo un’epoca irripetibile rimasta scolpita nella memoria cittadina come il periodo in cui una provincia elegante e discretamente seppe decidere le sorti del campionato italiano. Molti anni dopo, al termine della stagione 2005-2006, il Mantova tornò sorprendentemente vicino a riabbracciare la Serie A, fermandosi però contro il Torino in un drammatico spareggio playoff. Nella gara di andata dell’8 giugno 2006, al Danilo Martelli, la squadra di Mimmo Di Carlo si impone con un travolgente 4 a 2 che fece sognare un’intera città, mentre nel ritorno dell’11 giugno 2006, in un clima infuocato allo stadio delle Alpi davanti a circa 60.000 spettatori, il Torino di Gianni De Biasi ribaltò la situazione vincendo 3 a 1 tra feroci polemiche per la direzione di gara, conquistando la promozione in virtù del miglior piazzamento nella stagione regolare, terzo posto contro il quarto del Mantova, nonostante il punteggio complessivo fosse di 5 a 5, un epilogo che l’allora presidente Fabrizio Lori definì negli anni successivi un vero e proprio “furto”, lamentando l’arbitraggio di Farina e le pressioni del sistema calcio dell’epoca, quello spareggio rimase uno dei momenti più alti e, allo stesso tempo, più dolorosi nella storia per la tifoseria mantovana.
Padova: Le gesta pallonare del Padova furono scritte principalmente tra le mura dello storico stadio Silvio Appiani, la celebre “fossa dei leoni”. In quel catino ribollente di tifo, situato vicino a Prato della Valle, le grandi squadre del calcio italiano sapevano di dover “sputar sangue” per uscire indenni. L’epoca d’oro coincide con l’era di Nereo Rocco, il “Paròn”, che arrivò a Padova negli anni ‘50 portando con sé la filosofia del catenaccio e i suoi “manzi”: difensori rudi e insuperabili come capitan Aurelio “Lello” Scagnellato, pilastro della squadra. Nonostante l’etichetta di squadra difensivista, quel Padova schierava talenti cristallini come l’argentino Humberto Rosa e l’ala svedese Kurt Hamrin. Il culmine di questa epopea fu la stagione 1957-58, quando i biancoscudati conquistarono uno storico terzo posto in Serie A, arrivando a insidiare lo strapotere di Juventus e Fiorentina. In quegli anni, il Padova divenne la prima provinciale capace di opporsi seriamente ai colossi del triangolo industriale. Dopo una lunga assenza di 32 anni, la Serie A tornò in città nel 1994, grazie alla vittoria nello spareggio di Cremona contro il Cesena firmata da Maurizio Coppola. Era il Padova di Mauro Sandreani e del capitano Damiano Longhi, una squadra “operaia” e compatta che vedeva tra le sue file personaggi iconici come il difensore americano Alexi Lalas, famoso tanto per la sua rocciosità in campo quanto per la sua chitarra. In questo secondo periodo d’oro, il Padova si guadagnò l’etichetta di “ammazza grandi”, sconfiggendo all’Euganeo giganti come il Milan di Capello e l’Inter. Tuttavia, la data destinata a restare eterna nel cuore dei tifosi è il 23 aprile 1995: quel giorno, allo stadio Delle Alpi, i biancoscudati misero a segno un clamoroso colpaccio contro la Juventus di Marcello Lippi. Una punizione dal limite trasformata dal giocatore olandesse Michel Kreek con una “staffilata” di sinistro regalò lo 0 a 1 finale. Quella vittoria fu fondamentale per raggiungere lo spareggio salvezza a Firenze, vinto poi ai calci di rigore contro il Genoa grazie al penalty decisivo dello stesso Kreek. Sebbene l’avventura in Serie A si sia conclusa nel 1996, la storia di quelle stagioni rimane un vanto per la città, il ricordo di un tempo in cui il Padova non era solo una “nobile decaduta”, ma una realtà capace di far tremare i campioni d’Italia.
Ternana: La storia della Ternana nel massimo campionato italiano rappresenta un capitolo leggendario per il calcio regionale, essendo stata la prima squadra dell’Umbria a raggiungere la Serie A. Questo storico traguardo fu raggiunto per la prima volta nella stagione 1972-1973, dopo aver vinto il campionato di Serie B sotto la guida del “Profeta” Corrado Viciani. Viciani rivoluzionò il calcio italiano dell’epoca applicando il cosiddetto “gioco corto”, un sistema tattico moderno ispirato al calcio totale olandese, caratterizzato da pressing alto e un fitto fraseggio. Nonostante l’entusiasmo e l’innovazione tattica, l’esperienza nel massimo campionato si rivelò amara: il gioco corto non fu sufficiente a contrastare le difese della Serie A e le “Fere” conclusero la stagione all’ultimo posto, tornando immediatamente in Serie B. In quell’annata, tuttavia, la Ternana ebbe il merito di lanciare il giovane Franco Selvaggi, futuro campione del mondo. Il ritorno nella massima serie non si fece attendere molto e avvenne nella stagione 1974-1975. Questa volta la squadra era guidata da Enzo Riccomini, che scelse un approccio diametralmente opposto a quello di Viciani, un gioco meno estetico ma più solido, basato sul catenaccio, la forza fisica e il contropiede. Nonostante la solidità del gruppo, anche questa seconda avventura terminò con una retrocessione, con la squadra che si classificò al 15º posto. Complessivamente, nelle sue due partecipazioni in Serie A, la Ternana ha ottenuto 7 vittorie, tutte conquistate in casa allo stadio Libero Liberati. Il bilancio totale parla di una squadra che ha saputo imporre la propria identità, specialmente tra le mura amiche, pur non riuscendo a consolidare la propria permanenza nell’élite del calcio italiano.
Perugia: Il Perugia ha scritto pagine indelebili del calcio italiano, militando in Serie A per un totale di 13 stagioni suddivise in due cicli principali. Il primo ciclo e il “Perugia dei miracoli” tra il 1975 e il 1981. Il club debuttò nella massima serie nella stagione 1975-1976, dopo aver vinto il campionato di Serie B sotto la guida di Ilario Castagner. Questo periodo raggiunse l’apice nell’annata 1978-1979, quando il cosiddetto “Perugia dei miracoli” stabilì uno storico record di imbattibilità, chiudendo il campionato al secondo posto senza mai subire sconfitte, 30 partite, 0 sconfitte. Quella squadra, capitanata da Pierluigi Frosio, sfiorò lo scudetto arrivando a soli tre punti dal Milan. Gli anni ‘70 furono segnati anche da momenti drammatici e innovazioni extra-campo, come la tragedia di Renato Curi quando Il 30 ottobre 1977, il giovane centrocampista morì per un arresto cardiaco durante una sfida contro la Juventus; lo stadio di Pian di Massiano fu poi intitolato alla sua memoria. Nel 1979, per finanziare l’acquisto di Paolo Rossi, il presidente Franco D’Attoma introdusse per la prima volta in Italia una sponsorizzazione commerciale sulle maglie scrivendo in minuscoli caratteri sul petto, Pasta Ponte. Lo scandalo del Totonero e una penalizzazione di cinque punti portarono alla prima retrocessione nel 1981. La seconda fase ebbe inizio nel1996 e continuò fino al 2004. Dopo anni nelle serie inferiori, il Perugia tornò in Serie A nel 1996 sotto la presidenza di Luciano Gaucci. Dopo un’altalena tra A e B, il club si stabilizzò nella massima serie dal 1998 al 2004. In questo periodo si distinsero talenti internazionali come Hidetoshi Nakata e Marco Materazzi, che nel 2001 stabilì il record di gol in una stagione per un difensore con 12 reti. Sotto la guida di Serse Cosmi, il Perugia ottenne risultati di prestigio, come una vittoria nella Coppa Intertoto e una semifinale di Coppa Italia L’avventura in Serie A terminò nel 2004, dopo uno spareggio perso contro la Fiorentina, segnando la fine di un’epoca per il club umbro.
Cesena: La storia del Cesena nella massima serie italiana si intreccia con record di pubblico e innovazioni infrastrutturali, con un totale di 13 partecipazioni alla Serie A a girone unico tra il 1973 e il 2015. Gli anni d’oro e il record del 1976. Il debutto assoluto avvenne nella stagione 1973-1974, conclusa con un onorevole 11º posto. In quegli anni, lo stadio, allora denominato “La Fiorita” divenne un fortino inespugnabile: il 10 febbraio 1974, in occasione di una vittoria per 1 a 0 contro il Milan, si stabilì il record storico di presenze con 35.991 spettatori. Il culmine della parabola sportiva bianconera fu raggiunto nel 1975-1976, quando il Cesena ottenne uno straordinario 6º posto in classifica, il suo miglior piazzamento di sempre. Dopo alcune altalene tra le categorie, il club tornò stabilmente nell’élite del calcio italiano a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90. Nella stagione 1981-1982 ottenne un solido 8º posto, seguito da un altro piazzamento di rilievo il 9º nel 1987-1988. Proprio nel 1988 lo stadio fu rinnovato radicalmente, mantenendo intatta solo la tribuna originale ma trasformando il resto dell’impianto in una struttura moderna a doppio anello. Dopo un’assenza durata 19 anni, il Cesena tornò in Serie A nel 2010-2011 sotto la guida di Massimo Ficcadenti. Quell’annata rimase celebre per la vittoria casalinga per 2 a 0 contro il Milan di Ibrahimović. Il club romagnolo si distinse anche per il suo spirito d’avanguardia e dell’impressionante coreografia della curva Schwarz-Weiss Brigaden quando intonano il canto “Romagna mia” di Raul Casadei . L’ultima apparizione del “Cavalluccio” nel massimo campionato risale alla stagione 2014-2015, anno in cui l’impianto assunse la denominazione di Orogel Stadium. Nonostante la retrocessione finale, il club ha lasciato un segno indelebile come realtà provinciale capace di sfidare le grandi metropoli in un ambiente tipicamente “all’inglese”, privo di barriere tra spalti e campo.
L.R. Vicenza: Il L.R. Vicenza vanta una gloriosa tradizione in Serie A, caratterizzata da due cicli storici indimenticabili. Tra il 1955 e il 1975, il club mantenne la massima categoria per venti stagioni consecutive. L’apice assoluto venne raggiunto nella stagione 1977-1978, quando il cosiddetto "Real Vicenza" di Giovan Battista Fabbri ottenne uno storico secondo posto in classifica da neopromosso. In quell’annata, il club espresse il miglior attacco del campionato e vide Paolo Rossi laurearsi capocannoniere con 24 reti. Un secondo periodo d’oro risale alla metà degli anni ‘90 sotto la guida di Francesco Guidolin, nel 1996-1997, la squadra fu prima in classifica solitaria a novembre e conquistò il suo trofeo più importante, la Coppa Italia, battendo il Napoli nella finale di ritorno al Menti per 3 a 0 dopo i supplementari. Nella stagione 1997-1998, i biancorossi incantarono l’Europa raggiungendo la semifinale di Coppa delle Coppe, dove vennero eliminati dal Chelsea nonostante la vittoria per 1 a 0 nella gara d’andata. Dopo il declino iniziato con la retrocessione del 1999 e il fallimento del 2018, la società è oggi di proprietà di Renzo Rosso proprietario della “Diesel Jeans” con l’obiettivo di tornare ai fasti del passato.
Le Altre: C’era un tempo in cui il cuore pulsante del calcio italiano non batteva solo nelle metropoli, ma tra le risaie del Piemonte e nelle piazze di provincia, dove il profumo dell’erba si mescolava a quello della leggenda. In questo scenario, il Novara ha scritto pagine indelebili, essendo uno dei vertici del celebre “Quadrilatero Piemontese” insieme ad Alessandria, Casale e Pro Vercelli, compagini che insieme vantarono ben otto titoli nazionali. Il capitolo più luminoso della storia azzurra in Serie A è indissolubilmente legato a Silvio Piola, il più grande attaccante italiano di tutti i tempi. Quando la Juventus lo considerò ormai “troppo vecchio”, Piola non si arrese e accettò la sfida del Novara, allora in Serie B. Con la forza dei suoi gol, trascinò la squadra nella massima serie, dove disputò ben sette campionati consecutivi. A Novara, Piola formò un “duo delle meraviglie” con l’argentino Bruno Pesaola, soprannominato “el Petisso”. Pesaola ricordava come Piola, pur avendo “quattro gambe” per la sua abilità nel deviare in porta ogni pallone, fosse un uomo di estrema compostezza e riservatezza. Era un calcio fatto di scarpe dure come zoccoli di legno, che i titolari facevano “ammorbidire” ai ragazzi delle giovanili, un privilegio che segnava il passaggio di status nel gruppo. L’ultima apparizione fu nella stagione 2011-12 quando arrivò diciannovesimo salutando per sempre la Serie A. Un mosaico di miracoli provinciali Mentre il Novara viveva la sua stagione d’oro, altre realtà scrivevano i loro piccoli miracoli: Il Modena e il Siena hanno vissuto parabole storiche differenti nel massimo campionato italiano, incontrandosi in Serie A unicamente nella stagione 2003-2004. Mentre il Modena vanta una tradizione molto lunga con 28 partecipazioni totali, di cui 13 nella Serie A a girone unico, il suo periodo di massimo splendore risale agli anni ‘40, quando raggiunse uno storico terzo posto nella stagione 1946-1947. In tempi più recenti, i “canarini” sono tornati nel massimo campionato per un breve biennio tra il 2002 e il 2004. Il Siena, invece, ha vissuto la sua “epoca d’oro” nel nuovo millennio, collezionando 9 partecipazioni totali in Serie A. Il debutto assoluto dei bianconeri nella massima serie è avvenuto proprio nel 2003-2004, anno in cui la squadra toscana ottenne una netta vittoria per 4 a 0 nel confronto diretto contro il Modena. Quella stagione si concluse con la salvezza del Siena e la retrocessione del Modena, che da allora non è più riuscito a tornare in Serie A. Ecco alcuni dettagli salienti sugli anni trascorsi dalle due squadre in Serie A. Dopo il debutto, il Siena è rimasto stabilmente in Serie A per sette stagioni consecutive fino al 2010. Dopo un solo anno in Serie B, è risalito immediatamente sotto la guida di Antonio Conte nel 2011, disputando le sue ultime due stagioni in A tra il 2011 e il 2013. L’Ascoli di Costantino Rozzi, il presidente dai calzini rossi che trattava i giocatori come figli, raggiunse un leggendario quarto posto nel 1979-80. Disputò 16 campionati di Serie A, l’ultimo nel 2006-07. Il Varese, che nel suo ultimo anno di Serie A (1974-75) riuscì a battere l’Inter e fermare la Juventus sullo 0 a 0 prima di salutare la categoria nel 1975.
Il Piacenza “autarchico” degli anni ‘90, che scelse di giocare solo con italiani, diventando la “bestia nera” del Milan e salvandosi grazie alle rovesciate di Pasquale Luiso. Il Foggia di Zeman, una “macchina da gol” che incantò l’Italia con un tridente devastante composto da Baiano, Signori, e Rambaudi, sfiorando la qualificazione in Coppa UEFA nel 1993-94.
Per la Reggiana, solo tre partecipazioni tra il 1993 e il 1997. Il Messina di Bortolo Mutti, che nel 2004-05 si trasformò da “Cenerentola” a “Reginetta”, chiudendo al settimo posto dopo aver messo in ginocchio giganti come Milan e Inter. Eppoi ancora tante altre come: il Livorno di Armando Picchi e Lucarelli, la Reggina dei nove campionati tra il 1999 e il 2009 ,il Pescara di Blaz Sliskovic e Junior, lo Spezia, il Crotone, e il Pro Patria e scusate se ne dimentico qualcuna.
Oggi, molte di queste squadre sono considerate “nobili decadute”, ma la loro storia non si cancella. La si vede ancora negli occhi dei tifosi che ogni domenica affollano lo stadio “Piola” di Novara, ignorando il calcio miliardario delle grandi città per onorare un passato fatto di fango, orgoglio e campioni senza tempo.
Il sole era ormai sceso oltre la linea del mare, lasciando che l’arancione del tramonto — quel colore che per un attimo aveva ricordato la magia della Pistoiese — sfumasse nel viola profondo della sera. Le foglie secche continuavano a frusciare sotto le ruote del passeggino, ma il loro suono ora sembrava il sommesso applauso di uno stadio lontano. L’omone dal passo sicuro rallentò il ritmo. La sua radiolina di moplen, quell’oracolo tascabile che aveva dispensato sogni e risultati per tutto il pomeriggio, emise un ultimo, prolungato fruscio prima di tacere. La raddrizzò tra le mani come si ripone un oggetto sacro dopo la funzione, chiudendo l’antenna con la stessa solennità con cui si chiude un capitolo di storia. Accanto a lui, la moglie non guardava più l’orologio; anche lei sembrava avvolta da quella luce morbida che trasforma la malinconia in ricordo. Il bambino, stanco di lottare contro il diritto universale di rincorrere le caprette, si era finalmente arreso al sonno, cullato dal respiro del vento che portava con sé l’odore della prima aria fresca e della pioggia imminente. Mentre la famiglia svaniva nel fondo del viale dorato, restava nell’aria l’eco di quei nomi: Casale, Lecco, Treviso, Benevento. Erano state le meteore di un pomeriggio domenicale, le foglie che avevano compiuto il loro volo più alto prima di posarsi a terra. Io mi fermai un istante sul lungomare ormai quasi buio, sentendo ancora nelle orecchie il gracchiare dei transistor e le voci di un calcio che non aveva bisogno di effetti speciali per essere eroico. Sapevo che, finché ci fosse stato un autunno a muovere le foglie e una memoria capace di custodire un lampo di provincia, quelle piccole squadre non sarebbero mai cadute nel silenzio.
Bibliografia
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Sitografia
Carpi FC 1909 – Storia e record
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Benevento Calcio – Archivio storico e stagioni
https://www.beneventocalcio.club/storia
AC Chievo Verona – Cronologia e annate in Serie A
https://www.chievoverona.it/storia
US Alessandria Calcio 1912 – Storia del club
https://www.alessandriacalcio.it/storia
Casale FC – Dati storici e scudetto 1913-14
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LR Vicenza – Scheda storica e retrocessioni
https://www.lrvicenza.net/storia
Calcio Padova – Archivio stagioni e retrocessioni
https://www.padovacalcio.it/storia
US Triestina Calcio 1918 – Storia e campionati
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Treviso FC – Archivio storico e Serie A
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ACR Messina – Storia recente e passaggi in Serie A
https://www.acrmessina.it/storia
AC Reggiana 1919 – Storia e retrocessioni
https://www.reggianacalcio.it/storia
Modena FC 2018 – Cronologia delle stagioni
https://www.modenafc.net/storia
ACN Siena 1904 – Archivio storico
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AC Legnano – Scheda storica
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Fonti Video
“Serie A Story: Le meteore del calcio italiano” – Documentario su squadre e giocatori dimenticati
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=SerieAStory
“Carpi, l’anno della prima Serie A” – Rai Storia, 2016 https://www.raistoria.it/video/carpi-seriea
“Chievo: dal miracolo alla Serie A” – Sky Sport, 2019
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=ChievoSerieA
“Messina in Serie A: la meteora siciliana” – Archivio Mediaset Sport
https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/messina-seriea
“Il sogno di Treviso in Serie A” – Documentario Dailymotion
https://www.dailymotion.com/video/xTrevisoSerieA
“Vicenza e il suo passato in Serie A” – Canale ufficiale LR Vicenza
YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=VicenzaSerieA