Ma come ti vesti?
Le maglie più strane delle nazionali di calcio
Testo di Fiore Massimo
A volte è la necessità, a volte l’ambizione o la voglia di stupire, a scrivere pagine indimenticabili e curiose nella storia delle nazionali di calcio. Ci sono momenti in cui le squadre hanno indossato maglie insolite, lontanissime dalla loro tradizione cromatica, creando episodi tanto buffi quanto memorabili. Nei primi anni Duemila, la BBC trasmise un programma dal titolo “WHAT NOT TO WEAR”, tradotto in Italia come “MA COME TI VESTI”. I conduttori aiutavano i protagonisti a rinnovare il guardaroba, eliminando capi datati o inadatti al fisico. Anche nel calcio, a volte, le nazionali hanno fatto qualcosa di simile, calcando scenari tra l’assurdo e il comico, come la Francia nel Mondiale argentino del 1978. Dalla Bolivia del 1930 all’Algeria del 1986, passando per l’Italia, l’Argentina, il Messico, il Belgio e molte altre, la storia delle divise calcistiche è costellata di episodi curiosi e talvolta surreali.
1930: La cortesia della Bolivia
All’inizio dell’era dei Mondiali, nel 1930, la Bolivia si presentò con una divisa che oggi appare curiosa e quasi poetica nella sua semplicità. Prima di adottare i classici colori bianco-verde nel 1957, la nazionale boliviana giocava con maglia completamente bianca e pantaloncini neri. Ma ciò che rese unica la loro partecipazione al primo mondiale uruguayano non fu il colore, bensì un gesto di cortesia e gratitudine verso il paese ospitante: ogni maglia riportava una lettera gigante, e insieme formavano la scritta “Viva Uruguay”, un ringraziamento alla federazione uruguaiana per averli invitati senza alcun onere economico.
La leggenda narra che, durante la seconda partita contro il Brasile, anch’esso allora in maglia bianca, i giocatori boliviani furono costretti a cambiare divisa a causa della confusione totale in campo: i due team erano praticamente indistinguibili. L’unica differenza tra i giocatori era nei pantaloncini – bianchi per i brasiliani, neri per i boliviani – ma non bastava. Così, per quell’eccezione storica, la Bolivia indossò la maglia celeste dell’Uruguay, entrando di fatto nella storia dei Mondiali come simbolo di sportività e rispetto reciproco.
1934: Austria azzurra
Il 7 giugno 1934, allo stadio Ascarelli di Napoli, si disputava la finale per il terzo posto tra Germania e Austria. Ma quando le squadre scesero in campo, si trovarono davanti a un problema insolito: entrambe indossavano la maglia bianca. In quel momento, l’arbitro non poteva far giocare la partita: era impossibile distinguere i giocatori. L’Austria, in un gesto rapido e pragmatico, decise di cambiare divisa, indossando quella azzurra del Napoli, squadra locale. Il pubblico partenopeo, circa 7.000 persone, esplose di entusiasmo: tifavano sfrenatamente per la squadra di Sindelar e compagni, come se fosse la loro stessa squadra. Nonostante il sostegno travolgente, l’Austria non riuscì a vincere: la Germania si impose per 3-2, relegando gli austriaci al quarto posto. Tuttavia, quella partita rimane memorabile non tanto per il risultato, quanto per l’immagine di un’intera squadra che scese in campo con i colori di una città ospitante, in un episodio di immediata solidarietà sportiva e di adattamento creativo.
1958: Giallo argentino.
Era un pomeriggio d’estate a Malmö, e l’aria frizzante del Nord trasportava odori curiosi: la birra nei locali della Stortorget, e l’inconfondibile biondo dei capelli delle ragazze svedesi, che sembrava preannunciare l’inaspettato. L’8 giugno 1958, allo Malmö Stadium, Germania Ovest e Argentina si prepararono a inaugurare il girone A dei Mondiali svedesi. Ognuna indossava la propria divisa classica, ma l’arbitro inglese Leafe ebbe un sussulto di prudenza: le maglie erano troppo simili. L’azzurro pallido dell’Argentina rischiava di confondersi con il bianco e nero della Germania Ovest. Occorreva un cambio. La sorte volle che il sorteggio cadesse sui sudamericani, che, tra scongiuri e rituali scaramantici, dovettero affidarsi a un’idea estrema: la nazionale albiceleste non possedeva una seconda divisa. Fu così che, tra gli scaffali dello stadio, vennero scelte le maglie gialle dell’IFK Malmö, una squadra locale dilettantistica – nulla a che vedere con il più celebre F.F. Malmö, futura fucina di talenti come Zlatan Ibrahimović. Il destino si mostrò poco benevolo: quel giallo brillante, colore dei rivali storici brasiliani, era indigesto agli argentini, che furono pesantemente sconfitti per 3-1 dalla Germania Ovest. Così, un piccolo incidente di guardaroba entrò nella storia come uno dei momenti più curiosi dei Mondiali svedesi.
1994: Rossi di vergogna.
15 novembre 1994, aeroporto di Milano. La nazionale Under 21 italiana, guidata da Cesare Maldini, era pronta a partire alla volta di Caltanissetta per affrontare la Croazia nella qualificazione agli Europei del ’96. Tutto sembrava procedere con calma, quando il magazziniere, trafelato, corse dietro al gruppo con una grossa borsa. “Che succede? Cos’è tutta questa fretta?” chiese l’accompagnatore. “Stavo per dimenticare le maglie! Ho preso due mute: una bianca, una azzurra … mi pare che i croati usino una rossa, o quella tovaglia a scacchi …”. L’errore si rivelò immediatamente fatale. Il giorno successivo, all’ora della partita, le due squadre scesero in campo entrambe con le divise di cortesia. Tocca all’Italia cambiare. Maldini, irritato, domandò al magazziniere: “Quante mute hai portato?”
“Due, quella bianca e quella azzurra … ma ahimè, senza numeri!” In pochi minuti, l’emergenza fu risolta grazie all’intervento di un responsabile dell’impianto nisseno, che portò le casacche vermiglie del Nissa. Con un pennarello indelebile nero vennero cancellati gli stemmi locali e l’Italia, finalmente, poté scendere in campo. Il pomeriggio continuò tra pantomime e piccoli drammi: il pubblico venne intrattenuto dall’esecuzione de “La società dei magnaccioni”, mentre Carabinieri ed Esercito litigavano su chi dovesse suonare l’Inno di Mameli. Dulcis in fundo, si evitò per un soffio un incidente diplomatico: sugli spalti si stava per issare erroneamente la bandiera della Serbia al posto di quella croata. Meglio allora limitarsi al vessillo dell’UEFA, conservando i tricolori italiani e croati al sicuro. Così, un pomeriggio ordinario di calcio giovanile si trasformò in una sequenza di episodi comici, caotici e irripetibili, che rimasero impressi nella memoria di chi vi assistette.
1938: Neri per caso.
Durante il periodo fascista, anche la nazionale italiana si permise, in rare occasioni, di vestirsi con colori inusuali. Tra questi, il nero, simbolo del regime, che per molti fu percepito come una scelta quasi naturale, priva di scandalo. Si racconta, in particolare, che fu per volontà di Benito Mussolini che la nazionale italiana decise di scendere in campo con la maglia corvina durante la semifinale dei Mondiali del 1938 a Parigi. La motivazione ufficiale era che l’Italia avrebbe dovuto utilizzare la maglia bianca di cortesia, ma il nero – colore del regime – avrebbe voluto simboleggiare vigore e potenza, mandando un messaggio politico ai paesi alleati. In realtà, le maglie nere non furono un unicum politico: la nazionale le aveva già indossate in cinque occasioni, tra amichevoli e partite ufficiali – due volte contro la Francia, una contro la Jugoslavia, una contro il Giappone durante le Olimpiadi del 1936 e appunto nella semifinale parigina. La scelta del nero era spesso dettata da esigenze pratiche: rappresentava la seconda divisa da gioco, utile contro squadre con maglia azzurra o blu simile a quella italiana. Eppure, la leggenda politica si consolidò nella memoria collettiva. Fatto curioso: l’Italia vinse tutte le partite in cui indossò la maglia nera, risultando più fortunata rispetto al verde – sfortunato contro l’Argentina nel 1954 e persino contro la Grecia nel 2020. Il nero, dunque, non era solo simbolico, ma anche incredibilmente beneaugurante.
1978: Kimberly-Ungheria 3 a 1.
È il Mondiale argentino del 1978, e fuori dagli stadi, a Buenos Aires, Ronnie Hellström manifesta il suo dissenso in Piazza de Mayo con le Madri dei desaparecidos. La FIFA, più preoccupata delle apparizioni sui giornali che dei diritti umani, cerca di intervenire con minacce di squalifica, ma ottiene un nulla di fatto dalla federazione scandinava. Nel frattempo, a Mar del Plata, la cronaca sportiva narra di un clamoroso 3-1 tra Kimberly e Ungheria. Tutti si chiedono: “Come è possibile?”. In realtà, le squadre in campo erano Francia e Ungheria, entrambe già eliminate. L’inconveniente nacque dalle maglie: gli ungheresi, su richiesta della FIFA, indossarono la divisa bianca anziché il tradizionale rosso, per facilitare la visione agli spettatori privi di TV a colori. Ma i francesi, di propria iniziativa, fecero altrettanto: la loro seconda maglia era anch’essa bianca. Nessuna delle due squadre aveva portato la prima divisa, e la partita rischiava di non iniziare affatto. La soluzione più rapida fu ispirata: si decise di prendere in prestito delle divise da un club locale. Così, lungo l’Avenida Independencia, si raggiunse la sede del Kimberley, club fondato nel 1921 e soprannominato “El Dragón”. Le casacche biancoverdi del Kimberley furono cedute ai francesi, e finalmente la partita poté iniziare … con 45 minuti di ritardo. Lo spettacolo in campo era curioso: i francesi avevano calzettoni rossi, pantaloncini azzurri e magliette biancoverdi; per alcuni giocatori, i numeri sui dorsali non corrispondevano a quelli dei pantaloncini: Dominique Rocheteau e Olivier Rouyer avevano rispettivamente 18 e 20 sulla maglia, mentre sui pantaloncini figuravano 7 e 11. Le due squadre furono eliminate, ma la partita rimase negli annali per la sua incredibile vicenda. Il Kimberley, pur non avendo mai vinto nulla nella propria storia, poteva vantare di aver prestato le casacche che permisero di giocare una partita della Coppa del Mondo. Curiosamente, non era la prima volta che la Francia affrontava simili imprevisti: nel 1969, in un’amichevole contro l’Ungheria terminata 2-2, i francesi avevano dovuto indossare la seconda maglia dell’Olympique Lyon, rossa fasciata di bianco e azzurro, confermando che nel calcio a volte il caos può creare leggenda.
1986: L’Iraq giallo-azzurro.
Il Mondiale del 1986 in Messico rappresentò un debutto unico e memorabile per l’Iraq, la prima e finora unica volta della nazionale mediorientale in una fase finale di Coppa del Mondo. Inserita nel girone B insieme ai padroni di casa messicani, al Belgio e al Paraguay, la squadra irachena non riuscì a raccogliere punti: tre sconfitte, con un solo gol segnato, quello storico contro il Belgio. Eppure, il cammino non esaltante della squadra passò quasi in secondo piano di fronte a un dettaglio che catturò l’attenzione di tutti: i colori della loro divisa. Celeste e giallo, accesi e insoliti, completamente lontani dalla tradizione verde dei Leoni della Mesopotamia, che da sempre scendono in campo interamente vestiti di verde. Secondo alcune fonti, la scelta fu dettata da ragioni economiche: l’Iraq, senza fondi per nuove divise verdi, avrebbe accettato la proposta di Adidas, che mise a disposizione soltanto maglie già pronte in azzurro e giallo, così da non gravare sulle spese di permanenza in Messico. Altre versioni raccontano una storia ben diversa: Uday Hussein, figlio del dittatore Saddam e presidente del Comitato Olimpico iracheno, tifosissimo del club locale Al-Rasheed, impose che la nazionale giocasse con i colori del proprio club. Altri ancora sostengono che il giallo e l’azzurro fossero stati scelti per imitare il Brasile, nella speranza che un pizzico di “fortuna verdeoro” accompagnasse i Leoni della Mesopotamia. L’Iraq scese in campo con il completo azzurro nelle prime due partite e adottò la maglia gialla solo nel match contro il Paraguay. Quel confronto fu avvolto da un grottesco episodio: la squadra giocò una buona partita, creò occasioni e segnò un gol che sembrava regolare, ma l’arbitro mauriziano Picon Ackong fermò inspiegabilmente l’azione proprio mentre la palla stava varcando la linea di porta. La sconfitta fu inevitabile, ma il rendimento sul campo e la bizzarra scelta cromatica rimasero impressi negli annali. Picon Ackong, per quell’errore clamoroso, fu radiato e non arbitrò mai più una partita di calcio.
1982-1986: Algeria.
Anche l’Algeria, al Mondiale del 1986, si fece notare per le sue divise insolite. Il 3 giugno, contro l’Irlanda del Nord, la nazionale nordafricana scese in campo con una maglia rossa, usata solo per quella partita. Si trattava della terza divisa di una splendida tenuta da gioco già presentata quattro anni prima, nel Mondiale spagnolo del 1982, realizzata dalla ditta locale Sonitex. Le prime divise del 1982, verdi e bianche, recavano sul petto la scritta “Algeria” in arabo e un raffinato filetto bianco sulla sinistra. Tuttavia, per motivi estetici o tecnici, la livrea rossa venne scelta come terza opzione per alcuni incontri. Proprio a rievocare quel mondiale, l’Algeria era stata protagonista di un episodio curioso: nella partita contro la Germania Ovest del 16 giugno 1982, la squadra scese in campo nel primo tempo con la classica maglia verde filettata e nel secondo tempo cambiò leggermente divisa: il colore rimaneva lo stesso, ma la scritta in arabo era racchiusa in un cerchio e il colletto passava dal verde al bianco. Il rosso, tuttavia, non era del tutto inedito per gli algerini: tra il 1980 e il 1981, durante le qualificazioni per il Mondiale spagnolo, la nazionale aveva già utilizzato un completo rosso con maniche bianche, ispirato nello stile alle maglie dell’Arsenal. La scelta cromatica del 1986 rappresentò quindi sia un omaggio al passato sia un episodio curioso nella lunga storia delle divise algerine, testimonianza della varietà e della fantasia nel calcio nordafricano.
1962: Uruguay rosso e Colombia multicolore.
Il Mondiale cileno del 1962 fu un palcoscenico di colori insoliti e sorprendenti per alcune squadre, e due episodi restano memorabili per la loro singolarità, Uruguay e Colombia. L’Uruguay, solitamente identificabile con il celeste dei suoi Leoni, scese in campo per la prima e unica volta con una sgargiante maglia rossa. La scelta, secondo alcune fonti, era un tributo a Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei due mondi, legame simbolico tra l’Uruguay e l’Italia. La maglia vermiglia fece il suo debutto proprio contro la Colombia nella prima partita del Gruppo 1.
Se la maglia dell’Uruguay era un episodio isolato, quella della Colombia raccontava invece una storia di continua sperimentazione cromatica. I cafeteros, ancora incerti su quale fosse il colore definitivo della loro camiseta nazionale, avevano cambiato divisa più volte nel tempo: inizialmente biancorossa, poi biancoceleste, rossonera, gialloverde, bianca e rossoblu, fino ad arrivare al royal blu del 1962. Ma non finiva qui: negli anni ’70 adottarono l’arancione, negli anni ’80 il giallo, negli anni ’90 il rosso, per poi tornare al classico giallo attuale. Una storia di colori che sembrava non avere fine, come se ogni decennio portasse nuove speranze di fortuna. Purtroppo, né il rosso dell’Uruguay né il blu della Colombia portarono prosperità: entrambe le squadre furono eliminate al primo turno, ma i loro abiti insoliti rimasero impressi negli occhi dei tifosi, come un piccolo miracolo cromatico nella storia dei Mondiali.
1950: Messico bianco-azzurro.
La vicenda del Messico nel Mondiale brasiliano del 1950 anticipava di quasi trent’anni quella della Francia nel 1978: problemi cromatici costrinsero la squadra a un improvviso cambio di maglia. Siamo a Porto Alegre, allo stadio Dos Eucaliptos, per la sfida tra Svizzera in maglia rossa e Messico, che all’epoca indossava il granata. Le tonalità troppo simili dei due colori preoccupavano l’arbitro svedese Eklind, che minacciò di non far iniziare la partita finché la questione non fosse stata risolta. Il sorteggio avrebbe decretato che la Svizzera cambiasse divisa, ma per cortesia, furono i messicani a cedere e a indossare una maglia alternativa. Le nuove divise, bianco-azzurre, provenivano dal Cruzeiro di Porto Alegre (non confondere con l’omonimo club di Belo Horizonte). Nonostante l’ingegnosa soluzione, la fortuna non accompagnò il Messico: la partita si concluse con una sconfitta per 3-1 contro gli svizzeri. Il verde, colore ormai iconico dei messicani, sarebbe arrivato soltanto nel 1958.
1990: Costarica bianconera.
Il Mondiale italiano del 1990 portò in campo un altro caso affascinante di divisa insolita: la Costarica contro il Brasile il 16 giugno allo stadio Delle Alpi di Torino scese in campo con maglie bianche e nere, che ricordavano molto quelle della Juventus. La scelta era opera di un allenatore “giramondo”, Bora Milutinovic, profondo conoscitore del calcio internazionale e famoso per i suoi stratagemmi: dalla Serbia alla Cina, passando per Messico, Argentina, Italia, Costa Rica, Nigeria, Stati Uniti, Iraq e molti altri. Alcuni sostengono che la divisa fosse pensata per conquistare simpatia tra i tifosi juventini; altri attribuiscono la scelta alla federazione costaricana, che voleva rendere omaggio al Sport Club La Libertad, prima squadra professionistica fondata in Centroamerica. In realtà, Milutinovic scelse il bianconero in omaggio al suo cuore calcistico: il Partizan di Belgrado. Racconta lo stesso allenatore, “Ero a Mondovì in ritiro con la Costarica, la federazione non aveva i soldi per la terza maglia, che doveva essere bianconera a strisce verticali, come il Partizan. Chiamai la segretaria di Montezemolo, una donna magnifica, e lui mi fece contattare da Boniperti. Fu meraviglioso: mi fece arrivare 44 maglie bianconere e con quelle giocammo contro il Brasile. Mi ricordo, entrando nello stadio, che tutti gridavano: Juve! Juve!”. La scelta si rivelò azzeccata: la Costarica fece uno splendido torneo, raggiungendo gli ottavi di finale. Da allora, la nazionale dei Ticos utilizzerà in più occasioni la maglia “zebrata”, una delle rare divise alternative a portare fortuna in un Mondiale.
1996: Il Grigio di Londra
“What Not to Wear” — così avrebbe potuto intitolarsi la triste vicenda della maglia grigia dell’Inghilterra a Euro 1996, un errore di stile entrato nella leggenda. Se Sua Maestà Elisabetta II aveva costruito la propria immagine attorno a un guardaroba pieno di colori simbolici — il giallo dell’ottimismo, il verde della prosperità, il blu patriottico, il rosa del coraggio, l’azzurro della calma e della continuità — qualcuno alla Football Association decise di ignorare del tutto quella lezione di eleganza e buon senso. In occasione del torneo ospitato in casa, gli inglesi scelsero di abbandonare la gloriosa maglia rossa — quella che aveva portato fortuna nel trionfo mondiale del 1966 — per un nuovo colore definito da Umbro come “indigo blue”. In realtà, agli occhi di tutti, era un grigio fumo di Londra, spento, tetro, malinconico. Un colore che sembrava assorbire tutta la luce del campo, evocando più la nebbia del Tamigi che l’orgoglio dei Tre Leoni. Il risultato fu disastroso. La nazionale di Terry Venables, guidata in campo da Shearer e Gascoigne, si fermò in semifinale contro la Germania, eliminata ai rigori, come nella più classica delle maledizioni inglesi. Quel grigio fu presto maledetto da stampa e tifosi. Persino la musica ne conservò memoria: i Lightning Seeds, nella loro canzone THREE LIONS, l’inno non ufficiale del calcio inglese, ricordarono quel giorno con il verso “Tears for heroes dressed in grey”. Lacrime per eroi vestiti di grigio. Un colore che, da allora, nessuno osò più proporre alla nazionale britannica.
1982: Il Kuwait in Rosso
Il Mondiale di Spagna 1982 fu un teatro di episodi grotteschi e indimenticabili, ma pochi raggiunsero il livello di surrealtà della partita tra Francia e Kuwait. Quella sfida passò alla storia per la clamorosa invasione di campo dell’Emiro Fahad Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah, presidente della federazione kuwaitiana, che scese in campo per contestare l’arbitro e ottenne persino l’annullamento di un gol regolare di Giresse. Eppure, già prima di quel momento, qualcosa aveva attirato l’attenzione del pubblico: il Kuwait, storicamente vestito d’azzurro come l’Italia, era sceso in campo con una inedita maglia rossa, firmata Puma. La scelta non fu frutto del caso ma della necessità: la livrea blu dei kuwaitiani era troppo simile al “bleu” francese, e serviva un contrasto netto per distinguere le squadre. Si racconta che lo sponsor tecnico avesse deciso il colore in extremis, fornendo le maglie rosse senza nemmeno consultare la federazione. Il risultato fu un abbinamento sorprendente — pantaloncini bianchi, calzettoni blu e maglia cremisi — che fece scalpore e oggi rappresenta una rarità assoluta tra i collezionisti di maglie d’epoca. Quella partita, oltre che per la pantomima dell’Emiro, è ricordata come una delle più strane e iconiche dell’intero torneo.
2014: Il Flamengo Tedesco.
Sessantadue anni dopo, in un altro continente, un’altra maglia inaspettata segnò una delle pagine più clamorose della storia del calcio. È l’8 luglio 2014, stadio Mineirão di Belo Horizonte: la Germania affronta il Brasile nella semifinale dei Mondiali. Quando la Mannschaft scende in campo, il pubblico resta interdetto. Al posto del classico bianco, i tedeschi indossano una divisa rossonera, con fasce orizzontali che ricordano in modo impressionante la maglia del Flamengo, il club più popolare di Rio de Janeiro. Non si seppe mai con certezza il motivo di quella scelta. Alcuni parlarono di un gesto di cortesia verso il pubblico brasiliano, altri di una trovata della Adidas per rendere omaggio al paese ospitante. Qualunque fosse la ragione, quella maglia passò alla storia per un motivo ben diverso: la più grande disfatta del calcio brasiliano, il famigerato MINEIRAZO. In poco più di mezz’ora, la Germania travolse il Brasile 5-0, chiudendo la partita sul 7 a 1 finale. I nomi dei carnefici — Müller, Klose, Kroos, Kroos, Khedira, Schürrle e ancora Schürrle — rimasero scolpiti nella memoria dei tifosi verdeoro come un incubo collettivo. Mai, nemmeno il “Maracanazo” del 1950 o la disfatta contro Rossi nel 1982, avevano inflitto una ferita così profonda. Quel giorno, la maglia rossonera tedesca divenne un simbolo di potenza e umiliazione: il Flamengo tedesco aveva schiacciato la Seleção nel suo stesso tempio.
1920: La Cecoslovacchia a Strisce
Torniamo indietro di quasi un secolo, ad Anversa 1920, dove la finale olimpica tra Belgio e Cecoslovacchia si trasformò in uno degli episodi più controversi della storia dello sport. Sin dai primi minuti, la partita fu segnata da tensioni e decisioni arbitrali discutibili. Dopo un intervento sul portiere ceco Rudolph Klapka, il pallone finì in rete tra proteste generali. L’arbitro inglese John Lewis, invece di sanzionare il fallo sul portiere, assegnò un rigore al Belgio per un tocco di mano avvenuto a gioco fermo. Il clima degenerò rapidamente: un giocatore belga simulò un colpo subito dal centrocampista Steiner, che venne espulso. In segno di protesta, tutta la squadra cecoslovacca abbandonò il campo, lasciando la medaglia d’oro ai padroni di casa. Ma non fu solo l’atteggiamento a sorprendere: anche la divisa dei boemi attirò curiosità. La Cecoslovacchia era scesa in campo con una maglia a strisce biancoazzurre, probabilmente improvvisata per distinguersi dai “diavoli rossi” del Belgio. Nessuno seppe mai con certezza da dove provenisse quella livrea: forse una scelta d’emergenza, forse un prestito dell’ultimo minuto. Rimane un mistero, incastonato nella storia di una finale mai realmente giocata.
2016: Un Omaggio a Merckx.
Chiudiamo questo viaggio tra colori e simboli con una storia di stile e di orgoglio nazionale. All’Europeo del 2016, la nazionale del Belgio presentò una seconda maglia che fece discutere: un’insolita divisa celeste chiaro, attraversata sul petto da una banda orizzontale con i tre colori della bandiera nazionale, nero, giallo e rosso. La scelta non era casuale. Quella maglia voleva rendere omaggio al ciclismo belga, e in particolare al suo campione più grande: Eddy Merckx, il “Cannibale”. Il design si ispirava alle storiche divise della squadra “Alcyon”, marchio legato alla Peugeot che negli anni ’30 dominava il ciclismo europeo e schierava i migliori corridori belgi. Quella casacca, usata contro Svezia, Ungheria e Galles, rappresentò un ponte ideale tra due passioni che scorrono da sempre nel sangue del popolo fiammingo e vallone: il calcio e la bicicletta. Un omaggio elegante e poetico, degno di un paese dove la fatica sulle due ruote e il dribbling sul campo raccontano la stessa, infinita voglia di vincere.
Conclusione, ma non è finita qui.
Dalla polvere di Montevideo al luccichio delle notti europee, dal Sud America degli anni Trenta ai moderni stadi ipertecnologici, il filo che unisce tutte queste storie non è soltanto quello del calcio, ma quello del colore, dell’identità e dell’imprevisto. Ogni maglia, ogni scelta cromatica, ogni variazione rispetto alla tradizione racconta un frammento della storia del mondo, un riflesso del tempo in cui è nata. Dietro un tessuto, un numero o un simbolo, si nascondono guerre, rivoluzioni, dittature, sogni collettivi e drammi personali. Il colore, nel calcio, è linguaggio politico e poetico, un modo per dire “noi siamo questo”, o, a volte, “vorremmo essere altro”. La Bolivia del 1930, con le sue maglie improvvisate e le lettere cucite una per una per comporre il nome del paese, ci ricorda l’ingenuità e la purezza di un calcio ancora artigianale, dove bastava un filo e un’idea per entrare nella storia. La Germania Ovest del 1954 o l’Argentina del 1978 ci raccontano invece il legame profondo tra sport e potere, tra estetica e propaganda. Ogni maglia diventa uniforme, manifesto, talismano. E poi ci sono gli episodi minori ma altrettanto emblematici: il verde negato dell’Iraq del 1986, sostituito dal giallo e dall’azzurro per compiacere i capricci di un principe, o il rosso inatteso del Kuwait che, nel pieno della sua ingenuità, si trovò catapultato nel teatro di una farsa diplomatica. Nel tempo, il colore smette di essere solo un segno di appartenenza e diventa narrazione: è l’Inghilterra in grigio del 1996, vittima della propria eleganza mancata; è la Germania rossonera del 2014, macchina perfetta che distrugge il sogno brasiliano nel suo stesso tempio; è la Cecoslovacchia del 1920, ribelle e ferita, che abbandona il campo ma lascia nell’aria la dignità della protesta. E infine, è il Belgio del 2016, che trasforma la propria seconda maglia in un omaggio alla bicicletta, a Merckx, alla fatica e alla gloria, fondendo in un solo gesto il sudore dell’atleta e la memoria di un popolo. Tutte queste maglie, cucite insieme nel grande racconto del Novecento e oltre, formano un atlante sentimentale del calcio: un mosaico di stoffe, bandiere e simboli che raccontano più di mille risultati. In esse vive la nostalgia di un mondo che cambia, l’eco dei cori, l’odore dell’erba, ma anche le tracce della politica, del denaro e dell’orgoglio nazionale. Ogni volta che una squadra entra in campo, porta con sé la storia di chi l’ha preceduta, di chi ha vinto con addosso un colore fortunato, e di chi ha perso per sempre con un altro. Le maglie, alla fine, non sono solo divise: sono testimoni del tempo, memorie tessili di un’umanità che gioca, soffre e spera. Dalla Bolivia di Montevideo al Belgio di Merckx, il viaggio dei colori del calcio è un lungo romanzo collettivo in cui non si raccontano solo le partite, ma la vita stessa. Perché in fondo, tra un gol e un’illusione, non c’è mai stato un solo colore del pallone, ma mille sfumature di storia, sogno e destino intrecciate in un’unica, interminabile partita.
Bibliografia.
Calzaretta, Nicola. I COLORI DELLA VITTORIA. LE MAGLIE CHE HANNO FATTO LA STORIA DELLA JUVENTUS. Goalbook Edizioni, 2015.
Curletto, Mario A. TUTTI I COLORI DEL CALCIO. STORIA E ARALDICA DI UNA MAGNIFICA OSSESSIONE. Graphot Editrice, 2019.
D’Ottavi, Andrea. CALCIORAMA. I COLORI DELLA PASSIONE. Ultra Sport, 2021.
Fiore, Massimo ARCOBALENO IN MINIATURA: I COLORI DEL SUBBUTEO. GUIDA AI COLORI E ALLE DIVISE DEL CALCIO MONDIALE ATTRAVERSO IL SUBBUTEO. e-Bibliomax, 2015.
Furlani, Francesco. C’È SOLO UNA MAGLIA… STORIA DEI COLORI SOCIALI DELLA SALERNITANA. Printart Edizioni, 2017.
Giusti, Paolo. VIOLA & CO. STORIA E COLORI DEL CALCIO A FIRENZE E IN TOSCANA (1898–2008). Edizioni RCS, 2008.
Lucchini, Marco. ROSSONERI. LE MAGLIE DELL’AC MILAN. Giunti Editore, 2014.
Pini, Alessandro. LA MAGLIA CHE CI UNISCE. STORIA ILLUSTRATA DELLE DIVISE DELLA NAZIONALE ITALIANA. Panini Publishing, 2016.
Varriale, Antonio. IL GRIGIO E GLI ALTRI COLORI. IL GRANDE CALCIO RACCONTATO DA UNO STADIO DI PROVINCIA. Absolutely Free, 2020.
Calzaretta, Nicola, e Giovanni Di Salvo. STORIE E LEGGENDE DELLE MAGLIE DA CALCIO ITALIANE. Urbone Publishing, 2018.
Fontana, Lorenzo. COLORI E SIMBOLI DEL CALCIO. ORIGINI, CURIOSITÀ E TRASFORMAZIONI DELLE DIVISE SPORTIVE. Bradipolibri, 2022.
Marini, Carlo. LE MAGLIE DEL CUORE. VIAGGIO NEI COLORI DEL CALCIO ITALIANO. Newton Compton Editori, 2020.