La Terra di Mezzo
Saarland, la frontiera vissuta a passo d’uomo
Testo di Fiore Massimo
Ci sono territori in cui la storia non è un capitolo chiuso, ma una presenza quotidiana. Il Saarland è uno di questi. Una terra di confine, nel senso pieno del termine, luogo di passaggio, di frizione, di sovrapposizione identitaria, dove politica, cultura e perfino il calcio hanno assunto il ruolo di strumenti di affermazione collettiva. Tra Francia e Germania non è mai corso buon sangue e dalle epoche dei Franchi e dei Carolingi, passando per la Lotaringia e il Sacro Romano Impero, fino alle lacerazioni del Novecento, le regioni lungo il Reno e i suoi affluenti sono state contese senza tregua. Alsazia, Lorena e la piccola Saar mineraria portano ancora oggi i segni profondi di questa doppia anima, così come il vicino Granducato del Lussemburgo.
Nell’estate del 2025, spinto dalla consueta attrazione per i luoghi in cui la storia ha lasciato ferite evidenti, mi sono messo in viaggio verso il Belgio per visitare Waterloo, teatro della sconfitta definitiva di Napoleone nel 1815. Il percorso attraversava inevitabilmente Saarbrücken e fermarmi non è stata una scelta, ma una necessità. Era impossibile resistere al richiamo di un’aria così densa di confini mobili e identità stratificate. Arrivato nella regione, mi sono precipitato in città in treno, con l’urgenza quasi fisica di vedere con i miei occhi quella che, tra il 1949 e il 1957, era stata la capitale di uno Stato europeo a sé stante. Ho camminato per Saarbrücken, visitato musei, raccolto frammenti di passato con la voracità di chi sa che certe storie rischiano sempre di scivolare via. Poi, come tappa obbligata, lo stadio dell’1. FC Saarbrücken, qualche gadget acquistato come una reliquia moderna e di nuovo in marcia verso il camper, ancora carico di entusiasmo.
Preso dall’euforia esplorativa, ho però dimenticato un dettaglio fondamentale, Saarbrücken è una città di confine. Sbagliando stazione, mi sono ritrovato a Sarreguemines, capolinea della Saarbahn. Solo allora ho realizzato di essere già oltre, in Francia. Lontano dal vivere l’errore come un contrattempo, l’ho accolto come un regalo. Ho deciso di rientrare in Germania a piedi, attraversando lentamente il ponte sulla Saar, passo dopo passo, lasciando che corpo e mente viaggiassero insieme, immaginando le vite, le guerre, i passaggi di sovranità, le lingue intrecciate su quelle rive. Sono stato persino fermato a un posto di blocco. I poliziotti tedeschi, sorpresi nel vedere qualcuno attraversare a piedi una frontiera ormai quasi invisibile, hanno ascoltato divertiti la mia dichiarazione d’amore per i LIMES, per quei confini che raccontano più di mille libri. Una risata, uno sguardo complice, e ho ripreso il cammino, con la sensazione di aver colto, anche solo per un istante, l’essenza più profonda di quella terra di mezzo.
Oggi il Saarland è la prima regione tedesca certificata come destinazione sostenibile, un angolo verde, dolce e ondulato. Eppure è “cosa tedesca” da poco meno di un secolo. Dal 1° gennaio 1957 fa parte della Repubblica Federale di Germania e conserva una memoria profonda del suo passato di protettorato e territorio conteso. Occupata dai francesi già nel 1792, la regione venne assegnata a Napoleone con il Trattato di Campoformio del 1797 e tornò sotto controllo tedesco dopo Waterloo, con il secondo Trattato di Parigi del 1815, quando passò alla Prussia. Saarbrücken conobbe il suo primo grande periodo di splendore tra XVII e XVIII secolo, intorno al 1600 la nobiltà locale eresse il Castello urbano, mentre nel Settecento la Schlossplatz divenne il cuore della vita cittadina, secondo un elegante impianto urbano barocco ancora oggi riconoscibile. Dopo la Prima guerra mondiale, il Trattato di Versailles del 1919 separò ancora la Saar dalla Germania, ponendola sotto l’amministrazione della Società delle Nazioni per quindici anni. Alla Francia venne concesso il diritto esclusivo di sfruttamento delle miniere di carbone, risorsa strategica dell’area. Alla scadenza del mandato, il 13 gennaio 1935, un plebiscito con una partecipazione del 98% sancì la volontà di tornare alla Germania, oltre il 90% dei votanti si espresse per la riannessione. L’operazione, supervisionata da un contingente internazionale, tra cui 1.295 soldati italiani al comando del generale Sebastiano Visconti Prasca, passò alla storia come “Operazione Saar”.
La Seconda guerra mondiale riaprì la questione. Nel marzo 1945 la regione fu occupata dagli Stati Uniti e pochi mesi dopo, passò sotto amministrazione militare francese. Nel 1947 nacque il Protettorato della Saar, uno Stato autonomo sotto l’egida francese, con una propria costituzione, un governo guidato da Johannes Hoffmann e una valuta distinta, il franco della Saar. Anche l’economia venne integrata strettamente con quella francese. La soluzione arrivò a metà degli anni Cinquanta. Il progetto di trasformare la Saar in un territorio europeo autonomo sotto l’Unione Europea Occidentale fu bocciato dal referendum del 23 ottobre 1955, quando il 67,7% dei votanti respinse lo statuto europeo. Con il Trattato di Lussemburgo, la Saar cessò di essere un protettorato e il 1° gennaio 1957 entrò ufficialmente nella Repubblica Federale Tedesca come decimo Land.
In questo contesto nacque una delle storie calcistiche più singolari del Novecento. Tra il 1947 e il 1956, il Protettorato della Saar trasformò il calcio in uno strumento di rappresentazione identitaria e, al tempo stesso, in un vero teatro diplomatico. Il fulcro di questa epopea fu l’1. FC Saarbrücken. Nel 1948, su impulso dell’Alto Commissario francese Gilbert Grandval, il club venne invitato a partecipare alla Seconda Divisione francese con il nome di FC Sarrebruck. L’obiettivo politico era chiaro, allentare i legami con la Germania. Sul campo, però, i risultati furono travolgenti. Il Saarbrücken dominò il campionato, infliggendo sconfitte clamorose come il 10-1 al Rouen e il 9-0 al Valenciennes. Proprio questo successo, percepito come l’affermazione di una squadra “tedesca”, alimentò il risentimento dei club francesi, soprattutto in Alsazia e Lorena. La Fédération Française de Football respinse l’affiliazione permanente e Jules Rimet, presidente della FFF e della FIFA, si dimise poco dopo. Escluso dai campionati nazionali, il Saarbrücken si reinventò. Nel 1949 organizzò l’Internationaler Saarlandpokal, torneo internazionale a inviti che attirò quindici club, europei e sudamericani. Considerata oggi come precursore della Coppa dei Campioni, fu vinto dai padroni di casa contro lo Stade Rennais. In quegli anni il club divenne una sorta di ambasciatore calcistico del territorio, con vittorie leggendarie: 4 a 1 ad Anfield contro il Liverpool e 4 a 0 al Santiago Bernabéu contro il Real Madrid nel 1951. Parallelamente, il Saarland costruì una propria struttura calcistica interna. Nel luglio 1948 nacque il Saarländischer Fußballbund e l’Ehrenliga Saarland, massimo campionato regionale. Tra il 1948 e il 1951 fu un sistema chiuso, specchio di un territorio politicamente separato dalla Germania Ovest. Con il riavvicinamento a Bonn, nel 1951 la lega entrò nella piramide della DFB come Amateurliga Saarland. Nel giugno 1950 la federazione saarese ottenne l’affiliazione alla FIFA, addirittura prima della Germania Ovest. La selezione, termine preferito a quello di “nazionale” fu guidata inizialmente da Auguste Jordan e poi da Helmut Schön, futuro commissario tecnico dei trionfoi tedesco del 1974. La Saar disputò 19 partite ufficiali tra il 1950 e il 1956: 6 vittorie, 3 pareggi, 10 sconfitte, 36 gol segnati e 54 subiti. Debuttò nel novembre 1950 battendo la Svizzera B e partecipò alle qualificazioni ai Mondiali del 1954 insieme a Norvegia e Germania Ovest. Storica la vittoria per 3 a 2 a Oslo, unico successo contro una nazionale maggiore, così come simboliche furono le sfide perse contro i “fratelli” tedeschi. L’ultima partita si giocò nel giugno 1956 ad Amsterdam, rimediando una sconfitta per 3 a 2 contro i Paesi Bassi. Per la squadra della capitale il 1955 segnò l’apice. L’1. FC Saarbrücken partecipò alla prima edizione della Coppa dei Campioni e il 1° novembre, a San Siro, batté il Milan per 4 a 3 dopo essere stato sotto 3 a 1. Un’impresa destinata a rimanere nella storia del calcio europeo.
Con il referendum del 1955 e la reintegrazione politica, anche il sogno sportivo si chiuse. Nel dicembre 1956 la federazione si ritirò dalla FIFA. Eppure, l’eredità fu enorme: Schön avrebbe guidato la Germania Ovest ai trionfi europei e mondiali, Hermann Neuberger, saarese di nascita, sarebbe stato uno dei padri della Bundesliga. Ancora oggi la nazionale della Saar resta una delle pochissime selezioni FIFA il cui palmarès non è stato assorbito da un altro Stato. La prova che, per qualche anno, un pallone riuscì davvero a sfidare la geopolitica e a dare forma all’identità di un popolo sospeso tra due nazioni.
Il Saarland resta lì, silenzioso e ostinato, come fanno le frontiere vere quando smettono di essere linee sulle mappe e diventano esperienza vissuta. Non chiede di essere capito in fretta: pretende lentezza, passi contati, sguardi attenti. È una terra che non si attraversa soltanto, ma che ti attraversa, perché ogni suo ponte, ogni stazione sbagliata, ogni stadio di periferia racconta una storia più grande di sé. Qui la geopolitica non è mai stata un’astrazione e il calcio non è mai stato solo un gioco. Sono stati linguaggi, strumenti di sopravvivenza identitaria, modi diversi di dire “noi” in un mondo che cambiava confini più velocemente delle persone. Per qualche anno, tra miniere e fiumi, tra bandiere provvisorie e maglie rosse, bianche e blu, un piccolo territorio seppe guardare in faccia la Storia e risponderle sul campo. Oggi quelle frontiere sono quasi invisibili, i posti di blocco si trasformano in sorrisi e il viaggio può continuare senza fermarsi. Ma basta camminare lentamente lungo la Saar, o sedersi sugli spalti di uno stadio che ha visto sfidare imperi e nazioni, per capire che nulla è davvero finito. Perché ci sono luoghi in cui il passato non passa mai del tutto, resta sospeso, come un pallone a mezz’aria, pronto a ricordarci che l’identità non nasce dall’appartenenza, ma dal coraggio di esistere anche quando il mondo non sa ancora come chiamarti.
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