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La Guerra tiepida - Bibliomax

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La guerra tiepida

Jugoslavia e Unione Sovietica due nazioni a confronto

Testo di Fiore Massimo

Narrare le gesta sportive di Jugoslavia e Unione Sovietica significa immergersi in un’arena dove il calcio trascende il semplice gioco. Non erano due nazionali a contendersi la vittoria: erano due mondi, due filosofie di vita, due culture che si fronteggiavano sotto gli occhi attenti dell’Europa e oltre. Ogni partita tra questi colossi del calcio europeo diventava un teatro di tensioni, un duello silenzioso tra Slavi del nord e Slavi del sud, tra tradizione e innovazione, tra disciplina e creatività.
Sul prato verde si misuravano non solo i piedi dei calciatori, ma le anime dei loro popoli. La Jugoslavia, con il suo socialismo liberale, cercava di armonizzare ordine e libertà, mentre l’Unione Sovietica, con il suo comunismo accentratore, imponeva rigidità e controllo. Ogni passaggio, ogni dribbling, ogni rete raccontava molto più di una semplice vittoria sportiva: narrava il confronto tra due regimi, fratelli eppure antitetici, l’incontro tra uomini di potere che, con decisioni eclatanti e a volte grottesche, avrebbero segnato il destino delle loro nazioni. E così, tra applausi, tensioni e qualche silenzio carico di significato, le sfide tra Jugoslavia e Unione Sovietica diventavano epopee moderne. Epiche perché, dietro il calcio, si nascondeva la storia stessa dei due paesi: la gloria, l’orgoglio, ma anche la fragilità di un mondo destinato a una tragica fine.

La questione che rese così significativa l’incontro tra Jugoslavia e Unione Sovietica affonda le sue radici nel 6 giugno 1948, quando la Jugoslavia, pur essendo uno stato socialista formalmente legato al Patto di Varsavia, venne espulsa dal Cominform, l’Ufficio d’informazione dei paesi comunisti. Lo Stato balcanico, diviso dall’odio etnico tra le sue variegate popolazioni, era tenuto insieme dall’autorità accentratrice di Josif Broz Tito, vero e proprio padre padrone della Jugoslavia. Similmente, l’Unione Sovietica appariva come un enorme mosaico di popoli e nazioni, costituita nel 1922 e mantenuta unita dal potere di leader forti, prima Stalin, poi Leonid Breznev, fino al 1991, anno della sua dissoluzione. La Jugoslavia, unico paese a liberarsi dal nazismo senza l’ausilio di altri eserciti, rivendicava all’interno del blocco socialista una maggiore autonomia politica e sociale rispetto alle altre nazioni del Patto di Varsavia. L’origine del conflitto risiedeva nel rifiuto di Tito di sottomettersi alle direttive politiche di Stalin, che ambiva a trasformare la Jugoslavia in uno stato satellite di Mosca. Grazie alla sua posizione di neutralità, la Jugoslavia seppe sfruttare la disponibilità anglo-americana per risolvere a proprio favore la questione di Trieste. Accusata di deviazionismo durante il Congresso di Bucarest del 28 giugno 1948, la Jugoslavia venne espulsa dal Cominform e, aspirando a un modello di autogestione, si trasformò in un ponte tra il mondo capitalista dell’Occidente e quello comunista dell’Est. Questa anomalia politica rimase in piedi fino al 4 maggio 1980, giorno della morte del Maresciallo Tito, simbolo di un equilibrio unico e fragile in un’Europa divisa dalla Guerra Fredda.

Prima di arrivare agli scontri diretti tra le nazionali di Jugoslavia e Unione Sovietica, bisogna fare un passo indietro. La loro storia calcistica nacque da un seme comune, ma si sviluppò in direzioni opposte, specchio di ideologie simili nella rigidità, ma differenti nella visione del mondo. In Russia, il calcio arrivò nei primi anni del Novecento grazie ai marinai inglesi di stanza nel Golfo di Finlandia. Era un gioco nuovo, capace di resistere alle tempeste della Rivoluzione leniniana. Nel 1923, la neonata Federazione organizzò il primo campionato russo: non un torneo di club liberi, come in Occidente, ma un palcoscenico di squadre legate allo Stato e alle sue fabbriche. Nacquero così nomi destinati a diventare leggenda: la Dinamo Mosca, braccio sportivo del KGB; il CSKA, orgoglio dell’Armata Rossa; la Lokomotiv, squadra dei ferrovieri; la Torpedo, legata alla fabbrica AMO; e lo Spartak Mosca, la “squadra del popolo”, capace di incendiare i cuori dei moscoviti. Nel 1936 prese forma il primo Campionato Sovietico. Ma il calcio non era solo sport: diventò vetrina ideologica e strumento di propaganda. Negli anni ’50, la nazionale sovietica scese in campo per dimostrare al mondo la superiorità del socialismo, con disciplina, spirito di sacrificio e una concezione collettiva del gioco. Il debutto olimpico avvenne a Helsinki, nel 1952, contro l’eterna rivale Jugoslavia: scintille dentro e fuori dal campo. Quattro anni dopo, Melbourne vide l’oro olimpico al collo dei sovietici, e nel 1960, il primo Europeo per nazioni consacrò ancora una volta la supremazia sovietica sulla Jugoslavia. Furono anni d’oro, illuminati da fuoriclasse destinati a diventare simboli di un’epoca: Lev Jašin, il “Ragno Nero”, unico portiere a vincere il Pallone d’Oro; Eduard Strel’cov, genio della Torpedo Mosca travolto dalla politica; Oleg Blokhin, fulmine di Kiev e Pallone d’Oro nel 1975; Igor Belanov, altro talento ucraino, premiato nel 1986 sotto la guida del maestro Valerij Lobanovs’kyj. Il calcio sovietico era questo: eroi e tragedie, un gioco specchio di un sistema che voleva imporsi al mondo. Negli anni ’90, però, tutto iniziò a sgretolarsi: la Dinamo Kiev aveva già conquistato due Coppe delle Coppe (1975 e 1986), ma la dissoluzione dello Stato segnò la fine di un’epoca. Nel 1992, con la sigla provvisoria CSI, l’ex URSS partecipò all’Europeo in Svezia, uscendo sconfitta al primo turno contro la Scozia per 3 a 0. Così calò il sipario su mezzo secolo di calcio sovietico, lasciando dietro di sé leggende, ricordi e l’eco di un tempo in cui il pallone era molto più di un gioco: era ideologia, identità e memoria collettiva.
Il calcio si diffuse in Jugoslavia nei territori che, durante l’epoca austro-ungarica, facevano ancora parte del Regno di Serbia. La Federcalcio del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nacque nel 1920 e, dopo la trasformazione in Regno di Jugoslavia nel 1923, organizzò il primo campionato nazionale, con squadre provenienti dalle principali città dei Balcani: Belgrado, Zagabria e Lubiana. Tra le formazioni più celebri spiccavano lo Građanski Zagabria, l’Hajduk Split, il BSK Belgrado e l’Olimpia Lubiana. In quegli anni, il calcio era ancora semi-professionistico e il livello tecnico variava notevolmente da una regione all’altra. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con la nascita della Jugoslavia socialista, il calcio fu completamente riorganizzato secondo un modello statale. Nel 1945 venne creata la Prva Liga jugoslava, massima divisione nazionale, che vide emergere squadre come la Stella Rossa e il Partizan di Belgrado. La nazionale, i Plavi, partecipò regolarmente ai tornei internazionali già dal 1930 e vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra nel 1948. Dal 1950 prese parte ai Mondiali, confermando la sua presenza internazionale.
Gli anni ’60 e ’70 rappresentarono l’epoca d’oro del calcio jugoslavo. I club partecipavano regolarmente alle coppe europee e il campionato nazionale era tra i più competitivi d’Europa, grazie a un mix unico di tecnicismo e creatività balcanica. La nazionale si distinse agli Europei del 1960 e del 1968 e partecipò con continuità ai Mondiali, guidata da campioni come Dragan Džajić, esterno leggendario e simbolo del talento dei Plavi, soprannominati il “Brasile d’Europa”. Tuttavia, le tensioni interne tra giocatori di diverse etnie, lingue e culture impedirono di trasformare il talento in successi concreti. Negli anni ’80, dopo la morte di Tito, le divisioni sociali ed etniche emersero con forza. Il calcio jugoslavo, pur restando competitivo, cominciò a risentire della situazione politica: molti giocatori si trasferirono in grandi club europei, riducendo ulteriormente la qualità della lega interna. Nel 1991, le tensioni sfociarono in guerra civile e il paese si frammentò in sette nuovi stati. Slovenia e Croazia si separarono per prime, seguite dalla Bosnia tra il 1992 e il 1995, e infine dal Kosovo nel 1998-1999. Uno degli episodi simbolo dell’inizio dei conflitti avvenne sul campo di calcio: il 13 maggio 1991, allo stadio Maksimir di Zagabria, la Dinamo affrontò la Stella Rossa Belgrado. La partita fu interrotta per scontri violentissimi tra tifosi e polizia, anticipando la guerriglia urbana e segnando l’inizio del conflitto che mise fine all’unione jugoslava.
Dopo questi eventi, il calcio jugoslavo si disgregò: le squadre croate fondarono la loro lega indipendente, così come Slovenia, Bosnia-Erzegovina e Macedonia, mentre Serbia e Montenegro continuarono con una lega ridotta fino al 2006. La nazionale jugoslava, pur avendo espresso talenti straordinari, non conquistò grandi trofei. Memorabile fu il Mondiale del 1990, quando i Plavi giocarono a Firenze l’ultima partita della loro storia, eliminati ai rigori dall’Argentina a causa di un penalty fallito da Faruk Hadžibegić. Nonostante tutto, la Jugoslavia lasciò alle nuove repubbliche, in particolare alla Croazia, un’eredità duratura di tecnica e talento calcistico. Molti giocatori jugoslavi hanno avuto carriere leggendarie in Europa: Dragan Džajić, Safet Susić, Dejan Savićević, Robert Prosinečki, Siniša Mihajlović e Dragan Stojković. Alcune squadre, come la Stella Rossa di Belgrado, vinsero prestigiosi trofei UEFA, tra cui la Coppa dei Campioni nel 1991. Il modello della scuola calcistica slava rimane un esempio unico di equilibrio tra tecnica, creatività e intelligenza calcistica, lasciando un’impronta indelebile nel panorama del calcio europeo contemporaneo.

Le nazionali di Jugoslavia e Unione Sovietica si sono incontrate diciassette volte nella loro storia calcistica, in undici occasioni ha trionfato la squadra in maglia rossa mentre i plavi vinsero solo due volte, i pareggi furono quattro. Per quanto riguarda le reti l’Unione Sovietica ne realizzò trentatre contro le diciassette della Jugoslavia. Il primo incontro tra le due nazionali avvenne il 20 luglio del 1952 durante le Olimpiadi di Helsinki allo stadio Ratina di Tampere, valido per gli ottavi di finale del torneo olimpico maschile di calcio, arbitro della gara era il celebre Arthur Edward Ellis, una leggenda tra le giacchette nere colui che dirigerà due finalissime mondiali e la prima finale di Coppa dei Campioni. La partita divenne fin da subito un confronto politico a distanza tra i due capi di stato Stalin e Tito, la gara fu giocata a viso aperto da entrambe le formazioni che conclusero il loro primo confronto con uno spettacolare 5 a 5. Alle Olimpiadi la Jugoslavia nel turno precedente aveva sconfitto per 10 a 1 la nazionale indiana, mentre l’Unione Sovietica ebbe la meglio sulla Bulgaria con un faticoso 2 a 1 dopo i tempi supplementari. Al termine della prima frazione di gioco la Jugoslavia, guidata dal portiere ballerino Vladimir Breara e dal coriaceo Vujadin Boskov scese negli spogliatoi in vantaggio per 4 a 0, al 51° minuto l’Unione Sovietica accorciò le distanze, subito ristabilite dalla quinta rete dei plavi per il piede di Zebec, autore di una doppietta, la Jugoslavia convinta di aver domato il grande nemico orso, trasse i remi in barca, nel giro di dodici minuti i russi acciuffarono un inaspettato pareggio, protagonista della rimonta fu Vsevolod Bobrov artefice di una tripletta, al tempo attaccante in forza al VVS Mosca, club calcistico dell’aeronautica militare sovietica scomparso nel 1953. Per sancire chi sarebbe andato ai quarti di finale fu necessaria la ripetizione della partita. Due giorni più tardi le nazionali si ritrovarono faccia a faccia, stesso stadio e stesso direttore di gara, ad avere la meglio questa volta furono gli slavi del sud che superarono l’Unione Sovietica per 3 a 1 e ottennero il passaggio del turno, la gara fu molto combattuta, i sovietici passarono in vantaggio dopo soli 6 minuti di gioco con il solito Bobrov, fu grazie alla magistrale regia di Vujadin Boskov se la Jugoslavia trovò la forza di reagire e far propria l’intera posta. A realizzare le tre reti dei plavi furono Rajko Mitic, Stjepan Bobek su calcio di rigore e Zlatko Cajkovsky croato di origine russa, al torneo olimpico di Helsinki la Jugoslavia arrivò seconda alle spalle dell’Ungheria. Passarono quattro anni prima che le due nazionali si incontrassero nuovamente, ancora alle Olimpiadi, questa volta di Melbourne in Australia. Nel frattempo con la morte di Stalin la tensione tra i due stati iniziò ad allentarsi grazie all’intervento del nuovo Soviet Nikita Kruscev che, nel 1956 ristabilì le buone relazioni con lo stato balcanico. Al Cricket Ground di Melbourne, l’8 dicembre del 1956, Jugoslavia e Unione Sovietica si incontrarono in finale per l’assegnazione dell’oro olimpico. I giocatori della CCCP questa volta ebbero la meglio sui plavi vincendo per 1 a 0, la rete della vittoria fu di Anatoly Ilyin alfiere dello Spartak Mosca. I sovietici si aggiudicarono l'edizione olimpica del 1956 con parecchie difficoltà, per avere la meglio sull'Indonesia furono necessari due incontri, nel primo pareggiarono 0 a 0, nel secondo ebbero ragione degli asiatici con un roboante 4 a 0, in semifinale l'avversaria fu la Bulgaria che diede parecchio filo da torcere ai russi i quali si imposero per 2 a 1 dopo i tempi supplementari. Per la cronaca durante il torneo olimpico l’U.R.S.S. dovette affrontare un insolito avversario per quei tempi, la “Deutsche Einheit Mannschaft” Squadra Unificata Tedesca contro la quale vinse per 2 a 1. L'Unione Sovietica conquistò un torneo olimpico di basso livello, è da ricordare che in questa competizione mancava la forte Ungheria, campione in carica, invasa pochi giorni prima della finale dalle truppe dell'Armata Rossa, a detta di ciò è da ricordare in quella strana olimpiade, l’incontro di pallanuoto tra russi e ungheresi che passò alla storia come il “Bagno di sangue di Melbourne”. E’ un'altra finale quella del 10 luglio 1960 al Parco dei Principi di Parigi, U.R.S.S. e Jugoslavia sono gli attori protagonisti della prima edizione della Coppa Delaunay meglio nota come Campionato Europeo per Nazioni. L’Unione Sovietica ebbe la meglio vincendo per 2 a 1 dopo i tempi supplementari. Alla fine della prima parte di gara la Jugoslavia scese negli spogliatoi in vantaggio di una rete, siglata dal serbo Galic, bastarono una manciata di secondi nella ripresa, all’Unione Sovietica per raggiungere il pareggio con il georgiano Aleksander Metreveli, la partita poi, si trascinò stancamente fino al novantesimo, ai supplementari sarà Vladimirovic Ponedel’nik a siglare la rete della vittoria per i rossi di Mosca. In quell’edizione dopo aver eliminato l’Ungheria agli ottavi di finale, vinse, a tavolino, entrambi gli incontri con la Spagna, poiché quest’ultima, allora governata dal Caudillo Francisco Franco, si rifiutò di scendere in campo in terra russa per accese ostilità verso il paese sovietico. La partita contro la Cecoslovacchia fu poco più di una formalità che i russi archiviarono con un secco 3 a 0. Più impegnativo fu il cammino degli slavi verso la finale, nel primo turno ebbero ragione della Bulgaria, nel secondo del Portogallo, e in semifinale eliminarono i padroni di casa della Francia con un roboante 5 a 4. Le partite tra Unione Sovietica e Jugoslavia non sono mai state gare banali almeno fino al 1962, quando le due compagini si ritrovarono nello stesso girone al mondiale cileno, inserite nel gruppo 1 con Uruguay e Colombia, entrambe passarono il turno, le due squadre si incrociarono il 31 maggio allo stadio Carlos Dittborn di Arica nell’estremo nord della costiera cilena, dove i sovietici ebbero per l’ennesima volta ragione dei cugini slavi per 2 a 0, grazie alle reti di Ivanov e Ponedel’nik, un ringraziamento va anche all’insuperabile Lev Yashin che con i suoi miracoli chiuse più volte la porta agli attaccanti dinarici. La Jugoslavia, tuttavia, fece meritatamente più strada dei russi nel torneo iridato i quali, si fermarono ai quarti di finale per mano del Cile, mentre i plavi giunsero fino alla finale per il terzo posto persa proprio contro i padroni di casa di Santiago, dopo aver eliminato ai quarti la Germania Ovest e aver ceduto il passo nel girone eliminatorio solo alla Cecoslovacchia finalista. Tra il 1964 e il 1970 Jugoslavia e Unione Sovietica disputarono solo delle amichevoli con lo scopo di ammorbidire i sempre delicati equilibri tra i due paesi; il 22 novembre del 1964 per la prima volta l’U.R.S.S. mise piede in terra balcanica, a Belgrado nello stadio Marakana, di fronte a 30.000 spettatori, le due nazionali si accontentarono di un misurato 1 a 1 con le reti di Serebrianykov per i rossi e Zambata per i blu. Nove mesi più tardi, il 4 settembre del 1965, saranno i plavi a far visita ai sovietici al Lenin Stadium di Mosca, dove daranno vita ad uno scialbo 0 a 0. Il 18 settembre del 1966 è ancora la Jugoslavia ad ospitare i cugini sovietici, questa volta però in casa del Partizan di Belgrado al JNA (Jugoslovenske Narodne Armije-Stadion); la squadra russa dimostrò fin da subito una certa supremazia fisica e sportiva che, in più occasioni, mise in difficoltà la briosa difesa slava. L’Unione Sovietica vinse per la prima volta sul suolo nemico per 2 a 1 con le reti dei due Gennadiy, Krasnitskiy e Matveev; la rete del bosniaco Dzemal Udin Music non fu sufficiente a dare la scossa ai compagni di squadra che, per quasi tutto il secondo tempo, rimasero in balia dell’Armata Rossa. Forse offesi oppure umiliati dall’ultimo confronto, ci vollero ben tre anni perché le due squadre si trovassero di fronte per un altro incontro amichevole; il 24 settembre del 1969 fu ancora il JNA di Belgrado ad ospitare la gara che, anche in questa occasione, fu favorevole ai sovietici i quali vinsero per 3 a 1 dopo essere passati in svantaggio di una rete siglata dal forte attaccante dello Stella Rossa Dragan Dzajic; i russi, nel breve lasso di tempo di quattro minuti, agguantarono il pareggio con il georgiano Asatiani e misero la freccia con l’altro caucasico Givi Nodia, attaccante della Dinamo Tbilisi; a chiudere la pratica ci pensò Anatoliy Byshovets, che mise in rete un facile rimpallo dell’insicuro portiere jugoslavo Fahrija Dautbegović. L’anno successivo gli slavi sono invitati a Mosca per quello che sarà il decimo incontro tra le due nazionali e per quello che rimarrà nella storia come la più pesante debacle per la Jugoslavia contro l'URSS, sconfitta sonoramente per 4 a 0. La gara si svolse il 28 ottobre 1970 allo stadio Lenin di Mosca; slavi in maglia bianca e russi nella consueta maglia rossa CCCP, l’arbitro della gara il polacco Marian Srodeski. Dopo 20 minuti, l’Unione Sovietica passò in vantaggio con una rete dell’azero Vitaly Shevchenko che nulla ha a che fare con il più celebre omonimo ucraino Andrij; fu Vladimir Fedotov a siglare il 2 a 0, nella ripresa gli atleti in maglia rossa misero a segno altre due reti con Viktor Kolotov e Givi Nodya. Terminò con questa gara il primo ciclo di incontri amichevoli tra le due squadre; nel 1972 si ricominciò a fare sul serio: le due compagini si sfidarono ai quarti di finale del campionato continentale di Euro 1972. L’Unione Sovietica fu inserita nel gruppo 4 di qualificazione con Spagna, Irlanda del Nord e Cipro; contro gli iberici l’URSS si impose 2 a 1 a Mosca e pareggiò 0 a 0 a Siviglia, contro gli irlandesi fu vittoria per 1 a 0 tra le mura amiche e pareggio per 1 a 1 a Belfast, con gli isolani di Cipro 6 a 1 al Lenin Stadium e 3 a 1 a Nicosia. La Jugoslavia, inserita nel gruppo 7, pareggiò 1 a 1 a Rotterdam contro l’Olanda e vinse al ritorno per 2 a 0 al Poljud di Spalato; contro Lussemburgo vinse 2 a 0 in trasferta ma venne sorprendentemente bloccata sullo 0 a 0 nella gara di ritorno a Titograd; con la Germania Est i plavi si imposero per 2 a 1 a Lipsia e impararono 0 a 0 a Belgrado. Passate entrambe come vincitrici del proprio gruppo, si incontrarono per il match di andata il 30 aprile del 1972 nel catino dello Stella Rossa e la partita terminò 0 a 0. Qualche giorno più tardi, il 13 maggio, sono gli slavi a far visita ai sovietici al Lenin Stadium di Mosca, dove ad imporsi furono ancora i russi con un secco 3 a 0 grazie alle reti di Viktor Kolotov, Anatoli Banisevky ed Eduard Kozynkevyc; con questa vittoria i sovietici presero il volo per Bruxelles, dove in semifinale si sbarazzarono dell’Ungheria, mentre nella finale dell'Heysel Stadium vennero sconfitti per 3 a 0 dalla Germania Ovest. Passarono altri due anni prima che le squadre si incontrassero nuovamente: quella del 17 aprile 1974 fu un'amichevole giocata in sordina da due squadre quasi sperimentali; il palcoscenico fu lo stadio Bilino Polje di Zenica in Bosnia Erzegovina e anche in questa occasione l’Unione Sovietica si impose per 1 a 0 con la rete del georgiano David Kipiani. Più interessante fu la sfida del 23 marzo 1977 al Jugoslovenske Narodne Armije-Stadion del Partizan, terminata 4 a 2 in favore dei russi; in vantaggio i plavi al 26° minuto con il macedone Dusan Bajevic, vennero raggiunti a due minuti dal termine del primo tempo da una splendida rete di Oleg Blokhin; nella ripresa in campo c’era solo l’Unione Sovietica, furono ancora Blokhin e Kipiani a fare la differenza, a una manciata di minuti dal termine il croato Jerkovic accorciò le distanze, che saranno subito ristabilite grazie ad un penalty realizzato dal centrocampista della Dinamo Kiev Leonid Burjak. Passeranno otto anni prima che le due squadre si affrontino di nuovo ad una competizione ufficiale, ma tuttavia alquanto inusuale, la Nehru Cup, a Kochi in India nel gennaio del 1985; il torneo era una manifestazione calcistica organizzata dalla federazione indiana che si svolse dal 1982 al 1998, per poi essere interrotto e ripreso nel 2012 con il nome di Coppa Internazionale. Nel 1985 vi parteciparono anche URSS e Jugoslavia; le due squadre furono inserite entrambe nel gruppo 2 con Iran e una Selezione Universitaria Cinese, Jugoslavia e URSS arrivarono rispettivamente prima e seconda. Nella prima gara del girone eliminatorio i balcanici vinsero per 2 a 1; andarono in vantaggio i russi con Nikolay Larionov al 12° minuto, quattro minuti più tardi fu Faruk Hadzibegic a ristabilire la parità su calcio di rigore, ed infine fu una rete di un altro bosniaco, Zlatko Vujovic, a consegnare il successo alla Jugoslavia. Per l’URSS seguirono le vittorie per 3 a 1 contro la Cina e 2 a 0 contro l’Iran; in semifinale ebbero ragione del Marocco per 1 a 0, per poi rincontrarsi in finale con la Jugoslavia, che invece pareggiò 1 a 1 con la Selezione Universitaria Cinese, vinse 3 a 1 contro l’Iran e sconfisse, non senza fatica, 3 a 1 la rappresentativa giovanile della Sud Corea. In finale, il 4 febbraio 1985, fu la rappresentativa sovietica ad alzare al cielo la Coppa Nehru vincendo sul campo per 2 a 1 con le reti del futuro juventino Sergey Aleinikov e il bielorusso Georgiy Kondratiev; per la Jugoslavia fu ancora un calcio di rigore dello “specialista” Faruk Hadzibegic ad accorciare le distanze. L’1 a 0 di Belgrado del 29 agosto del 1987 sembra invece un epitaffio anziché di una partita di calcio; l’Unione Sovietica vinse 1 a 0 il suo undicesimo e conclusivo incontro contro la Jugoslavia, a siglare l’ultima rete di una contesa che passerà alla storia del calcio mondiale fu Igor Dobrovolsky, una partita tra due squadre che, di lì a pochi anni, si dissolveranno in cenere; le gesta rimarranno solo nella memoria degli appassionati del “Futbol'nyy” d’oltre cortina. Due squadre che sicuramente hanno colto meno di quello che meritavano; dell’ultimo incontro non rimase un ricordo indelebile, nessuno avrebbe immaginato che di lì a poco i due Stati si sarebbero disgregati nel paranoico predominio nazionalista e sciovinista. L’Unione Sovietica scese in campo per l’ultima volta il 13 novembre 1991 a Larnaca contro Cipro; in quella partita, vestita in un anonimo completo rosso senza la scritta CCCP, era una gara ufficiale per le qualificazioni ad Euro 1992, dove partecipò con l’acronimo C.S.I. (Comunità degli Stati Indipendenti) e vinse 3 a 0; l’ultima rete dell’Armata Rossa fu realizzata dal fuggitivo Andrey Kanchelskis, già attaccante del Manchester United. La Jugoslavia, invece, disputò la sua ultima gara il 25 marzo 1992 al “De Meer” di Amsterdam contro l’Olanda, che vinse per 2 a 0; con questa partita si scrisse la parola fine su quello che fu e quello che rimase del “Brasile d’Europa”, dilaniato da una inutile e forse inevitabile guerra civile, con il rimpianto se quel rigore di Faruk Hadžibegić ad Italia ‘90 fosse entrato, può darsi che saremo qui a scrivere un'altra storia.
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