Calcio e Violenza nel paese di David
Breve storia del calcio in Israele e Palestina,
gruppi ultras a confronto
Testo di Fiore Massimo
Il calcio, in questa terra, non è mai arrivato come un semplice passatempo. È entrato in silenzio, portato dagli stivali dei soldati britannici e dalle valigie degli immigrati, si è radicato prima ancora che esistessero confini riconosciuti. Prima dello Stato, prima delle bandiere e delle risoluzioni internazionali, il campo da gioco era già uno spazio di confronto fisico, simbolico, politico. Qui il pallone non ha mai separato nettamente lo sport dalla storia, perché la storia lo ha sempre inseguito da vicino. Nei sobborghi di Gerusalemme, sulle colline affacciate sul Mediterraneo a Tel Aviv e nelle strade polverose di Haifa, ragazzi di lingue e religioni diverse inseguivano un pallone, tracciavano piste d’atletica con la calce, si sfidavano nella boxe o nuotavano nelle piscine delle scuole missionarie. Sembrava solo sport. In realtà, era già storia. Lo sport arrivò in Palestina dall’Occidente come strumento di modernità, disciplina e “civilizzazione”, introdotto in larga parte durante l’ultima fase dell’Impero ottomano e poi sistematizzato dall’amministrazione britannica. Ma finì presto per diventare qualcosa di diverso, un linguaggio condiviso attraverso cui comunità arabe, ebraiche ed europee iniziarono a definirsi, riconoscersi e, progressivamente, separarsi. Prima del Mandato britannico, la Palestina non era uno Stato. Era una regione dell’Impero ottomano, amministrata attraverso i vilayet, con identità prevalentemente locali e religiose. La fine dell’Impero e l’avvio del Mandato nel 1920 cambiarono radicalmente il quadro. La Dichiarazione Balfour del 1917, che sosteneva la creazione di un “focolare nazionale ebraico”, alterò gli equilibri demografici e politici, aprendo una stagione di tensioni che si rifletté anche sui campi sportivi. L’immigrazione ebraica crebbe rapidamente; le élite arabe locali iniziarono a sentirsi marginalizzate. Lo sport divenne uno specchio fedele di queste fratture. Chi aveva accesso a club, campi e strutture partecipava alle competizioni ufficiali; chi ne restava escluso costruiva circuiti alternativi. Ogni partita, ogni gara, diventava una battaglia simbolica di appartenenza, identità e potere. In questo contesto si affermò il movimento Màccabi, parte di una rete internazionale di società sportive ebraiche nata alla fine del XIX° secolo. In Palestina, il Màccabi fece dello sport uno strumento di formazione fisica, morale e nazionale, ispirato all’ideale del “Muscular Judaism”, rigenerare il corpo per rigenerare la nazione. Costruì campi, organizzò tornei, sviluppò infrastrutture e preparò una generazione di atleti che incarnavano l’immagine dell’ “uomo nuovo” ebraico. Il calcio divenne presto centrale. Club come Màccabi Tel Aviv, Màccabi Haifa e Màccabi Petah Tikva non erano solo squadre, ma luoghi di costruzione dell’identità collettiva del futuro Stato. Accanto al Màccabi nacquero gli Hapoel, legati al movimento laburista e ai sindacati socialisti ebraici. Promuovevano valori di solidarietà operaia, uguaglianza e collettivismo, offrendo un’alternativa sociale e culturale alla borghesia urbana. La rivalità tra Màccabi e Hapoel rifletteva tensioni profonde all’interno della società ebraica del Mandato, lo sport come fattore di coesione, ma anche come spazio di conflitto simbolico e ideologico. Nel 1928 nacque la Palestine Football Association, riconosciuta dalla FIFA nel 1929. Formalmente rappresentativa dell’intero Mandato, era in realtà dominata da club e giocatori ebrei, con la partecipazione marginale di britannici legati all’amministrazione coloniale. Le società arabe denunciarono l’uso di simboli sionisti e dell’ebraico come lingua ufficiale, ritirandosi progressivamente dalle competizioni e fondando federazioni e tornei autonomi. La nazionale del Mandato, spesso indicata come Palestina/Eretz Israel, partecipò alle qualificazioni ai Mondiali del 1934 e del 1938, ma rimase “palestinese” solo sulla carta. La Seconda guerra mondiale e la Shoah portarono in Palestina decine di migliaia di rifugiati ebrei europei. I club sportivi divennero spazi di resilienza e ricostruzione identitaria. Mentre l’Europa veniva devastata, sui campi di Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa si continuava a giocare e ad allenarsi, immaginando un futuro collettivo. Con la nascita dello Stato di Israele nel 1948, l’esperienza sportiva del Mandato si trasformò nella Israel Football Association, affiliata alla FIFA nel 1949. Israele entrò inizialmente nella Confederazione asiatica, ma la collocazione si rivelò politicamente fragile. Fin dagli anni Cinquanta, molte nazionali arabe rifiutarono di affrontare Israele. Il calcio continentale divenne un’arena diplomatica. Nonostante l’isolamento, Israele ottenne risultati storici. Il punto più alto arrivò con la qualificazione al Mondiale del 1970 in Messico. Inserita in un girone con Italia, Uruguay e Svezia, la nazionale pareggiò contro svedesi e italiani. Il gol di Mordechai Spiegler divenne il simbolo di una presenza globale conquistata nonostante l’ostilità politica. Nel 1964 Israele vines il suo unico torneo internazionale, la Coppa d’Asia giocata in terra amica. Nel 1974, sotto pressione dei Paesi arabi e musulmani, l’AFC votò l’espulsione di Israele. Non fu una decisione sportiva, ma politica. Iniziò una lunga “trasumanza” calcistica, tra qualificazioni europee e oceaniche, fino all’ingresso stabile nella UEFA nel 1994.
Riconosciuta dalla FIFA solo nel 1998, la federazione palestinese opera tra restrizioni di movimento, frammentazione territoriale e distruzione delle infrastrutture. Eppure, la nazionale continua a esistere, trasformando ogni partita in un atto di resistenza simbolica. Nel calcio israelo-palestinese non esistono zone neutre. Ogni passaggio, ogni coro, ogni convocazione è carico di significato. Il pallone rotola su campi che sembrano uguali a tutti gli altri, ma sotto l’erba, o la polvere, scorrono decenni di storia, dolore e identità contese. Quando l’arbitro fischia la fine, la partita non finisce davvero. Perché qui il risultato è solo un dettaglio. Ciò che conta è tutto quello che il gioco continua a dire dopo novanta minuti. In questa terra, più che altrove, il calcio non è mai solo un gioco, è uno degli specchi più fedeli di una ferita che resta, ostinatamente, aperta. Il tifo organizzato israeliano rappresenta uno dei contesti sportivi più politicizzati al mondo, dove le divisioni ideologiche nazionali, etniche e religiose si manifestano con straordinaria intensità negli stadi.
Nel frattempo, il calcio israeliano cresceva a livello di club, ma le divisioni interne restavano profonde. Le origini politiche delle società continuarono a pesare soprattutto sugli spalti. Il Beitar Gerusalemme, il Màccabi Tel Aviv, l’Hapoel Tel Aviv, il Bnei Sakhnin, creano notevoli problemi interni di sicurezza durante le partite di campionato avendo i gruppi ultras più politicizzati, non solo del paese mediterraneo ma di tutta Europa. A differenza di molte altre nazioni, le tifoserie ultras israeliane non sono fenomeni marginali o criminali comuni, ma espressioni organizzate di identità politiche profonde, radicate nella storia dello Stato e nella struttura della società. Questo rapporto analizza le principali curve, le loro organizzazioni, ideologie e le rivalità storiche che le caratterizzano, basandosi su fonti accademiche, reportage investigativi e rapporti di enti per i diritti umani. I Principali Gruppi Ultras son oil già citato “La Familia” del Beitar Gerusalemme che rappresenta il gruppo ultras più controverso e storicamente documentato in Israele. Fondato nel 2005, opera come l’unico gruppo ultras ufficialmente riconosciuto in Israele. Ha sede nella sezione est dello stadio Teddy Kollek di Gerusalemme e conta circa 3.000 membri. La Familia rappresenta l’evoluzione organizzata di una tifoseria che riflette le radici ideologiche del Beitar Gerusalemme, il club più strettamente affiliato al movimento politico nazionalista di destra. L’ideologia del gruppo è esplicitamente di estrema destra e anti-araba. La Familia è nota per una discografia di cori che include frasi come “Morte agli arabi”, o di oltraggio al profeta Maometto e minacce sistemiche contro la comunità arabo-israeliana. Nel 2013, La Familia bruciò gli uffici del suo stesso club dopo che la dirigenza aveva annunciato l’acquisto di due giocatori ceceni musulmani, Dzhabrail Kadiyev e Zaur Sadayev. Questo non rappresentava un caso isolato, nel 2012, diverse centinaia di membri del gruppo attaccarono casualmente persone arabe presso il centro commerciale Malha Mall di Gerusalemme, in un episodio catturato dalle telecamere di sorveglianza. Nel 2023, è stato sospettato il coinvolgimento della Familia in un incendio al centro sportivo dei rivali dell’Hapoel Tel Aviv. La connessione di La Familia con la violenza politica organizzata si estende oltre lo stadio, tre dei quattro assassini che nel 2014 bruciarono vivo Muhammad Abu-Khudair un ragazzino di 16 anni erano membri del gruppo ultras. La Familia mantiene una struttura organizzativa decentralizzata, basata su cellule, con reti di comunicazione attraverso social media e canali di messaggistica criptata nel canale TOR (The Onion Router).
Altro gruppo particolarmente attivo è il “Màccabi Fanatics”, frangia ultrà del Màccabi Tel Aviv, emerso come il gruppo più violento negli ultimi anni, nonostante sia storicamente più recente rispetto a La Familia, fondato nel 2012. Politicamente collocato nell’estrema destra nazionalista israeliana, il gruppo è strettamente affiliato al Likud di Benjamin Netanyahu. Il comportamento dei Màccabi Fanatics si caratterizza per una combinazione di violenza, razzismo sistemico e attivismo politico conservatore. Nel 2014, il gruppo costrinse di fatto il giocatore arabo-israeliano Maharan Radi ad abbandonare il club dopo campagne sistematiche di abusi razzisti. Graffiti nei quartieri controllati dal gruppo recitavano “Non vogliamo arabi al Màccabi”. Il gruppo mantiene una struttura più organizzata rispetto a La Familia, coordinando le azioni attraverso piattaforme di messaggistica criptata e social media, con capacità di mobilitare grandi numeri di persone per attività coordinate. Il gruppo è anche gemellato con gli Ultras Amsterdam dell’Ajax, con cui condivide un’identità ebraica nazionalista, indipendentemente dalle origini etniche effettive dei singoli membri. Nella stagione calcistica 2024-25, “Kick It Out Israel” ha documentato 118 istanze di cori razzisti nei settori occupati dai tifosi del Màccabi Tel Aviv, superando per la prima volta il tristemente noto Beitar Gerusalemme, che ha registrato 115 istanze. Questo rappresenta parte di un aumento del 67% nei cori razzisti rispetto alla stagione precedente, per un totale di 367 istanze, documentate in tutta la “Ligat ha'Al” israeliana. Per comprendere meglio la realtà israeliana del calcio, bisogna conoscere l’iniziativa di “Kick It Out Israel” un sito di controllo immediato del tifo isreliano, dove vengono pubblicati dei resoconti ed episodi accaduti nelle partite di Premier League. Se un qualsiasi spettatore o cittadino che abbia assistito a un episodio di violenza, razzismo o di omofobia lo può riportare direttamente sul sito, creando così un archivio immediato della situazione del tifo in Israele, un iniziativa unica gestita da “Friends of Givat Haviva” con l’obiettivo di; Costruire una società condivisa arabo-ebraica israeliana, di pace attraverso la pace.
Un altro gruppo di accesi e pericolosi sostenitori sono gli ultras dell’Hapoel Tel Aviv che rappresentano l’opposto ideologico dei Màccabi Fanatics e della Familia. Fondato nel 1999, il gruppo è esplicitamente di estrema sinistra, simboleggiato da bandiere che riportano il motto socialista “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!” e da effigi di Ché Guevara e Karl Marx. Questo riflette le radici del Hapoel Tel Aviv nel movimento laborista israeliano, fondato nel 1927 come club del sindacato Histadrut. A differenza degli altri gruppi ultras, “l’Ultras Hapoel” ha mantenuto una dedizione al pacifismo e all’integrazione. La squadra dell’Hapoel Tel Aviv e una delle squadre più amate nel territorio israeliano, seconda solo ai rivali cittadini del Màccabi. Nel marzo 2002, durante l’intensificarsi della seconda intifada, il gruppo portò uno striscione allo stadio che recitava “La pace è possibile”. Il club mantiene una scuola calcistica in Cisgiordania. Il gruppo è gemellato con gli Ultras del Sankt Pauli di Amburgo, condividendo una sensibilità anti-fascista e progressista. Tuttavia, i numeri mostrano che anche l’Ultras Hapoel è presente in statistiche razziste recenti, sebbene a livelli significativamente inferiori rispetto ai competitor. La storica identità progressista non ha protetto completamente dalla penetrazione dell’ideologia nazionalista militarista degli ultimi anni, riflettendo la polarizzazione più ampia della società israeliana.
Il gruppo “Ultras Sakhnin” dello Bnei Sakhnin F.C., ufficialmente denominato “Ultras Sakhnin 2003” o “Duha Gate 4-5”, rappresenta l’identità ultras più chiaramente definita in base all’identità nazionale palestinese minoritaria. Fondato nel 2003 dopo la promozione della squadra alla massima divisione, il gruppo è composto prevalentemente da cittadini arabi-israeliani e opera come espressione organizzata dell’identità palestinese-israeliana. Il gruppo mantiene alleanze strategiche con gli Ultras Hapoel del Hapoel Tel Aviv e con gruppi europei progressisti, inclusi i nordafricani del Wydad Casablanca di Marrakech. Questa configurazione riflette una solidarietà trans-nazionale tra tifoserie anti-razziste. Gli Ultras Sakhnin hanno sviluppato forme di protesta non-violenta, incluso il voltarsi di spalle durante l’inno nazionale israeliano (Hatikvah) come gesto di dissenso politico. Nel settembre 2024, questo gesto ha provocato la reazione violenta dei tifosi dell’Hapoel Beersheba, che hanno invaso il campo di gioco con centinaia di sostenitori mascherati armati di bastoni. La partita è stata sospesa e dodici persone arrestate.
Un caso particolare è quello dell’ Hapoel Gerusalemme, rivale storico del Beitar. Come tratto dal sito “Pallonate in Faccia” si comprende che L’Hapoel Gerusalemme rappresenta uno dei rari esempi nel mondo, del “calcio di azionariato popolare”. La sua storia moderna nasce da una scissione, nel 2007, stanchi della gestione societaria, i tifosi abbandonarono la vecchia squadra e ne fondarono una seconda con il nome di l’Hapoel Katamon, club gestito direttamente dalla base. Il progetto è stato così vincente che, dopo il fallimento della società originale nel 2020, il Katamon ne ha rilevato il titolo sportivo, riportando in vita lo storico nome di Hapoel Gerusalemme, sotto il totale controllo dei propri sostenitori. Oggi il club milita nella massima divisione israeliana e si distingue per un forte impegno nel sociale, molto simile a ciò che accade in Europa con l’Athletic Bilbao, Sankt Pauli e Rayo Vallecano, promuovendo l'integrazione sociale tra arabi, israeliani e immigrati. Tuttavia, la realtà e filosofia della squadra è stata duramente colpita dal recente conflitto, israelo-palestinese, con il rapimento di un giovane tifoso Hersh Goldberg-Polin da parte di Hamas questo ha segnato profondamente la comunità dei sostenitori, i quali non schierandosi in favore del movimento di occupazione israeliana, ha assunto una posizione politica netta, di critica verso il governo di Netanyahu, per la gestione della crisi degli ostaggi attraverso coreografie di fortissimo impatto ideologico.
La Divisione Destra-Sinistra La rivalità tra Beitar Gerusalemme e Hapoel Tel Aviv rappresenta la rivalità calcistica più strutturata politicamente, radicata nella storia della fondazione dei due club. Beitar Gerusalemme fu fondato nel 1936 come affiliato della più grande organizzazione Beitar, movimento revisionista sionista fondato da Ze’ev Jabotinsky, il cui “Muro di ferro” rappresentava un approccio massimalista alla questione palestinese. Hapoel Tel Aviv, al contrario, fu fondato nel 1927 come clubs del movimento operaio sionista, affiliato al sindacato Histadrut, rappresentando così la classe operaia e la sinistra laborista. Storicamente, Beitar attirò il sostegno principalmente da comunità “Mizrahi” povere, cioè ebrei provenienti dal Medio Oriente e Nord Africa, mentre Hapoel rimase associato con l’élite Ashkenazi, ebrei altolocati di origine europea, con ideologie progressiste. Sebbene la rigidità di queste associazioni etniche sia diminuita, la divisione politica rimane strutturale. Nel 1999, durante una finale di Coppa di Israele, i tifosi dell’Hapoel portarono uno striscione esplicitamente volgare dove si leggeva: “Vi abbiamo scopato nelle elezioni, ora vi scopiamo sul campo”. La divisione persiste, Beitar ha supportato figure politiche di destra come Menachem Begin, fondatore della milizia Irgun e attualmente Benjamin Netanyahu. Il match del 2022 tra i club rappresentò un momento storico quando l’Hapoel vinse per la prima volta in 31 anni, una vittoria celebrata come simbolica della sfida politica ai sostenitori di destra.
La rivalità tra Beitar Gerusalemme e Bnei Sakhnin rappresenta invece la più violenta e politicamente carica nel calcio israeliano, caratterizzata da violenza diffusa, incitamento razzista sistemico e tensioni etniche. Il Bnei Sakhnin è l’unica squadra composta prevalentemente da giocatori arabo-israeliani nella “Ligat ha'Al”. Gli incontri tra i due club richiedono mobilitazioni di sicurezza straordinarie: nel 2013, furono schierati 400 agenti di polizia e 200 addetti alla sicurezza privata per una singola partita. Nonostante queste misure, circa 70 tifosi furono espulsi durante la partita per cori razzisti e disturbi pubblici. Nel settembre 2024, un incidente nazionale si verificò quando i giocatori dell’Bnei Sakhnin si voltarono di spalle durante l’inno nazionale in segno di protesta politica. Questo gesto provocò un’invasione organizzata di centinaia di tifosi del Beitar sul campo di gioco, in seguito a cui i giocatori di Sakhnin si rifiutarono di tornare in campo per paura della propria sicurezza. In seguito, il ministro dell’Interno Ben Gvir chiese l’espulsione del club dall’intera lega. I cori anti-arabi sono sistematici nelle curve del Beitar, “La tua razza sarà bruciata”, “Morte agli arabi”, insulti contro i giocatori arabi avversari e il dare alle fiamme delle copie di Corano rappresentano pattern consolidati di incitamento.
Il derby di Tel Aviv tra il Màccabi (giallo-blu) e l’Hapoel (rosso) è una rivalità storica che ha assunto tonalità sempre più violente. Nel gennaio 2025, una partita di campionato tra i club fu rinviata dopo violenti scontri che si verificarono prima della gara fuori dallo stadio e per le vie di Tel Aviv. Si contarono più di quarantadue feriti, inclusi agenti di polizia colpiti da granate fumogene e pietre. Gli ultras israeliani nonostante I poco esaltanti risultati delle loro squadre in Europa si sono fatti conoscere anche sul continente. Gli incidenti occorsi ad Amsterdam durante le partite di Europa League contro l’Ajax nel novembre 2024 rappresentano il punto culminante della violenza organizzata dei tifosi israeliani. Le violenze si verificarono in due fasi distinte. Nelle ore precedenti la partita, i tifosi del Màccabi Tel Aviv, infastidirono alcune persone che sventolavano, forse per solidarietà al popolo palestinese, bandiere dell’alam Filasṭīn, danneggiarono alcuni taxi, e abitazioni private abitate da arabi, cantando cori nazionalisti. Dopo la partita, persa per 5 a 0 in favore degli ajacidi, vennero organizzati attacchi coordinati contro i tifosi israeliani da parte di gruppi locali olandesi su scooter, con alcuni tifosi israeliani ricoverati e cinquantasette persone arrestate. A causa di questi fatti si mosse in prima persona il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che, per diffendere I propri connazionali, ordinò l'immediato invio di due aerei di soccorso per assistere ed evacuare i tifosi israeliani feriti o in pericolo. L'operazione di salvataggio, coordinata dall'aeronautica militare israeliana, prevedeva l'impiego di aerei cargo e di due velivoli della squadriglia Hercules con a bordo team medici e di soccorso. I due rabbini capo di Israele, le massime autorità religiose del paese, diedero il permesso eccezionale alla compagnia aerea El Al di volare durante lo Shabbat per fornire assistenza salvavita.
E ancora nel gennaio 2025, durante una partita di Europa League a Stoccarda, i tifosi del Màccabi intonarono cori anti palestina ma che non vennero verificati dalla polizia tedesca. Conclusioni Il tifo organizzato in Israele rappresenta un fenomeno che trascende le categorie convenzionali della “hooliganismo sportivo” europeo. È piuttosto una manifestazione strutturale delle divisioni politiche fondamentali dello Stato israeliano, tra destra e sinistra, ebrei di origine europea e del Medio Oriente, maggioranza ebraica e minoranza araba, cristallizzate in organizzazioni ultras. La Familia del Beitar Gerusalemme rimane l’organizzazione storicamente più documentata e ideologicamente coerente nella sua dedizione al nazionalismo di destra e all’anti-arabismo, anche se recentemente superata dai Màccabi Fanatics. Contemporaneamente, gruppi come l’Ultras Hapoel e gli Ultras Sakhnin mantengono alleanze trans-nazionali con movimenti europei anti-fascisti e progressisti, rappresentando un’alternativa ideologica esplicita. La violenza che si manifesta nei derby locali tra questi gruppi riflette conflitti politici reali, non è una “competizione sportiva” in senso convenzionale, ma piuttosto una manifestazione stadiale di conflitti civici più profondi sulla natura dello stato israeliano, l’integrazione etnica, e il futuro politico.
Bibliografia
Kick It Out Israel: Questo sito è descritto come uno strumento di controllo immediato del tifo israeliano. È gestito dall'organizzazione Friends of Givat Haviva e funge da archivio per segnalazioni di episodi di razzismo, violenza o omofobia occorsi durante le partite della Premier League israeliana. L'obiettivo dichiarato è promuovere una società condivisa e la pace tra arabi ed ebrei.
Pallonate in Faccia: Viene citato come fonte specifica per la storia dell’Hapoel Gerusalemme. Il portale approfondisce il modello dell’azionariato popolare e la scissione dei tifosi che portò alla nascita dell'Hapoel Katamon, poi riunitosi con il club originale.
Testi e Riferimenti Documentali
"Il Muro di Ferro" (The Iron Wall) di Ze’ev Jabotinsky: Sebbene citato come concetto ideologico, rappresenta il testo di riferimento per il movimento revisionista sionista che ha dato origine al Beitar Gerusalemme e al suo approccio massimalista alla questione palestinese.
Reportage investigativi e rapporti di enti per i diritti umani: Le fonti indicano che le analisi sui gruppi ultras (come "La Familia" o i "Maccabi Fanatics") si basano su questo tipo di documentazione esterna per tracciare le ideologie e le attività criminali o politiche dei gruppi.
Canali TOR (The Onion Router): Viene menzionato che gruppi come La Familia utilizzano reti di comunicazione decentralizzate e messaggistica criptata su questi canali per coordinare le proprie attività.
Entità e Modelli di Riferimento Internazionali
Per approfondire la cultura sportiva e politica citata nelle fonti, è utile guardare ai modelli con cui i club israeliani si confrontano o si gemellano:
Histadrut: Il sindacato operaio sionista, fondamentale per comprendere le radici socialiste e lavoriste dei club Hapoel.
Modelli di Azionariato Popolare e Sociale: Vengono indicati come riferimenti internazionali i club europei Athletic Bilbao, Sankt Pauli (con cui l'Ultras Hapoel è gemellato) e Rayo Vallecano per il loro impegno nell'integrazione sociale e la gestione partecipativa.
Wydad Casablanca: Gruppo ultras di Marrakech citato come alleato trans-nazionale degli Ultras Sakhnin in chiave anti-razzista e progressista.