Il Derby di Trieste.
Quando il “Grezar” si trasformò nel cuore pulsante di una città sospesa tra due nazioni.
Testo di Fiore Massimo
Trieste non è mai stata una città qualsiasi, è una porta socchiusa tra due mondi, un uscio sbattuto dal vento della storia. Da un lato l’Italia la osserva come un avamposto affacciato sul Carso; dall’altro l’Oriente la scruta come un lembo d’Occidente troppo vicino per non essere conteso. Trieste è così, una città–soglia, una città–ferita, una città scolpita nel marmo della nostalgia. E come tutte le terre di confine, custodisce storie che sembrano scritte nel vento, vicende che il tempo tenta di dissolvere, ma che il mare, caparbio, ciclico, riporta sempre a riva. La storia dell’Amatori Ponziana è una di quelle, una scheggia di passato che brilla ancora sott’acqua, anche se immersa nella memoria più scura. Per comprenderla bisogna tornare al 1912. Trieste allora era un gioiello policromo dell’Impero austro-ungarico, un mosaico di lingue, uniformi e speranze appese alle gru del porto. In quell’anno, sei uomini, più folli che calcolatori, decisero di dare vita a una squadra che potesse sfidare la più nota Triestina, nata nel 1913. Così vide la luce il Circolo Sportivo Ponziana, figlio del quartiere operaio di San Giacomo, un club cresciuto tra case popolari, taverne di porto e mani callose. Era una barca piccola in un mare agitato, ma remava sempre, anche quando la corrente era contraria. Nel 1919, col ritorno dell’Italia e la fondazione dell’Unione Triestina, il Ponziana fu trascinato in una fusione con il Foot-Ball Club Trieste per volere di un triumvirato societario, ma già nel 1920 riconquistò l’autonomia e partecipò alla Prima Divisione, l’antenata dell’attuale Serie B, mentre San Giacomo rimaneva il suo cuore pulsante, quartiere socialista, operaio, spesso vicino a simpatie filo-titoiste, come fosse una piccola isola con la testa nei cantieri e lo sguardo rivolto a Est. Il 1928 portò il primo strappo, il regime fascista impose la fusione con l’Edera Trieste, dando vita all’ASPE, poi all’Esperia. Alcuni giocatori non accettarono il diktat e scelsero l’esilio sportivo, fondando una piccola leggenda cittadina, i “Ponzianini Erranti”, una sorta di nave corsara che solcò per qualche anno la Prima Categoria uliciana, il campionato indipendente della ULIG, una fiammella nella bora, breve, tremante, ma indimenticabile. Nel 1931 il club tornò a chiamarsi Amatori Ponziana. Poi arrivò la guerra, un’onda nera che travolse case, strade, sogni, identità. L’8 settembre, l’invasione della Jugoslavia e il dominio nazista cambiarono volto al territorio giuliano. La minaccia dell’avanzata jugoslava di Tito incombeva sulle coste amate da Dante e Mazzini. La Conferenza di Pace rinviò il destino di Trieste, lasciandola sospesa nell’oblio. La città fu divisa tra Zona A, sotto Governo Militare Alleato, e Zona B, sotto amministrazione jugoslava. A San Giacomo la tensione esplose, manifestazioni, barricate, scontri contro le forze americane e inglesi nei primi giorni di luglio 1946. Trieste era una pentola a pressione; bastava un niente per farla traboccare. In questo clima incandescente entrò anche il destino del Ponziana. Il club, chiamato allora Circolo Sportivo Ponziana, era iscritto alla Serie C 1945–46. Per la stagione successiva chiese la Serie B, ma il diniego federale aprì una crepa enorme, una parte dei soci voleva restare in Italia; l’altra voleva abbandonarla per abbracciare Tito. Il 29 ottobre 1946 si trovò un compromesso, il club principale rimaneva nella Serie C italiana, ma nasceva l’Amatori Ponziana, iscritta al campionato jugoslavo e contrapposta alla Triestina, appoggiata dagli Alleati. Un club, due anime, due bandiere. Trieste incarnata in una squadra di calcio. I problemi di ordine pubblico impedirono ai biancazzurri di giocare a Trieste, le gare casalinghe si disputarono a San Sabba. Il 22 dicembre 1946 arrivò una delle imprese memorabili ponzanine, Amatori Ponziana contro Hajduk Spalato vinsero i “Veltri” per 1 a 0, davanti a 4.000 spettatori e con un mare di bandiere sferzate dalla bora. Il “Giornale Alleato” celebrò il trionfo, Stivoli segnò subito, Parola, Caproni e Giannini tennero duro come scogli sotto la mareggiata. La squadra chiuse la “Prva Liga” in undicesima, posizione che avrebbe comportato la retrocessione, ma per ragioni politiche venne ripescata al posto del Budućnost di Podgoriça al tempo Titograd. Lo scandalo fece scuola, la Triestina, in Italia, ne trasse ispirazione anni dopo. La stagione successiva fu un romanzo d’avventura. Con l’aiuto di Belgrado, i giocatori viaggiavano finalmente con mezzi adeguati, una sorta di Orient Express calcistico che attraversava città, fiumi, confini. Batterono ancora l’Hajduk e, soprattutto, sconfissero la Stella Rossa con un gol di Colombin al 90°, un lampo in un freddo pomeriggio di Belgrado. Ma ci fu anche il lato oscuro, nella capitale, contro il Partizan campione, dopo un rigore dubbio, il portiere Parola offrì platealmente le spalle al tiratore. Il capitano avversario Zlatko Čajkovski lo insultò gridando “svinja fascistička”, sputò a Ettore Valcareggi e scoppiò una rissa selvaggia. Due mesi di squalifica per entrambi. Una scena da taverna di porto più che da campo di calcio. Nel 1948 esplose la rottura tra Tito e Stalin, la Jugoslavia uscì dal “Cominform” ed entrò in una nuova orbita, più vicina all’Occidente. Il vento cambiò direzione. E quando cambia il vento a Trieste, lo senti nelle ossa, ti spazza via, taglia i polpacci. L’Amatori Ponziana retrocesse all’ultimo posto e decise di ricongiungersi al Circolo Sportivo Ponziana. La FIGC inflisse sei mesi di squalifica ai giocatori reduci dall’avventura jugoslava. Finiva così un sogno nato tra vicoli dove s’incontravano le parole di Saba, Andric e Joyce, finiva come una barca che riaffiora nel porto solo per dissolversi tra le onde. Nel 1952 il Ponziana tornò stabilmente sotto la FIGC. La squadra veleggiò tra Serie C e Serie D per decenni, come una barca malconcia che però non rinuncia mai al suo porto. Intanto la Triestina viveva i suoi anni d’oro tra il 1945 e il 1959, culminati con il secondo posto in Serie A nel 1947/48, dietro il Grande Torino, con uomini come: Rocco, Pasinati e Colaussi a scrivere le pagine più eroiche della storia alabardata. Il 1° dicembre 1974 Trieste trattenne il fiato, 20.360 spettatori al “Pino Grezar”, un miracolo per la Serie D. Si affrontavano non solo due squadre, ma due identità, due memorie, due ferite della stessa città. Perfino la bora, raccontano, si fermò ai margini per assistere. La Triestina scese in campo con Giampiero Fontana, Berti, Lucchetta, Giuseppe Fontana, De Luca, Foresti, Goffi, Veneri, Garofalo, Tosetto e Dri. La Ponziana rispose con Magris, Cattonar, Cirello, Gerin, Del Piccolo, Ravalico, Trentin, Vidonis, Miorandi, Lenardon e Momesso. L’Unione, nobile decaduta, partì con foga, voleva dimostrare che il passato glorioso non era sbiadito e che il colore biancorosso ancora poteva farsi valere. I primi minuti furono un assalto continuo, cross taglienti, tiri dalla distanza, colpi di testa che lambivano la porta difesa da Magris. Il Ponziana, neopromosso e minuscolo rispetto ai rivali, si raccolse in un bunker disciplinato, pronto a sfruttare ogni minima opportunità. Magris compì interventi prodigiosi, respingendo tiri destinati a gonfiare la rete. Lenardon, dall’altra parte, colpì una traversa con un diagonale potente, il pallone rimbalzò come una campana che riecheggiava tra i vicoli di San Giacomo, un segnale di speranza per i tifosi ponzianini. All’inizio della ripresa, accadde l’inatteso, Del Piccolo lanciò un cross teso in area della Triestina; seguì un rimpallo tra i difensori alabardati e la palla carambolò verso Miorandi, che con un tocco preciso infilò la rete. 1 a 0 per il Ponziana. L’urlo dei biancocelesti esplose come un colpo di vento contro le case del quartiere, Davide aveva colpito Golia. Da quel momento, il Ponziana si chiuse ancora di più, compatto e disciplinato, lasciando alla Triestina lo sterile possesso palla e le frustranti occasioni mancate. Magris continuava a respingere ogni assalto, diventando un baluardo insormontabile. La Triestina cercò in tutti i modi di pareggiare, Foresti sfiorò la rete con un tiro ravvicinato, Giuseppe Fontana tentò di sorprendere l’estremo difensore con colpi da fuori area, ma ogni tentativo si infrangeva contro la muraglia ponzianina. Il tempo scorreva lento, quasi crudele, e il boato dei tifosi del Ponziana cresceva di minuto in minuto. Alla fine, l’arbitro Panzino di Catanzaro fischiò la conclusione, 1 a 0, una vittoria che non era solo sportiva, ma simbolica. Eppure, dietro la gioia esplosiva del risultato, aleggiava un’ombra. La morte improvvisa del giocatore della Triestina, Paolo Pierbattista, il giorno precedente, aveva gettato un velo di malinconia tra le due tifoserie. Nessuno parlava apertamente, ma tutti la sentivano, la vittoria aveva un sapore agrodolce, tra gloria e lutto. A fine stagione la Triestina concluse terza con 43 punti, il Ponziana quarto con 40, un’illusione di promozione condivisa che si dissolse lentamente, ma il ricordo di quella domenica rimase impresso per sempre nella memoria della città, come un simbolo della lotta, della resistenza e della fierezza di un quartiere che non si piega mai. Conclusione, La storia dell’Amatori Ponziana, intrecciata a quella di Trieste, ci ricorda che il calcio non è solo uno sport, ma un riflesso delle identità, delle tensioni e dei sogni di una comunità. Ogni gol, ogni parata, ogni vittoria o sconfitta racconta una città, i suoi quartieri e i suoi abitanti, Trieste e il Ponziana sono la dimostrazione che la memoria e l’orgoglio sopravvivono alle sconfitte, alle guerre e al tempo, restando impresse come cicatrici luminose sul volto del mare e della storia.
Un confine non è una linea: è una storia.
E quella che il Ponziana ha inciso nella pietra ruvida di Trieste,
nessun tempo potrà cancellarla.
Questa storia nasce da un ricordo che si è impresso nella memoria come un segno profondo, indelebile, un frammento di Trieste che ho sempre amato con tutto me stesso. Ricordo le fughe verso il capoluogo giuliano quando il peso della tristezza mi schiacciava, quando sentivo il bisogno disperato di respirare l’aria di confine, l’aria di internazionalità, quell’aria salmastra e tagliente che sapeva di mare e di addii. Non sapevo perché, eppure, solo lì mi sentivo leggero, come se il vento di Bora potesse spazzare via ogni pensiero scuro. Sentivo il sussurro della cultura, della storia, sentivo l’aria dei Balcani infilarsi tra i vicoli, e fischiare. Tornai a Trieste anche con lei, la cosa più preziosa che avevo. Per mano, attraversammo la città, attraversammo quella linea invisibile che divideva ma che in realtà non separò mai veramente quei luoghi. Trieste è città fiera, colta, orgogliosa e talvolta strana, ogni volta che torno è diversa, in continuo movimento. Trieste, con il suo vento e il suo mare testardo, continua a raccontare storie, da custodire, mai banali e a ricordarmi che certe perdite non si misurano con gli anni, ma con l’eco infinita di ciò che ho lasciato scivolare via.
Bibliomax.
Bibliografia
Apih, Elio. Trieste e il calcio di confine. Italo Svevo, 1985.
Fabbro, Giorgio. La Triestina: storia di una passione. Luglio Editore, 2007.
Masini, Andrea. Triestina–Ponziana. Il derby della città divisa. Edizioni Italo Svevo, 2014.
Sergio, Mario. Il calcio a Trieste. Dalla Ponziana all’Unione. LINT Editoriale, 1992.
Valussi, Giorgio. Storie di derby italiani dimenticati. Bradipolibri, 2018.