Calcio totale e cuore operaio: Olanda e Polonia, due anime dell’Europa
Due squadre, due filosofie, due mondi divisi dalla Guerra Fredda che parlarono la stessa lingua del pallone
Testo di Fiore Massimo
Sono gli anni subito dopo la rivoluzione culturale del 1968. Gli anni in cui i giovani in Europa cambiano il loro modo di pensare, di vestire, di stare al mondo. Cambiano gli usi, cambiano i consumi, cambia l’educazione. Cambiano le famiglie, cambiano i rapporti tra le persone e, lentamente, anche tra le nazioni. È come se improvvisamente qualcuno avesse spostato l’asse del tempo. Woodstock è una linea di frattura, un prima e un dopo. Da lì nascono i figli dei fiori, la sensazione che tutto possa essere libero: l’amore, i corpi, la musica, perfino la mente. L’uso delle droghe diventa quasi legittimo, la musica un linguaggio universale. I Doors, i Rolling Stones, i Pink Floyd, i Led Zeppelin accompagnano una generazione che crede davvero di poter cambiare il mondo. Eppure l’Europa resta divisa. La rivoluzione del Sessantotto non riesce a cucire l’Est e l’Ovest. La cortina di ferro è ancora lì, concreta, pesante, fatta di muri, soldati, paura. Due mondi che si osservano senza toccarsi, separati non solo dalla politica ma da due idee opposte di vita. E cambia anche lo sport. Cambia il calcio. In Olanda, quasi naturalmente, nasce qualcosa di nuovo. Un paese piccolo, aperto, abituato da secoli a convivere con l’acqua e con il vento, inventa un calcio che rifiuta i confini. Con Rinus Michels e poi con Stefan Kovács nasce il calcio totale: massima libertà tecnica e di posizione, nessun ruolo fisso, nessuna gerarchia definitiva. Tutti si muovono, tutti pensano. All’Ajax cresce una generazione che scriverà un’epoca. I nomi si snocciolano come un rosario: Johan Cruijff, Johan Neeskens, Ruud Krol, Wim van Hanegem, Arie Haan, Rob Rensenbrink, Johnny Rep, Jan Jongbloed, Willy e René van de Kerkhof. Tra il 1974 e il 1978 l’Olanda diventa l’immagine più bella e non vincente del calcio mondiale. Perde due finali, ma scrive la storia. Apre una nuova visione tecnica e filosofica del gioco. Come se dicesse che non sempre vincere è l’unico modo per lasciare un segno. Ma il calcio totale non è solo olandese. In mezzo c’è la Germania. La Germania è una terra di mezzo, non può che essere così. Divisa anche lei, tra Est e Ovest, tra due mondi, tra due filosofie di vita contrapposte. È il limes dell’Europa, il confine vivo tra il liberismo occidentale e il comunismo sovietico. Non può permettersi l’utopia olandese né il sogno fragile dell’Est. Deve essere pragmatica, solida, razionale. Con Franz Beckenbauer, il Kaiser, nasce un altro modo di intendere il calcio moderno. Non libertà assoluta, ma equilibrio. Non improvvisazione, ma ordine intelligente. Beckenbauer guida senza gridare, avanza senza rompere la struttura. Attorno a lui Günter Netzer, Paul Breitner, Gerd Müller, Sepp Maier costruiscono una squadra che rappresenta perfettamente il suo tempo. Nel 1974 è la Germania a fermare l’Olanda. Come spesso accade nella Storia, la via di mezzo batte l’estremo. Non la più bella, ma la più adatta a sopravvivere. Poi c’è l’altra Europa. Quella oltre la cortina di ferro. Quella dove non si balla il rock, ma la polka. Una polka ostinata, popolare, che gira su sé stessa. Ed è proprio lì che nasce l’altra grande sorpresa. La Polonia degli anni Settanta è l’alter ego dell’Olanda. Un paese che esce lentamente dall’era di Władysław Gomułka ed entra in quella di Edward Gierek, segnato da un sistema rigido ma attraversato da tensioni crescenti. Nelle fabbriche, nei cantieri, nei porti del Baltico iniziano le proteste operaie. I giovani diventano inquieti, meno disposti ad accettare le imposizioni del regime. È il preludio di ciò che, qualche anno dopo, prenderà il nome di Solidarność. La nazionale di calcio diventa lo specchio di questo cambiamento. Maglia bianca, pantaloncini rossi, capelli lunghi, facce che non hanno paura di sfidare l’Ovest. Grzegorz Lato, Kazimierz Deyna, Andrzej Szarmach, Jan Tomaszewski. Non giocano per la bellezza, ma per l’orgoglio. Non per il possesso, ma per la dignità. Nel 1974 la Polonia incanta il mondo. Non alza coppe, ma rompe un silenzio. Ogni partita è un messaggio, ogni gol una crepa nel muro. Olanda, Germania, Polonia. Tre nazionali, tre filosofie, tre Europe. Una crede nella libertà assoluta, una nell’equilibrio, una nella resistenza. Tutte cercano aria. E allora il calcio diventa qualcosa di più. Diventa una frontiera, un confine mobile, un viaggio possibile quando viaggiare non è ancora concesso. In quegli anni il pallone attraversa ciò che gli uomini non possono attraversare. Sorvola muri, ignora ideologie, scivola tra Est e Ovest. E per novanta minuti sembra davvero possibile che l’Europa non sia solo una linea tracciata sulle mappe, ma un’anima inquieta che prova, ostinatamente, a riconoscersi.
Tra la fine degli anni Sessanta e la fine dei Settanta l’Europa visse una delle sue stagioni più contraddittorie. Alla spinta libertaria del 1968, che trasformò profondamente le società dell’Europa occidentale, non corrispose un analogo cambiamento politico sul piano continentale. La Guerra Fredda continuò a dividere l’Europa in due blocchi contrapposti, separati dalla cortina di ferro, simbolo concreto e ideologico della frattura tra capitalismo occidentale e socialismo sovietico. In questo contesto, il calcio divenne uno spazio di rappresentazione simbolica. L’Olanda del calcio totale incarnò l’utopia occidentale di una libertà senza gerarchie, espressa attraverso il movimento, la creatività e la rottura dei ruoli tradizionali. La Germania Ovest, pragmatica, divisa ma centrale, rappresentò la sintesi tra ordine e innovazione, tra disciplina e modernità, riuscendo a tradurre questa mediazione in successo sportivo. La Polonia, ancora sotto il controllo del blocco orientale, trovò nella propria nazionale una forma indiretta di espressione collettiva, anticipatrice delle tensioni sociali che avrebbero portato, nel decennio successivo, alla nascita del movimento Solidarność. Tra il 1974 e il 1978, le grandi nazionali europee non furono soltanto squadre di calcio, ma riflessi di sistemi politici, culturali e sociali differenti. In un continente attraversato da muri e confini invalicabili, il calcio divenne uno dei pochi linguaggi capaci di oltrepassarli, offrendo un’immagine anticipata di quell’Europa che, solo molti anni dopo, avrebbe iniziato lentamente a ricomporsi.
Tra la prima metà degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, la nazionale polacca di calcio visse il periodo più alto e irripetibile della propria storia. In un’Europa spezzata dalla Guerra Fredda, dietro la cortina di ferro, la Polonia riuscì a imporsi come una potenza calcistica credibile, rispettata e spesso temuta. Il calcio divenne il suo linguaggio universale, un modo per raccontarsi al mondo attraverso talento, disciplina, coraggio e orgoglio nazionale, in un’epoca in cui ogni successo sportivo aveva anche un valore simbolico e politico. L’architetto di quella trasformazione fu Kazimierz Górski. Nato nel 1921 a Leopoli, Górski prese in mano la nazionale all’inizio degli anni Settanta e trovò un gruppo solido ma privo di ambizioni internazionali. Lo trasformò in una squadra moderna, atletica e collettiva, capace di fondere il rigore tipico del calcio dell’Est con una sorprendente libertà offensiva. Lo chiamavano “il generale”, ma il suo non fu mai un comando autoritario, la sua forza stava nella fiducia concessa ai giocatori e in una lucidissima intelligenza tattica. Tuttavia, prima dei trionfi degli anni Settanta, la Polonia aveva già avuto un protagonista indimenticabile sui palcoscenici internazionali: Ernst Wilimowski. Attaccante prodigioso, Wilimowski fu il miglior rappresentante del calcio polacco negli anni ’30, dotato di velocità fulminante, dribbling sorprendente e un fiuto per il gol fuori dal comune. Il suo momento di gloria arrivò ai Mondiali del 1938, quando nella partita contro il Brasile segnò quattro reti, lasciando un’impressione indelebile nonostante la sconfitta per 6 a 5 ai tempi supplementari. La sua carriera, iniziata con la maglia della Polonia, terminò in circostanze drammatiche e controverse: durante la Seconda Guerra Mondiale, Wilimowski giocò con la nazionale della Germania del Terzo Reich, diventando una figura complessa e controversa nella storia del calcio europeo. Il suo talento precoce e le sue imprese internazionali rimasero a lungo un punto di riferimento per il calcio polacco, anticipando le grandi generazioni degli anni Settanta e Ottanta guidate da Kazimierz Deyna, Grzegorz Lato e Zbigniew Boniek. Il primo grande capolavoro di Górski arrivò alle Olimpiadi di Monaco 1972, un’edizione segnata dalla tragedia che sconvolse i Giochi con l’attentato di “Settembre Nero” nei confronti della delegazione olimpica israeliana. In campo, però, la Polonia fu implacabile: sei vittorie su sette partite, ventuno gol segnati e la medaglia d’oro conquistata in finale contro l’Ungheria. Fu il torneo che consacrò Włodzimierz Lubański, bomber e leader tecnico di quella generazione, la cui carriera in nazionale venne però spezzata da un grave infortunio che gli impedì di partecipare al Mondiale del 1974. Il cammino verso quel Mondiale passò da una notte destinata a entrare nella leggenda. Ottobre 1973, Wembley, l’Inghilterra campione del mondo doveva vincere per qualificarsi, la Polonia doveva resistere. Alla vigilia, della gara l’inglese Brian Clough liquidò il portiere polacco con una frase sprezzante: «Quel tizio è un clown con i guanti». Quel tizio era Jan Tomaszewski, capelli lunghi tenuti fermi da un elastico, una provocazione per l’uniformante potere dell’Est Europa. Quella sera il campo di Wembley si trasformò in un assedio continuo. Tomaszewski parò l’impossibile, anche con una mano fratturata. la Polonia colpì in contropiede, con Jan Domarski, gli inghesi pareggiarono solo grazie ad un rigore più che generoso, al fischio finale Wembley in assoluto silenzio. Gli spettatori si alzarono e applaudìrono Tomaszewski che non fu più un “clown”, ma divenne per sempre il “muro di Wembley”. Quella notte segnò la nascita internazionale della Polonia di Górski.
In Germania Ovest, nel 1974, la Polonia disputò il miglior Mondiale della sua storia. Batté l’Argentina all’esordio, travolse Haiti, eliminò l’Italia e si impose come una delle squadre più moderne e spettacolari del torneo. Kazimierz Deyna era il cervello, Lato l’arma letale sulla fascia, Szarmach il finalizzatore, Gadocha la fantasia. Dopo aver superato anche Svezia e Jugoslavia nella seconda fase, i polacchi si arresero solo in semifinale ai padroni di casa tedeschi, su un campo allagato a Francoforte. La vittoria nella finale per il terzo posto contro il Brasile, firmata ancora da Lato, suggellò un torneo memorabile, Lato capocannoniere, Tomaszewski protagonista assoluto e una squadra entrata definitivamente nella storia. Tra il 1970 e il 1982 il calcio polacco conobbe il suo momento di massimo splendore, con una nazionale che passò da outsider a protagonista assoluto dei palcoscenici mondiali. Oro olimpico a Monaco 1972, bronzo iridato nel 1974, argento ai Giochi di Montreal 1976 e un altro terzo posto nel 1982, imprese che ebbero per protagonisti talenti capaci di coniugare tecnica raffinata, fisicità e un’inedita libertà espressiva per un Paese dell’Est europeo. Al centro di questa generazione d’oro c’era Kazimierz Deyna, il “principe del pallone”, regista avanzato e capitano del Legia Varsavia, con 97 presenze e 41 gol in nazionale, Deyna fu il cervello della squadra di Górski, autore di gol memorabili come quello all’Italia nel 1974 o della scarpa d’oro olimpica nel 1972. La sua visione di gioco, il sinistro vellutato e la leadership lo resero una leggenda assoluta, tanto che Pelé lo incluse tra i migliori di sempre, nonostante difficoltà personali e una morte prematura a soli 41 anni.
In difesa, la spina dorsale era formata da giganti come Jerzy Gorgoń e Władysław Żmuda, due centrali rocciosi che incarnavano la solidità polacca. Gorgoń, pilastro del Górnik Zabrze con 55 presenze e 6 gol, dominava i duelli aerei e i calci piazzati nelle Olimpiadi 1972 e 1976 e nei Mondiali 1974 e 1978. Żmuda, invece, dello Śląsk Wrocław e poi Widzew Łódź, collezionò 91 caps e 2 gol tra 1973 e 1986, partecipando a quattro Mondiali consecutivi un primato condiviso con Diego Maradona e Uwe Seeler, vincendo il FIFA Young Player Award nel 1974 a soli 20 anni, Alto 190 cm, maestro nel gioco aereo e nell’impostazione, portò la sua grinta in Italia con l’Hellas Verona e al Cremonese, simbolo di longevità e affidabilità. In attacco, il trio Lato, Szarmach, Gadocha incarnava la potenza offensiva della Polonia. Lato, ala destra del Stal Mielec, fu il bomber per eccellenza, 100 presenze e 45 gol, capocannoniere del Mondiale 1974 con 7 reti, oro olimpico e due bronzi iridati, record tuttora imbattuto per un polacco in Coppe del Mondo. Szarmach, centravanti del Górnik Zabrze, emerse proprio nel 1974 al posto dell’infortunato Lubański, fisico imponente, fiuto del gol e 61 presenze con 32 centri. Gadocha, con accelerazioni e cross millimetrici, completava il reparto offensivo, mentre Lubański, bomber storico con 48 gol in nazionale, rimaneva il simbolo di una generazione che sfiorava la grandezza assoluta. In mezzo al campo, Zbigniew Boniek rappresentava il passaggio generazionale verso gli anni 1980, esploso nel Widzew Łódź, con 80 presenze e 24 gol, illuminò il Mondiale 1982 con una tripletta al Belgio e il terzo posto finale, guadagnandosi un posto nell’undici ideale del torneo. Elegante, velocissimo e letale, passò poi alla Juventus vincendo tutto in Europa, primo polacco a laurearsi campione continentale. A supporto, Andrzej Szymanowski, terzino sinistro del Wisła Cracovia con 82 presenze e 1 gol, portò dinamismo e affidabilità difensiva. Tra i pali, Tomaszewski fu l’eroe del 1973 contro l’Inghilterra, mentre Józef Młynarczyk raccolse il testimone nell’82, vincendo la Coppa dei Campioni con il Porto.
Dopo la bellissima prestazione di “Monaco ’74” la Polonia era chiamata a ripetersi anche in Sudamerica, non arrivò tra le prime quattro, ma si distinse ancora una volta per il suo splendido gioco e un modulo che faceva del pragmatismo la sua arma migliore. La squadra era praticamente la stessa di quattro anni prima con l’aggiunta del forte centrocampista Zbigniew Boniek, Roman Wójcicki e finalmente Włodzimierz Lubański che dovette saltare il Mondiale precedente a causa di un infortunio. La Polonia conquistò la qualificazione al suo terzo Mondiale vincendo il gruppo “1” europeo, composto oltre ai polacchi da Danimarca, Cipro e Portogallo. La Polonia vinse quasi tutti gli incontri a parte un pareggio contro il Portogallo nell’ultima gara del girone quando oramai la qualificazione era già stata raggiunta. Al Mondiale argentino la Polonia fu inserita nel gruppo “2” con Germania Ovest, Tunisia e Messico. La prima gara contro la Germania Ovest che fu anche quella inaugurale del Mondiale fu giocata il 1° giugno del 1978 al Monumental di Buenos Aires e le due squadre non andarono oltre che un misero 0 a 0. La partita più che mettere in evidenza il buon gioco della Polonia, mise in risalto la pochezza della Germania che priva di Franz Beckenbauer poco assomigliava a campioni del Mondiale tedesco. Nel secondo match i Bialo-Czerwoni incrociarono gli esordienti nordafricani della Tunisia, vinsero per 1 a 0 ma dovettero sudare ben oltre il previsto per avere ragione della squadra africana che fu battuta solo grazie ad un goal del consueto Grzegorz Lato. La terza ed ultima gara del round robin contro il Messico fu quasi una passeggiata, i polacchi si imposero per 3 a 1 con le reti di Boniek doppietta e Deyna, conquistando il primo posto del girone consentendo una agevole qualificazione al secondo turno dove nella prima partita del girone finale incontrarono l’Argentina contro cui nessuno poteva osare, venendo di conseguenza sconfitta per 2 a 0 sbagliando con Deyna un calcio di rigore sull’1 a 0. Quattro giorni dopo fu la volta del Perù che venne sconfitto per 1 a 0 con un goal di Szarmach. Già eliminata la Polonia affrontò il 21 giugno a Mendoza il Brasile, con cui perse per 3 a 1 con Lato che rispose alla rete di Nelinho poi ci pensò Roberto Dinamite con una doppietta a mandare a casa la Polonia, seconda solo all’Olanda nell’esprimere un gioco innovativo nel calcio degli anni Settanta.
Parafrasando una canzone dei Righeira in voga nei primi anni Ottanta “L’Estate sta finendo e una generazione se ne va”, si fa riferimento al calciatore Grzegorz Lato, infatti in lingua polacca “Lato” significa estate. Il campione polacco presente dai mondiali del 1974 scrisse le migliori pagine del calcio polacco. Anche in Spagna la nazionale dei Biało-czerwony si comportò molto bene arrivando terza, ma questo fu il fatidico canto del cigno successivamente e per lungo tempo la Polonia soffrì una crisi generazionale di talenti. La Polonia staccò il pass per “España 82” vincendo il gruppo “7” di qualificazione europea a sole tre squadre. Sicuramente fu il girone UEFA più semplice, l’unica compagine che avrebbe potuto dare dei grattacapi alla Polonia era la Germania Orientale che tuttavia, venne sconfitta in entrambi gli incontri di andata e ritorno, 1 a 0 a Chorzow e 3 a 2 a Lipsia. L’altra squadra, Malta, fu solo una formalità, i polacchi si imposero 2 a 0 a La Valletta e 6 a 0 a Wroclaw. Al Mondiale la Polonia venne sorteggiata nel gruppo “1” con Italia, Camerun e Perù. Fu un girone equilibratissimo dove in sei partite si registrarono 5 pareggi, la Polonia si classifico prima a seguito del pareggio iniziale per 0 a 0 contro gli azzurri, un successivo 0 a 0 con gli esordienti africani del Camerun ed infine una larga vittoria per 5 a 1 contro il Perù con le reti avvenute tutte nel secondo tempo di: Smolarek, Lato, Boniek, Buncol e Ciolek a chiudere per i sudamericani Guillermo La Rosa. Archiviato il turno eliminatorio la Polonia dovette affrontare nel girone finale il Belgio, contro il quale vinse con un largo 3 a 0 grazie una tripletta dello straordinario Zbigniew Boniek che, in quell’occasione fece innamorare il patron della Juventus Giovanni Agnelli il quale lo volle alla sua corte per il successivo campionato di serie A, a far coppia con un altro fenomeno dal nome Michel Platini. La successiva partita contro l’Unione Sovietica fu più ostica è terminò con un nulla di fatto 0 a 0, in classifica URSS e Polonia avevano gli stessi punti ma a proiettare i polacchi in semifinale fu la differenza reti di più due, nei confronti dei cugini russi. L’otto luglio al Camp Nou di Barcellona ad affrontare la Polonia vi era un Italia stellare che aveva preso coraggio e valore dalla vittoria con il Brasile. Italia e Polonia si incontravano per la seconda volta in questo Mondiale, nel girone eliminatorio finì 0 a 0, mentre in semifinale i polacchi dovettero cedere il passo agli azzurri ancora una volta trascinati da uno splendido Paolo Rossi autore di entrambe le reti del match. Italia in finale e Polonia nella finalina per il terzo posto a contenderli il podio la Francia di “Roi Michel” in quella gara si poté assistere in contemporanea alle giocate dei due futuri campioni della Juventus Boniek e Platini. La Polonia vinse 3 a 2 e raggiunse il suo miglior piazzamento ad un campionato del mondo. Per il tabellino a segnare per i polacchi furono: Szarmach, Majewski e Kupcewicz per i francesi Girard e Couriol. Tuttavia la nazionale polacca nonostante il talento dei suoi uomini che la resero celebre, non riuscì mai a qualificarsi per un Campionato Europeo, se non solo dopo il 2008.
Quel ciclo straordinario fu alimentato anche dai club, come Legia Varsavia e Widzew Łódź, capaci di formare talenti di livello europeo. Il Legia, con Deyna come simbolo, si impose nelle competizioni UEFA, mentre il Widzew Lodz, con Boniek in luce, eliminò squadre come Manchester United e Juventus, scolpendo momenti indelebili nella storia del calcio europeo.
Parallelamente, la Polonia attraversava profondi fermenti sociali e culturali. Dal 1968 le università divennero luoghi di contestazione; negli anni successivi nacque Solidarność, primo sindacato libero del blocco socialista, simbolo della trasformazione politica e sociale del Paese. In questo contesto, il calcio divenne un linguaggio collettivo, una forma di orgoglio e resistenza simbolica, capace di unire un popolo e proiettare la Polonia sul palcoscenico mondiale. Quel periodo d’oro non fu soltanto una stagione di vittorie, fu un’epopea, un canto corale di talento e coraggio che attraversò confini, ideologie e paure. Dietro i pali di Tomaszewski, nei piedi magici di Deyna, nelle accelerazioni di Boniek e Lato, la Polonia mostrò al mondo intero che la bellezza può nascere anche dietro muri e cortine di ferro. Quei giocatori non furono solo atleti, furono messaggeri di speranza, di orgoglio e di libertà. Il loro calcio, elegante e potente, continua a vivere nella memoria come un lampo di luce intensa e irripetibile, un simbolo eterno di un Paese che seppe raccontarsi con la forza semplice e universale attraverso un pallone.
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