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Il Ballo delle debuttanti - Bibliomax

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Il Ballo delle debuttanti

Le nuove frontiere del Mondiale:
quando il calcio apre porte e portoni

Testo di Fiore Massimo

Nel grande teatro del Mundial, quando le luci si accendono e l’aria vibra di attese, fanno il loro ingresso le nuove debuttanti. Giovani, luminose, colme di quell’ingenuità che solo chi non ha ancora assaggiato la sconfitta può ostentare. Sono le Cenerentole moderne del ballo delle meraviglie, non più quelle romantiche di un tempo che fu. Ora le loro vesti sono tessute in monocolore, decorate da disegni che nulla hanno a che vedere con il loro antico lignaggio. E un velo di nostalgia pervade il ricordo di quelle ballerine d’un tempo, vestite di cotone, con maglie intrecciate e numeri cuciti da mani pazienti. Alcune brillano ancora come stelle certe del proprio destino, altre avanzano con passi incerti, sperando che nessuno scorga le crepe dietro il sorriso. Eppure, tra le debuttanti, non mancano le veterane travestite da prime donne: signore un po’ attempate che si reinventano dietro nuovi nomi, ostentando maschere scintillanti come se potessero cancellare il peso degli anni e delle aspettative. Una di loro, intravista sola dietro le quinte, pareva lucidasse un vecchio trofeo come fosse un talismano. “Brillerò ancora,” mormorava. Nessuno ha mai capito se lo dicesse al pubblico o a se stessa. Le debuttanti di oggi sembrano creature fragili, cresciute per troppo tempo all’ombra, chiuse nelle loro stanze, protette o nascoste, difficile dirlo, come fiori che temono la luce. Alcune custodiscono una bellezza trattenuta, altre mascherano un vuoto vestito da ambizione. Chi si cela davvero dietro quelle vesti immacolate? Quali principi dal passo elegante le inviteranno a danzare sotto la tempesta dei flash? E quali cavalieri rudi e consumati, esperti del campo e della vita, finiranno per trascinarle senza pietà, lasciando dietro di loro soltanto una scia di ricordi, flebili come petali calpestati? Qualcuno ricorda ancora la storia di una debuttante arrivata al ballo tremante come una foglia. Bastò un solo incontro con un vecchio cavaliere, uno che di balli e tempeste ne aveva viste troppe, perché ritrovasse coraggio e diventasse, per un istante soltanto, la creatura più luminosa della sala. Poi svanì, come svaniscono le leggende nate per una sola notte. Così, tra attese sospese, sogni audaci e un pizzico di malizia, fanno il loro ingresso le debuttanti del Mundial: un corteo di promesse e illusioni pronte a sfidare il destino, cercare la gloria o, almeno, conquistare un attimo eterno sotto la volta dorata del grande ballo. Il Mondiale del 2026, che si disputerà in Nord America, segnerà un passaggio storico, per la prima volta saranno ben 48 le nazioni a contendersi la fase finale di un torneo iridato. Un’espansione senza precedenti che, tuttavia, porta con sé più di un interrogativo. Con una prima fase composta da 12 gironi da quattro squadre ciascuno, il rischio concreto è quello di assistere a partite dal modesto interesse tecnico o a incontri talmente squilibrati da mettere in discussione il valore stesso di una manifestazione così prestigiosa. Passeranno agli inediti sedicesimi di finale le prime due classificate di ogni girone e le otto migliori terze. Solo allora, forse, potremo davvero parlare di competitività e spettacolo. La sensazione è che la FIFA abbia dato maggiore ascolto alle ragioni della convenienza e del mercato piuttosto che a quelle della meritocrazia sportiva. Così vedremo in scena nazionali provenienti da realtà dove il calcio è sempre rimasto ai margini, oppure non è mai riuscito a emergere del tutto. Per fortunate circostanze o incastri favorevoli, faranno il loro debutto sul palcoscenico più importante selezioni fino a oggi relegate alla periferia – anzi, alla periferia della periferia, del calcio mondiale: Capo Verde, Uzbekistan, Giordania, Suriname, Curaçao. Il nostalgico ritorno di Haiti e l’incognita Panamense.
In questo articolo ripercorò la storia dei Mondiali, dal 1930 a oggi, per scoprire quali furono le vere “debuttanti al ballo”: le sorprese capaci di stupire e dall’altro lato, le nazionali che trasformarono il loro esordio in un clamoroso passo falso. Parto dal 1930, un anno in cui parlare di “debuttanti” avrebbe poco senso, tutto era debuttante. Il Mondiale stesso, alla sua prima edizione, prendeva forma in un Uruguay lontano e quasi mitico, raggiungibile dopo settimane di viaggio per mare. Le partecipanti erano appena tredici: sette sudamericane: Uruguay, Paraguay, Argentina, Perù, Brasile, Cile e Bolivia; quattro europee: Francia, Belgio, Jugoslavia e Romania, e infine due squadre centroamericane: Messico e Stati Uniti. Un torneo pionieristico, fatto più di coraggio e avventura che di tattiche e preparazione tattica.

Il quadro cambia già nel 1934, quando tra le nuove partecipanti figura l’Italia di Vittorio Pozzo, Paese ospitante, grande assente della prima edizione. La federazione non si era spinta fino in Sudamerica, ufficialmente per i costi proibitivi del viaggio; ufficiosamente per frizioni politiche con Jules Rimet e con gli ospitanti dell’Uruguay. L’esordio azzurro fu comunque esplosivo, l’Italia si laureò Campione del Mondo alla sua prima partecipazione. Ma erano anni in cui il rettangolo verde non era affatto un territorio neutrale. Siamo nel pieno dell’era mussoliniana, quando il calcio non è più soltanto un gioco, ma un mezzo di propaganda, uno strumento per affermare prestigio e supremazia internazionale. Il regime vuole mostrare al mondo un’Italia vincente, ordinata, moderna, e il Mondiale del 1934, ospitato in casa, diventa il palcoscenico ideale. A Roma e negli stadi di tutta la penisola arrivarono sedici nazionali, ben nove delle quali all’esordio assoluto. Oltre all’Italia di Pozzo, debuttarono anche: Ungheria, Austria, Cecoslovacchia, Germania, Svezia, Olanda, Svizzera e la Spagna repubblicana; unica rappresentante africana, l’Egitto, anch’esso alla sua prima apparizione. La formula è brutale, niente gironi, solo scontri diretti. Il Mondiale si apre già in clima da dentro o fuori, dove una partita può cancellare quattro anni di lavoro e un dettaglio può decidere una stagione sportiva nazionale. Tra le debuttanti spicca la Spagna repubblicana, riconoscibile per la strana bandiera “rosso - giallo - viola” che porta con sé tutto il peso delle tensioni politiche che attraversavano il paese all’epoca. Gli spagnoli sorpresero subito, eliminano il Brasile agli ottavi mostrando un calcio rapido e moderno, quasi anticipatore di un’idea nuova di gioco. Ai quarti trovarono l’Italia, e la storia prese un’altra direzione. La prima sfida fini 1 a 1, tra interventi duri, proteste e nervosismo. Si rese necessaria la ripetizione. La seconda gara si gioca in un contesto infuocato, con la pressione politica che incombe su arbitri e avversari. Gli iberici sono decimati dagli infortuni, anche il portiere Zamora deve assistere alla partita dagli spalti. Gli azzurri prevalgono e avanzano, mentre la Spagna saluta il torneo a testa alta, dimostrando che anche una debuttante può cambiare gli equilibri. Un altro incrocio tutto tra esordienti fu quello tra Ungheria ed Egitto. Il pronostico parlava chiaro, da una parte i magiari, futura Aranycsapat, già allora una delle scuole calcistiche più evolute d’Europa; dall’altra un’Egitto quasi sconosciuto al grande pubblico ma capace di mettere ansia agli avversari, era già successo alle Olimpiadi di Anversa del 1920. La partita, fu più combattuta del previsto: l’Ungheria vinse 4 a 2, ma dovette difendere il risultato più volte dopo essere stata raggiunta dagli egiziani. Una prova dignitosa, quella nordafricana, che lasciò intravedere potenzialità inaspettate. L’Ungheria, tuttavia, si fermò ai quarti di finale contro l’Austria, un’altra debuttante che si rivelò come una delle protagoniste del torneo. Guidati dal genio fragile di Matthias Sindelar, “Cartavelina”, soprannome che non rende giustizia al suo talento ma ne racconta la gracilità fisica, gli austriaci eliminarono la Francia agli ottavi e a seguire proprio l’Ungheria, arrampicandosi fino alla semifinale. Sindelar, era destinato a diventare figura tragica della storia europea, verrà trovato morto pochi anni dopo, in circostanze mai del tutto chiarite, per essersi rifiutato di indossare la maglia della Germania nazista dopo l’Anschluss. La Cecoslovacchia, anch’essa all’esordio, compì invece un percorso quasi perfetto. Superò la Romania agli ottavi, sconfisse la Svizzera ai quarti e piegò la Germania in semifinale, arrivando a un passo dalla gloria. In finale mise in seria difficoltà l’Italia, passando in vantaggio e sfiorando il titolo più volte. Solo nei tempi supplementari gli azzurri completarono la rimonta e si aggiudicarono il Mondiale. La Germania del 1934 era quella che marciava sotto il vessillo del Terzo Reich, una bandiera rossa, con al centro il cerchio bianco e la svastica, issata sui pennoni degli stadi, in campo, una maglia bianca con l’aquila imperiale cucita sul petto dei giocatori. Esordì il 27 maggio a Firenze, alla presenza del Führer, offrendo una prova di forza impressionante sia sul piano fisico sia su quello tattico. Il Belgio, avversario fragile e disordinato, cedette per 5 a 3. Anche la successiva sfida contro la Svezia confermò solidità e organizzazione. Solo in semifinale la Germania dovette arrendersi alla maggiore esperienza della Cecoslovacchia, chiudendo comunque un debutto più che positivo. Meno appariscente, ma comunque dignitoso, fu l’esordio dell’Olanda. Gli Orange al tempo in maglia blu, vennero eliminati già al primo turno dalla Svizzera, ma la partita fu tutt’altro che scontata, ne uscì un combattuto 3 a 2 che mise in difficoltà i più esperti elvetici. Si racconta persino che gli olandesi segnarono una rete a gara ormai conclusa, convalidata dal direttore di gara svedese Ivan Eklind, episodio che contribuì le leggende del calcio pioneristico. La Svizzera, anch’essa all’esordio mondiale, non andò oltre i quarti di finale. Dopo aver piegato i Paesi Bassi, si arrese alla solida squadra boema di Planička per 3 a 2, lasciando comunque l’impressione di una formazione quadrata e competitiva. Anche la Svezia, pur partendo con un convincente successo sull’Argentina, si fermò ai quarti, superata da una Germania in piena ascesa. Quel successo iniziale contro l’albiceleste ebbe però un peso relativo: l’Argentina si era presentata in versione largamente rimaneggiata, priva dei suoi protagonisti del 1930, molti dei quali avevano scelto di difendere i colori dei propri avi, vestendo l’azzurro dell’Italia degli “oriundi”: Demaría, Orsi, Monti e Guaita. Il 1934 lasciò così un messaggio chiaro, il calcio mondiale non era più dominio esclusivo di poche potenze. Le debuttanti non sono semplici comparse, ma squadre capaci di sorprendere, infastidire, competere. E, talvolta, di cambiare la storia del torneo.

Il Mondiale del 1938, disputato in Francia, ripropose la stessa discutibile formula delle edizioni precedenti, eliminazione diretta fin dal primo incontro. Un sistema che condannava le squadre a viaggi lunghissimi, spesso intercontinentali, per poi rischiare di tornare a casa dopo appena novanta minuti. Fu ciò che accadde alla inedita formazione delle Indie Occidentali Olandesi, la futura Indonesia, alla sua prima e unica apparizione sul palcoscenico iridato. Anche questa terza edizione contò sedici partecipanti e quattro debuttanti: due europee, Norvegia e Polonia; una caraibica, Cuba; e una asiatica, appunto le Indie Olandesi. Gli asiatici arrivarono in Europa dopo una preparazione accurata nei Paesi Bassi, ma ebbero la sfortuna di incrociare subito l’Ungheria, una delle potenze calcistiche del tempo. Ne uscì un 6 a 0 senza appello, e la loro avventura mondiale si esaurì in un’unica, dolorosa partita. Molto più brillante fu l’esordio di Cuba, capace di sorprendere la Romania agli ottavi con un inatteso 2 a 1. L’impresa scatenò festeggiamenti clamorosi, che però si rivelarono un boomerang. Alla vigilia dei quarti contro la Svezia, alcuni giocatori avrebbero addirittura tirato mattina nei locali della Costa Azzurra, e il risultato sul campo sembrò confermarlo, un pesantissimo 8 a 0 che spense definitivamente l’euforia caraibica. La Norvegia, alla sua prima apparizione, trovò sulla sua strada l’Italia campione in carica. Nonostante l’avversario proibitivo, gli scandinavi giocarono con coraggio e disciplina tattica, riuscendo persino a trascinare gli azzurri ai tempi supplementari prima di arrendersi per 2 a 1. Una sconfitta dignitosa, che lasciò un buon ricordo del loro debutto. Ben diverso fu il cammino della Polonia, protagonista di uno degli incontri più memorabili della storia dei Mondiali. Il 5 giugno 1938, nel campo fradicio di Strasburgo, Polonia e Brasile diedero vita a una partita epica. Dopo novanta minuti il punteggio era 4 a 4, con i polacchi trascinati da un fuoriclasse straordinario: Ernst Otto Pradella Wilimowski, talento del Ruch Chorzów e atleta polivalente, capace di eccellere anche nell’hockey. Wilimowski segnò quattro gol in una sola partita, impresa rarissima in un torneo iridato, costringendo il Brasile ai supplementari. Alla fine i sudamericani la spuntarono per 5 a 4, ma la Polonia uscì tra gli applausi, avendo offerto una prestazione superiore a ogni aspettativa. Il destino di Wilimowski, però, avrebbe preso una piega controversa, dopo l’invasione tedesca del 1939, accettò di giocare per la Germania nazista, segnando 13 reti in 8 partite. Un gesto che i connazionali non gli perdonarono mai, considerandolo un tradimento ai colori bianco a rossi. Il Mondiale del ‘38 si chiuse così con debutti rapidi, imprese inattese e storie destinate a lasciare un’ombra lunga sulla memoria del calcio europeo, come quella dell’Italia in maglia nera.

La Seconda guerra mondiale spezzò la cadenza quadriennale del “Campionato del Mondo” come una frattura irreparabile. Quando il torneo riprese, dodici anni più tardi, il mondo non era più lo stesso: confini ridisegnati, nazioni scomparse, altre nate dalle ceneri del conflitto. Il 1950 segnò dunque un nuovo inizio, e il Brasile, lontano dall’Europa ancora devastata e in piena ricostruzione, fu scelto come luogo di rinascita del calcio globale. Quell’edizione sarebbe passata alla storia come il Mondiale del Maracanazo, la ferita sportiva più profonda del Brasile moderno, la sconfitta all’ultima partita contro l’Uruguay, un trauma nazionale. La leggenda volle che Moacir Barbosa, il portiere brasiliano battuto dal tiro di Ghiggia, diventasse il capro espiatorio di un intero Paese. Pagò per tutti, come se il destino di una nazione pendesse dal guanto di un uomo solo. Barbosa, si disse, “morì due volte”, la prima sul campo, la seconda nella memoria collettiva che non gli concesse mai il perdono. Il Mondiale del ‘50 avrebbe dovuto ospitare sedici squadre, ma solo tredici si presentarono. La Scozia rinunciò, ufficialmente perché arrivata seconda nel torneo interbritannico dietro l’Inghilterra e quindi “indegna” di volare oltreoceano; in realtà, mancavano i fondi. Stessa ragione per la Turchia, che alla fine ritirò la propria adesione. L’India, invece, regalò al torneo uno degli aneddoti più famosi della storia dei Mondiali, si raccontò che la federazione rinunciò perché la FIFA vietò ai suoi giocatori di scendere in campo scalzi, come erano abituati a fare. La verità fu probabilmente più complessa, tra costi proibitivi e scarsa organizzazione, ma il mito dei “giocatori senza scarpe” è rimasto inciso nella memoria popolare. Tra le tredici nazioni presenti, una sola debuttante, l’Inghilterra. I maestri d’Albione, gli inventori del football moderno, accettarono finalmente di partecipare dopo aver snobbato le prime tre edizioni, persuasi di non dover dimostrare la propria superiorità a nessuno. Il loro ingresso nel torneo avrebbe dovuto rappresentare il ritorno dell’ortodossia calcistica, l’affermazione della scuola più antica. Ma la realtà fu ben diversa. La partita d’esordio, il 25 giugno 1950, vide l’Inghilterra affrontare il Cile dell’oriundo Robledo, attaccante del Newcastle. Dopo un avvio incerto, gli inglesi imposero tecnica e ritmo, risolvendo l’incontro nel giro di pochi minuti. Sembrava l’inizio di un cammino trionfale. Poi arrivò Belo Horizonte. Il 29 giugno, in uno stadio semivuoto, gli inglesi affrontarono gli Stati Uniti, una squadra composta perlopiù da dilettanti, camerieri, lavapiatti e studenti universitari. Fu una delle più clamorose sorprese della storia dei Mondiali. Gli americani corsero come forsennati, pressarono, non lasciarono respirare gli avversari. Al 39°, l’oriundo haitiano Joe Gaetjens, cuoco di professione, calciatore nei fine settimana, deviò in rete un tiro sporco che sorprese il portiere inglese Bert Williams. Il risultato fu talmente incredibile che quando la notizia raggiunse Londra, molti giornali pensarono a un errore di trasmissione del telegrafo: “USA 1  England 0” fu interpretato come “USA 1  England 10”, con il secondo numero ritenuto mancante. Ma non era un errore. Era la realtà. L’Inghilterra fu sconfitta e umiliata dai dilettanti americani. Il colpo psicologico fu devastante. Nella terza gara, il 2 luglio al Maracanã, l’Inghilterra affrontò la Spagna,  Telmo Zarraonandia Montoya conosciuto semplicemente come Zarra, colpì al momento giusto, gli inglesi si spensero lentamente, e l’eliminazione al primo turno divenne ufficiale. Al rientro in patria, la squadra fu accolta da fischi, ululati e da un clima di umiliazione raramente visto nella storia del calcio britannico. Il Mondiale del 1950, così, segnò il ritorno al calcio internazionale, ma anche la fine di molte certezze. L’Europa scoprì che il suo dominio non era eterno, il Brasile imparò che il destino non è mai scritto e l’Inghilterra capì che nel nuovo mondo del dopoguerra non bastava essere stati i primi: bisognava dimostrarlo di nuovo, partita dopo partita.

Il Mondiale del 1954 segnò il ritorno del torneo in Europa, secondo la regola dell’alternanza con il continente americano. Si scelse la Svizzera, non soltanto per la sua posizione centrale, ma soprattutto perché durante la Seconda guerra mondiale era rimasta neutrale. In un’Europa ancora segnata da ferite aperte, cantieri infiniti e città da ricostruire, il calcio aveva bisogno di un palcoscenico sicuro, ordinato, quasi rassicurante. La Svizzera, con le sue strade pulite e la sua immagine impeccabile, rappresentava il volto “presentabile” di un continente che voleva mostrarsi rinato, anche se sotto la superficie covavano ancora le ombre del conflitto. Le sedici nazionali partecipanti furono divise in quattro gironi, ma la formula scelse una strada peculiare, le due teste di serie del gruppo non si sarebbero affrontate. Una decisione che generò non pochi malumori e che contribuì a rendere il torneo uno dei più imprevedibili della storia. Si giocavano soltanto due partite a testa, e in caso di arrivo a pari punti si procedeva addirittura allo spareggio, un’idea che oggi appare fuori dal tempo, ma che nel 1954 rese l’atmosfera tesa e incerta. Tre le debuttanti: Scozia, Turchia e Corea del Sud. Scozzesi e turchi, che nel 1950 avevano rinunciato alla trasferta in Brasile per motivi economici, questa volta non ebbero più scuse, la vicinanza geografica rese il viaggio sostenibile, e il prestigio del torneo impose la partecipazione. La Scozia, alla prima apparizione, si presentò come una nazionale entusiasta ma poco preparata, arrivò in Svizzera con appena 13 giocatori, senza portiere di riserva, convinta di poter improvvisare strada facendo. Una leggerezza che pagò subito, con due pesanti sconfitte contro Austria e Uruguay. L’aneddoto più ricordato fu quello dei tifosi scozzesi che, dopo il secondo ko, invitarono la squadra a “non tornare a casa”. Per fortuna era solo “humor” britannico, ma il clima non fu dei più allegri. La Turchia ebbe un destino più curioso, per qualificarsi al Mondiale dovette vincere uno spareggio contro la Spagna, sorteggiato incredibilmente tirando a sorte il nome della nazionale qualificata da un’urna a Roma. La sorte arrise ai turchi, che giunsero in Svizzera con un entusiasmo contagioso. La loro esperienza, però, durò poco, vinsero una partita contro la Corea del Sud. Affrontarono la Germania diventata Ovest per ben due volte la prima nel girone eliminatorio perdendo 4 a 1, la seconda nello spareggio dove furono travolti 7 a 2. La Corea del Sud, invece, affrontò un vero battesimo di fuoco. Reduce dalla guerra di Corea, terminata solo l’anno precedente, e molti giocatori arrivarono al Mondiale dopo mesi trascorsi tra fronti di battaglia e difficoltà logistiche. La squadra partì senza aver giocato alcuna amichevole internazionale e subì punteggi pesantissimi: 9 a 0 dall’Ungheria e 7 a 0 dalla Turchia. Gli ungheresi, che in quel periodo erano considerati la squadra più forte del mondo, rimasero colpiti dallo spirito combattivo coreano, tanto che si racconta che Puskás, vedendo i sudcoreani scusarsi a fine gara per il risultato, li abbracciò dicendo: “Non dovete chiedere scusa. Avete fatto ciò che potevate”. Il Mondiale del 1954 sarebbe poi passato alla storia per la “Partita del secolo”, il 7 a 5 tra Austria e Svizzera, la partita con più goal realizzati nei tempi regolamentari, ma soprattutto per il Miracolo di Berna, la clamorosa rimonta della Germania Ovest sull’Ungheria. Ma nelle sue pieghe raccontava molto anche delle sue debuttanti: squadre giunte da un mondo che stava ancora rimettendosi in piedi, fra improvvisazioni, sacrifici, sorteggi rocamboleschi e, soprattutto, un desiderio comune di ripartire attraverso il calcio.

L’incertezza politica e le tensioni sociali che attraversavano vari paesi sudamericani fecero saltare, per la seconda volta consecutiva, la tradizionale alternanza Europa–Sudamerica. Così il Mondiale del 1958 rimase ancora una volta nel Vecchio Continente e fu assegnato alla Svezia, un paese neutrale durante la guerra e ormai simbolo di stabilità. Stoccolma e le altre città ospitanti si prepararono con una precisione tutta nordica, presentando al mondo uno dei tornei più moderni e ordinati dell’epoca. Quella del ‘58 sarebbe passata alla storia come l’edizione della consacrazione di Pelé e delle magie di Garrincha, ma anche come il Mondiale della clamorosa eliminazione dell’Italia, rimasta fuori dai giochi già nelle qualificazioni dopo la sconfitta con l’Irlanda del Nord in una Belfast avvolta dalla nebbia e attraversata da tensioni politiche. Dall’altra parte dell’Atlantico, l’Argentina seguì il torneo con un misto di amarezza e risentimento, Buenos Aires era convinta di meritare l’organizzazione e accusò la FIFA di aver favorito l’Europa per il secondo ciclo consecutivo. Il quotidiano El Gráfico alimentò la polemica con un titolo rimasto celebre: “Otra traición a América”, scatenando settimane di dibattiti. Il torneo, con 16 squadre e la classica formula a girone all’italiana, vide tre debuttanti: il Galles, l’Irlanda del Nord e la potente Unione Sovietica. Fu un Mondiale storico anche per un altro motivo, era la prima e unica volta in cui tutte le nazionali del Regno Unito partecipavano contemporaneamente. I giornali parlarono di “invasione britannica”, e i tifosi svedesi si divertirono a confondere inni, colori e accenti delle quattro Home Nations, trasformando le città ospitanti in un piccolo arcipelago d’Oltremanica. Il Galles, alla sua prima apparizione, sarà destinato ad aspettare sessantaquattro anni per tornare ai Mondiali, si rivelò una delle sorprese del torneo. Si qualificò grazie allo spareggio contro Israele e fu inserito nel gruppo “3”, dove esordì con un prezioso 1 a 1 contro la grande Ungheria, ormai indebolita dall’invasione sovietica del ‘56. Altri due pareggi, con Messico e Svezia, portarono a un ulteriore spareggio contro gli ungheresi, vinto per 2 a 1. Ai quarti di finale il Galles incrociò il Brasile. È rimasta celebre l’immagine del giovane Pelé, diciassettenne, che dopo aver segnato il gol decisivo aiutò un difensore gallese a rialzarsi dicendogli: «Mi dispiace, dovevo provarci». Quel ragazzo avrebbe presto cambiato la storia del calcio. L’Irlanda del Nord conquistò invece il pubblico con la sua tifoseria pittoresca e con un portiere destinato a entrare nella leggenda, Harry Gregg. Appena pochi mesi prima, Gregg era sopravvissuto al disastro aereo di Monaco che sterminò i Busby Babes del Manchester United. In Svezia giocò un torneo straordinario, incarnando coraggio e resilienza. Gli irlandesi arrivarono al Mondiale eliminando Italia e Portogallo, e nel loro girone riuscirono nell’impresa di classificarsi secondi dietro la Germania Ovest: batterono la Cecoslovacchia, pareggiarono con i tedeschi e persero con l’Argentina. Ai quarti, però, si arresero alla Francia di Fontaine e Kopa, una delle squadre più spettacolari del torneo. L’Unione Sovietica, alla sua prima apparizione, portò con sé un’aura di mistero alimentata da racconti più o meno fantasiosi diffusi dalla stampa occidentale, allenamenti durissimi, disciplina ferrea, giocatori “forgiati dal gelo e dal regime”. In verità, i sovietici presentavano una squadra tatticamente avanzata, guidata dal leggendario Lev Jašin, il “Ragno Nero”, destinato a incantare il pubblico con parate plastiche e un carisma magnetico. Nel girone iniziale superarono l’Austria  per 2 a 0, pareggiarono con l’Inghilterra e persero contro il Brasile di Vavá. Per accedere ai quarti fu necessario uno spareggio supplementare con gli inglesi, vinto 1 a 0 grazie a una rete di Anatoly Il’in dello Spartak Mosca. Ai quarti si fermarono contro i padroni di casa, la Svezia di Liedholm, Gren e Nordahl. Un esordio comunque più che positivo. Il Mondiale del 1958 si concluse con il trionfo del Brasile, ma lasciò in eredità un mosaico di storie e prime volte, l’unica partecipazione congiunta delle quattro nazionali britanniche, l’arrivo sulla scena delle nuove potenze del dopoguerra, l’apparizione dei futuri miti del calcio mondiale. Era un calcio che, pur cambiando rapidamente, custodiva ancora l’innocenza e il fascino dei suoi tornei pionieristici.

Il Mondiale del 1962 segnò il ritorno del calcio in Sudamerica, stavolta in Cile, un paese attraversato da profonde contraddizioni politiche e sociali e colpito, appena due anni prima, dal catastrofico terremoto di Valdivia, il più potente mai registrato. Molti si chiedevano come una nazione ferita e povera di infrastrutture potesse ospitare un evento planetario. Il presidente del comitato organizzatore, Carlos Dittborn, rispose con una frase divenuta leggendaria, ”Porque nada tenemos, lo haremos todo”, “Poiché non abbiamo nulla, faremo tutto”. Morì poche settimane prima dell’inizio del torneo, ma la sua frase rimase impressa nello spirito del Mondiale cileno. La formula a sedici squadre con girone all’italiana venne confermata e ormai considerata solida. Il torneo, però, rimase nella memoria collettiva soprattutto per la sua durezza fisica: la stampa europea parlò di “calcio selvaggio”, e alcuni match furono segnati da violenze oltre ogni limite. La partita simbolo fu Cile–Italia, passata alla storia come La Battaglia di Santiago. La polizia intervenne più volte in campo; due giocatori azzurri vennero espulsi; il clima politico tra i due Paesi, aggravato dagli articoli sprezzanti di certa stampa italiana sul Cile, rese l’incontro una vera guerra sul campo. All’Italia, già in crisi tecnica e mentale, non bastò il talento di Maldini o di Altafini: il Mondiale fu un clamoroso fallimento. In finale trionfò ancora il Brasile, nonostante l’infortunio che mise fuori gioco Pelé già nella prima fase. A trascinare la Seleção fu Garrincha, protagonista assoluto del torneo con dribbling irripetibili e due semifinali giocate quasi in stato di grazia. La vittoria per 3 a 1 contro la Cecoslovacchia confermò il Brasile come nuova potenza egemone del calcio mondiale.
L’unica debuttante dell’edizione fu la Bulgaria, trascinata dal giovane Georgi Asparuhov, destinato a diventare uno dei giocatori più amati nella storia del Paese. L’avventura bulgara in Cile, tuttavia, fu tutt’altro che brillante. La squadra chiuse il girone all’ultimo posto, con un solo punto conquistato, perse contro Argentina e Ungheria, quest’ultima stava riprendendosi il suo prestigio internazionale, e strappò un pareggio contro l’Inghilterra, un piccolo raggio di luce in un torneo difficile. Un aneddoto racconta che gli inglesi rimasero colpiti dalla correttezza e dallo stile di gioco bulgaro, definendoli “gentlemen dell’Est”, nonostante risultati tutt’altro che lusinghieri. Il Mondiale cileno rimase dunque una miscela irripetibile di tragedie superate, violenze in campo, magie brasiliane e prime apparizioni che servirono a lanciare nuovi protagonisti. Era un torneo sospeso tra passato e futuro, ancora rude e imperfetto, ma capace di lasciare un’impronta indelebile nella memoria calcistica mondiale.

Il 1966 riportò il Mondiale nella culla del calcio, in Inghilterra, nel pieno dell’era Swinging London: Beatles ovunque, minigonne, rivoluzioni culturali e stadi che profumavano di tradizione. Fu il Mondiale per antonomasia, quello che ancora oggi divide, emoziona, irrita. L’edizione che consegnò alla storia il celebre “gol fantasma” di Geoff Hurst nella finale di Wembley contro la Germania Ovest, episodio che da allora ha popolato discussioni infinite tra appassionati e moviolisti. Gli inglesi vinsero 4 a 2 ai supplementari, sollevando per la prima e unica volta la Coppa del Mondo, mentre Hurst rimase l’unico a segnare una tripletta in una finale mondiale. Ma il simbolo popolare del torneo non fu un calciatore, fu Pickles, il cagnolino diventato eroe nazionale per aver ritrovato la Coppa Jules Rimet, rubata qualche mese prima dell’inizio del torneo e ritrovata dal quadrupede in un giardino di Londra. “Good boy, Pickles”, titolarono i tabloid. Le debuttanti dell’edizione furono due, e lasciarono entrambe un segno profondo, seppur in modi molto diversi. La prima era il Portogallo, trascinato dal funambolico Eusébio, la “Pantera Nera”, autore di 9 reti e capace di portare la squadra fino alle semifinali. Il Portogallo stupì con un calcio moderno, rapido, aggressivo, diventando la formazione più brillante dell’intero torneo. Il quarto di finale contro il Brasile, con Eusébio mattatore e Pelé vittima dei falli sistematici, segnò simbolicamente il passaggio di consegne tra due epoche. I lusitani vinsero agevolmente il proprio girone vincendo tutte le partite contro: Ungheria, Brasile e Bulgaria. Ai quarti di finale incrociarono l’altra imprevedibile esordiente della Corea del Nord. Gli asiatici passati in vantaggio per 3 a 0 vennero raggiunti e superati dal genio funambolico di Eusebio. In semifinale Il Portogallo cedette il passo ai padroni di casa per 2 a 1 per poi conquistare il sorprendente terzo posto alle spese dell’Unione Sovietica. La seconda debuttante fu la Corea del Nord, la squadra dei “ridolini”, come li soprannominò con leggerezza la stampa italiana, convinta di avere vita facile nel girone. Non fu così. Gli asiatici misero in scena una delle più grandi sorprese della storia dei Mondiali: eliminarono proprio l’Italia con un gol di Pak Doo a ik, un dentista a soldato dell’esercito nordcoreano. L’eliminazione degli azzurri fu un trauma nazionale, tanto che al loro ritorno in patria alcuni giocatori vennero accolti all’aeroporto da una pioggia di ortaggi lanciati dai tifosi infuriati. La favola coreana terminò ai quarti di finale contro il Portogallo, quando i nordcoreani si portarono addirittura sul 3 a 0 dopo soli 25 minuti. Sembrava destinata a nascere una leggenda, ma Eusébio decise che fosse l’ora di invertire la storia: segnò quattro gol e ribaltò la partita sul 5 a 3, regalando ai coreani comunque un posto indelebile nell’immaginario del calcio mondiale. Il Mondiale del ‘66 fu un caleidoscopio perfetto dell’epoca, tradizione e rivoluzione, scandali, sorprese, cani eroi, arbitri indecisi e talenti assoluti. Un torneo che ancora oggi divide le opinioni, ma che nessuno ha mai davvero dimenticato e che forse rimane il più amato dagli appassionati del football.

Il Mondiale del 1970, fu il primo trasmesso a colori quello con il pallone televisivo “Super Telè” e il primo a giocarsi in altura, fu una festa globale che ancora oggi molti considerano il più bello di sempre. Il Messico accolse il torneo con colori sgargianti, mariachi, stadi modernissimi per l’epoca e l’idea romantica che il calcio potesse diventare un linguaggio universale. Fu il Mondiale del Brasile più forte di sempre, quello di Pelé, Jairzinho, Tostão, Rivelino, e della finale contro l’Italia nel leggendario Azteca, il teatro della “Partita del Secolo” tra Italia e Germania Ovest. In questo palcoscenico scintillante trovarono spazio anche le tre debuttanti dell’edizione: Israele, El Salvador e Marocco. Tre mondi diversi, tre storie lontanissime tra loro, unite solo dalla stessa ambizione: entrare per la prima volta nella grande vetrina del calcio mondiale. Israele, qualificatasi attraverso lo spareggio interzona contro l’Australia, arrivò in Messico circondata da un’aura quasi politica più che sportiva. Le tensioni internazionali la obbligarono a trasferte infinite, spesso osteggiate da boicottaggi e rifiuti. Nonostante ciò, gli israeliani si comportarono dignitosamente, pareggiarono con Italia e Svezia prima di arrendersi all’Uruguay. Un aneddoto racconta che, dopo il pareggio con gli azzurri, alcuni tifosi italiani scambiarono i calciatori israeliani per studenti universitari in vacanza, tanto erano sconosciuti al grande pubblico europeo. Ben più complicata fu l’avventura di El Salvador, che giunse al Mondiale dopo la drammatica Guerra del Fútbol contro l’Honduras, conflitto scoppiato proprio durante le qualificazioni. La squadra salvadoregna, logorata sul piano emotivo e fisico, visse un torneo difficilissimo, perse tutte le partite, contro, Belgio, Messico e Unione Sovietica senza segnare alcuna rete. Una squadra improvvisata per un Mondiale che, per loro, rimase più un simbolo di ricostruzione che un traguardo sportivo. Il debutto più significativo fu quello del Marocco, la prima nazionale africana dopo 36 anni a partecipare a un Mondiale. La squadra marocchina, guidata dal tecnico jugoslavo Blagoje Vidinić, non sfigurò affatto: mise paura alla Germania Ovest segnando il primo gol del match prima di cedere per 2 a 1, perse 3 a 0 contro il Perù e conquistò un pareggio contro la Bulgaria. Quel punto fu il primo punto di una squadra africana ad un mondiale. Si racconta che, al rientro in patria, i giocatori vennero accolti come eroi nazionali nonostante l’eliminazione. Il Mondiale del 1970 rimase il simbolo di un calcio che cominciava ad aprirsi al mondo, e le sue debuttanti, diverse, lontane e unite da un sogno, contribuirono a rendere quella edizione un mosaico irripetibile di storie, sport e passione.

Il Mondiale del 1974 in Germania Ovest fu un torneo di grandi innovazioni. LA vecchia Coppa Rimet andata in pensione quattro anni prima fu sostituita dalla Coppa del Mondo di Cazzaniga, lo scultore italiano che né fu l’ideatore, soprattutto vide l’arrivo di quattro nazionali che, ciascuna a modo suo, portarono storie incredibili e destini irripetibili. Australia, Haiti, Zaire e Germania Est fecero il loro primo ingresso sul palcoscenico mondiale, trasformando quel torneo in qualcosa di indimenticabile.
L’Australia, alla sua prima apparizione, arrivò in Europa dopo un cammino di qualificazione estenuante: viaggi intercontinentali, spareggi infiniti e un’epica vittoria contro la Corea del Sud. La squadra era mista, composta in buona parte da calciatori nati in Europa dell’Est o nel Regno Unito, figli di genitori emigrati in Oceania in cerca di fortuna. Gli “Socceroos” vennero eliminati nel primo turno, sconfitti dalle due Germanie, non segnarono nemmeno un gol nel torneo, ottennero un solo punto frutto di un pareggio contro il Cile. Nello stesso girone un’altra debuttante, una di quelle che scrisse una pagina indelebile nella storia del calcio; la Germania Est o più romanticamente “DDR” La Germania Orientale giunse in Germania Occidentale in un clima gelido di rivalità politica e sportiva. Solo un muro a dividere le due nazioni, poche centinaia di metri per assaporare il profumo del mistero e della curiosità. La DDR fece un ottimo torneo; Qualificata a spese dell’Albania, Finlandia e Romania fu inserita nel gruppo “1” con Cile, Australia e Germania Ovest. Vinse la prima gara per 2 a 0 contro gli altri esordienti dell’Australia, pareggiò 1 a 1 contro Cile e il 22 giugno 1974 scrisse una delle pagine più sorprendenti della storia della Coppa del Mondo: la vittoria per 1 a 0 contro la Germania Ovest, con il gol di Jürgen Sparwasser. Quel match fu molto più di una partita, fu una piccola guerra fredda giocata sul prato di Amburgo e vinta. In patria Sparwasser divenne un mito… finchè poco prima della caduta del muro decise di “emigrare” a Ovest. Per la DDR il torneo terminò nella seconda fase a gironi, perdendo con Brasile e Olanda e pareggiando contro l’Argentina, ma quella vittoria contro i “fratelli divisi” restò come uno dei simboli calcistici più forti del Novecento.
Haiti fu la favola caraibica del Mondiale. L’isola si presentò come outsider assoluta, guidata dall’attacante Henri “Manno” Sanon, destinato a entrare nella storia, per la rete segnata contro l’Italia, fuggendo in velocità a Spinosi che cerco di trattenerlo per la maglia infilando la porta avversaria. Quel gol mise fine al record di imbattibilità di Dino Zoff, segnandogli un gol dopo 1142 minuti senza subire reti. Quel momento venne accolto come un trionfo nazionale, e pensare che a portare la nazionale caraibica al Mondiale fu proprio un tecnico italiano Ettore Trevisan, chiamato in Centroamerica per la sua ottima padronanza con la lingua francese. Ma il sogno haitiano si trasformò presto in realtà dolorosa: la squadra crollò contro Polonia e Argentina, subendo un pesante 7 a 0 dai polacchi e un 3 a 1 dagli argentini. Nonostante l’eliminazione quella di Haiti fu una piacevole sorpresa per il torneo, anche se dietro vi era la “longa manus” della dittatura dei Duvalier che avevano imposto forti pressioni alla squadra.
Quella dello Zaire 1974 rimase una delle storie più incredibili mai viste ai Mondiali, un’esperienza da romanzo piena di pressioni, paura e minacce. La squadra arrivò in Germania come prima rappresentante dell’Africa nera nella storia della Coppa del Mondo, caricata di un significato politico enorme: era il simbolo della “Negritudine”, il movimento ideologico sostenuto da Mobutu Sese Seko per mostrare al mondo un’Africa forte, moderna, orgogliosa delle proprie radici. Erano gli stessi anni del celebre “Rumble in the Jungle”, il mega concerto di musica afro a americana e il match di boxe tra Muhammad Ali e George Foreman organizzato proprio a Kinshasa, vetrina planetaria del potere del dittatore zairese. Il calcio non faceva eccezione. Mobutu trasformò la nazionale in un’estensione diretta del regime, dovevano vincere, convincere e rappresentare la rinascita del continente. Lo Zaire non poteva sbagliare. Ma appena arrivati in Germania, la realtà si rivelò spietata. Dopo un onorevole 2 a 0 contro la Scozia, la squadra crollò sotto un umiliante 9 a 0 contro la Jugoslavia, una delle sconfitte più pesanti della storia dei Mondiali. Fu a questo punto che la vicenda prese una piega oscura. I temuti “gorilla” di Mobutu, emissari del regime, atterrarono in Germania e parlarono ai giocatori. Il messaggio era chiarissimo, se avessero perso contro il Brasile con più di tre gol di scarto, non sarebbero più tornati in patria. E le loro famiglie ne avrebbero pagato le conseguenze. Con la federazione che non li aveva pagati e la minaccia reale sulle spalle, i calciatori entrarono in campo terrorizzati. Da qui nacque uno degli episodi più assurdi della storia del calcio, durante una punizione per il Brasile, il difensore Mwepu Ilunga uscì improvvisamente dalla barriera e calciò via il pallone prima ancora che venisse battuta. Il mondo rise, pensando a un gesto bizzarro o a una regola mal compresa; in realtà, era un disperato tentativo di far perdere tempo, di evitare il rischio di prendere un altro gol e superare quella soglia fatale imposta dal dittatore. Dall’altra parte, il brasiliano Rivelino capì subito che qualcosa non tornava. I verdeoro, intuendo il clima di paura in cui giocavano gli avversari, si limitarono a controllare la partita e si accontentarono del 3 a 0, il risultato “consentito”.

Così si chiuse l’unico Mondiale dello Zaire: un racconto di sogni, propaganda e paura, un pezzo di storia che il calcio non ha mai dimenticato. Il Mondiale del 1974 rimase così nel mito come un torneo che non portò solo grandi campioni come Cruyff e Beckenbauer, ma che diede anche voce alle nuove realtà del calcio globale, tra favole, sogni e, talvolta, dure lezioni. Le debuttanti di quell’edizione rappresentarono quattro storie completamente diverse, la speranza dell’Oceania, il romanticismo caraibico, l’orgoglio africano e il peso della geopolitica europea. Quattro prime volte che contribuirono a rendere il calcio un linguaggio davvero universale.
Il Mondiale del 1978, organizzato in un’Argentina ferita dalla dittatura militare e attraversata dalla “guerra sucia”, fu anche un torneo grigio molto particolare. Due nazioni si presentarono alla fase finale per la prima volta nella loro storia: Iran e Tunisia, portando con sé storie diversissime, quasi opposte, ma ugualmente simboliche di un calcio che iniziava ad allargare i suoi confini oltre le tradizionali geografie pedatorie. La formula del torneo era ormai consolidata: sedici squadre divise in quattro gironi all’italiana, poi una seconda fase con altri due gruppi, i cui vincitori si sarebbero guadagnati l’accesso alla finale. Un meccanismo semplice solo in apparenza, che in quell’edizione avrebbe prodotto una delle pagine più controverse della storia dei Mondiali. Fu infatti il torneo della famigerata “Marmelada peruana”, della corruzione che mai si era spinta così avanti, delle visite di Henry Kissinger e del generale Videla negli spogliatoi del Perù, dei segni neri sulle porte dei campi da gioco e delle Madri di Plaza de Mayo che protestavano fuori dagli stadi. In questo scenario cupo e politicamente esplosivo brillò la Tunisia di Abdelmajid Chetali, una delle sorprese più inattese e affascinanti del torneo argentino. Qualificarsi era già stato un miracolo sportivo: gli Aquilotti di Cartagine avevano superato un percorso durissimo eliminando Marocco, Algeria, Guinea, Costa d’Avorio ed Egitto. Arrivarono al Mondiale con la consapevolezza di rappresentare un intero continente spesso ignorato. Il 2 giugno 1978, allo stadio di Rosario, riscrissero la storia del calcio africano, Tunisia batte Messico 3 a 1. Fu la prima vittoria di una squadra africana ad un Mondiale. Un risultato che nessuno aveva previsto e che cambiò per sempre la percezione delle nazionali africane, non più comparse chiamate a riempire il tabellone, ma realtà in grado di competere e Katanecsorprendere. Anche fuori dal campo si narra di una piccola leggenda tunisina. Si racconta che, durante il ritiro, il CT Chetali avesse imposto una disciplina ferrea, vietando ogni distrazione. Per scongiurare incursioni della stampa, fece perfino circondare l’albergo da volontari tunisini emigrati in Argentina. “Dobbiamo scrivere la nostra storia, non leggere quella degli altri”, avrebbe detto ai suoi giocatori alla vigilia del debutto. Dopo l’impresa contro il Messico, la Tunisia conquistò la simpatia del pubblico argentino pareggiando 0 a 0 contro la Germania Ovest campione in carica e cedendo solo 1 a 0 alla Polonia di Lato. Nonostante il gran Mondiale, gli Aquilotti si fermarono al primo turno, ma la loro eredità andò molto oltre i risultati. La FIFA, profondamente colpita dalla maturità e dal coraggio mostrati dagli africani, prese una decisione storica: aumentare nelle edizioni successive, da uno a due i posti per il continente africano. La Tunisia del ‘78, dunque, non giocò solo per sé: giocò per un continente intero, aprendo un varco che avrebbe permesso alle future potenze africane di emergere sulla scena mondiale.  
Mentre la Tunisia viveva il suo momento di gloria, l’Iran arrivò in Argentina in un clima completamente diverso. Era il 1978: lo Scià Mohammad Reza Pahlavi era ancora al potere, ma il Paese ribolliva. Mancavano pochi mesi alla Rivoluzione Islamica che avrebbe trasformato la monarchia in una repubblica teocratica, e i giocatori ne erano pienamente consapevoli. Per molti di loro, quel Mondiale sarebbe stato la prima e l’ultima occasione di rappresentare un Iran destinato a scomparire di lì a poco. La squadra, allenata dal tecnico Heshmat Mohajerani, era un gruppo eterogeneo composto per lo più da dilettanti talentuosi e pochi professionisti. La preparazione fu caotica: scioperi, manifestazioni di piazza, ritiri interrotti dalla crisi politica. Anni dopo, un calciatore iraniano ricordò con amarezza: “Giocavamo con il mondo che ci crollava addosso”. Nonostante tutto, l’Iran si comportò con dignità. Debuttò perdendo 3 a 0 contro l’Olanda, ma contro la Scozia firmò un pareggio storico. Lo 0 a 1 iniziale arrivò da un autogol che divenne leggenda: Andranik Eskandarian, soprannominato “l’americano”, nel tentativo disperato di anticipare Dalglish, colpì il pallone spedendolo nella propria porta, facendo esplodere di gioia metà tribuna… quella scozzese, ovviamente. Ma pochi minuti più tardi Iraj Danaeifard ristabilì la parità con un gol che rimarrà nella storia: la prima rete dell’Iran in un Mondiale. Gli asiatici terminarono ultimi nel girone dopo la sconfitta per 4 a 1 contro il Perù, ma quel punto contro la Scozia rimase un ricordo indelebile, il primo ottenuto dal “Team Melli” nella storia dei Mondiali. Con la rivoluzione del 1979, molti di quei giocatori non avrebbero più indossato la maglia della nazionale. Per loro, Argentina ‘78 restò un’istantanea sospesa nel tempo: il ritratto di un Paese sull’orlo di un cambiamento irreversibile.

Il Mondiale di Spagna 1982, il primo allargato a 24 squadre, fu un’edizione che spalancò davvero le porte del torneo a nuove nazioni, offrendo il palcoscenico globale a realtà fino ad allora considerate periferiche. Cinque furono le debuttanti: Algeria, Camerun, Honduras, Kuwait e Nuova Zelanda, ognuna con la sua storia, ognuna destinata a lasciare un segno, piccolo o enorme, nella memoria collettiva del calcio. Il mondiale si svolse con una stranissima formula, sei gironi all’italiana da quattro squadre, con le prime due qualificate ad una seconda fase composta da quattro gruppi da tre squadre i vincitori dei gironcini successivamente raggiunsero le semifinali e finale.
L’Algeria fu la rivelazione assoluta: all’esordio batté la potente Germania Ovest per 2 a 1, un risultato che fece tremare l’Europa e infiammò l’Africa intera. Ma il sogno si trasformò presto in incubo: la famigerata “combine di Gijón”, il vergognoso 1 a 0 concordato tra Germania Ovest e Austria che qualificava entrambe ed eliminava gli algerini, generò uno scandalo così grande da costringere la FIFA a cambiare le regole e imporre, da allora in poi, la contemporaneità delle ultime partite dei gironi. Il Camerun, invece, chiuse imbattuto il suo primo Mondiale: tre pareggi in tre partite, incluso un 1 a 1 contro l’Italia futura campione del mondo, risultato che trasformò i “Leoni Indomabili” in una nuova potenza emergente del calcio africano. A sorpresa anche l’Honduras, al debutto assoluto, si fece rispettare, pareggiò contro la Spagna padrona di casa, in una partita ricordata per le lacrime del portiere Julio César Arzú, disperato per non aver parato quello che in Honduras fu considerato un rigore ingiusto. Pareggiò anche contro l’Irlanda del Nord del giovanissimo Norman Whiteside e uscì solo dopo una sconfitta di misura contro la Jugoslavia, dimostrando che il divario tra i continenti stava lentamente assottigliandosi. Il Kuwait arrivò con l’ambizione di mostrare il volto moderno e ricco del Golfo, presentandosi persino con un dromedario portafortuna, “Haydoo”. Finì però nella storia per un episodio incredibile: contro la Francia, convinti di aver sentito un fischio, i giocatori si fermarono e subirono un gol. Lo sceicco Fahad Al a Ahmed Al a Sabah scese in campo dalle tribune, discusse animatamente con l’arbitro e ottenne l’annullamento della rete. Una scena irreale, impossibile da immaginare oggi, che rese il Kuwait famoso oltre ogni risultato sportivo. Infine la Nuova Zelanda, arrivata in Spagna dopo un cammino di qualificazione interminabile, fu la vera Cenerentola del torneo: subì dodici reti in tre partite,segnandone due, ma conquistò la simpatia del pubblico per disciplina, umiltà e tenacia. Più che il Mondiale in sé, la nazionale oceanica fu ricordata per l’incredibile qualificazione ottenuta ai danni della Cina nello spareggio di Singapore del 27 dicembre 1981, un’impresa epica che resta impressa nella storia del calcio australe. Così, il Mondiale del 1982 dimostrò al mondo un calcio in evoluzione, pronto ad accogliere nuove frontiere che non erano più un’utopia, ma una realtà destinata ad espandersi.

Il Mondiale del 1986 nacque sotto il segno dell’incertezza già prima del fischio d’inizio, dapprima assegnato alla Colombia, il torneo rischiò di non avere casa quando il Paese sudamericano dovette rinunciare per problemi economici, infrastrutturali e logistici. Strade e stadi incompleti, crisi politica interna e tensioni sociali costrinsero la FIFA a spostare l’organizzazione in Messico, che aveva già ospitato l’edizione del 1970 e possedeva strutture moderne e collaudate. Così il torneo si svolse in un Paese pronto a calcare di nuovo le scene mondiali, con stadi ad altitudini elevate e un clima impegnativo che avrebbe messo alla prova soprattutto le squadre meno esperte. L’edizione del ‘86 fu ricordata non solo per la consacrazione di Maradona e la vittoria dell’Argentina, ma anche per l’arrivo di nuove nazioni pronte a scrivere la loro storia: tre le esordienti, Canada, Danimarca e Iraq. Il Mondiale si svolse con 24 squadre suddivise in sei gironi da quattro squadre ciascuno. Le prime due classificate di ogni girone, insieme alle quattro migliori terze, avanzavano agli ottavi di finale, una formula che combinava il rigore dei gironi all’italiana con la tensione degli scontri diretti, garantendo spettacolo e colpi di scena sin dalle prime partite. Ogni squadra aveva quindi la possibilità di riscattarsi anche se non aveva dominato il proprio girone, mentre la seconda fase ad eliminazione diretta prometteva drammi, gol in extremis e risultati impossibili da prevedere.
Il Canada raggiunse il Mondiale dopo un lungo cammino nel torneo di qualificazione CONCACAF, superando: Haiti, Guatemala, Honduras e Costa Rica con prestazioni solide ma senza mai brillare particolarmente. La squadra nordamericana si presentò in Messico come vera outsider: composta in gran parte da dilettanti o semiprofessionisti, tra cui gli italiani Lettieri, Leonarduzzi e Deluca, era il simbolo di un calcio ancora agli albori in un Paese dominato da hockey e baseball. Nel girone affrontò Francia, Ungheria e URSS, chiudendo con tre sconfitte e senza segnare nessuna rete, ma almeno conquistando la simpatia degli spettatori. Il Canada, senza vittorie, dimostrò di essere ben poca cosa e che forse l’ampliamento del numero di squadre non portava qualità al torneo ma solo alcuni inediti o stravaganti avversari. Kuwait docet.
Altro discorso per la fortissima Danimarca, qualificatasi grazie a un percorso brillante sotto la guida dell’allenatore tedesco Sepp Piontek, si presentò come la vera rivelazione europea del torneo. Soprannominata “Danish Dynamite”, la squadra giovane, atletica era capace di un calcio offensivo spettacolare. Nel girone eliminatorio affrontò Scozia, Uruguay, e Germania Ovest, Vinse 1 a o contro i britannici,a seguire un memorabile 6 a 1 sull’Uruguay, per chiudere con un convincente 2 a o alla Germania Ovest. I danesi chiusero il girone imbattuti, ma agli ottavi di finale furono travolti dalla Spagna per 5 a 1. Nonostante l’eliminazione, la Danimarca dotata di giocatori di grandissimo valore come Michael Laudrup e Preben Elkjær Larsen lasciò un segno indelebile, aveva mostrato al mondo che la tecnica, il coraggio e l’audacia potevano ribaltare gerarchie consolidate.
L’Iraq, infine, affrontò un percorso di qualificazione complesso e altamente politicizzato. La squadra superò il girone asiatico battendo Kuwait e Giappone, ma l’arrivo in Messico fu sotto il peso della pressione interna, i giocatori erano sorvegliati dal figlio del presidente Saddam Hussein, Uday, e sapevano che eventuali sconfitte avrebbero avuto conseguenze pesanti per loro e le loro famiglie. Nonostante le tensioni e il clima opprimente, l’Iraq giocò con dignità e coraggio. Nel girone perse tutte e tre le partite, ma riuscì a segnare un gol memorabile contro il Belgio con Ahmed Radhi, unico sigillo della sua storia mondiale, che divenne subito simbolo di orgoglio nazionale.
Nel 1990 l’Italia ospitò un Mondiale carico di attese e contraddizioni, in un clima in cui l’entusiasmo sportivo conviveva con tensioni politiche e polemiche legate alla gestione dell’evento. Per l’occasione furono costruiti due stadi completamente nuovi, mentre molti altri vennero ristrutturati in profondità, trasformando il Paese in un grande cantiere calcistico. In campo si vide un calcio tattico e prudente, spesso più attento a non rischiare che a divertire, in un’edizione ricordata non tanto per lo spettacolo quanto per l’organizzazione e l’impatto mediatico: fu infatti il Mondiale in cui gli sponsor iniziarono a influenzare in modo evidente colori, fogge e identità delle maglie delle nazionali. La formula prevedeva 24 squadre, suddivise in sei gironi da quattro. Si qualificavano agli ottavi di finale le prime due di ogni gruppo, più le quattro migliori terze, aprendo la strada alla tradizionale fase a eliminazione diretta. Tra le storie più affascinanti emersero tre nazionali al loro debutto assoluto nella Coppa del Mondo: la Costa Rica, capace di sorprendere tutti con il suo entusiasmo e il suo coraggio; la Repubblica d’Irlanda, o, come mi piace chiamarla romanticamente, Éire, trascinata da una tifoseria passionale e instancabile; e gli Emirati Arabi Uniti, giunti in Italia più per imparare che per vincere. Tre matricole, tre identità diverse, tre modi unici di vivere un’avventura che avrebbe lasciato un segno profondo nella loro storia calcistica.
La Costa Rica giunse in Italia da completa sconosciuta, forte però di una qualificazione ottenuta vincendo il Campionato CONCACAF 1989. Atterrarono nel Paese quasi in punta di piedi, con la discrezione di chi non voleva disturbare. I “Ticos” erano guidati dal tecnico giramondo Bora Milutinović, un uomo capace di rendere possibili missioni che sembravano impossibili. La squadra lo seguì con un rispetto quasi religioso, come si segue un maestro di cui ci si fida ciecamente. Il destino sembrò accorgersi di loro già nella prima partita, contro la Scozia. In un incontro che sulla carta avrebbe dovuto segnare la loro resa, la Costa Rica vinse 1 a 0 e mostrò al mondo che non si aveva davanti una vittima sacrificale, ma una squadra coraggiosa e imprevedibile. Il momento più iconico arrivò però contro il Brasile. Quando la squadra centroamericana entrò in campo allo stadio Delle Alpi di Torino, stupì tutti presentandosi con una maglia a strisce bianconere, simile a quella della Juventus. L’effetto fu immediato: una parte del pubblico di fede juventina iniziò a sostenere i costaricani, affascinata da quella livrea inattesa.
Molti interpretarono quella scelta come un abile trucco psicologico di Milutinović, ma in un’intervista il tecnico serbo confessò che la maglia era stata un omaggio al Partizan Belgrado, la squadra del suo cuore, e non una strategia studiata a tavolino. In campo, la Costa Rica perse soltanto 1 a 0, dando però del filo da torcere ai brasiliani e uscendo tra gli applausi sinceri dello stadio. Nella terza gara del girone, contro la Svezia, lo spettacolo si ripeté: la Costa Rica vinse 2 a 1, completando una rimonta emozionante e assicurandosi una storica qualificazione agli ottavi di finale alla loro prima partecipazione iridata. L’avventura si chiuse contro la Cecoslovacchia, quando l’obiettivo era ormai stato raggiunto. I boemi vinsero 4 a 1, trascinati dalla tripletta di testa di Tomáš Skuhravý. In quella partita, i “Ticos” erano tornati alla tradizionale maglia rossa, e qualcuno scherzò sul fatto che proprio quell’abbandono della bianconera portafortuna avesse segnato il loro destino.
Più che una squadra, l’Eire sbarcò in Italia con un popolo al seguito. Gli stadi si tinsero di verde, le birrerie esplosero di cori, Jack Charlton guidò il suo gruppo come un padre severo ma affettuoso. Per gli irlandesi fu la prima qualificazione a un Mondiale nella loro lunga e travagliata storia: arrivarono secondi nel gruppo “6” continentale, dietro la Spagna ma davanti a Ungheria, Malta e con particolare soddisfazione ai “cugini” dell’Ulster. L’Irlanda non giocò un calcio vellutato: fu concreta, solida, determinata in ogni contrasto. In Italia superò il girone eliminatorio con tre pareggi, contro Olanda, Egitto e Inghilterra, mostrando un carattere forte e una compattezza rara. La storia, però, si scrisse agli ottavi di finale, quando gli irlandesi eliminarono ai rigori la Romania di Gheorghe Hagi. L’isola esplose di gioia, a Dublino l’entusiasmo toccò livelli mai visti, perché nessuno avrebbe immaginato di arrivare ai quarti di finale. Lì, i verdi si arresero ai padroni di casa dell’Italia, sconfitti da una rete di Totò Schillaci, l’uomo a simbolo di quel Mondiale. Al ritorno, la squadra fu accolta come un gruppo di eroi. Per una nazione che non era mai entrata davvero nella mappa del calcio mondiale, Italia ‘90 fu un certificato di nascita, la prova che anche chi non possedeva un passato glorioso poteva costruire una storia degna di essere raccontata.
Gli Emirati Arabi Uniti arrivarono al Mondiale con la consapevolezza che il loro obiettivo non fosse quello di compiere un’impresa, ma semplicemente di esserci. La squadra, troppo debole e inesperta, era stata costruita in tutta fretta, sostenuta da un campionato ancora semiprofessionistico e con pochissimi confronti internazionali alle spalle. La guida tecnica era stata affidata al brasiliano Carlos Alberto Parreira, che anni dopo sarebbe diventato campione del mondo con il Brasile, ma che in quell’estate italiana dovette accontentarsi di ciò che aveva e considerarsi soddisfatto, di essere comunque al Mondiale. Le sconfitte arrivarono, inevitabili, contro Germania Ovest, Jugoslavia e Colombia, un girone tutt’altro che accomodante. Ma arrivarono anche due gol, due lampi che illuminarono la storia di una nazionale giovanissima. Quando Khalid Ismaïl batté il portiere della Germania Ovest, lo stadio si trasformò in un coro di stupore, un attimo di gloria che nessuno avrebbe dimenticato. Gli Emirati chiusero ultimi, ma nessuno, all’interno della squadra, parlò di fallimento. Per loro Italia ‘90 non rappresentò un traguardo, ma un punto di partenza — anche se, fino ad oggi, non si sono mai più qualificati a un Mondiale. Era comunque un’esperienza destinata a restare, per sempre, nella memoria del loro calcio.
Al Mondiale americano del 1994, l’ultimo disputato con 24 squadre, dove i punti per la vittoria diventarono 3 su modello inglese; si affacciarono per la prima volta tre nuove nazionali pronte a misurarsi con il grande palcoscenico globale: la Nigeria, rappresentante di un’Africa che avanzava con talento, freschezza e imponenza fisica; l’Arabia Saudita, volto nuovo dell’Asia calcistica; e la Grecia, alla sua prima e tormentata partecipazione iridata. Tre esordi, tre identità lontane, tre modi diversi di affrontare la prova più grande della loro storia calcistica. La Nigeria arrivò negli Stati Uniti con una generazione d’oro, ricca di potenzialità e considerata tra le più talentuose del calcio africano. Tuttavia, agli occhi del grande pubblico restava ancora un’incognita. Bastò però la prima partita del girone eliminatorio per dimostrare che il calcio africano era cambiato e poteva finalmente dire la sua. Al debutto assoluto, le “Super Eagles” travolsero la Bulgaria con un sorprendente 3 a 0, una prestazione fatta di corsa, potenza e qualità tecniche. Seguì un’onorevole sconfitta contro l’Argentina, in quella che sarebbe stata l’ultima partita di Diego Armando Maradona ai Mondiali. Nella terza gara, la vittoria contro l’altra debuttante, la Grecia, consegnò ai nigeriani il primo posto nel girone, un traguardo impensabile per una squadra all’esordio. Agli ottavi ad attenderli c’era l’Italia di Roberto Baggio. I nigeriani si portarono in vantaggio con Amunike, accarezzando il sogno dei quarti di finale. Ma Baggio, a pochi minuti dal termine, firmò il pareggio e trascinò la partita ai supplementari, dove realizzò anche la rete decisiva che spense la favola africana. La Nigeria uscì a testa altissima: esordiente, sì, ma già consapevole di essere una futura potenza del calcio del suo continente.
Anche l’Arabia Saudita arrivò agli ottavi di finale da debuttante. Nessuno avrebbe scommesso un centesimo su quella squadra sconosciuta, e invece i sauditi si comportarono sorprendentemente bene. Debuttarono con una sconfitta di misura, 2 a 1 contro l’Olanda, per poi imporsi in maniera convincente sul Marocco. Ma la grande impresa arrivò il 29 giugno 1994, a Washington, contro il Belgio: non solo per la vittoria contro giocatori più esperti, ma soprattutto per la straordinaria rete di Saeed Al a Owairan, un capolavoro che regalò agli spettatori del “Robert F. Kennedy Stadium” uno dei gol più belli della storia del calcio. Il centrocampista saudita partì dalla propria metà campo palla al piede, dribblò gran parte della squadra belga e infine mise a sedere il portiere Preud’homme, firmando un gol indimenticabile. Una rete che molti definirono “la Monna Lisa del calcio”. Agli ottavi di finale, forse appagati dal traguardo raggiunto, i sauditi cedettero il passo alla Svezia, ma rientrarono in patria come eroi, accolti all’aeroporto di Riyad da una folla immensa e orgogliosa della loro impresa.
Molto meno trionfale fu invece l’avventura della Grecia, inserita in un girone durissimo con Argentina, Nigeria e la sorprendente Bulgaria di Hristo Stoichkov. La nazionale ellenica subì tre sconfitte, incassò dieci reti e non ne segnò nemmeno una. L’obiettivo, però, era soprattutto fare esperienza, la rivincita sarebbe arrivata dieci anni dopo, quando all’Europeo del 2004 la Grecia avrebbe stupito il mondo intero con un trionfo impensabile, ripagando con gli interessi le amarezze del debutto mondiale.

Il Mondiale di Francia 1998 fu una rivoluzione. Per la prima volta nella storia il torneo accolse 32 nazionali, ampliando la geografia del calcio mondiale e dando voce a realtà che fino ad allora erano rimaste ai margini del grande palcoscenico. Tra i riflettori puntati sulle big emersero quattro bandiere nuove di zecca: Croazia, Giamaica, Giappone e Sudafrica. Quattro debutti, quattro storie lontanissime tra loro, accomunate da un’unica emozione: l’ingresso ufficiale nella storia dei Mondiali. La Croazia giunse al torneo come erede di quella Jugoslavia piena di talenti e geni del calcio, tanto da essere stata definita “il Brasile d’Europa”, una principessa troppo bella che non riuscì mai a trovare il proprio principe. Tuttavia dimostrò che una debuttante poteva competere con le grandi. La Giamaica portò al torneo una vitalità unica, un carnevale itinerante di curiosità e allegria. Il Giappone posò le fondamenta del suo futuro calcistico. E infine il Sudafrica presentò un debutto il cui significato andava ben oltre il calcio, per un Paese passato dalla fine dell’apartheid alla rinascita.
Tra le debuttanti, la rivelazione più clamorosa fu senza dubbio quella della Croazia. La giovane repubblica balcanica portò con sé una generazione d’oro: Davor Šuker, Zvonimir Boban, Robert Prosinečki e Robert Jarni. Nonostante fosse alla sua prima partecipazione, la squadra di Miroslav Blažević affrontò il torneo con la maturità delle grandi. Superò il girone eliminatorio sconfiggendo le altre esordienti: Giamaica per 3 a 0 e Giappone per 1 a 0, mentre l’unica sconfitta arrivò per mano dell’Argentina. Giunta seconda nel suo gruppo, agli ottavi eliminò la Romania, poi ai quarti travolse la Germania con un secco 3 a 0 destinato a rimanere negli annali. La corsa si fermò solo in semifinale contro la Francia, futura campionessa del mondo, ma il terzo posto conquistato contro l’Olanda e il titolo di capocannoniere di Davor Šuker resero il loro esordio uno dei più impressionanti della storia del calcio mondiale.
I “Reggae Boyz” giamaicani portarono negli stadi francesi qualcosa che il torneo non aveva mai visto, la leggerezza di una festa popolare, tifosi festanti come orgoglio di un’intera isola. In campo pagarono la differenza tecnica con le avversarie più forti, ma non rinunciarono mai al loro modo di stare al mondo, gioioso, rumoroso, pieno di identità. Persero 3 a 1 contro la Croazia e 5 a 0 contro l’Argentina, ma la loro vivacità ebbe la meglio sul compassato e severo Giappone, il 2 a 1 finale regalò alla Giamaica il suo primo successo mondiale, accolto come un trionfo nazionale.
Il Giappone, dal canto suo, giunse a Francia ‘98 come simbolo dell’ascesa del calcio asiatico. La “J 1 League” era nata da pochi anni, la federazione nipponica progettava una crescita strutturale, la partecipazione al Mondiale rappresentava il primo passo di un percorso che avrebbe portato la nazionale biancoazzurra a diventare una presenza costante nelle fasi finali. Il debutto, però, fu duro, tre sconfitte su tre, nessun punto, una sola rete segnata da Nakayama e la sensazione di essere ancora lontani dai canoni del calcio globale. Ma sotto quella superficie fatta di risultati negativi si muoveva un cambiamento profondo. Il Giappone mostrò disciplina, ordine, organizzazione, qualità che negli anni successivi avrebbero dato frutti abbondanti. Francia ‘98 fu dunque il loro battesimo, non un fallimento, ma un primo passo verso un futuro che da lì in avanti non avrebbe più smesso di crescere.
Per il Sudafrica, invece, il Mondiale ebbe un valore che andava oltre il semplice ambito sportivo. Fu il ritorno sulla scena mondiale di una nazione che aveva appena chiuso la lunga parentesi dell’apartheid e che stava cercando, attraverso lo sport, una nuova identità condivisa. I “Bafana Bafana” non avevano l’esperienza per competere ai massimi livelli, ma possedevano ciò che contava in quel momento storico, il diritto e la volontà di esserci e di rappresentare un popolo finalmente riunificato. Una rinascita che di lì a poco li avrebbe portati a organizzare la prima kermesse iridata in un Paese africano. Dopo essere stati sconfitti per 3 a 0 dalla Francia nel loro battesimo mondiale, pareggiarono entrambi gli incontri con Danimarca e Arabia Saudita. I due punti non furono sufficienti per superare il turno, ma per il Sudafrica il meglio doveva ancora venire.
Oltre alle quattro debuttanti, al Mondiale francese si presentò anche una nuova–vecchia nazionale, la Jugoslavia, successivamente sarebbe diventata Serbia e Montenegro, con una bandiera rinnovata, un tricolore orizzontale blu a bianco a rosso senza la “Crvena Zvezda” al centro. Non si comportò affatto male: arrivò agli ottavi di finale dopo aver battuto Iran e Stati Uniti, pareggiato con la Germania e perso contro l’Olanda per 2 a 1. Ma quella partecipazione rappresentò il canto del cigno: il destino della nazionale era già segnato. La Jugoslavia sarebbe diventata Serbia & Montenegro.
Il Mondiale di Corea e Giappone 2002 segnò un’altra svolta epocale. Per la prima volta la Coppa del Mondo si disputò in Asia, e per la prima volta fu ospitata da due nazioni insieme, un esperimento politico e sportivo che rispecchiò l’inizio del nuovo millennio, fatto di globalizzazione, tecnologia e identità in trasformazione. In questo scenario inedito, debuttarono quatttro nazionali: dal Sudamerica l’Ecuador, dall’africa il Senegal, dall’Europa la Slovenia e dall’Asia “finalmente” la Cina. Quatttro mondi diversi, quattro storie lontane, quattro percorsi che raccontarono, ciascuno a modo suo, come il calcio stesse cambiando volto e continente. L’Ecuador giunse in Oriente dopo una sorprendente qualificazione ottenuta nel girone sudamericano, in cui aveva battuto persino il Brasile, arrivò seconda alle spalle della sola Argentina, ma agli occhi del grande pubblico restava una squadra semisconosciuta. Al debutto mondiale i sudamericani scoprirono quanto fosse duro quel palcoscenico, persero le prime due partite contro Italia e Messico. Soltanto nella terza partita, contro la Croazia, riuscirono ad imporsi per 1 a 0 contro una squadra, quella croata che, non era nemmeno l’ombra di quella del mondiale precedente. Tre punti non furono sufficienti per passare agli ottavi e la prima esperienza si fermò al primo turno.
La Slovenia si presentò al Mondiale del 2002 come una delle nazionali più sorprendenti dell’intero panorama europeo. Era un Paese giovane, appena affacciatosi sulla scena internazionale dopo l’indipendenza del 1991, e la sua qualificazione alla Coppa del Mondo rappresentò un evento sportivo e identitario di enorme valore. Nessuno, all’inizio delle eliminatorie, immaginava che quella piccola repubblica incastonata tra Alpi e Balcani potesse spingersi così lontano. E invece, trascinata da una generazione talentuosa e da un allenatore carismatico e testardo come Srečko Katanec, la Slovenia si conquistò un posto tra le migliori trentadue del pianeta. La squadra arrivò in Corea e Giappone con un entusiasmo ingenuo ma contagioso, figlio di una qualificazione che aveva avuto quasi il sapore di un miracolo. Il simbolo di quella avventura era Zlatko Zahovič, numero dieci dal talento cristallino, leader tecnico e uomo a copertina del calcio sloveno. Ma dietro l’euforia si muovevano anche tensioni sotterranee che esplosero proprio durante il torneo. L’esordio contro la Spagna fu un battesimo di fuoco: gli iberici erano troppo forti e troppo esperti, e stracci aloni gli sloveni per 3 1. Ma la partita fu ricordata soprattutto per il violento litigio in panchina tra Zahovič e Katanec, per una sostituzione mal gradita, uno scontro verbale durissimo che segnò irrevocabilmente il destino del gruppo. Pochi giorni dopo il CT annunciò il proprio ritiro dopo il torneo mentre Zahovič rimase inspiegabilmente impunito e riammesso in squadra. La favola slovena si spezzò lì, nel momento più atteso. Il secondo incontro, perso per 1 a 0 contro il Sudafrica, raccontò la fragilità di una squadra ferita, tradita da errori individuali e da un morale ormai sotto terra. L’ultima partita, contro il Paraguay, confermò la sensazione di un Mondiale vissuto più come un trauma che come un sogno. I sudamericani vinsero 3 a 1 e chiusero definitivamente il cammino di una nazionale che aveva sperato di incidere più a fondo nella storia, ma che invece fu solo una brutta illusione.
La Cina viveva un’esperienza completamente diversa. L’Impero Celeste, dopo anni di tentativi falliti, soprattutto quello del 1982, quando venne sconfitta nel clamoroso e assurdo spareggio di Singapore contro la Nuova Zelanda, frutto di una sorta di “marmelada peruana” in stile oceanico, era finalmente riuscita a qualificarsi a un Mondiale. La squadra era guidata dall’intramontabile Bora Milutinović, l’uomo dei miracoli, capace di portare cinque nazionali differenti alla fase finale. Il solo fatto di essere presenti rappresentava un evento storico per il Paese più popoloso del pianeta. Ma il campo fu crudele, la Cina si scontrò con la durezza e l’altissimo livello tecnico del torneo, perdendo tutte e tre le partite del girone contro: Costa Rica, Brasile e Turchia, senza segnare nemmeno un gol e subendone nove. Eppure, dietro quei numeri, rimase un significato enorme. Il Mondiale del 2002 aprì le porte alla modernizzazione del calcio cinese, che da quel momento avrebbe iniziato a investire risorse, strutture, leghe e formazione. Tuttavia, questi sforzi si sono rivelati finora sterili e infruttuosi, la nazionale dei Dragoni vive ancora un periodo buio, incapace di ottenere risultati all’altezza delle ambizioni del Paese.
La storia più luminosa tra le debuttanti fu però quella del Senegal, la nazionale che confermo come il calcio africano fosse diventato competitivo e  concorrenziale con l’Europa e il Sudamerica. Nessuno dimenticò il 31 maggio 2002, il giorno in cui i “Leoni della Teranga” aprirono il Mondiale affrontando la Francia campione in carica. La Francia di Zidane, Henry e Trezeguet. Sembrava una sfida impari, ma quello fu il primo grande terremoto del torneo. Un gol di Bouba Diop riscrisse il destino del match il Senegal vinse 1 a 0 e il mondo si accorse che qualcosa stava cambiando. Non fu un lampo isolato, perché gli africani pareggiarono le successive partite con Danimarca e Uruguay. Superarono il girone da imbattuti e raggiunsero gli ottavi, dove eliminarono la Svezia grazie a un “golden goal” di Henri Camara. Ai quarti, contro la Turchia, forse appagati o increduli di essere arrivati tanto in alto, la corsa si fermò ai tempi supplementari, ma quel Mondiale consegnò il Senegal alla leggenda, trasformandolo nella seconda nazionale africana di sempre a raggiungere i quarti, dopo il Camerun del 1990. Il Mondiale asiatico non fu solo un successo sportivo, ma un ponte verso il futuro del calcio mondiale, l’entrata nel nuovo secolo e i suoi debuttanti ne furono la prova più viva.
Il Mondiale tedesco del 2006, glorioso per i colori azzurri, fu quello che vide il maggior numero di debuttanti, ben otto, un dato che non si registrava dal lontano 1934. Dall’Africa, complice l’assenza delle grandi tradizionali, arrivarono addirittura quattro nuove nazionali: Angola, Togo, Ghana e Costa d’Avorio; dal Centroamerica si qualificò la singolare Trinidad & Tobago; dall’Europa fecero il loro ingresso l’Ucraina, Serbia a Montenegro e la neonata Repubblica Ceca che colse il testimone di quella che fu la gloriosa Cecoslovacchia. Fu un mosaico di storie intrecciate, di prime volte che testimoniarono quanto il Mondiale fosse ormai un palcoscenico eterogeneo di uomini, nazioni, culture e tradizioni, capace di accogliere l’intero pianeta.
L’Angola giunse in Germania come simbolo della rinascita di un Paese reduce da decenni di guerra civile. La qualificazione era stata un trionfo nazionale e ogni partita venne vissuta come un atto di orgoglio collettivo. In campo i “Palancas Negras” mostrarono disciplina, sacrificio e un calcio semplice ma coraggioso, forte anche della presenza di numerosi giocatori che militavano nel campionato portoghese, retaggio del passato coloniale. Il sorteggio volle che capitassero proprio con il Portogallo, e all’esordio persero 1 a 0 contro i “cugini” europei, dimostrando però grande agonismo e nessun timore reverenziale. Nella gara successiva pareggiarono con il Messico e sfiorarono la vittoria contro l’Iran. Non superarono il girone, ma il loro Mondiale non fu affatto una mera comparsata. Negli anni successivi, tuttavia, la nazionale angolana tornò lentamente nell’oblio del calcio mondiale e persino continentale, faticando a qualificarsi anche per la Coppa d’Africa.
Lo stesso discorso valse per il Togo, che visse un Mondiale ancora più complicato. Le tensioni interne tra federazione, giocatori e staff tecnico rovinarono un debutto che avrebbe potuto trasformarsi in una festa nazionale. Con Emmanuel Adebayor come stella, la squadra arrivò in Germania sfiancata da polemiche, scioperi e stipendi promessi e mai versati. Le tre sconfitte nel girone, contro: Corea del Sud, Svizzera e Francia, raccontarono fedelmente la realtà, dietro quelle prestazioni c’era una nazionale giunta al torneo più da spettatrice stressata che da protagonista. Tristemente noto rimase anche il caso di Massamasso Tchangai, all’epoca difensore del Benevento, che dopo il Mondiale venne trovato morto nella sua stanza da letto. Le circostanze non furono mai chiarite, ma tutto lasciò pensare a un omicidio. Per il Togo, quell’unica partecipazione rimase un capitolo storico e irripetibile: non vi fece più ritorno, ma la qualificazione del 2006 restò comunque il momento più luminoso della sua storia calcistica.
Di ben altro spessore furono invece le partecipazioni di Costa d’Avorio e Ghana, nazionali espressione di scuole calcistiche più avanzate e di giocatori che da anni militavano nei principali campionati europei. La Costa d’Avorio non riuscì a superare il girone eliminatorio, nonostante la presenza di veri fuoriclasse, su tutti Didier Drogba, allora attaccante del Chelsea. Perse contro Argentina e Olanda, comportandosi però con grande dignità sportiva e mettendo in seria difficoltà entrambe le prestigiose avversarie. Gli “Elefanti” riuscirono almeno a togliersi la soddisfazione di battere per 3 a 2 la Serbia e Montenegro nella terza e ininfluente partita. Pur eliminata, la nazionale ivoriana mostrò un talento notevole, confermando che il calcio africano stava crescendo e che quella generazione avrebbe recitato un ruolo importante anche negli anni a venire. Il Ghana portò in Germania una squadra giovane ma già straordinariamente matura, composta da giocatori che avevano fatto il salto definitivo nel calcio europeo, su tutti: Michael Essien, Sulley Muntari, Stephan Appiah e Asamoah Gyan. Le “Black Stars” come sono soprannominati non erano una promessa, erano anni che il mondo del calcio li aspettava, gli esperti ben conoscevano il talento e la forza dei giocatori ghanesi, era una realtà affamata di conferme. Il loro esordio mondiale fu un manifesto della nuova potenza calcistica africana. Dopo la sconfitta all’esordio contro l’Italia, il Ghana reagì con personalità, sconfisse la Repubblica Ceca con un brillante 2 a 0 e piegò gli Stati Uniti nella gara decisiva. La qualificazione agli ottavi, la prima della loro storia, accese un entusiasmo febbrile in patria. Là dove altre esordienti avevano mostrato emozione o inesperienza, i ghanesi misero in campo ritmo, tecnica e un coraggio quasi spavaldo. Agli ottavi trovarono il Brasile, troppo forte per chiunque in quel momento. I sudamericani vinsero 3 a 0, ma il Ghana uscì tra gli applausi dello stadio, lasciando la sensazione di essere una potenza emergente. E il futuro avrebbe confermato quella impressione.
Trinidad & Tobago rappresentò il volto più romantico tra le debuttanti del 2006. Due piccole isole nel cuore dei Caraibi, con una popolazione di poco superiore al milione di abitanti, unite dall’orgoglio di esserci contro ogni pronostico. La squadra arrivò al Mondiale grazie soprattutto all’esperienza della sua bandiera, Dwight Yorke, calciatore che aveva trascorso quasi tutta la sua carriera nella Premier League inglese e che, per l’occasione, venne trasformato da attaccante in regista arretrato per colmare il divario tecnico con le avversarie. Nessuno si aspettava miracoli, ma la nazionale caraibica regalò una delle sorprese più delicate e affascinanti del torneo. All’esordio bloccò la Svezia sullo 0 a 0, in inferiorità numerica per tutto il secondo tempo, grazie alle parate straordinarie del portiere Shaka Hislop. Per un’ora fece tremare persino l’Inghilterra, prima che le energie finissero e Rooney e compagni la piegassero per 2 a 0. Contro il Paraguay arrivò una sconfitta indolore. Trinidad & Tobago chiuse il girone ultima, senza segnare un gol, ma ciò non impedì al suo popolo di celebrare quella partecipazione come un trionfo culturale prima ancora che sportivo. Era la prova che nel Mondiale c’era spazio per tutti, anche per chi arrivava da un angolo remoto del pianeta.
Ben diversa fu la storia dell’Ucraina, una debuttante atipica perché, sin dalla vigilia, nessuno la considerava una outsider. Con un campione assoluto come Andrij Ševčhenko, reduce dagli anni d’oro al Milan, e con un allenatore altrettanto leggendario come Oleg Blokhin, la squadra si presentò in Germania con ambizioni più alte rispetto alle altre esordienti. L’inizio, però, fu traumatico: un pesante 4 a 0 subito dalla Spagna sembrò affondare ogni illusione. Ma l’Ucraina si rialzò immediatamente, restituendo il passivo alla malcapitata Arabia Saudita e superando poi la Tunisia, conquistando con merito gli ottavi di finale. Lì trovò la Svizzera, in una delle partite più tese dell’intero torneo,  la gara si concluse 0 a 0 dopo i tempi supplementari e la qualificazione fu decisa ai rigori, con gli ucraini impeccabili dal dischetto. Il sogno si fermò solo ai quarti di finale, contro l’Italia futura campione del mondo, troppo forte e troppo solida. Eppure, uscire tra le prime otto del pianeta rappresentò un risultato enorme, forse insperato, per una nazionale che aveva appena iniziato il proprio cammino nella storia dei Mondiali.
Per la Serbia e Montenegro fu la prima e ultima apparizione sotto quella denominazione. Arrivò al Mondiale con buone aspettative, esperta e forte dotata di una difesa che nelle qualificazioni aveva subito un solo gol, ma visse una delle edizioni più amare del calcio slavo. Perse malamente tutte e tre le partite del girone contro: Olanda, Costa d’Avorio e, soprattutto, contro l’Argentina, che le inflisse un pesantissimo 6 a 0. La nazionale prese presto la via di casa, ma ormai a pochi importavano le sorti di quella selezione strana e poco amata, percepita quasi come un “Frankenstein” del calcio, costruito più per necessità politica che per identità sportiva. Quel Mondiale non fu solo un addio calcistico, ma anche politico, di lì a poco il Paese si sarebbe definitivamente diviso e la Serbia avrebbe iniziato un percorso autonomo, mentre il Montenegro sarebbe diventato uno Stato indipendente. Era la fine di un’era e l’inizio di un’altra.
Anche quella della Repubblica Ceca potrebbe essere considerata una sorta di debutto, se non si tenesse conto dell’eredità lasciata dalla gloriosa Cecoslovacchia. Stessa maglia, stessa bandiera, ma senza più la componente slovacca, dalla quale si era separata consensualmente il 1º gennaio 1993. La Repubblica Ceca non fece grandi cose, venendo eliminata al primo turno. Inserita nel girone con Italia, Ghana e Stati Uniti, iniziò bene il proprio cammino battendo questi ultimi per 3 a 0, ma subì poi due sconfitte decisive contro le altre avversarie, che le chiusero le porte degli ottavi e le aprirono invece quelle della frontiera per il ritorno in patria.
Il Mondiale del 2010, disputato in Sudafrica, fu un torneo che portò con sé un’aria nuova: per la prima volta il calcio più atteso al mondo approdava sul suolo africano. Le partite si svolgevano sotto il frastuono incessante delle vuvuzelas, un ronzio continuo che sembrava il canto collettivo di un popolo finalmente libero, dopo decenni di oppressione, sotto lo sguardo di “Madiba”. In quella cornice vibrante e carica di storia, il torneo accolse soltanto due debuttanti: Slovacchia e Serbia. Due nazioni giovani, nate dagli scossoni politici che negli anni ‘90 ridisegnarono i confini dell’Europa. La Slovacchia era emersa dal pacifico dissolvimento della Cecoslovacchia, come una figlia separata con ferite non visibili ma ardenti di un lontano passato, la Serbia, invece, portava sulle spalle l’eredità più complessa, quella della tormentata disgregazione dell’ex Jugoslavia, segnata dalle sanguinose guerre balcaniche. Due esordi, due storie diverse, unite in un unico palcoscenico: quello di un Mondiale che non celebrava solo il calcio, ma anche la trasformazione dei popoli e la forza della rinascita.
Il Mondiale del 2010 segnò il debutto storico della Slovacchia come nazione indipendente nella fase finale di una Coppa del Mondo. La qualificazione arrivò al termine di una campagna europea lunga e tesa, decisa in una partita rimasta nella memoria del calcio slovacco: la sfida contro la Polonia, giocata nella neve di Chorzów. In condizioni da vecchie coppe europee, con il pallone giallo o arancione che quasi spariva tra i fiocchi, gli slovacchi riuscirono a imporsi 1 a 0 grazie a un’autorete del difensore Gancarczyk, scivolato sul campo imbiancato e finito per spingere il pallone nella propria porta. Giunta in Sudafrica, la Slovacchia debuttò con un pareggio contro la Nuova Zelanda, un 1 a 1 che lasciò più amaro che soddisfazione, visto il gol incassato in pieno recupero. La sconfitta per 2 a 0 contro il Paraguay complicò ulteriormente la situazione: le speranze di qualificazione erano ridotte al minimo. Per passare, sarebbe servita una vittoria quasi impossibile contro l’Italia campione del mondo in carica. Eppure, l’impresa arrivò davvero. In una partita entrata nella storia del calcio slovacco, la squadra di Weiss superò gli Azzurri 3 a 2 al termine di una gara vibrante e nervosa, conquistando la qualificazione agli ottavi e, allo stesso tempo, eliminando l’Italia dalla competizione. Fu il punto più alto del loro torneo. Il cammino si interruppe al turno successivo contro la più esperta e talentuosa Olanda, che si impose 2 a 1. Ma la sconfitta non cancellò il valore del percorso slovacco, un debutto positivo, costruito con carattere e determinazione, che rappresentò non solo un risultato sportivo, ma anche l’affermazione internazionale di un’identità giovane, nata da pochi anni e già capace di lasciare il segno sul palcoscenico più importante.
Al Mondiale sudafricano del 2010 la Serbia fece il suo debutto assoluto come nazione indipendente, un momento storico che aprì un nuovo capitolo nel calcio dei Balcani. Erede della grande Jugoslavia, la squadra serba non era più considerata il “Brasile d’Europa” di un tempo, ma conservava quel talento genuino che aveva fatto sognare generazioni. Sotto la guida esperta di Radomir Antić, la Serbia dominò le qualificazioni europee, chiudendo al primo posto il girone davanti a Francia, Romania, Austria, Lituania e Isole Far Oer, e si presentò in Sudafrica con ambizioni importanti. Il debutto, però, non fu dei migliori. Il 13 giugno 2010, i serbi furono beffati dal Ghana, che segnò all’ultimo respiro su calcio di rigore, lasciando un’amarezza difficile da digerire. Ma la Serbia non si arrese: nella seconda partita affrontò la Germania, una delle favorite del torneo, e riuscì a centrare una vittoria storica per 1 a 0, grazie al gol di Milan Jovanović. Un momento che rimase impresso nei cuori dei tifosi serbi e mostrò al mondo che, nonostante le difficoltà, la squadra poteva competere ad alti livelli. L’illusione di passare il turno svanì nella terza partita contro l’Australia, con la sconfitta che decretò l’eliminazione dei Balcani già alla fase a gironi. Nonostante la delusione per l’uscita prematura, i giocatori tornarono a casa orgogliosi di aver sconfitto la Germania e di aver scritto una pagina importante nella storia del calcio serbo, fatta di orgoglio, passione e talento ancora tutto da esprimere.
Tra le 32 squadre qualificate al Mondiale brasiliano del 2014, c’era una sola debuttante: la Bosnia Erzegovina di Safet Sušić. La squadra balcanica aveva già sfiorato la qualificazione alla rassegna precedente, fermata agli spareggi dal Portogallo. Nel 2014, invece, riuscì a centrare l’obiettivo, vincendo il gruppo europeo “G” davanti a Grecia e Slovacchia. Alla fase finale, la Bosnia fu inserita nel girone con Argentina, Nigeria e Iran. Dopo le sconfitte contro le prime due, la squadra riuscì a vincere solo l’ultima partita contro l’Iran, con il punteggio di 3 a 1. Nonostante la precoce eliminazione, per un paese giovane e ancora segnato da anni di conflitti, quella partecipazione rappresentava molto più di una semplice competizione sportiva: era un simbolo di orgoglio, identità e speranza. Il Mondiale brasiliano rimase nella memoria come il simbolo di un sogno realizzato, un ricordo indelebile che continuava a brillare negli occhi dei tifosi bosniaci, uniti sotto la stessa bandiera e fieri di ciò che avevano conquistato.
Due squadre agli antipodi del globo terrestre e del calcio giocato: Islanda e Panama erano le uniche debuttanti del Mondiale russo del 2018. L’Islanda si qualificò vincendo il girone europeo “I”, superando addirittura la Croazia. Tuttavia, la squadra nordica aveva già fatto parlare di sé due anni prima agli Europei in Francia, dove raggiunse i quarti di finale eliminata solo dalla Francia, dopo aver sorpreso l’Inghilterra agli ottavi. Non era quindi una sorpresa: era una nuova generazione, un modo tutto nuovo di intendere il calcio. Arrivata al Mondiale, guidata da Heimir Hallgrímsson, l’Islanda si fece notare per l’organizzazione tattica e il grande spirito di squadra. L’esordio fu storico, 1 a 1 contro l’Argentina, risultato che già consacrava la piccola nazione nordica come protagonista. Tuttavia, le restanti gare furono più complicate: sconfitta dalla Croazia e dalla Nigeria, la squadra non riuscì a superare la fase a gironi. Nonostante questo, l’esordio di uno dei paesi meno popolosi della storia dei Mondiali fu positivo, grazie alla solidità del gioco e alla compattezza mostrata in campo. Ma ciò che resterà per sempre nella memoria collettiva non fu tanto il risultato quanto l’energia travolgente dei tifosi islandesi. Con il loro celebre “Viking Clap”, o “Geyger Dance”, i sostenitori trasformarono ogni partita in un rituale epico, scandendo il battito di mani in perfetta armonia e crescendo fino a un boato che faceva tremare lo stadio. Un coro che unì tutto il popolo islandese, incarnando il coraggio, l’orgoglio e l’identità di una nazione intera. Quel gesto, semplice ma potentissimo, rimase l’icona di un Mondiale che nessuno dimenticherà.
La partecipazione di Panama al Mondiale 2018 è stata una vera e propria lezione di povertà calcistica. Per la prima volta nella sua storia, la nazionale centroamericana raggiungeva la fase finale, ma con risultati talmente modesti da far dubitare sul senso della loro presenza. Anche la divisa, un anonimo completo rosso talvolta privo di stemma, sembrava anticipare la pochezza mostrata in campo. La qualificazione fu conquistata senza brillare, piazzandosi seconda nel girone CONCACAF dopo prestazioni imbarazzanti contro Haiti e Giamaica, e finendo terza nella fase successiva dietro a Messico e Costa Rica. Alcuni osservatori ironizzarono sul fatto che l’accesso al Mondiale fosse stato agevolato più dal “boicottaggio bianco” di Stati Uniti e Canada per non calcare il suolo russo, anziché da meriti propri. Al Mondiale, inserita nel Gruppo “G” con Inghilterra, Belgio e Tunisia, Panama collezionò tre sconfitte nette, subendo 11 gol e segnandone appena 2. Una prova che, numeri alla mano, lasciava ben poco di cui vantarsi. Al ritorno in patria, la squadra fu accolta con la stessa indifferenza con cui aveva calcato i campi russi: una partecipazione storica sulla carta, ma sul campo una vera e propria sfilata, destinata a restare impressa più per i numeri impietosi che per il calcio mostrato.
Nel 2022 ci fu una sola debuttante: il Qatar, qualificato non per meriti sportivi ma per diritto, in quanto Paese ospitante. Fu il primo Stato arabo a organizzare un Mondiale e la prima nazionale del Golfo a esordire in una Coppa del Mondo “in casa”, un evento che avrebbe dovuto incarnare ambizione, modernità e orgoglio nazionale. Sul campo, però, la realtà si rivelò ben diversa. Il Qatar mostrò fin da subito quanto fosse lontano dagli standard internazionali. Un debutto carico di aspettative si svuotò rapidamente di contenuto, trasformandosi in un’occasione mancata sotto gli occhi del mondo. La partita inaugurale, contro l’Ecuador, terminò con un amaro 0 a 2 e consegnò agli annali un primato scomodo: il Qatar divenne la prima nazionale ospitante nella storia dei Mondiali a perdere la gara d’esordio. Il resto del torneo non offrì redenzione. Le sconfitte contro Senegal e Olanda completarono un percorso senza punti, con un solo gol messo a segno e 7 reti incassate. Numeri severi, tali da rendere la performance del Qatar la peggiore mai registrata da una squadra ospitante. E mentre l’avventura qatariota si chiudeva tra delusione e silenzi, restava una domanda in sospeso: la FIFA guarda ancora al merito sportivo o è sempre più sedotta dalle logiche economiche? Una riflessione inevitabile se si pensa all’imminente ulteriore allargamento del Mondiale, che arriverà a 48 squadre e si pensa già di ampliarlo a 62 diluendo il livello tecnico complessivo. Già dalla prossima estate potremmo intuire cosa ci attende, con nazionali come Giordania, Uzbekistan, Capo Verde o Curaçao pronte a ritagliarsi un posto sulla scena globale. Chissà se assisteremo a inevitabili goleade, un Brasile-Curaçao o una Germania-Capo Verde che, ci costringeranno a tenere il pallottoliere a portata di mano, oppure, come spesso accade nella storia quasi centenaria del Mondiale, potremmo ritrovarci davanti a nuove, sorprendenti favole sportive.
Il Mondiale del 2026 non sarà soltanto il primo a tre Paesi ospitanti, né il più grande mai organizzato. Sarà, soprattutto, la Coppa del Mondo delle nuove frontiere, quella in cui quattro nazioni lontane per storia, geografia e destino varcheranno per la prima volta la soglia del più vasto palcoscenico del calcio globale. Per il momento: Uzbekistan, Giordania, Capo Verde e Curaçao, quattro nomi che fino a pochi anni fa sembravano confinati ai margini del calcio internazionale, oggi diventano simboli dell’allargamento del movimento mondiale. Le loro qualificazioni non sono semplici risultati sportivi: sono racconti di sogni coltivati per decenni, di piccoli miracoli maturati nella pazienza, di popoli che hanno trovato nel pallone una voce, un’identità, un ponte verso il mondo. E mentre queste nuove protagoniste si preparano a vivere la loro prima alba mondiale, lo scenario resta aperto a ulteriori, improbabili comparse. I giochi non sono ancora chiusi per nazioni che sfiorano l’impresa: Kosovo, Albania, Suriname, o persino una sorprendente Nuova Caledonia. Non è escluso il ritorno di vecchie conoscenze del passato, come l’Iraq, gli Emirati Arabi Uniti o quella che un tempo fu lo Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo.
L’Uzbekistan, cuore dell’Asia Centrale, inseguiva il Mondiale da quando aveva iniziato a gareggiare come nazione indipendente. Sempre lì, sempre vicina al traguardo, sempre tradita dal dettaglio finale. Nel 2025, invece, la storia si è sbloccata: una qualificazione conquistata con coraggio e maturità, salutata nel Paese come una vittoria collettiva. Per la prima volta gli “White Wolves” potranno sfidare i giganti del calcio mondiale, portando con sé il peso di un sogno interrotto per generazioni e finalmente realizzato. Il percorso della Giordania invece somiglia alla scalata di una montagna che sembrava troppo alta. Per anni la nazionale ha navigato nella zona grigia del calcio asiatico, a metà tra ambizione e limiti strutturali. Poi, nel 2025, un’esplosione, partite memorabili, una generazione compatta e un popolo che si è stretto attorno alla squadra come mai prima d’ora. La vittoria sull’Oman che ha sancito la qualificazione è diventata un momento storico. Dall’altra parte del mondo, in mezzo all’Atlantico, Capo Verde ha costruito un sogno lentamente, come si scolpisce una pietra con pazienza. Piccolo arcipelago di vento e musica, ha trovato nel calcio un modo per mostrarsi al mondo. La diaspora europea, i talenti cresciuti tra Lisbona e Rotterdam, gli “Squali Blu” diventati negli anni una realtà della Coppa d’Africa: un percorso sorprendente, ma mai casuale. Ora il Mondiale non è più un miraggio: è il traguardo finale di un progetto che ha dato identità a una nazione intera. A Capo Verde, l’esordio non è solo sport: è un’affermazione culturale, un atto di orgoglio. Poi c’è Curaçao, il piccolo gioiello dei Caraibi, dove il calcio viveva all’ombra delle grandi potenze della CONCACAF. Per anni l’isola è rimasta una nota di colore, una curiosità geografica nel panorama mondiale. Finché ha scelto di cambiare destino, investimenti, tecnici olandesi in particolare Dick Advocaat, una generazione nata tra i Paesi Bassi e Willemstad. Curaçao ha preso coraggio, ha vinto, ha sorpreso. Oggi sbarca al Mondiale come una delle storie più romantiche del 2026: un’isola di centocinquantamila anime che si prepara a cantare l’inno davanti al mondo intero. Uzbekistan, Giordania, Capo Verde, Curaçao.Quattro debutti, quattro traiettorie che partono lontano e convergono nella stessa destinazione: Nord America, estate 2026. Non saranno le favorite, e sicuramente non andranno lontano. Ma ogni Mondiale ha bisogno delle sue favole, delle sue sorprese, delle sue prime volte. Il calcio globale cambia, si allarga, accoglie nuove storie. E queste quattro nazioni, con la loro passione e la loro tenacia, saranno il volto più autentico della nuova era del Mondiale.


Grazie, Jules il tuo sogno è stato coronato.

Bibliografia

Barcaroli, Sebastiano. Il grande libro dei Mondiali di Calcio. Bruno Edizioni, 2025.
Bianchi, Roberto. Storia dei Mondiali di Calcio. Editore vari.
Brera, Gianni, a cura di. I mondiali di calcio. Collana storica sportiva italiana.
Brizzi, Riccardo, e Nicola Sbetti. Storia della Coppa del mondo di calcio (1930 2018). Politica, sport, globalizzazione. Le Monnier, 2018.
Buffa, Federico, e Carlo Pizzigoni. Storie mondiali. Un secolo di calcio in 10 avventure. Sperling & Kupfer, 2014.
Cervi, Gino, e Antonio Gurrado. Mondiali. Dal 1930 a oggi. La coppa del mondo e i suoi oggetti di culto. Bolis, 2023.
Ciccarelli, Raffaele, a cura di. Ottanta voglia di vincere. Storia dei mondiali di calcio.
Fiore, Massimo. The Victory. La storia completa dei Mondiali di Calcio. Volume 1. Amazon KDP, 2025.
Fiore, Massimo. The Victory. La storia completa dei Mondiali di Calcio. Volume 2. Amazon KDP, 2025.
Giobbe, Mario, e Giuseppe Rossi. Campioni, campioni, campioni. Storia dei campionati mondiali di calcio.
Trisoglio, Alessandro. I mondiali di Rimet. La coppa del mondo tra il 1930 e il 1970. Bradipolibri, 2012.
La trilogia dei Mondiali di Calcio (emozioni, sfide, almanacco). Edizione omnibus.
FIFA. Coppa del mondo FIFA. La storia ufficiale. Ediz. illustrata.

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