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Giochi senza “Frontiere”

1980-1981 l’anno della riapertura agli stranieri in serie A

Testo di Fiore Massimo

L’estate del 1980 segnò uno spartiacque indelebile per il calcio italiano, dopo quattordici anni di autarchia ferrea, figli della disfatta contro la Corea del Nord nel 1966, l’Italia riaprì finalmente le frontiere. In un clima di euforia ed edonismo, ogni club ebbe a disposizione un’unica "cartuccia" straniera per infiammare le piazze. Se i grandi nomi come Falcao, Brady e Krol rispettarono le attese, la riapertura portò con sé anche storie al limite del surreale, fatte di equivoci tattici, leggende metropolitane e ribellioni notturne. Non  tutti i club si affidarono ad un alfiere d’oltralpe solo undici club su sedici, cinque preferirono ancora una ferrea autarchia, Catanzaro, Ascoli, Cagliari, Como e Brescia.
Il primo degli stranieri giunti in Italia nel 1980 fu Paulo Roberto Falcão. E non arrivò a Roma, vi fu chiamato.
Soprannominato l’“Ottavo Re di Roma”, Falcão atterrò in Italia come si manifesta una profezia. Era il 10 agosto 1980 e il sole di Fiumicino gravava sull’asfalto come una prova iniziatica. Una folla smisurata lo attendeva, compatta, paziente, febbrile. Non aspettava un calciatore, ma un segno. Qualcuno, tra la calca, gli posò sul capo uno zuccotto giallorosso, non fu un gesto folcloristico, ma un rito. In quell’istante, senza bisogno di parole, Roma decise di tornare a credere nel futuro. Eppure, all’inizio, il suo nome non era quello desiderato. La città sognava Zico, l’oro puro del Brasile, il giocoliere capace di trasformare il calcio in incantesimo. Ma Dino Viola, presidente visionario e testardo, scelse Falcão, sostenuto anche da un prestito anticipato concesso dal presidente del Montevarchi, Vasco Farolfi. Una decisione che lasciò perplessi molti, chi era davvero quel centrocampista elegante e riservato, lontano dall’aura abbagliante del mito? Falcão era nato il 16 ottobre 1953 ad Abelardo Luz, nello Stato di Santa Catarina, e aveva imparato il calcio all’Internacional di Porto Alegre, dove aveva esordito in prima squadra nel 1973. In Brasile si era già rivelato per ciò che era, un centrocampista totale, prima ancora che moderno fosse di moda. Con l’Inter vinse tre Campionati Gaúcho consecutivi e tre Campionati brasiliani, diventando l’asse portante della squadra e uno dei giocatori più completi del continente. Già allora lo si riconosceva come un leader naturale, capace di governare il gioco con una calma che sembrava conoscenza anticipata degli eventi. Quando giunse a Roma, accompagnato dall’amatissima madre, Falcão non sentì il bisogno di spiegarsi. Rispose come sapeva fare, giocando. Mise subito in chiaro che non era venuto per intrattenere, ma per vincere. In campo apparve come qualcosa che la città non aveva mai conosciuto. Nils Liedholm, che al calcio chiedeva intelligenza prima ancora che forza, lo definì un genio capace di usare i piedi come un uomo usa le mani. Falcão era ovunque e mai fuori posto, regista e interditore, architetto e manovale, pensiero e azione. Dettava i tempi, ricomponeva il caos, spezzava le trame avversarie con un anticipo che aveva il sapore della preveggenza. Era il cuore geometrico della Roma, il punto fermo attorno a cui tutto trovava equilibrio. L’apice arrivò nel 1983. Dopo quarant’anni di attesa, lo scudetto tornò nella capitale. Falcão ne fu l’anima silenziosa, sette gol in ventisette partite, ma soprattutto una leadership che non chiedeva riconoscimenti. Con lui, la Roma imparò a immaginarsi grande, a pensarsi degna del vertice. A quel trionfo si aggiunsero due Coppe Italia, nel 1981 e nel 1984, che suggellarono un’epoca e fissarono una nuova coscienza collettiva. L’amore della città fu tale che persino Jorge Ben, cantore del Brasile, gli dedicò un LP, quando il calcio diventa cultura, e la cultura memoria. Poi venne la notte. La finale di Coppa dei Campioni del 1984, persa contro il Liverpool all’Olimpico, fu uno spartiacque irreversibile. Falcão vi arrivò segnato da un infortunio all’adduttore, più profondo di quanto si volesse ammettere. Quando, al momento dei rigori, scelse di non calciare, Roma non volle ascoltare ragioni. Quel gesto fu percepito come un tradimento. Dai compagni. Dalla società. Dal popolo che lo aveva incoronato. In una sola notte, il Re divenne imputato. Da lì cominciò la lenta frattura, sospetti, silenzi, veleni, infortuni al ginocchio, visite mediche mancate. Il 1° agosto 1985 il contratto fu rescisso per inadempienze. Nessun commiato, nessun applauso. Falcão tornò in Brasile, al San Paolo, e chiuse la carriera dopo i Mondiali del 1986, portando con sé il peso di un addio mai davvero raccontato. Eppure, Falcão non può essere ridotto a una cronologia di trionfi e cadute. Fu qualcosa di più, un rivoluzionario silenzioso. Dimostrò che uno straniero poteva cambiare non solo il volto di una squadra, ma il modo stesso di pensarsi di un club. Per la Roma fu come un architetto del Rinascimento mandato a lavorare in un cantiere medievale, non si limitò a rinforzare le mura, ridisegnò la struttura. Insegnò a guardare il gioco, e i sogni, con profondità, misura ed eleganza. Con la nazionale brasiliana, collezionò 53 presenze e 15 gol. Fu uno dei cardini del leggendario Brasile del 1982, forse la squadra più bella a non aver vinto, travolta dall’Italia di Bearzot. Il suo gol contro gli Azzurri al Sarriá resta una fotografia incancellabile di quel Mondiale. Dopo il ritiro, Falcão provò le strade dell’allenatore e del dirigente, senza mai trovare la stessa armonia, e infine quella del commentatore, ruolo in cui seppe distinguersi per lucidità e profondità di sguardo. Ma a Roma, al di là delle ferite, delle incomprensioni e del tempo, Paulo Roberto Falcão resta questo, un Re che ha insegnato a una città come si governa il gioco e si immagina il futuro.

William “Liam” Brady non nacque soltanto a Dublino, il 13 febbraio 1956, nacque per abitare il tempo del gioco. In un calcio che spesso correva più veloce del pensiero, lui arrivò come una pausa necessaria, come il respiro che ordina il caos. Mancino naturale, regista per vocazione, possedeva una visione limpida e silenziosa, di quelle che non cercano l’applauso ma lo rendono inevitabile. Ogni suo gesto sembrava preceduto da un’idea, ogni passaggio da una geometria già compiuta. Fu l’Arsenal ad accorgersene per primo. Ancora ragazzo, nel 1971, lasciò l’Irlanda per Londra e si immerse nel cuore del calcio inglese, entrando a far parte di una generazione destinata a lasciare traccia. Con i Gunners Brady crebbe senza fretta, come crescono i giocatori destinati a durare. Divenne presto un fuoriclasse, fino a toccare l’apice nel 1979, la FA Cup, vinta a Wembley, e il titolo di Giocatore dell’anno della PFA (Premier Football Association) lo consacrarono come uno dei migliori interpreti del calcio europeo. Nel 1980 raggiunse anche la finale di Coppa delle Coppe, persa contro il Valencia, ma quel passo mancato sembrò solo prepararlo a un viaggio più profondo. L’estate del 1980 cambiò il destino del calcio italiano. Dopo quattordici anni di chiusura, le frontiere si riaprirono, e con esse la possibilità di un linguaggio nuovo. Fu allora che, grazie all’intuizione del talent scout Gigi Peronace, la Juventus scelse Brady. Era il primo straniero dell’era moderna bianconera, e il suo arrivo fu un segnale chiaro, la famiglia Agnelli voleva ricostruire non solo una squadra, ma un’idea di supremazia fondata sull’intelligenza. A Torino, Brady divenne subito il centro invisibile di tutto. Conquistò due scudetti consecutivi, nel 1981 e nel 1982, guidando la squadra con una sobrietà che rasentava l’ascetismo. Ma il momento che lo rese eterno arrivò lontano dai riflettori, su un campo di provincia. Era il maggio del 1982, a Catanzaro, e la Juventus si giocava il titolo. Brady sapeva già che la società aveva deciso di voltare pagina, che al suo posto sarebbe arrivato Michel Platini. Eppure, quando ci fu da calciare il rigore decisivo, non si tirò indietro. Si assunse la responsabilità, segnò, e consegnò alla Juventus il ventesimo scudetto, la seconda stella. Fu un addio compiuto nel gesto più puro del professionismo, vincere anche quando non conviene più. Lasciata Torino, Brady non smise di appartenere al calcio italiano. Alla Sampdoria trovò una squadra in crescita e le offrì due stagioni di ordine e intelligenza. All’Inter, acquistato per una cifra imponente, portò esperienza in un periodo complesso. All’Ascoli, infine, chiuse il suo cammino italiano vincendo una Coppa Mitropa, come se anche il crepuscolo avesse bisogno di una luce. Con la nazionale dell’Eire fu presenza costante e guida silenziosa, 72 presenze, 9 gol, spesso con la fascia al braccio, sempre con la stessa fedeltà al gioco. Chiuse la carriera nel 1990, al West Ham, e iniziò un nuovo viaggio, questa volta fuori dal campo. Allenò, osservò, formò. Tornò all’Arsenal come custode del settore giovanile, ruolo che mantenne fino al 2014, trasmettendo ai più giovani ciò che aveva sempre incarnato. Tra il 2008 e il 2010, fu anche al fianco di Giovanni Trapattoni sulla panchina dell’Irlanda, come se il cerchio, iniziato in Italia, avesse bisogno di chiudersi lì. Liam Brady rimane, nella memoria del calcio, qualcosa di raro, un professionista senza ombre, un architetto del centrocampo che costruiva senza distruggere, che governava senza imporsi. In un’epoca di rumore, fu misura. In un gioco spesso dominato dall’urgenza, insegnò la pazienza. E per questo, ovunque abbia giocato, è rimasto non solo ricordato, ma rispettato.

Seduto oggi sotto il sole di Malaga, i ricordi di Rudolf Jozef Krol, meglio conosciuto come Ruud Krol, scorrono come le geometrie perfette che un tempo tracciava sul prato verde. C’è una malinconia sottile nel ripercorrere una vita vissuta a dettare il ritmo dello spazio, partendo dai canali di Amsterdam, dove il calcio non era solo un gioco, ma una forma di architettura fluida. Tutto ebbe inizio all’Ajax, sotto lo sguardo severo e visionario di Rinus Michels. Rudy era nato come terzino destro, ma la partenza di Van Duivenbode lo spostò sulla fascia sinistra, trasformandolo nel pilastro di una rivoluzione. Insieme a Wim Suurbier, diede vita alla leggendaria coppia soprannominata “Snabbel e Babbel”, non semplici difensori, ma i primi attaccanti di un’epoca che stava riscrivendo le regole del calcio mondiale. Eppure, la bellezza del “Calcio Totale” ebbe per lui un prezzo amaro. Nel 1971, mentre i suoi compagni sollevavano la prima Coppa dei Campioni a Wembley, Krol restava a casa, con una gamba rotta e un dolore silenzioso che solo il ritorno trionfale nelle finali del 1972 e 1973 avrebbe potuto lenire. Poi venne il 1974, l’anno della celebre “Arancia Meccanica”. Krol era l’energia pura che correva sulla fascia, capace di scagliare un leggendario tiro da 25 metri nel cuore dell’Argentina e di servire l’assist perfetto per il volo di Johan Cruijff contro il Brasile. La gloria mondiale, però, sfuggì tra le dita, lasciando un senso di incompiutezza solenne. Quattro anni dopo, nel 1978, l’architetto cambiò prospettiva. Senza Cruijff, Krol prese la fascia di capitano e si spostò al centro, nel ruolo di libero. Non era più solo corsa, era intelligenza tattica superiore. Leggeva il gioco prima che accadesse, guidando la squadra con maestà silenziosa fino a un’altra finale, un altro secondo posto che profumava di leggenda. Quando il vento lo portò a Napoli nel 1980, Rudy non trovò solo una squadra, ma un popolo. Ribattezzato “Grande Rudy” e “Il Tulipano Azzurro”, divenne il sovrano di un San Paolo che ammirava i suoi lanci da 50 metri come opere d’arte. La sua eleganza non si limitava al campo. Quando, nel novembre 1980, il terremoto colpì la città, Krol non si voltò dall’altra parte, scese tra le macerie, aiutando chi aveva perso tutto. Quell’umanità, unita a prestazioni che gli valsero il Guerin d’Oro nel 1981, lo rese immortale. L’epilogo arrivò nel 1984, con un addio malinconico dettato dalle leggi del mercato. Il Napoli doveva fare spazio a un nuovo re, Diego Armando Maradona. Krol se ne andò in silenzio, consapevole di aver lasciato non solo un’eredità tecnica, ma un’anima. L’epilogo portò con sé il sapore amaro della malinconia. Fu un addio silenzioso, accettato con la stoica consapevolezza che “nessun giocatore è più grande del club”. Oggi, Krol osserva il mare di Malaga come un veterano che ha saputo fondere la metodica rigidità olandese con l’anima vibrante del Mediterraneo. Rimane un nomade dello spirito, un uomo che ha attraversato continenti portando con sé lo spartito del calcio perfetto, ricordato ovunque come l’ultimo grande libero che sapeva dare del “tu” allo spazio. Ruud Krol, nato il 24 marzo 1949 ad Amsterdam, crebbe nel settore giovanile dell’Ajax e debuttò in prima squadra nel 1968, imponendosi rapidamente come terzino sinistro grazie alla sua velocità, intelligenza tattica e precisione nei passaggi, per poi trasformarsi in libero, ruolo in cui divenne il cuore della difesa e un regista arretrato capace di impostare il gioco e partecipare all’attacco, contribuendo alla rivoluzione del “Calcio Totale” guidata da Rinus Michels e Ștefan Kovács; con l’Ajax vinse nove campionati olandesi, sei Coppe d’Olanda, quattro Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale e una Coppa UEFA, distinguendosi per i lanci millimetrici e la capacità di leggere il gioco come pochi altri al mondo. Con la nazionale olandese, di cui fu pilastro dagli anni ‘70, disputò 83 partite e segnò quattro gol, partecipando ai Mondiali del 1974, quando fu terzino instancabile nella leggendaria squadra dell’“Arancia Meccanica”, e del 1978, quando senza Cruijff guidò la squadra da libero e capitano fino alla finale persa contro l’Argentina, oltre agli Europei del 1980. Dopo l’Ajax intraprese una carriera internazionale, approdando al Napoli tra il 1980 e il 1984, dove fu soprannominato “Tulipano Azzurro” per la sua eleganza tecnica e leadership, vincendo il Guerin d’Oro nel 1981, e chiudendo da giocatore con i Vancouver Whitecaps nel 1984. Difensore versatile, abile nei passaggi lunghi, forte nei contrasti e leader naturale, Krol rimane uno dei più grandi interpreti del Calcio Totale, e dopo il ritiro intraprese la carriera di allenatore guidando squadre come Malines, Ajax, Servette, Étoile du Sahel, Zamalek, Al-Wahda e diverse nazionali tra cui Tunisia ed Egitto, ottenendo successi continentali e lasciando un’eredità di disciplina tattica, intelligenza in campo e rispetto per il gioco che lo consacrano come maestro sia come giocatore sia come tecnico.

Nato a Wagenberg, tra i canali e i mulini del Brabante, Van de Korput cresce respirando il calcio come fosse aria e acqua, fino a fondersi con le geometrie del Feyenoord, dove negli anni formativi impara la disciplina e il rigore del Calcio Totale. È lì, tra il vento tagliente di Rotterdam e le tribune gelide del De Kuip, che forgia i lunghi baffi che diventeranno il suo marchio di fabbrica, lanciando palloni oltre le linee avversarie e inventandosi libero spregiudicato prima ancora che fosse una figura compresa appieno dal calcio italiano. L’anno è il 1980 i club italiani possono finalmente accogliere stranieri. Il Torino, deciso a rinvigorire una difesa vecchia e prevedibile, lo acquista per 670 milioni di lire, grazie alla mediazione del suocero di Johan Cruijff, e con l’approvazione di Ruud Krol, che lo suggerisce ai dirigenti granata come il tassello mancante per portare un soffio di Olanda sotto la nebbia torinese. Van de Korput arriva nel capoluogo piemontese spaesato, come un vento del Nord che si infrange tra il freddo e l’odore della polvere degli anni settanta, portando con sé un’idea di gioco libera e verticale, non ancora compresa dalle marcature serrate della Serie A. L’esordio è quasi una maledizione, in Coppa UEFA, contro il Molenbeek, un’autorete dopo soli trenta minuti segna l’inizio di una parentesi tormentata. Eppure, la sua personalità non si spegne. Il suo gioco, tra corse in avanti e inserimenti davanti allo stopper, suscita ammirazione per la puntualità offensiva e critiche per l’eccessiva libertà tattica, come se la nebbia di Torino nascondesse agli occhi dei tifosi le traiettorie perfette del suo pensiero calcistico. I lunghi baffi e il cognome impronunciabile gli valgono un soprannome ironico, “Dolce Euchessina”, e tra il sarcasmo e l’affetto dei sostenitori, Van de Korput si muove sulla fascia come un uomo sospeso tra due mondi, quello rigoroso dell’Olanda e quello difensivista del calcio italiano. Sotto la guida di Giacomini e poi di Bersellini, cambia ruolo più volte, da stopper a terzino, adattandosi alle esigenze tattiche senza perdere l’eleganza del passo e la visione del campo. È nel aprile del 1983, contro il Verona, che segna il suo unico gol in Serie A, un lampo di gloria che illumina una carriera altrimenti fatta di sacrifici e rincorse tra nebbia e vento. Tornato al Feyenoord, finalmente ottiene il coronamento dei sogni giovanili, vincendo il campionato 1983-84, sotto un cielo di Rotterdam che sembra riconoscerlo come figlio prodigo. La fine della carriera professionistica arriva al Colonia, spezzata da un grave infortunio al tendine d’Achille, il campo non è più suo, e le luci degli stadi si spengono. Ma Van de Korput non scompare, si reinventa uomo tra gli uomini, lavorando come fattorino, bidello in una scuola per disabili e operatore al computer per camion cisterna, mestieri umili che non cancellano la dignità che ha sempre portato con sé. E così, tra la nebbia di Torino e il vento di Rotterdam, tra il fragore degli stadi e il silenzio dei corridoi di una scuola, rimane il ritratto di un calciatore che ha conosciuto l’Europeo del 1980 con l’Olanda e un uomo che ha imparato a vivere senza applausi, mantenendo intatta la grazia di chi sa che la vera grandezza non è nei trofei, ma nella misura con cui si affronta la vita.


Il 27 maggio 1987, sotto le luci del Praterstadion di Vienna, la storia del calcio stava per essere scritta da un uomo che, pochi anni prima, era arrivato in Europa quasi per caso. Juary Jorge dos Santos Filho, un minuto attaccante brasiliano di appena 168 centimetri, sedeva in panchina osservando il suo Porto soffrire contro la corazzata del Bayern Monaco. La sua odissea era iniziata nel 1980, quando i dirigenti della squadra messicana dell’Universidad de Guadalajara lo avevano convinto a salire su un aereo con il pretesto di visionare alcuni talenti in Italia. Solo a metà del volo, tra un bicchiere di vino e l’altro, Juary scoprì la verità, era stato venduto all’Avellino. Al suo arrivo in Irpinia, il presidente Sibilia lo squadrò con scetticismo, chiedendosi se quel "piccolino" potesse davvero reggere l’urto della Serie A. Eppure, Juary divenne rapidamente un idolo, portando un sorriso a una terra devastata dal terremoto del 23 novembre 1980. Fu lì che l’Italia imparò a conoscere il suo rito, tre giri di danza attorno alla bandierina del calcio d’angolo dopo ogni gol, un gesto di gioia pura nato ai tempi del Santos. Tuttavia, dopo le stagioni con i "Lupi", la sua stella sembrava essersi offuscata. I passaggi all’Inter, all’Ascoli e alla Cremonese non avevano restituito lo splendore degli anni irpini; a Milano, in particolare, Juary ammise di non essersi sentito pronto per la pressione di un grande club. Sembrava l’inizio di una parabola discendente, finché non arrivò la chiamata del Porto nel 1986. Quella notte a Vienna, il Bayern conduceva per 1 a 0 grazie a un colpo di testa di Ludwig Kögl. Nell’intervallo, l’allenatore Artur Jorge decise che era il momento di rischiare, fuori Quim, dentro Juary. Al 77° minuto, il brasiliano scattò sulla fascia e mise al centro un pallone che l’algerino Rabah Madjer insaccò con un colpo di tacco leggendario, passato alla storia come il "Tacco di Allah". Ma il destino aveva in serbo un premio finale proprio per il ragazzo di Rio. All’80° minuto, le parti si invertirono, Madjer crossò e Juary si avventò sul pallone, superando Jean-Marie Pfaff e siglando il definitivo 2 a 1. In quel momento, non ci fu bisogno di ballare attorno alla bandierina; Juary cadde in ginocchio in un’esultanza mistica, consapevole di aver consegnato al Porto la sua prima Coppa dei Campioni. Oggi, Juary è tornato in Brasile, dove mette la sua enorme esperienza al servizio dei più giovani come scout e allenatore, continuando a cercare quel talento e quella gioia che lo hanno portato dai vicoli di Rio alla vetta d’Europa.

Come già detto all’alba degli anni ‘80, il calcio italiano si aprì al mondo come un teatro sospeso tra sogno e incubo, e in quella stagione di euforia e novità la Pistoiese, neopromossa per la prima volta nella sua storia in Serie A, decise di scommettere su un giovane talento brasiliano, Luís Sílvio Danuello. Nato in Brasile, il suo arrivo a Pistoia ha il sapore di una sceneggiatura cinematografica, il presidente Marcello Melani inviò il vice-allenatore Giuseppe Malavasi a cercare in Sudamerica un centravanti che potesse garantire la salvezza; tra un’amichevole e l’altra, a Ponte Preta, Malavasi rimase folgorato da un ragazzo che segnò due gol con naturalezza e tecnica superiore, e decise che quello era l’uomo giusto. L’acquisto fu perfezionato per circa 170 milioni di lire, e il 10 agosto 1980, nello stesso volo che portava Paulo Roberto Falcão alla Roma, Luís Sílvio mise piede in Italia, ignaro che un semplice malinteso linguistico avrebbe scritto il suo destino, alla domanda se fosse una “punta”, rispose di sì, confondendo il termine italiano con il portoghese “ponta”, che indica invece l’ala destra. Il calcio italiano, fisico e tattico, non perdonava ingenuità, costretto a giocare come centravanti, ruolo per il quale non aveva né il fisico né le caratteristiche, Luís Sílvio apparve subito come un “oggetto misterioso”, un uomo fuori posto tra difensori pronti a strozzare ogni tentativo. Il suo stile, fatto di scatti in fascia e cross millimetrici, fu mortificato dalla posizione centrale, e in campo la sua leggerezza si scontrava con la durezza dei marcatori italiani, mentre il pubblico osservava incredulo i suoi movimenti spaesati. Solo in un momento di rara gloria, fornendo il cross per il primo storico gol della Pistoiese in Serie A contro l’Udinese, sembrò ricordare a tutti la promessa che lo aveva portato dall’altra parte del mondo. Le sei presenze in campionato furono un susseguirsi di frustrazione e incomprensione tattica, e sotto le gestioni di Lido Vieri e Edmondo Fabbri la meteora brasiliana si spense rapidamente, schiacciata dalla nostalgia e dalla rigidità di un calcio che non perdona errori di interpretazione. Tornò in Brasile nella primavera del 1981, lasciando dietro di sé una scia di leggende metropolitane, si disse che avesse venduto gelati fuori dallo stadio o partecipato a film a luci rosse, dicerie che il calciatore smentì solo molti anni dopo, nel 2007. Riprese la carriera in patria, militando in club come Botafogo e Náutico, prima di ritirarsi e dedicarsi a lavori umili come la vendita di ricambi per macchine industriali, mantenendo una dignità silenziosa che brillava più di ogni trofeo. La parabola di Luís Sílvio Danuello rimane nella memoria collettiva come il prototipo del “bidone” della Serie A, una meteora nata da un equivoco linguistico su una vocale, un’ala trasformata per errore in centravanti, un talento brasiliano che il destino e la nebbia italiana hanno trasformato in leggenda al contrario, ispirando il personaggio di Aristoteles nel film “L’allenatore nel Pallone” e incarnando per sempre l’anima surreale e romantica del calcio di provincia degli anni ‘80.

Nato a Colonia nel 1953, Herbert Neumann, talvolta citato erroneamente come Hernìbert, muove i suoi primi passi tra i campi polverosi del quartiere di Porz, dove l’aria sa di birra e di calcio amatoriale, e dove un giovane biondo dai capelli fluenti inizia a tracciare dribbling e passaggi millimetrici. Scoperto nel 1969 dall’occhio attento di Josef Röhrig, allenatore delle giovanili del Colonia, Neumann cresce tra allenamenti meticolosi e domeniche di gloria, affinando una tecnica sopraffina che presto lo consegnerà alla prima squadra nell’autunno del 1972. Viene subito indicato come l’erede naturale del leggendario Wolfgang Overath, e in effetti la sua classe e il senso del gioco lo rendono un centrocampista completo, capace di dettare i tempi con precisione quasi geometrica. Uno dei momenti più alti della sua carriera giovanile è il gol del pareggio nella finale della Coppa di Germania del 1973 contro il Borussia Mönchengladbach, un lampo di talento in una notte di delusione per la sconfitta finale, ma già allora emerge il suo carattere da bon vivant, capace di vivere la vita con leggerezza e ironia, talvolta in contrasto con l’esigente Hennes Weisweiler. Tra il 1977 e il 1978 raggiunge l’apice del successo, conquistando la Coppa di Germania e il leggendario "double", Campionato e Coppa, un trionfo che consacra il suo talento, ma la sfortuna non gli dà tregua, l’esordio in Nazionale nel 1978 contro l’Inghilterra si rivela un preludio amaro, perché un grave infortunio lo priva della possibilità di partecipare ai Mondiali in Argentina, privandolo di un palcoscenico mondiale che avrebbe meritato. Nel 1980, con la riapertura delle frontiere nel calcio italiano, Neumann approda all’Udinese, pagato circa un milione di marchi, diventando il primo calciatore straniero della storia moderna dei friulani. A lui vengono affidate le chiavi del centrocampo come regista, e il suo arrivo ha l’eco di un piccolo evento epocale, un tedesco elegante e tecnicamente perfetto a dirigere le operazioni tra i confini ancora ristretti della Serie A. Ma il sogno si infrange presto contro i limiti della realtà, la lentezza congenita di Neumann, così tollerata in Germania, diventa un problema nei ritmi più serrati e difensivamente asfissianti del campionato italiano. L’esordio è amaro, una sconfitta per 0 a 4 contro l’Inter, e l’Udinese attraversa una stagione tormentata con tre cambi di allenatore, riuscendo a salvarsi solo all’ultima giornata grazie a una vittoria sul Napoli. In venticinque presenze, Neumann lascia solo un segno tangibile, il gol segnato contro la Pistoiese, piccolo lampo in una stagione di luci e ombre. Al termine dell’esperienza friulana, l’Udinese lo sostituisce con il brasiliano Orlando Pereira, e Neumann si trasferisce al Bologna, dove vive un’annata segnata da infortuni e dalla retrocessione in Serie B, ma riesce comunque a farsi apprezzare come suggeritore per il giovane Roberto Mancini e segna, ironia della sorte, il suo unico gol rossoblù proprio contro la sua ex squadra, l’Udinese, in un pareggio per 2 a 2. Dopo alcuni provini falliti con Arsenal, Basilea e Norimberga, fa ritorno al Colonia per un’ultima affermazione, la Coppa di Germania del 1983, prima di concludere la carriera tra Olympiakos Pireo e Chiasso, spostandosi da un paese all’altro come un viaggiatore alla ricerca di spazi dove il suo talento potesse ancora respirare. Appesi gli scarpini al chiodo, Herbert Neumann intraprende la carriera di allenatore, portando la sua esperienza e la sua visione del gioco in giro per l’Europa, guidando squadre come Zurigo, Vitesse e Anderlecht, trasmettendo disciplina, intelligenza tattica e quel tocco di leggerezza che aveva caratterizzato la sua carriera da giocatore, un talento cristallino, a volte limitato dai ritmi della vita, ma capace di lasciare una traccia indelebile ovunque sia passato.

La storia di Herbert Prohaska è quella di un fuoriclasse dell’umiltà, un uomo che seppe fondere l’eleganza del valzer viennese con la concretezza del calcio italiano. Nato a Vienna nel 1955, in una famiglia di umili origini, iniziò a rincorrere il pallone a soli quattro anni sotto lo sguardo vigile del padre, operaio e allenatore, che intuì subito la purezza del talento del figlio. Folti riccioli biondi gli valsero il soprannome affettuoso di “Schneckerl”, e sin dai primi passi con l’Austria Vienna mostrò una visione di gioco fuori dal comune, diventando in otto anni il perno del centrocampo e conquistando quattro titoli nazionali e tre Coppe d’Austria, segnando ogni partita con l’eleganza discreta di chi sa dirigere senza rumore. Il grande salto verso il calcio internazionale avvenne nel 1980, quando l’Inter decise di affidarsi a lui come primo straniero dopo quattordici anni di autarchia. L’inizio in Italia fu complicato, il rigore tattico della Serie A metteva alla prova la sua intelligenza, ma Prohaska trasformò ogni difficoltà in opportunità, imponendosi come regista imprescindibile sotto la guida di Bersellini. Scherzosamente I tifosi lo soprannominarono “Lumachina” per la sua andatura mai veloce, eppure la sua lentezza apparente era inganno, ogni passaggio, ogni scelta era calcolata con la precisione di un orologio viennese. Con l’Inter sollevò la Coppa Italia nel 1982, ma il mancato rinnovo contrattuale lo costrinse a cambiare aria, aprendogli la strada verso Roma. Nella Roma di Nils Liedholm, al fianco di campioni come Falcão e Ancelotti, Prohaska scrisse il capitolo più glorioso della sua avventura italiana. La stagione 1982-1983 lo vide guidare i giallorossi allo storico Scudetto, fornendo prestazioni che ancora oggi restano scolpite nella memoria del campionato italiano. Nonostante l’amore per la città e il tifo, fu costretto a partire a causa di complesse vicende di mercato legate al rinnovo di Falcão e al tesseramento di Cerezo, tornando alla sua amata Austria con la soddisfazione di chi aveva toccato il cielo calcistico. Oltre ai successi nei club, Prohaska fu il cuore pulsante della nazionale austriaca, collezionando 83 presenze e guidando la squadra in momenti leggendari, come la vittoria contro la Germania Ovest ai Mondiali del 1978. Dopo il ritiro nel 1989, intraprese una carriera altrettanto prestigiosa da allenatore e da commentatore televisivo per il canale ORF, confermando il suo ruolo di icona del calcio austriaco. Nel 2004 la sua grandezza fu sancita ufficialmente con la nomina a calciatore austriaco del secolo, e nel 2012 dimostrò ancora una volta il suo spirito iconico partecipando come ambasciatore alla campagna “Movember”, un iniziativa di crescita dei baffi per sensibilizzare la salute degli uomini e sul cancro alla prostata. La carriera di Herbert Prohaska è stata come un orologio di alta precisione viennese, apparentemente lento nel suo ticchettio, ma capace di scandire ogni momento del gioco con una precisione e un’eleganza che non hanno mai tradito il talento di chi sa dominare il tempo e lo spazio del campo senza bisogno di fretta.

La vita di Enéas de Camargo scorreva come una pagina di realismo magico sudamericano, dove talento e malinconia danzavano insieme senza mai raggiungere un vero lieto fine. Nato a San Paolo nel 1954, crebbe a pochi passi dallo stadio della Portuguesa, club che lo consacrò leggenda, dove segnò 179 reti e conquistò il titolo Paulista del 1973. Era un artista del pallone, capace di giocate sublimi e di lunghi momenti di assenza dal gioco, tanto che i tifosi lo accusavano di “dormire” in campo. Eppure, quando la palla arrivava ai suoi piedi, il tempo sembrava fermarsi; si racconta che una volta, dopo aver raccolto una radiolina lanciata da un tifoso infuriato, la posò a terra, scartò due avversari e segnò un gol memorabile. L’avventura italiana lo portò a Bologna nell’agosto del 1980, tra il sole del Brasile e la nebbia della Pianura Padana. Non sapeva nemmeno dove fosse la città, il procuratore gli aveva detto solo che l’Italia era accogliente e la squadra forte. Alla quarta giornata trascinò il Bologna a una storica vittoria contro la Juventus a Torino, facendo impazzire la difesa della “Nazionale”. Ma con l’arrivo dell’autunno la magia cominciò a sbiadire, il freddo pungente, la neve mai vista e la nebbia interminabile avvolgevano il figlio del sole, che scendeva in campo in guanti e calzamaglie di lana, diventando una mascotte malinconica. Un grave infortunio al bicipite femorale e la saudade condivisa con la moglie lo tennero lontano dal campo per mesi. Nonostante gli errori sotto porta e un rendimento discontinuo, il pubblico lo amò profondamente per la gentilezza e il sorriso perenne. Segnò un solo gol al Dall’Ara, celebrato da un boato di affetto che sembrava sospendere il tempo. Quando la dirigenza lo cedette all’Udinese in cambio di Herbert Neumann, Enéas non scese mai in campo per i friulani e tornò in Brasile al Palmeiras. Ma il ginocchio, mai curato bene in Italia, continuava a tormentarlo, e la sua brillantezza svanì tra squadre minori fino a un ritiro precoce a soli trentatré anni. Lontano dal prato verde, il sorriso proverbiale si spense, cedendo il passo a depressione e, secondo alcune testimonianze, all’alcolismo. Il destino lo attese sulla Avenida Cruzeiro do Sul di San Paolo, nella notte del 22 agosto 1988. Alla guida della sua Opel Monza, si schiantò contro un camion; l’orrore dell’incidente fu aggravato dal gesto vile di un tassista che, arrivato per primo, lo derubò dei soldi della vendita di una casa e della catenina d’oro al collo. Lottò tra la vita e la morte in terapia intensiva per 127 giorni, fino a spegnersi il 27 dicembre 1988 a causa di una broncopolmonite che stroncò un corpo ormai martoriato. Aveva solo trentaquattro anni. Quando la notizia giunse in Italia, Bologna non lo aveva dimenticato, durante la partita contro l’Ascoli, molti tifosi piansero quel “brasiliano triste” che aveva riscaldato i loro cuori durante un solo, indimenticabile inverno. Enéas de Camargo fu come un aquilone dai colori vivaci, capace di volare altissimo nei cieli del Brasile, ma che finì per impigliarsi nei rami gelidi di un inverno europeo troppo rigido per la sua natura sottile. Un fuoco breve e intenso, un sogno sfiorato che rimase scolpito nella memoria di chi ebbe la fortuna di vederlo danzare sul prato.

L’estate del 1980 la Fiorentina del neopresidente Ranieri Pontello fece parlare di sé assicurandosi il fuoriclasse argentino Daniel Ricardo Bertoni, l’ala argentina che solo due anni prima aveva sigillato con un gol la finale del Mondiale 1978. Soprannominato affettuosamente “Puntero” dalla tifoseria viola, Bertoni non era solo un goleador, ma un calciatore capace di dominare la fascia con dribbling secco, tiro potente e carisma naturale. Nelle prime settimane a Firenze, i tifosi lo notarono scherzosamente mentre cercava l’ombra della tribuna nelle giornate più calde, ma ben presto il suo talento travolgente trasformò quella timidezza iniziale in ammirazione e devozione, ogni accelerazione, ogni diagonale, ogni gol era una piccola poesia in movimento. L’apice della sua avventura fiorentina arrivò nella stagione 1981-1982, un anno in cui la Fiorentina lottò fianco a fianco con la Juventus per lo Scudetto fino all’ultima giornata. Bertoni fu protagonista assoluto, disputando tutte le trenta partite e segnando nove reti, insieme a “Ciccio” Graziani il miglior marcatore della squadra. Eppure, il sogno svanì a Cagliari, un gol annullato per un presunto fallo di Bertoni sul portiere Conti, un rigore che consegnò la vittoria alla Juventus a Catanzaro, e il trionfo sfuggito di un soffio. Di fronte al celebre motto dei tifosi viola “meglio secondi che ladri”, Bertoni, con il suo carattere ardente e provocatorio, rispondeva, “meglio ladri che secondi”, incarnando lo spirito irriducibile dell’argentino. Bertoni fu artefice di falli plateali e subì parecchie espulsioni, il suo carattere frizzantino non lo aiutava in campo. La stagione successiva lo mise alla prova con un’epatite virale che lo tenne lontano dai campi per quattro mesi, ma al suo ritorno il talento non aveva perso un grammo della sua magia, segnò dieci gol nella stagione 1983-1984, confermando il suo valore. Nonostante l’amore viscerale per Firenze, scoppiò in lacrime quando gli annunciavano la cessione, nel 1984 Bertoni dovette lasciare la città per approdare al Napoli, dove incontrò nuovamente il connazionale Diego Armando Maradona. Insieme formarono una coppia d’attacco di altissimo livello, realizzando quattordici reti in due stagioni, tra splendidi gol e qualche contrasto con il tecnico Ottavio Bianchi. La carriera italiana di Bertoni si concluse all’Udinese nella stagione 1986-1987, lasciando dietro di sé un curioso destino, uomo da “scudetti sfiorati”, vide la gloria sfuggirgli per un soffio, lasciando squadre come Fiorentina e Napoli proprio prima che conquistassero il titolo. Eppure, il legame con l’Italia non si spezzò mai, a Firenze, a Napoli, a Udine, Bertoni mantenne un filo invisibile che lo legava al paese, alle sue strade, ai tifosi che lo avevano amato. Ancora oggi ama definirsi “sempre italiano”, un sentimento che risuona in ogni invito ricevuto dalle istituzioni e in ogni ricordo di quei giorni di gloria e malinconia, quando il calcio era un sogno condiviso tra sudore, passione e poesia. Daniel Ricardo Bertoni nacque nel 1955 a Bahía Blanca, Argentina, e fin da giovane mostrò qualità tecniche fuori dal comune, dribbling secco, tiro potente e un istinto naturale per il gol. Esordì in patria con il Club Atlético Independiente, dove si affermò come uno degli esterni più talentuosi, contribuendo a vincere numerosi titoli nazionali e internazionali, tra cui tre Coppe Libertadores (1972, 1973, 1974) e la Coppa Intercontinentale del 1973. Nel 1978, coronò il sogno di ogni calciatore segnando in finale la rete che consegnò all’Argentina il suo primo Campionato del Mondo. Dopo l’esperienza italiana fece ritorno in Argentina, chiudendo la carriera professionistica con club minori. Ancora oggi, il suo legame con il calcio italiano resta vivo, testimoniato dall’affetto dei tifosi e dai ricordi delle sue giocate spettacolari, che ne fanno un simbolo del talento argentino in Serie A.

Nell’estate del 1980, mentre l’Italia del calcio cercava di scrollarsi di dosso la polvere del «Totonero», a Perugia giunse un centravanti argentino dal nome che suonava come una promessa e, al tempo stesso, come un presagio, Sergio Elio Ángel Fortunato. Nonostante il cognome, il suo viaggio nel Bel Paese fu segnato da un destino che i latini avrebbero definito nomen omen al rovescio, rendendolo, per sua stessa ammissione, «il più straniero degli stranieri». Fortunato arrivò preceduto da una fama folgorante, era l’uomo che in Argentina aveva conteso il titolo di capocannoniere a un giovanissimo Diego Armando Maradona, segnando diciannove reti in una sola stagione con l’Estudiantes. Il Perugia, gravato dal fardello di cinque punti di penalizzazione e orfano del suo idolo Paolo Rossi, investì 780 milioni di lire per farne il nuovo signore delle aree di rigore. Tuttavia, l’animale d’area, capace di colpi di testa micidiali, si trovò presto prigioniero di uno scacchiere tattico che non prevedeva fantasia né istinto. L’allora giovane tecnico Renzo Ulivieri, guidato da un’eccessiva prudenza, decise di snaturarlo completamente. Invece di lasciarlo gravitare vicino alla porta avversaria, lo costrinse a lunghi e sfiancanti ripiegamenti sulla fascia sinistra, sacrificandolo in compiti di pressing sui difensori. Fortunato inseguiva palloni nella propria metà campo invece di essere inseguito dai marcatori, trasformandosi rapidamente in un «oggetto misterioso» agli occhi di una tifoseria che non riusciva a comprendere il suo disagio. Il dialogo tra calciatore e allenatore diventò una babele linguistica, «Io dicevo birra toccando la palla e l’allenatore intendeva invece rabarbaro», avrebbe ricordato l’attaccante con amaro sarcasmo. Il campionato scivolò via verso una retrocessione ormai segnata, mentre l’orgoglio del goleador ferito covava sotto la cenere. Fu solo negli ultimi scampoli della stagione che Sergio Fortunato ritrovò il suo sussulto vitale, il 17 maggio 1981, subentrando a San Siro contro l’Inter, siglò il gol della bandiera in una sconfitta per 3 a 1. La domenica successiva, allo stadio Curi, segnò al 33’ la rete decisiva contro il Torino, regalando ai «Grifoni» una vittoria beffarda che servì solo a evitare l’ultimo posto in classifica. Quei due gol furono la sua personale rivincita contro un sistema che lo aveva voluto artista mancato e gregario forzato. Dopo appena dodici presenze in Serie A, Fortunato lasciò l’Italia per proseguire la carriera tra Spagna e Austria, prima di tornare nella sua Mar del Plata. Appesi gli scarpini al chiodo nel 1985, intraprese la gestione di un locale e, successivamente, la carriera di procuratore sportivo, seguendo tra gli altri gli interessi di Mauro Germán Camoranesi. Di lui resta il ricordo malinconico di un fuoriclasse incompreso, vittima di un equivoco tattico in un’epoca in cui il calcio italiano preferiva ancora «il quantitativo correre» alla poesia del gol. Sergio Fortunato fu come un libro prezioso rilegato in una lingua che, in quel Perugia tormentato, nessuno ebbe la pazienza o il desiderio di tradurre correttamente.
Ma ci sono stranieri che non videro mai il campo;

Roma, estate del 1980, mentre la sponda giallorossa gioiva per l’arrivo del brasiliano Falcao, anche il vento laziale portava con sé l’eco di novità, il profumo di frontiere riaperte e il sogno di un calcio che si faceva internazionale. In quell’atmosfera di attese e di applausi, René Van de Kerkhof sbarcò nella capitale con le inconfondibili lunghe basette bionde e gli occhiali scuri, retaggio di un’epoca di contestazioni ormai in via di spegnimento, e fu accolto come un re destinato a scrivere una pagina memorabile della storia biancoceleste. Ma il destino fece i suoi capricci, la Lazio, già immersa in un mare di problemi e scandali, fu colpita dalla sentenza della CAF e la retrocessione in Serie B per il “Totonero” divenne inevitabile, cancellando con essa la possibilità di vedere il "Tulipano" in campo. Cinque giorni appena, tra il ritiro a San Terenziano e le corse a Tor di Quinto, e poi l’addio obbligato, un ritorno in Olanda più rapido di quanto la memoria potesse trattenere. Quella permanenza fulminea rimase come un miraggio estivo, la promessa di un capolavoro mai dipinto, di una magia sfiorata ma mai concretizzata. Ai tifosi restò il ricordo della folla in delirio, delle mani alzate tra via Col di Lana e Piazza Mazzini, e della maglia biancoceleste mai bagnata dal sudore di un gol. Un’apparizione effimera, fragile come un’alba tra le ombre, eppure luminosa nel suo tragico splendore, il sogno di René Van de Kerkhof alla Lazio, un fiore mai sbocciato nel giardino della Serie A.

Tra alti e bassi, tra retrocessioni soffocate all’ultimo respiro e salvezze strappate con orgoglio, la Serie A 1980-81 rimase negli annali come l’anno della grande metamorfosi, un campionato in cui il vecchio equilibrio tattico si confrontò con il talento straniero, preparando il terreno per l’esplosione internazionale del calcio italiano negli anni ‘80. A trionfare fu la Juventus, solida e regolare, che si impose con autorevolezza su tutte le rivali, mentre Inter, Roma e Napoli conquistarono i posti validi per le competizioni UEFA, regalando al pubblico partite ricche di contrasti tattici e geometrie inedite, portate dai nuovi campioni appena sbarcati in Italia. La Coppa Italia fu invece appannaggio della Roma, che riuscì a sollevare il trofeo nonostante una stagione campale, fatta di battaglie e di riscatti. Sul fondo della classifica retrocessero Brescia, Pistoiese e Perugia, vittime di un torneo spietato in cui le neopromosse pagarono la differenza tra esperienza e inesperienza, ma che lasciarono dietro di sé storie paradossali e coraggiose, destinate a entrare nella memoria dei tifosi.

L’anno successivo la Serie A vide l’arrivo di nuovi stranieri, ciascuno con la propria storia, i propri sogni e le proprie incognite, il Cagliari scommise sul “Diamante Nero” peruviano Luis Cesar Uribe, che non rispettò le attese, mentre l’eroe del “Mundialito”, Waldemar Victorino, deluse ulteriormente; al Catanzaro approdò il romeno “ribelle” Viorel Nastase, più spesso presente nelle discoteche che in campo; l’Ascoli scelse il primo giocatore africano di colore, l’ivoriano Françoise Zahoui, soprannominato Zigulì dai tifosi marchigiani, in Italia giocò poco ma in seguito si affermò in Francia. Herbert Neumann passò dall’Udinese al Bologna, mentre i friulani dapprima acquistarono Eneas, che scambiarono immediatamente ancor prima dell’inizio del campionato con il difensore brasiliano Orlando Pereira, il quale disputò un campionato dignitoso prima di tornare in patria e morire tragicamente. Il Genoa trovò nell’esperto René Van der Eickens un interprete capace di dimostrare tutto il suo talento, mentre il Cesena scelse Walter Schachner, che si distinse poi a Torino e Avellino per le sue scorrerie inarrestabili sulla fascia destra. Dal Duisburg giunse al Como un evanescente giocatore austriaco Hans Dieter Mirnegg che tuttavia fece un ottima carriera in Europa, tranne che sul lago. Ed infine il più atteso di tutti nel neopromosso Milan che affidò il proprio attacco ad un vero squalo dell’area di rigore lo scozzese Joe Jordan, peccato che in quella stagione avesse dimenticato la dentiera sul comodino, segno solo due reti e contribui ad una mesta retrocessione dei rossoneri  sul campo. Terminò la sua avventura italiana mestamente nel Verona, segnado una sola rete, tuttavia non si deve dimenticare che in realtà Jordan fu uno dei migliori attaccanti al mondo degli anni ‘80.

Così, stagione dopo stagione, i campionati iniziarono a popolarsi di veri campioni, uomini che trasformarono un torneo anonimo in una delle leghe più spettacolari e amate del mondo, dove ogni partita poteva diventare leggenda. E alla fine, tra il fischio finale e gli stadi gremiti, sembrava che il calcio italiano avesse imparato a respirare con nuovi polmoni, miscelando tecnica, fantasia e passione, come un’orchestra pronta a suonare la sua sinfonia più importante.

Bibliografia
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“9 maggio 1980: via libera agli stranieri in Italia. Arrivarono campioni e bidoni.” Il Fatto Quotidiano, 9 May 2020, www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/09/9-maggio-1980-via-libera-agli-stranieri-in-italia-arrivarono-campioni-e-bidoni/5796712/amp. Accessed 5 Dec. 2025.
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Sitografia
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“Serie A 1980 81: la stagione degli stranieri.” Tuttosport, 20 Oct. 2019, www.tuttosport.com/news/calcio/serie-a/2019/10/20-62450278/serie_a_1980_81_la_stagione_degli_stranieri. Accessed 25 Dec. 2025.


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