Vai ai contenuti

Derby Uniti - Bibliomax

e-Bibliomax
Subbuteo and Football Tales
Salta menù
Salta menù
Salta menù

United Colors of Derby

La storia delle rappresentative miste tra rivalità, guerra e solidarietà

Ci sono città che si riconoscono in un solo colore e altre che vivono perennemente in bilico tra due o più tinte. In Italia, quattro nomi disegnano una geografia sentimentale fatta di sciarpe, diffidenze, appartenenze: Torino, Genova, Milano, Roma. Ogni derby è una faglia che divide famiglie, quartieri, silenzi a tavola e sospetti; una linea sottile che attraversa ponti e piazze, tram affollati e scale di condominio. Eppure, sotto quella spaccatura, resta qualcosa di più antico e più ostinato del tifo, rimane un’idea di città che, in rare occasioni, ha accettato di specchiarsi intera, di mettere tra parentesi la rivalità per indossare una sola maglia, un solo stemma, un solo respiro. È successo a Torino, dove bianconero e granata hanno trovato un compromesso nel giallo civico; a Genova, dove rossoblù e blucerchiato si sono fusi nella croce di San Giorgio; a Milano, dove rossonero e nerazzurro hanno corso sotto la stessa fascia sul petto; e a Roma, dove aquila e lupa hanno condiviso lo stesso tessuto per propaganda, per guerra, per diplomazia, una volta soprattutto per dolore. Non sono semplici amichevoli, ma frammenti di una storia parallela, quella delle volte in cui l’Italia del derby ha scelto di deporre le armi, solo per novanta minuti, per ricordarsi che perfino le rivalità più feroci nascono dallo stesso terreno e parlano, in fondo, della stessa città.
TORINO
A Torino, alla domenica mattina ci si alzava con una luce lattiginosa che scivolava lungo i portici e si fermava sui vetri appannati dei caffè. L’aria sapeva di fiume e freschezza. Le prime macchine lasciano un solco umido sui ciottoli scuri. Un ragazzo attraversava la piazza con una sciarpa granata annodata al collo, il nodo tirato con cura, come fosse un segreto. Poco più in là, un fazzoletto bianconero spuntava da una tasca. Il derby divide le voci, la passione e le persone. Le abitudini no. Entrai nel caffè all’angolo con via Po mentre il cameriere lucidava il bancone di legno scuro con un gesto lento, circolare. Offrii un bicierin alla mia collega, il vetro sottile, la trasparenza dorata, e un bicchiere di vermouth a un vecchio seduto vicino alla finestra, il cappello appoggiato sulle ginocchia. Il vermouth era rosso, quasi ambrato, e nel controluce sembrava trattenere il pomeriggio che sarebbe venuto. Il vecchio sollevò il calice senza brindare. Fu un movimento breve. Sufficiente. Sul muro, tra una stampa sbiadita e un orologio fermo, c’era l’ombra di un manifesto che ricordava gli anni in cui il football arrivò in città insieme agli operai e agli studenti stranieri, quando il pallone era ancora di cuoio duro e le maglie non avevano sponsor ma solo colori. Si diceva che il campo fosse un prato irregolare oltre la Dora, e che le squadre si scegliessero per appartenenza e amicizia, non per destino. La memoria restava lì, come polvere buona sugli scaffali. Fuori, le campane segnavano l’ora. La sciarpa granata passò accanto al fazzoletto bianconero senza urtarsi. La città respirò piano, con la pazienza delle cose antiche. Torino era divisa, si diceva. Eppure, in quel rosso ambrato che tremava nel bicchiere, c’era un’unica luce che teneva insieme le mani e le domeniche. Rimase a vibrare sul fondo, come una nota bassa che non chiede applausi. Dalla vetrina osservavo il taglio sottile dell’inverno. Le Alpi disegnavano una linea pallida oltre i tetti, il Po scorreva con una pazienza antica. In via Filadelfia le serrande erano ancora abbassate a metà, nei bar le tazzine ancora allineate come pedine in attesa della prossima mossa. La prima luce obliqua accende i muri color ocra e si ferma sulle vetrine. È l’ora in cui la città trattiene il fiato senza darlo a vedere e pian piano si sveglia. Dietro un vetro leggermente appannato è appesa una maglia. Non è bianconera. Non è granata. È gialla, attraversata da una fascia blu che la taglia come un orizzonte spostato più in basso. Il tessuto cade pesante, quasi rigido, e nel silenzio del bar sembra avere un peso diverso dalle altre. Un ragazzo si avvicina, sfiora il vetro con due dita, poi ritrae la mano. Accenna un sorriso. Non dice nulla.
Quel giallo non nasce oggi. Ha attraversato fotografie seppiate, campi spelacchiati, inaugurazioni e addii. È passato per il vecchio Filadelfia, poi al Comunale, ha visto accendersi e spegnersi lo Stadio delle Alpi. Ha respirato nelle rare occasioni in cui la città ha scelto di specchiarsi intera, senza dividersi. C’era un tempo in cui le maglie si mescolavano per necessità o per orgoglio, e il colore civico diventava una tregua cucita addosso. Non durava a lungo. Bastava una sera o un freddo pomeriggio d’autunno. Ma restava. Immaginate Torino in uno di quei giorni in cui i colori che separano famiglie e piazze, il bianconero e il granata si sciolgono fino a confondersi. Non è un’ipotesi romantica, è una storia concreta, ripetuta diciannove volte. Per diciannove occasioni i rivali della Mole hanno deposto la rivalità per difendere un’unica identità. La prima traccia documentata risale all’aprile del 1909. Una selezione mista, denominata “Torino XI” e composta da giocatori della Juventus e del Torino, partecipò al Sir Thomas Lipton Trophy, tra i primi tornei internazionali per club. La squadra superò gli svizzeri dell’FC Winterthur in semifinale, prima di arrendersi in finale agli inglesi del West Auckland Town F.C.. Il 19 aprile 1911 arrivò il debutto ufficiale dei ranghi unificati sul campo di Piazza d’Armi, ancora contro il West Auckland Town: 4 a 3 per gli inglesi, in una gara che aprì la strada a una serie di incontri a scopo benefico. Nel dicembre dello stesso anno, la mista pareggiò 1 a 1 contro una selezione di stranieri residenti in città. Tra gli anni Dieci e Trenta, la “Mista” divenne una presenza ricorrente nelle ricorrenze cittadine. Nel 1912 scese in campo in maglia azzurra contro gli English Wanderers; nel gennaio 1913 fermò sul 4 a 4 la Nazionale di calcio dell'Italia. Durante la Grande Guerra le sfide proseguirono a scopo solidaristico, nel 1917 una formazione in divisa bianca affrontò la squadra della FIAT per sostenere i profughi.
Negli anni Venti il profilo internazionale crebbe. Nel 1920 arrivò un 4 a 1 contro il Real Madrid, con la mista in maglia celeste; nel 1926 fu battuta 5 a 1 una rappresentativa ungherese. Il 14 febbraio 1932 la selezione JU-TO disputò ad Antibes l’unica partita fuori dai confini nazionali, vincendo 2 a 0 contro una formazione del sud-est francese. Dopo una lunga pausa, l’esperimento tornò negli anni Cinquanta. Nel novembre 1953 una squadra composta da titolari e riserve delle due società affrontò il Vallorco di Cuorgnè. Il 29 giugno 1955, allo Stadio Filadelfia, la rappresentativa cittadina sfidò il Botafogo de Futebol e Regatas, per l’occasione venne scelta una maglia bianca con fascia orizzontale gialloblù, richiamo diretto ai colori della città. Il risultato fu netto, 0 a 4, contro i brasiliani guidati da Garrincha. L’ultimo capitolo si consumò il 31 maggio 1990. Per inaugurare lo Stadio delle Alpi, costruito in vista del Campionato mondiale di calcio 1990, la mista bianconero-granata scese in campo con maglia e calzettoni gialli e pantaloncini blu. Finì 4 a 3 contro i lusitani del Porto. Oggi le sciarpe continuano a dividersi i ponti e le fermate del tram. I cori hanno ancora direzioni opposte. Ma, a volte, il colore cambia. Si mescola. E dietro un vetro, sotto una luce obliqua di febbraio, quella maglia gialla con la fascia blu resta lì a ricordarlo. Silenziosa. Poi le strade tornarono a dividersi, le sciarpe a occupare lati opposti dei ponti. Ma quella maglia gialla, dietro il vetro, resta lì. Silenziosa. Come una memoria che non ha bisogno di essere spiegata. Eppure la linea non si è mai spezzata del tutto. Juventus e Torino, in città, non sono soltanto avversarie. In alcune occasioni diventano alleate. Ancora nel 2023 il derby si è trasformato in “Un derby per la ricerca”: i due club hanno sostenuto insieme la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, promuovendo eventi e raccolte fondi per il centro di Candiolo. La comunicazione parlava di un’unica squadra, almeno fuori dal campo. Sul campo, tutto è rimasto com’era. Più raro, e forse per questo più significativo, il momento in cui ex bianconeri ed ex granata indossano la stessa maglia. È accaduto il 9 settembre 2024, al campo della CBS Scuola Calcio, nella cintura torinese: una selezione mista di ex giocatori delle due squadre ha affrontato la Nazionale Calcio Spettacolo in una serata dedicata alla raccolta fondi contro la fibrosi cistica. Per una notte, il confine del derby è rimasto negli spogliatoi. Le cronache del primo e del secondo dopoguerra parlano spesso di “rappresentativa torinese”, formule elastiche che univano ciò che altrove si opponeva. Le pagine de La Stampa o della Gazzetta del Popolo conservano tracce di quelle formazioni nate per beneficenza o memoria. È un archivio diffuso, più suggerito che catalogato.
Oggi le sciarpe continuano a dividersi i ponti e le fermate del tram. I cori hanno ancora direzioni opposte. Ma, a volte, il colore cambia. Si mescola. E dietro un vetro, sotto una luce obliqua di febbraio, quella maglia gialla con la fascia blu resta lì tra un bicierin e l’altro a ricordarlo. Silenziosa.
GENOVA
A settembre, a Genova, il mare si stende davanti al porto come una stoffa blu scuro tirata con mani pazienti. L’alba arrivava lenta, con la sua luce rossa, salmastra, e si fermava sulle facciate dei palazzi. Le barche ondeggiavano piano; le corde bagnate lasciavano un odore acre sulle dita dei marinai. Il faro trattiene un riflesso pallido sopra la linea dell’acqua. Suonano le sirene dei cantieri. In quell’ora sospesa del mattino, la città sembra una cosa sola. «O mâ o ne tegne insemmë», mormorava un vecchio scaricatore, il sale gli restava sulle labbra. Sotto i portici, un ragazzo stringe una sciarpa a righe rosse e blu, fatta di lana spessa che punge la pelle. La solleva appena, come per saggiarne il peso. Poco distante, un altro sistema sul petto una coccarda azzurra, rossa, nera e bianca fermata da uno spillo d’ottone. Un gesto breve. Preciso. Non si guardano. Il vento li attraversa entrambi, senza preferenze.
Il gioco era arrivato molti anni prima via mare, insieme ai palloni di cuoio degli inglesi. Sui prati irregolari tra i magazzini cominciarono a correre i ragazzi del Genoa Cricket and Football Club; poco dopo quelli dell’Andrea Doria trovarono lo stesso passo. Le giacche appese ai pali facevano da porte. Il porto osservava. Il mare custodiva, senza scegliere. Il 24 settembre 1969, nello Stadio Luigi Ferraris, le due anime indossarono un’unica maglia: rossa con pantaloncini bianchi, la croce di San Giorgio sul petto. Non rossoblù, non blucerchiata. Solo città. Davanti c’era il Santos Futebol Clube di Pelé, che correva leggero come chi conosce il vento dell’oceano. I gol arrivarono rapidi, quasi inevitabili. Sugli spalti qualcuno sussurrò: «Belin, che giögu», e in quel suono non c’era resa, ma stupore. Molti anni dopo, nell’agosto del 2018, quando il Ponte Morandi si spezzò nel cielo e la città trattenne il fiato, il silenzio scese anche sullo stadio. Genoa e Unione Calcio Sampdoria si ritrovarono nello stesso abbraccio, tra maglie listate a lutto e applausi che non avevano colore. Prima ancora si era tentato di tornare uniti in campo per una sfida benefica contro il Manchester City Football Club, quando l’acqua aveva invaso i carruggi e le case. Anche allora il cielo si mise di traverso. Restò l’intenzione, come una promessa affidata al vento.
A Genova le strade si sfiorano e poi tornano a salire ciascuna verso il proprio quartiere. Le sciarpe si alzano, le voci si dividono, il derby accende la Lanterna. Ma sotto tutto, più in basso delle gradinate e dei cori, il mare continua a respirare. E quando l’alba ritorna a distendersi sul porto, blu scuro e paziente, la città riprende la sua forma intera. Le barche oscillano leggere. Il faro trattiene un ultimo riflesso. Il mare resta lì, a tenere insieme ciò che la terra divide, come all’inizio. Come sempre.
MILANO
Nel marzo del 1933, a Milano, la nebbia scendeva lenta sui bastioni e si infilava sotto le arcate dello Stadio San Siro. I tram arancioni lasciavano una scia di scintille sui binari umidi. Un venditore piegava con cura le copie del mattino; il gesto era breve, ripetuto. Milano si svegliava con due colori negli occhi. Rosso e nero. Nero e azzurro. Per oltre un secolo si sarebbero fronteggiati come opposti inconciliabili. Eppure, in cinque occasioni eccezionali, la città provò a indossarne uno soltanto.
Tra il 1929 e il 1949 nacque una consuetudine discreta, selezioni miste di Associazione Calcio Milan e Football Club Internazionale Milano schierate in amichevoli sperimentali, talvolta in trofei dal sapore italo-britannico. Non erano partite ufficiali. Erano parentesi. I giocatori uscivano dallo stesso tunnel, condividendo una maglia che non cancellava l’appartenenza ma la sospendeva, come un respiro trattenuto. Il 27 novembre 1949, per i cinquant’anni del Milan, una formazione congiunta affrontò l’FK Austria Wien. La divisa era bianca, attraversata da una fascia rossonerazzurra che tagliava il petto con eleganza inattesa. Sotto quel segno correvano campioni come Nordahl e Nyers. La città guardava quella sintesi cromatica come si guarda un esperimento riuscito: con sorpresa quieta. Nel 1965, ancora a San Siro, il cosiddetto trofeo dell’amicizia italo-britannica prese forma davanti a un pubblico solenne, con il principe Filippo sugli spalti. In panchina sedevano Helenio Herrera e Nils Liedholm. In campo nomi che avevano già attraversato l’Europa. La selezione milanese superò il Chelsea Football Club 2 a 1, segnò Angelillo, appena passato da una sponda all’altra del Naviglio, poi Peirò. Per una sera, la rivalità lasciò spazio a una collaborazione concreta, misurata. Nel 1969, per il gemellaggio tra Milano e Lione, la città tornò a presentarsi unita. Finì 7 a 1 per i milanesi. Gianni Rivera illuminò la serata con la sua corsa elegante; la panchina passò simbolicamente da Nereo Rocco a Giuseppe Meazza, come un testimone tra epoche. Molti interisti erano impegnati altrove. La squadra restava sbilanciata. Ma la maglia era una sola. All’inizio degli anni Ottanta l’idea sopravvisse nella beneficenza. Contro il FC Bayern Munich di Rummenigge e Breitner, per raccogliere fondi dopo il terremoto dell’Irpinia, scesero in campo i fratelli Baresi, Altobelli, Oriali, Collovati, Beccalossi. Vinsero i tedeschi per 2 a 1. Sugli spalti, però, le vecchie appartenenze tornarono a farsi sentire, con parole che correvano più veloci del pallone. Fu un segnale sottile. Nel 1982 arrivarono le ultime apparizioni ufficiali, nelle amichevoli pre-mondiali di Spagna: prima una sconfitta contro il Perù per 2 a 0, poi un 2 a 1 subito dalla Polonia. Giocavano Serena, Tassotti, Novellino. Il Milan attraversava l’ombra della Serie B. Milano era diventata più dura, più rapida. L’idea di una “MilanInter United” sembrava appartenere a un tempo che si stava chiudendo. Eppure, nel 1991, al Forum di Assago, una selezione mista tornò a sfidare la nazionale di calcio a cinque per sostenere la lotta ai tumori. Finì 4 a 4. A un certo punto Nicola Berti andò in porta per necessità. Il pubblico rise, applaudì. Per una sera, Milano si riconobbe nel gesto più che nel risultato. Oggi il derby divide ancora la città in due metà precise. Le sciarpe si alzano, le voci si sovrappongono, la notte di San Siro vibra come sempre. Ma sotto la nebbia che ritorna ogni inverno, tra i binari lucidi dei tram e l’erba che riflette i fari, resta la memoria di quelle cinque occasioni in cui Milano scelse una sola maglia.
Un attimo raro. Come quando la nebbia confonde i contorni e la città, per un istante, sembra avere un unico colore.
ROMA
Ci sono città divise da un fiume, da un muro, da una lingua; Roma è divisa da novanta minuti. Da una parte l’aquila, dall’altra la lupa: due colori, due inni, due memorie familiari che si tramandano come un’eredità non scritta. Il derby non è soltanto una partita, ma una geografia sentimentale, il modo in cui la città respira, discute, si riconosce e si contraddice. Eppure, nella storia, è accaduto l’impossibile: AS Roma e SS Lazio hanno indossato la stessa maglia, condiviso lo stesso spogliatoio, difeso la stessa porta, attaccato nella medesima direzione, talvolta per propaganda, talvolta per guerra, talvolta per diplomazia e, una volta più di ogni altra, per dolore. Sono episodi rari, quasi rimossi, che sembrano appartenere a un’altra epoca, ma raccontano una verità più profonda, anche il conflitto più feroce può conoscere una tregua e perfino il derby, per un giorno, può smettere di essere guerra e farsi memoria. Roma e Lazio con la stessa maglia restano un ossimoro calcistico, e tuttavia nella storia del calcio capitolino l’impossibile si è ripetuto più volte: le due rivali si sono fuse in un’unica rappresentativa, trasformando il derby in una parentesi e offrendo, di volta in volta, lo specchio fedele del clima politico, sociale ed emotivo della città; non semplici amichevoli, ma episodi rivelatori, propaganda negli anni Venti, sopravvivenza durante la guerra, diplomazia sportiva nella Guerra Fredda, gesto simbolico di pacificazione dopo una tragedia. Il 28 ottobre 1979, durante il derby, un razzo partito dalla Curva Sud uccise Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, e la rivalità più intensa d’Italia precipita in tragedia nazionale; pochi giorni dopo, il 18 novembre, lo stadio Olimpico ospita una partita che tenta di ricucire una città lacerata: una selezione di “Romani” contro il “Resto d’Italia”, con calciatori giallorossi e biancocelesti mescolati nelle due squadre, la stessa maglia verde pouchain, con aquila e lupetto cuciti sul petto, mentre all’ingresso vengono distribuiti migliaia di garofani accompagnati da un invito semplice e potente «Se proprio vuoi, lancia un fiore»; in panchina siedono Bob Lovati per i Romani e Nils Liedholm per il Resto d’Italia, la partita termina 2 a 1 per “Roma” con la doppietta di Roberto Pruzzo e il rigore di Bruno Giordano, ma il risultato appare irrilevante di fronte a un’atmosfera composta e quasi sospesa, perché per una volta il derby tace. È l’ultima fusione ufficiale, un episodio breve nato dal dolore che dimostra come il calcio possa farsi, almeno per novanta minuti, strumento di tregua. Le origini delle selezioni miste risalgono al 26 dicembre 1928, quando allo Stadio Nazionale una rappresentativa romana affronta il Viktoria Žižkov in piena epoca fascista, con il calcio trasformato in vetrina politica e la Capitale chiamata a mostrarsi moderna e competitiva; la vittoria per 4 a 2, replicata pochi giorni dopo contro l’MTK Budapest FC, assume un valore simbolico immediato, così come la divisa, maglia bianca con una grande lupa blu sul petto e pantaloncini neri, diventa sintesi visiva di un’identità cittadina che il regime vuole compatta; due anni più tardi, a Campo Testaccio, un’altra selezione mista supera il Sabaria FC. ungherese sotto la pioggia, in una partita opaca ma carica di significato, perché qui la squadra unica non nasce dal sentimento bensì dall’ideologia, progetto identitario calato dall’alto. Durante la Seconda guerra mondiale il calcio sopravvive in forma ridotta e il 16 aprile 1944, in una Roma bombardata, va in scena “Assi contro Giovani”, biancocelesti da una parte e giallorossi dall’altra, con un 3 a 3 che, tra macerie e sirene, assume il valore di un manifesto di resistenza; il 4 febbraio 1945 una rappresentativa romana affronta una selezione inglese di militari e vince 3 a 1, mentre la stampa parla di “nuova primavera” e il pallone diventa anticamera simbolica della pace. In piena Guerra Fredda, il 1° novembre 1973, Roma e Lazio si uniscono per sfidare il CSKA Mosca, la squadra dell’esercito sovietico: cinquantamila spettatori, grandi attese, la Lazio di Maestrelli lanciata verso lo scudetto e una maglia bianca attraversata da tre strisce verticali: rossa, blu e gialla, quasi a cercare un compromesso cromatico; la sconfitta per 0 a 1, firmata da Vitaly Kuznetzov, spense l’entusiasmo e lascia in eredità il contrasto tra la scenografia politica e la modestia agonistica, penultima apparizione di una squadra unificata. L’idea di una fusione strutturale riaffiora ciclicamente, come quando nel 2013 Mino Raiola propone provocatoriamente di unire le due società per creare un club competitivo a livello europeo, suscitando reazioni immediate e feroci, perché il dualismo non è un incidente della storia ma un tratto costitutivo dell’identità cittadina; oggi calendari saturi, interessi economici e tutela dei contratti rendono impraticabile ogni esperimento e Roma-Lazio è tornata a essere un derby totale, permanente, quotidiano. E tuttavia qualcosa sopravvive: nelle fotografie ingiallite della lupa blu, nei garofani lanciati per Paparelli, in quella maglia con aquila e lupetto sovrapposti, resta l’eco di un tempo in cui la città seppe sospendere la propria frattura non per cancellarla, ma per ricordare che anche le rivalità più radicate appartengono alla stessa storia e che, sotto colori diversi, batte comunque un unico cuore romano.
Alla fine del viaggio restano immagini sparse, come fotogrammi lasciati su un tavolo: una maglia gialla con fascia blu dietro un vetro torinese, la croce di San Giorgio che prende il posto delle strisce e delle bande sopra il prato di Marassi, una divisa bianca tagliata da una fascia rossonerazzurra sotto la nebbia di San Siro, un tessuto impossibile con aquila e lupetto affiancati sull’erba dell’Olimpico. Poi tutto torna al suo posto: le sciarpe si ridividono i ponti e i tram, i cori risalgono i quartieri, i derby riprendono a disegnare confini netti, come se quelle parentesi non fossero mai esistite. E invece restano lì, incastonate nella memoria collettiva come una nota bassa che non chiede applausi: diciannove volte Torino, un lampo rosso crociato a Genova, cinque esperimenti milanesi, una manciata di apparizioni romane nate tra regime, macerie, Guerra Fredda e lutto. Non hanno cancellato nessuna rivalità, non hanno addolcito il derby, non hanno cambiato il modo in cui le città si dividono ogni settimana. Ma continuano a ricordare, silenziosamente, che dietro ogni opposto c’è un’origine comune, e che sotto le maglie, sotto le gradinate, sotto le mappe del tifo, batte pur sempre un unico cuore cittadino: a Torino, a Genova, a Milano, a Roma. Un cuore che, di tanto in tanto, ha avuto il coraggio di mostrarsi intero.
Bibliografia:
Arveda, Simone, e Mattia Brighenti. La grande storia del derby Genoa-Sampdoria . Il Secolo XIX, 2013.
Argentini, Fabio, e Luigi Panella. Il grande libro del derby di Roma . Edizioni Gremese, 2024.
Argentini, Fabio. 26 maggio. Tutta la storia del derby dei derby . Edizioni Gremese, 2020.
Garanzini, Gigi, a cura di. Quelli che... Milan Inter '63. La leggenda del Mago e del Pàron. Ediz. illustrata . Skira, 2013.
---. Derby di guerra: Juve-Toro 1945 . Editrice Il Punto, 2020.

Sitografia:
"Milan-Inter United: quando le due squadre sono state unite a Milano." Milano Città Stato , 4 gennaio 2025, www.milanocittastato.it/featured/milan-inter-united/.[6 ]
"Il giorno in cui Roma e Lazio giocarono con la stessa maglia in onore di Paparelli." Gioco Pulito , 27 ottobre 2022, giocopulito.it/quando-roma-e-lazio-giocarono-con-la-stessa-maglia-in-onore-di-paparelli/.
"24 settembre 1969 – La seconda visita di “O REY” a Genova." Gli Eroi del Calcio , 23 settembre 2021, www.glieroidelcalcio.com/24-settembre-1969-la-seconda-visita-di-o-rey-a-genova/.[8 ]
"Inter e Milan uniti: per cinque volte in campo con una sola maglia." La Gazzetta dello Sport , 4 febbraio 2022, www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Inter/04-02-2022/inter-milan-cinque-volte-campo-una-sola-maglia-4301222280646.shtml.[9 ]
"Il MilanInter United e la sua maglia dimenticata." Passione Maglie , 4 febbraio 2023, www.passionemaglie.it/maglia-dimenticata-quando-san-siro-giocava-milaninter-united/.[10


Torna ai contenuti
Icona dell'applicazione
Bibliomax Installa questa applicazione sulla tua schermata principale per un'esperienza migliore
Tocca Pulsante di installazione su iOS poi "Aggiungi alla tua schermata"