Custodi di Popoli e di Palloni
Dalla “Cattedrale” di Bilbao al “Millerntor” di Santk Pauli:
quando il calcio diventa responsabilità collettiva.
Testo di Fiore Massimo
C’è un filo invisibile che lega il porto di Amburgo alle colline verdi dei Paesi Baschi, un filo teso tra due curve che, pur parlando lingue diverse, sembrano intonare lo stesso canto di resistenza e appartenenza, quello del St. Pauli, casa di punk, antifascisti e sognatori, e quelli baschi dell’Athletic Bilbao e della Real Sociedad, dove il calcio è molto più di un gioco; è come se il vento del Mare del Nord avesse trovato un fratello nel respiro salato del Cantabrico, portando con sé l’idea antica che uno stadio possa essere un rifugio politico, culturale, umano, un luogo in cui sugli spalti non si tifa soltanto, ma si afferma un modo di essere, e così il viaggio comincia da questo legame inatteso eppure inevitabile, perché ciò che unisce Amburgo e Bilbao non è un’associazione formale, ma un’ostinazione condivisa, una pulsazione collettiva che batte come un tamburo notturno. Per capire davvero il tifo basco bisogna risalire alle sue radici, più antiche del calcio stesso, radici avvolte nel mistero come la loro lingua, l’euskara, un codice isolato che non assomiglia a nulla di conosciuto, come se fosse stato raccolto dalla terra prima ancora che inventato dagli uomini; anche l’origine dei baschi è un enigma indomito, etnografi, linguisti e genetisti hanno inseguito per decenni la scia di questo popolo senza trovarne l’inizio, come tentare di identificare l’albero da cui proviene un tronco levigato dalla marea, con la sola certezza che arrivi da tempi remoti, e proprio da questa profondità nasce la potenza del loro calcio, che non è solo sport ma narrazione, rito, memoria condivisa. L’origine del popolo basco resta infatti uno dei temi più dibattuti dell’antropologia europea: la mancanza di prove documentarie definitive e la complessità dei dati linguistici e genetici hanno contribuito a creare un alone di mistero che alimenta ancora oggi l’interesse di studiosi e appassionati, e le teorie sulla nascita dell’etnia basca sono numerose e spesso divergenti, dalla tradizione preistorica che li vuole discendenti diretti delle popolazioni dell’Età della Pietra autoctone dei Pirenei occidentali, all’ipotesi che li identifica come eredi degli antichi iberi, fino alle narrazioni mitologiche legate alla figura di Aitor, progenitore simbolico del popolo basco, o a teorie linguistiche speculative che associano l’euskera alle molte lingue della torre di Babele; la spiegazione oggi più accreditata sostiene però che i baschi discendano direttamente dall’Uomo di Cro-Magnon, giunto nella penisola iberica circa 40.000 anni fa e sviluppatosi localmente nel corso dei millenni, dando origine a una popolazione distinta per caratteristiche fisiche, culturali e linguistiche, e se nessuna teoria è definitiva, la comunità degli studiosi concorda ormai sul fatto che i baschi rappresentino una delle continuità umane più antiche d’Europa, un enigma vivo che continua a stimolare nuove indagini scientifiche. All’inizio del Novecento, mentre l’Europa ribolliva di ideologie, il nazionalismo basco si radicò nella borghesia industriale di Bilbao, che vedeva nell’identità un porto sicuro; lingua, cultura e tradizioni alimentavano ipotesi autonomiste e in alcuni casi secessioniste, e questo sentimento, espandendosi come una macchia d’inchiostro, superò indenne la dittatura di Miguel Primo de Rivera e alimentò associazioni culturali, cori popolari e società sportive, tra cui l’Athletic, che secondo il club nacque nel 1898, pur celebrando la prima assemblea ufficiale solo il 5 settembre 1901. In quel clima di rivendicazione si prese una delle decisioni più iconiche del calcio mondiale: dal 1912 l’Athletic avrebbe tesserato solo giocatori baschi, una scelta allora percepita come un gesto poetico più che una strategia sportiva e destinata a diventare il pilastro identitario della comunità. Nel 1936, poi, la guerra civile travolse la Spagna: i baschi si schierarono in larga parte con la Repubblica, crearono un governo autonomo e videro il sogno infrangersi nel 1937 con il bombardamento di Guernica da parte della Legione Condor, un trauma così profondo che Picasso lo trasformò in un grido dipinto; ma se Guernica bruciò, non si spense il desiderio di resistere e di mantenere viva la propria voce, quella stessa voce che ancora oggi riecheggia negli stadi baschi. Intanto, mentre il Novecento avanzava, il calcio cresceva nei Paesi Baschi come un torrente irrefrenabile, arrivato per mare con gli inglesi che frequentavano i cantieri navali e i porti commerciali, e fu proprio l’influenza britannica a dare vita a uno degli aneddoti più iconici dell’Athletic: agli inizi la maglia del club era azzurra e bianca come quella del Blackburn Rovers, ma tutto cambiò nel Natale del 1909 quando Juan Elorduy, incaricato di acquistare nuove divise a Londra, non trovandone a sufficienza, le comprò a Southampton, scegliendo per necessità le casacche biancorosse del locale club, che coincidevano con i colori della città di Bilbao, e così il 9 gennaio 1910 l’Athletic indossò per la prima volta quella maglia destinata a diventare simbolo eterno, un caso trasformato in identità, un po’ come la Juventus che adottò i colori del Notts County. Nel tempo, il campo assorbì tensioni e contraddizioni, compreso il tabù della maglia senza sponsor, che cadde nel 2008 con l’arrivo di “Petronor”, scelta criticata ma accettata come necessità del calcio moderno, a cui seguirono Kutxabank ed Euskaltel. Lo storico stadio San Mamés, inaugurato nel 1913 e soprannominato “La Cattedrale”, è uno dei tre santuari del calcio spagnolo, insieme a Barcellona e Real Madrid, che non hanno mai conosciuto la retrocessione; l’Athletic ha conquistato otto titoli di Liga, dominando negli anni Trenta e tornando grande negli anni Ottanta, ma la sua specialità è la Copa del Rey, vinta 24 volte, oltre a tre Supercoppe di Spagna e alla “Copa Eva Duarte”, mentre a livello europeo il club ha raggiunto finali importanti senza però vincere un trofeo continentale, come nel 1977 e nel 2012 con la Juventus e l’Atletico Madrid in Coppa Uefa. Se nei Paesi Baschi non mancano squadre come Alavés, Eibar, Osasuna e Real Sociedad, l’Athletic resta un mondo a parte: dopo che la Real Sociedad nel 1989 abbandonò la filosofia dei soli baschi tesserando l’irlandese John Aldridge, solo il club bilbaino continuò a pescare esclusivamente dal proprio bacino culturale, scegliendo giocatori nati o cresciuti calcisticamente nel territorio, una decisione controcorrente in un calcio globalizzato, dove le rose sono mosaici planetari; a Bilbao no: qui la maglia si eredita e il club cerca custodi più che calciatori. Questa identità affonda in una storia complessa fatta di orgoglio e resistenza culturale, soprattutto durante il franchismo, quando lingua, scuole e simboli baschi furono repressi e l’Athletic e la Real Sociedad divennero luoghi di libertà, non un antifascismo dichiarato ma un antifascismo vissuto, un’identità che si opponeva al centralismo; “un caso unico nella storia del calcio mondiale”, scrisse L’Équipe negli anni Sessanta, e mezzo secolo dopo la filosofia degli zurigorri continua a essere un baluardo contro l’omologazione dello sport. La “Fundazioa”, creata nel 2002, rafforza ancora il legame fra club e comunità, lavorando con scuole, associazioni e centri culturali su educazione, inclusione e sostenibilità, trasformando lo stadio in un cuore pulsante anche senza pubblico. L’Athletic è un’eredità collettiva, un capitolo vivo della storia basca, simbolo di una cultura che ha resistito ai momenti più bui; durante la dittatura, quando l’euskera era proibito, il club fu un rifugio identitario, e negli anni del terrorismo dell’ETA emersero tensioni profonde, con gruppi ultras come Herri Norte o Abertzale Sur, sciolti nel 2012, talvolta autori di gesti controversi e cori radicali che alimentarono dibattiti su nazionalismo e violenza, pur non essendoci mai stato alcun legame tra il club e l’ETA, poiché l’Athletic ha mantenuto sempre una posizione neutrale, mostrando solo legami culturali con il nazionalismo basco; il tifo rimane unico nel suo genere, sempre pro e mai contro, a Bilbao non si registrano problemi di ordine pubblico, segno che l’utopia di un club fedele alla propria filosofia continua ad attrarre persone affascinate dalla sua identità. Iconica resta la scelta di José Ángel Iribar di esporre l’ikurriña prima di un derby contro la Real Sociedad dopo la morte di Franco, immagine potente di una comunità in maglia biancorossa, prova che l’Athletic non custodisce solo una tradizione sportiva ma anche una battaglia culturale profonda, oscillando tra silenzi istituzionali, discreta presenza morale, incarna una filosofia radicata nella memoria e nel senso di responsabilità verso la propria gente. Così, tra misteri antichi e aneddoti moderni, guerre sopravvissute e maglie cambiate per caso, curve ribelli e orgogliose come quelle di Bilbao e San Sebastián, il calcio basco continua a raccontare una delle storie più singolari del mondo sportivo, una storia che non si gioca solo sul prato verde, ma nelle vene della sua gente, dove tradizione, resistenza e identità scorrono veloci come una squadra lanciata all’attacco. Ma l’essenza basca non è solo Athletic e Real Sociedad, anche la nazionale dei Paesi Baschi, l’Euskal Selekzioa, è una squadra che vive in una dimensione tutta sua, una squadra che ha girato il mondo per diffondere la conoscenza della tradizione e della cultura locale. Non appartiene alla FIFA né all’UEFA, non partecipa ai Mondiali o agli Europei, eppure esiste da quasi un secolo ed è una delle rappresentative calcistiche più cariche di storia, simboli e identità del panorama mondiale. Conosciuta come Euskal Selekzioa, non venne mai riconosciuta ufficialmente dagli organismi internazionali, ma continuò a essere una delle selezioni più antiche e simboliche: non nacque per competere, ma per rappresentare, per dare voce a un popolo che nel calcio trovò un mezzo culturale, politico e sociale. La sua storia iniziò nel modo più drammatico possibile, nel cuore della Guerra Civile Spagnola, quando il pallone diventò uno strumento di sopravvivenza, propaganda e identità. La prima partita di una selezione basca si disputò il 1° febbraio 1937 al San Mamés, davanti a 18.000 spettatori: si affrontarono due formazioni locali, l’Euzka Ekintza (Azione Nazionalista Basca) e l’Euzko Gudarostea (Esercito Basco), in un match pirotecnico terminato 7 a 5 per l’Ekintza. L’obiettivo non fu sportivo ma umanitario: raccogliere fondi per l’Aviazione Basca impegnata nella difesa del Paese. Un mese dopo venne organizzato un nuovo incontro con giocatori provenienti da Bizkaia e Gipuzkoa, e fu in quei giorni che la selezione iniziò a essere chiamata ufficialmente Euskal Selekzioa. Da quel momento la squadra intraprese un lungo viaggio per l’Europa, sfidando club francesi e cecoslovacchi con l’obiettivo di raccogliere fondi e far conoscere al mondo la causa basca. Nel 1938, durante una trasferta in Polonia, la Selekzioa visse uno degli episodi più curiosi della sua storia: dopo aver giocato a Chorzów, fu costretta a lasciare il Paese in fretta e furia a causa di tensioni con ambienti ultracattolici di Varsavia, che percepirono i giocatori come anticlericali perché ritenuti legati a partiti indipendentisti, un fraintendimento totale se si considerava che la tradizione basca era storicamente una delle più cattoliche della penisola iberica. La selezione non si fermò: tra il 1938 e il 1939 proseguì il suo viaggio con una lunga tournée in Unione Sovietica, seguita da tappe in Norvegia, Svezia, Danimarca e perfino sull’isola di Sjælland. Attraversò poi l’Atlantico per approdare in Messico, dove affrontò la nazionale locale a Città del Messico, ottenendo grande visibilità, e successivamente in Argentina, dove avrebbe dovuto sfidare Boca Juniors, River Plate, Independiente e Racing Club. Tutte le squadre ritirarono però la loro disponibilità, temendo ripercussioni diplomatiche per aver affrontato una selezione considerata “illegale” dal nuovo potere spagnolo. La Selekzioa ripiegò allora in Cile, dove giocò contro il Club Deportes Santiago Wanderers, per poi fare tappa a Cuba contro la Selección Habana, prima di tornare nuovamente in Messico. L’ultima partita di quella incredibile avventura si disputò il 18 giugno 1939 a Necaxa, in Messico, contro l’Atlético Corral, un club paraguaiano: finì 4 a 1, una sconfitta che segnò anche la fine simbolica del viaggio della nazionale basca. La fine della guerra e la vittoria di Franco cancellarono la Selekzioa per quasi quarant’anni: molti giocatori rimasero in esilio in Messico, altri furono squalificati al rientro in Spagna. Durante la dittatura, dal 1939 al 1975, la nazionale basca non poté esistere: la cultura basca venne repressa, l’ikurriña proibita, l’euskara messo al bando e qualunque forma di rappresentanza autonoma considerata sovversiva. L’idea stessa di una selezione nazionale era inconciliabile con lo Stato franchista. Così scese il silenzio, un silenzio lungo quasi quarant’anni, interrotto solo dopo la fine della dittatura, quando la Selekzioa poté tornare a esistere e a sventolare di nuovo la sua bandiera. L’Euskal Selekzioa rinacque solo dopo la morte di Franco, quando la Spagna si avviò lentamente verso la democrazia e la cultura basca riemerse dai sotterranei della repressione. Negli anni Ottanta e Novanta la selezione ricominciò a disputare partite amichevoli, soprattutto nel periodo natalizio, diventando un appuntamento simbolico che riuniva giocatori di Athletic, Real Sociedad, Eibar, Osasuna e Alavés sotto un’unica bandiera: l’ikurriña, la stessa che per decenni era stata vietata perfino negli stadi. L’obiettivo non fu più quello drammatico della guerra, ma un messaggio di normalizzazione: “il popolo basco è vivo, fa parte della Spagna democratica, ma conserva la sua identità”. In quelle partite, spesso davanti a un San Mamés gremito, si respirò un’atmosfera particolare: non era una nazionale ufficiale, ma godeva di un senso di appartenenza persino più forte di molte squadre FIFA. Con il passare degli anni, la Selekzioa cominciò a rivendicare sempre più apertamente un riconoscimento internazionale. Nei primi anni Duemila, il governo basco, dominato dal PNV, il Partito Nazionalista Basco, storicamente moderato e autonomista, avviò un percorso politico per cercare il riconoscimento della nazionale da parte della RFEF, la Federazione Calcistica Spagnola. L’idea non fu quella di creare una “nazione calcistica indipendente”, ma di ottenere lo status concesso a selezioni come Scozia, Galles o Isole Fær Øer: una coesistenza tra identità regionale e rappresentanza statale. Tuttavia, la RFEF oppose sempre una forte resistenza, temendo un precedente politicamente pericoloso in un Paese segnato da tensioni territoriali anche in Catalogna. Il dibattito si intensificò quando l’altra grande forza politica basca, EH Bildu, coalizione di partiti politici, divenne un attore istituzionale di rilievo. Bildu, nato nel solco della sinistra indipendentista, vide nella Selekzioa una vera e propria nazionale “possibile”, un simbolo politico prima ancora che sportivo. Da qui nacquero le pressioni per ridefinire il nome ufficiale della selezione come Euskal Herria, non più “Paesi Baschi” nel senso amministrativo (Bizkaia, Gipuzkoa e Álava), ma come il concetto culturale più ampio che includeva anche Navarra e il territorio basco francese. Una proposta che aprì una frattura con il PNV, più prudente e timoroso di provocare un confronto diretto con Madrid. La questione divenne incandescente nel 2015, quando la federazione basca decise di adottare ufficialmente la denominazione Euskal Herria, ma la RFEF annullò immediatamente la delibera, imponendo un ritorno al vecchio nome. Per molti baschi fu la prova che Madrid non avrebbe mai accettato alcun riconoscimento sportivo che potesse sembrare un passo verso l’autodeterminazione. Il dibattito politico si riversò anche sugli spalti: se a Bilbao e San Sebastián i tifosi scandivano cori pro-Selekzioa, a Vitoria e Pamplona le sensibilità apparivano più miste, a testimonianza delle differenze interne allo stesso territorio. Nonostante le tensioni istituzionali, gli ultimi vent’anni videro la nazionale disputare diverse amichevoli di prestigio contro squadre come Argentina, Serbia, Camerun, Venezuela e Uruguay, sempre con un pubblico molto partecipe e con giocatori orgogliosi di indossare la maglia verde, bianca e rossa della selezione. Le partite divennero momenti di identità collettiva: un miscuglio di festa popolare, rivendicazione culturale e orgoglio calcistico. Non fu raro vedere bambini con la maglia della Spagna e quella dell’Euskal Selekzioa insieme, a testimonianza del fatto che, per molti baschi, queste identità non fossero incompatibili. Negli anni più recenti la questione tornò centrale: nel 2020 il governo basco formalizzò una nuova richiesta di riconoscimento internazionale, sostenuta sia dal PNV sia da EH Bildu, seppur con motivazioni differenti. Per la prima volta i due poli della politica basca trovarono un terreno comune, e la RFEF reagì con cautela, consapevole che un “no” troppo netto avrebbe alimentato ulteriori tensioni. La proposta rimase in sospeso e, conoscendo la storia basca, probabilmente vi sarebbe rimasta a lungo. Nel frattempo la Selekzioa continuò a esistere, a giocare, a riempire gli stadi e a riaccendere l’orgoglio. Non fu una nazionale ufficiale, ma qualcosa di più raro: un simbolo condiviso, un rito collettivo, una storia che attraversò guerre, dittature, esili, rinascite e conflitti politici. La sua forza non risiedette nei risultati sportivi, ma nella capacità di rappresentare un popolo che aveva sempre trovato nel calcio un linguaggio proprio, un modo per ricordare al mondo e a se stesso che, l’identità poteva essere proibita, repressa o ostacolata, ma mai cancellata del tutto. E così, mentre la politica discuteva e la RFEF resisteva, la Selekzioa rimase fedele alla sua storia, una squadra che non ha bisogno di Mondiali o Europei per esistere, perché vive nel cuore della sua gente, nei cori del San Mamés, nei colori del Anoeta, nell’eco di una memoria che nemmeno il franchismo era riuscito a spegnere.
La tifoseria del Sankt Pauli, pur meno celebrata a livello internazionale rispetto a quella di club più blasonati, condivide con l’Athletic Bilbao un elemento raro e prezioso, l’idea che il calcio non sia soltanto un gioco, ma un’estensione dell’identità collettiva, un modo di vivere la comunità e difenderne i valori. Nel cuore del porto di Amburgo, tra strade vissute e atmosfere ribelli, si è forgiato un tifo unico, distante anni luce dal folclore tradizionale delle curve europee. Unico come i suoi colori sociali, quel marrone inconfondibile, che nessun’altra squadra al mondo ha mai adottato. Unico come il suo simbolo, il Jolly Roger, bandiera piratesca divenuta emblema di libertà, dissenso e appartenenza. Unico come il rapporto simbiotico con il quartiere che porta lo stesso nome, una comunità popolare, spesso fragile, che i tifosi hanno scelto di sostenere attivamente, trasformando il calcio in impegno sociale quotidiano. E poi c’è la cultura: l’apertura verso il movimento LGBT+, l’antifascismo radicato e fieramente espresso, il legame con la scena punk che da decenni risuona tra i vicoli di St. Pauli. Non una semplice tifoseria, dunque, ma una vera controcultura calcistica, orgogliosa delle proprie battaglie e capace di trasformare il Millerntor in un laboratorio sociale di partecipazione e identità. Un tifo che non si limita a sostenere una squadra, ma che racconta un’idea di mondo. Un tifo, ancora una volta, irripetibilmente unico. L’Habitat Sankt Pauli è uno dei quartieri più iconici e complessi di Amburgo, un luogo in cui si intrecciano storia popolare, ribellione culturale e una vitalità urbana che non si spegne mai. Affacciato sul porto, è da sempre la porta d’ingresso della città, qui sono passati marinai, artisti, lavoratori, avventurieri e migranti, contribuendo a creare un tessuto sociale variegato, aperto e impregnato di spirito internazionale. Il suo cuore pulsante è la “Reeperbahn”, celebre strada dei divertimenti, neon accesi e musica che vibra fino a tarda notte. Ma Sankt Pauli non è solo vita notturna dietro le facciate colorate si nasconde un quartiere vissuto, fatto di piccoli caffè indipendenti, botteghe artistiche, murales politici e spazi culturali autogestiti. È un luogo in cui la creatività si mescola alla quotidianità e in cui il senso di comunità resta forte, nonostante il continuo movimento di persone. Storicamente quartiere popolare, Sankt Pauli ha una tradizione di attivismo sociale che lo distingue nel panorama tedesco. Qui sono nate importanti iniziative per la tutela dei diritti civili, per l’inclusione dei più vulnerabili e per la difesa degli spazi pubblici contro la gentrificazione. Il quartiere è anche un crocevia delle culture alternative, punk, indie, arte di strada e movimenti progressisti convivono con naturalezza. Il tutto è coronato da un simbolo identitario potentissimo: la squadra del FC St. Pauli, che con il suo Millerntor e la sua tifoseria impegnata incarna l’anima antiautoritaria, solidale e multiculturale del quartiere. Sankt Pauli è questo, un mosaico di contrasti, un porto sicuro per chi cerca libertà d’espressione, un laboratorio sociale che vive e respira a ritmo proprio. Un luogo che non assomiglia a nessun altro. Il FC St. Pauli nasce ufficialmente il 15 maggio 1910, come sezione calcistica del St. Pauli Turnverein 1862. Nei primi decenni rimane una piccola realtà sportiva di Amburgo, oscillando tra campionati regionali e categorie minori senza raggiungere particolare notorietà. La svolta arriva negli anni ‘80, quando il club diventa simbolo di una nuova cultura non solo calcistica, attivisti, studenti, punk e gruppi antifascisti trovano nella curva della squadra un luogo di identità e di militanza. Nascono così i valori che ancora oggi identificano il St. Pauli: antifascismo, antirazzismo, inclusione, diritti civili e apertura verso la comunità LGBT+. In questo periodo si diffonde anche il celebre piratesco “Jolly Roger”, simbolo destinato a diventare emblema internazionale del club. Dal punto di vista sportivo, il St. Pauli vive momenti di gloria e di difficoltà. Fin dalla sua fondazione il Sankt Pauli ha sempre militato nelle serie regionali inferiori. Pur non essendo una potenza calcistica, la squadra negli anni Ottanta conquista un ruolo unico nel panorama europeo grazie alla propria identità radicale e al forte legame con il quartiere. Nel frattempo, il club si consolida come modello di impegno sociale, progetti per la comunità locale, iniziative culturali, programmi contro la discriminazione e una gestione societaria trasparente e partecipata. Nel 1977, con la creazione della Zweite Bundesliga, il St. Pauli venne inserito nel girone nord e fu proprio da lì che, nello stesso anno, conquistò il primo storico accesso alla massima serie, un traguardo atteso per decenni e festeggiato dall’intero quartiere. L’entusiasmo durò poco: dopo un solo anno il club retrocesse e si ritrovò in una spirale di difficoltà che culminò, nel 1979, nella perdita della licenza professionistica e nella caduta in Oberliga Nord. Sembrò l’inizio della fine, e invece da quel baratro iniziò una rinascita inattesa. Nel 1984, nell’allora terza divisione tedesca, il St. Pauli arrivò secondo dietro il Werder Brema II°, ma grazie alla regola che impediva alle squadre riserve di accedere ai campionati professionistici i pirati ottennero la promozione in Zweite Bundesliga. Fu il primo tassello di un cambiamento più profondo, che travolse non soltanto il campo ma l’identità stessa del club. Nella seconda metà degli anni Ottanta il St. Pauli compì una vera metamorfosi culturale, il campo di gioco venne trasferito nel cuore del porto, accanto alla Reeperbahn, e questo attirò studenti, punk e movimenti antifascisti. La curva adottò il Jolly Roger come simbolo ufficioso, la società bandì i gruppi di estrema destra e il “Millerntor” iniziò a riempirsi come mai prima. In questo clima nacque la nuova anima del club, capace di far crescere la media spettatori da 1.600 a 20.000 nell’arco di pochi anni, destinata a diventare un caso unico nel calcio europeo. Sul campo, tuttavia, arrivarono risultati altalenanti ma sempre memorabili, nel 1988 il ritorno in Bundesliga inaugurò un triennio di sfide ad alto livello, cui seguirono un’altra promozione nel 1995 e una nuova apparizione nella stagione 2001-2002. Dopo quell’ultima stagione, però, il St. Pauli precipitò nuovamente in una profonda crisi economica, tanto da lanciare la celebre “Retteraktion”, l’operazione di salvataggio che mobilitò tifosi e simpatizzanti in tutto il mondo. Furono realizzate della magliette marroni con la scritta “Retter” che divennero un simbolo di resistenza popolare e contribuirono ad evitare un nuovo fallimento societario, affiancandosi a iniziative decisive. Il club, sull’orlo del collasso e bisognoso di fondi per ottenere la licenza di terza divisione, ricevette il sostegno anche di Uli Hoeneß, allora dirigente del Bayern Monaco, che organizzò un’amichevole devolvendo l’intero incasso ai pirati. La combinazione di solidarietà popolare e aiuti esterni permise di raccogliere 1,95 milioni di euro e di salvare il club dalla bancarotta. La metà degli anni Duemila vide il St. Pauli tornare a respirare, nel 2005 nacquero iniziative sociali come “Viva con Agua de Sankt Pauli”, progetto creato da un gruppo di amici del quartiere per garantire l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari di base in tutto il mondo. Nel frattempo in campo, la squadra compì una straordinaria cavalcata in Coppa di Germania nel 2005-2006, raggiungendo la semifinale dopo aver eliminato Hertha Berlino e Werder Brema. Fu il preludio alla ripartenza, promozione in Zweite Bundesliga nel 2007 e tre anni più tardi, un nuovo salto in avanti con il ritorno in Bundesliga nel 2010. Nella stagione successiva arrivò persino un derby storico vinto contro l’Amburgo grazie al gol di Gerald Asamoah, ma quella gioia rimase isolata: sette sconfitte consecutive segnarono il crollo che portò alla retrocessione, suggellata da un pesantissimo 1 a 8 contro il Bayern Monaco. Gli anni seguenti furono segnati dall’instabilità in Zweite Bundesliga, tra cambi di allenatore, stagioni altalenanti e qualche derby amaro con HVS, come il 4 a 0 subito nel 2019. Nonostante tutto, il club rimase fedele alla propria identità progressista e al forte radicamento sociale, elementi che continuarono a distinguerlo nel panorama calcistico tedesco. La svolta arrivò dopo il 2020, con un miglioramento costante che culminò nella straordinaria vittoria del campionato di seconda divisione 2023-2024 e nel ritorno in Bundesliga dopo tredici anni. La stagione successiva, la 2024-2025, assunse un valore simbolico senza precedenti, per la prima volta nella storia il St. Pauli disputò la massima serie mentre i rivali cittadini dell’Amburgo rimasero in seconda divisione, e riuscì a consolidare la salvezza, confermando che il club del Jolly Roger non era più soltanto un fenomeno culturale, ma anche una realtà sportiva capace di competere stabilmente ai massimi livelli del calcio tedesco.
Il legame tra il St. Pauli e il movimento punk affonda le sue radici nella storia stessa del quartiere: un luogo ribelle, marginale, caotico, dove la cultura alternativa trovò sempre terreno fertile. Negli anni Ottanta, quando la squadra stava cambiando pelle e il Millerntor stava diventando il cuore identitario della comunità, la scena punk divenne il motore sociale e culturale che alimentò la nascita della “nuova” anima del club. Molti giovani provenienti dagli ambienti underground di Amburgo iniziarono a frequentare lo stadio, portando in curva un’attitudine antisistema, antiautoritaria e dichiaratamente antifascista. La bandiera del Jolly Roger divenne così non solo il simbolo dei tifosi, ma anche un’icona della controcultura locale. Il dialogo tra calcio e musica fu naturale: i locali attorno alla Reeperbahn erano tra i centri più attivi della scena punk tedesca e internazionale, e diversi gruppi riconobbero nel St. Pauli un’espressione autentica dei loro stessi valori. Band come i Die Toten Hosen, storica formazione punk di Düsseldorf, si legarono a tal punto al club da diventarne ambasciatori informali: parteciparono a eventi di raccolta fondi, suonarono concerti dedicati alla tifoseria e contribuirono a diffonderne il mito ben oltre i confini tedeschi. Anche i Millerntor Roar, collettivo musicale del quartiere, e vari gruppi della scena hardcore amburghese trovarono nel club un naturale punto d’incontro, portando la loro musica all’interno dello stadio e sostenendo iniziative sociali promosse dalla società.
Il rapporto con il mondo punk non si limitò alla musica, fu anche un’alleanza politica, estetica e culturale. Il rifiuto del razzismo, del sessismo, dell’omofobia e dell’estrema destra, valori centrali nella filosofia punk, si rifletté perfettamente nell’identità del St. Pauli, che fu uno dei primi club europei a esporsi apertamente contro ogni forma di discriminazione. Le grafiche, i teschi stilizzati, gli slogan anarco-punk e le collaborazioni con artisti della scena divennero parte integrante dell’immaginario della squadra. Con il tempo questo legame si trasformò in un vero marchio di fabbrica: oggi il St. Pauli è considerato il club punk per eccellenza, un simbolo globale di ribellione culturale e di calcio vissuto come espressione politica, proprio come lo spirito dei gruppi musicali che contribuirono a elevarlo a mito. Una storia in cui pallone, musica e controcultura non solo si sono incontrati, ma si sono fusi in un’identità riconoscibile e unica nel panorama sportivo mondiale.
Oltre all’integrazione con il movimento punk quella del Sankt Pauli quale divenne una particolare forma di espressione peculiare del club di Amburgo mise in luce la consapevole fragilità del quartiere, tra povertà, emarginazione, multiculturalità spesso ignorata dalle istituzioni governative. Il Sankt pauli, ma in particolare i suoi tifosi, scelsero di trasformare il calcio in uno strumento di sostegno reale alla popolazione. Nacquero così programmi di aiuto alle famiglie in difficoltà, iniziative per offrire riparo ai senzatetto durante l’inverno e progetti rivolti ai giovani del quartiere, spesso esposti a contesti sociali delicati. Il St. Pauli mise a disposizione strutture, personale e risorse, facendo del proprio stadio un luogo aperto alla comunità, non solo un campo da gioco, ma un punto d’incontro, un centro culturale, uno spazio in cui sentirsi parte di qualcosa. Noto è l’impegno anche verso gli “squatter” ossia persone senza tetto che occupano abusivamente edifici liberi. L’impegno sociale del club non rimase circoscritto ai confini di Amburgo come ho già accennato al progetto “Viva con Agua de Sankt Pauli”, una delle iniziative più emblematiche, un’organizzazione no-profit fondata da ex giocatori e tifosi, che trasformò lo spirito solidale del club in un impegno globale per garantire accesso all’acqua potabile nei Paesi più poveri.
Inoltre il club tedesco è considerato uno dei club più inclusivi d’Europa, diventando un punto di riferimento per il movimento LGBT+ nel mondo del calcio. Un ambiente tradizionalmente segnato da stereotipi, discriminazioni e diffidenze, il Millerntor si è trasformato presto in uno spazio sicuro, aperto e orgogliosamente accogliente diventando paladino della lotta contro ogni forma di discriminazione, pilastro della propria filosofia. Il supporto alla comunità LGBT+ divenne così parte integrante dell’immagine del club, non semplice dichiarazione di intenti, ma impegno concreto. Striscioni arcobaleno esposti stabilmente in curva, iniziative contro l’omofobia nello sport, collaborazioni con associazioni per i diritti civili e una comunicazione sempre chiara, mai ambigua, tutto ciò ha reso il St. Pauli uno dei primi club europei ad abbracciare apertamente la causa Fondamentale fu anche il ruolo della tifoseria organizzata, da sempre politicamente attiva. I gruppi del Millerntor integrarono il messaggio pro LGBT+ nelle loro campagne, nei loro cori, nei loro materiali visivi, rendendo lo stadio un luogo in cui non esisteva spazio per insulti omofobi o atteggiamenti discriminatori. Nel tempo queste scelte contribuirono a costruire una reputazione internazionale, per molti giovani, attivisti e fan sparsi in Europa, il St. Pauli divenne “il club arcobaleno”. L’identità progressista della società superò così i confini del calcio, trasformandosi in un messaggio culturale più ampio, capace di dialogare con movimenti sociali e con la rete “queer” internazionale.
Dentro lo stadio il cuore pulsante della curva Sud è rappresentato dalla Ultrà Sankt Pauli (USP), nata negli anni Novanta e divenuta il gruppo più numeroso e influente. Gli USP hanno contribuito in modo decisivo alla costruzione dell’immagine progressista del club, portando avanti campagne sociali, iniziative antifasciste, progetti internazionali e un tifo fatto di coreografie riconoscibili, striscioni politici e un linguaggio visivo fortemente legato alla cultura punk e alternativa. Non sono solo un gruppo ultrà, ma un collettivo culturale che si muove anche al di fuori dello stadio. Accanto a loro opera il Fanladen St. Pauli, uno dei primi centri di aggregazione per tifosi creati in Germania. Non è un gruppo ultrà tradizionale, ma una struttura indipendente che lavora per favorire un tifo consapevole, organizzare trasferte, gestire iniziative solidali, mediare nei rapporti con la società e promuovere un ambiente calcistico libero da discriminazioni. Il Fanladen è un punto di riferimento per migliaia di tifosi, spesso citato come modello europeo di gestione partecipata. Un altro collettivo molto importante è St. Pauli Rollerderby / St. Pauli Kiezkick, realtà sportive parallele nate dalla cultura della tifoseria e sostenute attivamente dal pubblico del Millerntor. Pur non essendo gruppi di tifo in senso stretto, sono parte integrante dell’universo St. Pauli e incarnano gli stessi valori di inclusione e indipendenza che animano le curve. Tra i gruppi più noti all’estero spiccano anche diverse realtà del movimento AFM (Arbeitsgemeinschaft Fanclubs des FC St. Pauli), che riunisce centinaia di fanclub ufficiali, molti legati a temi sociali, culturali o territoriali. Alcuni sono storici, altri nati recentemente, ma tutti contribuiscono alla straordinaria rete comunitaria che circonda il club. Numerosi, inoltre, i collectives internazionali, dal Regno Unito alla Scandinavia, dal Sudamerica all’Italia, noto è il gemellaggio con la Sampdoria, che si riconoscono nella filosofia del Jolly Roger e ne diffondono messaggi e iniziative oltre i confini tedeschi. Il St. Pauli è infatti uno dei pochi club al mondo ad avere gruppi di tifosi attivi e politicamente impegnati in così tanti Paesi. In ultimo i numerosi tra tifosi del Sankt Pauli e quelli dell’Hapoel Tel Aviv, una delle più attive del panorama calcistico di Israele e in netto contrasto con le politiche di occupazione di Netanyahu. Il risultato è una tifoseria unica, dove appartenenza sportiva, impegno sociale e cultura alternativa convivono in modo naturale. Al Millerntor il tifo non è solo sostegno alla squadra, ma un modo di vivere il calcio in cui presenza, solidarietà e identità collettiva diventano parte di un’unica, inconfondibile esperienza.
Oggi il FC St. Pauli è riconosciuto non solo per ciò che fa in campo, ma per ciò che rappresenta fuori dal campo, un’idea di calcio fondata su valori, uguaglianza e solidarietà. Un’icona globale della controcultura sportiva.
Al termine di questa analisi in cui ho voluto mettere in risalto non solo gli aspetti sportivi e agonistici del calcio, ma anche il suo valore sociale e culturale, insomma qualcosa che va oltre alla ordinaria sfera di cuoio. A prima vista, l’Athletic Bilbao e il St. Pauli sembrerebbero due mondi lontani, uno radicato nei Paesi Baschi, con tradizioni centenarie e una delle storie più nobili del calcio spagnolo; l’altro nato nei vicoli del porto di Amburgo, simbolo di cultura alternativa e ribellione. Eppure, osservando più da vicino le loro tifoserie, emergono sorprendenti punti di contatto, fili sottili ma solidi che uniscono due realtà geograficamente distanti, ma animate da valori molto simili. Entrambe le curve nascono da un forte senso di identità territoriale. I tifosi dell’Athletic vedono nel club un’estensione naturale della cultura basca, della lingua, delle tradizioni e di un orgoglio popolare che resiste da decenni. A St. Pauli, l’identità non è etnica ma sociale, è l’anima del quartiere, con la sua storia operaia, portuale, multietnica e ribelle, a definire il modo di vivere la squadra. In entrambi i casi, il club non è soltanto una squadra di calcio, ma un simbolo del luogo che rappresenta. Un secondo punto comune è l’idea di calcio come comunità. San Mamés e il Millerntor non sono stadi qualunque, sono case condivise, spazi dove famiglie, amici, giovani, movimenti sociali e tifosi storici convivono in un clima di partecipazione autentica. Le due tifoserie, pur con stili diversi, difendono un’idea di tifo popolare, accessibile e radicato nel tessuto urbano, lontano dalle logiche più fredde del calcio moderno. Un altro elemento che unisce baschi e “pirati” di Amburgo è la solidarietà. L’Athletic ha sempre mantenuto un rapporto molto stretto con la propria comunità, sostenendo iniziative sociali, culturali e identitarie, difendendo tradizioni come la “cantera”, vista non solo come scelta sportiva ma come responsabilità verso il territorio. Il St. Pauli ha fatto della solidarietà un vero marchio di fabbrica, antifascismo, diritti sociali, impegno contro le discriminazioni, supporto ai più fragili del quartiere, e una lunga lista di battaglie civiche che coinvolgono attivamente la tifoseria. C’è poi un forte legame con la cultura popolare e musicale. San Mamés è da sempre un luogo dove la cultura basca trova voce, dalle musiche tradizionali ai cori identitari, mentre il Millerntor è il tempio della cultura punk, alternativa e indipendente. Pur con linguaggi diversi, entrambe le tifoserie vivono il calcio come espressione culturale, non solo sportiva. Ciò che davvero avvicina queste due curve è la lealtà assoluta. L’Athletic, con la sua politica unica di giocatori locali, e il St. Pauli, con la sua identità radicale e anticonformista, sono club che non cambiano pelle a seconda delle mode. I loro tifosi sposano una filosofia, non solo una squadra. Restano, sempre, anche nei momenti difficili, perché ciò che li lega al club va oltre il risultato del campo. In questo intreccio di identità, comunità, cultura e valori, Athletic Bilbao e St. Pauli sembrano lontani solo sulla mappa. Nello spirito, invece, camminano sorprendentemente vicini.
Bibliografia:
Albanese, Matteo. Il tifo che amo: Politica, ribellione e militanza nel calcio. Red Star Press, 2021.
Barbero, Sergio. Storia dei Paesi Baschi. Il Mulino, 2021.
Conti, Davide. Il calcio e il potere. Laterza, 2020.
Di Feo, Giulio. La banda degli invisibili: Il St. Pauli e la ribellione del calcio. Minimum Fax, 2017.
Marcotti, Gabriele. “La magia del calcio basco.” In Scritture sportive (varie edizioni).
Molinelli, Edoardo. Euzkadi, La Nazionale della libertà. Hellnation Libri 2016
Pizzigoni, Carlo. Atlante del calcio moderno. Hoepli, 2018.
Ranieri, Giuseppe. Calcio e identità: Storie politiche del gioco più bello del mondo. Odoya, 2019.
Sceresini, Andrea. La guerra è finita: ETA, storia di un conflitto irrisolto. Chiarelettere, 2018.
Petroni, Marco. St. Pauli siamo noi. Pirati, punk e autonomi allo stadio e nelle strade di Amburgo. Derive Approdi, 2019.
Rondinelli, Nicolò. Ribelli, sociali e romantici: FC St. Pauli tra calcio e resistenza. Mimesis, 2015.
Siti ufficiali
Athletic Club. “History.” Athletic Club Official Website, https://www.athletic-club.eus.
Athletic Club Fundazioa. “Projects.” Fundazioa, https://fundazioa.athletic-club.eus.
FC St. Pauli. “Club History.” FC St. Pauli, https://www.fcstpauli.com.
FC St. Pauli. “Kiezhelden Social Projects.” Kiezhelden, https://www.kiezhelden.com.
Real Sociedad. “Historia.” Real Sociedad, https://www.realsociedad.eus.
Approfondimenti giornalistici
El País. “Deportes.” El País, https://elpais.com/deportes.
The Guardian. “Football.” The Guardian, https://www.theguardian.com/football.
BBC Sport. “Football Features.” BBC, https://www.bbc.com/sport/football.
Panenka Magazine. “Artículos.” Panenka, https://www.panenka.org.
Storia, cultura, società basca e Sankt Pauli
Eusko Ikaskuntza. “Estudios y Publicaciones.” Eusko Ikaskuntza, https://www.eusko-ikaskuntza.eus.
EITB. “Sociedad.” EITB, https://www.eitb.eus.
Gobbato, Fabio. “Il calcio con l’anima sociale.” SALTO, 2 lug. 2022. salto.bz
Rondinelli, Nicolò. “Ribelli, sociali e romantici! FC St. Pauli tra calcio e resistenza.” Infoaut, 8 ago. 2015. Infoaut
Gobbato, Fabio. “St. Pauli, lo sport nella sua essenza.” SALTO, 15 nov. 2024. salto.bz
“Siamo tutti St Pauli: a Roma storie di sport popolare.” Community Football, 29 set. 2020.
Storia del terrorismo
Centro Memorial Víctimas del Terrorismo. “Archivo y Documentación.” Memorial VT, https://www.memorialvt.com.
International Crisis Group. “Spain Reports.” ICG, https://www.crisisgroup.org.