Massimo Fiore
LA COMMEDIA
DEL PALLONE
Viaggio onirico tra santi, diavoli e penitenti
Copyright © 2026 Massimo Fiore
Tutti i diritti riservati.
Introduzione
Esiste un momento, nel cuore della notte, in cui il rumore del mondo tace e lascia spazio a un altro tipo di fragore. Non è il silenzio della quiete, ma il boato lontano di uno stadio che non esiste su nessuna mappa geografica, eppure pulsa sotto la pelle di chiunque abbia mai pianto per un gol o imprecato per un rigore fallito al novantesimo. È in questo spazio liminale, che l’autore chiama “Oniria”, dove ha inizio il nostro viaggio, un’esplorazione che trasforma il calcio da semplice cronaca sportiva in un’epica universale, un’archeologia della memoria dove ogni zolla di terra racconta una caduta o una redenzione. Non ho alcuna intenzione di imitare la magnifica opera in versi di Luigi Garlando, al quale, nella mia personale fantasia, ho riservato un meritato posto in Paradiso. Questo lavoro è semplicemente il frutto di una notte inquieta, trascorsa tra insonnia e brevi sonnellini, durante la quale l’immaginazione ha preso il sopravvento sulla ragione.
Da qui nasce l’idea di camminare idealmente accanto a Dante, incontrando quasi per caso personaggi che, nel bene e nel male, hanno lasciato un segno nella storia del calcio. Non si tratta di un percorso ordinato che segue fedelmente il viaggio dantesco, ma piuttosto di un susseguirsi di ricordi, immagini e suggestioni che ho cercato di collocare in un quadro narrativo, forse più per dare un ordine ai miei pensieri che per guidare quelli del lettore.
È così che ha preso forma questa sorta di pseudo-romanzo onirico, privo di qualsiasi pretesa letteraria, scritto con l’umiltà di chi desidera soltanto riportare alla luce vecchi e piacevoli ricordi legati allo sport che ama più di ogni altra cosa.
Immaginate di camminare tra i vicoli di una città che profuma di incenso e di erba appena tagliata, dove le campane delle chiese suonano all’unisono con i cori delle curve. Qui, tra le ombre di un paesaggio antico illuminato dai riflettori che tagliano il cielo come comete, potreste imbattervi in un uomo dal mantello rosso e dalla sciarpa consunta dai secoli. È Dante Alighieri, ma non il poeta austero dei libri di scuola; è un’anima che ha attraversato le passioni moderne e vi ha riconosciuto la stessa “fame eterna” che muoveva gli uomini del suo tempo. Egli vi prenderà per mano per condurvi nel più grande dei teatri: lo stadio dell’aldilà.
Il Rumore dell’Inferno: La Gabbia dei Replay
Il primo regno che attraverseremo non è fatto di fiamme, ma di un bagliore azzurrognolo e intermittente. È l’Inferno del Calcio, la “Gabbia dei Replay Eterni”, dove il peccato supremo è la baratteria, l’aver venduto l’anima del gioco per un pugno di monete o per un calcolo meschino. Qui il lettore incontrerà il VAR, trasformato in un “moderno Minosse”, un giudice freddo e inesorabile che rallenta l’istante della colpa all’infinito, condannando i peccatori a rivivere il proprio tradimento sotto gli occhi di una folla senza volto. Vedrete dirigenti che contano monete incandescenti e arbitri inseguiti da ombre vendicatrici. Incontrerete i “traditori della patria” che vagano nel gelo di una Caina calcistica, uomini come Sparwasser, le cui gesta politiche hanno spezzato il mondo prima ancora della difesa avversaria. Ma anche nell’abisso più profondo, brilla una luce che non può essere contenuta, quella di Diego Armando Maradona, una figura talmente immensa da attraversare ogni regno, circonfuso di un’ombra che Dante stesso esita a condannare del tutto, riconoscendovi il “sol che guida” delle passioni umane.
La Nostalgia del Purgatorio: Il Regno dei “Quasi”
Uscendo dal fragore infernale, ci ritroveremo ai piedi della “Montagna delle Gradinate Infinite”. È il Purgatorio, il regno della nostalgia e del rimpianto, dove l’aria si fa sottile e il silenzio è un’attesa carica di speranza. Qui non abitano i malvagi, ma le “anime incompiute”: le nazionali meravigliose che hanno sfiorato la gloria senza mai afferrarla, i campioni che hanno amato troppo il gioco fino a diventarne vittime. Incontrerete Roberto Baggio, con gli occhi carichi di quella malinconia tipica di chi ha visto il Paradiso sfuggirgli per pochi centimetri, ma che proprio in quel dolore trova la sua purificazione. Salirete scalino dopo scalino insieme a squadre come l’Olanda del calcio totale o il Brasile del 1982, formazioni che hanno preferito la bellezza estetica al risultato cinico, trasformando la sconfitta in un canto immortale. In questo Purgatorio, il calcio non è più una condanna, ma un processo di guarigione, un cammino verso una “diritta via” smarrita non tra i peccati, ma tra le “ruine” della storia.
L’Empireo della Bellezza: Il Ritorno all’Infanzia
Infine, il viaggio approda all’Empireo dell’Erba Perfetta. Il Paradiso del calcio è un campo sospeso nel cielo, dove l’erba non conosce fango e il gioco è liberato da ogni sovrastruttura, non ci sono arbitri, non c’è violenza, non ci sono simulazioni. Qui i grandi miti: Pelé, Cruyff, Beckenbauer, Scirea si passano il pallone in un’armonia che sembra spiegare il senso dell’universo meglio di mille trattati filosofici. Ma la parte più commovente di questo regno è il Cielo della Meraviglia Eterna, dedicato alla memoria sacra dell’infanzia. Qui dimora Peter Adolph, l’inventore del Subbuteo, l’uomo che ha permesso a milioni di bambini di sognare il calcio sopra un panno verde, trasformando le miniature in eroi della fantasia. In questo Paradiso, ogni colore di maglia diventa una tessera di una geografia del mondo scritta con il cuore, e il fruscio delle dita sul tavolo verde risuona eterno come il primo amore per il pallone.
Perché Leggere Questo Libro?
“La Commedia del Pallone” non è un manuale per esperti, ma un’opera di trasfigurazione mitologica. Invito i lettori a guardare oltre il risultato della domenica per riscoprire il calcio come l’ultima “sacra rappresentazione” del nostro tempo, una prova tangibile che “gli uomini cercano ancora la bellezza, pur vivendo dentro il caos”. Leggere queste pagine significa accettare una sfida, quella di ritornare a essere bambini davanti a un album di figurine introvabili, come lo fu il mitico Pizzaballa, di soffrire ancora per le tragedie di Superga o dell’Heysel, e di esultare per la purezza di un gesto tecnico. È un invito a risalire la montagna dei ricordi per “ritornar a riveder le stelle” della nostra passione più autentica.
Voltate pagina. Lo stadio-cattedrale è gremito, le luci sono accese e Dante ha appena iniziato a raccontare.
La partita eterna sta per cominciare.
Guida alla lettura
Questa guida alla lettura ti aiuterà a navigare nell’opera “La Commedia del Pallone”, un saggio che trasfigura la storia del calcio attraverso l’architettura monumentale della Divina Commedia di Dante Alighieri. L’autore, compie un’operazione di archeologia della memoria, trasformando stadi, calciatori e cronache in figure mitologiche e archetipiche.
1. La Bussola del Lettore:
Le Note a Conclusione: Per comprendere appieno questo viaggio, è fondamentale fare costante riferimento alla sezione finale del saggio: “Personaggi, luoghi e accadimenti in ordine di apparizione”. Questa lista non è un semplice appendice, ma una vera e propria bussola esegetica necessaria per, decodificare l’enciclopedia calcistica. Il testo è denso di nomi che spaziano dai giganti mondiali (come Pelé e Maradona) a figure di nicchia o “meteore” (come Luis Silvio Danuello o Jorge Luis Caraballo).
Identificare gli episodi storici: Molte scene ricalcano eventi reali, come la “Battaglia di Santiago” o la “Vergogna di Gijón”, che vengono riletti in chiave allegorica. Comprendere i luoghi: Gli stadi non sono solo strutture in cemento, ma diventano “cattedrali” o gironi infernali dove si consumano drammi umani e sportivi.
2. La Struttura come Stato dell’Anima
Il saggio è diviso nei tre regni danteschi, ognuno dei quali rappresenta una diversa condizione dello spirito sportivo:
L’Inferno, Il rumore della memoria: È dominato dalla “Gabbia dei Replay Eterni”. Qui il VAR appare come un “moderno Minosse”, un giudice freddo che condanna gli uomini per un istante di tradimento dello spirito del gioco. Il peccato supremo è la baratteria, ovvero vendere l’imprevedibilità del calcio per calcolo o denaro.
Il Purgatorio, Il regno della nostalgia: Definito come la “Montagna delle Gradinate Infinite”, è il luogo delle squadre incompiute e delle nazionali meravigliose che hanno sfiorato la gloria. Qui il lettore incontrerà figure come Roberto Baggio, simbolo di chi espia non per viltà, ma per aver “amato troppo”.
Il Paradiso, L’Empireo dell’erba perfetta: È il trionfo della bellezza pura e dell’armonia, dove il gioco è libero da violenza e sospetti. Un elemento chiave è il Cielo della Meraviglia Eterna, dedicato al Subbuteo, descritto come la “memoria sacra dell’infanzia europea” che permette di sognare il calcio prima ancora di viverlo.
3. Chiavi di Lettura Letterarie
Per una lettura consapevole, tieni presente che l’opera fa dialogare il calcio con i grandi della letteratura: Umberto Saba e Pier Paolo Pasolini sono i numi tutelari della “Candida Rosea”, in riferimento alla Gazzetta dello Sport e non la dantesca “Candida Rosa” celebrando il calcio come l’ultima “sacra rappresentazione” del nostro tempo. Eduardo Galeano appare come il “mendicante di buon calcio” che trasforma la cronaca in canto eterno. Giacomo Leopardi viene evocato per ricordare la fragilità della gloria umana di fronte a tragedie come Superga o l’Heysel.
4. Suggerimento Metodologico
Non leggere il saggio come una cronaca sportiva. Approccialo come un’operazione di “molteplicità”, dove il calcio è il linguaggio universale scelto per raccontare la fame eterna degli uomini per la bellezza. Ogni volta che incontri un nome che non ti è familiare, consulta immediatamente le note finali, scoprirai che dietro ogni “anima” citata si cela un frammento di storia che ha contribuito a edificare il mito del gioco,
Buona Lettura
La Commedia del Pallone
Tra sogni, inferni e redenzioni sportive:
dove il calcio si trasforma in rito, memoria e bellezza
Di notte dormo poco. Mille pensieri mi frullano nella testa, inquieti come stormi nel buio. Ma per un attimo mi abbandono tra le braccia di “Oniria” , giusto il tempo di un breve viaggio. Un viaggio in una città impossibile, nato forse dal desiderio di incontrare un amico che non avrei mai potuto conoscere davvero. Non era Firenze e non era Milano, eppure conservava qualcosa di entrambe, vicoli medievali illuminati da schermi luminosi, campane che suonavano insieme ai cori da stadio, un cielo nero attraversato da riflettori simili a comete. Una sorta di sinestesia postmoderna innestata dentro un paesaggio antico.
Camminavo solo.
Tra le mani stringevo un vecchio libro consumato dal tempo. Quando lo aprii non trovai versi antichi, ma formazioni, nomi di calciatori, cronache di partite, simboli di squadre simili a stemmi nobiliari. Sulla copertina era inciso un titolo improbabile ma solenne,
“La Commedia del Pallone.”
Curioso ne lessi alcuni versi
Nel mezzo del cammin del campionato
mi ritrovai nella lotta invischiato,
ché la dritta classifica era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,
questa stagione selvaggia, aspra e forte,
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più l’esonero;
ma per parlar del poco ben trovato,
dirò di ciò che vidi in tale sorte.
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era piena di campioni la rosa
nel punto che ogni schema abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove nuovi mister eran chiamati
per sanar lo spogliatoio ormai distrutto,
guardai in alto e vidi gli spalti illuminati
da riflettori e cori indiavolati
che fan sognar contratti spropositati.
Allor fu la paura un poco spenta,
che nel profondo cor m’era durata
dopo due derby e un VAR da far tormenta.
Ed ecco, quasi al cominciar dell’erta,
un arbitro leggero tutto in nero,
con l’aria di chi il fallo mai non avverta.
E mi si partia dinanzi al volto,
anzi impediva tanto il mio cammino
col fischietto riluttante e assai distolto,
coi cartellin nel taschino
che parean uscir fuor solo a comando
del quarto uomo o del destino.
E mentre io maledicea quel reo nefando,
venner giornalisti, opinionisti e stampa,
ognun parlando assai, ma capendo poco e manco.
Chi gridava, “La squadra è tutta stanca!”,
chi, “Ci vuol grinta!”, chi, “Serve il mercato!”,
e chi vendeva drammi a tutta banca.
Quand’ecco apparve il più temuto peccato,
il Procuratore, fiera famelica e ria,
che d’oro e commissioni era assetato.
Mai non empie la bramosa voglia sua;
ché dopo un rinnovo e un bonus ben pagato
vuol sempre più lusso, e nulla l’ha saziato.
Molti son gli assistiti ch’ha piazzato,
e più saranno ancora, infin che venga
un presidente povero ma disperato.
Temp’era dal principio del mattino,
e il sole illuminava San Siro intero
sopra l’erba bagnata dal destino,
quando m’apparve, quasi fosse vero,
un’ombra antica in mezzo alla tribuna,
con passo grave e tifo sincero.
Pareva uscito da novella bruna;
portava un manto rosso consumato
e una sciarpa annodata alla cintura.
V’era scritto, “Curva Tè”.
“Non temer,” disse, “uom tanto disperato;
ché molte squadre vidi andar nel fondo
e poi salvarsi al novantesimo sudato.”
“Allor se’ tu…” rispuosi tutto assorto,
“quel Dante che cantò d’inferno e stelle
e che mai vide un fuorigioco storto?”
Ed egli chinò il capo, quasi morto.
“Or seguimi tra curve e bagatelle,
ché ti convien veder l’etterno gioco
dove si dannan uomini e bandiere…
…e presidenti che esoneran mister
prima ancora del panettone.”
Credevo fosse uno scherzo o l’effetto di quelle ore insonni in cui il sonno tarda ad arrivare e la mente resta accesa, ostinata, a rincorrere immagini, ricordi e fantasie senza ordine. Ed è proprio in quella notte che immaginai questo viaggio assurdo, una specie di Divina Commedia calcistica, popolata non da santi e peccatori comuni, ma da uomini che hanno attraversato il football lasciando dietro di sé qualcosa di più, di semplici partite e risultati, ma figure diventate racconto, malinconia, leggenda popolare.
E così, quando l’ora è tarda e il sonno non arriva il silenzio della casa lascia spazio ai pensieri più strani, mi capita di immaginare che tra il calcio moderno e la Divina Commedia esista un legame profondo, quasi inevitabile. Più ci penso, più mi sembra che il football contemporaneo assomigli a quel lungo viaggio immaginato da Dante: una traversata fatta di cadute, illusioni, redenzioni e giudizi senza appello.
Forse mai come oggi questa somiglianza appare evidente guardando i Mondiali del 2026 . Un Mondiale smisurato. Quasi infinito. Tre nazioni ospitanti, città disperse tra deserti, metropoli e oceani, squadre costrette a viaggiare come pellegrini moderni, tifosi che attraversano continenti inseguendo novanta minuti di felicità. E soprattutto gironi interminabili, pieni di calcoli, classifiche, combinazioni e destini appesi a un gol segnato o sbagliato al novantesimo. A pensarci bene, sembra davvero una nuova geografia dantesca.
Nella Commedia tutto comincia con uno smarrimento. Dante si perde “nel mezzo del cammin di nostra vita”; oggi invece si smarriscono le nazionali dentro il ranking FIFA, qualificazioni infinite, playoff e tabelloni che sembrano costruiti da un Brunetto Latini impazzito. Ogni squadra entra nel torneo come un’anima chiamata a giudizio.
Fu allora che compresi, Dante Alighieri era vissuto nel nostro tempo. Poco dopo lo incontrai davanti ad uno stadio immenso. Indossava il suo mantello rosso, sotto portava una sciarpa colot prugna consumata dai secoli. Non parlava come un uomo antico; parlava come chi aveva attraversato le passioni moderne riconoscendovi la stessa fame eterna degli uomini di ogni epoca.
Mi disse,
“Un tempo gli uomini combattean per regni e fede. Oggi combatton per stemmi cuciti sopra una maglia.”
“Siamo alle solite”, pensai.
Entrammo!
Quello stadio sembrava l’Inferno. Non c’erano fiamme, ma cori rabbiosi, televisioni accese all’infinito, replay eterni di errori mai perdonati. Sugli spalti sedevano anime condannate a rivivere per sempre il proprio peccato calcistico. Vidi dirigenti corrotti contare monete incandescenti. Arbitri inseguiti da folle senza volto. Calciatori che avevano tradito la propria gente vagavano nel ghiaccio, immobili, con addosso maglie che cambiavano colore senza mai fermarsi. In un settore remoto apparve Diego Armando Maradona . Non sedeva tra i dannati, ma tra i beati del Paradiso; e tuttavia la sua luce giungeva ovunque, fin negli abissi infernali. Troppo grande per essere contenuta nei soli cieli, la sua presenza attraversava ogni regno. Era circonfuso insieme di luce e d’ombra, come quelle anime che Dante amò troppo per poterle davvero condannare.
Dante mi sussurrò,
“Non posso giudicar per ciò che fece, ma rimane il sol che guida.”
Poi aggiunse, quasi parlando a sé stesso,
“Alcuni uomini nascon per esser tempesta.”
A quel punto iniziammo il cammino! Ed ecco allora i gironi.
L’inferno è fatto di cerchi concentrici, ognuno destinato a una diversa categoria di peccatori. Nel calcio moderno esistono gironi altrettanto crudeli: gruppi dove basta una distrazione per precipitare nel caos, dove una favorita può trasformarsi improvvisamente in dannata sportiva. Ogni partita diventa una sentenza. Chi sbaglia un rigore decisivo viene condannato ai replay eterni della televisione. Chi tradisce la propria squadra resta inseguito dai fischi delle curve come da anime vendicatrici. Chi fallisce sotto pressione viene ricordato più per l’errore che per tutto ciò che aveva fatto prima. E sopra tutto domina il giudizio. Nella Commedia è Dio a stabilire il contrappasso; nel calcio moderno esistono arbitri, VAR , moviole, regolamenti sempre più severi. Ogni fallo ha la sua pena. Ogni simulazione il suo castigo. Ogni gesto viene rivisto, rallentato, discusso milioni di volte. A volte penso che il VAR assomigli quasi a Minosse : osserva, giudica e decide in quale cerchio debba cadere il colpevole.
Giunti all’ingresso non trovammo una porta monumentale, né un arco solenne, ma un moderno cancello custodito da una fila di tornelli. Sopra di essi campeggiava una scritta.
“Non abbandonate mai la speranza, voi che entrate. Perché nessun luogo al mondo è abitato da una fede più irragionevole di quella del tifoso”.
I tornelli si ergevano davanti a me come la porta dell’Inferno, con una differenza fondamentale, i dannati di Dante almeno sapevano di essere condannati, mentre i tifosi continuano a credere che questa sarà la volta buona. Migliaia di anime li attraversavano ogni settimana, affidando il proprio umore, la propria serenità e talvolta persino il pranzo della domenica a novanta minuti di eventi largamente incontrollabili. Una volta oltrepassata quella soglia, la speranza smetteva infatti di appartenere al tifoso e veniva consegnata al più imprevedibile degli dèi, il “gioco del calcio”. Da quel momento un palo al novantesimo, una deviazione fortuita o un rigore dubbio potevano decidere il destino di intere esistenze emotive. Eppure nessuno sembrava farci caso. Con l’incoscienza dei pellegrini e l’ottimismo degli innamorati, tutti continuavano a entrare.
Poco più innanzi Nel Limbo del calcio, là dove Dante pose “coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”, si stendeva una pianura grigia, senza stadio e senza silenzio vero, come un perenne pomeriggio di amichevoli senza storia. Qui non vi erano né fiamme né luce compiuta, ma una sospensione eterna, simile a quella dei “miseri che mai non furon vivi”.
Mi accorsi che il Vate taceva come colui che riconosce un destino minore ma irrimediabile, le anime degli ignavi del pallone. Primo tra essi vi era Luis Silvio Danuello , che camminava senza mai scegliere davvero la direzione del gioco. Non dannato, non glorioso, ma sospeso come un pallone che non trova mai la porta né la tribuna. Il suo passo è leggero e incerto, come quello di chi ha calpestato il calcio senza mai riuscire ad appartenergli davvero. Accanto a lui stava Eneas de Camargo figura quieta e velata, come se il suo passo non appartenesse del tutto al presente ma a una memoria che continua a chiamare casa da lontano. In lui non vi era l’assenza del talento, ma la dolce e malinconica sospensione di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Nel Limbo del calcio, la sua anima sembrava abitata da una saudade profonda, una nostalgia senza oggetto preciso, come quella dei naviganti che ricordano porti mai realmente raggiunti. Era una malinconia dolce e incolmabile, che non rimpiange una vittoria, ma un tempo possibile che non si è mai incarnato nel mondo. Più in là, tra ombre che si muovono come figurine scolorite, vi era Sergio Elio Fortunato , che pareva ripetere all’infinito una carriera mai pienamente compiuta, come un canto che non arriva mai alla sua ultima nota. Ogni suo gesto sembrava iniziare senza mai diventare storia. E ancora il triste Waldemar Victorino in maglia rossoblu, che portava con sé il peso di un nome che altrove aveva conosciuto gloria, ma qui si dissolveva in una terra neutra, dove ogni impresa è uguale alla sua assenza. Aveva perso la “Garra Charrua” . Nel Limbo, anche la memoria della vittoria perde consistenza, come “fumo e ombra senza sostanza”. Poi François Zahoui il “moretto” di Ascoli, la pallina Zigulì, che avanzava con garbo e timidezza, senza mai dare un vero segno di se stesso per poi rifarsi in terra d’oltralpe. E infine, tra tutti, il più smarrito appariva Jorge Luis Caraballo , figura estrema di questo girone sottile, come se in lui si condensasse la natura stessa dell’ignavo calcistico, non la colpa, non il fallimento, ma la mancata impronta. Dante avrebbe forse detto che egli “non fu tra i vivi”, perché nel calcio non è bastato esserci, ma scegliere di esserci. E così queste anime restavano nel Limbo del pallone, senza fiamme e senza luce, senza esultanza e senza condanna, in un eterno campionato che non inizia mai e non finisce mai, dove il destino più duro non è perdere, ma non aver mai davvero partecipato alla battaglia del senso.
Poco più in la, in un luogo, quasi illuminato da grazia divina vi era il Limbo degli Spiriti Magni, un luogo per coloro che sono stati “giusti” e “sapienti”, ma che restano fuori dalla “grazia”. Giungemmo dinanzi a quel luogo di quiete solenne, avvolto in una luce incompleta ma non priva di dignità. Li vi era il “Nobile Castello delle Lune d’Oriente ”, il Limbo dei giusti che vissero in Terra con dignità e fede pagana, pur restando ai margini della grazia del trionfo finale.
Ivi sostava, Mohamed Al Tarabulsi , il portiere del Kuwait. Non vi erano tormenti attorno a lui, né pene infernali. Solo una luce incompleta, velata da una nostalgia eterna. Camminava lentamente sotto un cielo senza tramonto, come uno di quegli uomini giusti che, “pur non avendo conosciuto la grazia salvifica di Cristo, avevano attraversato il mondo con dignità e fede”. Accanto al suo guardiano Al Tarabulsi, che sostava in quella luce incompleta e velata, scorsi un’ombra cinta da nobili vesti, che ancora parea scendere i gradini d’un’immensa tribuna invisibile per farsi giudice sopra il prato. Era lo Sceicco del Kuwait , colui che in un pomeriggio spagnolo dell’ottantadue osò sfidare il tempo e il regolamento, entrando nel verde recinto per “chieder ragione d’un torto che solo il suo cuore avvertiva”, sospendendo il mondo intero tra lo stupore e il fischio. Dante, osservando quel gesto che ancora parea ripetersi come un’eco nel silenzio del Limbo, mi sussurrò.
“Guarda colui che il fischio finale non attese, ma nel campo entrò con regale sdegno, a chieder conto alle francesi offese”.
Egli non risiedeva tra i dannati perché il suo ardire non nacque da malvagità, ma da una bizzarra e assoluta pretesa di giustizia; ora camminava tra gli spiriti sospesi, prigioniero d’un istante in cui il potere s’era fatto gioco e il gioco s’era fatto silenzio. In quella stessa soglia sospesa, dove le imprese restano incompiute e la gloria non diventa mai pienamente Paradiso, appariva anche Saeed Al-Owairan, il bomber dell’Arabia Saudita. La sua corsa contro il Belgio viveva ancora nell’aria come un’eco che non trova mai il suo ultimo passo, un lampo che continua a illuminare senza mai spegnersi del tutto. Non correva più verso una porta, ma dentro la memoria stessa del gesto, come se il calcio fosse condannato a ripetersi per eternità in forma di ricordo. E poco oltre, come figura nata da un verso improvviso della storia, si muoveva Rabah Madjer . Non camminava, sembrava scivolare sull’erba immobile del Limbo, con la leggerezza di chi ha trasformato un istante in mito. Il suo nome portava ancora addosso il riflesso di quel colpo di tacco, gesto impossibile e necessario insieme, con cui aveva piegato il tempo della finale e riscritto la geometria del possibile. Attorno a lui non c’era esultanza, ma una quieta ripetizione del gesto, il pallone che passa, il tacco che lo sfiora, la rete che si muove appena, come se l’universo calcistico fosse rimasto intrappolato in quell’attimo perfetto e irripetibile. In questa quiete correva colui che nato all’ombra delle grandi piramidi ma che fu consacrato re sotto il cielo di Liverpool. Il mio Duca mi sussurro.
“Colui che vedi è ‘l grande incantatore, d’Egitto natio, d’Anfield è re, e del Cairo è ‘l fardello, luce di speme a chi lo guarda e ammira, veloce come strale in suo cammino”.
Era Mohamed Salah la fenomenale ala dei faraoni che scattava sulla fascia destra, con la palla incollata al sinistro, i difensori avversari sanno già che al solo vederlo, è già troppo tardi.
Lasciate le pianure grigie del Limbo, dove le anime sbiadiscono come vecchie figurine, Dante mi guidò verso una fenditura nella roccia che esalava un profumo di salamella e fumo di vecchi fumogeni, entrammo in “Dite” . Penetrammo in una vasta caverna, simile a quella descritta dal filosofo di Atene, ma qui la luce non veniva dal sole, bensì dal riverbero azzurrognolo di mille schermi catodici, era l’antro delle visioni colorate. Ivi vidi anime sedute su casse di birra, costrette a dare le spalle all’uscita e a fissare le ombre proiettate sulla parete da un fuoco perenne fatto di schedine bruciate. Quelle ombre non erano uomini, ma sagome giganti che parevano disputare una partita infinita di soli replay.
Dante mi sussurrò:
“Guarda color che del ver non han nozione, prigionieri d’un riflesso che li incanta, fan del tifo la propria visione”.
Al centro, c’era colui che “parea il duce di quel luogo”, s’ergeva Donato Cavallo . Portava sul capo un elmo di cuoio e una maglia rossonera che pareva intessuta di sogni. Egli urlava contro le ombre della parete, convinto che ogni macchia scura fosse un torto subìto o un segno di “viuuuulenza” del suo diavolo. Poco distante, seduto sopra un macigno che sembrava la cabina d’un carro pesante, scorsi Felice “Tirzan” La Pezza . Stringeva tra le mani un panino enorme, gli occhi suoi, piccoli e lucidi, seguivano un’ombra bianconera che correva sulla roccia, convinto di trovarsi ancora sulla via per Torino. Infine, in un angolo dove la polvere era più grigia, sedeva Franco Alfano . Piangeva miseria, tenendo in mano una schedina sgualcita fatta di cenere. Guardava l’ombra di un nerazzurro che sbiadiva e sussultava a ogni rumore, temendo che l’ombra del mattarello della moglie lo raggiungesse fin lì.
Dante sorrise, osservando quel trittico di passioni deformate,
“Costoro non cercano il male, ma la bellezza nel riflesso del loro tormento. Per loro il calcio è l’unica luce possibile dentro questa tenebra”.
Poco più in là oltre l’Acheronte , là dove le “rupi scoscese e brune” della passione diventano gradinate infuocate e il tifo perde misura fino a farsi eco di guerra, Dante avrebbe forse riconosciuto una delle sue più cupe Malebolge , quella delle tifoserie assolute, dove l’identità non è più appartenenza ma contrapposizione eterna. Qui le curve non cantano soltanto, tuonano come la “città dolente”, e ogni coro sembra nascere non dalla gioia del gioco, ma da una memoria antica di conflitto, come se il pallone fosse soltanto il pretesto ultimo di una contesa più profonda. Tra queste ombre si levano le tifoserie dello Stella Rossa e del Partizan di Belgrado , divise come anime che non hanno mai attraversato lo stesso fiume di pace, due metà della stessa città, due inferni specchiati, dove il “vetici” tra Deljie e Grobari , non finisce mai, ma si ripete “per contrappasso eterno”, come pena che non conosce domenica. Più in là, sull’orlo di una costa che pare frangersi come mare in tempesta, sta la Torcida dell’Hajduk Spalato , come spiriti legati a una pietra e a un vento, dove il mare Adriatico sembra riflettere non la quiete, ma la nostalgia armata di un’identità assoluta. E ancora, nelle bolge dove il canto si fa urlo e il fumo oscura il cielo, si agitano le tifoserie di Millwall e West Ham , Londra divisa in due, con una stessa anima che non trova riconciliazione. Qui il calcio è come una “selva oscura” urbana, dove il confine tra appartenenza e scontro si assottiglia fino a scomparire e riemergere in tempesta implacabile. E in mezzo a queste fratture, come una cicatrice indelebile che attraversa la geografia stessa dei Balcani, si apre il derby di Mostar , dove la città si divide come un’anima spezzata. Lo “Stari most” diventa memoria di ciò che unisce e insieme separa. Qui la “Neretva” non è soltanto acqua, ma confine simbolico tra due sponde che si guardano come “anime prigioniere d’un medesimo dolore”, e ogni partita sembra ripetere un’antica ferita mai sanata, dove il calcio non ricuce ma ricorda. Penetrando nel cerchio più rovente, là dove il tifo smette di essere gioco per farsi visione assoluta. Qui vidi ardere le anime della “Familia” di Beitar , sospese in una tensione che non conosce tregua. Accanto a loro, quasi a riflettere il medesimo ardore, si agitavano gli ultras del PAOK Salonicco, avvolti nel bianco e nel nero della loro fede, come anime condannate a custodire per l’eternità una passione incapace di conoscere quiete. Tra gli ultimi giungemmo dove il fragore della Legia trasforma lo stadio in memoria e orgoglio, lì, ogni partita non è che il riflesso di una ferita storica, un destino che travalica i confini del campo per farsi rito collettivo, tra rabbia e ira.
Dante, volgendo lo sguardo a questo inferno di spalti, sentenziò che;
“qui non è il gioco a generare l’arsura, ma il cuore dell’uomo quando smarrisce ogni misura”.
E tra quelle anime che della passione aveano fatto idolatria, vidi una figura che camminava col capo chino, perseguitata da una scia di fuoco che mai si spegneva. Era Giovanni Fiorillo , colui che in un derby romano scagliò dagli spalti un razzo che non cercava vittoria né gloria, ma trovò il petto innocente di un padre di famiglia, Vincenzo Paparelli . Non urlava come gli altri dannati, né prendeva parte ai cori eterni delle curve infernali; procedeva invece solo, seguendo con lo sguardo quella fiamma che per contrappasso gli tornava innanzi senza mai consumarsi.
Dante osservò quella pena e disse:
“Vedi colui che fece della passione cieca strumento di rovina; ché quando il tifo dimentica l’uomo e adora soltanto il proprio vessillo, il gioco muore e resta solo la colpa”.
La fiamma correva innanzi a lui per l’eternità, memoria d’un gesto che trasformò una festa di popolo in lutto senza ritorno. Le tifoserie si trasfigurano così in anime collettive, spiriti sospesi che non sanno né salire né scendere, ma restano incatenati ad un eterno presente di passione assoluta. In questa geografia del sentimento, dove l’identità si fa destino, ogni domenica diventa un giudizio senza appello e ogni coro, levandosi dalle gradinate, si trasforma nel taglione di chi ha scelto di fare del proprio colore l’unica legge del mondo.
Nell’abisso, dove i violenti sono immersi nel Flegetonte , un fiume di sangue bollente, vidi anime condannate a un agonismo esasperato. Tra loro spiccavano Andoni Goikoetxea , il “macellaio di Bilbao”, Terry Butcher , con la fronte perennemente squarciata, e il granitico Pasquale Bruno a guardia della difesa, un baluardo invalicabile, la cui sola presenza bastava a spegnere il coraggio degli avversari prima ancora del fischio d’inizio. Ma colui che, tra tutti, “parea più vicino alla fiera che all’umano” era Vinnie Jones , intriso di sangue bollente che “sul corpo suo si facea furia e tempesta”. Tra le ombre di coloro che in vita conobbero il vigore come sola parola, scorsi una figura di titanica ampiezza, che reggeva sulle proprie spalle il peso di due diverse nazioni. Era Luisito Monti , colui che agli albori del tempo calcistico fu detto “Doble Ancho” per la vastità del suo dominio e per il terrore che il suo incedere incuteva in chiunque osasse sfidare il centro del campo. Egli non s’agitava come i dannati più giovani, ma stava immobile nel mezzo del sangue bollente, come una colonna d’antico tempio che non cede alla bufera, custode di un calcio dove il cuoio era pesante come pietra e il perdono non era virtù del prato.
Dante, volgendo lo sguardo a quel gigante di granito, mi disse:
“Guarda colui che tra due mondi corse, col cuore di ferro e ‘l passo grave, che d’ogni attacco il desiderio morse”.
Egli risiedeva in quel luogo non per malvagità, ma perché l’anima sua era stata “tempesta troppo grande”. Quel sangue bollente immaginato da Dante assomiglia all’agonismo esasperato del calcio moderno, a quella tensione continua che vive sul confine sottilissimo tra competizione e violenza. Per questo servono figure incaricate di ristabilire l’ordine: arbitri, capitani, VAR. Custodi di un equilibrio fragile, proprio come i Centauri infernali che pattugliano il Flegetonte impedendo al caos di divorare tutto. Ve n’era uno dai baffetti appena accennati, ma d’aspetto severo e d’inflessibile contegno; e tanta era l’autorità che dal suo volto traspariva, che parea reggere con ferma mano l’ordine tra l’infinita schiera dei dannati. Sicilia fu la terra che gli diede i natali, e nel suo incedere austero pareva rivivere l’ombra di Concetto Lo Bello , quasi fosse egli custode e giudice di quell’eterno dolore.
Quivi Dante mi fece discendere ancor più sotto, per una fenditura oscura aperta nel ventre stesso dell’Inferno. Vi si entrava attraverso un buco angusto, simile alla tana d’una bestia antica, e da quell’antro saliva un fetore insopportabile di marcio e corruzione, tale da far arretrare persino il respiro. Pareva che ogni cosa imputridisse senza mai consumarsi, e che l’aria fosse intrisa delle menzogne e degli inganni accumulati in lunghi anni di potere.
Dante, vedendo il mio sgomento, disse:
“Questo è il Cocito del Pallone, ove son puniti coloro che non tradirono una squadra soltanto, ma l’anima stessa del gioco”.
Vidi che non vi erano calciatori né tifosi, ma uomini di potere, uomini che avevano governato il calcio e ne avevano fatto strumento dei propri interessi. Il primo che riconobbi sedeva sopra un trono costruito con coppe incrinate, statuti consunti e documenti corrosi dal tempo. Cercava incessantemente di innalzare torri fatte di contratti e banconote, ma ogni edificio crollava sotto il proprio peso prima ancora di raggiungere l’altezza d’un uomo.
Era Sepp Blatter . Attorno a lui spiravano venti gelidi che portavano parole come “trasparenza, etica e rinnovamento”; ma ogni volta che tentava di afferrarle, esse si dissolvevano in cenere e fango, lasciandolo solo tra le rovine delle proprie costruzioni. Procedendo oltre scorsi un uomo basso e corpulento che stringeva tra le mani monete incandescenti. Egli le contava senza sosta, ma ogni volta quelle si mutavano in pesanti palloni di piombo che gli cadevano ai piedi con cupo fragore. Era “Gegio” Gaggiotti . Attorno a lui si levavano sussurri senza volto, accordi segreti, promesse e strette di mano che non giungevano mai a compimento, come se l’intera sua esistenza fosse rimasta imprigionata in un eterno negoziato senza conclusione. Più innanzi giungemmo nel punto più freddo e fetido della bolgia, dove vermi pallidi strisciavano sopra una pozza d’acqua gelida e immobile. Al centro di quella melma ghiacciata stava un uomo che muoveva incessantemente le mani. Tirava fili invisibili, li annodava, li intrecciava e li dirigeva verso arbitri, dirigenti e palazzi lontani; ma ogni filo si spezzava non appena veniva teso. Era Lucianone . Attorno a lui risuonavano all’infinito squilli di telefoni ai quali nessuno rispondeva più.
“Costui”, disse Dante con voce grave, “volle governare il destino del gioco più che il gioco stesso”.
Vidi che la sua pena non era il dolore, bensì l’impotenza. Per l’eternità avrebbe continuato a muovere fili destinati a non raggiungere alcuno, prigioniero del medesimo disegno che in vita aveva creduto di poter dominare.
Più oltre giunsi in una valle dove non si udivano grida di rabbia, ma pianti sommessi, anticipava un lezzo insopportabile di caffeina e taurina, simile ad una bevanda infernale che toglieva il sonno.
Qui “v’erano le anime di coloro che avevano perduto non una partita, ma il nome, il colore, e la storia. Qui non son puniti coloro che han fallito sul campo, ma coloro che han cancellato la memoria di chi quel campo aveva amato per generazioni.”
Non solo gli angeli ebbero ali, ma vidi che talvolta anche i demoni se ne adornano, quasi volessero ingannare il cielo con la loro apparenza di splendore. Così apparve innanzi a me una creatura dal volto lucente e dalle ali argentee, era la Red Bull , simbolo d’un calcio che aveva scambiato la memoria con il mercato e le radici con il nome di un padrone. Scorsi allora le anime dei vecchi tifosi, coloro che avevano amato quei colori prima che venissero mutati, che avevano pronunciato quei nomi prima che fossero cancellati. A Salisburgo e a Lipsia, il nuovo vento aveva spazzato via antiche insegne, sostituendo alla storia di una comunità un marchio senza passato.
Più in basso inoltrandoci in un “bosco dove non rami verdi, ma nodosi e neri s’intramavano al buio”, udii lamenti che non “avean bocca”. Erano le ombre di coloro che “per man propria troncaron lo stame della vita, anime che non seppero sostener la polvere d’un mondo che tutto esige e nulla perdona”. Tra loro Agostino Di Bartolomei , capitano silente che in un giorno di maggio scelse il silenzio eterno; Robert Enke , il guardiano che tra i pali della vita non seppe parare il colpo della nera malinconia; e Gary Speed , spirito nobile la cui mente fu vinta dal gelo. E “tra que’ tronchi che d’ogni lato s’attorceano”, scorsi pure Justin Fashanu , quello che “ebbe l’ardire di schiudere il core in un mondo di cuoio e di pietra”. Egli non fu vinto dal fango del campo, ma dall’odio sottile dei suoi simili, che mutarono il suo talento in vergogna e la sua gloria in solitudine. Lo vidi avvinto a un ramo che pareva tremare ancora del peso d’una condanna ingiusta, poiché cercò nel laccio l’unico scampo contro la brutalità del giudizio umano, là dove l’uomo non perdona a chi osa esser sé stesso. Costoro, che in vita cercaron la fuga estrema dal peso del fango, son ora radicati in una selva dove il calcio è solo un’eco lontana che non può più riscaldare il cuore di chi ha voluto smarrire la propria luce. Lontano disperso tra le pieghe del tempo intravedemmo anche Abdon Porte uno dei primi calciatori che non seppero regger la vita e “s’abbandonaron a l’insano gesto”.
In fondo a quella schiera stava colui che saltava… saltava… saltava sempre più in alto di tutti…. quasi cercasse ancora una sfera sospesa nell’aria. Era Sándor Kocsis , “l’Ungaro dalla Testa d’Oro”, colui che più d’ogni altro seppe far del salto un’arte e del cielo sopra l’area il proprio regno.
“Quando s’avvide che il sangue suo perdea vigore e corso, mutandosi quasi in pallida acqua.” Il poeta mi disse di ascoltar quella voce, flebile, malinconica.
Egli fra sé dicea, “Un balzo. Ancora uno. Destino, dimmi, perché dovrei temere questo salto? Ho trascorso una vita intera a sfidare la gravità e la sorte. Io ero figlio delle pianure danubiane, eppure il mio regno era l’aria. Molte volte lasciai la terra. Molte volte salii più in alto degli altri uomini. Là attendevo la sfera vagante, e con la fronte la colpivo come il fabbro colpisce il ferro incandescente. La folla gridava il mio nome. Ma ogni gloria dura quanto un volo.”
Un balzo. Poi silenzio.
Così parlava, l’ancor giovane ariete magiaro, mi parea che ogni sua parola fosse un colpo di testa librato oltre le schiere dei comuni mortali; ché in vita segnò reti innumerabili levando sé stesso sopra gli altri, quasi l’aria fosse il suo elemento naturale. E mentre il suo spirto ricordava i campi di Pannonia e le glorie di un Mundial perduto, vidi nei suoi occhi la malinconia di chi fu gigante tra gli uomini e poi conobbe il peso della caduta.
Più in basso sul bordo di un girone v’è una Biblioteca Nera, remota e silenziosa, ove ogni volume reca impresso il marchio dell’ombra; e al lento sfogliar delle sue pagine pare levarsi nell’aria il lezzo acre del peccato, della follia e della barbarie umana. Tra quei tomi funesti, nascosti fra la polvere del tempo e il lamento della memoria, sono custoditi i capitoli più oscuri della storia del calcio: vicende nelle quali il sottile confine che separa il senno dalla demenza, la passione dalla tragedia, si è infranto con fragore. Qui non si narrano soltanto le cadute di singole anime, ma il destino spezzato di moltitudini; non semplici errori o sconfitte, bensì sciagure collettive che hanno lasciato cicatrici indelebili nel cuore dello sport e dell’umanità. E così, come pellegrini smarriti in un girone dimenticato della memoria, ci accingiamo ad attraversare queste pagine tenebrose, là dove il calcio cessò d’essere gioco e divenne tragedia. Ascoltammo la storia di Ryszard Kapuściński nel 1969, durante la partita tra El Salvador e Honduras, passata alla storia come la “guerra delle cento ore” . Le tensioni sociali, politiche e territoriali che da tempo avvelenavano i rapporti tra i due paesi trovarono nel calcio la scintilla definitiva. Accadde ancora nella “Battaglia del Maksimir “, anticamera dell’inferno balcanico, “Balkanski pakao” quando una partita si trasformò nel simbolo dell’odio nazionalista che avrebbe anticipato la dissoluzione della Jugoslavia. Gli spalti ribollivano di rabbia, la violenza travolse il campo, schiere di diavoli volavano su Zagabria e ciò che doveva essere sport divenne il riflesso di una guerra imminente.
Procedendo oltre, lungo gli argini di quella bolgia dove l’aria era densa di un fumo acre e d’inchiostro, giungemmo là dove la “parola si fa veleno e la lingua precede la spada”. Vidi una schiera di cronisti e commentatori, anime condannate a gridare verità parziali e a vendere “drammi a tutta banca”, parlando assai ma comprendendo poco o manco. Costoro, che in vita avevano trasformato il racconto in tribunale, erano ora travolti da una bufera di fogli volanti e schermi infranti, condannati a rivivere il caos che avevano alimentato. In un punto dove la tensione pareva farsi sangue, scorsi le ombre di Corrado Pizzinelli e Antonio Ghirelli . Vidi le loro penne trasformate in tizzoni ardenti, poiché furono loro a scagliare la scintilla che incendiò la “Battaglia di Santiago “. Le loro cronache, scritte con la superbia di chi non vede l’altro, agirono come un richiamo alle armi, trasformando un campo di gioco in una bolgia di pugni e risse continue, dove l’agonismo si trasmutò in ferocia cieca.
Dante, con sguardo severo, mi sussurrò:
“Guarda come la parola sconsiderata trovi qui il suo tragico contrappasso, chi seminò vento di parole tra nazioni e genti, ora raccoglie la tempesta della violenza che non conosce misura”.
Poco distante scorsi un’aula sotterranea che sembrava una sala stampa d’un tempo senza fine, ma avvolta in un silenzio che “facea tremar le vene e i polsi”. Ivi sedeva una schiera di allenatori e opinionisti, ma con orrore vidi che non aveano volto né orecchie: erano anime che in vita aveano parlato assai capendo poco e manco, e ora il contrappasso li condannava a un’eterna e cieca mutilazione. Essi erano impossibilitati a sentire il fragore delle parole che piovevano dall’alto, prigionieri d’un riflesso che li incantava senza mai donar loro il vero. Sopra un podio fatto di schermi infranti e microfoni spenti, s’ergevano tre ombre che del “verbo” avean fatto la loro legge. Vidi José Mourinho , avvolto in un mantello di fiele e segreti, che tesseva infiniti sermoni “come chi non trova mai l’ultima” parola per spiegare il proprio destino. Accanto a lui, Giovanni Trapattoni gesticolava verso l’acqua santa d’un’immaginaria panchina, agitando la lingua in una danza di motti antichi che nessuno poteva più ghermire. E tra loro, “con gli occhi accesi d’un ardore che parea tempesta”, s’agitava Alberto Malesani , che con voce roca e potente gridava verso quella platea di muti e sordi, “Ma cosa è diventato il calcio? Una giungla! È una giungla!”.
Dante, osservando quel tribunale di parole perdute, mi sussurrò:
«Mira come la parola iraconda trovi qui la sua giusta pena: coloro che in vita riversarono la propria rabbia contro chi narrava i fatti e poneva domande, ora sono condannati a parlare senza tregua dinanzi a schiere d’ombre mute e impassibili, ché nessuno raccoglie le loro lamentele e nessuna voce restituisce loro risposta.»
Mentre ci allontanavamo, l’eco di quella “giungla” continuava a rimbalzare tra le pareti di schermi catodici, in quella geografia dantesca dove l’identità smarrita si fa condanna senza appello.
Tra questa folla di gridatori scorgevo anche Zeliko Raznatovic “la tigre” che, per un titolo o una commissione, avevano aizzato le curve e i cuori, dimenticando che il calcio è prova di bellezza e non pretesto di guerra. Essi vagava senza pace, inseguito dall’eco dei loro stessi cori rabbiosi, imprigionati in un eterno presente dove ogni dichiarazione è un giudizio e ogni rigo una ferita che non si rimargina
In quell’istante capii che, anche la storia terrena conobbe atti di sì cieca ferocia, da parere visioni scaturite direttamente dal fondo delle Malebolge. M’apparve il celebre volo di Eric Cantona , che scagliò un calcio furioso e teatrale contro un tifoso nemico, trasformando in un istante il proprio talento in una figura sospesa tra genio e dannazione. Scorsi ancora il colpo sferrato da Zvonimir Boban contro un poliziotto serbo nel tumulto del Maksimir, un gesto che, varcando i confini del prato, smise d’essere sport per farsi simbolo politico e rabbia tra nazioni, fosca anticamera di una guerra. Giungemmo poi, dove la palude Stigia ristagna, accogliendo tra le sue melme le anime di coloro che “l’ira vinse in vita, trasformando il sacro fuoco della competizione in fiele”. Accompagnati sulla barca di Flegias dove il timone era retto da chi fu giudice non all’altezza, Tom Henning Øvrebø . Al di la del fiume, tra gli spiriti travolti dall’impeto, m’apparve Nigel de Jong , che nella finale mondiale del decimo anno del nuovo secolo scagliò un colpo d’artiglio al petto dell’avversario, simile “a fiera che ignora la legge del campo”. E più cupa ancora scorsi l’anima di Harald Schumacher , colpevole d’aver travolto con ferocia d’assassino il giovane Battiston nella semifinale del millenovecentottantadue, lasciando un’impronta di violenza che il tempo non può lavare. È una scena feroce e grottesca, incredibilmente vicina a certe dinamiche del calcio contemporaneo. Un fallo di reazione, un’entrata assassina, una condotta violenta, qui il regolamento e l’infamia non colpirono senza appello, proprio come i diavoli infernali negletti pattugliano la pece. Così l’impunito levato nel buio di questa bolgia, diventa la forma moderna e inesorabile del supplizio. Più giù, nella palude di Stigia, Antonio Rattín s’ergeva come gigante ribelle, negando l’uscita al “nero messo” in un atto d’ira che dimenticò ogni misura. “Vidi l’Inca tradito e il capitano che non volle uscir dal verde prato, sfidando il fischio e il voler umano”.
In quel brago nero e soffocante, scorsi in diverse posizioni, “come membra che non trovan pace”, le ombre di Tomislav Ivic e Luis Fernandez , avvinti l’un l’altro nella furibonda lite di Parigi che “parea non aver mai fine”. S’azzuffavan tra i vapori della palude con la stessa ferocia di chi non sa più distinguere il gioco dalla guerra, condannati a rivivere in eterno l’istante in cui il loro cuore dimenticò la misura. E vidi che “ogni loro grido s’affogava nella mota”, poiché in questo cerchio il silenzio non è pace, ma il contrappasso di chi troppo ha urlato la propria rabbia sopra il verde prato. Dante si fermò un istante osservando come alcune grida s’affogassero nel “rabbioso pantano”, la, dove il vapore della palude si faceva più acre e sapeva di tradimento, scorsi un’altra coppia di anime che della medesima terra francese avean fatto scempio. Era il ribelle Nicolas Anelka , “ombra altera dal volto scolpito nello sdegno”, che fissava con occhi di tizzone spento Raymond Domenech , colui che “d’astrologia facea governo” e cercava nelle stelle una guida che lo spogliatoio gli negava. Se Ivic e Fernandez s’azzuffavan per ferocia di vittoria, costoro avean trasformato il sacro “blue” in una “selva oscura” di ammutinamento, rompendo il vincolo che la maglia unisce. Vidi allora sorgere dal fango un bus dalle tendine chiuse, un carro immondo che ruotava su se stesso senza mai trovare l’uscita, dentro, le anime in rivolta rifiutavano il passo, prigioniere d’un orgoglio che spegneva ogni corsa, proprio come i traditori che “nel ghiaccio di Caina piangon la loro colpa”.
Proseguendo nel viaggio tra le ombre di questo inferno di spalti, dove i cori si fanno ruggito e l’aria è densa di un fumo che sa di polvere e orgoglio, giungemmo in un luogo dove la terra tremava sotto il peso di una superbia che non s’arrende nemmeno al giudizio eterno. Lì, tra coloro che in vita non conobbero altro dio “se non lo specchio del proprio talento”, vidi ergersi una figura d’immensa statura, che pur tra i dannati non chinava il capo, era l’ombra di Zlatan Ibrahimović . Egli stava immobile, lo sguardo fiero rivolto verso l’alto come se l’Inferno fosse soltanto un altro stadio da sottomettere alla sua volontà; e pareva che la pena del cerchio non lo fiaccasse, ma lo rendesse ancor più convinto d’essere “l’unico sole in quella notte senza fine”.
Poco distante, dove il fumo si faceva più fitto e s’udivano sussurri di profezie mai avverate, scorsi un’anima agitarsi tra i saccenti e gli indovini. Era Maurizio Mosca , che con volto ansioso stringeva tra le mani un pendolino d’ottone, tentando invano di trarre presagi dai risultati di partite che non avrebbero mai avuto un fischio finale. Egli vagava tra le ombre di coloro che “parlando assai, capendo poco e manco”, avevano preteso di “vendere il destino a tutta banca”, condannato ora a cercare nel moto di quel metallo una verità che il ghiaccio di Malebolge gli negava in eterno. E in quel medesimo orizzonte di colpe, vidi l’ombra di Mosca accostarsi a figure ben più antiche e solenni. In un punto dove la mota si faceva più scura, appariva Ciacco , immerso in quel brago come chi attende ancora nuove del mondo dei vivi; e proprio accanto a lui, s’ergeva dalla sua arca infuocata Farinata degli Uberti , magnanimo e severo, che pareva osservare con sdegno tanto l’ira dei moderni quanto le vane profezie del giornalista. In quella congiunzione assurda tra storia e cronaca, dove il calcio si fa “geografia dantesca”, compresi che la superbia del campione e l’illusione dell’indovino sono soltanto due facce della stessa fame eterna degli uomini, prigionieri di una passione che, quando dimentica la misura, trasforma ogni coro in una delusione e ogni visione in una condanna senza appello.
Viaggiando tra i gironi Dante colpì accidentalmente con il piede il volto di Bocca degli Abati e come un fallo di reazione poi, trascinato dall’ira, gli afferrò i capelli con brutalità. È una scena che somiglia quasi a una “gamba tesa” ante litteram, a uno scontro nato dall’odio e dalla tensione. La violenza fisica diventa linguaggio, proprio come accade nelle finali più dure o nei derby dove ogni pallone pesa quanto una sentenza. Nelle bolge dei barattieri e dei traditori, il VAR agiva come Minosse , decidendo in quale cerchio far cadere il colpevole. Qui vagavano le ombre di partite scandalose: il Torino-Mantova del 2006 , il discusso Chelsea-Barcellona del 2009 e la finale tra Manchester United e Bayern Monaco , dove il destino mutò in tre minuti di recupero. In un angolo buio, Mark Iuliano riviveva l’eterno scontro con Ronaldo , mentre gli arbitri Byron Moreno e Robert Wurtz erano inseguiti da folle senza volto. Poco distante, il coreano Ahn Jung-Hwan condannato a segnare in eterno il gol che gli valse l’odio sportivo e l’esonero per mano di Gaucci . Tra gli imbroglioni scorgevamo la “Vergogna di Gijón” tra Austria e Germania, quel patto scellerato che trasformò il campo in un teatro d’ombre, offendendo l’essenza stessa della competizion, la “Marmelada Peruana” con il portiere Quiroga sospettato di aver favorito l’Argentina, e Roberto Rojas , il “Condor”, che simulò un ferimento con un bisturi nel celebre “Condorazo” . In quel brago di colpe e di sospetti, vidi “un’ombra che l’Inca avea per segno, tradita ne’ suoi passi più diletti”. Stessa sorte toccò ad Antonio Carmando , massaggiatore del Napoli, che soccorse Alemao facendolo passare per vittima di una monetina da cento lire lanciata dagli spalti. Accanto a lui mise in scena un martirio teatrale, degno della regia di Scarpetta , nel tentativo di piegare il risultato a favore della propria squadra.
E Dante mi disse:
“Mira colui che di un colpo lieve fece strumento di vittoria, trasformando il campo di gioco in un mercato occulto del destino”.
Nel cammino, laddove l’aria si fa densa di un fumo che sa d’inchiostro e di vecchi giornali ingialliti, giungemmo in un settore dove la memoria non celebra il trionfo, ma piange il sopruso. Era un luogo di sospensione, dove il tempo pareva essersi fermato a un meriggio di Berlino , sotto l’ombra di un’aquila che non cercava il volo, ma la preda, quando la nazionale peruviana fu depredata da quella austriaca. “Trentasei fu l’anno quando la brama d’un’aquila predace volse in decreto ingiusto e in cieco sdegno. il Perù, che d’animo vivace avea l’austriaco orgoglio sottomesso, pianger la gloria che nel fango giace”. Ma non appena il ghiaccio dell’abisso s’indurì sotto i nostri passi, giungemmo nella landa che “i mortali chiaman Caina” , dove il tradimento si fa gelo eterno.
Qui scorsi William Brad Cassidy , colui che portò il sangue del bandito Butch fin dentro il recinto sacro della sfida, lo vidi tentare invano di estrarre la sua pistola dalle acque gelate, l’arma con cui tradì la parentela universale che lega l’arbitro ai suoi atleti. E discendendo ancora nelle bolge dove il tradimento pesa più del fallo e più della sconfitta, giungemmo in un luogo simile ad Antenora , là dove Dante pone coloro che tradirono la patria e la parte loro. Non vi erano urla furiose né fiamme alte, ma un gelo sottile, come vento che soffia tra due muri divisi dalla storia. Scolpita in una pietra che s’ergeva presso il confine dell’eterno gelo, “dove i traditori de la patria piangon la loro colpa”, vidi una scritta che parea gridar sfida e brama: “Udin, ce fastu? O Zico o Austria” . Ivi si leggeva la minaccia di quel popolo che, per amor d’un solo uomo e del suo divino piede, era pronto a volger le spalle al patrio suolo e a cercar rifugio sotto l’altrui insegna, se la legge del giuoco avesse negato il desiderato acquisto. Era l’ira d’una gente che per un “Re” straniero parea disposta a franger quel vincolo che l’Italia unisce, ponendo il colore d’una maglia sopra il destino d’una nazione, in quella terra d’Antenora dove il ghiaccio non perdona chi divide ciò che il sangue ha congiunto. Altre anime immobili vidi come uomini sospesi tra due bandiere, incapaci di appartenere interamente all’una o all’altra. Tra esse apparve Jürgen Sparwasser , l’uomo che con un solo gol spezzò per un istante il mondo diviso. Camminava lentamente sopra una terra gelata che ricordava il muro di Berlino trasformato in paesaggio eterno. Sul suo volto non vi era superbia, ma quella malinconia propria di chi comprende troppo tardi il peso simbolico delle proprie azioni.
E Dante mi disse:
“Costui trafisse l’Occidente con il piede e poi cercò rifugio proprio presso coloro che aveva fatto tremare.”
Sparwasser, nel mondiale del 1974, segnò contro la Germania Ovest il gol che rese immortale la Germania Orientale , per un momento il calcio divenne più potente della politica, quasi una vendetta storica consumata davanti agli occhi del mondo. Ma gli uomini, come spesso accade nelle terre divise, trasformarono presto quell’impresa in un simbolo troppo pesante per un solo uomo. Egli divenne il volto della DDR calcistica, vessillo vivente di una patria che chiedeva fedeltà assoluta. Ma col passare degli anni, come anima inquieta che non trova pace nel proprio cerchio, attraversò il confine e fuggì verso Ovest, lasciandosi dietro la terra che lo aveva trasformato in eroe. Così ora dimorava tra i traditori malinconici della patria, non perché avesse venduto il proprio popolo per avidità o viltà, ma perché il suo destino rimase spezzato tra due mondi inconciliabili, come certe anime dantesche che il tempo non riesce ad assolvere né a condannare del tutto. Attorno a lui il vento portava ancora cori lontani di Germania Est e Germania Ovest, mescolati come memorie incapaci di separarsi davvero. Dante, tuttavia, avrebbe forse abbassato lo sguardo davanti a lui, comprendendo che esistono uomini che non tradiscono per odio, ma perché nessuna patria riesce più a contenerli interamente.
Scendendo ancor più in basso incontrammo i barattieri , immersi nella pece bollente di Malebolge. Tentano disperatamente di riemergere, ma ogni volta vengono arpionati dai diavoli e ricacciati dentro quella materia nera e soffocante. Giungemmo nel cuore della bolgia più fitta, dove l’aria è pesante come “fumo e d’inchiostro” la pece ribolle di segreti inconfessabili. Lì, a guardia di quel “brago di colpe e inganni”, s’ergeva una fiera orrenda: un “Cerbero dalle tre bocche” che non sbranava carni, ma la speranza stessa dei tifosi. Era l’immagine del potere che soffoca la bellezza, un mostro che trasforma il rito popolare in un “teatro d’ombre”. La prima testa aveva il volto del “Carceriere dei Sogni” , colui che cinse di “mura e di sospetti” il ritiro della propria gente, trasformando la maglia azzurra in una “larva” prigioniera d’un castello di vanità. La seconda, che “d’oro avea lo sguardo”, era l’Idolo del Mercato Universale , l’ombra che tutto volse in “raggirìo”, pesando la passione dei popoli sopra una bilancia di monete incandescenti. La terza, infine, era il Tessitore della Trama d’Oro , colui che con una “marmellada di fumo e di sopruso” truccò l’esito della sfida, facendo del risultato una sentenza scritta con l’inchiostro del tradimento.
“Vidi la fiera che tre volti serra, ponendo a ogni lealtà scuri lucchetti, mentre il ver cade in terra e si sotterra. L’un, che d’ombre cinse la mia terra, facendo d’un ritiro aspra prigione, ove il talento col silenzio erra. L’altro, che volge in mercè ogni passione, pesando il mondo in brama di guadagno, che dell’inganno fa la sua ragione. E il terzo, che nell’ombra è come ragno, tessendo il furto in una dolce trama, che muta il fango in oro e il ver in lagno”.
Dante, osservando quel mostro che “mai non empie la bramosa voglia sua”, mi sussurrò che costoro erano i custodi del “gelo immobile del tradimento assoluto”. Erano anime che avevano preso l’imprevedibilità degli uomini e il mistero del gioco per sacrificarli sull’altare del calcolo, là dove ogni gol perde significato prima ancora di essere segnato.
In questo luogo di colpe e inganni, vidi l’ombra di Thierry Henry , che con palmo fraudolento “ghermì il destino dell’Eire” , a differenza della “mano de Dios” di Maradona, che Dante par quasi voler sottrarre alla condanna per farne “sol che guida”, il tocco del francese è qui marchiato come baratteria suprema, un furto di verità che non conosce gloria.
L’Inferno dantesco non parla soltanto di rabbia e violenza. C’è un luogo, dove il peccato nasce dall’incapacità di dare misura alle cose, il quarto cerchio, quello degli avari e dei prodighi. Qui le anime spingono enormi macigni scontrandosi continuamente le une contro le altre, accusandosi di avere accumulato troppo o sperperato tutto. È una condanna costruita sull’eccesso, sull’incapacità di trovare equilibrio.
Poco dopo Dante mi accompagnò nel regno dei talenti dissipati. Qui vi son calciatori che ricevono il dono assoluto del talento come una benedizione e finiscono invece per consumarlo come una maledizione. In un girone a parte, quello dei talenti sprecati, incontrai Mágico González . Considerato da Maradona il più grande di sempre, preferiva la notte di Cadice alla gloria; si dice che una volta si addormentò durante l’intervallo perché “la notte era stata troppo bella”. Accanto a lui comparivano Paul Gascoigne , fragile e autodistruttivo; George Best , divorato dagli eccessi; ancora tra le anime dell’Ulster vidi Norman Whiteside , che ancora conservava lo sguardo del ragazzo chiamato troppo presto alla gloria. Attorno a lui non aleggiava il rimpianto, ma la dolcezza di ciò che avrebbe potuto essere. Poiché il Cielo, che tutto conosce, onora non soltanto ciò che gli uomini realizzano, ma anche ciò che il destino impedì loro di compiere. Edmundo , genio anarchico incapace di addomesticare la propria natura ribelle; Mario Balotelli , eternamente sospeso tra redenzione e caduta; Marco Macina , promessa dissolta troppo presto; Nicolae Dobrin , schiacciato dall’indisciplina; Eduard Strelcov , travolto da una colpa mai chiarita. Tra le ombre ve n’era una che tra i suoi piedi aveva una la magia capace di fermare il tempo e piegare il gioco alla fantasia. Ma, come accade agli spiriti più liberi, il genio non volle mai piegarsi del tutto alla disciplina. Era Evaristo Beccalossi colui che rimase ciò che pochi riescono a diventare: non soltanto un calciatore, ma un rimpianto meraviglioso, il protagonista di una delle più affascinanti storie di talento incompiuto .Tra le ombre già condannate si aggira anche Viorel Năstase , il romeno approdato al Catanzaro come se fosse giunto da un viaggio già segnato dalla dissipazione. Cammina come uno dei dannati della “selva oscura”, non perduto per ignoranza, ma per abbandono volontario della misura. Prima ancora che il campo potesse giudicarlo, egli era già stato giudicato dalla propria deriva, tra le bevute di Monaco e le notti senza confine, il suo talento si era come consumato nel girone dell’eccesso, dove il piacere diventa contrappasso e la luce del dono si spegne lentamente.
Ma in quella bolgia vidi un’anima diversa dalle altre, la più ribelle d’ogni ordine e costume, quasi avesse fatto della contraddizione la propria insegna. Costui non correva dietro alla gloria, né cercava le brame del denaro. Giocava per diletto, per le donne alle quali domandava con audacia un appuntamento finanche nel mezzo della contesa, serbava nel cuore i minatori di Leicester e la memoria dei poveri figli d’Aberfan , travolti da sì crudele destino. Smisurato era il suo amore per la birra e per ogni bevanda che ottenebra la mente dei mortali; eppure, per mirabil paradosso, quando entrava nel verde teatro, nulla pareva scalfire il suo ingegno né la sua forza. Là egli guidava i compagni come capitano saldo nella tempesta, e sempre emergeva sopra gli altri per carisma e valore. Tanto durò la sua passione che calcò i campi fino alla soglia dei quarantotto anni, sfidando il tempo che tutto consuma. E sovente mi domandai quale altezza avrebbe potuto raggiungere se avesse imposto disciplina ai propri giorni e misura ai propri eccessi. Narrano inoltre che, chiamato a vestire i colori della patria, si presentasse dinanzi al severo maestro Don Revie avvolto in pelliccia e stivali, più simile a un signore delle steppe che a un calciatore. Onde il tecnico, sdegnato da tanta stravaganza, lo rispedì senza indugio alla sua dimora. Così viss'egli, genio e sregolatezza, virtù e dismisura, come fiamma che arde più luminosa proprio perché consumata da sé stessa, costui era Frank Worthington l’Elvis Presley del calcio.
Poi tra i golosi incontrammo Luis Suárez , protagonista di uno degli episodi più surreali mai visti su un campo da calcio. Durante i Mondiali del 2014 affondò i denti nella spalla di Giorgio Chiellini . Un gesto improvviso, quasi animalesco, talmente grottesco da sembrare uscito direttamente dall’Inferno. Dannato non per crudeltà, ma per quell’impulso incontrollabile che trasforma l’istinto in condanna.
Non tutti i dannati falliscono per mancanza di dono. Alcuni sono proprio quelli che ne avevano troppo. Persino l’astuzia, nell’universo dantesco, trova il proprio spazio e la propria condanna. Quando Dante incontrò Ulisse , avvolto insieme a Diomede dentro una lingua di fuoco biforcuta che ardeva senza consumarsi mai. Dentro quella fiamma infernale vive il “biscotto”, l’accordo silenzioso che offusca la lealtà per il comodo di pochi, vidi lì ardere la memoria della “Partita fantasma” dove lo stadio era pieno, ma, eppure dall’altra parte del campo non c’era nessuno. I giocatori del Cile si guardarono stupiti. L’arbitro controllò l’orologio, poi il campo vuoto. Il pallone cominciò a rotolare nel silenzio. Sembrava una partita normale, ma tutti sapevano che quella sarebbe entrata nella storia come la partita fantasma.
Accanto a loro, scorsi l’anima di chi usa il proprio corpo per tessere inganni, come il calciatore che simula un fallo per strappare un rigore, vidi in questo frangente le movenze di Neymar , condannato a rivivere le sue cadute e i martirii teatrali sopra l’erba. In questo medesimo foco vive anche il portiere, che faticammo a riconoscere ma pareva Pat Bonner abile a perder tempo in maniera scientifica, senza mai metter palla a terra. È il mondo sottile in cui l’astuzia smette lentamente di essere semplice intelligenza sportiva e comincia a sfiorare la frode, perdendo la diritta via della bellezza nel caos.
Eppure, in questo inferno dell’astuzia, esistono anche gesti che sembrano sfuggire alla condanna per trasformarsi in pura poesia. Perché se c’è un simbolo della furbizia calcistica che merita quasi un posto in Paradiso, quello è il rigore “a cucchiaio” di Antonín Panenka . Durante la finale degli Europei del 1976, con tutto il peso della partita sulle spalle, Panenka sollevò delicatamente il pallone al centro della porta mentre il portiere si tuffava lateralmente. Non era soltanto un rigore. Era un atto di coraggio travestito da leggerezza.
Nella Giudecca dei traditori vi era un antro nascosto da pesanti tende rosse, dove non giungevano né il fragore delle curve né le grida dei dannati. Là dimoravano coloro che avevano seguito l’esempio di Paolo e Francesca , lasciandosi vincere da un amore più forte della ragione e della fedeltà. Non erano puniti per aver amato, ma per aver tradito la fiducia di chi li chiamava amico, compagno o fratello. Caduti nella lussuria e “nell’amor che non perdona”, vagavano tra ombre silenziose, condannati a ricordare per l’eternità l’istante in cui il desiderio ebbe la meglio sulla lealtà.
Tra quelle figure scorsi un francese e un argentino, ma non riuscii a distinguerne con certezza i volti. Dante, stringendosi nel mantello, mi confidò che a suo giudizio potevano essere Jan-François Larios e Mauro Icardi , sebbene nemmeno lui volesse pronunciarsi con assoluta sicurezza.
Poco più avanti un uomo dalla pelle scura e dal portamento elegante. Camminava con la grazia di chi un tempo aveva conosciuto gli applausi degli stadi e lo stupore delle folle. Al suo fianco appariva una giovane donna dai modi aristocratici, avvolta in un abito che ricordava le antiche corti italiane. “Chi sono costoro?” domandai. Dante sorrise con quella sottile ironia che riservava alle vicende degli uomini. Quello è José Germano de Sales , che molti chiamarono semplicemente Germano. Ella è la Contessina. Furono travolti da una passione che fece molto parlare il loro tempo, poiché l’amore, quando incontra il prestigio e la ricchezza, attira sempre più curiosi che sinceri testimoni.” Le due anime procedevano lentamente, tenendosi per mano. Non apparivano tormentate come gli altri dannati di quel luogo. Sembravano piuttosto prigioniere di una memoria che non riusciva a dissolversi. “Essi”, proseguì Dante, “non sono qui per aver amato, ma perché era nero scandalo”. Nessun uomo dovrebbe essere condannato per questo. Ma poiché molte delle passioni terrene lasciano dietro di sé promesse infrante, cuori feriti e fedeltà dimenticate, la loro storia continua a essere raccontata tra coloro che impararono troppo tardi quanto sottile sia il confine tra desiderio e responsabilità”. Osservai quelle figure allontanarsi tra le ombre rosse dell’antro. Attorno a loro non vi erano accuse né rimproveri. Soltanto il malinconico ricordo di un’epoca in cui il calcio, la nobiltà e il destino sembravano ancora capaci di intrecciarsi come nelle antiche leggende.
“In questi luoghi”, il poeta mormorò, “la leggenda e la verità finiscono spesso per indossare la medesima maschera”.
Poco oltre riconobbi due anime scaligere. Erano due vecchi, lerci e beoni, sostenitori del Chievo e apparivano più miseri e degradati di molte altre creature infernali. Nei loro volti si riflettevano i segni di ogni bassezza umana: lussuria, ignavia, accidia, infamia e tradimento parevano convivere nella stessa espressione. L’uomo teneva stretta a sé la donna, che egli chiamava “Brogna” . Non la guardava come si guarda una compagna, ma come si guarda una proprietà. La conduceva al proprio fianco con la stessa indifferenza con cui un pastore trascina la pecora lungo un sentiero già deciso da altri. Eppure ella continuava a seguirlo, smarrita e inquieta, consumata da desideri che non trovavano mai pace. Mi apparve magra e inquieta, simile a quella lupa che Dante aveva incontrato all’inizio del suo cammino, creatura divorata da una fame che non conosce sazietà. Nei suoi occhi non vi era amore né serenità, ma un’inquietudine perpetua, come se ogni conquista ottenuta avesse generato un nuovo vuoto da colmare. A prima vista parevano anime devote. Portavano sul volto l’espressione composta di chi in vita aveva amato mostrarsi timorato di Dio e custode della morale altrui. Ma osservandoli meglio compresi che la loro non era fede, bensì convenienza. Avevano piegato principi e precetti ai propri desideri, invocando la virtù quando serviva a giudicare gli altri e dimenticandola quando essa avrebbe imposto sacrificio e coerenza.
Dante li osservò con severità.
“Costoro”, disse, “fecero della religione un mantello e della convenienza una dottrina. Predicarono la coerenza e praticarono l’opportunità. La loro non fu fede, ma comodo travestito da virtù”.
E mentre li vedevo allontanarsi, stretti in un abbraccio senza pace, compresi che il loro tormento non era il fuoco né il gelo, ma l’impossibilità di sfuggire all’immagine di ciò che erano stati davvero.
Nel fondo estremo dell’Inferno calcistico, là dove anche il rumore delle curve si spegne e resta soltanto il gelo immobile del tradimento assoluto, Dante mi condusse verso una landa che ricordava la Giudecca, il cerchio ultimo dove dimorano coloro che non tradirono soltanto uomini o squadre, ma l’essenza stessa della fiducia. Qui il pallone non rotolava più. Restava fermo sopra un ghiaccio nero, immobile come verità corrotta. E nel silenzio vidi due figure curve, avvinte l’una all’altra come anime che il contrappasso costringe a condividere eternamente la propria colpa, Álvaro Trinca e Massimo Cruciani , gli uomini che aprirono le porte del primo Totonero, trasformando il calcio da rito popolare a mercato clandestino del destino. Dentro una buca, vicini, ne scorsi alcuni, stavano Montesi, Pellegrini, Della Martira, Cacciatori che fecero il loro gioco. Non avevano volto intero, ma occhi consumati dall’avidità, e dalle loro mani cadevano continuamente schedine ghiacciate che il vento infernale disperdeva senza pace, come foglie morte nella “bufera infernal che mai non resta”. Dante abbassò la voce, quasi temesse che persino nominare quei dannati potesse contaminare il viaggio. Poiché costoro non avevano tradito per rabbia, né per passione, ma per calcolo. Essi presero il risultato, che nel calcio dovrebbe appartenere all’imprevedibilità degli uomini e al mistero del gioco, e tentarono di piegarlo all’oro, come alchimisti corrotti che vogliono comprare il fato. Così furono condannati nel punto più profondo del football infernale, vicino al grande Satana del denaro sportivo, là dove ogni partita si gioca eternamente senza più verità, e ogni gol perde significato prima ancora di essere segnato. Attorno a loro si udivano echi lontani di stadi increduli, fischi soffocati, radiocronache spezzate e nomi cancellati dalla vergogna. E il ghiaccio su cui poggiavano sembrava formato non da acqua, ma dalla fiducia tradita di milioni di tifosi.
Dante, osservandoli, avrebbe forse ripetuto le parole riservate ai traditori supremi:
“Non è maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria.”
Poiché nessun peccato calcistico appare più vicino al gelo di Lucifero quanto quello di vendere il cuore stesso del gioco.
Ma nel cielo del principe delle tenebre, nel punto più quieto dell’inferno, là dove il silenzio non è assenza ma forma superiore del pensiero, Lucifero siede come un principe stanco che ha smesso da tempo di spiegare il mondo. Non comanda nessuno: osserva soltanto come le cose continuano a rovinarsi da sole, con una precisione quasi comica. Maledetto fu il genere umano. Accanto a lui si raccolgono tre presenze che non sembrano prigioniere né cortigiane, ma errori ben riusciti della realtà, come se qualcuno avesse scritto male il creato e poi avesse deciso di tenerlo così. Voland , jannara , canuta, sapiente ironica, inevitabilmente fuori posto in ogni sistema morale, inclina appena la testa e guarda il nulla con la pazienza di chi conosce già tutte le battute. Il gatto Behemoth , enorme e scandalosamente vivo al suo comando, passa da una posa all’altra come un attore che rifiuta il copione dell’universo. Poco distante, Lilith ha assunto una forma che nessun teologo avrebbe approvato e nessun anatomista avrebbe commentato, una scrofa antica, quasi metafisica, seduta come una regina decaduta. E con una calma indecente mangia pasta cruda, lentamente, senza fretta né colpa, come se il problema non fosse il peccato ma la cottura mancata del mondo. Ogni boccone è un atto di sabotaggio cosmico, ma compiuto con la naturalezza di chi sta semplicemente pranzando.
Canidia , infine, tenta ancora una forma di devozione. Ma la devozione su di lei sembra sempre una citazione mal riuscita. Si aggira fingendo santità, mentre raccoglie sofferenze altrui come se fossero ricevute fiscali dell’anima, convinta che la rovina domestica sia una forma superiore di liturgia.
E Lucifero ascolta tutto questo senza sorpresa. Perché in quel luogo l’inferno non è più punizione né ribellione: è burocrazia del senso, dove anche il male deve giustificare la propria esistenza, e a volte fallisce in modo così perfetto da diventare quasi divertente.
Tenevano legata in catene una pecora, sacrificio della loro fame di invidia e di dolore; e attorno a lei, come lupe dantesche senza requie, sbranarono il suo gregge, dissolvendolo nel nulla della loro voracità.
All’uscir di quel luogo oscuro, dove il lezzo si facea insostenibile e il grugnir della scrofa feriva l’aria come perpetua condanna, rivolsi gli occhi innanzi e lasciai alle spalle quel triste spettacolo. E voltandomi un’ultima volta verso quell’antro di miseria e follia, compresi come talune colpe non cerchino redenzione, ma soltanto memoria, affinché i vivi non smarriscano il sentiero della ragione. Poi il poeta rivolse lo sguardo verso l’alto e, oltre il ghiaccio e la nebbia, vidi apparire una tenue luce.
PURGATORIO
Era la prima luce del Purgatorio. “Andiamo”, disse allora Dante.
“Abbiamo veduto abbastanza miseria degli uomini. Ora è tempo di cercare coloro che, pur cadendo, non cessarono d’amare il gioco”.
E fu allora che il buio cessò di essere definitivo. Non si aprì la luce, né si ruppe l’ombra: semplicemente, qualcosa cambiò natura, come se il mondo avesse smesso di precipitare e avesse cominciato, per la prima volta, a risalire.
L’ingresso al Purgatorio non somiglia a una soglia, ma a una lenta inclinazione della realtà. L’aria si fa più sottile, non più lieve; il silenzio non è più assenza, ma attesa. Ogni cosa conserva ancora il peso di ciò che è stata, ma ha perduto la sua irreversibilità. Si avverte, prima ancora di vedere, una forma di fatica sacra: non la pena dell’inferno, che è condanna senza tempo, ma il tremore di ciò che si corregge. È come se le anime e le cose fossero state lasciate incomplete apposta, sospese in un atto che continua oltre se stesso.
“Qui nulla è compiuto”. E proprio per questo nulla è perduto.
Il Purgatorio era una montagna fatta di gradinate infinite. Ogni scalino era un rimorso, ogni curva una memoria. Chi varca quella soglia ha l’impressione inquieta che il dolore non sia più destinazione, ma “passaggio”; non più identità, ma processo. Come se il mondo, per la prima volta, avesse deciso di guarire senza sapere ancora in che forma. Una montagna fatta di gradinate infinite, dove ogni scalino è un rimorso e ogni curva una memoria. Non il luogo della dannazione eterna né quello della gloria assoluta, ma una terra sospesa dove vivono gli uomini “le anime”, le squadre incompiute e le nazionali meravigliose che non sono riuscite a vincere davvero. In quel luogo, poco innanzi, riconobbi Roberto Baggio , che aveva negli occhi la malinconia di chi aveva sfiorato il paradiso con un solo tiro. Eppure non soffriva. Attendeva. Fu allora che compresi una cosa, nel Purgatorio del calcio non espiano i perdenti. Espiano quelli che hanno amato troppo. Poco distante lungo il sentiero della bellezza negata, Beppe Savoldi avanzava tenendo per mano il piccolo raccattapalle Domenico , che in una domenica di gennaio gli negò una vittoria. In questo regno di nostalgia, il campione cercava di spiegare al fanciullo la gravità di quel “calcio fraudolento” scagliato da dietro la porta, un gesto che ha spezzato l’armonia e la lealtà del gioco
Tra quei allenatori che in continuazione ripetevano i loro schemi come se stessero a sgranare un rosario per trovare il più in fretta la via del cielo. M’apparve l’ombra di Gustavo Peregrino Fernandez , lo spirito che Osvaldo Soriano trasse dal limbo della sua fantasia. Egli pareva smarrito in visioni che solo il genio o la follia sanno concepire, intento a tracciare nell’aria geometrie assurde e tattiche che “parean fossero labirinti senza uscita”. Posto tra coloro che espiano l’aver amato troppo l’impossibile, egli cercava ancora quella “diritta via” del goal che la ragione umana non può ghermire, convinto che un solo movimento perfetto potesse finalmente trasformare il caos del gioco in bellezza suprema.
Poco distante da loro dove una luce si faceva più fioca incontrammo i tifosi violenti intenri a ripetere preghiere. Per espiare lentamente nel silenzio. Uno di loro mi sembrava Ivan Bogdanov che cercava clemenza per quella scellerata notte di Genova. Tra i campioni posti ad espiar la colpa per una vita fatta di eccessi incontrammo, in un patio simile ad una taverna malinconica, Leopoldo Luque . Baffi da pistolero, occhi stanchi, il volto segnato da vittorie e tormenti. Campione del mondo e uomo fragile insieme, capace di raccontare Buenos Aires come si racconta una donna amata troppo. Stava seduto in silenzio, davanti a un bicchiere mezzo vuoto, e parlava di calcio come di una guerra romantica destinata sempre a lasciare ferite.
Poi, in una balza laterale riservata ai numeri dieci fuori dal tempo, incrociammo Matt Le Tissier . L’uomo che rifiutò gloria e grandi trasferimenti per restare fedele al suo piccolo regno chiamato Southampton. Uno capace di segnare gol impossibili con la naturalezza di chi gioca ancora per strada, quasi annoiato dal professionismo moderno. Con lui il tedesco Uwe Seeler , una vita ad Amburgo non a scaricare container al porto ma a segnare reti all’Altona Volkspark Stadion, quasi cinquecento reti. Entrambi eran qui ad espiar la colpa di non aver accettato migliori opportunità che la sorte aveva a loro destinato.
In questo luogo di penitenza vi era anche Alex Ferguson . Non era un vero penitente. No, ma uno come lui non poteva restare fermo in una sola balza ma si aggira per tutto il regno ultraterreno con quello stesso sguardo severo capace di mettere ordine in qualunque spogliatoio. Forse proprio per questo Dante gli affidò il compito di custodire il Purgatorio dei calciatori pigri e indolenti.
Nel salire altre balze del Purgatorio, quasi con stupore ci apparvero due ombre celebri: Zinedine Zidane e Marco Materazzi . Non si affrontavano più come quella notte di Berlino, né si scambiavano parole d’ira; sedevano invece distanti, immersi in una silenziosa meditazione, condannati a rivivere in eterno quell’attimo che cambiò il destino di una finale e rimase scolpito nella memoria del mondo. Parevano interrogarsi ancora sul mistero di quell’istante sospeso, cercando una verità che neppure il tempo era riuscito a svelare del tutto. E forse, dopo una lunga espiazione, anche per loro si sarebbero aperte le porte del sereno Paradiso dei campioni, dove ogni risentimento svanisce e sopravvive soltanto la grandezza del gioco. Ma tra quelle anime penitenti non poteva mancare Horacio Elizondo , l’arbitro di quella notte memorabile, destinato a portare il peso eterno di ciò che vide, o forse non volle vedere, sotto gli occhi del mondo intero.
Zinedine “Non fu la perfezione a condurlo quassù” proseguì il poeta, “ma la nobiltà con cui seppe portare il peso del proprio errore. Perché gli uomini ricordano la testata, ma dimenticano la dignità che volle difendere e la grandezza che mostrò nell’accettarne il prezzo.”
Infatti, nessuna pena gravava su di lui. Soltanto una lieve malinconia, simile a quella che accompagna i grandi campioni quando comprendono che persino la gloria più alta resta cosa umana e imperfetta. Zidane alzò lo sguardo verso il cielo luminoso e sorrise. E in quel sorriso vi era più pace di quanta ne avessi veduta in molti vincitori.
Procedendo oltre, là dove il fragore delle curve si spegneva in un silenzio solenne e il cielo pareva tracciato da infinite linee bianche come quelle d’un campo perfetto, giungemmo nella Piana dei Giudici del Pallone. Non era Inferno né Paradiso, ma un luogo sospeso, dove coloro che avevano custodito le leggi del gioco vigilavano sul destino delle anime calcistiche. Per primo scorgemmo l’ombra di John Langenus , che ancora portava sul volto la dignità severa di colui che diresse la prima finale del campionato del mondo. Camminava tra nebbie color celeste e bianco, come un antico magistrato romano chiamato a giudicare il nascente impero del calcio. Poco oltre apparve Pierluigi Collina , il cui sguardo penetrava ogni menzogna come il sole attraversa le nubi dopo la tempesta. Le anime dei simulatori abbassavano il capo al suo passaggio, ché nessuno poteva sfuggire alla sua autorità. Sopra una collina rischiarata da due stelle, una gialla e una rossa, sedeva Ken Aston . Dalle sue mani nascevan bagliori che prendevano forma di cartellini luminosi, strumenti con cui impose ordine al caos e rese universale il linguaggio della giustizia. Presso un lago immobile come uno specchio, vidi poi il francese Michel Vautrot , che misurava il tempo con una clessidra d’argento, affinché nessun minuto fosse sottratto al destino delle partite. Più in alto, tra le vette battute da un vento proveniente dalle pianure danubiane, sostava il magiaro Sándor Puhl , saldo come un cavaliere antico. Al suo passaggio le contestazioni cadevano mute al suolo come foglie d’autunno.
Infine, presso una porta monumentale scolpita nel marmo nero, montava la guardia l’inglese Howard Webb . Pareva uno dei centauri posti da Dante a custodia dei fiumi infernali, e il suo fischio, profondo come una tromba d’argento, riportava ordine tra le schiere dei contendenti.
Nel Purgatorio delle curve, là dove il tifo non è più la “città dolente” dell’Inferno ma ancora non è la luce piena del Paradiso, le anime collettive salgono il monte dove “lo balzo che scende sì aspro”, tra speranza e fatica, tra memoria e espiazione. Qui il calcio non è più dannazione assoluta, ma ancora imperfezione che si purifica, come le anime che “per migliori acque alza le vele”. Sulle prime balze, dove la roccia è ancora dura e l’ascesa severa, come nei primi gironi del Purgatorio, si ergono le barras del Boca Juniors e il River Plate , anime contrapposte eppure indissolubilmente unite da un eterno legame. Qui il “Superclásico” si rinnova senza fine, non come una pena infernale, ma come il ricordo di una rivalità che il tempo non è ancora riuscito a sciogliere nella pace. La Bombonera e il Monumental sono come due rive dello stesso fiume un “Lete” calcistico dove si guardano senza potersi dimenticare l’una dell’altra. Più in alto, dove il monte si fa più stretto e il vento ricorda quello che “percuote e rintuzza le penne dell’aquila purgante”, si apre la cinta di Istanbul, con Fenerbahçe, Beşiktaş e Galatasaray . Qui il Bosforo diventa come l’asse del mondo dantesco, non separa soltanto, ma purifica. Le tre tifoserie si muovono come anime tra “cornici diverse”, ciascuna con la propria espiazione, in una tensione che ricorda le anime incontrate nei vari gironi del monte, dove il dolore è già speranza. E ancora, come in un’eco dell’episodio di Manfredi e della misericordia che “non si serra a chi si volge a Dio”, si apre il Purgatorio di Atene che accoglie Panathinaikos e Olympiakos , dove la rivalità non è condanna eterna ma ferita che ancora cerca riconciliazione. Qui il calcio è come le anime che chiedono preghiere, non per essere assolte subito, ma per continuare a salire. Nel cuore d’Europa, dove il paesaggio si fa quasi nebbioso come la “valletta dei principi” , si muovono altre tifoserie di città che si osservano come anime in attesa della luce. Qui il Purgatorio assume la forma della distanza e dell’attesa, come nel canto in cui Dante guarda le anime sospese che cantano il “Miserere”, il tifo è dolore che non esplode, ma si purifica nel tempo. Più a nord, tra le brume entrammo nella “selva dei superbi” schiacciati dal peso delle pietre, si affrontavano Ajax e Feyenoord , dove il calcio è ancora lotta tra identità e forma, tra ordine e caos, come le anime che imparano lentamente a piegare il proprio orgoglio. E ancora, sulle alture più simboliche del monte, si apre il canto delle grandi divisioni britanniche, dove Rangers e Celtic salgono come anime segnate da una storia che somiglia alle divisioni tra guelfi e ghibellini che il poeta ben conosceva. Qui il derby è come le contese di Firenze, non soltanto sport, ma memoria civile e religiosa che ancora deve essere trascesa. Le loro voci risuonano come cori che attraversano le “Cornici”, tra rabbia e possibile redenzione di fratelli di uno stesso campanile.
Più in alto ancora, dove il monte si avvicina alla luce e si intravede il Paradiso terrestre del Purgatorio , abitano le tifoserie dell’Athletic Bilbao , quasi come spiriti che hanno già compreso la lezione di Dante sulla virtù civile; del Rayo Vallecano , come anime umili che ricordano le figure dei penitenti più semplici e sinceri; e del Sankt Pauli , dove il calcio diventa quasi una nuova forma di carità laica, simile alla pace che Dante intravede prima di attraversare il “Lete e l’Eunoè” . Osservando questo monte delle curve, Dante, riconobbe ciò che scrive nel Purgatorio, che “non è la colpa a definire l’anima, ma la direzione del suo cammino”. E così anche il tifo, tra “Cornici, balzi e passaggi” come quelli dei sette vizi capitali, non è ancora salvezza, ma già non è più dannazione, è ascesa.
Tra chi vive di speranza, vedemmo Jan Van Beveren , il portiere olandese che pagò con l’esilio la sua inimicizia con Cruijff, i colombiani Carlos Valderrama e René Higuita , che espiavano tra chiome leonine e il rischio folle del “colpo dello scorpione” le loro scelleratezze. Lungo le balze dove il rimpianto si fa pietra, scorsi, accanto alle zazzere dei colombiani, una schiera di spiriti che dell’Argentina aveano fatto leggenda. Tra essi Hugo Gatti , il “Loco”, che come Higuita sdegnava la quiete dei pali per correre incontro al periglio, portando in volto il sorriso di chi sa che il calcio è, prima d’ogni cosa, un’invenzione della fantasia. Poco distante, quasi un’ombra musicale tra le “ruine” del tempo, s’aggirava Ricardo Bochini , egli procedeva col passo lento di chi non ha bisogno di correre per vedere l’universo, poiché d’ogni suo passaggio “facea una pausa” capace di fermare il respiro del mondo. Poco oltre in un cerchio di luce ardente, scorsi il “Matador” Mario Kempes , il “Petete” Daniel Bertoni , anime congiunte nel ricordo di quella notte del settantotto, quando il loro ardire trasmutò il fango della terra in oro zecchino. Sovrastava la schiera dei penitenti della speranza “El Caudillo”, Daniel Passarella , che pur nel Purgatorio conservava lo sguardo di chi non concede il passo né all’avversario né al destino, custode d’una difesa che “si facea arte somma”. Dante, osservando quel manipolo d’eroi, mi sussurrò che “non per colpa essi eran lì raccolti”, ma perché il loro talento era stato “tempesta” troppo grande per esser contenuta in una sola vita, lasciando un’emozione impossibile da dimenticare. Erano, infine, la prova che anche nel tempo del ferro e della polvere, l’uomo non smette mai di cercare la propria “diritta via” attraverso la nobiltà del giuoco.
Nella stessa balza in una cornice vicina, vi erano gli eccentrici, tra essi, vidi un uomo danzare accanto ad una bandierina. Non pareva soffrire le pene del Purgatorio né aspirare alle glorie del Paradiso. Sorrideva eterno, come chi avesse conservato un segreto che il mondo aveva dimenticato.
“Chi è costui?” domandai.
“È Juary” rispose Dante. “Brasiliano d’origine e giullare per vocazione. Ovunque andasse portava con sé la gioia del gioco”.
Lo osservai meglio e riconobbi quel balletto che aveva reso celebre il suo nome. Ad ogni rete continuava a danzare attorno alla bandierina del calcio d’angolo come se ogni gol fosse il primo della sua vita.
“E perché si trova qui?” chiesi. “Perché il Paradiso ama gli eroi e l’Inferno ricorda i peccatori. Ma esistono uomini che appartengono soprattutto ai ricordi. Juary è uno di questi”.
Attorno a lui apparve allora l’ombra del presidente Sibilla , che da Avellino lo aveva accolto come un figlio. I due si scambiarono un sorriso e per un istante il Partenio riemerse dalla nebbia del tempo. Compresi allora che alcune storie non sopravvivono per i trofei conquistati, ma per l’affetto che seppero generare.
“Costui”, concluse Dante, “vinse una Coppa dei Campioni a Oporto e vestì maglie illustri. Eppure molti lo ricordano non per le vittorie, ma per una danza. Perché il calcio, talvolta, conserva nella memoria la felicità più della gloria”.
Tra i personaggi più eccentrici della cornice, spiccava senza dubbio Risto Kallaste , celebre per la sua spettacolare “piroetta della morte”: un’insolita rotazione su sé stesso con cui riusciva a battere le rimesse laterali (out), trasformando un gesto tecnico in uno spettacolo unico. In questa contrada che non somigliava a nessun’altra. Vi era un vicolo dove apparivano schemi disegnati sulla polvere, lavagne consumate dal tempo e palloni appesi agli alberi come frutti maturi. Qui vidi un uomo con un cappello sgualcito e una giacca troppo larga. Parlava senza sosta, gesticolando davanti a una lavagna sulla quale aveva tracciato una formazione che pareva più una formula dell’alchimista Flamel , anziché uno schieramento calcistico.
“Chi è costui?” domandai. Dante sorrise.
“È Oronzo Canà . Non vinse nulla, ma regalò agli uomini una cosa più rara delle vittorie: la speranza.” Poco distante un giovane dai capelli ricci palleggiava con leggerezza, mentre attorno a lui si radunavano anime provenienti da ogni continente.
“E quello?” “È Aristoteles . Il calciatore che giunse da lontano come un personaggio delle profezie. Nessuno sapeva chi fosse davvero, eppure tutti vollero credere in lui”.
Osservai allora Canà e Aristoteles parlare tra loro come vecchi amici. Compresi che quel luogo era riservato a coloro che avevano trasformato il calcio in commedia.
“Vedi”, disse Dante, “i campioni abitano la memoria. Ma i sognatori abitano l’immaginazione. E l’immaginazione vive più a lungo”.
La nella cornice dove gli innocenti “Sogni Domenicali” cercano ragione si lodava Vincenzo Formicola ,il suo nome era pronunciato con rispetto, poiché aveva indovinato ciò che per altri rimaneva soltanto speranza. Si raccontava che avesse vinto centosessanta milioni di lire, una somma che, per l’epoca, sembrava sconfinare nel regno delle fiabe. Eppure non lo vidi circondato da ricchezze o trofei: passeggiava sereno tra gli altri sognatori, come a ricordare che il vero miracolo non era la vincita, ma quell’attimo irripetibile in cui una schedina qualunque sembrò contenere tutti i possibili destini di una domenica italiana.
Salendo il monte giungemma in una balza dedicata ai giovani portieri, “ove il rimpianto si facea preghiera”, scorsi le anime di quei guardiani che, trafitti nel corpo e nello spirito, “cercavan misericordia” per la loro porta troppo spesso violata. Ivi vidi Luis Guevara Mora , colui che in quel pomeriggio dell’ottantadue subì l’onta di dieci reti in una sol sfida, recando in volto il segno d’una ferita che il tempo non seppe sanare, come chi porta addosso un carico troppo crudele per un solo uomo. Appresso a lui, quasi smarriti tra le pieghe d’un tempo troppo grave, stavano i portieri dello Zaire settantaquattro, Mwamba Kazadi e Dimbi Tubilandu , spiriti fanciulleschi e ignari, la cui ingenuità fu travolta da una storia troppo pesante per il loro giovane cuore, inesperti di tutto quel che il mondo muove dietro il sacro cuoio. Dante, fissando quel trittico di solitudine che saliva la montagna del rimpianto, mi sussurrò,
“Costoro non espiavano per malvagità, ma per aver conosciuto la fragilità d’un istante in cui il gioco s’era fatto troppo serio, e la bellezza della parata s’era arresa alla bufera della cronaca”.
Tra le ombre che “salien la montagna del rimpianto”, ne vidi una che “parea sfuggir lo sguardo”, quasi fosse fatta di carta e di sospiro. Era Pier Luigi Pizzaballa , colui che non per peccato d’animo o di piede s’aggirava tra i purganti, ma per esser stato l’assente supremo, “l’icona che ogni fanciullo bramò e mai non strinse tra le dita”. Egli era il vuoto che gridava nell’album della memoria, la figurina introvabile che rendeva ogni raccolta incompiuta, condannando generazioni a un’eterna ricerca tra pacchetti di speranza. Ora procedeva tra le gradinate con la calma di chi si lascia finalmente trovare, portando con sé il sorriso di chi ha scoperto che il vero valore non sta nell’esser posseduto, ma nell’esser cercato con fede infinita.
Lasciati i guardiani che ancora “attendon misericordia” per le reti troppe volte violate, scorsi tra le gradinate del monte un’anima inquieta che “parea non trovar mai posa”, smarrita tra il genio e lo sdegno d’una “cassanata” perenne, era Antonio Cassano , intento a ricomporre i cocci d’un talento troppo spesso infranto dal proprio stesso capriccio. Accanto a lui, con volto segnato dal rimorso, vidi Silvio Baldini ripetere il gesto di quel calcio sferrato a un collega, ora mutato in un mantra di penitenza, affinché l’ira antica si purifichi, scalino dopo scalino, in umiltà profonda. Vòlti i passi verso un sentiero più aspro, dove l’aria sa di confine e di memorie spezzate, incontrammo Ernst Willimowski , anima divisa tra due patrie che mai non gli volsero il perdono, recando in volto la malinconia di chi ha servito due bandiere e da entrambe fu considerato straniero. In un settore dove “la polvere parea farsi fiamma di rivolta”, sedevano i ribelli del prato, Preben Elkjær , “colui che d’una scarpa fece a meno per trafigger la rete e il destino”, e Paul Breitner , lo spirito fiero che col pensiero e col piede sfidò l’ordine del mondo. Poco distante Gianfranco Zigoni intento a discutere con demoni e guardalinee senza concedere ragione a nessuno, impellicciato seduto in panchina. Ancora tra i ribelli che del campo fecero la loro trincea, scorsi un’ombra di nobile e alta statura, che portava in fronte una benda come fosse un diadema di ragione, era il Dottor Sócrates , colui che nel Brasile non cercò solo l’armonia del gioco, ma la guarigione dell’anima del suo popolo. Egli procedeva con la grazia d’un filosofo antico, guidando non più una squadra, ma la speranza di chi crede che il voto valga quanto un gol. Dante, osservando quel capitano della storica nazionale che guidò la “Democraçia Corinziana” , “il Dottor che di ragione è lume, che del pallone fece democrazia, volgendo in libertà l’antico costume”. Egli risiedeva tra i beati del Purgatorio perché l’amor suo, per la giustizia era stato “tormenta” capace di sfidare la dittatura, insegnando che il calcio è bellezza solo quando è libero. Poco distante, in un punto dove l’aria parea farsi più densa di memoria e di coraggio, vidi Carlos Caszely , l’attaccante che al “re del metro quadrato” unì la fermezza del giusto. Egli stava con la mano destra chiusa, quasi a ricordare quel rifiuto che divenne leggenda, quando “non volle toccar la mano lorda del tiranno che della sua terra avea fatto prigione”. Egli portava in volto il dolore per le offese recate alla sua gente e alla sua stessa carne, ma splendeva di quella luce che è propria di chi non ha mai piegato il capo davanti alla forza bruta, che per esser contenuta nei confini d’un solo regolamento, cercando ora, tra i gradini del rimpianto, la diritta via della bellezza smarrita.
“Guarda costoro che non per gloria vana, ma per dignità d’uomini, seppero trasformare il prato in un’aula di giustizia. Essi sono la prova che la bellezza, pur vivendo nel caos, sa farsi scudo contro l’ombra della tirannia”.
Ancora tra i ribelli, trovammo il più anticonformista del calcio, genio e sregolatezza. Gigi Meroni , divino e scapigliato, l’anima ribelle prestata al pallone, che se ne sta in una balza luminosa, riservata agli artisti incompiuti, a quelli troppo liberi e fragili per appartenere davvero a questo mondo. Camminava leggero, con l’aria distratta di chi non ha mai capito fino in fondo quanto fosse amato. Più avanti questionava Paolo Sollier , intento a discutere di politica, lavoro e dignità operaia davanti a un bicchiere di vino rosso. Parlava lentamente, col pugno chiuso appoggiato al tavolo, come se il calcio fosse soltanto un altro modo di raccontare il conflitto umano. Tra loro non può essere assente Ezio Vendrame , poeta anarchico del pallone, uno che sembra nato più per raccontare dribbling che per eseguirli davvero. Accanto a lui siederebbe Carlo Petrini , con lo sguardo amaro e lucidissimo di chi ha visto troppo e non ha mai smesso di denunciare le ipocrisie del grande gioco.
E ancora nell’affollata balza dei ribelli e degli uomini giusti stavano anche Nikolai Starostin e i suoi fratelli, fondatori della squadra che “nacque dalla carne e dal respiro del popolo”, che da un antico gladiatore prese il nome e la brama di libertà. Era lo Spartak di Mosca . Egli procedeva con la fermezza di chi ha conosciuto il buio del Gulag senza mai smarrire la “diritta via” del gioco, portando addosso il gelo di terre lontane dove il pallone fu l’unico raggio di sole capace di scaldare l’anima dei prigionieri. osservavamo quei quattro spiriti che parevano mura inespugnabili contro l’arbitrio del potere, e il Vate mi sussurrò,
“Guarda colui che dal fango del Nord trasse la gloria, contro l’ombra del cupo carceriere che volea far del cuoio la sua rea memoria”.
Essi risiedevano tra i ribelli poiché non cercarono la “gloria vana”, ma fecero dello spiazzo erboso una trincea contro l’ingiustizia, insegnando che non v’è catena che possa imprigionare un cuore che corre verso la bellezza. In quel Purgatorio, Nikolai continuava a narrare di come il calcio possa essere l’ultima forma di mito capace di sopravvivere persino al ferro della dittatura, restando per sempre la prova che l’uomo, pur nel caos, non smette mai di cercare la propria dignità. Procedendo lungo la balza, giungemmo in una contrada dove il vento faceva sventolare antiche bandiere, non di club o nazioni, ma di ideali per i quali quegli spiriti avevano combattuto. Il sentiero saliva tra gradoni di pietra chiara, e sopra ciascuno erano incisi nomi che il tempo terreno non era riuscito a cancellare. Alcuni portavano sul volto il segno della guerra, altri quello delle battaglie combattute contro l’arroganza dei potenti; ma tutti avanzavano con passo leggero, poiché avevano già deposto il peso delle passioni mortali. Tra loro il “Simbolo delle due patrie”, Nikita Simonyan , Russia e Armenia una vita spesa per lo Spartak e la nazionale sovietica in campo a novant’anni.
Tra i “ribelli ma uomini giusti” scorgemmo Bruno Neri , che aveva lasciato il pallone per seguire la via della libertà e aveva pagato con la vita la fedeltà alla propria coscienza. Accanto a lui procedeva Franco Cordova , spirito fiero e indipendente, che non aveva mai chinato il capo davanti ai signori del calcio e aveva combattuto affinché gli uomini del gioco fossero trattati con dignità. Poco oltre camminava Pierino Prati , il ragazzo di Madrid, che portava ancora negli occhi la luce delle grandi notti europee e nel cuore la semplicità dei campi di provincia da cui era partito.
Dante li indicò e disse,
“Costoro non furono ribelli per superbia, ma per fedeltà a ciò che ritenevano giusto; e per questo la loro salita è più lieve di quella di molti altri”.
E mentre continuavano il loro cammino verso le alte balze del monte, il vento del Purgatorio prese a mutare i ricordi in canto. Non erano inni sacri né solenni melodie gregoriane, ma le note ribelli degli Statuto e degli Undertones , che correvano leggere tra le anime penitenti. Eppure nessuno se ne stupiva, poiché quei canti, pur nati lontano dai cori celesti, sapevano raccontare il calcio meglio di molte preghiere: le sue speranze, le sue sconfitte, la malinconia delle domeniche e la fede ostinata di chi continua ad amare una squadra anche quando tutto sembra perduto. Così quelle canzoni accompagnavano il cammino delle anime, come una liturgia profana dedicata al più umano dei giochi.
In una sala colma di mille bandierine, sospese nell’aria come foglie d’autunno che non volevano cadere, vidi un uomo seduto accanto a una vecchia radiolina. Egli ne girava incessantemente le manopole, cercando tra crepitii e fruscii la frequenza della liberazione. Le valvole gemevano come anime antiche e ogni suono pareva il frammento d’una radiocronaca dispersa nel tempo. Era Nicolò Carosio , il pioniere dei cronisti, colui che aveva insegnato a generazioni d’italiani a vedere il calcio con le orecchie prima ancora che con gli occhi. Non dimorava in quel luogo per una colpa grave, ma per il peso d’un episodio che la memoria degli uomini aveva reso più grande della sua stessa esistenza. Prima di ascendere al cielo che gli era destinato, tra i narratori della Candida Rosea, doveva ancora liberarsi dall’eco di quelle parole pronunciate durante una lontana partita della Nazionale. Dinanzi a lui sventolava eternamente una bandierina. Era il ricordo del guardalinee etiope Sejum Tarekegn , che aveva annullato una rete agli Azzurri. Attorno a quell’istante erano nate polemiche, equivoci e racconti contrastanti, e il vecchio cronista era rimasto imprigionato in una vicenda che il tempo non aveva ancora del tutto dissipato.
“Vedi”, disse Dante, “come talvolta gli uomini ricordino un solo momento e dimentichino un’intera esistenza. Costui narrò migliaia di partite, ma la terra volle giudicarlo per un unico episodio”.
E Carosio continuava a cercare tra le frequenze del cielo, finché il frastuono delle vecchie valvole non si fosse trasformato, infine, in musica. Allora la porta della “Candida Rosea”si sarebbe aperta anche per lui.
Poco oltre vidi un uomo avvolto da una pioggia di bandierine. Sul suo volto non vi era rimorso, ma la quieta stanchezza di chi aveva trascorso un’eternità a difendere una sola decisione. Era Tofiq Bahramov , il guardalinee di Wembley. Attorno a lui rimbalzava senza fine un pallone che colpiva la traversa e ricadeva presso la linea di porta. Inglesi e tedeschi continuavano a disputare, come se il tempo non fosse mai trascorso, ma egli non rispondeva. Osservava soltanto quel pallone eterno con la serenità di chi aveva ormai consegnato il proprio giudizio alla storia. “Alcuni uomini”, disse Dante, “divengono prigionieri d’un solo istante”. Bahramov, in silenzio, proseguiva il suo cammino verso la pace.
Riprendemmo il cammino lungo il balzo che “scende sì aspro, là dove il rimpianto si fa pietra” e le anime cercano di lavare l’offesa recata alla bellezza del gioco. Vidi allora due ombre, d’azzurro vestite, che procedevano a capo chino, recando tra le mani non palloni, ma il peso di un’antica vergogna che il tempo non aveva ancora del tutto scolorato. Erano Giorgio Ferrini e Mario David , i guerrieri caduti nella polvere di Santiago, là dove, nel meriggio del 1962, l’agonismo si trasmutò in ferocia cieca. Non li riconobbi subito e chiesi a Dante chi fossero; fu allora che le loro voci si levarono come un canto di penitenza.
“Io son Ferrini, che non volse il passo, quando il fischio mi fe’ d’ira presago. Per man della milizia, in modo basso, fui tratto via dal verdeggiante prato, ché l’ardor mio m’avea reso un sasso”. E l’altro appresso, con lo sguardo segnato da una nuova umiltà, aggiunse. “Ed io son David, che col calcio fiero / volsi in offesa il dono che m’è dato. / Or purghiam qui quel folle e reo pensiero, / chiedendo scusa a chi ci vide in guerra, / ché l’odio non è mai sentier del vero”.
Dante mi spiegò che costoro non abitavano il Purgatorio per malvagità d’animo, ma perché avevano permesso alla “scintilla lanciata dalle penne altrui”, le cronache velenose dei giornalisti dell’epoca, di incendiare i loro cuori e divorare la loro lealtà. Ora, in quel Purgatorio delle passioni esasperate, essi cercavano finalmente l’abbraccio con gli avversari di un tempo, comprendendo che la “diritta via” della competizione non può mai giustificare il fiele dell’ira, poiché il calcio resta, pur nel caos, una ricerca della bellezza.
Infine scorsi l’ombra di Fabio Grosso , condannato a rivivere in eterno l’urlo del duemilaesei, rincorrendo tra le gradinate del monte un’estasi che parea non appartenergli del tutto. Egli s’agitava nel tentativo di farsi immagine di quel grido che fu di Tardelli nell’ottantadue, ma l’anima sua appariva come quella di chi reca tra le mani una brutta copia dell’originale. Dante mi spiegò che il suo gesto, pur possente, non possedeva la verità sorgiva del passato: se l’urlo di Tardelli era stato come “l’Urlo” di Munch , uno squarcio universale capace di fermare il respiro del mondo, quello di Grosso appariva come una tigre naif di Antonio Ligabue . Era una forza ruspante, materica e bizzarra, ma segnata dal limite di chi tenta di replicare un miracolo irraggiungibile, restando sospeso tra la gloria e il riflesso d’una memoria altrui. Costui espiava in quella cornice non per mancanza di merito, ma per aver cercato nella simulazione di un’estasi antica la propria legittimazione, comprendendo solo ora, nel silenzio del Purgatorio, che la bellezza non può essere copiata, ma solo vissuta nella sua nuda e irripetibile verità.
Di continuo nella balza del rimpianto seduti ad un tavolo a cercar ragione vi erano coloro che non riuscirono a qualificarsi ad un Mondiale. La dove la nebbia del rimpianto si faceva più fitta e l’aria sapeva di attesa e di occasioni perdute, sedute a capo chino, recando sulle spalle un vessillo che non sventolava, “appesantito non dal loro errore, ma dal fango altrui”. Vi era Alfredo Foni , colui che per primo conobbe il gelo della terra d’Irlanda, smarrito tra le “ruine” d’un tempo che non seppe farsi gloria. Appresso a lui, con lo sguardo di chi è stato cinto di sospetti, apparve Giampiero Ventura , l’ombra d’un condottiero tradito dai suoi stessi centurioni e da chi, nell’alto dei palazzi, “tenea le fila del comando con mano incerta”. Poi scorsi Roberto Mancini , sospeso tra la luce di Londra e l’ombra improvvisa d’un tramonto a Palermo, figura che pareva cercare nel vento quella “diritta via che i suoi uomini avean smarrito davanti alla meta”. E accanto a loro, fiero ma dolente, Gennaro Gattuso , lo spirito combattente, che d’ardore fece scudo, pur non trovando nel campo chi sapesse assecondare il suo cuore indomito. Dante, osservando quel manipolo d’anime meste, mi sussurrò con gravità nobile:
“Guarda costoro che non per viltà propria son qui raccolti, ma perché furon vinti da chi sotto di loro smarrì il passo o sopra di loro volse la mente al solo vano calcolo”.
Essi non abitavano il fondo dell’abisso, poiché l’amor loro per la maglia azzurra era stato “vortice troppo grande”, ma espiavano qui il dolore d’una nazione, attendendo che il tempo rendesse giustizia a chi aveva guidato la nave tra scogli non visti da altri. Ivi, tra le “gradinate infinite”, cercavano finalmente la pace, laddove il calcio smette d’essere cronaca di un fallimento per farsi memoria d’un amore non corrisposto dal destino.”
E lungo il fianco di questo luogo a salire, più scosceso apparivano le “ruine” , come Dante le vide smottare nell’Inferno al passaggio del “grande tremoto” dopo la morte del Cristo, pietre sconvolte, ordine infranto, natura ferita da un evento più grande di lei. Così anche qui, nel calcio dei Balcani, le “ruine” non erano soltanto macerie, ma nazioni spezzate, imperi sportivi dissolti, sogni che avevano conosciuto la gloria soltanto come presagio e mai come compimento. Su quelle rovine camminava Gheorghe Hagi , e ogni suo tocco sembrava rimettere in piedi per un istante ciò che la storia aveva lasciato crollare. Era come se, tra le pietre smosse del destino, ancora si cercasse una geometria perfetta, una “diritta via” smarrita non nel bosco, ma nella semifinale. Vestito degli stessi colori vidi avanzare Miodrag Belodedici , figlio delle terre danubiane e uomo di confine tra popoli e nazioni. Sul suo volto si leggeva la fierezza di chi aveva attraversato la storia senza piegarsi ad essa, portando con sé il talento e il coraggio dei grandi difensori. Fu gloria della Steaua Bucarest, con la quale conquistò la Coppa dei Campioni, e divenne poi eroe dello Stella Rossa di Belgrado, ripetendo l’impresa che pareva impossibile. Unico tra i figli della Dacia a sollevare due Coppe dei Campioni.
Accanto a lui saliva Hristo Stoichkov , ardente come fiamma che non trova quiete. Il suo passo era ira e splendore insieme, come quelle forze che nella “Commedia” muovono i dannati e i penitenti con la stessa intensità diversa. In lui il talento non era mai fermo: era sempre sul punto di diventare gloria o rovina, senza mai decidere del tutto la propria natura. Camminava insieme agli eroi del Parco dei Principi Letchkov , Ivanov e su tutti Kostadinov Più in alto, tra le fenditure del monte, Dragan Stojković avanzava come figura musicale, quasi fosse ancora udibile il ritmo di una Jugoslavia che “perseguì virtute e canoscenza” calcistica senza mai giungere al porto finale. Ogni suo dribbling sembrava un’armonia che attraversava le “ruine” senza distruggerle, ma neppure ricomporle. Appresso a Dragan, che ancora cercava tra le pietre smosse una “geometria perfetta”, scorsi un’ombra dal volto solcato da un dolore che non pareva soltanto sportivo, ma gravato dal peso della storia intera. Era Faruk Hadzibegic colui a Firenze “tenne il destino d’un popolo sulla punta del piede”, prima che il fischio finale si tramutasse nel fragore d’una guerra imminente. Egli stava immobile davanti a un dischetto di gesso, condannato a rivedere l’istante in cui il cuoio non trovò la rete, ma il silenzio d’una nazione che di lì a poco si sarebbe spezzata come vetro.
Dante, osservando quel difensore che pareva reggere sulle spalle le “ruine” della propria terra, mi sussurrò:
“Vidi colui che nel dischetto pose l’ultima speme d’una patria unita, pria che la guerra aprisse le sue rose. Egli non purga un fallo del giuoco, ma il pianto d’una terra che smarrì la vita, travolta dal ferro e dal fuoco.”
Hadzibejic procedeva tra i talenti che “perseguirono virtute e conoscenza” senza mai giungere al porto del trionfo, portando addosso la malinconia di chi sa che quel pallone perduto fu l’ultimo atto d’un’armonia che il caos stava per divorare. In quel Purgatorio, la sua figura ricordava che talvolta un errore non è che il presagio d’una rovina più grande, e che il calcio, pur nella sua bellezza, non può nulla contro l’ombra che avvolge il destino degli uomini.
Tra gli Slavi degni di gloria vedemmo anche Vladislav Bogićević , che gli uomini della “Nuova Terra” avevano imparato a chiamare il “Re di New York”. Giunto dalle pianure dell’Europa orientale quando ancora pochi osavano attraversare l’oceano per inseguire il pallone, fu tra i primi figli dell’Est a cercare fortuna nelle lontane contrade d’America. Vestiva la maglia dei Cosmos. Le folle della Grande Mela ne ammirarono l’intelligenza, l’eleganza e la visione di gioco, mentre il suo nome correva di quartiere in quartiere come una star che passeggiava nei viali di Brodway.
Più in là Fadil Vokrri , passeggiava silenzioso, attraversava quel paesaggio come un’anima che ha conosciuto la grandezza senza mai poterla trasformare in trionfo, portando addosso il peso di una storia che nel calcio si è sempre fermata un passo prima del Paradiso. Dante, guardando quelle rovine calcistiche, avrebbe forse riconosciuto ciò che nel Purgatorio vero accade alle anime, non la punizione eterna, ma la forma più sottile della memoria, quella che non cancella il passato, ma lo trasforma in attesa. E così anche tra le macerie del gioco non sono solo ciò che è caduto, ma ciò che continua a parlare da sotto le macerie, nazioni spezzate, generazioni di talenti, sogni che non hanno trovato compimento.
Perché nel calcio, come nella Commedia, talvolta la caduta non è la fine del senso, ma il luogo stesso in cui il senso continua a cercare la propria forma.
Proseguendo il nostro cammino, ci accingemmo alla salita che s’apriva come un molo sopra un oceano di smeraldo, scorsi tre ombre chinate sopra lunghi teli di corda intrecciata,
“Parevan marinai stanchi che, dopo il fortunale, rammendano le reti per nuove pesche; ma non v’era sale nei loro panni, bensì l’odore del cuoio antico e dell’erba calpestata”.
Dante mi spiegò che costoro erano i “fabbri della folgore”, anime che in terra avevano posseduto un tiro così potente da offendere la materia stessa del giuoco, sfondando le reti come se il pallone fosse un dardo di fuoco. Il primo che vidi, agile e il svelto nonostante faticoso lavoro, era Levratto , che il volgo chiamava “Farfallino”. Egli manovrava un ago d’oro tra le maglie spezzate, ricordando dove il suo tiro non trovò ostacolo, trapassando la rete per finire la sua corsa nel mito.
“Vidi colui che d’un sol colpo il velo, della porta squarciò con tal possanza, che parea saetta scesa giù dal cielo”.
Accanto a lui, con la grazia malinconica di chi ha suonato la “Ginga” in terra spagnola, stava Éder . Egli non riparava con foga, ma con la lentezza di chi sa che la bellezza richiede cura. Ogni sua cucitura pareva un accordo di quella melodia che nel 1982 fece tremar i pali del mondo. Infine, imponente come un capitano antico, vidi l’uruguayano José Nasazzi , il “Maresciallo”. Egli non guardava la rete, ma l’orizzonte, mentre le sue mani callose stringevano i nodi con la fermezza di chi ha guidato un popolo intero verso la gloria d’oro. La sua potenza non era solo nel piede, ma nell’anima, capace di trascinare il pallone oltre ogni difesa umana.
Dante, osservando quel loro laborioso silenzio, mi sussurrò,
“Costoro purgano la troppa forza con la pazienza del filo; perché chi troppo ha rotto in vita per eccesso di dono, deve ora imparare che la bellezza del gioco sta anche nel saper tenere unite le maglie del destino”.
Nel Purgatorio del calcio non contano soltanto le coppe o le singole imprese. Contano la bellezza, il coraggio, l’idea di gioco lasciata in eredità al mondo, lì abitano le grandi sconfitte trasformate in poesia. Vidi allora in tutta la sua interezza e potenza l’Aranycsapat , la Grande Ungheria d’oro di Puskás e Hidegkuti , che nel fango di Berna vide il proprio sogno invincibile svanire come nebbia, rimanendo però scolpita nel tempo come geometria perfetta. Accanto a loro, scorsi le ombre del Wunderteam austriaco, l’orchestra che sotto la guida di Hugo Meisl faceva danzare il pallone prima che la tempesta della storia ne spegnesse la musica. Più in là, la Cecoslovacchia , due volte giunta sulla soglia del tempio del mondo per poi restarne fuori, nobile vicecampione che fece dell’eleganza la propria unica insegna. Impossibile non incrociare il Brasile del 1982 , una squadra che sembrava suonare il calcio invece di giocarlo: Zico, Sócrates, Falcão, Cerezo, Éder . Ogni azione era armonia, improvvisazione, fantasia pura; eppure quel viaggio si spezzò contro l’Italia di Pablito allo stadio Sarriá di Barcellona. Tuttavia quell’aura di ritmo e di colore, che “Ginga chiaman nella terra spersa”, fatta di grazia e di puro splendore.
Ivi s’aggira, in armonia immersa, tra Zico e Sócrates, ombre d’oro, che la sconfitta han in canto riversa. E Garrincha, che guida quel coro, mostra come il dribbling sia preghiera, senza peso, nel beato lavoro.
Il Vate mi spiegò che la “Ginga” è la prova suprema che “gli uomini cercano ancora la bellezza, pur vivendo dentro il caos”. Poco più in là, tra le anime che “per correr miglior acque alzano le vele”, trovammo l’Olanda del calcio totale di Johan Cruijff . Una squadra che trasformò il football in un’idea rivoluzionaria: ruoli che sparivano, spazi che si deformavano, giocatori mossi da una musica invisibile. Eppure quell’Olanda straordinaria perse due finali mondiali consecutive, nel 1974 e nel 1978, restando per sempre la più grande squadra a non aver mai conquistato il titolo. Costoro “purgavan la pena di non aver mai vinto ciò che meritavano”, continuando a cercar ragione della loro disfatta.
Lungo le ultime balze la, dove il rimpianto si fa pietra e il tempo non cancella l’affanno, scorsi colui che procedeva con passo grave e silenzioso, era Moacir Barbosa , colui che il destino elesse a custode “eterno del dolore” del Maracanã . Egli sostava presso una porta immensa, simile a quelle ombre che portano ancora incisa nella carne la sofferenza attraversata nel mondo terreno; sul suo volto non v’era l’ira dei dannati, ma una tristezza quieta, la rassegnazione di chi ha sopportato una colpa assai più grande della propria responsabilità. Vidi nei suoi occhi il riflesso di quel giorno del 1950, quando il tiro di Ghiggia squarciò il silenzio di un popolo intero, trasformando il suo nome nel volto stesso della sconfitta. Per anni egli vagò come dannato innocente, espiando un dolore collettivo che nessun uomo avrebbe potuto sostenere da solo. Udii allora il suo amaro lamento, che ancor risuona tra quelle gradinate:
“In Brasile la pena massima è di trent’anni; io sto pagando da tutta la vita”.
E il Vate, osservando quella dignità che purifica il cuore, parve comprendere che alcune anime non salgono il monte per le corone cinte, ma per come hanno saputo attraversare il dolore degli uomini. In quella luce malinconica, Barbosa rimaneva come simbolo della sofferenza ingiusta, mentre attorno a lui il pallone continuava a muoversi lento e perfetto, simile a un astro che cerca la pace oltre il fischio finale della storia”. Un’altra anima che pur senza malizia contribuì a perpetuar equivoci . era nato in Germania nel “trentacinquesimo anno del secolo scorso, all’ombra d’un castello popolato, da fantasmi e foschi presagi”. Fin da bambino tremava al pensiero degli spettri, e per anni credete d’esserne sfuggito. Ma il 30 luglio del ‘66 uno di essi tornò a fargli visita. Non portava catene né lenzuoli, indossava la maglia rossa dell’Inghilterra e aveva il volto di Geoff Hurst . Quando il pallone colpì la traversa e ricadde nei pressi della linea, egli vide ciò che nessun mortale avrebbe saputo distinguere con certezza. Fu gol? Non fu gol? In quell’istante il fantasma gli sussurrò la risposta, e lui gli credete. Così nacque il più celebre spettro della storia del calcio, il “gol fantasma” nella finale del sessantasei. Da allora generazioni di inglesi lo venerano come una verità rivelata, mentre i tedeschi continuano a inseguirlo come si inseguono i fantasmi: sapendo che non li si raggiungerà mai.
A chiudere la salita verso il chiaro cielo, sulla piana della Bismantova giungemmo in una Cornice delle passioni indomite, ove non si udivano lamenti né canti perfetti, ma un incessante mormorio simile a quello d’uno spogliatoio prima della battaglia. Ivi dimoravano anime forti e tempestose, che in vita avevano conosciuto più d’ogni altra cosa il dominio delle passioni.
E tra esse vidi Giorgio Chinaglia avanzare con passo fiero e petto innanzi, come capitano che ancora non abbia deposto le insegne della guerra. Attorno a lui riconobbi i compagni della Lazio che, conquistò lo scudetto nel millenovecento settantaquattro, uomini d’indole ardente e difficile, più simili a condottieri di ventura che a semplici atleti. Non v’era concordia tra loro nemmeno in quel luogo d’espiazione. Taluni procedevano separati, altri discutevano animosamente come se la partita dovesse ancora cominciare. Eppure una forza invisibile li manteneva uniti, poiché il destino aveva voluto che da tante discordie nascesse una delle imprese più memorabili del calcio italiano. Vidi allora, sparse sul terreno, le ombre di quelle pistole che tanto scandalo avevano suscitato tra i mortali. Ma esse non erano più armi. Il fuoco le aveva fuse in metallo informe, affinché ricordassero eternamente come la forza dell’uomo debba servire il gioco e non dominarlo.
E Dante mi disse:
“Guarda costoro, ché molto amarono la vittoria, ma più ancora amarono la lotta. In essi la passione fu fiume impetuoso che spesso travolse gli argini della ragione; e tuttavia da quel tumulto nacque un’opera che il tempo non ha cancellato.”
E quando l’ultima disputa si spense e le ombre delle pistole si dissolsero nel vento, vidi Tommaso Maestrelli procedere innanzi ai suoi uomini come pastore che ricomponga il gregge disperso. Allora la compagnia, finalmente riconciliata, mosse i propri passi verso le sfere più alte del Paradiso calcistico. E compresi che talvolta la più difficile delle vittorie non è quella conquistata sul campo, ma quella ottenuta contro sé stessi.
Allora compresi che alcune squadre non diventano immortali soltanto per ciò che vincono, ma per il tumulto umano che seppero trasformare in leggenda.
Più in là, in una zona meno oscura vicino ad un lago che pareva infernale, sedeva un’altra anima in attesa di espiar la pena. Era immersa nell’acqua fredda e gelida, uscendo sostava in una nebbia malinconica, osservando in silenzio un campo illuminato che appariva e scompariva all’orizzonte. Indossava una sciarpa rossonera. Era “il Cavaliere” . Davanti ai suoi occhi scorrevano senza sosta le immagini delle grandi notti europee, dei trionfi, delle squadre che avevano incantato il mondo e portato il nome del Milan oltre ogni confine. Ma insieme a quelle visioni comparivano anche le ombre del potere terreno, delle polemiche e delle battaglie combattute lontano dal rettangolo di gioco. Egli tendeva la mano verso quel prato verde che pareva chiamarlo da lontano, ma non riusciva mai a raggiungerlo.
Dante lo osservò senza l’asprezza riservata agli altri e disse,
“Molto costruì e molto divise. Come molti uomini di grande potere, lasciò dietro di sé luce e ombra. Per questo la sua pena non è il castigo, ma il ricordo”.
Poco più sulla destra vi era la Cornice delle Occasioni Smarrite, dove ad espiare i loro peccati vi erano i goleador perduti; tra loro vidi avanzare Luther Blissett , Florin Răducioiu , Hugo Maradona il fratello meno talentuoso dei tre fratelli di Villa Fiorito e Nikos Anastopoulos , inseguitori infaticabili di reti che spesso si facevano più strette al loro sguardo, come se il gioco stesso volesse rimandare il compimento del loro destino. Purganti a segnare su reti che diventavano sempre più piccole man mano che si avvicinavano. E poco oltre apparve un uomo venuto dal Nord, il cui nome era Søren Skov . Egli non era ricordato soltanto per le reti mancate, ma per l’aura singolare che lo accompagnò nella terra d’Irpinia, dove il calcio era fede e sopravvivenza insieme. Attorno a lui, più ancora che le azioni di gioco, viveva il ricordo d’una presenza che divenne parte del mito popolare: la figura della sua compagna, la cui bellezza divenne leggenda sulle gradinate, quasi che anche la tribuna avesse trovato in lei un proprio simbolo. Camminavano accanto Renato Portaluppi e Andrade detto “er moviola” avanzavano sorridendo, come uomini che non avevano mai smesso di considerare il calcio una festa. Attorno a loro si udivano musiche, feste, ballate lontane e risate brasiliane, e Dante mi disse che alcuni uomini devono purificare non la cattiveria, ma l’eccessiva fiducia nel proprio destino.
Lasciati alle spalle la balza delle occasioni perdute ci inoltrammo in una valle dove un fuoco non ardeva per illuminare, ma per purificare. Là dimoravano coloro che avevano vissuto il momento in cui il calcio aveva smesso di essere soltanto gioco e aveva iniziato a conoscere il peso delle passioni umane, delle ambizioni e delle ricompense. Quivi dimoravano coloro che purificavano una colpa senza malizia. Non avevano lo sguardo dei traditori, né quello dei peccatori senza rimedio, ma il volto di uomini rimasti sospesi tra un’epoca che finiva e un’altra che ancora non aveva trovato il coraggio di nascere. Erano Enrico Sardi e Aristodemo Santamaria giocatori dell’Andrea Doria che attraversarono il confine invisibile che separava il calcio dei puri dilettanti da quello che iniziava a conoscere il richiamo del denaro. E così con Dante li vedemmo tra le anime del Purgatorio, non perché avessero macchiato per sempre il loro nome, ma perché erano diventati il simbolo di una trasformazione inevitabile. Attorno a loro vi erano le voci di coloro che difendevano l’antico spirito del gioco e quelle di chi già intuiva che il calcio, crescendo, avrebbe dovuto affrontare nuove realtà. Essi portavano sulle spalle il peso di una scelta che non apparteneva al loro tempo, espiavano perché furono uomini che anticiparono un cambiamento
Giunti alla fine del Purgatorio, mentre stavamo per lasciare la Bismantova, il monte si apriva come una gradinata immensa sospesa tra terra e cielo, e le sue pietre giurassiche parevan custodire ancora l’eco dei cori mai spenti, delle sconfitte mai dimenticate, dei sogni rimasti a metà respiro.
Là dove la roccia si fa balcone e l’orizzonte pare tremare come rete colpita da un tiro improvviso, Dante si fermò. Il vento non era più quello del rimpianto, ma un’aria più lieve, quasi liberata dal peso delle occasioni perdute. E le anime che avean salito il monte, una ad una, non portavano più il volto della colpa, ma quello di chi ha compreso.
“Qui”, disse il poeta, “non v’è più pena che consumi, né memoria che laceri. Qui il calcio impara a non essere rimpianto, ma passaggio”.
E le gradinate del Purgatorio, che per tanto tempo avevano pianto passi incompiuti e tiri smarriti all’ultimo respiro, si sciolsero come nebbia al primo sole del mattino. I cori si fecero più lontani, non più dolore ma attesa, non più urlo ma silenzio che prepara. Qui sulla piana, allora, il pallone non rotolava più verso ciò che è stato, ma verso ciò che potrebbe essere. E nel cielo che si apriva oltre la roccia, si intuiva già il Paradiso, non come vittoria, ma come leggerezza assoluta del gioco liberato dal tempo.
Dante mi guardò un’ultima volta e disse soltanto:
“Or lascia il pianto, ché d’ogni salita resta solo la luce di chi seppe continuare a salire”.
E così il Purgatorio finì. Non con un triplice fischio, ma con un respiro di speranza.
PARADISO
Infine arrivammo in Paradiso!
Laddove l’ultima nebbia del rimpianto si scioglie nell’Empireo dell’Erba Perfetta. Quando varcammo quella beata soglia, non trovammo coppe di metallo né trofei che il tempo possa corrodere, trovammo luce. Era una luce che non feriva gli occhi, non cadeva sulla pupilla come fiamma mortale, ma si faceva armonia pura e canto visibile, trasfigurando ogni antica fatica in una memoria luminosa che tutto avvolge e inebria. Essa parea emanare dal verde perfetto d’un campo immenso sospeso nel cielo, un’isola di smeraldo dove l’erba è senza peccato e il gioco, finalmente libero dal fango e dal sospetto, torna alla sua essenza più pura. In quel regno di grazia suprema, dove non esistono più simulazioni, violenza né arbitri, il calcio si spoglia d’ogni affanno per farsi movimento, intelligenza e bellezza assoluta. Ivi ogni passaggio sembra musica e ogni azione partecipa di una perfezione impossibile sulla terra, rivelando che gli uomini, pur smarriti dentro il caos del mondo, non hanno mai cessato d’inseguire quell’armonia eterna verso cui ogni nobile gesto silenziosamente tende.
A fare da anfitrione su quella soglia beata, austero e nobile come chi ha saputo governare la tempesta senza mai smarrire il candore del cuore, s’ergeva Catone come “neo-promosso” dal Purgatorio. Egli non era solo, ma cinto da una schiera di spiriti che in terra furon chiamati baluardi e mura viventi, ora mutati in guardiani di quella pace infinita. Vidi il granitico Sergio Brio e il possente Hans Peter Briegel , non più immersi nel fango della mischia, ma rifulgenti “di una forza che s’è fatta quiete”; e accanto a loro, con la grazia antica di chi mai conobbe fango né ira, procedevano Paolo Maldini e Franco Baresi , simboli d’una difesa che nel silenzio si fa arte somma. In quel luogo si avvertiva la presenza del Kaiser , che “apparteneva ad altri e più alti cieli” camminava tra loro come un imperatore del pallone, mentre Lothar Matthäus e Carles Puyol recavan nel volto l’ardore d’un cuore che mai non conobbe viltà, pronti a frapporsi tra l’ombra e la meta con lo stesso spirito indomito che li rese leggenda. Più in là con solenne beatitudine stava insieme a “que’ signori della difesa”, che parea formassero un’unica cinta muraria a protezione della luce divina, scorsi un’ombra solida e ferma, che portava in sé la forza d’una terra intera, era Giuseppe Bruscolotti , colui che il volgo chiamò “Pal ‘e fierro” per l’incrollabile tempra del suo spirito. Egli procedeva con la gravità nobile di chi non ha mai cercato il clamore, ma ha fatto del dovere e della lealtà la propria unica insegna.
“Pal ‘e fierro è detto, che di Napoli fu colonna e vanto, d’ogni avversario facendosi rigetto. Ei fu d’onestà e di forza il manto, capitano che il suo fregio donoe, perché al Sole il trionfo si fece accanto”.
Dante, osservando quel manipolo di giusti che d’ogni difesa aveano fatto una rocca audace, mi sussurrò:
“Vidi color che fecer della forza, un tempio di lealtà e di nobile cura, che d’ogni assalto spezzavan la scorza. Or guardan la luce che non ha paura, anfitrioni d’un regno dove il gioco è sola grazia e pura architettura.”
Egli mi spiegò che costoro erano stati eletti per accogliere le anime nel regno dove “non v’è né arbitro né violenza”, perché aveano saputo difendere la bellezza con la medesima inflessibile fermezza con cui si difende la dignità dell’uomo. Alla soglia dei Baluardi s’ergeva l’ombra del Paron , colui che del catenaccio fece una rocca audace. Egli non cercava la gloria vana, ma d’ogni difesa facea segno di gloria e di sapienza, proteggendo i suoi come se fossero mura viventi.
Salutati da chi ci accolse: Entrammo!
In quella soglia di luce purissima, dove l’Empireo dell’Erba Perfetta accoglie le anime che fecero del cuoio la loro preghiera, non fui più solo con il Vate. Accanto a Dante, che ancora recava al collo la sua sciarpa consunta dal tempo, apparvero due figure muliebri di ineffabile splendore, pronte a scortarci come assistenti celesti in un rito che pareva l’estrazione finale di ogni destino mondiale. L’una era Vittoria , la Nike dalle ali d’oro pensata da Jules Rimet, ella rifulgeva di un chiarore metallico, simbolo di quel premio che ogni sognatore brama e che il cagnolino Pickles sottrasse all’oblio della terra. Ella procedeva con la solennità di chi custodisce il trionfo, recando in mano una sfera di cristallo che pareva contenere l’esito di ogni sfida eterna. Vittoria, che fino a quel momento aveva proceduto con la fermezza regale dell’oro antico, parve d’un tratto smarrire il passo, e le sue ali, modellate dal genio di Abel Lafleur , ebbero un fremito che parea un rintocco di campana nel silenzio del Paradiso. Ella si volse verso il cuore dell’Empireo dell’Erba Perfetta, là dove la luce si fa così bianca da trasmutare ogni colore in purezza assoluta, e il suo volto, solitamente fiero, apparve turbato da una commozione profonda, quasi che l’essenza stessa del trionfo si fosse inchinata davanti a una maestà più grande. Dante, accorgendosi che la nostra guida alata s’era fatta d’improvviso silenziosa e tremante, le si accostò con la reverenza che si deve a chi scorge l’invisibile. Sofia , la sapienza, le cinse le spalle con un gesto di grazia antica, mentre Vittoria, con voce che parea un sussurro di vento tra le reti celesti, mormorò,
“O Vate, o pellegrino che del fango facesti canto, perdonate il mio smarrimento; ma in quel raggio che tutto inebria, tra la geometria di un passaggio perfetto e il silenzio dei giusti, credetti d’aver appena intravisto l’ombra di nostro Signore Gesù, Colui che d’ogni sfera è l’Architetto e d’ogni bellezza il fine ultimo”.
Ella pensava di aver scorto il Maestro dei maestri, non come giudice severo, ma come colui che per primo insegnò agli uomini che l’amore, proprio come un pallone che corre tra i piedi dei beati, è l’unica forza capace di unire ciò che il caos divide. In quel momento di sacro turbamento, Vittoria comprese che “se il calcio è la prova che gli uomini cercano ancora la bellezza”, è perché in ogni nobile gesto sportivo risplende un riflesso di quella grazia divina che ella aveva appena sfiorato con lo sguardo. Dante allora chinò il capo e, guardando verso quella luce immobile, sospirò,
“In questo luogo, ogni intesa perfetta tra i cuori e i corpi non è che ombra terrena dell’armonia eterna verso cui tutto il creato, anche il più umile giuoco, silenziosamente tende”
Al suo fianco avanzava Sofia, l’incarnazione della sapienza calcistica. Ella portava negli occhi la profondità degli archivi e la memoria di ogni schema mai tracciato, reggendo tra le dita un libro antico le cui pagine narravano di “virtute e canoscenza” applicate al verde prato. Sofia era la luce dell’intelletto che precede il gesto, colei che spiega come il calcio sia un’isola di intelligenza dentro l’oceano del caos. Insieme, Vittoria e Sofia si muovevano con la grazia discreta di “vallette” dello spirito, guidandoci tra i petali della “Candida Rosea” con la stessa cura con cui si estraggono i nomi dall’urna della gloria ad assister loro un pargol di nome Franco Gemma . Dante le guardava con reverenza, sapendo che senza il trionfo della Nike e la sapienza di Sofia, il calcio non sarebbe che polvere; esse invece lo trasmutavano in un rito universale, trasformando ogni nostra tappa in un momento di estasi sospesa, dove il sorteggio dei beati non è che l’inizio d’una partita che non conosce fischio finale.
Nel cielo che segue l’ultimo varco del dolore, la luce è come il prisma celeste che ricompone i colori dispersi nel mondo, così quivi ogni divisione umana si scioglie nella perfetta concordia del bene. Coloro che un tempo furono separati dal destino, dalla contesa o dalla cronaca, procedono ora uniti nella medesima bellezza, raggi diversi d’una sola eterna luce.
Bianca e mite splende la gloria dei giusti feriti dalla violenza del secolo; e ciò che sulla terra fu dolore, colpa altrui o sangue innocente, qui si dissolve come nebbia al primo sole del mattino. Nessuna ferita rimane, se non la dignità restituita alle anime che cercarono nel gioco, nel gesto e nella fedeltà al proprio dono un ordine segreto dentro il caos del mondo.
Questa è la prova suprema concessa all’uomo, che mai cessò, pur tra il frastuono della storia, di inseguire la bellezza e che ogni nobile passaggio, ogni intesa perfetta tra i cuori e i corpi, era già ombra terrena dell’armonia eterna verso cui tutto il creato silenziosamente tende.
Qui prima di entrar veramente dove la luce risplende due amime vagavano tra il rimorso e la luce della grandezza che li illuminava, tanto grande da non poter essere tra quelli che sprecarono il talento, ma non siedono nemmeno tra i sommi spiriti del pallone, poiché non condussero fino al pieno compimento il dono ricevuto. In questo parvo luogo non vi erano troni né cori angelici dove l’erba aveva il colore delle domeniche felici e il vento portava con sé l’eco lontana di stadi colmi di meraviglia. Eppure sopra quel luogo aleggiava una lieve nostalgia, non dolorosa ma eterna, simile al ricordo di un sogno interrotto troppo presto.
“Questo è il Cielo dei Talenti Incompiuti, ove dimorano coloro ai quali il Signore del Gioco donò più di quanto un uomo comune possa immaginare. Essi non sono qui per colpa né per peccato, ma perché il mondo ricorda non soltanto ciò che furon, bensì ciò che avrebbero potuto essere.”
Venne verso di me un uomo con il pallone incollato ai piedi come se fosse parte del suo stesso corpo. Ad ogni tocco l’erba si illuminava e l’aria pareva mutarsi in musica. Era Ronaldo Nazário . Le sue ginocchia non conoscevano più dolore e la sua corsa era quella dei giorni migliori. Eppure, accanto ad ogni sua falcata, ne appariva un’altra ancora più veloce, come l’ombra di un destino mai pienamente compiuto. Pareva correre insieme a sé stesso, all’uomo che fu e a quello che avrebbe potuto diventare.
“Molti lo chiamarono Fenomeno” disse Dante, “e tale veramente fu. Ma qui egli contempla il sentiero che gli infortuni e le fragilità della carne gli impedirono di percorrere interamente”.
Più avanti udii una risata leggera e vidi una figura che giocava con il pallone come un fanciullo gioca con una lucciola d’estate. Era Ronaldinho . Attorno a lui ogni cosa sembrava trasformarsi in festa. I passaggi impossibili diventavano semplici, i dribbling parevano danze e perfino il vento si fermava per osservare. Ma sopra il suo capo brillavano due stelle. Una era la gloria che conquistò nel mondo. L’altra era ancora più luminosa e rappresentava ciò che avrebbe potuto diventare se avesse amato la disciplina quanto amava il divertimento.
“Costui” disse il poeta “ricevette in dono una gioia che pochi uomini han conosciuto. Ma il talento è come un giardino: non basta che sia fertile, bisogna anche coltivarlo”.
Né Ronaldo né Ronaldinho mostravano tristezza. Essi sorridevano e giocavano eternamente. Tuttavia nei loro occhi rimaneva una lieve malinconia, la stessa che accompagna ogni uomo quando intravede la versione migliore di sé stesso. E compresi che in quel cielo non si piangeva per ciò che si era perduto, ma si meditava con dolcezza su ciò che avrebbe potuto essere.
Una volta entrati.
Un campo immenso sospeso nel cielo, dove il gioco tornava alla sua forma pura. Qui volava annunciato da un “rombo di tuono” Gigi Riva con il suo gol in tuffo contro la Germania che fù; e a presso Carletto Parola restava sospeso nell’aria nella sua sforbiciata diventata l’iconografia stessa delle figurine Panini. Seduto a venerar “Ul furzelina” , ma a debita distanza, vi era anche il piccolo Danilo Piroddi che ancor stretto si teneva il braccio. Poco più in là correva anche Paolo Rossi, “Pablito” , leggero come chi sa di appartenere per sempre a un pomeriggio diventato leggenda. Riviveva eternamente la tripletta del Sarriá contro il Brasile del 1982, tre colpi improvvisi, quasi mistici, capaci di interrompere la sinfonia più bella del calcio moderno. Ogni volta che il pallone entrava in rete, il Paradiso intero sembrava fermarsi per un istante, come se perfino Dante comprendesse che certe partite non appartengono più soltanto allo sport, ma alla memoria collettiva degli uomini.
Entrare “la dove il sol si fa più alto” non fu un semplice passaggio, ma una perdita di peso, come se ogni cosa, finalmente, avesse smesso di dover resistere a se stessa. Il Paradiso non apparve come un luogo, ma come una coincidenza perfetta tra ciò che accade e ciò che deve accadere. In una zona silenziosa dove la luce sembra più disciplinata che abbagliante, sedeva Otto Rehhagel . Non celebra nulla, non sorprende nessuno. Ha lo sguardo di chi ha imparato che l’impossibile, quando funziona, smette di essere spettacolo e diventa ordine. Non parla delle vittorie, perché qui le vittorie non esistono più, esiste solo la forma stabile che esse hanno lasciato nel mondo. Con il Kaiserslautern aveva mostrato che la gerarchia poteva piegarsi senza rompersi; con la Grecia aveva insegnato che l’assenza di splendore può diventare una geometria invincibile. Per questo non è accolto come eroe, ma come custode di una verità più sottile, che il miracolo, quando è riuscito del tutto, non si distingue più dalla legge divina.
E in quella luce che non acceca ma comprende, il calcio non è più memoria, né lotta, è equilibrio definitivo tra ciò che era impossibile e ciò che è diventato semplicemente vero.
Quivi, guidati dalle due muse delicate, di giovane bellezza addornate, voltammo i passi verso un campo illuminato di talenti. Era immenso, sospeso nel cielo, dove l’erba era perfetta e la luce non conosceva tramonto, qui scorsi un’ombra che, dell’antico impero Inca portava il nome e la nobiltà, era Teofilo Cubillas . Egli procedeva con la grazia di chi non ha mai conosciuto il fango dell’animo, ma solo la purezza d’un tocco che parea dettato da mano angelica. In lui, il calcio non era scontro, ma una geometria del mondo scritta con la fantasia. Vidi l’ombra di Teofilo sovrana,
“che del Perù portava il sol sul petto, grazia d’Inca che l’alma non allontana”. Egli “si movea come chi è eletto, per spiegar dell’universo ogni senso, facendo del pallon l’unico obietto”.
Accanto alla “grazia d’Inca” di Teofilo, scorsi un’altra ombra peruviana che portava in sé la forza d’una tempesta antica. Era Lolo Fernández , il “Cañonero” nobile, colui che nel trentasei sottomise l’orgoglio austriaco sotto il cielo di Berlino .
“E accanto al sol che Teofilo ha sul petto, vidi colui che nel trentasei fu duce, col piede che d’ogni colpo facea effetto. Lolo è il nome di chi portò la luce. Egli segnò il trionfo che fu puro, prima che il furto ne spegnesse il canto, facendo del suo ardir l’Inca futuro”.
Dante, osservando quel guerriero che non cercava il clamore ma la lealtà, mi spiegò che Lolo risiedeva lì perché il suo ardire aveva “sottomesso l’austriaco orgoglio” prima che un “decreto ingiusto” trasformasse il trionfo in oblio. In quel campo di luce, Fernández non portava più il peso di quella “frode” che spense il coro del suo popolo, ma splendeva accanto a Cubillas come prova che “esistono uomini capaci di donare gioia senza pretendere gloria”.
Oltre si aprì il “Cielo della Misura Celeste e della Gloria Popolare”, là dove la nobiltà si trasfigura in pura architettura beata e ogni contrasto perde la sua asprezza per farsi armonia, giungemmo in una sfera di luce purissima. Ivi procedeva una piccola compagnia d’eletti, simile a un trittico dipinto sulle volte d’una chiesa polacca del millenovecentosettantaquattro. Avanzando lenta tra memorie di gloria e un lieve, beato rammarico. Primo fra essi camminava con la fronte alta e lo sguardo rivolto a invisibili geometrie del gioco colui che gli uomini chiamarono Kazimierz Deyna . Pareva che gli occhi suoi vedessero linee e traiettorie celate ai mortali, e che ogni suo tocco fosse ancora capace di ordinare il caos del campo secondo una misura superiore. Dante, osservandolo, mi disse,
“Guarda colui che del centrocampo fu l’architetto eletto, facendo del pallone un raggio di sole capace di squarciare la difesa più oscura”.
Accanto a lui scorsi Andrzej Szarmach , pronto al balzo come una fiera che punti la volta celeste. Egli non cercava il suolo, ma l’aria; e colpiva la sfera con la forza del fulmine e la grazia dell’ala, mutando in gloria ogni traversone che giungeva dal prato. Poi vidi una figura che pareva composta di vento e di luce, tanto era rapida nel solcare l’erba divina, quasi che la terra non potesse trattenerne il passo. Era Grzegorz Lato , il fulmine di Polonia, colui che nel settantaquattro cinse la Scarpa d’Oro non per vana superbia, ma per la gioia del suo popolo e la dignità della sua nazione. Pareva che nessuno di essi corresse sopra un campo mortale; procedevano piuttosto entro una sfera più alta, ove il gioco si faceva armonia e il pallone non obbediva alla forza, ma a una celeste misura.
Poco distante, laddove la luce si addensava attorno ai goleador e ai miti di quel tempo, m’apparve la figura solida e silenziosa di Gerd Müller . Non cercava il clamore né la lode degli uomini. Stava immobile nell’area di rigore celeste come un fulmine in attesa di scoccare. Il suo sguardo era quello di chi non necessita di molte parole, poiché d’ogni minimo tocco faceva una sentenza d’oro e di gloria.
Dante, osservando quel tank in miniatura che nell’area eterna pareva ancora vegliare, mi sussurrò,
“Guarda colui che sa che il gol è legge eterna, volgendo in luce ogni malinconia; tuono che squarcia la nebbia superna senza vana oratoria, ché la sua mira il gioco governa.”
E davvero pareva che ogni sua presenza bastasse a dare significato allo spazio che lo circondava. Ivi, tra i campioni che avevano saputo trasformare la polvere della sfida in luce immortale, compresi che queste anime non cercavano la corona dei vincitori, ma la perfezione del gesto puro; quella bellezza che, pur vivendo dentro il caos del mondo, sa farsi eco d’un’armonia superiore.
E poi vi erano i miti.
Bobby Charlton camminava lento ed elegante, come se portasse ancora negli occhi il “dolore di Monaco” e la dignità silenziosa di un uomo sopravvissuto alla tragedia senza mai smarrire la grazia e nemmeno il ricordo. Vicino vi era Eusébio , sorrideva con quella malinconia luminosa che appartiene ai grandi campioni. Il pallone sembrava seguirlo docile come creatura fedele, quasi riconoscesse in lui un antico signore. Poco distante da Bobby Charlton avanzava un uomo dalla figura composta e dall’incedere regale. Era Bobby Moore , capitano d’Inghilterra e signore della difesa. Non correva con impeto né imponeva la propria forza, poiché gli bastavano l’intelligenza e la misura. Pareva che il pallone e gli avversari gli rivelassero il proprio destino ancor prima di compierlo.
Dante mi disse,
“Costui governò il gioco non con la violenza, ma con la sapienza; ché vi sono re che non hanno bisogno di alzare la voce per essere riconosciuti”.
Kevin Keegan conservava ancora l’energia spettinata e romantica del football inglese degli anni Settanta, feroce e poetico insieme, mentre Allan Simonsen pareva muoversi nel silenzio discreto dei campioni troppo raffinati per essere celebrati quanto meritano. Procedendo oltre scorsi due anime che avanzavano insieme, come viaggiatori giunti da terre lontane accolti nella medesima casa. Non recavano insegne di conquista né trofei splendenti, ma il dono più raro che possa essere concesso agli uomini: l’aver trasformato la diffidenza in affetto. Erano venuti “quasi alla fine del mondo” Osvaldo Ardiles e Ricardo Villa , figli dell’Argentina e beniamini di White Hart Lane . Attorno a loro vedevo “intrecciarsi due mari, l’uno agitato dai venti dell’Atlantico australe, l’altro dalle nebbie d’Inghilterra” . Eppure quelle acque non si respingevano, ma si univano in una sola corrente luminosa. Molti, in terra, avevano creduto impossibile che uomini venuti da così lontano potessero trovare dimora nel cuore di Albione . Ma il pallone, che spesso comprende ciò che la politica ignora, aveva aperto una strada là dove gli uomini vedevano soltanto confini. Ardiles procedeva con la grazia del regista e la leggerezza del danzatore; Villa portava ancora negli occhi il lampo delle sue cavalcate e dei suoi gol memorabili. E attorno a loro splendevano i colori del Tottenham , che li aveva accolti come figli adottivi. Poco oltre vidi Liam Brady , che avanzava con la grazia dei grandi interpreti del centrocampo. Ogni suo passaggio pareva scritto con mano sapiente, come verso tracciato da poeta. Attorno a lui splendevano insieme l’Irlanda, Londra e Torino, terre diverse unite dal ricordo della sua eleganza. Vidi anche John Wark , instancabile pellegrino del football britannico. Sul suo volto splendeva la serenità di chi aveva servito il gioco con dedizione assoluta. Non cercò mai il clamore, ma lasciò ovunque il segno della propria fedeltà e del proprio coraggio.
Tra le figure che il popolo del calcio continua a ricordare con affetto vidi venire verso di noi, un uomo avvolto in un pesante colbacco, quasi che portasse ancora sul capo gli inverni delle domeniche italiane Era Gustavo Giagnoni , con quel “lanoso capo” che sulla terra divenne leggenda pareva ormai parte stessa della sua persona. Attorno a lui si raccoglievano tifosi, cronisti e vecchi spettatori, non per le coppe conquistate, ma per il ricordo d’un calcio sincero, dove le domeniche assaporavano di attesa, di radiocronache gracchianti e di bandiere al vento; un calcio fatto di passione genuina, più vicino alla gente che ai riflettori. In questo luogo tra tutti brillava Lev Yashin , vestito di nero persino in Paradiso. “Il Ragno Nero”. Sembrava immenso anche da fermo, come se potesse ancora parare non soltanto i palloni, ma perfino il tempo. Accanto al Ragno procedeva con passo composto Igor Netto , capitano dell’Unione Sovietica e uomo di rara rettitudine. Non portava attorno a sé il clamore degli eroi celebrati dal mondo, ma una luce più discreta, simile a quella che accompagna coloro che fecero della lealtà una forma di grandezza. Pareva ancora guidare invisibili compagni lungo il campo celeste, con l’eleganza di chi comprende che il comando non nasce dalla voce più forte, ma dall’esempio.
Dante, osservandolo, mi disse,
“Guarda colui che la vittoria non cercò con l’inganno né con l’astuzia vana, ma con la misura e con l’onore; ché più risplende chi sa rinunciar al favore del destino che chi lo piega alla propria mano”.
E davvero l’anima sua pareva custodire quella nobile memoria del Mondiale di Svezia , quando preferì la verità del gioco alla gloria d’un gol non giusto , mostrando che la bellezza del calcio può talvolta abitare anche nel rifiuto del vantaggio. Accanto a lui Oleg Blokhin correva leggero, eterno simbolo di un calcio sovietico duro ma poetico; mentre David Kipiani , malinconico e geniale, accarezzava la sfera con la delicatezza di chi aveva sempre preferito la bellezza alla forza.
Accanto a Igor Netto, emblema della rettitudine, sorgeva una lieve collina che ricordava le dolci terre umbre, quasi a segnare il passaggio dalle fredde steppe sovietiche della rettitudine di Netto ai colli italiani dell’onestà di Farina . Sulla sua sommità brillava un piccolo trono di candido marmo, sul quale era inciso un nome, “L’Italia degli onesti.” Su quel seggio sedeva Simone Farina. La sua luce era quieta, priva di superbia, come quella di chi ha compiuto soltanto il proprio dovere. Eppure gli spiriti del cielo lo guardavano con rispetto, poiché quando l’oro corruttore gli fu offerto perché tradisse il gioco, egli rimase saldo come rocca nella tempesta. Rifiutò duecentomila monete e consegnò la verità alla giustizia, preferendo il peso della coscienza alla leggerezza del denaro.
Allora Dante, volgendo lo sguardo verso quel trono, disse:
“Vedi, figliuol, come l’antico avversaro non muti mai le sue arti. Un tempo pose nella mano di Giuda trenta denari perché tradisse il Maestro; oggi offre borse più colme e promesse più ricche, ma il prezzo dell’anima resta sempre il medesimo. Costui vide l’oro e non s’inchinò; udì la tentazione e non l’ascoltò. Là dove l’Iscariota vendette la fedeltà per poche monete, egli custodì l’onore e rese testimonianza al vero.
Ché vi sono uomini che salvano una partita, e uomini che salvano la fede nel gioco; e questi ultimi avranno memoria più duratura del bronzo e del marmo. Beato dunque chi seppe chiudere l’uscio del cuore al mercante dell’inganno, poiché non v’è vittoria più alta di quella ottenuta sopra sé medesimo.”
E mi parve che quel piccolo trono custodisse non solo Simone, ma tutti coloro che avevano rinunciato al guadagno per non smarrire la propria integrità. Per questo gli angeli lo chiamavano ancora, con reverenza, l’Italia degli onesti.
E procedendo oltre quel campo di luce, dove il gioco non conosceva più né fango né arbitri, m’apparvero due ombre che in terra il volgo credeva non potessero mai ricongiungersi nel medesimo istante. L’una era l’Abatino , dal tocco nobile che pareva dettato da mano angelica. L’altra era il Baffo , che d’ogni corsa faceva segno di gloria e sapienza. Se tra i mortali il tempo li aveva voluti divisi, come se tanta luce non potesse risplendere insieme senza accecare il mondo, qui nel Cielo procedevano fianco a fianco, fusi in una sola armonia. Non v’era più traccia di quella “staffetta” che li volle alterni nel meriggio del Messico, ma soltanto il cammino concorde di chi aveva finalmente compreso che ogni talento non è altro che un raggio diverso della medesima bellezza. Con loro procedeva Giuseppe Meazza “el Peppin”, padre nobile di quella schiera gloriosa, la cui sola presenza sembrava contenere un’epoca intera. Accanto a lui vi era Silvio Piola , silenzioso e composto, come un antico arciere che aveva ormai deposto il proprio arco dopo aver colpito il bersaglio più volte di chiunque altro. Nei loro volti non vi era traccia di orgoglio, ma soltanto la serena consapevolezza di aver lasciato un segno destinato a sopravvivere al tempo. Essi parlavano il linguaggio del pallone con la quiete di chi non ha più nulla da dimostrare, se non la pace d’aver saputo, ognuno a suo modo, dare forma eterna al sogno degli uomini.
Nel medesimo cielo del Paradiso calcistico, dove le anime non conoscono più il peso del risultato ma soltanto la memoria luminosa del gesto, si apriva un angolo caldo e splendente, tropicale, come se il tempo stesso avesse voluto concedere al football africano una diversa eternità di luce.
Lì correva Roger Milla , “O meglio, non correva. Danzava”. Con quella leggerezza antica e improvvisa che aveva incendiato i Mondiali del Camerun , quando il mondo intero scoprì che anche l’età, la logica e il pronostico potevano essere smentiti da un sorriso e da una “bandierina” piantata nella terra come segno di festa eterna. Ogni suo passo nel Paradiso pareva ripetere il ritmo di quella celebre danza, non più come esultanza, ma come rito perpetuo, il “calcio trasfigurato in celebrazione pura, senza più avversari né confini né paura”. Vicino, come presenza più quieta ma non meno leggendaria, stava Thomas N’Kono . “Egli non inseguiva il pallone. Lo attendeva”. E in quell’attesa dimorava tutta la sua grandezza. Le sue mani, larghe come porte aperte sul destino, sembravano ancora pronte a negare il gol al mondo intero, quasi che il compito del portiere non fosse difendere una rete, ma ricordare agli uomini che nessuna certezza è assoluta. Nel Paradiso, tuttavia, N’Kono non era più soltanto il severo guardiano dell’area. Attorno a lui il gioco rallentava sino a farsi contemplazione. I tiri non erano più minacce, ma luci che si spegnevano tra le sue dita con dolcezza, come stelle che scelgono di non cadere. Dante, osservandoli insieme, Milla nella sua danza eterna e N’Kono nella sua quiete vigile, riconobbe un’altra forma di beatitudine, “quella che non nasce dal dominio, ma dall’armonia tra istinto e resistenza, tra gioia e attesa”. E in quel lembo d’Africa trasfigurato in cielo, il football diventava finalmente ciò che sulla terra appare soltanto per un istante, una lingua universale nella quale perfino il tempo, per un momento, smette di correre.
Erano figure sospese tra storia e leggenda. Uomini che non appartenevano più soltanto alle statistiche o agli almanacchi, ma a quella memoria sentimentale che il calcio lascia nel cuore di chi lo ama davvero. Comprendemmo allora che la gloria non consiste nel numero delle vittorie né nella moltitudine dei trofei, ma nella capacità di lasciare dietro di sé una traccia di bellezza.
Tra quelle anime ve n’era una che quasi nessuno ricordava, un volto rimasto ai margini della grande storia del calcio, come una pagina dimenticata in un libro immenso. Era Souleyman Cherif , figlio di un pallone che non gli apparteneva per nascita, ma che egli aveva amato più di sé stesso. Camminava tra quelle ombre con la modestia di chi non aveva mai chiesto gloria, eppure portava dentro di sé il peso di un’impresa mai abbastanza raccontata. Era stato il primo, e unico, calciatore di colore a giocare nella Germania Democratica, in un tempo in cui il muro di Berlino non divideva soltanto due mondi, ma anche sogni e possibilità. Con la maglia del Neubrandenburg aveva incantato gli spettatori con il suo talento, trascinando la squadra verso una storica promozione in Oberliga. Ma il suo trionfo sul campo si scontrò contro un muro ancora più difficile da abbattere, quello di un sistema chiuso e diffidente, dove le regole non scritte dell’apparato di Erich Mielke non prevedevano la presenza di giocatori stranieri nella massima serie. Così Cherif dovette lasciare ciò che aveva conquistato con fatica, tornando in patria prima che l’Europa potesse riconoscergli il valore che aveva dimostrato. Ma il destino, che spesso dimentica gli uomini sulla terra, sa restituire loro giustizia altrove. E Dante, guardandolo, comprese che alcune anime non devono essere ricordate soltanto per ciò che hanno vinto, ma per ciò che hanno sopportato. Souleyman Cherif non aveva avuto gli applausi dei grandi stadi né il riconoscimento dei libri di storia, ma aveva portato il suo amore per il calcio oltre ogni confine oltre ogni muro. Per questo dimorava tra quelle anime, non come un vinto, ma come un giusto. “Vi sono campioni che non conquistano trofei, ma il diritto di essere ricordati.”
Poco oltre, altre anime dimenticate dal grande racconto del calcio, qui due fratelli uniti dalla stessa passione e dallo stesso destino. Erano Luciano e Italo Vassallo , figli d’Eritrea e d’Italia, furon uomini che avevano scritto una pagina luminosa del calcio africano prima che il mondo imparasse a riconoscerla e ancor prima a dimenticarla. Luciano, elegante capitano della Nazionale etiope, fu il simbolo della vittoria nella Coppa d’Africa del 1962. Accanto a lui vi era Italo, attaccante generoso, con cui condivise vittorie e stagioni memorabili nel calcio etiopico. Furono chiamati i “Di Stefano d’Africa”, perché il loro talento aveva superato i confini della loro terra.
Ma la storia non fu sempre benevola con loro. Con il regime di Menghistu, Luciano fu perseguitato per le sue origini italiane e per il coraggio di denunciare ingiustizie nello sport, fino a dover lasciare l’Etiopia e ricominciare una nuova vita in Italia. Italo rimase invece legato alla terra natia.
Il Vate li mirò con riverente sguardo, “innanzi stan due anime che il mondo degli uomini ha consegnato all’oblio. Campioni d’un calcio lontano, ma la lor luce, nata dal talento, non potea più esser vinta dal corso del tempo.”
Tra le anime dimenticate non vidi soltanto figli d’Africa, ma anche un uomo venuto dall’isola divisa dal mare e divisa dalla storia. Vestiva ancora il verde della sua fede e pareva portarlo come un mantello.
Dante lo riconobbe e mi disse: "Questi è Sotiris Kaiafas , e non giocò soltanto nell’Omonia di Nicosia: egli fu l’Omonia stessa".
E vidi come una luce dorata brillasse sul suo capo, memoria della Scarpa d’Oro conquistata nel 1976 con trentanove reti. Con la sua amata squadra aveva persino umiliato il grande Ajax con quattro gol a zero, segnandone due con i propri piedi. Ma più delle vittorie pesava nel suo cuore il ricordo di Mia Milia , il villaggio natale divenuto terra di confine dopo la divisione di Cipro. Tuttavia né guerra né esilio avevano piegato la sua fedeltà, ché fino all’ultimo giorno rimase devoto ai colori verdi dell’Omonia, come un cavaliere alla propria insegna. Poco più in là vagava un’anima solitaria, avvolta da una malinconia antica. Pareva fatta d’umiltà e dimenticanza, come se il tempo stesso avesse cancellato le sue orme. Nessuno pareva conoscerla, e nessuno diceva d’averla mai incontrata. Nemmeno Dante, il Vate, seppe dirmi chi fosse.
Mosso da pietà, mi avvicinai e gli domandai il suo nome. Allora quell’ombra levò il capo e disse con voce lieve:
“Io fui Lee Wai Tong , il principe dimenticato di Hong Kong. Nella mia vita segnai più di mille reti, eppure nessuno ne conserva memoria. La mia patria era troppo lontana dal mondo che gli uomini chiamano grande, e così le mie imprese svanirono come nebbia al mattino. Quando non avevo un pallone, mi allenavo con arance e sacchi di sabbia; e tanto esercitai il mio piede che il tiro divenne possente come il colpo d’un fabbro. Nel mio villaggio mi chiamavano “Piede di Ferro”, poiché talvolta le reti non reggevano alla forza dei miei calci. Ma il tempo è giudice severo, e di me non si ricorda quasi nessuno.”
Udendo quelle parole, provai grande tristezza. Ché compresi come la fama degli uomini non sempre segue il merito, e come vi siano campioni che illuminarono il loro tempo più di molte stelle celebrate, ma che il mondo lasciò lentamente scivolare nell’oblio.
Poco più in là vagava un’altra anima che il tempo aveva ingiustamente nascosto alla memoria degli uomini. Portava sul volto la fierezza delle montagne d’Albania e negli occhi il riflesso di antiche battaglie sportive. Era Loro Boriçi , leggenda dimenticata del calcio albanese, capitano e guida di una nazione che trovò nel pallone uno dei suoi primi motivi d’orgoglio. Guidò l’Albania alla vittoria della Coppa dei Balcani del 1946, unico trofeo ufficiale conquistato dalla sua nazionale, e il suo nome divenne così grande che persino uno stadio della sua amata Scutari finì per portarlo in eterno.
Lo vedemmo camminare in silenzio, come si conviene ai grandi uomini. Quella figura ci ricordava che la gloria degli stadi è simile al vento, oggi riempie le tribune e domani svanisce. Ma la virtù di chi seppe servire la propria gente e la propria patria non si consuma col passare degli anni. E così Loro procedeva tra quelle anime illustri, dimenticato da molti sulla terra, ma non dal Cielo che custodisce la memoria dei suoi pionieri.
Dinanzi le “divine vallette” ci indicarono un luogo appartenente a un Paradiso parallelo, che nessuna carta del cielo riportava e che pochi, persino tra i beati, sapevano raggiungere. Non era facile scorgerlo, poiché dimorava al di fuori di tutti i tempi e di tutte le stagioni. Là il tempo pareva aver smarrito il proprio dominio, gli orologi erano fermi, le clessidre sospese a mezz’aria e le lancette immobili come sentinelle poste a guardia dell’eternità. Nessuno in quel luogo invecchiava e nessuno sembrava conoscere il significato della parola fine.
“Questo”, mi disse Vittoria, “è il Cielo dei Custodi del Tempo Perduto, dove dimorano coloro che seppero sfidare gli anni e continuare a giocare quando altri avevano già deposto gli scarpini.”
Sofia ci invitò a prestare attenzione e, indicando quell’orizzonte immobile, sussurrò: “Qui il tempo non viene contato, O’Dante … ma soltanto amato.”
Poiché in quel regno, dove Crono non imperava più, le figure apparivano sfuggenti agli occhi dei mortali, come visioni che si mostrano soltanto a chi sa guardare oltre il velo delle apparenze.
Tra esse vidi avanzare Stanley Matthews , il cavaliere d’Inghilterra e primo vincitore del Pallone d’Oro, che ancora correva leggero come un giovane apprendista. Poco distante sorrideva Lamberto Boranga , il portiere medico, che aveva trasformato la longevità in una seconda arte. Accanto a lui camminava Kazuyoshi Miura , che tutti chiamavano “King Kazu”, sovrano di un regno dove l’età non aveva mai ottenuto cittadinanza. E infine scorsi Robert Carmona , viandante dell’Uruguay e custode di record impossibili, che aveva attraversato i decenni senza mai abbandonare il pallone.
Essi non parlavano di vittorie né di trofei, ma del mistero che aveva permesso loro di sfuggire all’usura degli anni. Capimmo che non si trattava di una magia del corpo, bensì di quella più rara dell’anima. Ché il tempo consuma le membra degli uomini, ma poco può contro il cuore di chi continua a giocare per amore.
Così vagavano in quel cielo senza tramonto, tra orologi immobili e calendari privi di date, eterni custodi di una giovinezza che non apparteneva alla carne, ma alla passione. Vedemmo dietro di loro, quasi a seguirli invano, il vecchio Crono, signore degli anni e divoratore delle stagioni, avanzare stanco tra quelle anime. Non brandiva più falce né scettro, e il suo volto mostrava lo smarrimento di chi aveva finalmente incontrato un confine al proprio potere. Passò accanto a Matthews, a Boranga, a Miura e a Carmona senza riuscire a riconoscerli, poiché nessuna delle sue leggi aveva più presa su di loro. Intendemmo allora che il Tempo stesso, giunto al loro cospetto come un sovrano sconfitto, aveva deposto le armi ed era rimasto in silenzio. Ché vi sono uomini destinati a essere vinti dagli anni, e altri che, per amore del gioco, riescono a vivere oltre ogni stagione della vita.
Usciti da quel luogo senza tempo, vi erano quelli che “fecero amare il calcio per le loro piccole cose” Due anime venivano verso di noi, non procedevano l’una accanto all’altra, ma come se un invisibile vincolo le tenesse unite sin dal principio del loro cammino. Parevano due stelle gemelle che percorressero la medesima orbita senza mai separarsi. Erano Paolo Pulici e Francesco Graziani , che i mortali chiamarono i “Gemelli del Gol” . Attorno a loro splendeva una luce granata, calda come il sole del tramonto sulle colline di Superga . Non portavano corone né insegne di comando, ma la semplice fierezza di coloro che avevano raccolto l’eredita di incarnare un popolo intero. L’uno concludeva ciò che l’altro intuiva; l’altro apriva sentieri che il compagno trasformava in gloria. E pareva che il pallone stesso cercasse i loro passi, poiché la loro intesa era divenuta linguaggio prima ancora che gioco. Procedevano insieme verso la luce, e nessuno dei due pareva voler precedere l’altro, poiché la loro gloria non apparteneva al singolo, ma all’armonia che avevano saputo creare.
Pochi passi oltre incontrammo chi fu fedele alla “Propria Città e alla Propria Gente” tra questi vi erano figure che non avevano conquistato il mondo “cambiando insegne”, ma erano divenute immortali restando fedeli alle proprie genti. Attorno a loro non splendevano soltanto trofei e vittorie, ma l’affetto profondo di due città che li avevano accolti come figli e custoditi come simboli. L’uno era Giancarlo Antognoni , principe di Firenze, signore gentile del centrocampo. L’altro era Francesco Totti , capitano eterno di Roma, che aveva portato sulle spalle il peso e l’orgoglio della sua gente “sine mai cercar altra dimora”. Procedevano insieme sotto una luce serena. Il pallone pareva riconoscere entrambi come antichi custodi dei suoi segreti, ai piedi di Antognoni la palla diventava eleganza e misura; presso Totti si mutava in fantasia, visione e “improvvisa maraviglia”. Attorno al fiorentino vidi levarsi il viola delle rive dell’Arno; attorno al romano brillava il giallorosso della Città Eterna. Eppure nessuna rivalità divideva quei colori, poiché in quel luogo essi erano soltanto diverse manifestazioni della medesima virtù.
Dante allora mi disse:
“Molti inseguirono la gloria mutando insegne e padrone; costoro invece scelsero di appartenere rimanendo in eterno”.
Non sempre la grandezza consiste nel conquistare molti regni, ma talvolta nel servire fedelmente quello che il destino ti affida. E vidi che le anime di Firenze e di Roma si raccoglievano attorno ai loro campioni come popoli attorno ai propri sovrani. Allora compresi che esiste una gloria più rara della vittoria stessa, quella di diventar il volto d’una città e custode della sua memoria. Così Antognoni e Totti avanzavano fianco a fianco tra i beati del football, non come semplici campioni, ma come princìpi della fedeltà, esempio di come una vita intera possa essere donata a una maglia senza che l’amore venga meno. E mentre contemplavo il principe di Firenze e il capitano della “Città Eterna”, vidi avanzare dalla luce un’altra figura avvolta nei colori giallorossi. Il suo volto recava la serenità degli uomini che hanno attraversato il tempo senza essere dimenticati.
Era Amedeo Amadei , che i mortali chiamarono “Fornaretto di Frascati”. Attorno a lui rivivevano le prime glorie della Roma, quando il calcio italiano muoveva ancora passi giovani e le imprese si tramandavano più con il racconto che con le immagini. Egli procedeva con la semplicità dei campioni autentici, e ogni suo movimento pareva custodire la memoria d’una città che aveva imparato ad amare il football attraverso i suoi gol. Francesco Totti gli si accostò come un figlio che incontra un vecchio padre, e tra i due non vi fu bisogno di parole. Poiché la medesima fiamma ardeva nei loro cuori: l’amore per Roma e per la sua gente. Poiché nel Paradiso del pallone non sono i risultati a splendere in eterno, ma i gesti che hanno saputo trasformare un gioco in memoria, e la memoria in mito.
Salimmo allora verso una sfera luminosa ove “l’aria pareva più lieve che altrove”, il prato si perdeva nell’infinito come un mare verde sospinto da brezze eterne. Era il “Cielo delle ali del Vento” Ivi dimoravano coloro che il Cielo aveva voluto dotare delle ali del vento, uomini capaci di trasformare una fascia laterale in una strada verso l’infinito.
Primo tra essi vidi Garrincha . Una delle sue gambe appariva ancora più corta dell’altra, “memoria del limite che la natura gli aveva imposto”. Eppure proprio da quell’imperfezione nasceva la sua meraviglia. I suoi dribbling sfuggivano a ogni legge conosciuta e perfino i difensori del Paradiso sorridevano mentre venivano superati ancora una volta. Poco oltre correva il “Bell’Antonio” , leggero come passero “amato da tutte le donne italiche” sospinto dal maestrale. Il pallone pareva legato al suo piede da un filo invisibile e ogni sua accelerazione generava armonie che ricordavano le notti luminose dell’ottantadue. Vicino a lui procedeva Francesco Rocca , detto “Kawasaki”, la cui corsa sembrava non conoscere stanchezza. La fascia si apriva dinanzi al suo passo come sentiero tracciato nella luce e il vento pareva accompagnarlo come fedele compagno di viaggio. Scorsi poi Franco Causio , detto “il Barone”, che avanzava con eleganza signorile. I suoi dribbling non erano sfide ma conversazioni gentili con il pallone, e persino l’aria pareva rallentare per contemplarne la grazia. Poco distante correva Pierino Fanna , silenzioso e instancabile. Le sue accelerazioni disegnavano traiettorie sottili come pennellate e il suo contributo appariva prezioso come quello degli artigiani che edificano una cattedrale senza cercare il proprio nome sulla facciata. Tra il clamore che non lasciava il posto all’aplomb britannico, vedemmo David Beckham , accompagnato dalla sua “Spice Girl” che lo marcava stretto più di un ferreo difensore. Lui i cui traversi percorrevano il cielo come archi di luce con il pallone che partiva dal suo piede e attraversava l’etere con la precisione d’una stella che già conosca il proprio destino. Più oltre apparve Luís Figo , che avanzava con la fierezza degli antichi navigatori portoghesi, “pronto a scansar anche teste di verro” Ogni suo cambio di passo pareva aprire nuove rotte nel mare verde del Paradiso calcistico. Non lontano Andrij Ševčenko , il cui incedere conservava ancora la forza e la nobiltà delle grandi pianure orientali. Le sue corse trasformavano lo spazio in opportunità e il gol in naturale compimento del movimento.
Infine apparve Cristiano Ronaldo . La sua figura pareva scolpita nella luce. Anche lui era qui solo di riflesso, “il posto suo è tra i massimi cieli”. Sette d’eccellenza scolpito sulla schiena che “le ali a volte nascondean”. Ogni salto sfidava la gravità e ogni corsa conservava l’ambizione inesauribile di chi “aveva cercato il limite soltanto per oltrepassarlo”. E mentre osservavo quella schiera di corridori celesti, mi tornò alla mente l’antica storia d’Icaro, che volle elevarsi verso il sole con ali di cera e per tale ardire precipitò nel mare. Ma questi “non erano figli della cera né dell’illusione”. Le loro ali non si scioglievano al calore della gloria, poiché non erano attaccate alle spalle, bensì all’anima. Ciò che per Icaro fu causa di rovina, per essi era divenuto strumento di meraviglia. Le fasce del campo erano il loro cielo, il pallone il loro vento e la corsa la loro forma di preghiera
Dante allora mi disse:
“Icaro cercò il sole e ne fu consumato;costoro invece cercarono il gioco, e ne trovarono l’eternità. Ché le ali donate dagli uomini possono condurre alla superbia o alla bellezza ma questi le adoperarono per rendere più vasto l’orizzonte del campo”.
Dietro ciascuno di loro si apriva una scia luminosa simile a quella lasciata dalle comete nel firmamento. Compresi che “non v’era immagine più adatta” per quelle anime. Poiché, “come gli uccelli appartengono al cielo e i pesci al mare, così le grandi ali del football appartengono per natura al vento”. E la loro corsa, finalmente libera dal tempo e dalla fatica, continuava eterna lungo i confini luminosi del Paradiso calcistico.
Procedendo per i cieli del Paradiso, giungemmo ad una sfera che non riluceva della gloria delle vittorie né del clamore delle moltitudini. Era un luogo sereno, dove la luce pareva nascere dalla compassione stessa. Qui dimoravano coloro che avevano ricevuto fama e talento sulla Terra, ma li avevano spesi per lenire dolori non propri. Tra quelle anime beate una attirò il mio sguardo. Non per lo splendore, ché altre ne avevano pari, ma per una sfumatura di malinconia che la circondava come una dolce memoria. Mi avvicinai e vidi un uomo dall’aspetto nobile e quieto, il cui volto sembrava riflettere insieme il sole della gioia e l’ombra del dolore umano.
“Chi è costui?” domandai.
E la mia guida rispose ”Questi fu Ronnie Hellström , portiere celebrato dagli uomini. Ma la ragione per cui qui risplende non si trova nelle cronache dello sport.”
Allora la luce che lo avvolgeva si fece più viva, e davanti ai miei occhi apparve una visione. Vidi l’Argentina di quel tetro Mundial. Città ornate di bandiere, stadi che ribollivano di entusiasmo mentre il mondo intero guardava i campi di gioco. “Ma nessuno vedeva, chi di chi non vuol vedere”, I giornali narravano imprese sportive, i popoli esultavano o si disperavano per una vittoria o una sconfitta. “Nessuno sentiva, di chi non vuol sentire”. Mentre milioni di occhi erano rivolti a quel grande spettacolo, Ronnie alzò lo sguardo, lo vedemmo camminare per una piazza. Non cercava fotografi né applausi. Osservava alcune donne che avanzavano lentamente sotto il sole. Portavano sul volto il peso di un dolore che non conosce tregua. Stringevano fotografie consumate dal tempo e continuavano a domandare ciò che nessuno voleva rispondere, dove fossero finiti i loro figli. Erano le madri di “Plaza de Majo” Attorno a loro molti passavano senza fermarsi. Altri vedevano e tacevano. Altri ancora preferivano non vedere affatto.
Eppure quel portiere venuto dal Nord si arrestò.
Non aveva il potere di restituire quei figli alle madri. Non poteva abbattere la paura che gravava sul paese. Ma ebbe il coraggio di fare ciò che spesso è più difficile: riconoscere il dolore quando tutti fingono che non esista. In quell’istante compresi perché la sua anima si trovasse in quel cielo. Molti uomini avevano parato palloni più difficili. Molti avevano vinto più trofei. Ma pochi avevano saputo distogliere lo sguardo dalla folla esultante per posarlo su chi piangeva in silenzio. La visione svanì, e Ronnie tornò a splendere tra gli altri beati.
La mia guida allora disse, “Sappi che vi sono tempi nei quali il mondo intero guarda da una parte. In quei tempi il coraggio non consiste nel guidare la moltitudine, ma nel volgere gli occhi dalla parte opposta. Per questo quest’anima è qui: perché seppe vedere ciò che altri decisero di ignorare.”
E mentre proseguivamo il cammino, mi parve che la sua luce custodisse ancora il volto di quelle madri. Non come una ferita, ma come una testimonianza eterna che nessuna festa, per quanto grande, dovrebbe mai riuscire a cancellare il dolore degli innocenti.
Poco oltre vidi Astutillo Malgioglio . Attorno a lui correvano, come raggi lieti, figure di bambini che la malattia aveva provato a limitare e che il suo amore aveva aiutato a rendere più liberi. La sua luce non abbagliava, scaldava. Pareva quella di una lanterna accesa da decenni lungo una strada difficile. Gli spiriti del cielo mi dissero che aveva servito i più fragili senza clamore, ben prima che il mondo si accorgesse delle sue opere, e che per questo la sua fiamma cresceva ancora. Accanto a loro brillava Marcus Rashford . Dalla sua anima si diffondevano riflessi color del grano maturo, come campi pronti alla raccolta. Compresi il simbolo, nessun bambino doveva conoscere la fame. Con la sola forza della parola e dell’esempio aveva piegato i potenti ad ascoltare chi non aveva voce. E in quel regno beato ogni pane distribuito sulla Terra diventava una scintilla aggiunta alla sua luce. Infine, Sadio Mané . La sua stella irradiava bagliori d’oro e d’ocra, i colori della sua terra africana. Vidi riflettersi nella sua luce una scuola, un ospedale, strade percorse da bambini e famiglie. Egli aveva portato il successo non lontano dalla propria gente, ma di nuovo verso di essa, come un fiume che ritorna alla sorgente per nutrirla. E per questo la sua beatitudine aveva la serenità di chi non ha dimenticato le proprie radici.
Osservandoli insieme, mi accorsi che le loro luci non restavano separate. Si univano formando una figura più grande, simile a un immenso pallone celeste attraversato da una croce luminosa.
Allora la mia guida disse, ”Vedi come qui non si misura il numero dei gol, né delle presenze, né dei trofei. Queste anime compresero che il talento è un prestito e che la fama è soltanto uno strumento. Perciò la Provvidenza le ha raccolte in questa regione del Paradiso, dove dimorano coloro che trasformarono la notorietà in servizio e la vittoria in responsabilità.”
E mentre quelle stelle continuavano la loro danza silenziosa, mi parve di comprendere che il vero campo da gioco non fosse mai stato l’erba degli stadi, ma il cuore degli uomini. Là si disputano le partite che nessun albo d’oro registra e che tuttavia il Cielo ricorda in eterno.
Nel “Cielo delle Parabole Divine” dove vi erano i “fabbri della folgore” nel luogo in cui la sfera si trasfigura in pura geometria estetica, scrutai i figli dell’incanto. Vidi per primo “le roi Michel”, il sovrano dal tocco nobile, che di ogni punizione “facea lezione” d’estetica, spiegando agli eletti come il pallone possa farsi geometria dello spirito e musica del mondo. Egli non calciava per forza, ma per grazia, come chi scrive un verso perfetto sopra il verde prato. Michel parlava di calcio come un intellettuale francese parla di letteratura, ogni passaggio appariva geometria, ogni punizione una lezione di estetica.
Accanto a lui, l’ombra che “d’ogni distanza parea farsi beffa”, poiché per il suo piede il confine tra terra e cielo non avea segreto, era Juninho , il signore di “Pernambuco” . Egli procedeva con la calma d’un architetto celeste, disegnando traiettorie che parevan dettate da mano angelica, capaci di cadere improvvise come stelle che scelgono la via più breve verso la meta. E tra loro, con passo breve e possente che parea ancora pronto alla rincorsa, adocchiai Roberto Carlos , colui che della potenza fece un raggio di sole. Egli non avean più bisogno di rammendar le reti con aghi d’oro come nel Purgatorio, poiché in quel cielo ogni loro colpo era “saetta di luce pura, una parabola così tesa e curva da sfidare ogni legge del vento e dell’umana ragione”.
Nel luogo in cui il “Cielo del Riflesso Sacro e delle Mani Inviolate” appare come una distesa di luce dorata, dove l’aria non è percorsa da grida, ma vibra di una tensione che si è fatta finalmente armonia, dove il tempo tra il tiro e la parata è sospeso in un’eterna e beata frazione di secondo. Qui, il silenzio non è assenza, ma “cura silenziosa della memoria”. Tra questi vi era Joe Gaetjens , l’haitiano che nel 1950 stese l’Inghilterra, camminava come chi non ha mai davvero compreso fino in fondo la portata del proprio gesto. Non ostentava nulla. Portava con sé la semplicità degli uomini che entrano nella storia quasi per caso, come sospinti da una volontà più grande. Il suo gol non era un’esultanza, ma un’eco, ancora si ripeteva nell’aria celeste come un colpo secco contro l’ordine del mondo, un piccolo miracolo sportivo che aveva incrinato l’eternità presunta dei favoriti. Accanto a lui Frank Borghi , il portiere. E in lui “pareva condensarsi tutta la fatica dei corpi chiamati a difendere l’impossibile”. Nella vita terrena aveva conosciuto la palla a “forza di trascinar carri di morte”, conosceva il peso del dolore e delle bare, ma ora nel Paradiso del calcio continuava a muoversi con l’istinto di chi non si fida mai del silenzio. Le sue mani cercavano ancora palloni che non arrivavano più, come se la salvezza fosse un gesto che non può smettere nemmeno dopo la fine del pericolo. E Dante, guardandolo, avrebbe forse riconosciuto in lui uno di quei giusti che hanno conosciuto la paura senza mai esserne vinti . Poco distante vi era Peter Bonetti, il “postino” , la sua figura sembrava appartenere a una dimensione più lieve, quasi sospesa tra cielo e terra. Non correva più tra i pali, ma si muoveva come chi ha imparato a trasformare la velocità in quiete. Nel Paradiso non difendeva più reti, ma consegnava lettere di luce in un’isola remota che non conosceva invecchiamento. Ogni suo passo era discreto, misurato, come se anche il destino avesse deciso di affidargli non più il caos del gioco, ma la cura silenziosa della memoria. In quella medesima luce, quasi a voler completare un riflesso di gloria antica, scorsi l’ombra solenne di Gordon Banks . Egli appariva come lo spirito che ha trasmutato il riflesso in grazia, le sue mani non ghermivano più il pallone, ma sembravano modellare l’aria stessa, ripetendo quell’arcano balzo che un giorno, sotto il sole del Messico, parve negare la forza di gravità per pura devozione alla bellezza . In questo angolo di cielo, Banks non è più il rivale ma il compagno di luce, colui che insegna come anche l’impossibile possa farsi possibile nell’eternità del ricordo.
Ivi vi erano molte altre anime quasi una schiera infinita, erano anime che “avean saputo trasformare la polvere della sfida in luce immortale, là dove ogni fischio finale è soltanto l’inizio di una partita eterna”. Vidi eroi di serate impossibili: Jan Tomaszewski , che parò tutto a Wembley con una mano fratturata, Helmut Duckadam , che neutralizzò quattro rigori a Siviglia, e Claudio Garella , il portiere che parava con i piedi. Tra loro appariva anche Dino Zoff . Non correva né gridava. Restava immobile, austero come una statua romana, mentre nel cielo del Paradiso sembravano brillare soltanto le sue mani. Mani enormi, solenni, quasi sacre, le stesse che Renato Guttuso aveva trasformato in pittura immortale. Guardandole si aveva l’impressione che non appartenessero più soltanto a un uomo, ma all’idea stessa della gloria calcistica, mani capaci di fermare il tempo prima ancora del pallone.
Poco più in là, avvolto da una luce che pareva appartenere soltanto agli immortali, apparve Gianluigi Buffon , non avanzava come un semplice portiere, ma come un antico custode chiamato a vegliare sulle porte della gloria. Per oltre due decenni aveva difeso la propria area come un cavaliere davanti alle mura del suo castello, attraversando generazioni di campioni, epoche diverse e tempeste calcistiche senza mai piegare lo sguardo. Dai primi prodigi della notte di Parigi del 1997 fino al trionfo mondiale del 2006, ogni sua parata sembrava una sfida lanciata al destino, ogni grido dopo un intervento un ruggito capace di risvegliare lo spirito della battaglia. E lì, tra le anime dei grandi portieri, non appariva soltanto come colui che aveva fermato migliaia di palloni, ma come il custode di un sentimento: quello di un calcio antico, fatto di coraggio, appartenenza e fedeltà. Perché Buffon non aveva semplicemente difeso una porta: aveva custodito la memoria stessa del gioco.
Poco distante Sepp Maier , arcigno portiere del Bayern e della Germania Ovest, inseguiva eternamente una piccola anatra bianca. Correva sorridendo sull’erba celeste come se il Paradiso fosse rimasto per lui un enorme cortile dove continuare a giocare senza peso né paura. Le sue celebri “papere” non erano più errori da espiare, ma creature leggere e innocue che lo seguivano come simboli di un calcio ancora capace di ridere di sé stesso.
Non lontano dai grandi guardiani delle porte celesti, ma raccolti in una schiera appartata, quasi che la fama degli uomini avesse voluto assegnare loro un posto più modesto, vidi alcuni portieri intenti a compiere parate meravigliose tra pali di luce e reti d’argento.
Erano Castellini il “Giaguaro”, Giancarlo Alessandrelli , Pasquale Fiore , Massimo Piloni e Gedeone Carmignani , anime che il mondo aveva spesso ricordato come comprimari, ma che il Cielo aveva accolto con uguale onore.
Indossavano tutti una maglia nera sulla quale ardeva, come inciso dal fuoco eterno, il numero 12. Non vi era tristezza nei loro volti, né rimpianto per la gloria mancata. Al contrario, essi portavano quel numero con la fierezza di chi aveva compreso il valore del proprio destino.
“Osserva bene”, mi disse Sofia, “ché non ogni eroe riceve una corona. Ve ne sono alcuni che consacrano la propria vita all’attesa, pronti a entrare in campo quando il fato lo richiede, senza pretendere applausi né onori.”
Allora Vittoria sorrise e soggiunse, “Molti ricordano chi scende in campo dall’inizio, ma il Cielo non dimentica chi rimase nell’ombra senza mai venir meno al proprio dovere. Talvolta il sacrificio più grande è essere pronti ogni giorno, pur sapendo che forse non verrà mai il proprio momento.”
E io vidi che quelle anime difendevano le porte del Paradiso con la stessa dedizione con cui avevano custodito le panchine e i sogni dei compagni. Ché erano stati eterni secondi per giudizio degli uomini, ma non agli occhi dell’Eterno, il quale misura il valore non dalla fama ricevuta, bensì dalla fedeltà con cui ciascuno accetta e onora il proprio compito.
In un altro cielo ove non si udivan lamenti, ma soltanto il vento che correva lieve sopra l’erba eterna, non più sopra quei “carri di ferro che avean condotto tanti al loro ultimo destino”. Quivi dimoravano coloro ai quali la sorte avea reciso il cammino, ancor prima che potessero compierlo interamente. Tra essi vidi avanzare Ludo Coeck , il cui sinistro faceva ancora cantare il pallone come nei giorni migliori, e poco discosto Jason Mayélé , che correva leggero come se nessuna strada terrena avesse mai potuto arrestarne il passo. Con loro stava Erasmo Iacovone , amato eroe del popolo rossoblù, che ancora guidava l’attacco con la medesima generosa foga e che lo aveva reso immortale nel cuore dei tifosi tarentini. Le loro carriere furono spezzate all’improvviso dalla sorte, e per questo il Cielo aveva concesso loro campi senza tramonto nei quali continuare il gioco interrotto. Tra quelle anime chiedeva udienza una figura d’altri tempi, un eroe il cui nome il fragore degli anni aveva lentamente ricoperto di polvere, ma che nella sua terra continuava a vivere come leggenda senza tramonto. Era Georgi Asparuhov , chiamato “Gundi”, il poeta del pallone bulgaro, uno dei talenti più puri e luminosi della sua generazione, un attaccante capace di unire eleganza e potenza come pochi altri. Il destino, crudele e improvviso, lo strappò alla vita quando ancora non aveva compiuto trent’anni, su quel carro di morte che portò via anche il suo compagno Nikola Kotkov , spezzando due sogni nel pieno della loro fioritura. Ma vi sono anime che la morte non riesce a spegnere, perché ciò che hanno lasciato non appartiene più soltanto al tempo degli uomini.
E così, nel Paradiso del pallone, Gundi trovava il suo posto accanto agli artisti perduti, a coloro che non ebbero il tempo di terminare la propria opera, ma che lasciarono nell’aria il profumo di una bellezza incompiuta. Perché alcune stelle brillano proprio per ciò che avrebbero ancora potuto donare, e la loro luce, quando arriva dal cuore, non conosce tramonto.
Poco oltre, in una radura avvolta da una luce più tenue e meditativa, vidi un’altra anima. Camminava serena lungo una linea bianca che pareva non avere fine, mentre attorno a lui si dissolvevano ombre, sospetti e menzogne. Era Denis Bergamini . Sopra il suo capo splendeva una stella limpida che nessuna nube poteva più oscurare.
“Costui”, disse Dante, “non fu soltanto strappato al gioco nel fiore degli anni, ma attese a lungo che la verità tornasse a brillare tra gli uomini”.
E vidi che a ogni suo passo la nebbia si ritirava, poiché in quel luogo eterno non v’era più spazio per il dubbio né per l’inganno, ma soltanto per quella pace che segue la verità finalmente restituita alla memoria degli uomini.
In quel coro di luce, dove il silenzio si fa virtù e la difesa è arte pura, trova posto Gaetano Scirea procedendo con grazia antica, colui che del “libero” fu l’anima onesta e il capitano che mai conobbe fango né ira: “egli si movea tra i beati come chi ha saputo governare la tempesta del campo senza mai smarrire il candore del cuore”.
Quivi vi eran anche anime, unite da un destino tanto breve quanto doloroso. Erano Michele Lo Russo e Ciro Pezzella , uomini che avevano conosciuto il timore del cielo e che avevano scelto la strada della terra per sfuggire alla paura del volo.
Ma il fato, che spesso segue sentieri nascosti agli occhi degli uomini, li attese proprio là dove cercavano sicurezza. Un viaggio in automobile, nato dal desiderio di evitare un timore, divenne il luogo della loro ultima corsa, e il destino li chiamò lontano dai campi che avevano amato.
Poco distante, quasi nascosto dietro la luce dei campioni più celebrati, apparive Jan Jongbloed , il portiere senza guanti dell’Olanda totale. Sembra ancora un uomo capitato lì per caso, dal vender sigarette a dentro la rivoluzione calcistica più bella del Novecento. Forse aspetta ancora quella finale del 1974 che non smise mai davvero di giocare.
Naturalmente, nel Paradiso del football, vi sarebbero anche coloro che dal prato verde furono strappati troppo presto. Anime sospese nella malinconia del tempo interrotto. Lì corre ancora Renato Curi , col volto giovane fermato per sempre in un pomeriggio di Perugia, quando il cuore decise improvvisamente di arrendersi davanti a migliaia di persone incredule. Accanto a lui c’è Giuliano Taccola , simbolo tragico di un calcio antico dove il dolore spesso restava nascosto dietro il silenzio degli spogliatoi. Poco più in là apparirono Miklós Fehér , Marc-Vivien Foé e Piermario Morosini , insieme a tutti quei giovani spezzati troppo presto dal destino. In quel Paradiso non esistono lacrime né cronache interrotte. Trovai anche l’ombra di Massamasso Thangai , il guerriero che dal Togo portò l’ardore fin nel cuore del Sannio. Egli procedeva con passo fiero, ma lo sguardo portava il riflesso di quell’ultimo istante in una stanza solinga, dove il respiro gli fu tolto in modo oscuro e mai accertato.
Dante, scorgendo il mio turbamento davanti a quel destino che sembra ricalcare la tragica china del Pirata delle vette mi sussurrò “Guarda colui che in un albergo smarrì la via, tra mura chiuse e ver che non si dice, vittima d’una sorte oscura e ria”.
Accanto lui la luce mite di Davide, il capitano di Fiorenza dal volto gentile, che nella quiete d’una notte silente smarrì il respiro del corpo ma non l’amore della sua gente. E ancora più in la verso una luce ancor più tenue, sicuramente vedrei due ombre congiunte, simili a rami d’un medesimo arboscello recisi da un unico soffio invisibile, sono i fratelli Giacomi , che la terra di Verona rimpiange con lacrime amare. Non fu l’ira del campo né lo scontro a trarli via, ma un nemico silente che ne ammantò il riposo, mutando il sonno della notte nel risveglio dell’eternità.
Ivi corrono finalmente liberi, recando sul petto i colori della loro città, “là dove il respiro non vien meno e la morte non ha più dardo per dividere ciò che il sangue e il gioco avevano unito”.
Dante, osservando quel loro incedere eguale, pareva comprendere che vi sono anime che giungono alla beatitudine non per il clamore della vittoria, ma per la purezza d’un destino che le ha volute inseparabili anche nell’ultimo, silenzioso istante. Resta soltanto un silenzio lieve, quasi leopardiano, capace di ricordare quanto fragile sia la gloria umana. Perché anche il calcio, come la vita raccontata da Giacomo Leopardi , vive dentro una bellezza destinata a svanire. La folla esulta, i cori riempiono il cielo, gli stadi sembrano eterni. Eppure basta un istante perché tutto finisca: un cuore che cede, una corsa che si interrompe, un destino che spezza il sogno proprio nel momento della sua massima luce. Anche Dante, osservando quei campioni perduti troppo presto, abbassò lo sguardo comprendendo che il vero Paradiso non appartiene ai vincitori, ma a chi attraversa la vita lasciando dietro di sé un’emozione impossibile da dimenticare.
Nel “Cielo della Memoria Ferita”, qui dimorano coloro che il gioco non sconfisse, ma che furono strappati alla terra dalla violenza degli uomini, dalle guerre, dalle dittature o dall’odio che talvolta si annida attorno al pallone. E tra questi uomini del riscatto, come una presenza più silenziosa e insieme più dolorosa, camminava Andrés Escobar . Non era circondato da clamore né da condanna. La sua figura aveva la compostezza di chi ha già attraversato il giudizio del mondo e ne porta addosso il peso senza più opporsi. Nel Paradiso del calcio non vi era accusa, ma memoria; e la memoria, qui, non feriva più. Eppure la sua storia restava scritta anche nell’ombra. Sulla terra, un rigore sbagliato, un gesto minimo dentro l’immensità crudele del gioco, “era stato trasformato dagli uomini in colpa assoluta, in destino rovesciato, in pretesto di vendetta”. E così, in un vile gesto che non apparteneva più allo sport ma alla ferocia umana, la sua vita era stata spezzata da chi aveva confuso il pallone con la giustizia e l’errore con il peccato. Nel Paradiso, però, quella violenza non trovava più dimora. Si dissolveva come nebbia davanti a una luce più grande, e ciò che restava di Escobar non era la colpa attribuita dagli uomini, ma la dignità del suo passo, ancora intento a cercare una spiegazione che la terra non era stata capace di dargli.
Quando lo incontrammo con Dante, il poeta “non pronunciò parola” taciuto a lungo, comprese che certe anime non hanno bisogno di assoluzione, ma soltanto di essere sottratte per sempre alla brutalità del giudizio umano. Insieme a lui, in quel piccolo coro degli uomini riscattati, si avvertiva una verità semplice e severa: che nel calcio, come nella Commedia, non sempre la gloria appartiene ai più forti, ma spesso a coloro che hanno saputo attraversare il limite, la paura e l’oblio, lasciando dietro di sé un’impronta che il tempo non riesce a cancellare.
Avanzammo in silenzio accanto a quest’anima, e poco distante da Andrés, che ancora portava sul volto la dolce malinconia di chi fu colpito non per colpa propria ma dalla follia degli uomini, vidi un’anima che non aveva mai calciato un pallone né indossato una maglia. Procedeva tra i beati con passo quieto, quasi stupito di trovarsi fra tanti campioni. Era Vincenzo Paparelli , tifoso della Lazio, il primo spettatore che la violenza degli stadi strappò alla vita. Sul suo petto non brillavano medaglie né trofei, ma i colori semplici d’una passione vissuta senza odio.
Dante, vedendo il mio sguardo posarsi su quell’uomo comune, mi disse:
“Non sol color che corsero sul prato son degni di memoria in questo regno; ché talvolta il dolore del fedele supera quello dell’eroe celebrato”.
Compresi allora, come il Paradiso del pallone custodisca non soltanto i protagonisti del gioco, ma anche coloro che ne subirono le ferite più ingiuste. Paparelli camminava accanto a Escobar come fratello di destino, uniti da quella medesima violenza che sulla terra trasformò una festa sportiva in tragedia. Qui, però, non vi erano più razzi né colpi d’arma da fuoco, ma soltanto la pace che il mondo non aveva saputo concedere loro. Non lontano da lui vidi Luciano Re Cecconi , “il Biondo”. Sul volto conservava ancora lo stupore di chi lasciò la terra per un tragico scherzo mutato in destino. Camminava lieve tra le anime beate, senza rancore alcuno, come uomo che aveva conosciuto la gioia del gioco e ora contemplava dall’alto le fragilità degli uomini. Ivi compresi come talvolta la morte giunga non per guerra né per violenza degli stadi, ma per quell’imprevedibile follia che accompagna la condizione mortale. Tra loro splendeva anche la luce di Matthias Sindelar, “Cartavelina” , morto per non aver accettato di giocare per la Germania nazista. Poco più in la “una selva armoniosa dove si procedea sanza paura” era il “Bosco dei Destini Spezzati”, tra i rami che ancora gemevano per le promesse infrante, vidi l’ombra del paraguayano Salvador Cabañas . Non fu il campo a tradirlo, né l’avversario in battaglia, ma la cieca violenza degli uomini. Ferito mortalmente in una taverna di Città del Messico, vide il filo della sua gloria recidersi d’un tratto. E quando il clamore degli stadi svanì come nebbia al mattino, perdette anche la compagna del suo cammino e tornò al mestiere del pane, quasi a ricordare che talvolta il destino conduce gli eroi dal fragore delle folle al silenzio delle mani che impastano .
Procedendo oltre, giungemmo in una sfera luminosa e antica, dove l’aria stessa sembrava custodire il ricordo degli inizi. Là vi eran grandi bracieri disseminati in una pianura senza confini. Attorno ad essi alcune anime erano intente ad alimentare fuochi che non consumavano legna né carbone, ma memoria e passione Le fiamme salivano leggere, e da ognuna si sprigionavano echi di partite, grida di uomini con brache in camicia e rimbalzi di palloni lontani. Al centro di quella vasta distesa riconobbi James Richardson Spensley , che con mani pazienti custodiva la più antica di quelle fiamme. Ogni volta che vi aggiungeva un tizzone, vedevo apparire per un istante i campi polverosi della Genova di fine Ottocento, dove egli aveva portato il football e dato vita alla sezione calcistica del Genoa. Il suo fuoco era il primo, e da esso sembravano nascere tutti gli altri. Accanto a lui alimentava il fuoco Edoardo Bosio , un viaggiatore che aveva portato dall’Inghilterra il nuovo gioco come un esploratore reca una scintilla rubata agli dèi. Con gesti lenti alimentava un braciere dal quale si levavano figure di giovani torinesi intenti a rincorrere un pallone per la prima volta. Più avanti, avvolto da bagliori rossoneri, stava Herbert Kilpin . Le sue mani accendevano fiamme che assumevano il colore dell’alba rossa e della notte nera insieme, e nelle lingue di fuoco apparivano gli uomini che avrebbero dato vita al Milan. Egli osservava quelle visioni con l’orgoglio sereno di chi ha piantato un albero sapendo che altri ne avrebbero goduto l’ombra. Non lontano, John Savage sorrideva davanti a un piccolo falò che brillava più degli altri. Ogni scintilla che ne scaturiva prendeva la forma di un pallone che varcava una linea invisibile, ricordando il primo gol del campionato italiano. Eppure egli non pareva vantarsene, come chi sa di essere stato soltanto il primo battito di un cuore destinato a pulsare per generazioni. Infine vidi il reverendo Richard Douglas , che percorreva silenziosamente quel campo di fuochi con un lungo bastone acceso. Ogni volta che una fiamma vacillava, egli la ravvivava con delicatezza, custodendo l’ordine e l’equilibrio come aveva fatto da primo arbitro del calcio italiano. Sembrava il guardiano di un tempio antico, incaricato di non lasciare spegnere il fuoco sacro del gioco. Compresi allora che quelle anime non stavano semplicemente alimentando dei bracieri. Stavano custodendo la scintilla originaria del calcio italiano, quella che aveva acceso i campi, gli stadi, i sogni e le passioni di milioni di italiani. Perché ogni grande incendio nasce da una piccola fiamma, e quei pionieri erano stati i primi custodi del fuoco.
Accompagnati ancora da Sofia, fummo giunti nel “Cielo della Sapienza e degli architetti” ci accorgemmo che qui non regnava la forza del piede ma l’intelligenza che guida il movimento degli uomini. Tra i maestri sedevano Vittorio Pozzo e Enzo Bearzot , come due antichi filosofi del football. Pozzo conservava l’eleganza severa di chi aveva attraversato un’Italia lontana, ancora sospesa tra guerra e gloria, mentre Bearzot fumava la pipa lentamente osservando il campo con lo sguardo quieto e malinconico di un padre che aveva imparato a proteggere i propri uomini prima ancora dei propri schemi.
Prima che mi fossero mostrati coloro che mutarono per sempre il volto del gioco, vidi una figura che procedeva con passo quieto lungo i prati luminosi di quel cielo. Non era circondato dalla fama dei grandi imperi calcistici né dalle moltitudini che celebrano i vincitori, ma da uomini vestiti di rosso e di verde che si muovevano in perfetta armonia, quasi fossero note d’una medesima melodia. Era Corrado Viciani , maestro della Ternana e sapiente artefice d’un calcio che molti avrebbero compreso soltanto negli anni a venire. Attorno a lui il pallone correva più veloce degli uomini, passando da un compagno all’altro con naturalezza e misura, come acqua limpida che discenda dalla sorgente della Nera . Non vi erano eroi solitari né gesti superbi, ma una continua ricerca dell’accordo perfetto, quasi che ciascun giocatore custodisse una parte della medesima anima.
Dante, osservandolo, mi disse:
“Guarda costui, ché seminò in terra umile ciò che altri raccolsero nella gloria”.
Allora compresi che molte delle meraviglie che avrei veduto più oltre erano passate, prima ancora, per il pensiero di quel mite maestro di provincia. Poco distante apparve poi Rinus Michels , e attorno a lui il gioco pareva dilatarsi sino a comprendere ogni zolla del campo. I suoi uomini mutavano forma come astri in perpetuo movimento, e nessuno pareva vincolato a un solo destino. Ognuno attaccava, difendeva, costruiva e concludeva, secondo un ordine invisibile che trasformava il calcio in armonia universale .
Tra quelle anime vidi avanzare Fulvio Bernardini, eroe di Firenze, di Bologna e della sponda biancazzurra di Roma. Non portava con sé soltanto il ricordo delle sue imprese da calciatore e da maestro della panchina, ma la saggezza di chi aveva attraversato il calcio in ogni sua forma. Era uomo di eleganza e pensiero, un gentiluomo del pallone, capace di vedere nel gioco non soltanto una sfida, ma una scuola di vita.
Accanto a lui apparve una figura d’altri tempi, con la dignità di un antico condottiero, Hugo Meisl, il signore in giacca e bombetta, colui che aveva guidato la meravigliosa Wunderteam austriaca, trasformando il calcio in arte e armonia. Nel suo sguardo viveva ancora il ricordo di una squadra che aveva incantato l’Europa.
Con loro camminava Árpád Weisz, il maestro ungherese dal cuore gentile, uno degli allenatori più innovativi del suo tempo, colui che aveva portato il Bologna sul tetto d’Italia. Ma il destino gli riservò una pagina oscura e crudele: perseguitato dalle leggi razziali, fu deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, da dove non fece più ritorno.
E Dante, guardando quelle tre anime vicine, mi disse, vedi “il calcio custodisce non soltanto vittorie e trofei, ma anche memoria e dolore”. Bernardini, Meisl e Weisz erano lì come custodi di una stessa fiamma, quella di un calcio fatto di intelligenza, bellezza e umanità, una luce che neppure le ombre più terribili della storia erano riuscite a spegnere.
Più oltre il non simpatico, Helenio Herrera , il quale procedeva con la fierezza d’un condottiero. Attorno a lui splendevano le insegne della “Grande Inter” e il suo sguardo pareva quello di chi aveva compreso che il calcio non è soltanto bellezza, ma anche disciplina, sacrificio e governo delle passioni umane. Non lontano sedeva Valerij Lobanovs’kyj , circondato da numeri, geometrie e traiettorie luminose. Pareva un matematico intento a contemplare l’ordine nascosto dell’universo. Ogni movimento dei suoi giocatori si accordava con quello dei compagni, come se una legge superiore governasse il campo e ne trasformasse il caos in perfetta misura. Ed infine la in una “Zona” passeggiava Arrigo Sacchi , che procedeva tra schiere ordinate come cori angelici. Le distanze fra gli uomini parevano calcolate con sapienza celeste e ogni pressione sul pallone generava onde luminose che si propagavano sul prato eterno. Egli aveva insegnato che il collettivo può elevarsi sopra il talento individuale e che l’armonia può prevalere sulla semplice somma delle virtù.
Allora i cinque maestri si raccolsero insieme e conversarono come antichi sapienti sotto una volta di stelle. Le loro parole non erano dispute, ma accordi; non erano rivalità, ma frammenti d’una stessa verità.
E Dante mi disse:
“Questi son gli architetti del gioco, che non cercaron soltanto la vittoria, ma la forma perfetta che la vittoria deve assumere. Ché il calcio, come ogni arte sublime, non vive soltanto nel risultato, ma nell’ordine segreto che conduce ad esso”.
E contemplando quella schiera di maestri compresi che ogni rivoluzione del football non nasce mai da un solo uomo, ma da una lunga catena di pensiero e d’ingegno, nella quale ciascuno riceve una scintilla da chi lo precedette e la consegna, più luminosa, a coloro che verranno dopo.
Della “scintilla ne fecer tesoro” Carlo Mazzone che pur nella beatitudine non restava cheto, ma gridava dalla sua panchina celeste con quel cuore romano che travalica l’eternità, ricordandoci che il giuoco è passione prima che tattica. Accanto a lui, Brian Clough m’apparve come uscito da un romanzo d’oltremanica, ironico e geniale, egli s’aggirava tra le nubi come un Robin Hood del pallone, intento a disputare con arbitri invisibili e a rammentare al Paradiso intero che il calcio appartiene a chi osa sfidare i potenti senza timore. Poco distante da Carlo Mazzone, che ancora gridava dalla sua panchina celeste, vidi l’ombra di Vujadin Boškov . Egli si aggirava tra i beati con la calma di un antico filosofo, portando in volto il sorriso di chi ha compreso che la verità del gioco risiede nella sua estrema semplicità. A differenza di coloro che “parlano assai, comprendendo poco e manco”, egli usava la parola come una lama di luce per dissipare il caos delle opinioni vane. Vòlti i passi in quella luce amena, vidi un saggio dal volto gioviale, che di motti brevi facea catena.
“Rigore è solo quando arbitro fischia” disse con modo inusuale, “Se vinciamo siamo vincitori se perdiamo siamo perditori” facendo del calcio rito universale. “Un grande giocatore vede autostrade dove altri solo sentieri”, “Palla a noi, giochiamo noi, palla a loro, giocano loro” Era Vujadin, che della pace è insegna, per cui “gol è quando palla entra”, e ogni vana parola al ver rassegna.
Accanto a lui, quasi a formare un unico riflesso di gloria provinciale, appariva Osvaldo Bagnoli , il “Mago della Bovisa”. Egli non cercava il fragore delle coppe, ma procedeva con la grazia antica di chi ha saputo governare la tempesta senza mai smarrire il candore del cuore. In lui si condensava la fatica nobile dell’artigiano che, tesserina dopo tesserina, aveva saputo comporre il più luminoso dei miracoli provinciali:
Dante mi disse,
“Guarda l’uom beato, che nel silenzio e nel parlar sincero, il miracolo ha in terra fabbricato”.
Questi maestri risiedevano in quella zona del Paradiso dove la gloria non cancella la fatica, ma la trasfigura in memoria luminosa. Se Bagnoli fu di gloria provinciale “Bora, il giramondo serbo”, Milutinovic avea fatto gloria internazionale il pellegrino del cuoio. Egli procedeva con la leggerezza di chi non ha casa se non sul verde prato, avendo guidato schiere diverse sotto cieli stranieri e portando il “verbo del giuoco” là dove il deserto incontra l’oceano.
Dante, osservando quel viandante che parea aver solcato ogni orizzonte, mi disse:
“Guarda colui che d’ogni terra fece patria sua, portando il pallon tra genti differenti, facendosi d’ogni mondo illustre degno”.
Poco oltre vidi un uomo dal volto severo e dallo sguardo vigile, che pareva sorvegliare ogni zolla del prato celeste come un padre attento ai propri figli. Era Eugenio Bersellini , che gli uomini chiamarono il “Sergente di Ferro”. Attorno a lui correvano squadre ordinate e instancabili, temprate più dal lavoro che dalla vanità. Non cercava l’applauso, ma la dedizione; non la bellezza effimera, ma la solidità che resiste al tempo.
A serguirlo Gigi Delneri , “quello che fece volar i Mussi in cielo” simile a un artigiano che non smette mai la sua opera, di “parlar fitto” di diagonali e di quei miracoli provinciali che son tessere di luce nel mosaico del destino. E in quel medesimo coro, s’ergeva l’ombra di Don Revie con la sua schiera del “Dirty Leeds” . Erano anime che avean fatto della battaglia la loro preghiera, ora trasfigurate in spiriti combattenti che mai smarriscono il cuore della fratellanza. Tra loro in fila Billy Bremner e Joe Jordan pronti a frapporsi tra l’avversario e la meta con lo stesso spirito indomito che li rese leggenda, guardiani d’un tempio dove il gioco è sacro. Accanto a loro, Allan Clarke , detto “The Sniffer”, pareva ancora fiutare nell’aere divino la scia del gol, mentre Peter Lorimer scagliava tiri che non erano più minacce, ma saette di luce pura destinate a illuminare l’infinito. Erano gli uomini del riscatto, il cui passo aveva qualcosa di solenne, poiché la gloria in questo luogo non cancella la fatica, ma la trasfigura in canto eterno.”
Più in là, un magro come profeta antico, Zdeněk Zeman , consumato dal vizio del fumo, disegnava triangoli nell’azzurro, istruendo gli angeli sull’arte dell’attacco perenne. E sopra ogni cosa, Alex Ferguson attraversava quel prato eterno con lo sguardo severo di chi sa metter ordine tra le anime ribelli, bastava la sua presenza perché anche lassù nessuno osasse smettere di correre, poiché “il Paradiso, come la vita, esige che l’uomo non sosti mai nel suo cammino verso la bellezza”.
Ansioso, con il respiro rotto dalla fatica, di chi ha fretta di arrivare, era appena giunto alla sua destinazione. “Eccomi un po’ di pazienza sono appena arrivato, sono nuovo del luogo” disse ansimando. Aveva accelerato il passo per raggiungere il luogo che gli era stato assegnato, il Cielo della Sapienza e degli architetti, come un uomo consapevole di avere ancora una missione da compiere. Ad attenderlo c’era la storia di un viaggio lungo una vita intera, era Mircea Lucescu , il rumeno giramondo, il maestro delle panchine, colui che aveva attraversato confini, culture e generazioni di calciatori senza mai perdere la fame di conoscenza. Un uomo capace di restare aggrappato al calcio fino all’ultimo respiro, inseguendo ancora idee, intuizioni e nuove sfide. Per lui il pallone non era mai stato soltanto un gioco, ma una lingua universale da studiare e interpretare, un’arte fatta di uomini, strategie e passioni. E così, anche nell’età in cui molti scelgono il ricordo, Lucescu continuava a vivere il presente, con lo sguardo rivolto al futuro e la saggezza di chi ha trascorso una vita intera sui sentieri del calcio.
Ad accoglierlo vi era Jock Stein , il leggendario condottiero dei Tartans, un uomo che aveva fatto del calcio una missione e della panchina il luogo della sua vita. Anche lui era arrivato lì portando con sé il ricordo di un addio consumato sul campo, proprio accanto alla sua panchina, nel momento in cui il destino gli aveva chiesto l’ultimo sacrificio. Era una sera di autunno del millenovecentootantacinque, quando il suo cuore già malato aveva ceduto mentre guidava i suoi uomini in una sfida che valeva un sogno mondiale. Se ne era andato come aveva vissuto, immerso nel calcio, con lo sguardo rivolto al gioco e la mente concentrata sulla squadra.
Quando vide arrivare Mircea, lo riconobbe immediatamente. Vide in lui lo stesso fuoco, la stessa inquietudine di chi non ha mai smesso di imparare, viaggiare e insegnare. Un maestro accolse un altro maestro, un uomo di campo salutò un altro uomo di campo. Stein gli andò incontro lentamente, con il sorriso di chi sa di trovarsi davanti a un compagno di viaggio, e con voce serena gli disse “Entra, sei il benvenuto”. In quel semplice saluto c’era tutta la grandezza di due vite consacrate al calcio. Due allenatori che avevano attraversato epoche, frontiere e generazioni, lasciando ovunque un’impronta fatta di idee, passione e umanità. Per loro la panchina non era mai stata soltanto un luogo da cui impartire ordini, ma un altare di emozioni, sacrifici e sogni. E lì, in quel “Cielo della Sapienza e degli architetti”, uno scozzese e un rumeno potevano finalmente ritrovarsi, uniti dalla stessa eterna appartenenza: quella al gioco più bello del mondo.
Ancor più la nel “Cielo delle Stelle Cadute”, ivi dimorano coloro che il destino richiamò anzitempo, lasciando sulla terra una scia di luce che il tempo non ha saputo spegnere. In un prato remoto del Paradiso, oltre i campi illuminati dove i campioni eterni giocavano senza più fatica né dolore, esisteva un luogo attraversato da una luce diversa. Non abbagliante come quella dei trionfi, ma dolce e malinconica, simile all’alba che segue una lunga notte di tempesta. Lì correvano le anime del “Grande Torino e dei Busby Boys “. Non camminavano. Sembravano sospese sopra l’erba celeste, leggere come uomini finalmente liberati dal peso del destino. I giocatori granata si muovevano ancora compatti, quasi obbedissero a una memoria invisibile: Mazzola guidava il gruppo con lo stesso passo fiero con cui aveva trascinato un’intera Italia ferita dalla guerra, mentre accanto a lui scorrevano Ballarin, Loik, Maroso e gli altri “Invincibili”, non più spezzati dal cielo di Superga ma restituiti a una giovinezza eterna. I ragazzi di Manchester fermati dalla neve e dalla nebbia di Monaco. Sembravano ancora giovani, incredibilmente giovani, come se il tempo avesse avuto pietà di loro soltanto nell’aldilà. Correvan dietro al pallone con la spensieratezza di chi non ha mai avuto il tempo di diventare vecchio.
E osservandoli veniva quasi da pensare che Dante avrebbe riservato proprio a loro una delle cornici più alte del suo Paradiso, quella delle anime spezzate non dalla colpa, ma dalla crudele fragilità della sorte umana.
Da una porta chiara, fatta di luce si entrava nella “Sfera dell’aurora incompiuta”, non c’erano lamenti in quel luogo. Solo una brezza lieve, simile a un coro lontano di stadi ormai scomparsi, attraversava l’erba eterna portando con sé nomi, inni e memorie che il tempo terreno non era riuscito a cancellare.
Jan Jongbloed non era più solo.
Il vecchio portiere dell’Olanda totale sedeva ai margini di quel prato guardando sorridere suo figlio Erik , il ragazzo che un fulmine aveva strappato alla vita nel mezzo di una partita. In terra quella tragedia era sembrata troppo assurda perfino per il calcio, quasi un capriccio feroce del destino. Ma lassù il dolore aveva perso il suo veleno. Padre e figlio si passavano lentamente il pallone sotto un cielo immobile, senza più paura che il tempo potesse interrompere il gioco. Vòlti i passi verso quel campo immenso sospeso nel cielo, dove l’erba è perfetta e la luce non conosce tramonto, scorsi un’ombra che portava il rosso della Danimarca come un manto di fiero dolore. Non era circondata da clamore, ma la sua figura aveva la compostezza di chi ha già attraversato il giudizio del mondo.
Dante si fermò, e con lo sguardo di chi riconosce la nobiltà del gesto, mi sussurrò
“Guarda colui che trasse la bellezza dalla propria rovina, facendo del campo l’altare di un amore che non si arrende alla morte”.
Fu allora che vidi l’anima di Kim Vilfort , e il mio pensiero corse a quel meriggio del 1992, quando il calcio divenne più potente del dolore stesso.
E mi vennero in mente questi versi:
Kim è il nome di chi dovette patire il distacco dalla pargola diletta, mentre il mondo lo chiamava a gioire. Poche ore eran volte dalla sfortunata retta, che la morte recise il tenero stame, lasciando l’alma in angoscia costretta. Eppur nel campo, contro l’alemanno sciame, egli corse con il pianto nel petto, mutando in gloria quel dolore immane.
Dante, osservando quel guerriero del gol, mi spiegò che Vilfort non cercava la “corona di Svezia” , ma un raggio di luce per la sua bambina, che già lo guardava dalla sfera più bella. In lui, il calcio non era scontro, ma una ragione per spiegare della vita ogni senso. Egli si muoveva ora tra i giusti che hanno conosciuto la paura senza mai esserne vinti, accanto al “tabaccaio di Amstedam” e al portire Galli , in questo cielo non sono i vincitori a brillare di più, ma chi ha saputo attraversare la sofferenza senza smettere di amare la vita. E forse era proprio quello il vero Paradiso immaginato da Dante, non il regno dei vincitori, ma il luogo dove tutte le partite spezzate trovano finalmente il loro ultimo minuto da giocare.
In un angolo lontano di quella sfera, Vittoria e Sofia mi invitarono a guardare più attentamente. “Lì”, mi dissero, “ci sono due anime che arrivano da molto lontano”. Mi avvicinai e vidi un uomo e una donna, vicini l’uno all’altra, intenti ad aprire lentamente le loro valigie. Sembravano appena giunti dopo un viaggio interminabile, uno di quei viaggi che non si misurano in chilometri, ma in dolore, sacrifici e battaglie affrontate giorno dopo giorno.
Erano Wilfred Agbonavbare e la sua amata consorte. Due vite unite dall’amore, due destini intrecciati anche nella sofferenza della malattia, due cuori che avevano conosciuto la fragilità dell’esistenza ma che avevano continuato a camminare insieme fino alla fine. Il loro arrivo non aveva il rumore delle grandi celebrazioni, ma la delicatezza delle storie vere, quelle che lasciano un segno senza bisogno di parole. Wilfred aveva difeso la porta del Rayo Vallecano, ma il ricordo più grande che aveva lasciato non era soltanto quello delle sue parate. Era l’affetto che aveva ricevuto da una gente capace di trasformare un calciatore in un fratello, un portiere in un simbolo, una storia difficile in un abbraccio collettivo. I tifosi del Rayo, con la loro sensibilità e il loro cuore immenso, non lo avevano mai abbandonato, soprattutto nei momenti più duri della sua malattia, dimostrando che il calcio, quando sa essere umano, può superare ogni confine. E così, mentre sistemavano quelle poche cose nelle loro valigie, io vidi non due persone sconfitte dal destino, ma due anime finalmente libere dal peso della sofferenza. Erano arrivate insieme, come avevano vissuto, accompagnate dalla forza dell’amore e dal ricordo di tutti coloro che avevano saputo volere loro bene. In quel luogo senza tempo, Wilfred e la sua amata potevano finalmente riposare, sapendo di non essere mai stati dimenticati.
Accanto a loro, in un luogo dove la luce sembrava farsi più tenue e l’aria portava con sé un velo di tristezza, apparvero altre anime. Era un cielo ancor più silenzioso di quel Paradiso, una regione che con Dante attraversammo abbassando il capo, con lo stesso rispetto con cui nella Commedia guarda le anime segnate dal dolore più umano e incomprensibile.
Non era uno spazio di trionfo.
Solo una luce bianca, quieta, quasi lunare, che cadeva sopra un prato immobile come neve appena posata. Non vi era il fragore degli stadi gremiti, ma un silenzio profondo, simile al respiro lento di una corsia d’ospedale. Erano coloro ai quali il calcio aveva lentamente abbandonato il corpo, consumato giorno dopo giorno dalla crudele mano della SLA ..
A loro era stato tolto il movimento, ma non il ricordo del gioco; le gambe che avevano corso sui prati verdi erano diventate immobili, le voci che avevano incitato compagni e tifosi si erano fatte più flebili, ma negli occhi restava ancora la luce di chi aveva amato il pallone. Erano anime che avevano combattuto la partita più difficile, quella senza arbitro e senza fischio finale, dove l’avversario non indossava una maglia, ma il volto spietato della malattia.
Non campioni sconfitti da un avversario, ma uomini costretti a combattere contro il “tradimento del proprio stesso corpo”. Stefano Borgonovo sorrideva ancora con quella leggerezza ostinata che in terra aveva commosso il mondo. Pareva uno di quei beati danteschi capaci di trasformare la sofferenza in una forma superiore di dignità. Poco distante Gianluca Signorini conservava lo sguardo severo e gentile di chi aveva affrontato il dolore senza mai perdere compostezza. Adriano Lombardi e Bruno Beatrice camminavano lentamente lungo quel prato silenzioso, finalmente restituiti a corpi liberi dalla malattia, come anime purificate dopo una lunga prova terrena.
E poi vi era Gianluca Vialli .
La sua presenza sembrava emanare una luce diversa, più calda, quasi umana. Non la luce arrogante degli eroi invincibili, ma quella fragile e potentissima di chi aveva imparato ad attraversare la paura senza lasciarsene divorare. Sorrideva come fanno certi personaggi del Paradiso dantesco quando comprendono qualcosa che agli uomini vivi resta ancora nascosto. Guardandolo, veniva naturale pensare che il vero coraggio non sia alzare una coppa davanti a migliaia di persone, ma “riuscire a restare uomini anche mentre il destino lentamente ti sottrae forza, voce e respiro”.
Alto scorsi l’ombra fiera di Siniša , il guerriero giunto dalle “Ruine dei Balcani”. Egli procedeva con la gravità nobile di chi ha saputo governare la tempesta, non solo quella del campo, ma quella più scura che tenta di sottrarre il respiro. Egli non era solo un “fabbro della folgore” capace di trafiggere la rete come se il pallone fosse un dardo di fuoco, ma un’anima che aveva saputo attraversare il “gelo della sventura senza mai smarrire il candore del comando”. Ivi, tra le anime spezzate ma trasfigurate in pace, il suo sguardo non cercava più l’avversario, ma si perdeva nell’armonia d’un gioco che non conosce più né pianto né fango, restando per sempre il capitano indomito d’una battaglia che il tempo non può cancellare.
E da quelle anime segnate da una battaglia silenziosa, da coloro ai quali il calcio aveva strappato il movimento ma non la dignità, il cammino conduceva verso un dolore ancora più antico e collettivo. Perché vi erano ferite che non appartenevano soltanto al corpo di un uomo, ma alla coscienza stessa del gioco. Ferite lasciate da quelle tragedie in cui il calcio, per un istante terribile, aveva smesso di essere festa e aveva mostrato il suo volto più oscuro.
Lì erano raccolte le anime delle trentanove vittime dell’Heysel e di “tutte quelle disgrazie che il nobil gioco non doveva avere” . Sheffield, Mosca, Lima, Glasgow e Bastia città che conobbero il pianto. Uomini, donne, ragazzi partiti soltanto per assistere a una finale e mai più tornati alle proprie case. Non apparivano come ombre tormentate, ma come pellegrini finalmente liberati dalla paura e dalla violenza degli uomini. Camminavano lentamente lungo gradinate di marmo chiarissimo, mentre nel vento si dissolvevano per sempre i rumori del panico, delle urla e dei cancelli schiacciati dalla folla.
Sembrava quasi che tutte le anime del Paradiso intero, passando accanto a quel luogo, abbassassero la voce. Perfino gli stadi celesti tacevano.
Oltre i campi dei campioni, dei maestri, oltre la gloria degli eroi, della sapienza, degli architetti del gioco; oltre la volta di chi fu strappato brutalmente alla vita, vi era il “Cielo della Meraviglia Eterna”. Dante mi condusse in quella regione del Paradiso ove la luce non feriva più gli occhi, ma si faceva armonia pura.
Era un cielo quieto e luminoso, simile all’Empireo, dove non dimoravano più né vittorie né sconfitte, ma soltanto il ricordo felice dell’immaginazione umana. “sopra quel luogo non brillavano stelle comuni”. Erano luci lievi, simili ai cori lontani di vecchi stadi, e parevano raccontare una verità che il Poeta comprese subito: che esistono gioie tanto pure da sopravvivere al tempo, e che talune anime divengono immortali non per ciò che conquistarono, ma per la meraviglia che seppero donare agli altri. “Là dove il chiaro d’una fonte che mai non si turba bagnava l’erba di smeraldo sotto una luce senza tramonto”, m’apparvero soavi figure di donne.
Esse “custodivano e dispiegavano al sole dell’etterno meriggio le più belle maglie che il calcio ebbe in dono dal tempo e dalla gloria”.
Vidi allora la genovese dei blucerchiati , cinta da quell’arco che pareva dipinto dalla mano stessa della speranza; l’elegante blue di Scozia , profondo e fiero come mare antico; e il bianco purissimo del Santos , che ancora serbava il riflesso della grazia sovrana di Pelé. Ivi splendeva l’ardore del Flamengo , viva fiamma vermiglia, e l’oro intrecciato all’azzurro del Boca . Poco oltre riluceva il granata del “Grande Torino” , intriso della dignità degli “Invincibili” finalmente restituiti alla giovinezza. Pareva tessuto con i tramonti di Superga e con la memoria d’una squadra cui il destino non concesse di conoscere il declino. Quella veste splendeva come reliquia d’un’età dell’oro, quando gli uomini parevano poter sfidare il tempo stesso e il calcio parlava il linguaggio semplice dell’eternità. Di insolito colore, non certo belle ma uniche quelle del Sankt Pauli e del Palermo . Non lontano appariva la maglia del Boavista , ornata da scacchi bianchi e neri che ricordavano una scacchiera celeste. Pareva insegnare che anche il gioco degli uomini vive dell’alternarsi di luce e ombra, di vittoria e sconfitta, e che proprio in tale equilibrio si cela la sua più autentica bellezza. La stava l’immacolata maglia dell’Ajax , candida come una pagina ancora da scrivere, attraversata da quella banda vermiglia che scendeva sul petto come un fiume di nobiltà. Attorno ad essa aleggiava il genio di Amsterdam e l’eco di generazioni che avevano trasformato il pallone in arte, il movimento in poesia e la semplicità in perfezione. Poco oltre splendeva la veste del Real Vicenza , luminosa nella sua elegante essenzialità. Attorno ad essa viveva il profumo delle domeniche d’un’Italia lontana, quando le province sapevano ancora custodire sogni immensi e i campi di periferia potevano diventare il centro del mondo. Pareva una maglia nata non per dominare, ma per essere amata. Scorsi poi l’acceso rosso dei “Dragoni del Galles del 1979” , vibrante di passione antica. Oltre la bizzarra veste del Kimberly , salvata dall’oblio che per un giorno divenne mondiale, quasi a ricordare che in quel cielo ogni colore è memoria sacra e che nessun ricordo autentico viene mai davvero perduto. Quelle spoglie non conoscevano più il fango della terra, ma rifulgevano come tessere d’una geografia del mondo scritta con la fantasia, là dove l’uomo, cerca bellezza. sul candore immacolato di quelle divise.
Tuttavia, vidi giacere in un angolo appartato alcune maglie consunte dal tempo e dalla leggenda. Erano le casacche di Zico e di Maradona , ancora recanti i segni della dura battaglia sostenuta contro Claudio Gentile . Poco distante, accuratamente riposta affinché non provocasse nuove dispute tra i sapienti del calcio, stava la celebre maglia senza maniche del Camerun , quella che un tempo scandalizzò i custodi delle regole terrene. Non erano più insegne di gloria né oggetti di contesa. Ridotte a semplici brandelli di stoffa, servivano ora a raccogliere la polvere luminosa del cielo, come umili stracci nelle mani degli angeli custodi del football.
“Vedi”, mi disse Dante, “come anche le cose che in terra suscitarono scandalo, furia e discussione, qui abbiano deposto ogni superbia. Ché non vi è maglia tanto celebre da non divenire infine polvere, né gesto tanto controverso da sopravvivere all’eternità.”
E quelle antiche vesti, ormai prive di peso e di vanità, continuavano il loro silenzioso servizio tra i beati, quasi a ricordare che la gloria degli uomini passa, mentre il colore rimane.
“Guai a chi si azzardi a cambiar colore, maledetti furon gli sponsor e a tutti quelli che per onor del denaro cmbiaron foggia, tessuto e colore, l’inferno li aspetta”
Più sotto scendeva una scala che portava in una sala che non appartiene al tempo, né alla storia degli uomini, ma a quel punto segreto in cui il possibile smette di obbedire alle leggi del mondo. È immensa e la sua luce non viene da alcuna fonte, è una luce che esiste da sempre, come se il gioco, un giorno, avesse deciso di restare acceso anche dopo la fine. Qui non ci sono trofei. Non ci sono medaglie, né pietra né metallo. Ci sono solo stendardi, “sospesi senza corda, senza vento, eppure mai immobili”. Non pendono: ricordano. Non celebrano, continuano ad accadere. Sono reliquie di un culto senza dogma, icone di una religione senza dio se non quello dell’improbabile. Ogni stendardo è una fenditura nella realtà, un luogo in cui il destino ha esitato. “Kaiserslautern 1998” , come una città risalita dalle viscere della seconda divisione per sfidare l’impossibile e piegarlo al proprio volere; la “Grecia del 2004” , armata solo di ordine e silenzio, che spense le corone una dopo l’altra come stelle soffiabili; la “Danimarca del 19922” , chiamata quando il mondo era già altrove, eppure incoronata senza chiedere permesso ad alcuno. E poi “Calais” , che divenne leggenda senza smettere di essere provincia; il “Chievo del 2004” , che trasformò l’anonimato in vertigine; “Verona 1984” , quando la città imparò che il miracolo può avere un nome semplice; “Magdeburgo” , dove l’Est lasciò una scia di ferro e stupore; “Les Herbiers” , che attraversò il proprio riflesso come se fosse un varco; la “Sampdoria” , che sfiorò l’eternità con la leggerezza di chi non sa di starla sfiorando; “Cagliari” , isola che un giorno diventò centro del mondo senza muoversi; “Leicester” , che riscrisse il vocabolario del possibile; “Blackburn e Nottingham Forest” , che ricordano che anche i giganti possono nascere e svanire due volte. “Perugia e Livorno “, che aprirono parentesi nella grammatica del calcio, dove il reale smetteva di essere vincolo; il “Real Vicenza” , eco di un’epoca in cui il gioco sembrava ancora scritto a mano; la “Dinamo Tbilisi” , che portava con sé un’eleganza remota, come un vento che ha attraversato continenti. E poi lo “Steaua Bucarest” , non una squadra, ma un sigillo inciso sul tempo, dove anche i rigori sembrarono obbedire a un ordine superiore. E lo “Stella Rossa” di Belgrado del 1991: non una vittoria, ma un allineamento cosmico, come se il cielo avesse deciso di scendere per una sola notte e poi dimenticare la strada del ritorno. In questa sala, gli stendardi non commemorano ciò che è stato, sono ciò che continua ad essere. Sono miti che non hanno smesso di respirare, frammenti di storia diventati materia sacra. E chi vi entra ha la sensazione che il calcio non sia mai stato uno sport, ma un antico rito incompiuto, dove il mondo ogni tanto concede a se stesso la grazia di contraddirsi.”
Procedendo oltre, fui avvolto da un soave profumo di cellulosa e colla, simile a quello che un tempo usciva dalle bustine appena aperte delle figurine . Seguendo quella fragranza, entrai in una piccola biblioteca, umile nelle dimensioni ma infinita nei ricordi che custodiva. Le sue pareti parevano costruite di album eterni, e sugli scaffali riposavano tesori di carta che il tempo non aveva osato consumare.
Era una biblioteca dolce e luminosa, dove non si udivano dispute né canti di gloria. Un vento leggero faceva danzare nell’aria migliaia di piccoli rettangoli colorati, che volteggiavano come foglie d’autunno senza mai posarsi al suolo. Vi erano bambini intenti a giocare, altri che ancora incollavano figurine su pagine immacolate, altri ancora che accarezzavano con devozione quei divini fogli della Panini, come fossero pagine di un antico breviario.
Tra quelle immagini sospese riconobbi coloro che avevano popolato la mia giovinezza e che, senza saperlo, erano divenuti parte della mia famiglia calcistica. Vidi Aldo Bet avvolto nei colori dell’Hellas Verona; Alberto Spelta , il cui volto severo da ragazzo mi incuteva un timore quasi reverenziale; e il bulgaro Ivanov , che nelle mie fantasie infantili pareva uscito da qualche remoto regno oltre la cortina d’oriente. Scorsi poi i celebri baffi di Roberto Pruzzo e quelli non meno memorabili di Castronaro ; e fra tutte apparve ancora la figurina di Ali Manai , il tunisino che mi negò il completamento della raccolta di “Argentina ‘78” , divenendo una leggenda irraggiungibile. Poco lontano sorrideva Jan Peters col suo caratteristico caschetto, che allora suscitava in me un’ilarità difficile da spiegare.
Ancor l’efigge di Angelo Mammì , Raffaele Trentin e il baffuto Abe Van Den Ban dell’Haarlem, che pareva provenire da un’altra epoca e che le figurine olandesi avevano trasfigurato in una sorta di cavaliere dell’ottocento. Poco oltre compariva lo scozzese Arthur Duncan , col suo curioso taglio di capelli che tanto mi divertiva; quindi Pietro Battara , avvolto nella splendida maglia doriana dei portieri, simile a un custode di antiche porte celesti.
Infine scorsi Orlando il “Barbuto” dell’Udinese, il cui volto austero mi ricordava quello di mio nonno. Ancora una volta provai quella lieve soggezione che da bambino mi prendeva ogni volta che giungevo alla pagina delle zebrette friulane.
Meravigliato da quella visione, mi rivolsi a Dante:
“Quale luogo è questo?”
Ed egli rispose:
“Questa è la Valle delle Figurine Ritrovate, dove dimorano coloro che la storia non sempre annovera tra i suoi immortali, ma che restano eterni nel cuore dei fanciulli che li amarono. Qui non conta il numero dei trofei, ma la forza del ricordo. Poiché molte glorie svaniscono col tempo, mentre una figurina custodita nell’anima può vincere persino l’oblio.”
E guardando quelle immagini sospese nell’aria del Purgatorio, riconobbi volti che credevo perduti per sempre, e compresi che nessun ricordo nato dall’amore è destinato davvero a morire.
In quel luogo, sorpresi, trovammo una macchina rotativa, enorme e fuori dalla grazia del Paradiso, continuava il suo lavoro senza fine. I grandi ingranaggi dorati giravano lentamente, avvolti da un suono antico, mentre attorno ad essa si affaccendavano piccoli putti e cherubini dalle ali leggere, intenti a manovrare leve e meccanismi come antichi artigiani celesti. Con sorrisi curiosi e mani delicate alimentavano quella macchina miracolosa che, senza mai fermarsi, continuava a stampare una sola immagine: la figurina di Pizzaballa.
Era quella del 1964, la figurina che aveva fatto impazzire tutti i fanciulli d’Italia, diventata in breve tempo il piccolo tesoro nascosto nelle tasche di migliaia di bambini. Quei cartoncini colorati non erano soltanto pezzi da collezione, ma frammenti di sogni, scambiati nei cortili, nelle scuole e negli oratori, tra promesse, speranze e interminabili trattative. Ma quella di Pizzaballa aveva qualcosa di diverso: era la figurina introvabile, quella che tutti cercavano e che sembrava sfuggire sempre, alimentando il desiderio e la leggenda. I cherubini, divertiti da quella frenesia che ancora riecheggiava tra le nuvole, continuavano a far girare la macchina, come se volessero restituire a ogni bambino del passato la gioia perduta di aprire una bustina e sperare nel miracolo. E così, nel cuore del Paradiso, tra ali, sorrisi e ingranaggi eterni, continuava a nascere quel piccolo rettangolo di carta che aveva saputo fermare il tempo: la figurina di Pizzaballa, il portiere che per un’intera generazione era diventato il simbolo dell’attesa, della meraviglia e del sogno.
Oltre quella scena, il mio sguardo si spinse avanti, verso un luogo ancora più vasto e sorprendente. Lasciai alle spalle il fragore, della macchina rotativa e camminando mi apparve davanti agli occhi un cortile infinito dove vidi tavoli immensi, simili a campi sospesi nel cielo, distesi come orizzonti senza fine. Su quelle superfici meravigliose non correvano calciatori ma immagini di cartone, intorno bambini felici che giocavano con quelle piccole figure dipinte, muovendole con cura e meraviglia, come se ogni icona custodisse un’anima nascosta. Le loro mani leggere sembravano guidate da un soffio invisibile, e quei campioni di carta prendevano vita in un movimento lento e armonioso, come stelle sospinte dalla brezza del Paradiso.
Erano le figurine del calcio, quelle di Cosimo Panini . Erano i ricordi di milioni di bambini, tornate a vivere in un gioco eterno dove il tempo non aveva più potere. Ogni movimento raccontava una storia, ogni piccolo campione custodiva una memoria: il gesto di un idolo, la gioia di una vittoria, l’emozione di chi aveva stretto tra le mani una bustina ancora chiusa, da un profumo inimitabile, che rimmembrava lontani ricordi, sperando di trovare finalmente il proprio eroe. E in quel cortile celeste compresi che il calcio non abitava soltanto negli stadi illuminati e nelle grandi folle, ma anche nei sogni più semplici, nei ricordi custoditi nel cuore e in quelle piccole cose capaci di accompagnare l’infanzia di intere generazioni.
Dopo aver attraversato quel luogo dove la memoria del calcio era custodita su piccoli frammenti di carta, tra volti stampati e stagioni rimaste sospese nel tempo, Dante e le vallette mi indicarono un altro cammino. Notai che anche i loro volti si illuminarono di un sorriso, cosa rara durante quel viaggio tra le ombre e le memorie del calcio. In quel luogo dimorava Peter Adolph , l’uomo che donò al mondo il Subbuteo, offrendo a generazioni di ragazzi non soltanto un gioco, ma una forma gentile d’eternità. Attorno a lui correvano schiere di uomini e bambini divenuti eterni, anime luminose che non avevano smarrito la meraviglia. Alcuni indossavano maglie scolorite dal tempo; altri conservavano ancora tra le mani miniature fragili di squadre ormai scomparse. Tutti guardavano quei campi celesti con lo stupore di chi scopre il calcio per la prima volta. Ogni movimento delle piccole figure generava nel cielo immagini immense: stadi gremiti, radiocronache tremanti, pomeriggi d’inverno, camere illuminate da lampade fioche, padri e figli piegati sul tavolo verde a immaginare finali mondiali che non sarebbero mai esistite se non nel cuore. Peter Adolph camminava tra loro come uno spirito sapiente, eppure sul suo volto viveva la semplicità di chi aveva donato gioia senza pretendere gloria.
Dante allora mi disse:
“Costui non diede agli uomini soltanto gioco, ma insegnò loro a sognare il calcio prima ancora di poterlo vivere”.
Compresi così che il Subbuteo, in quel Paradiso, non era più un passatempo, ma una memoria sacra dell’infanzia europea; il luogo dove milioni di ragazzi avevano imparato la geografia del mondo attraverso le maglie, le squadre e la fantasia. E sopra quel prato beato si udiva un suono leggerissimo, “simile al moto delle sfere celesti”: era il fruscio delle miniature che scorrevano sul panno verde, eterno come il sogno dei bambini, “imprevedibile come un inaspettato girello”
Ma più oltre, in una regione ancora più luminosa, scorsi altre figure muoversi con l’eleganza irreale dei miti.
Ivi apparve colui che guidò i “Rovers” con cuore indomito e mano leale, Roy Race , il capitano eterno di un football che non conobbe mai il cinismo degli uomini. Accanto a lui correvano due ombre in una sfida senza fine, “violando le leggi del tempo e dello spazio” come astri lanciati nell’etere. L’uno vegliava tra i pali con la pazienza di un ragno sapiente; l’altro si levava nell’aria in balzi impossibili, sospeso oltre la gravità del mondo. Erano Benji Price e Holly Hutton , figli dell’immaginazione orientale ma accolti in quel Paradiso universale perché avevano insegnato ai ragazzi che il calcio non appartiene soltanto alla realtà, bensì anche al desiderio. Ogni loro corsa “infinita”, disegnava nel cielo traiettorie luminose; ogni tiro spalancava orizzonti vasti come oceani. I campi diventavano interminabili pianure verdi e il vento sembrava portare ancora l’eco di sigle lontane e pomeriggi televisivi consumati nell’attesa.
E il Vate allora parlò:
“Costoro resero il sogno più vero del vero, poiché mostrarono agli uomini non il calcio com’era, ma il calcio come avrebbe dovuto essere nel cuore di chi ancora sa meravigliarsi”.
Compresi infine che in quell’ultimo cielo del football non dimoravano soltanto i vincitori e i campioni, ma tutti coloro che avevano custodito il dono più fragile e più sacro del gioco: “l’immaginazione”.
E mentre lasciavamo quella regione di serena beatitudine, sentimmo abbaiare. Qui vidi correre tra i beati un piccolo cane dal pelo chiaro e dagli occhi fedeli. Era Pickles , colui che ritrovò la Coppa Rimet quando il mondo l’aveva smarrita. Correva tra i campi celesti come custode inconsapevole della memoria del gioco, e ogni volta che sfiorava l’erba sembrava riaffiorare una gioia dimenticata. Allora compresi che, nel “Cielo della Meraviglia Eterna”, anche il più umile dei protagonisti poteva trovare posto accanto ai miti; poiché il calcio non appartiene soltanto agli eroi, ma anche a coloro che, per un istante, ne custodirono il destino.
Giungemmo infine in un luogo che non aveva il volto severo dell’Inferno né il passo malinconico del Purgatorio, ma apparteneva a una contrada gioiosa dell’Empireo calcistico. Lungo il sentiero apparve un’insegna di legno dorato, illuminata da una luce allegra, quasi fosse stata posta lì per annunciare che in quel regno le anime avrebbero potuto finalmente dimenticare il peso delle battaglie.
Entrando, Dante e le vallette Vittoria e Sofia si trovarono davanti a una scena inattesa: non vi erano giudici, né condanne, né ricordi dolorosi, ma soltanto barbieri baffuti armati di forbici e pettini, intenti nella loro singolare opera. Con sguardi divertiti si prendevano cura di quei volti celebri e di quelle chiome ribelli che per anni avevano sfidato il buon senso e le mode del tempo.
Pareva quasi che godessero nel domare quelle zazzere smisurate, nel ridurre all’ordine i capelli più selvaggi del calcio, come se anche le capigliature dei campioni dovessero pagare il loro piccolo tributo all’eternità. Le anime dei calciatori capelluti sorridevano rassegnate, consapevoli che neppure in Paradiso si poteva sfuggire al giudizio impietoso di un bravo barbiere.
E Dante comprese allora che quello non era un luogo di pena, ma di memoria e allegria. Perché il calcio non vive soltanto di vittorie, trofei e imprese leggendarie: vive anche delle sue stranezze, delle sue mode dimenticate e di quei dettagli bizzarri che, col tempo, diventano leggenda. E proprio per quella risata sincera che si levava nell’aria, non vi era luogo più adatto dove collocarlo.
Era “La Barberia dei Baffi Eterni”
Da quella bottega usciva profumo di colonia antica, sapone da barba e cuoio consumato. Le pareti erano adornate da fotografie ingiallite, gagliardetti scoloriti dal tempo e maglie che nemmeno l’eternità aveva osato sbiadire. Dietro una poltrona di velluto rosso vidi l’austriaco Herbert Prohaska , “Lumachina” patrono dei baffi calcistici. Con mano esperta modellava baffi magnifici e raccontava ai nuovi arrivati l’antica arte del sorriso sotto i baffi. Sopra il banco campeggiava il vessillo di “Movember” , la confraternita che trasformò il baffo in segno di solidarietà e cura per gli uomini. Poco distante sedevano Renato Zaccarelli , e Massimo Palanca che discutevano pacatamente di calcio, Torino e Catanzaro, come un vecchi saggi sulle gradinate. Accanto a lui stava Pietro Paolo Virdis , i cui baffi parevano ancora pronti a festeggiare una rete sotto la curva. In un angolo luminoso appariva Giuseppe Bergomi , che pur giovane d’età quando vinse il mondo, già portava baffi degni di un veterano. Molti spiriti novizi si fermavano ad ammirarli come reliquie d’un calcio più genuino. E sopra tutti, come un maestro venuto da una dimensione più alta del gioco, sedeva Roberto Rivelino . Con il suo baffo regale e il sinistro immortale narrava ai presenti di quando il pallone danzava libero e il dribbling era una forma di poesia.
Dante osservò quella compagnia e sorrise.
“Vedi”, disse, “qui non si misura la gloria dal numero delle coppe, ma dalla capacità di lasciare un’impronta nel ricordo degli uomini. E talvolta un baffo ben portato vale quanto una vittoria eterna”.
Ma proprio mentre regnava quella placida armonia, udimmo levarsi un gran trambusto provenire dalla poltrona posta al centro del salone.
Colà sedeva Felice Centofanti , circondato dai cinque maestri baffuti, tutti armati non di spade ma di forbici, rasoi e pettini scintillanti.
“È giunta l’ora!” gridava Prohaska.
“Quel ciuffo non può più restare impunito!” sogghignava Virdis.
“Per il bene dell’estetica calcistica!” aggiungeva Bergomi.
Centofanti, stringendo i braccioli della poltrona come un capitano assediato nella propria area di rigore, opponeva disperata resistenza.
“Piuttosto mandatemi nella bolgia dei difensori del catenaccio eterno!” urlava. “Ma i capelli no!”
Rivelino agitava il rasoio come un sacerdote pronto a celebrare un antico rito, mentre Zaccarelli tentava invano di persuaderlo con parole più miti:
“Abbi fede, figliolo. Qui i baffi sono eterni, ma certe zazzere devono esser contenute”.
A quelle parole l’intera barberia scoppiò in una fragorosa risata. Persino Dante, che raramente concedeva il sorriso ai dannati e ai beati, si lasciò sfuggire una sonora risata.
Vidi allora Centofanti balzare dalla poltrona e fuggire tra gli specchi e le nuvole dell’Empireo, inseguito dai cinque barbieri celesti che brandivano forbici e pettini come antichi cavalieri. Per lungo tempo riecheggiarono nel cielo le loro voci:
“Fermatelo!” “Solo una spuntatina!” “È per il bene del calcio!”
Ancora oggi, narrano le anime del Paradiso del Pallone, che nelle domeniche più serene si possa vedere Centofanti correre tra i campi dell’Empireo con la chioma al vento, mentre la Confraternita dei Baffi Eterni continua l’inseguimento senza mai riuscire a compiere la propria missione.
Dante, osservando quella corsa senza fine, rise nuovamente e disse:
“Molti uomini sfuggirono al destino, pochi riuscirono a sfuggire al barbiere. Ma nessuno, in cielo o in terra, seppe difendere i propri capelli quanto Centofanti”.
E le risate dei baffuti riecheggiarono ancora a lungo tra le nuvole dell’Empireo, poiché in Paradiso ogni cosa trova pace, ogni rivalità si placa e ogni ferita si rimargina.
Tranne una!
Quella tra i capelli di Centofanti e le forbici della “Barberia dei Baffi Eterni”. Il biondo “Marisa” svedese, veloce qual cervo tra le selve del Settentrione, era pur riuscito a sottrarsi alla furente schiera de’ barbieri, i quali con rasoi sguainati bramavano spogliarlo della sua fulgida chioma.
Finchè avevammo ancora nella mente ciò che accade nella”Barberia dei Baffi Eterni” ci trovammo tra i “Custodi delle Coppe Eterne” mentre contemplavo quei manufatti immortali, che parevano custodire l’anima stessa dei popoli e delle generazioni, vidi levarsi poco oltre due figure avvolte da un chiarore simile a quello che precede l’aurora. Non portavano palloni né guidavano schiere di campioni, eppure attorno a loro aleggiava una dignità non minore di quella riservata agli eroi del campo. Essi tenevano tra le mani forme splendenti che parevano raccogliere in sé la memoria di tutte le vittorie e di tutte le speranze degli uomini. L’uno era Abel Lafleur , cui fu concesso di “dare volto” alla Coppa Rimet, la “prima regina del football mondiale”; l’altro era Silvio Gazzaniga , artefice del trofeo che avrebbe raccolto l’eredità di quella gloria e accompagnato le nazioni attraverso i tempi futuri.
Non parlavano, ma attorno alle loro mani la luce prendeva forma. Pareva che l’oro stesso obbedisse al loro pensiero, mutandosi in simbolo, memoria e desiderio. Vidi allora la “Vittoria Alata” della Rimet levarsi lieve come creatura del cielo, recando ancora nel volto la fierezza dei pionieri e dei campioni che ne inseguirono il sogno. Poco distante riluceva la coppa scolpita da Gazzaniga, ove due figure umane sorreggevano il globo terrestre come pellegrini giunti al termine d’un lungo cammino. Responsabili del destino del mondo. In quelle opere non viveva soltanto il metallo prezioso, ma il riflesso di milioni di sogni, di lacrime, di esultanze e di attese. Ogni graffio, ogni bagliore, ogni piega dell’oro pareva custodire il ricordo d’un’impresa, d’un popolo in festa, d’un bambino che per la prima volta aveva immaginato la gloria.
E Dante, osservando quelle meraviglie, disse:
“Costoro non vinsero sul campo né levaron trofei dinanzi alle moltitudini; ma diedero forma visibile al desiderio che move gli uomini verso la gloria. Ché non men degno è chi forgia il simbolo di colui che lo conquista”.
Allora compresi che anche gli artefici silenziosi avevano il loro luogo d’onore nel Paradiso del calcio. Poiché non meno dei campioni avevano contribuito a edificare il grande mito del gioco, dando un volto eterno a ciò che gli uomini inseguono da generazioni. E le coppe da essi create non apparivano più come semplici trofei, ma come reliquie luminose d’una fede gentile, custodite in eterno da coloro che avevano saputo trasformare il sogno in forma e la forma in leggenda.
E le luci che splendevano sopra quel cielo non erano stelle, ma ricordi. E nessuna di essi era destinata a spegnersi.
Chiesi a Dante:
“E dunque cos’è il calcio?”
Lui sorrise appena sotto il mantello e rispose: con la solita frase:
“La prova che gli uomini cercano ancora la bellezza, pur vivendo dentro il caos”
Poi per un attimo mi svegliai.
Ma per qualche secondo continuai a sentire un coro lontano, come se quella partita eterna stesse ancora continuando.
In quel momento giunsero Morfeo ed Ipno , urlando “il viaggio non è finito… addormentati!” cadi ancora nel beato torpore e mi riaddormentai.
Vittoria di fretta, per paura che la luce dell’alba mi svegliasse ci indicò una nuova porta.
Era immensa, a due ante, così maestosa da ricordare la facciata di San Pietro quando il sole del tramonto ne accende la pietra. Non sembrava costruita, ma generata dalla luce stessa. Oro, avorio e zaffiro si intrecciavano in figure che mutavano lentamente, come se la porta custodisse in sé il respiro dell’eternità.
Accanto a noi Sofia portò un dito alle labbra.
“Fate piano” disse con voce lieve. “Qui vi è soltanto grazia. Non va spiegata, ma contemplata. È come una sinestesia celeste: qui la luce diventa musica, la musica diventa colore e il colore diventa memoria”.
Obbedimmo!
Quando le grandi ante si schiusero senza rumore, ci apparve una visione che nessuna immaginazione terrena avrebbe saputo concepire. Qui non vi erano schiere di cherubini e serafini. Non vi erano troni, dominazioni o potestà. Vi erano coloro che avevano reso grande il gioco in ogni continente. Uomini che avevano saputo trasformare un pallone in linguaggio universale. Uomini che avevano fatto della fantasia una forma di bellezza e della bellezza una forma di fratellanza. Ed era giusto che si trovassero lì. Poiché anche la gioia, quando è autentica, trova posto nell’eternità.
Eravamo entrati la dove il cileo si faceva più alto.
Appena sotto l’Empireo, al limitare del Settimo Cielo di Saturno, là dove Dante vide la scala d’oro elevarsi verso l’incomprensibile e le anime contemplative brillare come fiamme nella pace eterna, si stendeva una regione che nessun atlante del creato aveva mai raffigurato.
“Era un cielo che non conosceva tramonto”.
Un’immensa pianura di luce si apriva tra sfere trasparenti e giardini d’eternità. L’erba non era verde come quella della terra, ma tessuta di memoria, gloria e gratitudine. Ogni filo custodiva un applauso dimenticato dagli uomini e ricordato dal cielo; ogni brezza portava l’eco di uno stadio lontano, il canto di una folla ormai dispersa nel tempo ma non nell’eternità. Lassù il tempo aveva cessato di essere padrone. Era diventato compagno. Eppure un pallone continuava a rotolare. Bianco come una piccola luna, passava di piede in piede tra coloro che avevano trasformato un gioco in arte e un’arte in gioia. Le sue traiettorie disegnavano nell’aria figure perfette, come se Euclide, Leonardo e Raffaello avessero collaborato a un’unica opera. Ogni passaggio generava cerchi di luce; ogni controllo lasciava dietro di sé una scia dorata che saliva verso la grande Scala di Saturno .
A guidare quella luminosa assemblea stava Umberto Barberis . Attorno a lui si riconoscevano laghi limpidi come quelli della Svizzera e montagne candide che ricordavano le Alpi illuminate dal primo sole. Aveva negli occhi la serenità delle grandi vette e la misura dei paesaggi silenziosi. Con gesto paterno accoglieva i nuovi arrivati e indicava loro i sentieri della beatitudine calcistica. Sulle rive di un Danubio trasfigurato dalla luce giocavano i magiari Flórián Albert e la “Pantera Nera” Gyula Grosics . Dietro di loro si innalzavano le cupole dorate di una Budapest celeste. Albert accarezzava il pallone come un violinista il proprio strumento; sembrava vi fosse Kocsis, principe dell’aria e gloria dell’Aranycsapat, mentre colpiva la sfera con tale precisione che persino gli angeli interrompevano il volo per seguirne la traiettoria. Poco distante Stanley Matthews e Tony Woodcock rappresentavano l’eleganza di Albione. Matthews continuava a ingannare il vento con i suoi dribbling, mentre Woodcock si muoveva con la leggerezza di chi aveva fatto dell’intelligenza la propria forza. Gli iberici Zamora , Asensi e Gento custodivano la nobiltà della tradizione spagnola, con loro il divino Iniesta ; i russi Cislenko e Dasaev vegliavano come antichi guardiani delle steppe; Kahn , Matthäus e Rummenigge avanzavano con la sicurezza degli eroi germanici. Più in alto, vicino alla Scala di Saturno, sostavano Jürgen Croy e Pommerenke . Alle loro spalle non esistevano più muri. Gli angeli ricordavano ancora quella notte del 1989 in cui la divisione degli uomini aveva ceduto il passo alla speranza. Là dove un tempo correva il Muro di Berlino, ora si estendeva soltanto una pianura di luce. Croy e Pommerenke contemplavano quell’orizzonte riconciliato sapendo che nessuna barriera può sopravvivere alla verità. In una regione attraversata da canali di cristallo e cieli infiniti si trovavano gli olandesi Faas Wilkes , Frank Rijkaard , Ruud Gullit e Marco van Basten che appariva davvero con le sembianze di uno splendido “Cigno di Utrecht”. Quando correva sembrava scivolare sopra acque invisibili; quando colpiva il pallone, il gesto possedeva la perfezione delle statue greche che Fidia avrebbe voluto scolpire. Tra le pianure luminose delle Fiandre giocavano René Vandereycken , Jean-Marie Pfaff , Erwin Vandenbergh e Jan Ceulemans , mentre poco oltre i francesi Kopa , Fontaine , Giresse , Lacombe e Tigana intrecciavano una trama di passaggi tanto raffinata da sembrare musica. Gli scozzesi Denis Law , Kenny Dalglish e Joe Jordan avanzavano come antichi sovrani delle Highlands , mentre i gallesi John Charles , Ian Rush e John Toshack percorrevano verdi colline che ricordavano la loro terra. I danesi Laudrup e Schmeichel rappresentavano l’eleganza e la forza degli antichi vichinghi. Gli svedesi Gren , Nordahl e Liedholm continuavano il dialogo eterno del Gre-No-Li. I boemi Masopust , Plánička e Nehoda custodivano la malinconica bellezza dell’Europa centrale.
Gli austriaci Krankl , Polster e Schachner ridevano ancora come vecchi amici ritrovati. I lusitani Figo e Futre portavano il vento dell’Atlantico nelle loro giocate. Tra le nebbiose lande della Transilvania vidi avanzare Cornel Dinu , Ladislao Bölöni e Rodion Cămătaru , anime nobili che il vento dei Carpazi sospingeva verso i campi eterni del Paradiso del Pallone. Gli slavi dimoravano in un cerchio che pareva un mondo nel mondo. Tra gelosie, discordie e antiche rivalità emergevano figure di rara grandezza: Dejan Savićević , Miodrag Belodedici , Dragan Džajić , Vladimir Beara e Robert Prosinečki . Il loro talento splendeva come stella sopra le umane miserie; ma presto quella luminosa visione si fece opaca ai miei occhi, poiché ricordai come tanta bellezza fosse stata dispersa nella nebbia e nel sangue che accompagnarono la dissoluzione della loro patria.
Accanto ad una terrazza che ricordava insieme Roma, Torino e il Tevere al tramonto, conversavano Alessandro Del Piero , Francesco Totti e Bruno Conti . Del Piero tracciava parabole che parevano archi rinascimentali. Totti inventava passaggi che sembravano aforismi destinati a restare nel mito. Conti galoppava sulla fascia senza mai stancarsi in una corsa eterna, Presso di loro sedevano anche Gianfranco Zola e Andrea Pirlo . il primo conservava l’umiltà dei veri artisti, capace di mutare ogni punizione in meraviglia; il secondo, che i mortali chiamarono il “Mago di Berlino”, disponeva il gioco con sapienza quasi astronomica, come chi conosca il moto segreto delle stelle prima ancora di quello del pallone.
Eppure, tra quella luce che tutto avvolgeva e inebriava, il mio sguardo cercava qualcun altro. Lo vidi quasi nascosto dietro il chiarore dei grandi campioni, come una figura che non aveva bisogno di mettersi in mostra per essere importante.
Era Gianni Bui .
Nessuno sembrava sapere davvero perché si trovasse lì.
Non aveva vinto un Mondiale. Non aveva cambiato la storia del calcio. Non era il più forte tra i beati che correvano sull’erba eterna.
Eppure splendeva.
Dante si accorse della mia sorpresa e sorrise.
“Non tutti gli eletti vi giungono per la gloria”, disse. “Alcuni vi arrivano perché furono luce nel cuore di qualcuno”.
Allora compresi.
Da bambino lo avevo visto giocare soltanto attraverso racconti, fotografie ingiallite e ricordi tramandati come reliquie di famiglia. Eppure per me era un gigante. Quando il suo nome appariva nelle conversazioni dei grandi sentivo nascere dentro di me una meraviglia difficile da spiegare.
Era il calcio quando il calcio era ancora leggenda. Era il campione che abitava la fantasia prima ancora della cronaca. E nella mia memoria risuonava ancora quel grido semplice e meraviglioso:
“È lui! È lui! È Gianni Bui!”. Lo vidi sorridere come fanno gli uomini che non sanno d’essere stati importanti per qualcuno. Attorno a lui sostavano anime silenziose, campioni dimenticati, gregari nobili, eroi delle province calcistiche e figure che il tempo aveva quasi cancellato. Eppure in quel luogo nessuno era minore di altri, perché il Paradiso del pallone non misurava gli uomini con le statistiche o con le coppe conquistate.
La dove i cieli si facevano sempre più luce di grazia suprema, scorsi procedere Paolo Maldini e Franco Baresi , simboli d’una difesa che nel silenzio si fa arte somma, i quali si muovevano con grazia antica tra quegli spiriti taciturni. A loro si univa l’ombra nobile di Giacinto Facchetti , completando quel manipolo di giusti che d’ogni difesa aveano fatto una rocca audace e che ora guardano la luce che non ha paura.
Forse Gianni Bui era lì per questo!
Confuso, pensai, il vero Paradiso del calcio esiste proprio per custodire coloro che non appartengono alla storia ufficiale, ma alla memoria segreta di un bambino innamorato del pallone.
Dante mi guardò e disse soltanto:
“Talvolta un eroe vale per il mondo intero. Talaltra basta che valga per un bambino”.
E in quell’istante mi parve che tutta la luce dell’Empireo brillasse un poco di più. Poi il cielo iniziò a cambiar colore.
Cominciava il regno del Sudamerica. Il Brasile appariva come una costellazione. Didi, Vavá , Djalma Santos , Roberto Dinamite , Tostão , Altafini e Paulo Roberto Falcão diffondevano una luce calda e dorata. Didi continuava a disegnare la folha seca; Tostão vedeva il gioco prima che accadesse; Falcão governava il centrocampo con la maestà di un console romano.
Più a occidente, tra montagne di cristallo e terrazze sospese, giocavano Uribe e Barbadillo , mentre Julio César Arzú osservava le stelle nate dalle sue lacrime dei Mondiali del 1982. I messicani Jorge Campos , Hugo Sánchez e Leonardo Cuellar abitavano una piazza decorata da simboli aztechi. Campos sfoggiava ancora le sue leggendarie divise colorate, luminose come un arcobaleno tropicale. Hugo Sánchez continuava a volare nelle sue rovesciate impossibili. E Leonardo faceva magie estratte dal riccio che aveva sulla testa.
E poi apparve la costa della “Celeste”.
Le nuvole assumevano la forma delle onde dell’Atlantico e una luce azzurra avvolgeva Obdulio Varela , Héctor Scarone , Juan Alberto Schiaffino , Fernando Morena , Enzo Francescoli ed Edinson Cavani . Varela possedeva ancora l’autorità dei capitani immortali. Schiaffino sembrava nato per trasformare il calcio in eleganza. Cavani conservava il cuore dei combattenti. Francescoli, il Principe, portava ancora con sé il ricordo di Parigi e della Torre Eiffel, dove il suo talento aveva incantato la Francia prima di continuare il proprio viaggio. Morena, invece, rimaneva il goleador per eccellenza. Il pallone sembrava cercarlo spontaneamente, come una rondine cerca il ritorno della primavera. Tra gli argentini Fillol , Tarantini , Palermo e Sívori dialogavano con il pallone come vecchi amici, mentre poco lontano Iván Zamorano sorrideva con la forza tranquilla delle Ande.
Infine, si apriva l’Eden africano.
Fiumi limpidi, alberi giganteschi e una pace primordiale accoglievano George Weah , Samuel Eto’o , Didier Drogba , Noureddine Naybet e Kalusha Bwalya . Vicino a loro si ergeva una porta celeste. A custodirla stavano Bruce Grobbelaar ed Essam El-Hadary . Avevano conosciuto la guerra, la sofferenza e la fatica degli uomini. Ora difendevano una porta che nessun dolore avrebbe più attraversato.
E mentre il pallone continuava il suo viaggio da un continente all’altro, da Matthews a Kocsis, da Francescoli a Del Piero, da Weah a Totti, da Van Basten a Falcão, nessuno contava il punteggio. Perché in quel cielo la gloria non era una coppa da sollevare.
“Era il bene lasciato nei cuori”.
“Era il ricordo trasformato in luce”.
“Era la bellezza che sopravvive al tempo”.
Ed era per questo che il pallone continuava a rotolare sotto la Scala di Saturno, come una piccola luna bianca affidata per sempre ai piedi degli immortali.
Giunti all’estremità del Paradiso del Pallone, quando già la luce della “Candida Rosea” si intravedeva oltre un velo dorato, Vittoria e Sofia mi trattennero.
“Non ancora” disse Vittoria.
“Prima devi incontrare coloro che insegnarono agli uomini non soltanto a vincere, ma a guidare” aggiunse Sofia.
“Chi dimora in questo luogo?” domandai.
“i più grandi tra quelli che seppero guidare gli uomini” rispose Vittoria.
Seduti attorno a una tavola di pietra chiara vidi tre figure illustri. La prima aveva lo sguardo sereno di chi aveva conosciuto ogni vittoria senza lasciarsene corrompere. Era Carlo Ancelotti . La seconda osservava l’orizzonte con elegante compostezza. Il suo volto esprimeva quella dolce malinconia che appartiene agli uomini capaci di accettare il destino senza ribellione. Era Sven-Göran Eriksson . La terza portava i segni di un calcio più antico. Accanto a lui giacevano taccuini, schemi e appunti consumati dal tempo. Era Mondino Fabbri , maestro di un’epoca in cui il pallone era ancora una scoperta quotidiana. Non parlavano di vittorie né di sconfitte. Discutevano degli uomini che avevano allenato, delle loro paure, delle loro speranze e delle loro fragilità.
Dante si fermò rispettosamente.
“Molti allenatori insegnano il gioco” disse. “Pochi insegnano a vivere il gioco. Per questo costoro dimorano qui, alle soglie della Candida Rosea.”
Sofia sorrise.
“Essi hanno compreso ciò che molti dimenticano, che una squadra non è fatta di schemi, ma di anime”.
E, mentre ci allontanavamo, vidi i tre maestri continuare la loro eterna conversazione, come filosofi riuniti in un’accademia celeste; parevano usciti da un dipinto di Giorgione. Solo allora Vittoria indicò una grande soglia di luce.
“Ora sei pronto” disse.
Terminata la conversazione con quei maestri, Vittoria e Sofia mi condussero verso una porta di luce bianca. Oltre quella soglia si apriva finalmente la “Candida Rosea”.
E davanti a noi apparve.
Al termine dei Cieli, “dove l’eleganza si fa nobiltà”, vidi fiorire la “Candida” un fiore immenso i cui petali aveano il colore dell’aurora e l’odore dell’inchiostro fresco che narra al mondo il mito del prato. Ivi risiedevano i grandi cuori che aveano trasmutato il cuoio in letteratura, traendo dal fango la sostanza del canto eterno. Vidi per primo Umberto Saba , il poeta di Trieste, che con versi nudi e schietti cantò il “pianto del portiere” solitario e la “gioia della mischia”, celebrando il calcio come un rito di purezza fanciullesca. Egli si muoveva tra i beati come chi sa che una sola rima può spiegare il mistero di una parata meglio di mille trattati. Accanto a lui, con lo sguardo profondo di chi legge nelle ombre della terra, s’ergeva Pier Paolo Pasolini egli non cercava il mero risultato, ma la “sacra rappresentazione” del gesto, vedendo nel calcio l’ultima forma di poesia che ancora pulsa tra le genti. Poi scorsi un’ombra dallo sguardo limpido e antico, che procedeva con l’umiltà di chi si definiva “un mendicante di buon calcio”, era Eduardo Galeano . Egli trasse dal “sole e dall’ombra” la sostanza stessa della nostra passione, e ogni sua frase risplendeva come una “gemma preziosa” capace di dissipare ogni vana nebbia dal campo. Rimase sempre in attesa di quelle fonti “ben informate, da Miami, annunciavano l’imminente caduta di Fidel Castro era questione di ore” . Poco più in là, con la febbre di una fedeltà che non conosce tramonto, vidi Nick Hornby , che diede voce all’ossessione amorosa del tifo, quella fame eterna che trasforma un club in una patria. Accanto a loro sedevano Osvaldo Soriano , il malinconico e geniale cantore dei “rigori infiniti” e degli eroi dimenticati in province polverose, e Jorge , il filosofo della pampa, che spiegava come il gioco sia un’isola di felicità in un oceano di tristezza.
In quel medesimo coro del Paradiso, dove il racconto si fa preghiera e la cronaca si trasmuta in canto, scorsi le anime di coloro che avean dato voce al sogno domenicale dei padri, vi era Paolo Valenti , che con la poesia di un pomeriggio a “Novantesimo Minuto” sapeva acquietare ogni affanno, rendendo il resoconto un verso di luce capace di spiegare il senso dell’universo meglio di mille libri. Accanto a lui, con una simpatia quasi tenera che pareva riscaldare l’aria celeste, stava Tonino Carino , spirito di una cortesia antica che ancora narrava di province e di sorrisi, come chi ha attraversato le passioni moderne riconoscendovi la stessa fame eterna degli uomini. Poco più sotto, con passo che portava il segno di una lotta non ancora dimenticata, s’ergeva l’autorevolezza di Luigi Necco, egli appariva resiliente e fiero, ancora in battaglia tra gli spari e il Partenio , custode di un equilibrio fragile che non aveva mai ceduto al caos. Erano gli uomini del riscatto, e il loro passo aveva qualcosa di solenne, come se Dante li avesse posti in una zona dove la gloria non cancella del tutto la fatica che l’ha generata, ma la trasfigura in memoria luminosa.
Fianco a loro nel “Petalo dei Narratori Eterni” sedevano altre voci che avevano accompagnato le domeniche degli italiani. Nando Martellini , assorto dinanzi a un campo che pareva estendersi fino ai confini dell’eternità. Talvolta il suo volto si illuminava e, come sospinto da una memoria collettiva che neppure il Paradiso poteva spegnere, risuonava ancora il suo immortale grido: “Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!” . E quel canto, nato in una notte di Madrid, si diffondeva tra i petali della “Candida Rosea”come una preghiera laica dedicata al calcio italiano. Accanto a lui sedeva Bruno Pizzul , la cui voce profonda e rassicurante aveva accompagnato il calcio italiano per oltre una generazione. Non vi era enfasi superflua nel suo narrare, ma una composta nobiltà che rendeva ogni partita degna di memoria. Pareva che anche lassù osservasse il gioco con lo stesso sguardo sereno e partecipe, raccontando ai beati non soltanto le azioni, ma gli uomini che le avevano compiute. Poco distante sorrideva Beppe Viola , spirito arguto e gentile, che del pallone aveva saputo cogliere soprattutto l’umanità. Le sue parole univano l’ironia alla malinconia, la cronaca alla letteratura, e trasformavano una semplice partita in un racconto popolato di caratteri, sogni e debolezze. Attorno a lui si raccoglievano cronisti e tifosi, attratti da quella rara saggezza che sa sorridere delle passioni umane senza mai disprezzarle.
Poco distante stavano Enrico Ameri ed Ezio Luzzi . Il primo continuava a collegarsi idealmente con tutti i campi del cielo, mentre ancora pareva riecheggiare il suo celebre “Scusa Ciotti, a te la linea”. Il secondo raccontava con identica passione le partite dei campi “cadetti” dell’Empireo, perché sapeva che anche nei luoghi meno celebrati possono nascondersi storie degne dell’eternità. E poi apparve lui, avvolto in una sottile nebbia di fumo e nel timbro inconfondibile della sua voce roca. Era Sandro Ciotti , il poeta della domenica, colui che per decenni aveva trasformato il calcio in racconto, la partita in emozione e un semplice fischio d’inizio in una pagina di letteratura popolare. Lo conobbi in un bar, non lui ma la sua voce, fu un emozione indescrivibile. Con il suo tono profondo e malinconico aveva accompagnato milioni di ascoltatori, narrando gol, sconfitte e imprese come fossero capitoli di un grande romanzo umano. Non descriveva soltanto ciò che accadeva sul campo, “Amici miei, e non della Ventura” già con il saluto, sapeva catturare l’anima delle partite, il silenzio prima del tiro, il boato dopo una rete, la disperazione di chi perdeva e la gioia di chi sognava. Lì, in quel regno sospeso tra memoria e fantasia, la sua voce continuava a correre nell’aria, come una vecchia radiocronaca mai terminata. E sembrava quasi che il pallone, ancora una volta, avesse bisogno del suo racconto per diventare leggenda.
Tra loro passeggiava anche Gianni Mura , elegante e discreto come sempre, capace di narrare una tappa del “Tour de France “ e una finale mondiale con la stessa raffinata sensibilità. Le sue parole scorrevano leggere come brezza primaverile tra i beati, e ciascuno vi ritrovava qualcosa della propria vita.
Ma nel più alto dei petali, là dove il racconto si trasforma in letteratura e la memoria diviene poesia, vidi anche Luigi Garlando . Camminava accanto ai grandi narratori del pallone con la serenità di chi aveva saputo percorrere sentieri già battuti da Dante, intrecciando il poema eterno con il gioco più amato degli uomini nel suo “Nel mezzo del pallon di nostra vita”. I beati lo ascoltavano sorridendo, poiché egli aveva dimostrato che anche un pallone può diventare materia degna di un viaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso.
Mentre lasciavo la sala degli immortali poeti del pallone, Vittoria e Sofia mi presero per mano.
“Hai visto coloro che scrissero la storia sul campo” disse Vittoria.
“Ora vedrai coloro che impedirono alla storia di essere dimenticata” aggiunse Sofia.
“Vieni con noi” disse Vittoria sorridendo. “Vi è un luogo che ancora non hai veduto”.
E così mi condussero verso una grande passaggio verde sulla quale era raffigurato un guerriero nell’atto di scagliare uno stilo nel cielo...
“Che luogo è questo?” domandai.
“È la dimora della sapienza calcistica” rispose Vittoria.
“Qui sono custodite le parole che hanno raccontato il gioco e gli uomini che lo hanno reso immortale” completò Sofia.
Varcata la soglia, mi trovai in una vasta sala di colore verde chiarissimo, simile al prato perfetto di uno stadio che non aveva mai conosciuto inverno. Le pareti erano formate da migliaia di pagine luminose che raccontavano imprese, sconfitte, drammi e trionfi di oltre un secolo di calcio.
Al centro della sala sorgeva un immenso tavolo circolare attorno al quale sedevano: Giulio Corradino Corradini, Nino Salvaneschi, Giuseppe Ambrosini e il conte Alberto Rognoni, padri del “Verdolino” . Accanto a loro trovavano posto tutti i grandi custodi della rivista: Gianni Brera , Bruno Slawitz, Emilio Colombo, Italo Cucci , Marino Bartoletti, Ivan Zazzaroni, Matteo Marani, e molti altri ancora. Più in la “sotto una lampada di luce riflessa” a far schizzi stava il Carlin .
Sopra di essi dominava la figura gigantesca del Guerriero del Guerin. Con gesto eterno egli scagliava il proprio stilo nel cielo della sala e, là dove esso passava, nascevano racconti, cronache e memorie destinate a non svanire.
“Qui”, disse Sofia, “ogni partita vive in eterno”
“Perché il tempo consuma le imprese, ma non le parole che sanno raccontarle” aggiunse Vittoria.
E compresi allora che mi trovavo non soltanto nella dimora del “Verdolino”, ma nel santuario della memoria del calcio, dove la sapienza degli scrittori sedeva accanto alla gloria dei campioni e dove il ricordo stesso era diventato beatitudine.
Guardandoli, compresi che la loro voce non era stata semplice cronaca, ma la prova che gli uomini cercano ancora la bellezza pur vivendo dentro il disordine del mondo. Procedendo entro la “Candida Rosea”, verso la “Loggia dei Custodi” là dove la luce si faceva tanto pura da non lasciare ombra alcuna, vidi un ordine di seggi disposti in forma di corona attorno a una tavola splendente come cristallo. Non vi sedevano campioni né goleador, ma uomini che avevano servito il calcio senza calciarne le glorie, edificando con l’ingegno ciò che altri avrebbero reso immortale col talento.
Primo fra tutti apparve Pierre de Coubertin . Sul suo volto dimorava quella serenità che appartiene a coloro i “quali hanno saputo contemplare un disegno più grande della propria epoca”. Attorno a lui vedevo corridori, schermidori, ciclisti, ginnasti e calciatori procedere come membra d’un medesimo corpo. Egli non edificò stadi né organizzò campionati, ma contribuì a restituire allo sport la dignità d’un linguaggio universale, capace di unire gli uomini oltre le frontiere, le guerre e le differenze. Pareva un antico legislatore, e “dalle sue mani si irradiavan cerchi di luce simili agli anelli dell’Olimpia eterna”. Poco oltre sedeva Jules Rimet . Sul suo volto era impresso lo sguardo di chi aveva saputo vedere un futuro che gli altri ancora ignoravano. Nelle sue mani non vi era una coppa, ma il mondo stesso, raccolto come una sfera luminosa. Attorno a lui “parevano unirsi lingue, popoli e nazioni diverse”, poiché egli comprese prima di molti che il calcio poteva essere più forte delle frontiere. Accanto sedeva Henri Delaunay , “custode delle competizioni d’Europa”. Egli osservava il continente come un giardiniere contempla un’opera finalmente compiuta, e “dai suoi pensieri sembravano nascere invisibili sentieri” che univano città lontane e popoli un tempo divisi. Di luce splendeva Artemio Franchi , il cui volto irradiava quella serena autorevolezza che appartiene agli uomini capaci di guidare senza imporre. Attorno al suo seggio scorrevano immagini di stadi, federazioni e nazioni raccolte sotto un’unica bandiera sportiva, come se la concordia fosse divenuta una forma di luce. Non lontano “con i calzini rossi, stava Costantino Rozzi” , che tra tutti appariva il più terreno e il più vicino al cuore degli uomini. Non portava insegne di potere, ma i colori della sua “terra picena”. Attorno a lui si raccoglievano le anime delle province calcistiche, delle piazze minori e dei sogni ritenuti impossibili. Pareva ricordare a tutti che il calcio non appartiene soltanto alle metropoli e agli imperi sportivi, ma anche alle città che vivono di passione, orgoglio e appartenenza.
Allora Dante mi disse:
“Costoro non segnaron reti né levaron trofei dinanzi alle moltitudini; eppure senza la loro opera molte delle glorie che hai veduto non sarebbero mai esistite. Ché non men degno è colui che fonda la strada di chi la percorre, di colui che per essa giunge alla meta”.
E compresi che nella “Candida Rosea” del football vi era posto non soltanto per gli eroi del campo, ma anche per coloro che avevano custodito l’ordine del gioco e ne avevano guidato il cammino attraverso i secoli, affinché il sogno degli uomini non smarrisse mai la propria anima. Fu allora che la luce si fece così vasta da non poter più essere descritta. Eppure, mentre credevo che ogni visione fosse compiuta, mi accorsi che i grandi campioni non erano “sì fermi”.
Pelé , Maradona , Cruyff , Beckenbauer , Cristiano Ronaldo , Messi e Di Stéfano , i sette grandi “Sapienti del Football” , non sedevano presso il Padre Celeste come cortigiani attorno a un trono. Essi gli orbitavano intorno in perfetta armonia, simili ad astri immortali che ricevono e riflettono una luce più antica del tempo. E quanto più si muovevano, tanto più le loro essenze si univano senza mai confondersi: la gioia primordiale di Pelé, il genio indomito di Maradona, la sapienza visionaria di Cruyff, la sovrana completezza di Di Stéfano, l’eleganza imperiale di Beckenbauer, la volontà invincibile di Cristiano Ronaldo e la grazia celeste di Messi. Nessuno prevaleva sull’altro, poiché ciascuno incarnava una diversa perfezione del gioco. Insieme formavano una corona di stelle attorno alla “Fonte Suprema del Calcio”, e il loro splendore accresceva quello degli altri, come accade alle costellazioni che ornano il firmamento nelle notti più pure. Compresi che la grandezza non consiste nell’essere il primo fra gli uomini, ma nel contribuire all’armonia dell’eterno. Così quei campioni, che sulla terra avevano diviso tifosi e generazioni, lassù apparivano finalmente uniti in una sola, immensa luce. Poi vidi altre luci sopraggiungere da regioni lontanissime del Paradiso. Erano i campioni di ogni epoca, i custodi di gesti che sulla terra avevano strappato per un istante il velo dell’impossibile. Nessuno prevaleva sull’altro, poiché in quel luogo la gloria non era più confronto ma partecipazione.
E tutti insieme formavano una rosa immensa, una “Candida Rosea” calcistica, i cui petali erano anime e ricordi, partite e destini, lacrime e trionfi. Al centro splendeva il Padre Celeste del Calcio, il Primo Legislatore, Ebenezer Cobb Morley , “colui che aveva raccolto il gioco informe degli uomini e gli aveva donato regola, misura e linguaggio”. Guardandolo, compresi che le regole non eran catene. Erano gli argini di un fiumein piena. Senza di esse il gioco si sarebbe disperso; grazie ad esse aveva potuto generare meraviglia.
La luce continuò a crescere, ma non feriva gli occhi. Anzi, sembrava mutarsi lentamente in suono. Dapprima fu un’eco lontana, quasi il ricordo di una folla dispersa nel tempo; poi divenne un canto sempre più limpido, capace di attraversare l’anima come una brezza gentile. Riconobbi quella melodia. Era “You’ll Never Walk Alone” , ma non come era stata cantata sulla terra. Non proveniva da uno stadio né da una curva. Era divenuta qualcosa di più vasto e più puro, come se tutte le voci che l’avevano intonata nel corso dei decenni si fossero raccolte in un unico coro senza fine. Le sue note salivano attraverso il Paradiso come una preghiera semplice e perfetta. Ogni anima vi aggiungeva la propria voce, ogni campione il proprio ricordo, ogni tifoso la propria speranza. E ciò che sulla terra era stato canto di appartenenza, lì diventava canto universale.
Pelé, Maradona, Cruyff, Beckenbauer, CR7, Messi e Di Stéfano ascoltavano in silenzio. I loro volti non erano illuminati dalla gloria delle vittorie, ma da una pace più profonda. Sembravano comprendere che tutte le loro imprese, tutti i gesti che avevano acceso l’immaginazione degli uomini, non erano stati che frammenti di quella melodia eterna. Attorno a loro, gli stendardi dei miracoli che avevo contemplato lungo il cammino non sventolavano più nel vento della storia, ma nella brezza di quel canto, non come simboli di trionfo, ma come note necessarie di una stessa armonia.
Quello era l’Empireo, il cielo più alto del Paradiso del Calcio non il luogo delle coppe vinte né delle classifiche eterne. Era il luogo in cui ogni passione trovava finalmente il proprio significato, dove ogni sogno impossibile veniva custodito e ogni fedeltà ricompensata. E mentre il coro di “You’ll Never Walk Alone” si innalzava verso la luce senza tramonto, mi parve che il Padre Celeste del Calcio sorridesse. Non il sorriso di un sovrano soddisfatto, ma quello di un giardiniere che vede finalmente fiorire ciò che aveva seminato secoli prima.
Fu allora, in quella musica senza principio né fine, che mi venne rivelata l’ultima verità del viaggio. Compresi che nessun campione aveva mai brillato soltanto per sé stesso, nessun tifoso aveva mai amato in solitudine, nessuna squadra aveva mai percorso da sola il cammino della propria storia. Ogni impresa, ogni vittoria, ogni sconfitta era parte di un disegno più grande, tessuto dalle speranze, dai sacrifici e dai sogni di milioni di anime.
E quando il viaggio giunse là dove ogni luce trova la sua origine, accanto a San Bernardo vidi avanzare un’anima di nobile e alta statura, con una benda sulla fronte che non pareva più il segno di una ferita, ma un diadema consacrato alla ragione. Era il Dottor Sócrates, il filosofo del calcio, colui che nel Brasile non aveva cercato soltanto l’armonia del gioco, ma la guarigione dell’anima del suo popolo. Egli camminava affianco al santo di Chiaravalle tra i beati dell’Empireo con la serenità di un antico sapiente, perché aveva compreso che il pallone poteva essere molto più di una semplice sfida, poteva diventare parola, coscienza e strumento di libertà. Non guidava più una squadra sul prato verde, ma accompagnava le anime verso una verità più alta, quella di chi aveva creduto che il voto di un uomo potesse avere lo stesso valore di un gol, perché entrambi nascono dalla volontà e dalla dignità.
Dante, contemplando quel capitano della storica nazionale brasiliana e anima della “Democracia Corinthiana”, vide in lui un uomo raro, “Ecco colui che di ragione fu lume, che del pallone fece democrazia, volgendo in libertà l’antico costume”.
Accanto a San Bernardo, Sócrates non era soltanto un campione ricordato per le sue giocate, ma un maestro dello spirito, un uomo che aveva unito il talento dei piedi alla nobiltà del pensiero. E così, nell’ultima sfera del cielo, tra coloro che avevano ricevuto la luce della sapienza, il Dottore brasiliano continuava la sua più grande partita, insegnare agli uomini che il calcio è davvero bellezza soltanto quando rimane libero, e che il gesto più alto non è vincere sugli altri, ma restare fedeli alla propria coscienza.
Giunto all’estremo confine della mia peregrinazione, compresi che ciò che avevo attraversato non era soltanto il regno del Football, popolato da campioni immortali, allenatori sapienti, cronisti ispirati e tifosi fedeli. Era il riflesso dell’umanità stessa. Poiché gli uomini, pur immersi nel tumulto della storia, nelle guerre, nelle divisioni e nell’oblio del tempo, non hanno mai cessato di cercare la bellezza. Talvolta l’hanno trovata nel volo di un pallone verso l’incrocio dei pali; talvolta nei colori di una maglia custodita come una reliquia; talvolta nel gesto semplice di una mano che accompagna un bambino allo stadio, affinché una passione possa attraversare le generazioni senza spegnersi.
“Il Football non vive nei trofei, né nelle statistiche, né nelle bacheche dei vincitori. Vive nei ricordi che gli uomini portano con sé. Vive nelle lacrime e nei sorrisi, nelle attese e nei ritorni, nelle domeniche che il tempo non riesce a cancellare”.
Allora rivolsi per l’ultima volta lo sguardo verso quella luce immensa che avvolgeva ogni cosa. E in essa vidi riuniti campioni e gregari, vincitori e sconfitti, padri e figli, poiché dinanzi all’eternità ogni gloria si dissolve e resta soltanto ciò che è stato amato. Compresi che il vero protagonista di questo viaggio non era stato il Football.
Era il cuore dell’uomo.
Quello stesso cuore che, pur conoscendo la fragilità delle cose terrene, continua ostinatamente a inseguire la bellezza.
E finché vi sarà qualcuno disposto a farlo, nessun sogno sarà perduto, nessun ricordo morirà, e nessun fischio finale potrà davvero segnare la fine della partita.
Ho percorso l’Inferno dei cori rabbiosi, delle rivalità trasformate in odio, dei tradimenti sportivi e delle ambizioni corrotte. Ho risalito il Purgatorio delle occasioni perdute, dei talenti incompiuti e dei rimorsi custoditi nel cuore di chi sfiorò la gloria senza raggiungerla. Ho infine contemplato il Paradiso del gioco, dove il calcio ritrova la sua forma più pura, liberato dalla violenza, dall’inganno e dalla vanità, e torna a essere soltanto ciò che era destinato a essere: gioia, armonia e meraviglia.
Come Dante incontrò lungo il suo cammino anime che avevano inseguito la grandezza senza riuscire ad afferrarla completamente, così anch’io ho incontrato figure che incarnavano il sogno eterno del calcio. Uomini come Dragan Stojković, che sembravano portare in sé la promessa di una Jugoslavia capace di perseguire “virtute e canoscenza” calcistica senza mai approdare al porto ultimo del trionfo. E da questi incontri ho imparato che il valore di una vita, come quello di una carriera sportiva, non si misura soltanto nelle vittorie conquistate, ma nella nobiltà del cammino percorso e nell’impronta lasciata nella memoria degli uomini.
Il calcio insegna che si può cadere e rialzarsi, perdere e continuare a credere. Insegna che persino tra le rovine della storia e le ombre che talvolta oscurano gli spalti sopravvive qualcosa di più alto, una tensione verso la bellezza che nessuna sconfitta può cancellare. Perché, in fondo, anche nel calcio gli uomini sembrano rispondere all’antico richiamo: “non siamo fatti per vivere come bruti, ma per inseguire conoscenza, passione e meraviglia”.
Mentre queste verità si compivano davanti ai miei occhi, compresi che tutto ciò che avevo visto apparteneva a una dimensione più fragile e preziosa della realtà.
Fu allora che Oniria, dolce custode dei miei sogni, allentò il suo abbraccio e mi lasciò andare.
Sentii sfiorarmi un alito di vento, lieve come il respiro della nefasta donna che più ho amato nella mia vita. Era un sussurro appena percettibile, eppure colmo di quella tenerezza che nessun tempo e nessuna distanza hanno il potere di cancellare.
Mi parve che fosse lei “arilica” a stringermi ancora una volta tra le sue braccia, come un tempo faceva nei giorni felici, quando il mondo era più semplice e il futuro aveva il colore delle promesse.
In quel soffio ritrovai il suono della sua voce, il calore del suo sorriso e la dolcezza dei suoi silenzi.
Poi lentamente mi risvegliai.
Ma prima che il sogno svanisse del tutto, compresi che vi sono amori che non conoscono tramonto, continuano a vivere nei ricordi, nei desideri e nei sogni, custoditi in quella parte segreta dell’anima dove il tempo non osa entrare.
In un breve sonno, leggero come il respiro di un bambino, era lei che mi aveva condotto lontano dal mondo ordinario e mi aveva mostrato il luogo più bello che potessi immaginare, un universo costruito con l’erba verde degli stadi, con il canto delle curve, con la malinconia delle sconfitte e con la gioia improvvisa dei miracoli. Un regno in cui le leggende continuavano a vivere, dove gli stendardi delle imprese impossibili non smettevano di sventolare e le anime dei campioni trovavano finalmente pace nella luce.
Poi il sogno iniziò lentamente a dissolversi.
Le gradinate celesti si fecero nebbia. Gli stendardi dei miracoli svanirono nella distanza. Il coro eterno di “You’ll Never Walk Alone” si allontanò come una melodia trasportata dal vento oltre l’orizzonte.
E io mi risvegliai.
Ma qualcosa di quel mondo rimase con me.
Forse perché il calcio, come i sogni più belli, non vive soltanto nei luoghi in cui accade, ma nella memoria di chi lo ha amato. Forse perché ogni partita è il tentativo umano di sfiorare per un istante l’eternità.
E così, lasciandomi alle spalle le ombre dei gironi, le balze di chi non ha perso la speranza e nei cieli delle celesti visioni di quel regno impossibile, alzai gli occhi verso il firmamento, E, come al termine di ogni autentico pellegrinaggio dell’anima, “ritornai a riveder un pallone rotolar su un campo d’erba, di sabbia e cotone”.
Conclusione
E così il viaggio termina.
O forse, più semplicemente, si interrompe nel punto esatto in cui ogni sogno è costretto a cedere il passo all’albeggiare.
Se siete giunti fin qui, avrete certamente compreso che queste pagine non vogliono essere una nuova “Divina Commedia”, né tantomeno un tentativo di ripercorrere fedelmente il cammino tracciato da Dante Alighieri. Il Sommo Poeta rimane un vertice irraggiungibile della letteratura universale, una montagna che si può contemplare con ammirazione ma che nessuno può davvero pretendere di scalare. Questo libro nasce invece da una materia assai più fragile: il sogno, la memoria, l’insonnia e quella particolare nostalgia che spesso accompagna chi ha amato profondamente qualcosa per tutta la vita.
Non vi è stato alcun progetto accademico, alcuna ambizione filologica, alcun desiderio di emulazione. Vi è stata soltanto una notte. Forse molte notti. Ore trascorse nel silenzio, quando la mente si popola di immagini che appartengono contemporaneamente al passato e alla fantasia. In quelle ore accompagnato da Oniria, in quel luogo impossibile dove Dante può passeggiare accanto a un tifoso, dove gli stadi assumono la forma di cattedrali e i calciatori diventano figure simboliche, sospese tra mito e ricordo.
Per questo motivo è necessario ribadire con chiarezza che i luoghi, i personaggi, le situazioni e gli incontri narrati in quest’opera appartengono esclusivamente al territorio dell’immaginazione. Qualunque somiglianza con persone esistenti o esistite, con protagonisti della storia del calcio, con episodi realmente accaduti o con ambienti riconoscibili deve essere interpretata come una suggestione letteraria, una libera evocazione della memoria collettiva e non come una rappresentazione diretta della realtà.
Le figure che appaiono lungo il cammino non sono dunque persone reali, ma ombre narrative; non sono individui, ma archetipi; non sono biografie, ma simboli. Ricordano il mondo del calcio perché il calcio è stato il linguaggio scelto per raccontare passioni universali: la gloria e la caduta, il rimpianto e la speranza, il tradimento e la fedeltà, la gioia e la malinconia.
Allo stesso modo, quest’opera non intende in alcun modo essere accostata al magnifico lavoro di Luigi Garlando. La sua è una costruzione letteraria compiuta, una rilettura consapevole e raffinata dell’universo dantesco. La mia, al contrario, è soltanto una passeggiata notturna attraverso i ricordi. Se l’opera di Garlando possiede l’ordine armonico di una cattedrale gotica, queste pagine assomigliano piuttosto a un album di fotografie ritrovato in soffitta, dove le immagini emergono senza seguire una logica precisa, guidate esclusivamente dall’emozione.
Forse, più che a Dante, questo libro deve qualcosa a Jorge Luis Borges, che amava i labirinti della memoria e i sogni capaci di generare mondi interi; o a Giacomo Leopardi, che riconosceva nella nostalgia una delle forme più profonde dell’esperienza umana. Vi è forse qualcosa della malinconia di Cesare Pavese, che cercava continuamente i luoghi perduti dell’infanzia, e qualcosa dello sguardo disincantato di Pier Paolo Pasolini, il quale nel calcio vedeva una lingua capace di raccontare il popolo meglio di molti trattati sociologici.
Anche la musica accompagna questo congedo.
Perché, in fondo, il calcio è stato spesso cantato meglio dai cantautori che dai cronisti.
C’è qualcosa di Francesco Guccini in questo viaggio: quel continuo voltarsi indietro per cercare ciò che il tempo ha portato via. C’è qualcosa di Fabrizio De André, che avrebbe probabilmente preferito raccontare gli sconfitti piuttosto che i vincitori, gli esclusi anziché gli eroi. C’è qualcosa di Francesco De Gregori, quando canta che “la storia siamo noi”, perché anche il calcio, nel bene e nel male, è fatto di persone comuni che per un istante si ritrovano al centro della scena. E c’è persino l’eco di Lucio Dalla, capace di trasformare la nostalgia in una forma di dolcezza che non diventa mai disperazione.
Se dovessi trovare un’immagine pittorica per descrivere queste pagine, non penserei alle grandi tele celebrative dei trionfi sportivi. Penserei piuttosto ai paesaggi sospesi di Giorgio De Chirico, dove le piazze sembrano appartenere contemporaneamente al sogno e alla realtà. Oppure alle atmosfere nebbiose di Turner, nelle quali le forme si dissolvono lasciando spazio all’emozione. O ancora ai colori inquieti di Van Gogh, che riusciva a trasformare la memoria in visione.
Un’ultima parola merita la sezione delle note che accompagna quest’opera.
Nel corso del viaggio il lettore avrà incontrato nomi, episodi, stadi, tifoserie, tragedie, campioni dimenticati, personaggi celebri e figure quasi sconosciute. Alcuni appariranno immediatamente familiari; altri, invece, sembreranno emergere da una memoria calcistica lontana, talvolta perfino nebulosa. Per questa ragione ho ritenuto necessario affiancare al racconto un apparato di note dedicate ai personaggi, ai luoghi e agli accadimenti che compaiono lungo il cammino.
Esse non hanno la pretesa di assumere il rigore di una nota accademica né il carattere di una cronaca storica esaustiva. Sono piuttosto una bussola offerta al lettore, un piccolo filo d’Arianna che consente di orientarsi all’interno di questo labirinto onirico. Ogni nota rappresenta una porta aperta sulla realtà da cui il sogno ha tratto ispirazione; una realtà che viene però continuamente trasformata dall’immaginazione, dalla memoria e dall’affetto.
In tal senso, le note costituiscono il controcampo della narrazione. Se il testo principale appartiene al regno del sogno, esse appartengono al regno del ricordo. Se il racconto deforma, trasfigura e allegorizza, le note restituiscono coordinate, contesti e riferimenti. Non spiegano il sogno, ma ne illuminano le sorgenti.
Invito pertanto il lettore a considerarle parte integrante dell’opera. Non una semplice appendice, ma il compagno di viaggio che cammina qualche passo dietro Dante e dietro il narratore, indicando discretamente da quali terre, da quali stadi, da quali vicende e da quali uomini provengano le ombre che attraversano queste pagine.
Perché ogni sogno, anche il più fantastico, nasce sempre da qualcosa che abbiamo visto, amato, perduto o ricordato.
E forse proprio qui si nasconde il vero significato di questo libro.
Perché questo libro non parla veramente di calcio.
Il calcio è soltanto il pretesto.
Dietro ogni partita si nasconde il tempo che passa. Dietro ogni stadio c’è un luogo della memoria. Dietro ogni campione si cela una parte della nostra vita. Dietro ogni sconfitta riaffiorano occasioni perdute che nulla hanno a che fare con lo sport.
Scrivendo queste pagine mi sono accorto che il lettore era quasi un ospite inatteso.
In realtà stavo dialogando con me stesso.
Ogni capitolo è stato una conversazione con il ragazzo che fui. Con il bambino che sfogliava album di figurine, ascoltava radiocronache gracchianti, imparava geografie improbabili grazie ai Mondiali e riusciva a distinguere una squadra dall’altra semplicemente osservandone i colori.
Molti libri nascono per essere letti.
Questo, forse, è nato soprattutto per essere ricordato.
È stato un modo per raccogliere frammenti di emozioni prima che il tempo li disperdesse definitivamente. Una piccola ribellione contro l’oblio. Un tentativo di salvare nomi, immagini, partite e volti che hanno contribuito a costruire la mia personale educazione sentimentale.
L’opera è servita probabilmente più a me che al lettore. È stata un viaggio privato, una lunga passeggiata attraverso ciò che ho amato, ammirato, perduto e custodito nel tempo. Ogni personaggio evocato, ogni stadio immaginato, ogni partita trasfigurata in allegoria è stata soprattutto un’occasione per fermare il ricordo prima che svanisse. Se queste pagine riusciranno a suscitare interesse o emozione in chi le leggerà, ne sarò felice; ma la loro prima ragione d’essere è stata quella di conservare una parte della mia memoria affettiva.
Se qualcuno, leggendo queste pagine, ritroverà anche solo un frammento della propria storia, allora il viaggio non sarà stato inutile.
Ma se nessuno lo farà, poco importa.
Perché quest’opera ha già assolto il suo compito.
Mi ha permesso di tornare, almeno per qualche ora, nei luoghi che ho amato.
Mi ha consentito di sedermi ancora una volta sugli spalti della memoria.
Mi ha regalato l’illusione di ascoltare cori ormai lontani.
Mi ha fatto incontrare persone che non ho mai conosciuto e salutare ancora una volta quelle che il tempo ha portato via.
Forse è proprio questo il senso ultimo di ogni viaggio immaginario, non scoprire mondi nuovi, ma ritrovare quelli che credevamo perduti.
Ora il sogno si dissolve.
Le luci dello stadio si spengono lentamente.
Le gradinate tornano silenziose.
Dante si allontana senza voltarsi.
Oniria richiude i propri cancelli.
Resta soltanto il rumore lieve della memoria.
E mentre il mattino comincia a filtrare oltre le finestre, porto con me la stessa speranza che accompagna ogni tifoso dopo una sconfitta, ogni poeta dopo l’ultima parola, ogni viandante al termine del cammino.
La speranza che nulla di ciò che abbiamo amato scompaia davvero.
La speranza che i ricordi continuino a brillare, anche quando il tempo sembra averli cancellati.
La speranza che esista ancora, da qualche parte, un campo perfetto dove la partita non finisce mai.
E soprattutto la speranza che, quando il lungo campionato della vita sarà ormai alle sue battute finali, mi sia ancora concesso ciò che Dante desiderava al termine del suo viaggio di
“ritornar a veder le stelle”.
La Bussola,
“Quel Flavio Gioia che camminava dietro”
Guida alle Note e ai Riferimenti
Come accade al pellegrino che, giunto al termine del suo viaggio, volge lo sguardo all’indietro per riconoscere i sentieri percorsi, così il lettore che giunge alla fine di queste pagine può desiderare di ritrovare i volti, i luoghi e le vicende che hanno accompagnato il cammino attraverso la Divina Commedia del Calcio.
Le note che seguono non costituiscono un semplice apparato documentario. Esse sono piuttosto una mappa, un atlante della memoria calcistica, destinato a illuminare i nomi e gli eventi che popolano questa narrazione. Come le anime incontrate da Dante lungo i tre regni dell’oltretomba, anche i protagonisti evocati in queste pagine appartengono a epoche diverse, parlano lingue differenti e portano con sé storie spesso lontane nel tempo e nello spazio. Eppure tutti sono accomunati da un medesimo destino: aver lasciato un segno nel grande racconto del calcio.
In questo repertorio il lettore troverà campioni immortali e meteore dimenticate, allenatori visionari e arbitri inflessibili, tifosi, giornalisti, dirigenti, stadi, città, tragedie e trionfi. Vi compaiono figure consacrate dalla gloria e altre custodite soltanto dalla memoria degli appassionati; uomini che hanno innalzato il gioco a forma d’arte e uomini che ne hanno mostrato le contraddizioni più profonde. Accanto alle grandi finali e alle imprese leggendarie trovano spazio episodi oscuri, vicende drammatiche e frammenti di storia che hanno contribuito a costruire l’identità culturale del calcio contemporaneo.
Terminato il viaggio narrativo, il tempo della cronologia lascia infatti il posto al tempo della memoria. Qui non esiste più una successione di capitoli o di eventi, convivono nello stesso spazio il passato e il presente, la gloria e la caduta, il mito e la realtà. Ogni voce rappresenta una porta attraverso la quale è possibile tornare a un episodio, a una figura o a una suggestione incontrata lungo il cammino.
Questa guida non pretende di essere un’enciclopedia esaustiva. Le note sono state concepite come strumenti di orientamento e approfondimento, capaci di offrire al lettore il contesto necessario per comprendere riferimenti storici, culturali e sportivi disseminati nel testo. In molti casi esse costituiscono un invito a proseguire autonomamente l’esplorazione, perché il calcio, come ogni grande racconto umano, non si esaurisce mai completamente nelle pagine di un libro.
Se la narrazione principale rappresenta il viaggio, queste note ne costituiscono la cartografia. Se i capitoli sono stati i sentieri percorsi insieme a Dante, le pagine che seguono sono le pietre miliari lasciate lungo la strada. Consultarle significa tornare sui propri passi per osservare con maggiore attenzione ciò che durante il cammino era apparso soltanto per un istante.
E forse, come accade al termine della Commedia, anche il lettore scoprirà che il vero significato del viaggio non risiede soltanto nella meta raggiunta, ma nelle figure incontrate lungo il percorso. Perché il calcio, come la vita raccontata dai poeti, è fatto di uomini, passioni, errori, speranze e memoria. E la memoria, più di ogni trofeo, è ciò che permette alle sue storie di continuare a vivere.
Buona consultazione, e buon ritorno tra le anime, i miti e le leggende del pallone.
Personaggi, luoghi e accadimenti in ordine di apparizione