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Livello 6
 



Il "Maracanazo cinese"
a novanta minuti dalla gloria


Cronaca di un sogno infranto all’ultimo respiro

Pechino era pronta a festeggiare. Le bandiere erano già state stirate, gli articoli stampati, le medaglie lucidate nell’attesa di una storica qualificazione, la prima della Cina a un Mondiale di calcio. Nessuno, neppure il più scettico dei cronisti, avrebbe potuto immaginare uno scenario diverso. Tutti i calcoli, le combinazioni e le probabilità avevano parlato chiaro, il biglietto per la Spagna sembrava ormai in tasca. E invece, nella lontana Riyad, il destino aveva deciso di giocare la sua partita più crudele. La Nuova Zelanda, squadra fino ad allora modesta e senza clamori, aveva travolto l’Arabia Saudita con un incredibile 5 a 0. Cinque reti, una più pesante dell’altra, erano rimbombate come colpi di martello sui sogni cinesi. Un risultato che nemmeno il più fantasioso degli scommettitori avrebbe osato pronosticare. Così, nel giro di novanta minuti, la certezza si era trasformata in tragedia sportiva. Le prime pagine, già pronte con titoli trionfali, persino su rotocalchi italiani, come il Guerin Sportivo di Italo Cucci con il servizio "La Cina nel pallone", a dir poco unico e meraviglioso, avevano dovuto essere riscritte in fretta e furia, con l’amarezza di chi non riusciva a credere a ciò che stava accadendo. La storia del calcio mondiale aveva così aggiunto una nuova beffa alla sua collezione. Dopo la "Marmelada Peruana" del ‘78, era stata servita la "Marmelada di Kiwi", una lezione amara che nessuno, in Oriente, avrebbe dimenticato facilmente. La Cina era rimasta a guardare la Spagna da lontano, con gli occhi lucidi e il cuore spezzato. Il calcio aveva ricordato ancora una volta al mondo che il suo copione non lo scriveva la logica, ma il destino. A Pechino, la notizia era arrivata nel cuore della notte. I cronisti sportivi, incollati ai fax e alle rumorose telescriventi MOKO, avevano faticato a credere a ciò che leggevano, gol dopo gol, la Nuova Zelanda stava riscrivendo la storia. Ogni rete giunta da Riyad era stata un colpo al cuore, un graffio sull’orgoglio di una nazione che aveva già pregustato la gloria. Al triplice fischio era calato un silenzio surreale, nelle redazioni come nelle case. Nessuno aveva trovato le parole, perché parole non ce n’erano. Il colpo più duro doveva ancora arrivare. Il 30 novembre 1981 la Cina, prima nel girone finale di qualificazione asiatico, avrebbe dovuto soltanto pareggiare a Kuwait City contro i padroni di casa per ottenere il pass mondiale. Ma i campioni d’Asia non si erano fatti intimorire. Dopo pochi minuti, Abdulaziz Al-Anbari aveva portato in vantaggio il Kuwait, e quella rete era risultata fatale, la nazionale cinese era uscita sconfitta e il Kuwait aveva ottenuto il primo posto e la qualificazione diretta. Prima della partita tra "All Whites" e Kuwait. Restava in ballo un solo posto da contendersi tra Cina e Nuova Zelanda. Grazie a un pareggio per 2 a 2 contro il già qualificato Kuwait, la Nuova Zelanda era salita a cinque punti, due in meno della Cina, che però, anche in caso di vittoria neozelandese nell’ultima gara contro l’Arabia Saudita, godeva di una rassicurante differenza reti di +5. Tutto sembrava sotto controllo. Ma, come la storia aveva insegnato, nel calcio non ci si poteva mai fidare del pallone. Il 19 dicembre, a Riyad, si era scritta una delle pagine più tristi del calcio cinese e una delle più gloriose per quello neozelandese. L’Arabia Saudita, ultima nel girone, era già fuori dai giochi. A peggiorare la situazione per i sauditi, il suo difensore chiave e capitano, Salih Al-Na’eema, era squalificato, mentre il portiere Salim Marwam risultava infortunato. La Nuova Zelanda approfittò della situazione e, dopo appena sedici minuti, era già in vantaggio con il giovane Wynton Rufer attaccante in forza al Norwich City dove però non scese mai in campo. Un minuto più tardi era arrivato il raddoppio firmato Brian Turner. Al 38°, Steve Wooddin aveva segnato il 3 a 0. Nemmeno il tempo di rimettere la palla al centro e al 39°, ancora Rufer aveva trovato la via del gol. Incredibilmente, i Kiwi si erano portati a un solo gol dallo spareggio con la Cina e a due dalla qualificazione diretta. Al 44°, la difesa saudita commise un altro clamoroso errore, un fallo ingenuo ed equivoco in area aveva concesso un rigore alla Nuova Zelanda. Turner dal dischetto realizzò con freddezza. Cinque a zero. Tutto era accaduto nel primo tempo. Nella ripresa, la noia aveva preso il sopravvento, ma tra i pochi giornalisti cinesi presenti sugli spalti aveva cominciato a serpeggiare un sospetto, che quella partita non fosse stata del tutto limpida. In patria, il disincanto fu immediato. Le prime pagine dei giornali avevano cambiato volto nel giro di poche ore, dai titoli trionfali si era passati a occhielli intrisi di sgomento. Il Quotidiano del Popolo aveva parlato di "sfortuna storica", mentre la stampa sportiva aveva provato a spiegare l’inspiegabile, evocando presagi, coincidenze e perfino i fantasmi del calcio sudamericano. La "Marmelada Peruana" del ‘78 sembrava essersi reincarnata, quattro anni dopo, in una nuova beffa esotica. Gli esperti, a mente fredda, avevano rifatto i conti, sarebbe bastato un pareggio della Nuova Zelanda, o una sconfitta meno larga dell’Arabia Saudita, e la Cina sarebbe volata in Spagna. Ma il calcio, con la sua ironia beffarda, aveva deciso diversamente. Così una generazione di talentuosi giocatori, su tutti il portiere Li Fusheng e l’attaccante Rong Zhixing, avevano visto svanire sul filo di lana il sogno di una vita. Nei giorni successivi, l’intero Paese si era interrogato sul destino, sul perché e sul come. Forse, più che una sconfitta sportiva, quella era stata una lezione di umiltà, nel calcio nulla era mai scritto. E mentre la Spagna si preparava ad accogliere il mondo, in Cina era rimasto soltanto un titolo amaro, inciso nella memoria collettiva come una ferita ancora aperta, una Marmellata di Kiwi mai digerita. La Nuova Zelanda aveva partecipato alle qualificazioni nei tre precedenti Mondiali, ma non si era mai avvicinata alla fase finale. Nell’edizione del 1982, aveva affrontato un epico calendario di quindici partite disputate per mezzo mondo. Dopo aver spazzato via Indonesia, Taiwan, Figi e l’acerrima rivale Australia, la Nuova Zelanda si era scontrata nella seconda fase con Cina, Kuwait e Arabia Saudita per due posti al sole. L’allenatore John Adshead e il suo assistente Kevin Fallon avevano assemblato una squadra talentuosa e operosa. Tra i giocatori figuravano gli esperti Brian Turner, Bobby Almond e Adrian Elrick, gli ex professionisti inglesi Steve Sumner e Steve Wooddin, e giovani promesse come Wynton Rufer, Keith Mackay, Duncan Cole, Glenn Dods e Ricki Herbert. Il lungo cammino verso la Spagna era iniziato il 25 aprile 1981, nel girone eliminatorio della prima fase, con un combattuto 3 a 3 contro l’Australia al Mount Smart Stadium di Auckland. Una facile vittoria alle Fiji era stata seguita da un frustrante pareggio a reti inviolate sull’Isola di Formosa contro Taiwan. Successivamente sconfisse l’Indonesia per 2 a 0 davanti a oltre 100.000 spettatori a Giacarta. Il mese seguente iniziò il girone di ritorno dove il 16 maggio i neozelandesi affrontarono l’Australia al Sydney Cricket Ground. Un gol di Steve Wooddin nel primo tempo e un potente colpo di testa di Grant Turner nel secondo avevano suggellato una convincente vittoria per 2 a 0. Le comode vittorie casalinghe contro Indonesia, per 5 a 0, Taiwan per 2 a 0 e con Fiji avevano assicurato la qualificazione al turno successivo a scapito dell’Australia. In quest’ultima partita di agosto, la Nuova Zelanda stabilì un record per la Coppa del Mondo travolgendo le Isole Fiji 13 a 0, con il capitano Sumner autore di sei gol. Nelle otto partite di qualificazione fino a quel momento, la squadra aveva segnato 31 reti e ne aveva subite soltanto 3.  Da ricordare che il mito degli "All Whites" nacque proprio durante queste qualificazioni, per la maglia completamente bianca e l’evidente legame con i più celebri "All Blacks" del rugby. In precedenza, i neozelandesi indossavano abitualmente magliette bianche e pantaloncini neri, o addirittura divise palate bianconere. Per la partita alle Fiji avevano addirittura scelto una divisa azzurra per evitare confusione di colori, ma la tenuta totalmente bianca con sul petto la foglia di felce, apparve solo dal 30 maggio 1981 contro Taiwan, diventando il loro imprescindibile simbolo d’identità. All’estero, tuttavia, il nome "All Whites" aveva in alcune circostanze creato dei fraintendimenti, per via delle tensioni legate all’apartheid, un’ombra in un momento in cui gli All Blacks avevano appena concluso una controversa e criticatissima serie di partite contro gli Springboks sudafricani, messi al bando dal mondo sportivo, tranne che dalla palla ovale. La Nuova Zelanda con 15 punti si era dunque qualificata come vincente del girone eliminatorio accedendo per la prima volta alla seconda fase con: Cina, Arabia Saudita e Kuwait quello allenato da Carlos Alberto Parreira, futuro campione del mondo. Si sarebbero qualificate due squadre su quattro. Nel girone finale, gli "All Whites" avevano iniziato la loro avventura con un pareggio per 0 a 0 a Pechino nello Stadio dei Lavoratori gremito contro la Cina. Nella partita di ritorno ad Auckland si imposero per 1 a 0 grazie ad un colpo di testa del difensore Ricki Herbert. Il portiere Richard Wilson aveva completato la sua nona partita consecutiva senza subire gol, un record assoluto. Tuttavia, tale prestazione non gli valse il posto al mondiale spagnolo dove fu sostituito dal acerrimo nemico Frank Van Hattum. Il 10 ottobre, davanti a oltre 30.000 spettatori, gli "All Whites"  crollarono per  2 a 1 contro il più esperto Kuwait di Ahmed Al Tarabulsi, in una partita rovinata da decisioni arbitrali controverse e disordini sugli spalti. A seguire un deludente 2 a 2 casalingo contro l’Arabia Saudita che pareva aver tolto dai giochi la formazione oceanica. Nella gara di ritorno in Kuwait, i gol di Sumner e del giovane Rufer non furono sufficienti nel pareggio per 2 a 2 raggiunto dai kuwaitiani nell’ultima azione di gioco, distruggendo le speranze di qualificazione ai neozelandesi. Ora serviva un miracolo, battere l’Arabia Saudita con sei gol di scarto. Stranamente a Riyad gli "All Whites" sfiorarono l’impresa con quel famigerato 5 a 0 già raccontato in precedenza, dove tra reti fortunose ed errori difensivi grotteschi avevano fatto pensare al peggio. Con Cina e Nuova Zelanda a pari punti e con la stessa differenza reti, era necessario uno spareggio tra le due squadre.
Era la seconda volta che la Cina partecipava alle qualificazioni della Coppa del Mondo, la prima nel 1958 non era andata a buon fine eliminata al primo turno dall’Indonesia. Paradossalmente, il paese che forse aveva inventato un antico gioco con i piedi, il Cuju, riconosciuto dalla FIFA come la forma più antica del football,
stava sfiorando il suo primo Mondiale. Antichi testi ricordavano persino la storia tragica di un giocatore chiamato Xiangchu, morto per aver giocato contro il parere del medico. La traslitterazione dal cinese 足球(ziquiu) foneticamente pare molto simile alla parola "Cuju", mentre si esulta per un  進球 (ginciò). Dopo il ritiro dalla FIFA e dal CIO alla fine degli anni ‘50 per la questione di Taiwan, Il paese dei draghi entrò in esilio, imposto dalla famigerata "banda dei quattro":  Jiang Qing (la vedova di Mao), Zhang Chunqiao, Yao Wenyuan e Wang Hongwen. Che esercitarono un potere assoluto durante la "Rivoluzione Culturale", attuando le politiche di Mao e contribuendo alla trasformazione culturale del paese. Tuttavia, mettendo al bando il calcio, sport di antonomasia del mondo occidentale. La Cina così venne esclusa da tutte le competizioni ufficiali, effettuava solo amichevoli con paesi alleati. Nel 1977 cessò il potere della "banda dei quattro" che di fatto aveva sciolto la nazionale. Il paese si era riaperto, e la nazionale compì una tournée in America, Sud America ed in Europa alla fine degli anni ‘70, chiedendo e ottenendo la riammissione alla FIFA. In questi anni dal 1977 al 1980 la nazionale cinese giocò solo delle amichevoli tra cui alcune contro l’Inter, il Bologna, il Mantova e la Roma. Le prime partite ufficiali furono le qualificazioni alle olimpiadi di Mosca nel 1980 e alla Coppa d’Asia. Durante le qualificazioni per il mondiale del 1982 nel primo turno, erano iscritte venti nazioni di Asia e Oceania le quali si contendevano due posti per la Spagna.
La campagna cinese iniziò con un mini-torneo a sei squadre con partite giocate tutte ad Hong Kong nel  dicembre del 1980. La Cina dell’allenatore Su Yongshun, schierava un 4-3-3, combinando la tecnica cantonese alla fisicità nordista dei pechinesi. In questo mini-torneo di qualificazione la nazionale cinese giocò con un inedito completo arancione bordato di nero con il macroscopico ideogra
mma  中國 (Zhōngguó) ovvero CINA. Nella prima gara inaugurale vinse per 1 a 0 contro Hong Kong a seguire la vittoria per 3 a 0 con Macao e per finire uno stentato 1 a 0 alla vigilia di Natale contro il Giappone. La semifinale contro Hong Kong, terminò a reti inviolate dopo i tempi supplementari e la gara fu decisa ai rigori per 5 a 4 in favore dei cinesi. La finale contro la Corea del Nord si protrasse oltre i tempi regolamentari e terminò 4 a 2 dopo i supplementari. Con 5 vittorie la nazionale cinese si qualificò per la seconda fase.
Il girone finale iniziò nel peggiore dei modi, con lo 0 a 0 casalingo contro la Nuova Zelanda e con una sconfitta per 1 a 0 ad Auckland. Alla luce di tale disastro l’ordine fu imperativo, vincere per forza, disposizione con cui il partito imponeva ancora la propria volontà. La Cina doveva dimostrare attraverso lo sport la propria supremazia continentale. La squadra reagì vincendo le tre partite successive: un glorioso 3 a 0 al Kuwait con Rong Zhihang eroe della partita nonostante la gamba fasciata
. Questa fu l’ultima partita di qualificazione giocata in patria dalla nazionale cinese e per l’occasione a Canton, città frenetica soprannominata "citta’ delle capre", nacque persino un piatto tradizionale creato per l’occasione: "La lotta del Drago contro la Tigre", ovvero spezzatino di serpente e gatto fritto". A seguire altre due vittorie, un 4 a 2 a "domicilio in campo neutro" e un 2 a 0 in trasferta all’Arabia Saudita, le due sfide vennero giocate a Kuala Lumpur per motivi diplomatici. Infine l’ultima gara, la sconfitta lontano dalle mura amiche, per 1 a 0 contro il Kuwait aveva complicato tutto. La Cina era stata superata in classifica dagli "Haydoo" nome del dromedario portafortuna dei kuwaitiani e avrebbe dovuto attendere i risultati delle successive partite della Nuova Zelanda. Il Kuwait nel frattempo aveva battuto l’Arabia Saudita e pareggiato con la Nuova Zelanda, qualificandosi come prima squadra. Per staccare il pass per il mondiale la Cina: doveva sperare che la Nuova Zelanda avrebbe perso, pareggiato oppure vinto contro l’Arabia Saudita ma con meno di 4 gol di scarto. Ma gli "All Whites" in una serata di grazia ne segnarono cinque.
Così Cina e Nuova Zelanda erano finite a pari punti e pari differenza reti. Sarebbe stato inevitabile uno spareggio. Ci furono accese discussioni per la scelta della sede, ci fu chi propose di giocare addirittura in Spagna, chi in Malesia infine la FIFA decise per Singapore il 10 gennaio 1982. In palio c’era il 24° e ultimo posto per Spagna ‘82. Nonostante l’umidità opprimente e un pubblico di 60.000 spettatori per lo più filo-cinesi, le due squadre scesero in campo con le consuete formazioni agli ordini dell’arbitro brasiliano Romualdo Arpi Filho. Nuova Zelanda:  Richard Wilson, Glen Dods, Richard Herbert, Bobby Almond, Adrian Elrick, Allan Boath, Duncan Cole, Steve Sumner (c), Grant Turner, Wynton Rufer, Steve Wooddin. Cina: Li Fusheng, Cai Jinbiao, Chen Xirong, Chi Shangbin (c), Gu Guangming, Huang Xiangdong, Lin Lefeng, Rong Zhihang, Wu Yuhua, Zang Cailing, Zuo Shusheng. Fin da subito la squadra cinese impose il suo gioco ma furono gli "All Whites" a portarsi in avanti di due reti nella prima frazione di gioco con due reti spettacolari di Steve Wooddin e Wynton Rufer. La Cina accorciò le distanze solo al 76° con un calcio di punizione indiretto trasformato da Huang Xiangdong su assist di Rong Zhihang. Nonostante la pressione cinese e le innumerevoli occasioni sprecate dai draghi, la difesa neozelandese resse fino al 90° per il  2 a 1 finale. La Cina aveva mancato la qualificazione. Mai era stata cosi vicina alla gloria. Avrebbe dovuto aspettare altri vent’anni prima di qualificarsi finalmente nel 2002 in Giappone - Corea.

L’attuale Chinese Super League (CSL) è oggi uno dei campionati più seguiti in Asia, davanti a tornei solidi come quelli di Turchia, Russia e Portogallo, la Cina tuttavia, continua a faticare tremendamente ad affermarsi come nazionale competitiva. È un paradosso: una lega emergente nel panorama globale, ma una rappresentativa che non riesce a tenere il passo. Il punto più basso fu toccato nel giugno del 2013, quando la nazionale venne umiliata in casa dalla Thailandia con un clamoroso 5 a 1. Dalle tribune piovvero urla amare: «Sciogliete la nazionale!». Nello stesso periodo, il ranking FIFA collocava la Cina dietro Paesi come Nuova Caledonia, Haiti ed Emirati Arabi Uniti. Una ferita all’orgoglio di una nazione che conta quasi un miliardo e mezzo di abitanti, ma soltanto una trentina di milioni di tesserati o praticanti del calcio: poco più del due per cento. A pesare enormemente è stato lo sviluppo, o la sua mancanza, della massima serie nazionale. La Super League cinese, ancora oggi un campionato giovane, nacque tra difficoltà, scandali, interferenze politiche ed economiche. Per anni fu lasciata nelle mani di sponsor e investitori stranieri, tra cui giganti come Philip Morris International (Marlboro), International Management Group e Pepsi Cola. Fondata nel 1994, la "Jia-A League" fu il primo campionato semi-professionistico del Paese. Prima di allora, il calcio cinese viveva in un limbo dilettantistico, controllato rigidamente dallo Stato. L’entusiasmo iniziale durò poco, quando l’effetto novità svanì, la qualità del gioco rivelò tutti i suoi limiti. Ne seguirono accuse di corruzione, due presidenti ammisero persino di aver pagato arbitri, oltre a episodi di alcolismo e problemi comportamentali diffusi tra dirigenti e calciatori. Il pubblico cominciò a voltare le spalle al campionato. Nel 2002, con il rebranding in Chinese Super League, si sperava in una rinascita. Invece gli scandali continuarono e gli stadi si svuotarono ulteriormente. Le riforme, quando arrivavano, erano più estetiche che sostanziali. Nel 2009 si toccò di nuovo il fondo: durante una partita dello Qingdao Hailifeng FC, la squadra tentò volontariamente di segnare delle autoreti su ordine del presidente, nel tentativo di manipolare il risultato a fini economici. Una scena grottesca, degna delle assurdità cinematografiche del "Commendator Borlotti" della Longobarda, ma stavolta reale e sotto gli occhi del Paese. La CFA, la federazione calcistica cinese, non se la passava meglio. Nepotismo, inefficienza e incompetenza dilagarono, mentre la nazionale continuava a perdere competitività. Eppure, non tutta la storia è tinteggiata di nero. Un primo, significativo cambio di rotta arrivò nel 2008, quando Wang Xin, tecnico della S-League di Singapore, fu arrestato in patria per corruzione e combine. Il suo caso scatenò una reazione a catena: sotto la spinta dell’allora vicepresidente Xi Jinping, prese avvio una vasta campagna anti-corruzione che culminò, nel 2013, con il bando a vita per trentatré persone, tra cui tre ex presidenti della CFA e l’arbitro più rispettato del Paese. L’impatto si vide presto. Ripulita l’immagine del calcio nazionale, la CSL cominciò a rinascere. I tifosi tornarono negli stadi, gli sponsor ricominciarono a investire, dal 2012 iniziarono ad arrivare grandi calciatori e allenatori dall’Europa e dal Sudamerica. Ma gli ingaggi milionari non bastarono: molti stranieri delusero le aspettative, mentre tecnici come Marcello Lippi, Fabio Cannavaro o José Camacho si trovarono spesso a lavorare in condizioni complicate, senza riuscire a ottenere risultati duraturi sulla nazionale. Dopo la prima e unica qualificazione al Mondiale, nel 2002, la Cina non è più riuscita a decollare. Il mancato accesso al Mondiale 2026, ampliato a 48 squadre, con ben otto posti riservati all’Asia, è apparso come la conferma definitiva: la strada da percorrere è ancora lunga.
Eppure, nel cuore dei tifosi cinesi rimane un ricordo lontano, quasi sospeso nel tempo: quello dello spareggio del 1981 contro la Nuova Zelanda, quando la nazionale sfiorò la qualificazione al Mondiale di Spagna ‘82. Fu una battaglia epica, conclusa con un sogno spezzato, ma capace di alimentare per anni la speranza che la Cina potesse finalmente affacciarsi tra le grandi del calcio mondiale. Quella del 2002 in Giappone - Corea fu solo una breve, illusoria, brutta figura davanti al mondo intero. Oggi quel ricordo somiglia a un faro nella nebbia: una memoria che non consola, ma che indica una direzione. Perché il calcio cinese, tra cadute clamorose e rinascite a metà, continua a cercare se stesso. E forse proprio da quella notte del 1981, da quel sogno interrotto, può ancora trovare la forza per ripartire. Forse!


 
 
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